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Franco Sacchetti
La battaglia delle belle donne di Firenze colle vecchie

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  • CANTARE SECONDO
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CANTARE SECONDO

 

 

                        1

 

Dal ciel discenda la verace manna

di quella pura Vergine Maria

che figlia fu di Giovacchino e d’Anna,

piú ch’altra donna graziosa e pia,

e sparga sopra me che chiamo osanna

per non morir nella fallace via,

ch’ogn’anima dolente sempre volge

al tristo porto nella eternal bolge.

 

2

 

E tu che reggi l’amorosa stella,

ch’e valorosi amanti sempre guida,

o penetrante Venus chiara e bella,

nelle cui chiome non dimora strida;

tu con merzé, tu con pietà se’ quella

che doni pace a chi di te si fida,

cosí ti priego degna e graziosa

che la tuo grazia non mi sia nascosa.

 

3

 

Venite, amanti, ch’io ritorno al prato

dove le donne sollazzar lasciai,

e movo per passar l’alto fossato

dove morí la vecchia con gran guai.

Risuona la foresta d’ogni lato

degli angelici canti dolci e gai:

Costanza bella nobile reina

si posa a guisa di stella divina.

 

4

 

Poi che Costanza tempo da tacere

vidde negli atti di gran valore

silenzio puose a tanto bel piacere,

e in piè drizzossi con ardito core,

dicendo: “Donne mie, sanza dolere

viver possiam, poi ch’ha voluto Amore

che la nostra biltà non sia turbata

da vecchia alcuna misera ed ingrata.

 

5

 

Le vecchie son crudeli e invidiose,

le vecchie son nimiche d’ogni bene,

verso gli amanti sempre dispettose,

e sempre apparecchiate a veder pene,

arabiche superbe e maliziose,

avare cieche e fuor d’ogn’altra spene,

vadan le vecchie a’ frati col malanno,

da poi ch’amorfede al cor non hanno.

 

6

 

Lascino star la nostra giovinezza,

la nostra gran biltà e ’l nostro amore;

noi diamo al mondo pace e allegrezza,

somma felicità che mai non more;

ogni valore e ogni gentilezza

per noi si vede sempre in alto core,

ed ogni vizio da noi si ribella

seguendo d’onestà Diana stella.

 

7

 

care donne, alquanto rimirate

che vale il mondo sanza nostro lume,

e poi a queste vecchie imaginate

quanto son fuor d’ogn’alto e bel costume;

però vi priego che sian discacciate

dal nostro prato e dal nostro villume,

che lor legge fra noi non si mischi

che male sta il falcon fra’ badalischi.

 

8

 

E come donna Ogliente concia sia

quale entrerà nel nostro bel giardino,

che punite della lor follia

veder si possan tutte a gran ruino;

se ciò non basta, dico in fede mia,

che subito si cerchi ogni cammino,

e dove alcuna vecchia ritroviamo

sanza piatà sia morta a mano a mano.

 

9

 

Vadan con Esicon e Proserpina

facendo pefossati amara festa,

e chiamin Nuccia, Matta, e la Gemmina

Cianghella dispiacente, e la gran gesta,

la sempre schizzinosa, e la Dondina

Puccia barbuta con canuta testa,

e lascin noi con Venus nostro duce

che a morte né a vecchiezza non c’induce.”

 

10

 

Costanza dato fine al suo sermone,

tutte le donne con pace e dolcezza

gridando muoia la cruda Esicone,

e viva Venus con felice altezza;

intanto quella del bel gonfalone

in piè drizzossi piena di bellezza

come a Costanza piacque di seguire

a rassegnar le donne da gradire.

 

11

 

E Madalena prima fu chiamata

come piú degna in questo primo canto,

la qual rispose d’alto amor guidata:

Reina nostra, prezioso ammanto,

ecco colei che sempre fia beata

donando a queste vecchie mortal pianto;

perch’i’ho tanti vizi al mondo spenti

quant’ha nel cielo stelle rilucenti.

