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Vincenzo Padula
Antonello capobrigante calabrese

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  • ATTO III
    • SCENA VI   Antonello
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SCENA VI

 

Antonello

 

Antonello — Che penso? Che risolvo? È viltà, o virtuoso pentimento questo che io provo? Tornare nella città, lasciare i miei boschi, oh! non avrei mai creduto che mi sarebbe sorto questo pensiero. O fratelli Bandiera, o viltà, o virtú che mi muova, l'una e l'altra mi viene da voi. Vi ho visto morire, e 'l vostro morire mi ha insegnato a vivere. Vi ho visto scalzi, vestiti a nero avviarvi per la valle di Rovitovii e cantare in faccia alla morte: Chi per la patria muore vissuto è assai. Ed io miserabile, piú vecchio di voi, ho vissuto, e potrò vivere quanto voi? Ah! voi avevate uno scopo, o salvare la patria, o darle almeno un esempio, e lo avete conseguito; ed io?... io rubo e scanno per vivere, e vivo per vivere. Sarò dunque un bruto? Sarà la mia vita un buffo di vento, che vada e venga cosí a caso? Ahimé! restando qui, l'un dí o l'altro mi toccherebbe a morire. Morrei combattendo, gli è certo; morrei dopo avere ucciso tanti gendarmi quante ho cartucce, è certissimo; si direbbe: Antonello si è difeso come un leone; ma si aggiungerebbe: Fu morto, e gli sta il dovere. Oh! questo pensiero mi tormenta. Voglio che la mia morte sia ingiusta, voglio morire incolpevole, e che mentre a me genuflesso i gendarmi conficcano due palle in petto, la mia coscienza e quella degli spettatori possa dire: Si uccide un innocente. Questo, o Bandiera, si è detto di voi; questo voglio che si dica di me. Qual vita è cosí lieta, che possa preferirsi a tal morte? Mutiamo dunque condotta, rientriamo nel numero dei pacifici cittadini, facciamoci buoni. Perché non potrei divenirlo? Mi negherebbe forse Dio il tempo, e le occasioni? O mio Dio, o essere misterioso, che non comprendo, ma che certo esisti e mi sei presente nella paurosa solitudine di queste antiche foreste, ascoltami. Son reo, no 'l nego; ma tu sai che il povero Antonello ricevette gli ammaestramenti della famiglia e della scuola infino ai diciotto anni solamente. Non sapeva altro che la storia romana; ammirava Romolo, Siccio Dentato, e Camillo; ebbe uno schiaffo innanzi alla donna, ch'egli amava, dalla mano d'un signore, e lo uccise; e d'indi in poi, tu lo sai, o mio Dio, Antonello conversò coi lupi. Or voglio rifare la mia vita: l'occhio dei Bandiera vagante sulla folla si è fermato su di me, ed ho veduto te dentro quell'occhio, ed ho guardato la mia vita trascorsa con disprezzo. Sí! io disprezzo me stesso, ma ciò non è motivo che tu, essere onnipotente e buono, debba pure sprezzarmi. Ho deciso. (Dà un fischio ed entra Don Peppe). Don Peppe, l'occorrente per scrivere. (Siede, scrive, e suggella la lettera. Si ode dentro le scene una voce che canta

Ier sera mi baciasti, ed oggi, o tristo,

Mi lasci addormentata, e te ne vai.

O Giuda traditor d'un nuovo Cristo,

Perché di tue promesse io mi fidai?)

Don Peppe, chi canta lí dentro, e profferisce il nome di Giuda?

Don Peppe — Una donna che scherza con Corina.

Antonello — Chiamala. (Don Peppe esce) O qual dubbio! Mentre penso d'abbandonarmi alle mani del governo, una donna canta e mi ricorda Giuda. Fosse per volontà di Dio, che mi avverte a gir cauto, e non fidarmi? (Entra Don Peppe e la Donna). Buona donna, a chi cantavi quella canzone.

la Donna — A Corina.

Antonello — Perché gliela cantavi?

la Donna — Perché Corina è un traditoraccio.

Antonello — E l'hai composta tu quella canzone?

la Donna — No: è cosa vecchia, che si canta nel mio paese.

Antonello — Andate. (Don Peppe, e la Donna escono). È cosa vecchia, si è cantata mille volte, chi sa da quanti ed a quanti! Dunque non mi riguarda. Ma non è possibile che io sia tradito? Il mio avvocato, è vero, mi ha dato pruove continue di fedeltà. È ricco per me, ha palagio, e poderi per me, ma potrebbe tradirmi, e far sí ch'io appaja traditore dei miei compagni. Arrischiare la mia vita non monta; ma quella degli altri?... O anime dei Bandiera, io non oso pregare Dio; prego voi. Da voi m'è venuto il pensiero di rifare la mia vita, da voi dee venirmi il coraggio di seguirlo. Guardate: questa è una moneta. La croce valga , la testa valga No. Io la gitto in aria; fatela voi cadere secondo che piú giova. (La moneta cade; ei la raccoglie, e grida). — Croce! (Dà un fischio e rientra Don Peppe). Don Peppe, presto in Cosenza: questa lettera al mio avvocato: uscendo mandami i due signori.

 




vii Il Vallone di Rovito è il fiumicello, che scende dal comune di Rovito, e passa sotto Cosenza per cadere nel Crati. Colà addí 11 luglio del 1844, vennero archibugiati cinque degli uomini del 15 marzo, i quali furono D. Pietro Villacci da Napoli, D. Nicola Corigliano da Cosenza, amico mio infelicissimo, Santo Cesario da S. Fili, D. Giuseppe Franzese da Cerzeto, e D. Rafaele Camodeca da Castroregio. E colà dopo quattro dí ebbero il medesimo destino i due fratelli Bandiera, e sette loro compagni. Per rizzare a costoro un monumento la brigata garibaldina del bravo generale Bixio al 1860, passando per Cosenza, lasciò una buona somma; ma la buona somma disparve, né potea sapersi chi la tenesse in deposito, finché al 1864, nel mio giornale il Bruzio strepitai tanto, che il denaro venne a luce, e si provvide pel monumento. Ma si crederà? È già corsa la bellezza di tredici anni, né si vede ancor nulla. Speriamo che si faccia; e, se farassi, io desidero (e 'l desiderio è giustissimo) che una coi nomi dei Bandiera e consorti vi s'incidano quelli mille volte piú gloriosi dei nostri cinque uomini del 15 marzo, e 'l tuo soprattutto, o Nicola Corigliano. Oppure il nostro vezzo di essere cortesi coi forestieri, ed incivili coi nostri concittadini, deve durare oltre la tomba?






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