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Franco Sacchetti
La battaglia delle belle donne di Firenze colle vecchie

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  • CANTARE QUARTO
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CANTARE QUARTO

 

 

1

 

Madre reina, madre di quel re

che costrigne le stelle a patir legge

di quel gran lume che lume ci diè,

cui tu creasti fra l’umane gregge,

grazia mi presta per tua santa

e per amor di quel che tutto regge,

ch’alfin di questo poco che m’è troppo

snodar m’aiuti il contemplato groppo.

 

2

 

O Venus, Venus, né tu m’abbandona,

però che sanza te durare affanno

van mi parria di ciò che si ragiona,

d’amor benigno di gloria e di danno;

adunque, terza luce, tu m’introna

de’ canti vaghi che ne’ cuor si danno

apparecchiati al ben sanza malizia,

che risuonin poi con gran letizia.

 

3

 

Move Costanza dalla sua foresta

e va cercando le vecchie crudeli

colle sue belle donne, e mai non resta

per monti boschi piagge, a caldi o geli,

infin che truova quella falsa gesta,

ch’amor per tempo non vuol che si celi

agli occhi vaghi di fatto lume,

però che ’l buon distrugge il rio costume.

 

4

 

Al suon de’ corni e al mugghievol sido

Costanza per virtú di suo grandezza

di botto sente dove sta lo strido

di tanta grave oscura e ria gramezza,

e dritta sulle staffe misse un grido,

che l’inferno crudel sentí dolcezza,

e volsesi alle donne e agli amanti

dicendo: “Fate i vostri cuor diamanti.”

 

5

 

Sotto la ’nsegna del dorato pome

si fece avanti il valoroso duca,

e fe’ sonar la tromba in segno come

chiamar battaglia, dove si conduca.

Intanto giunson le cattive some

de’ vili amanti sanza amor che luca,

ciò fûr bigliocchi portatori e fanti

col Ciuffa capitan che giunse avanti.

 

6

 

Il savio duca e principe amoroso

veggendo contro a sé tanta vil gente

abbassa l’aste e ’l caval poderoso

ferí spronando molto francamente,

e come amante piú che valoroso

il Ciuffa giunse con ferro pungente,

il qual gli mise per lo grave petto

e morto l’abbatté dell’asinetto.

 

7

 

Mosso da virtuoso e alto sdegno

il duca cogli amanti poi trascorse

tra quella gente sanza alcuno ingegno,

la qual fuggendo subito si torse;

allor gli amanti seguendo lor segno

molti n’uccison nelle gravi corse.

Costanza bella che questo mirava

il duca cogli amanti gloriava.

 

8

 

Ride Costanza e alle donne dice:

“Certo le vecchie mal fanno vendetta;

parmi ch’e loro amanti alle pendice

vadan caggendo in sulla fresca erbetta.”

Alessandra chiamò in quella vice,

e disse: “Figlia, che sia benedetta

percuoti con tuo gente e fa’ che sia

oggi palese la tua gagliardia.”

 

9

 

Non ebbe appena inteso la parola

che per desío d’amor tosto si mosse,

e diventò qual vermiglia vivola

parendole millanni ch’a ciò fosse;

cosí guardando vidde Nuccia sola

fermata in mezzo delle genti grosse;

broccò il destrieri e con l’asta abbassata

a ritrovar l’andò fralla brigata.

 

10

 

Nuccia veggendo Alessandra venire

di dietro all’altre si trovò di botto,

sicché a Alessandra convenne ferire

a una vecchia d’anni novantotto,

la qual chiamata fu donna Garrire,

e a costei percosse cotal botto

caggendo morta, e non valse il tagliere

che ’n man portava per un broccoliere.

 

11

 

Or quivi cominciò la bella zuffa

tra quelle quattro schiere principali;

di pentole e vassoi una baruffa

vediesi per lo ciel volar senz’ali;

ed era già la gente del gran Ciuffa

tutta sommersa per li colpi tali,

e già le vecchie tutte scapigliate

corrien pel campo a guisa d’arrabbiate.