 

12

 

In verde selva Amor m’ha fatta Dea,

come ben vedi, donna, se ragguardi

qual è quell’arco che mai non ristea

di saettar li dolci e vaghi dardi,

altro che l’arco mio ch’ogni ben crea?

Negli alti petti che non son codardi,

che mai per mia virtú non fia disfatta,

formata fui della Guascona schiatta.”

 

13

 

Il seno e ’l grembo avea pien di vivole

per far ghirlande nel mezzo de’ fiori

una che sola par figlia del sole

di raggi adorna con tanti valori,

Agnola bella che già mai non duole

per tempo che secondi o per errori

che ’l mondo muova, ma come smeraldo

suo lucido splendor tien sempre saldo.

 

14

 

In che punto del cielo o ’n che pianeto

congiunse amore a generar costei

quando ne’ Tornaquinci tanto lieto

entrò per tor biltà agli altri Dei?

O gentil donna, o animo discreto,

omai ben veggio che tu se’ colei

Agnola bella sol da Dio formata,

il qual per nostra pace t’ha mandata.

 

15

 

Tal come la diman la bella aurora

caccia la notte tenebrosa e scura,

cosí giugnendo la vezzosa Dora

viltà sommerge e caccia ogni paura;

qual misero colui non s’innamora

mirando suo biltà felice e pura,

e gli atti gloriosi leggiadri,

ch’a tor l’anima altrui son dolci ladri.

 

16

 

O bella Dora codorati crini,

cogli occhi vaghi e colla dolce bocca,

coi denti ritondelli e minutini,

che sola la tua man gentil gli tocca;

ognor convien che tua biltà raffini

nel vago lume che dal ciel ti fiocca;

de’ Boscoli discese questa ninfa

nel verde bosco piú bella che ninfa.

 

17

 

Inghirlandando il suo bel capo biondo,

Antonia bella si sentí chiamare:

Antonia, Antonia col viso giocondo

vien oltre innanzi, e piú non dimorare

ch’omai la tua biltà qui non nascondo,

che non è cosa da poter celare,

ch’Amor di tanti raggi ti fiammeggia,

che ’l cieco veder fai che ti vagheggia.

 

18

 

Tu se’ de Bardi degna d’alta fama,

bella leggiadra saggia e graziosa,

non dove Troiol pose la sua brama,

beltà si vede quanta in te riposa:

tu frutto d’ogni ben, tu verde rama,

tu donnesca colonna valorosa,

tu le Sibille avanzi di sapere,

come chi ben ti mira può vedere.


 

19

 

Una donna gentil soave e piana

giugne cantando: “Io son Bartolomea,

che vegno dalle selve di Diana

per imparar onor da cotal Dea;

la valorosa mia biltà sovrana

concede sempre che tra voi mi stea

per mantenere altezza e grande onore

e per privar le vecchie con dolore.”

 

20

 

O Baroncelli, o casa degna e alta,

ben ti dee gloriar di bel frutto,

che questa donna ogni valor esalta

spegnendo dove truova amaro lutto;

fino alle stelle la suo fama salta,

che quasi ogni biltà si vede in tutto:

tanto valor del cielo in lei discende

e tanta gentilezza gli risplende.

 

21

 

Diana colle chiome penetranti

giugne, mostrando sé ne’ besereni;

specchiansi gli amorosi viandanti

ne’ raggi suoi perché a virtú gli meni:

o vaga donna, pace degli amanti,

che sempre vizio e crudeltà raffreni,

tu se’ un lume di tanta chiarezza

che non si può stimar tuo grand’altezza.

 

22

 

Cosí bella fortezza da’ Belforti

edificata fu per divinarte,

cogli atti dilettosi tanto accorti

che le fortarmi torrebbono a Marte,

se rimirasse per le belle porti

che ’nfiamman quei che da virtú si parte,

presta giugne per cacciar martiri

che prima ha preso altrui ch’altrui la miri.

