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| Vincenzo Padula Antonello capobrigante calabrese IntraText CT - Lettura del testo |
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SCENA VIII
Antonello, poi Sbarra, Corina, SCHIERA DI Briganti e Brunetti
Antonello — Sono una spugna, ed è giusto che io sia spremuto fino all'ultima goccia. (Dà un fischio). Corina — Che domandate? Antonello — Brunetti a me. Sbarra — I compagni vogliono ad ogni patto sapere il vostro colloquio con quei signori, e il contenuto della lettera consegnata a Don Peppe. Antonello — Vogliono? Ad ogni patto? E non lo sapranno. Gli ingrati dubitano di me. 2. Brigante — Perdonate: ma tutti siamo in eguale condizione, e ciò che importa a voi deve importare anche a noi. Antonello — Il capo mio non si consiglia coi piedi quando matura un disegno. Voi siete i piedi, io sono il capo, e mi sento l'uomo, capite? capace di tagliarmi mani e piedi, quando il dolore me li rendesse insopportabili. (A Brunetti ch'entra) — Tu dunque sei Brunetti? Brunetti — Il vostro servo, Eccellenza. Antonello — Corina, date all'Eccellenza l'occorrente per scrivere. (Detta) “Carissima moglie, la rimessa dei quattro mila ducati è insufficiente: inviatene altrettanti”. Brunetti — Quattro mila docati! e che altro potete pretendere? Io fo misera vita, e sallo Dio quante volte vada a letto digiuno. Strettamente vivendo ho raggranellato, è vero, qualche cosuccia, ma ora mi avete preso tutto. Sono in voce di ricco, no 'l nego; ma è tutta roba dotale. Come potrebbe venderla l'infelice mia moglie senza la mia approvazione? Se gliela dessi or che mi trovo in vostra balía, sarebbe un atto estorto dalla violenza, e si eccepirebbe. Potrebbe, capisco, chiederla al tribunale civile, ma finché la domanda non è omologata, passerà molto tempo, e voi v'impazientirete giustamente. Vedete, io parlo col codice in mano, e fortunatamente a chi se n'intende. Volete denaro? È giusto, giustissimo; avete bisogno, e quaggiú ognuno dee vivere; mettetemi dunque in libertà; vi obbligo la mia parola di onore, vi lascio ostaggio mio figlio, ed io farò subito il denaro, che mi chiedete. Antonello — Corina, taglia le orecchie a sua Eccellenza, e mandale in vece di procura a sua moglie. Brunetti — Oh dura necessità! (scrive e consegna ad Antonello la lettera). Ecco la lettera. Che volete di piú? Ora sono spacciato, né altro mi rimane che vivere di accatto. O Antonello, tu sei buono; ma perché mi lasci la vita, quando tutto mi togli che la rende sopportabile? Antonello — E chi ti dice che io voglia lasciarti la vita? Ascoltami, Brunetti: Io son contento di questo giorno, ed anch'esso, spero, tramonterà contento di me. Nessuna passione mi acceca: dico che due e due fanno quattro, e l'animo mio resta tranquillo; ed ora dico del pari: Tu devi morire, e l'animo mio non sente un rimorso. Brunetti — Oh me infelice! E perché debbo morire? Antonello — Non interrompermi, prego. Io vorrei che nell'eternità Dio mi giudicasse al modo, ond'ora giudico te. A chi abusa dell'ingegno, frodando ed ingannando, i tribunali serbano il carcere. A chi abusa della forza, battendo ed uccidendo, i tribunali serbano la galera; ed a chi abusa del denaro qual pena si dà? Nessuna. Col tuo detestabile metallo tu hai corrotto il paese, mercanteggiato i santi affetti dei padri, speculato sulla miseria, seminato lo scandalo, renduto invidiabile il vizio, e rispettabile la forza. Oh! qual altro popolo è naturato al bene piú del calabrese? Ha ingegno e cuore, ma è corrivo al sangue, perché non trovando giustizia se la fa col suo moschetto; ma è ladro e brigante, perché alcuni prepotenti tuoi pari gli stanno in ogni paese col piede sul collo. Or tu hai abusato dell'oro, ed io te ne privo, come si priva dei denti il lupo, e del veleno la vipera. Brunetti — E voi mi avete tolto tutto: ottomila ducati sono la vita d'un uomo. Antonello — Ma ciò non basta, e tu devi morire. Innanzi però amo che tu ti penta, e ti do tempo un'ora per riconciliarti con la tua coscienza. Orsú! compagni, lasciamolo solo. Brunetti — (Lanciandosi verso Corina). Non mi lasciate. Non vi è ragione ch'io debba morire; o siete pazzi voi, o pazzo io. Morire! e che vi ho fatto? Morire! io non capisco perché debba morire. O Corina, pel ventre di tua madre, dimmi che tutto ciò sia un gioco. Volete piú danaro? Farò che il mio corpo diventi una massa di oro, e ve ne taglierò un brano ogni giorno. Ma non mi uccidete: v'impedisco di vivere io forse? Corina, difendimi: io mi abbraccio ai tuoi piedi, né mi muovo. Corina — Basta. Orsú, Antonello, perdonami; ma passami pel capo di farmi suo avvocato. Tu hai il tuo in Cosenza; perché impedire a Brunetti che abbia anche il suo nella Sila? Immaginiamo dunque che voi siate il presidente; Sbarra, con quel faccione di patibolo, il regio procuratore; e quei poltroni, che non sanno né leggere né scrivere, formino il collegio dei giudici: ed ecco come ragiono: “Signori L'uomo vuole nove mesi per nascere, ed è giusto che n'abbia altrettanti per morire. Ucciderlo cosí, alla cieca, e respingerlo dal mondo con l'atto, onde si allontana una mosca dal naso, è una solenne ingiustizia”. Brunetti — Ah! ho capito. È questo il secondo gioco, che intendete di fare. Prima quello del lupo e delle pecore; ora quel dell'avvocato e del cliente. Che bravi compositori di farse siete voi! E mi avete messo in corpo una maledetta paura! Oh lo sciocco che fui a non capire lo scherzo! Corina — “In questo mondo il bene sta accanto al male. Vi hanno animali innocui, ed animali nocivi: quali sono i necessarii? Io veggo che se tutti gli animali fossero stati lupi, al dí vegnente o sarebbero morti di fame, o divoratisi l'un l'altro; se al contrario, fossero stati agnelli, sariano vivuti tre secoli. Quali son dunque i necessarii? È evidente che sieno i lupi, perché lupi senza pecore non possono esistere, ma pecore senza lupi ben possono. La natura ha perciò creato i lupi come ultimo fine del suo operare; e poi ha creato le pecore come mezzo, onde far vivere i lupi. I lupi dunque, secondo il giudizio della madre natura, sono i migliori animali: noi crediamo altrimenti; ma chi s'inganna, noi o la natura? C'inganniamo noi: la pecora è un mezzo pel lupo, e il bene è un mezzo pel male. La ricchezza è un bene quando serve ad opprimere, l'ingegno è un bene quando serve ad ingannare. Or se non altro che ciò ha fatto il Brunetti, io lo dichiaro l'uomo piú ragionevole, che ha imitato l'unico modello, a cui dobbiamo comporre le nostre azioni, la madre natura. Brunetti — Che logica! Continua, caro Corina: questo gioco è migliore di quello che facevi con Don Peppe. Io mi sbellico dalle risa. Corina — “Il signor Brunetti è un grande scellerato”. Brunetti — Oh! questo non entra nella difesa. Corina — “Il signor Brunetti è il piú grande scellerato; ma punirete voi la tigre, perché sbrana, e la vipera, perché morde? Ognuno segue il proprio istinto, e Brunetti ha seguito il suo.”. Brunetti — La conclusione non sta male. Corina — “Il debole sarà preda del forte, l'ignorante del furbo, il povero del ricco: è legge universale. Brunetti l'ha obbedita; e se in ciò vedete colpa, recatela non a lui, ma alla condizione, in cui nacque. Fu oppressore, perché era forte; fu corruttore, perché era ricco. Ciò è vizio, o virtú? Non posso deciderlo: conosco solamente che al mondo vi hanno fatti e parole, che combattono insieme. I potenti ed i ricchi fan valere i fatti, i deboli ed i poveri oppongono ai fatti le sonanti e vane parole di vizio e di virtú. Ma fate che i deboli ed i poveri diventino ricchi e potenti, e tosto, cangiando linguaggio, da oppressi si muteranno in oppressori”. Antonello — La difesa è degna dell'avvocato e del cliente. Hai finito? Corina — Non ancora. “Finalmente questo nostro elevarci a giudici di Brunetti mi pare altamente ridicolo. E non siamo noi ladri, briganti ed omicidi? Le assurdità del mondo sono le forche, le carceri, i giudici, ed il carnefice. Dio solo può essere giudice; ma se tutti gli uomini sono scellerati, chi di loro può pretendere di giudicare la condotta dei suoi simili?”. Brunetti — Ah! bravo! il riso mi rompe le costole: siete le piú sollazzevoli persone, inarrivabili ad ordire giuochi e facezie. Ah! Ah! felici voi, che vi divertite cosí bene. Antonello — Sbarra, tu sei Procuratore del Re; che ne dici? Sbarra — Dico che il bene sta accanto al male, ma per combatterlo; che Brunetti avendo obbedito il suo istinto, è ragionevole che noi secondando il nostro, l'archibugiassimo a momenti. Brunetti — Che capi ameni che siete! Mi sollazzate tanto, che non penso piú al mio caso. Continuate, continuate. Antonello — Tocca a me: n'è vero? Brunetti — Senza dubbio. Antonello — Brunetti, conosci un tal Giuseppe, marito d'una tale Maria? Brunetti — No. Chi son costoro? Pure parmi di averli veduti... ma no! non li conosco. Antonello — (Chiamando tra le scene). Giuseppe. — Adesso lo riconoscerai, signor Brunetti. Sciagurato! stai in cappella, né ancora te n'avvedi. Non credi al giudice, or credi al carnefice.
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