 

12

 

Era Alessandra in questo mezzo chiusa

e guarda pur se Nuccia può vedere,

e fitto avea ’l destrier fino alla musa

nel sangue di cotanto vil podere;

i cercini le stanghe marre e fusa

le pentole i paiol di quelle fiere

avieno il campo tutto asserragliato

e del lor puzzo tutto infastidiato.

 

13

 

Poiché Alessandra al cui veder niente

si chiude per virtú che in lei dimora,

la Nuccia scorse misera e dolente

che non calava di minacce ancora,

ferí sovra di lei francamente

che Giove d’allegrezza si rincora,

e giú del toro morto l’abbatteo,

poi a ben cento simil gioco feo.

 

14

 

L’altre compagne non si stanno oziose,

ma ben dimostra sua virtú ciascuna,

intanto che di quelle dolorose

poche n’eran campate ovver nessuna;

la Ghisola che vede queste cose

a Dogliamante comandò, che l’una

delle sue quattro schiere governava,

ch’allo stormo si metta, e ciò la grava.

 

15

 

Alzò la fronte e del ciel si rammarca

Ghisola che si vede a tal partito,

e dice a Giove: "Tua ragion travarca

in fare altrui gran torto ed hai fallito.

Deh! chi sarà colui che mai ti parca

poi ch’a distrugger noi se’ stato ardito,

donando a cui non dei benigna vita,

ma la tua ingiuria forse fia pulita."

 

16

 

L’alta Costanza, donna serenissima,

dall’altra parte vide sanza dubito,

che tutta la sua gente potentissima

vinto vincendo vinceranno subito;

volsesi adunque alla virtú pienissima

alzando le suo braccia e tutto il gubito,

gridò chiamando quest’alta memoria

merzé, signor, poiché ci dài vittoria.

 

17

 

E poi comanda, preso maggior core,

che gli stormenti faccian gran litizia,

e che ciascuna donna di valore

tosto la segua per donar trestizia

a chi nel mondo porge grave errore

brighe crudeli e ogn’aspra malizia,

gridando: “L’arme d’allegrezza sia!”

tutte si mosson con gran vigoria.

 

18

 

È Dogliamante venuta in sul campo

che di combatter la parea già tempo,

e alla schiera sua fenne far campo

senza ordine misura o fermo tempo,

e veniesi avvolgendo per lo campo

con uno spazzatoio di molto tempo

correndo con quell’arme verso Elèna

quest’amante crudel di fuoco piena.


19

 

Elena ciò veggendo tosto rise,

dicendo fra suo cuor: “Ecco diletto!”

e colla spada il capo le divise

e morta cadde sull’erboso letto.

Elena bella per gran cuor si mise

di tor la vita a Ghisola del petto,

correndo per lo mezzo di suo schiera

trovò per forza la crudel bandiera.

 

20

 

Trovato ch’ebbe l’infernale insegna

Ghisola vidde con la spada in mano,

e a fedir l’andò con mente pregna

d’alto valor d’ogni viltà lontano.

Ghisola ciò veggendo forte sdegna

e cominciò gridando un urlo strano

che fece tutto il mondo impaurire

e tutta l’aria e la terra putire.

 

21

 

Il puzzo fu duro crudo e forte

ch’uscí di quel canal disabitato

che questa Lena a cui vezzose sorte

e leggiadrie gentili erano a lato,

costumi vaghi di celeste corte

e nimicizia d’ogni rio peccato:

sentendo il suo contrario con gran pena

a gridar cominciò: “Or muori, Elèna.”

 

22

 

Ma prima disse: “Io non verrò già meno

ch’io non mi sazi del sangue doglioso."