 

23

 

Per aggradir la valorosa schiera

dal ciel discende una giovine donna

appresso a quella triunfal bandiera

ch’oggi nel mondo si può dir colonna,

e giugne con amor di virtú vera

tutta coperta di celeste gonna,

quest’è Filippa tanto graziosa

che al mondo non fu mai bella cosa.

 

24

 

Quella catena bianca incatenata

Che ’l corpo lega azzurro oltramarino

diede nel mondo la donna beata,

la qual risplende sopra ogni rubino,

Filippa bella degli Alberti nata,

piú alta di valor che Serafino,

piú vaga che Ginevra o che Cassandra,

ed è carnal sirocchia d’Alessandra.

 

25

 

- “Or credi tu non mai sentir d’amore” -

Tommasa dolcemente vien cantando;

tal che le donne a vago romore

per maraviglia tutte riguardando

a lei si volson faccendole onore,

e di sue gran bellezze ragionando,

del vago aspetto e della gentilezza,

che sempre ride per piacevolezza.

 

26

 

De’ Giuochi scese questa, e non par giuoco

di quei che salgon l’amorose scale,

il forte scudo contro gli val poco

ch’ogni durezza passa col suo strale;

o dilettosa fiamma, o dolce foco,

di cui verace fama batte l’ale,

se valore o virtú non fosse al mondo

tu ’l rifaresti piú che mai giocondo.

 

27

 

Volgete, amanti, gli occhi a questa diva,

che lampeggiando vien per la campagna,

Giovanna il cui valore sempre viva,

come stella nel ciel sanza magagna,

chi vuol suo porto con virtute arriva

per tempo, né per morte non si lagna,

tanta dolcezza sente dentro al petto

ch’ogni crudel martiro gli è diletto.


 

28

 

Scese de’ Cavalcanti tanto lume,

che ’l mondo non potea sanz’esso fare;

o alta Dea, o fior d’ogni costume,

tu che le fiere e li pesci del mare,

l’aquile grandi con l’oscure piume,

e freddi marmi stanno a rimirare

per maraviglia tua virtú gradita,

donde mi par che traggan dolce vita.

 

29

 

Chi non rimirerà questa vezzosa

ch’al mondo felice provvidenza?

Or rimirate s’ell’è graziosa,

o s’ell’è degna di gran reverenza,

questa che giugne tanto dilettosa,

adorna di leggiadra conoscenza,

mirate dunque, amanti, il vostro lume,

ch’ell’è la Nera fuor d’ogni costume.

 

30

 

Qual de’ Mazzetti per chiara scintilla

discese sopra noi coraggi ardenti,

certo piú bella Filis o Cammilla

non furon di costei, che si rammenti:

che quando gli occhi volge sfavilla

un fuoco, che portato fra tre venti,

carità, fede e speranza

nel cuor di chi la mira per sua manza.

 

31

 

Come leggiadra donna innamorata

del buon amor ch’ogni virtú disía,

Lorenza leggiadretta e costumata,

dicendo:  “Vieni all’alta compagnia,

Cupído mio Signor m’ha qui mandata

bella perché onor fatto mi sia,

e per distruggimento d’Esicone,

vecchia crudel di mala condizione.”

 

32

 

Le pere d’oro nel celeste campo

nobile schiatta valorosa e grande

fermaron bel segno in quello stampo,

che chiara ninfa con pulite bande,

questa d’ogni virtú si vede scampo

come lucido sol che raggi spande,

questo bel frutto, lume d’alto fiore,

rende per l’universo sommo odore.

 

33

 

Chi è costei che vien con l’alta chioma?

chi è costei che giugne leggiadra?

Quest’è colei che tanti vizi doma

per la virtú dell’amorosa squadra;

Nonnina bella fra l’altre si noma

Che ’l ciel rapisce con la luce ladra,

nella qual luce chi ben mira vede

la nobile virtú che dentro sede.