Punse il destrieri e allentogli il freno

e prese il brando tutto sanguinoso,

faccendo delle vecchie aspro rimeno,

ch’a mille o a piú donò mortal riposo;

ma poi essendo per lo puzzo afflitta

chiamò Costanza sua sorella e Itta.

 

23

 

Gridando: “Donne mie, Elena vostra

non può durare in vita piú con voi.”

E sola in mezzo della crudel chiostra

dice piangendo e convien pur che muoi.

Costanza parla: “Dov’è Elena nostra

ch’io non la veggio...;” e riguardando poi

nel mezzo vide il suo vago cimiere

appunto a’ piè delle crudei bandiere.

 

24

 

Dice Costanza: “Elena sia soccorsa.”

E ad un tratto mosse il grande stuolo,

ma troppo tardi fu la brieve corsa

però ch’al cuor sentiva il mortal duolo;

molte n’uccison in quella trascorsa

di quelle vecchie nel veloce volo

Costanza e Telda e Itta per atare

Elena che si muor per ben provare.

 

25

 

E quando furon tutte a piè di lei

fuor la cavaron di quell’aspro loco,

pregando Giove e tutti gli altri Dei

ch’aiutin Lena trar di cotal loco.

Smontò Costanza del destriero a’ piei,

in braccio la portò lontano un poco,

sicché dal campo la ritrasse alquanto

in un bel prato sovr’un ricco ammanto.

 

26

 

Fuor che Costanza Telda e Itta bella

l’alte rimason tutte combattendo,

e queste disarmaron quella stella,

a chi di testa il bell’elmo traendo

vidon che morta non era ancor quella,

ma gli occhi aperse quasi sorridendo

verso Costanza, e con un gran sospiro

l’alma produsse al ciel sanza martiro.

 

27

 

Cosí morí chi piú d’altra gentile

mentre che visse si poté dar vanto,

benigna saggia cortese e umile

vezzosa leggiadretta e bella tanto,

sempre nimica d’ogni cosa vile

piú ch’altra donna in virtuoso manto,

onesta piena di perfetta gloria,

piatosa donna sanza vanagloria.

 

28

 

Piange Costanza la perduta Elèna

spesso baciando suo candido viso,

e dice: “Donna, d’ogni virtú piena

come farò che sento il cor diviso?

Morir conviemmi teco in grave pena

che tutto ’l mio valor sento conquiso.”

Cosí piangendo cadde tramortita,

chiamando: “Elena mia, dove se’ gita!”

 

29

 

Itta si duole e Telda fortemente

con grave pianto del perduto bene,

ciascuna dice: “Lassa me dolente!

morir con teco, Lena, mi conviene,

ma prima che la morte ci abbia spente

tutte le vecchie sofferranno pene!”

Sovra quel corpo ciascuna giurando

metterne mille al taglio di suo brando.

 

30

 

Cresce lo stormo e la zuffa s’accende

con gravi strida e con urli mortali;

quivi ciascuna vecchia si difende

preso rigoglio de’ commessi mali,

Ghisola d’allegrezza il cuore apprende,

dicendo all’altre: “Ciascuna si cali

donando pena a quella grave sorta

che la piú pro’ di loro è suta morta.”

 

31

 

Itta pigliò Costanza per lo braccio

che sovra ’l corpo piangendo giacea,

dicendo: “Donna mia soccorri avaccio

le nostre donne dalla morte rea!”

Costanza si levò qual freddo ghiaccio

ch’appena per dolor si sostenea,

volgendo gli occhi al cielo, e quel compianse,

che l’alto Giove per piatà ne pianse.

 

32

 

Poi dice a Telda, che con molti fiori

quel corpo celi che fia coverto,

la quale andò scegliendo i sommi odori,

dove nel prato alcun ne vede aperto,

e cosí la coperse e ’n piú colori

perché non fosse agli occhi l’occhio certo;

e poi montata sovra un gran destriere

segue Costanza, e Itta le bandiere.