 

34

 

Non affatichi la callosa mano

l’antico fabro del focoso Marte,

io dico del sollecito Vulcano

che dardi e freccia fabbrica per arte,

però ch’ogni suo ferro è dolce e vano

presso a que’ di costei ch’e cuor diparte,

con gran virtú pena e dollere

e Lischi dieron tanto bel piacere.

 

35

 

Mentre che penetrato dal disío

gli occhi posava donde gli occhi presi,

non viso uman ma di celeste Iddio

mirando vidi allor, se ben compresi;

e Caterina subito ferío

coll’alta boce che mi fe’ palesi

li raggi e il nome di colei che raggia,

chiamando Tora gentilesca e saggia.

 

36

 

Non so se Febo partorí costei

quando da Giove fu mostrato al giorno,

perché non credo che mondani omei

potesson far d’oscuro tanto giorno;

o giovinetta vaga delli Dei,

tu perché giorno mai non perdi giorno,

de’ Brunelleschi se’ e tu lor fai,

però che sanza te non furon mai.


 

37

 

Ecco seguendo quattro Margherite,

ch’adornan di chiarezza tutto ’l mondo,

tal che ne duole Stigia e piange Dite

veggendo abbandonar l’amaro pondo;

in oriente l’una fa reddite

e l’altra l’occidente fa giocondo,

la terza in tramontana, e poi la quarta

dal mezzogiorno Amor non vuol che parta.

 

38

 

La prima Margherita orientale

come si fece avanti alla reina

cavò del suo turcasso un bello strale

tutto sanguigno per usar rapina,

e disse:  “Donna, questo è quello al quale

riparo alcun non è né medicina,

quest’è del sangue degli amanti carco

per forza di virtú ch’usal mio arco.”

 

39

 

L’oscura luna nel raggiante sole

che portano i Covon per loro insegna

formò quest’alta donna che non dole

per gran valor che vizio sempre sdegna;

certo la suo biltà non è da fole,

e ciò comprende chi nel cuor l’assegna

imaginando quanto gli occhi gira,

che par che s’apra il cielo e fugga ogn’ira.

 

40

 

Dell’occidente l’altra Margherita

seguito l’ombra della prima petra,

e quando giunse parve vita a vita

si raccozzasse e vel dich’io m’impetra;

o nobil donna di virtú gradita,

il cui valor per tempo non s’arretra,

o vago lume, nella qual pupilla

la deità d’amor sempre sfavilla.

 

41

 

Qual petto stimerà la gran bellezza

di questa donna, donna veramente;

non sofficente a renderne chiarezza

sarebbe ’l mondo di suo convenente,

però ch’ell’è di tanto grande altezza

che Giove solo a ciò saria possente;

quest’è la giovinetta da Paterno

che ’l posto toglie a Pluto dal ninferno.

 

 

 

42

 

Al mezzogiorno Margherita terza

edificata fu per lo gran mastro,

che quando Febo con ardente ferza

percuote chioma d’oro in alabastro,

sicché per forza lo splendor rinterza

cerchiando sé di rilucente nastro;

turbo sarebbe cosí gran chiarore

appresso quel che spande questo fiore.

 

43

 

Chi mi domanda: O dolce peregrino,

che se’ presente a tanto bel diletto,

chi è costei che nel vago giardino

di gran lume mostra chiaro effetto?

Dico che l’alto creator divino

le diè valor lucido e perfetto

che par formata sol per le sue mani,

benché chiamata sia de’ Gavacciani.

 

44

 

La quarta nella vaga tramontana

la superbia raffrena d’aquilone:

questa domanda a Eulo che Diana

sia riverita per ogni cagione,

e quivi giugne leggiadretta e piana,

ch’assembra la bellisima Alcione,

Giuno pregando con piaceri adorni

per Ceix suo marito che ritorni.