 

33

 

E poi ch’a quello istormo furon giunte

Costanza con gran pianto all’altre dice:

Volgete, donne, le taglienti punte

per far vendetta del corpo felice,

e fate che le vecchie sian difunte,

che s’elle son disperse, il cor mi dice,

Venus pregando e l’alto Giove poi

Elena viva tornerà con noi.”

 

34

 

Crebbe la forza per tal diceria

nel cor di queste donne doppiamente,

ciascuna per provar sua gagliardia

move col ferro in mano arditamente;

Diana Dora e Filippa s’invia,

Felice Tora e Agnola piacente,

Margherita Lorenza e Caterina,

Adola Nera Giovanna e Nonnina,

 

35

 

Francesca bella e poi Bartolomea,

Colombina Tommasa e Maddalena,

Giovanna, Antonia in cui virtú si crea,

ciascuna corre sanza prender lena;

incominciò Costanza la mislea

con una lancia e a ferir non pena,

e per amor della dolce sirocchia

uccise Matta, Grigna e la Pannocchia.

 

36

 

Ben par Costanza un affamato drago

tra quelle vecchie, tante ne conquide,

le quai vanno caggendo per lo brago

con gran dolor con pianto e con istride,

dumila e piú ne misse in tristo lago

questa reina e tutte le conquide,

perché d’Elèna non si può dar pace,

cercando pur di Ghisola rapace.

 

37

 

Or chi vorria contar quanto valore

ciascuna donna in quel punto mostrava,

ch’a tante dieron l’ultimo dolore

quanta nell’ocean rena si lava.

Il duca valoroso feritore

cogli amorosi amanti non si stava,

ma combattendo dalla costa giva

e fatto avea de’ morti lunga riva.

 

38

 

Duo parti delle vecchie son per terra

svenate sbudellate e smozzicate,

e della terza, se ’l mio dir non erra,

eran piú che le mezze inaverate;

sicché mal posson seguitar la guerra

quelle dolenti streghe sventurate;

Ghisola dentro d’ira si consuma

faccendo al ceffo velenosa schiuma.

 

39

 

Itta benigna Costanza seguendo

di suo prodezze fa gran maraviglia

disamorati e vecchie percotendo,

che fan la terra diventar vermiglia;

l’insegna poi di Ghisola veggendo

irata corse e subito la piglia

col manco braccio e con l’altro divise

quella che la tenea, che l’uccise.

 

40

 

La bella Telda che tante n’ha morte

quante nel ciel si veggon chiare stelle

Ghisola vide; allor correndo forte

la lancia le ficcò per le mascelle;

quella gridando con parole scorte

vendetta chiese all’eruine felle,

e un crudo stridor forte mise

che Telda quasi da vita divise.

 

41

 

Costanza vede Telda stupefatta

per lo stridor di quella vecchia cruda,

irata corse molto presta e ratta

con una spada valorosa e gnuda,

e per ferir la Ghisola si è tratta

in parte che ’l valor vuol che si chiuda,

dicendo: “Vecchia, vecchia, maladetta,

la vita ti convien lasciare in fretta.”


 

42

 

E con quella parola un colpo mena

del forte brando sanguinoso e molle,

la testa le partí con grave pena

e morta cadde la Ghisola folle.

Vendetta fece Costanza d’Elèna

qual nell’animo suo dispose e volle;

al ciel volgendo gli occhi dilettosi

sospiri porge vaghi ed amorosi.

 

43

 

Tutte le belle donne fanno pruova

per consumare a tutto quelle fiere,

intanto che la fine amara piova

che vecchie non si possa piú vedere;

e cosí mentre ch’alle donne giova

di far contento lor sommo volere,

quelle seguendo uccison di presente

fin che le spade menan vanamente.