 

45

 

Cosí pregando questa l’altre priega

ed a pregar Costanza lei conforta

dicendo: “Donne, io sento che la lega

s’ordina fra le vecchie per la morta

Ogliente invidiosa mala strega;

ciascuna dunque debba stare a pruova;

io forte petra son de’ Frescobaldi

ch’a ciò gli stocchi miei saranno saldi.”

 

46

 

Per allegrezza gran romor si sveglia

fra queste donne, e ciascheduna grida

a male e morte d’ogni falsa veglia

chiamando Venus con soavi strida;

il cielo ogni virtú par che diveglia

dall’alte stelle e quivi par che rida;

tanto valor mostrarono a quel punto

ch’i’ dissi ciò che può esser qui congiunto.

 

47

 

Non vuol Costanza che romor si faccia

in fin che la rassegna non ha fine

e Caterina in seguitar s’avaccia,

chiamò Filippa fra l’altre divine,

dicendo: “Bella donna, in questa traccia

per tuo virtú morranno assai tapine,

certo sarà per te nostra vittoria,

tanto se’ piena di perfetta gloria.”

 

48

 

Filippa leggiadretta ed amorosa,

Filippa saggia gentilesca e bella,

al mondo non fu mai bella cosa

quanto costei, che sempre rinnovella;

gli Strozzi portan fama valorosa

per questa chiara e rilucente stella,

la quale ha fatto in terra nuovo cielo

siccome degna d’abitare in cielo.

 

49

 

Una vezzosa e vaga Colombina

dal ciel si move con benigno foco,

Giove s’allegra e piagne Proserpina

veggendo questa donna in cotal loco;

ella sé trasse avanti alla reina,

la qual cosí le disse e non per gioco:

“Tu se’ la mia speranza, o leggiadretta,

beato chi riceve tuo saetta.”

 

50

 

Diedon Baldovinetti cotal donna

nell’universo per accender pace,

di calamita pare una colonna

ch’a sé commuova ogni piacer verace;

ognor la cuopre el sol dell’alta gonna

di che si veste lui come gli piace;

che vestita se’ de’ raggi suoi,

dir non saprei qual piú risplenda poi.

 

51

 

Quale il pavon per la riviera verde

vagando suo biltà si volge e grida,

che s’adorna e tutto si rinverde

facendo per letizia dolci strida,

cosí vien Caterina che non perde

il suo valor per tempo che ’l divida,

vincendo ogn’ira co’ suoi occhi belli

quando si volge all’ombra de’ capelli.

 

52

 

Come d’alto valore alta chiarezza

spirar si vede in angelica forma,

cosí degli Ammannati tal bellezza

discese, che nimica par che dorma:

deh! chi porria narrar la gentilezza

che nel suo petto per virtú s’informa?

Esser può ben la sua virtú stimata

ma sol dal creator che l’ha formata.

 

53

 

Appresso segue un’altra donna ancora

col nome di costei ch’è qui davanti,

leggiadra Caterina che rincora

qual fiso mira i suoi dolci sembianti;

un occhio porta che ciascuno accora

e fa con umiltà rider gli amanti;

questa m’assembra d’ogni virtú dea

per gran valor che dentro a lei si crea.

 

54

 

Vedila gir nimica di paura

snella soave benigna e accorta,

Giotto che vide piú nella pintura

non avea suo biltà veduta scorta,

perché vaga la formò natura

che sol natura in sé tal fregio porta;

dal ciel discese questa cosí bella

tra noi chiamata di Malagonnella.


 

55

 

Checca vezzosa, giovinetta pia,

porta fra l’altre di bellezza nome;

non può sapere alcun che biltà sia

se prima non rimira questo pome;

e come tramontana caccia via

davanti al ciel le nubolose chiome,

tal discacciò costei, com’ella nacque,

vizio dal mondo, tanto a virtú piacque.