 

44

 

Non truovan piú le spade che ferire

ed è la terra piena di carogne;

quivi molti moscon si fan sentire

nibbi cornacchie corbi e gran cicogne;

chi con budella fugge a non mentire,

chi li lor membri portan per le fogne;

i teschi e l’ossa e lupi divoraro,

le mosche il sangue tutto consumaro.

 

45

 

Non compié di passare un’ora intera

che di que’ corpi nulla se ne scorse,

e cosí capitò la prava schiera

per la superbia che in lor mente corse;

invidia e avarizia vuol che pera

chi strigner si lasciò nelle lor morse,

siccome queste di vizio profondo,

le qua’ Costanza discacciò del mondo.

 

46

 

Rimase con vettoria chi dovea,

ciò fur le ninfe di sommo valore;

grand’allegrezza fra lor si facea

in una parte, in altra gran dolore,

perché ciascuna sola si vedea

di quella bella Elèna di gran core,

per cui si piagne e poi dall’altra parte

della vittoria si ringrazia Marte.

 

47

 

Fece Costanza far comandamento

ch’ogni suo donna debba far gran festa,

e che sonar si deggia ogni stormento

sanza piú doglia e sanza piú tempesta;

onde ciascuno tal proponimento

sognando d’allegrezza si fe’ presta.

Le donne traggon gli elmi agli amadori

donando lor ghirlande di befiori.

 

48

 

Chi canta chi s’abbraccia e chi pur suona

e chi si lava il volto alla fontana,

chi dolce bacio alla compagnia dona

e chi per bigordar fa la chintana,

chi l’una verso l’altra corre e sprona

per allegrezza sovra la fiumana,

chi giuoca con la palla e chi pur danza,

chi porta rose alla bella Costanza.

 

49

 

Tutto quel giorno con sommo diletto

le donne nel bel prato fan dimora,

e poi ciascuna il suo bel trabacchetto

acconcia per la notte l’ultimora.

Drappi, zendadi, con capanne o tetto

la notte le coperse; infin ch’aurora

mostrò del giorno il giovane mattino

tornando Febo a esser montanino.

 

50

 

Ecco le rote del veloce carro

su per la schiera d’un poggio rapente;

allor le donne tutte, s’io ben narro,

aperson l’occhio all’occhio rilucente,

e d’allegrezza fanno grande sbarro

con molti suoni, e poi benignamente

davanti alla reina tutte vanno

e con gran reverenzia onor le fanno.


 

51

 

Poiché Costanza l’ebbe tutte a sé,

dimostrar volle la sua gran virtú,

e da seder drizzossi ritta in piè,

dicendo: “Donne, temo non è piú

d’abandonare Elèna che mort’è,

ma volger gli occhi si vuol colassú,

dove l’anima sua con Giove stà

pregandol che la renda per piatà.

 

52

 

Io questa notte vidi, donne mie,

che Venus dolcemente lagrimando

pregava Giove con parole pie:

- Rendimi l’alma e non le dar piú bando

del vago corpo pien di leggiadrie,

perché senz’esso il mondo vien mancando

d’ogni chiara virtú senza soccorso

di questa donna ch’era suo ricorso. -

 

53

 

E vidi Giove per piatà di lei

riprender quasi sé d’aver mal fatto

di tener tanto l’anima a costei,

considerandol ben ch’avea disfatto,

allor promisse d’esser con gli Dei

e far concilio prestamente e ratto,

nel quale intende che Elena si renda

e che giammai piú morte non l’offenda.

 

54

 

Dunque ciascuna si rallegri omai

e faccia per letizia dolce festa;

il ciel piú non consente i nostri guai,

e qui si vede l’opra manifesta;

libere fatte siam per sempremai

piú non temendo la vecchiarda gesta,

che morte tutte son per vostre mani

e le lor membra mangiate da’ cani.