 

56

 

Volle col suo valor ne’ Portinari

donasse vera fama in sempiterno,

la qual risuona sopra gli alti mari

in cielo in aire in terra e in inferno;

costei che fa magnanimi gli avari

eternalmente la formò l’eterno

per far con umiltà vincer superba

e per sommerger ogni vita acerba.

 

57

 

Miri chi d’Eva la bellezza scorse,

di Cleopatra e di Pantasilea,

miri quel forte Achille che si torse

per Pulissena, e ferir non volea:

miri quel Nesso ch’alla morte corse

per Degianira piú bella che Dea,

mirin se mai biltà fu pari a questa

d’un’Adola ch’è giunta alla gran festa.

 

58

 

Titan veduto fu con tosta riga

muover correndo gli veloci carri

quando nacque costei che ’l mondo riga,

e a vedere l’andò sugli alti carri;

di lei s’innamorò prendendo riga

ad essa volontà muovere i carri,

Corbizzi si diè cotale altezza,

che tanto piacque alla divina altezza.

 

59

 

Chi l’Adovarda guarda dov’arde

il gran valor che suo biltà dimostra,

tosto dispregia l’opere codarde

uscendo fuor della mondana chiostra,

e di tanta virtú nel cor riarde

che spande el nome suo da borea all’ostra;

Amor vaga l’ha dal ciel dotata

esser mostrando in equator formata.

 

60

 

Bisdomini, duo volte gran signori,

poiché si vede in voi tal signoria,

Amor che può ferir negli alti cori

non può, se da costei non ha balía,

perch’ella è degna di tutti gli onori

in acquistar di gloria leggiadria;

Diana ne può far testimonianza

che sempre seco ha fatto dimoranza.

 

61

 

Intanto che piú stanno di sicuro

le vaghe donne con diletto e gioco,

ed ecco giugner con visaggio scuro

una vecchia crudel di senno poco,

e come falso e dispietato furo

sovr’una mula giunse in questo loco,

accompagnata d’altre sette streghe

cogli occhi rossi e visi fatti a pieghe.

 

62

 

Tutte le belle donne stupefatte

tosto gridando: “Alla morte, alla morte!”

Costanza le chiamò soavi e ratte

dicendo: “Non uscite dalle porte.”

E tutte in sulla porta si son fatte

per sentir le novelle che son porte,

e quella vecchia con un grande strido

a gridar cominciò: “Io vi disfido.”

 

63

 

E prese una stracciata e unta cuffia

insanguinata ch’era sopra un pruno,

e disse: “Questo vi manda Matuffia,

che sono io dessa d’anni cenventuno,

da parte della gran vecchia paruffia,

in segno di battaglia e in remuno,

però che Ogliente vogliam vendicare

con vostra pena sanza dimorare.”


 

64

 

Com’ebbe diffinita l’ambasciata

incominciò la mula a punzecchiare,

e dipartissi quella digrignata

con l’altre sette di noioso affare;

Costanza in quella piú che mai beata

incominciò colle donne a cantare,

e tutti gli stormenti fe’ romire

ballare e sollazzar con gran desíre.

 

 

 

65

 

Fatto silenzio alli stormenti vaghi

incominciò parlando: “Donne mie,

ciascheduna di voi nel cuor s’appaghi

ch’egli è venuto quel beato die

il qual ci ha fatto segno delle piaghe

che porgeremo a quelle vecchie rie;

adunque omai s’attenda a provar l’armi,

che tempo non si perda, e questo parmi.”

 

66

 

Io lascerò le donne in tanta festa

e ’n tal disío che dir non si potrebbe;

ciascuna corre dentro alla foresta

l’armi trovando, ch’a cercar non s’ebbe;

chi spicca l’elmo e chi la sopravvesta,

qual di grillanda suo cimier ricrebbe;

cosí mi parto, e mai da lor non parto

seguendo il terzo canto e poscial quarto.

 

 




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