 

55

 

Facciasi tempio in questo loco grande

e sacrificio a Giove si largisca

e un’alta colonna tanto grande

alla foresta vo’ che si largisca,

ch’al cielo aggiunga la parte piú grande:

quivi ciascuna donna si largisca

scolpita con intagli notabili

in alabastro che non fian mancabili.”

 

56

 

Il fine fu di quella dicería

Che ’l tempio s’argomenti sanza sosta;

ogni stormento per gran vigoria

alle celesti melodie s’accosta,

faccendo gran romor con voce pia:

cosí nessuna d’allegrezza sosta,

e quel bel tempio tosto edificaro

d’argento e d’oro molto ricco e caro.

 

57

 

Presono il corpo della vaga Elèna

con molti fiori e molti drappi d’oro,

e in quel tempio sanza prender lena

il puoson sopr’un letto dentro al coro.

Ciascuna canta con la dolce vena,

doppieri accesi v’ha di gran tesoro,

con pietre preziose in somma grande

che ’ntorno al corpo fanno piú ghirlande.

 

58

 

Cosí cantando con festa gioconda

priegano il ciel che l’anima ritorni;

Giove pertanto non sa che risponda

se non di render quella e non soggiorni;

al sol la diè nella luce ritonda,

il qual la prese infra li raggi adorni,

e come l’ebbe tostamente corse

nel nuovo tempio e quella al corpo porse.

 

59

 

Il corpo sente la suo dolce vita

e subito si drizza sopra il letto,

correndo alla sorella sua gradita,

ciò fu Costanza, che dentro dal petto

per gran dolcezza fu quasi smarrita,

veggendo Elèna con benigno aspetto;

e poi la prese in braccio istrettamente

baciando il viso suo benignamente.


 

60

 

Tutte le donne con somma letizia

corron dintorno a quella giovinetta,

quivi con gioco e festa ogni tristizia

tosto cacciar si vede con gran fretta.

Or chi potria narrar quanta dovizia

apparve di biltà fra quella setta,

veggendo Elèna bella ritornata

dall’alto Giove per piatà mandata.

 

61

 

Cosí con allegrezza il campo mosse

ver la foresta con ulivi e fiori

in segno di vittoria e di lor posse,

andando innanzi tutti gli amadori.

Le belle insegne non parien percosse,

ma rilucente con vaghi colori

dànno nel ventolar bella vista

che ’l cielo allegro piú valor ne acquista.

 

62

 

E poi ch’alla foresta sono andate

entraron dentro al nobile castello

e quivi prestamente disarmate

rappiccan l’armi nel sovrano ostello,

e di lor veste si sono addobbate

riccamente, che narrando quello,

parrebbe a chi l’udisse non credibile,

per lo tesoro di stima valibile.

 

63

 

Taccia la lingua mia di raccontare

il minimo diletto ch’io vi scorsi

nel vago canto e dolce sollazzare

ch’allor facendo le donne m’accorsi.

Il gran Neutunno rabbonaccia il mare

e per le selve si rallegran gli orsi,

tutte le fiere son venute pie

per la virtú dell’alte melodie.

 

64

 

L’alta colonna della fama eterna

Costanza dice ch’ordinare intende,

non come cosa di virtú moderna

ma qual celeste piú nel ciel s’apprende;

cosí chiamando la gloria superna

dall’alte rote tal grazia discende,

che quivi giunse la ricca colonna

eterna vita d’ogni bella donna.

 

65

 

D’un alabastro lucido e perfetto

si veggon dentro gli sottili intagli

di queste donne con verace effetto,

con fronde capitelli e piú frastagli.

Son le lor chiome d’oro puro e netto

dove ciascuno amante vuol ch’abbagli

quell’alto Giove che da ciel la pose

per la virtú delle donne amorose.

 

66

 

Di grado, in grado, d’una in altra bella,

le vaghe donne son quivi scolpite,

e sovra l’alta sommità di quella

Costanza regna, minacciante Dite,

spiriti vaghi sono intorno a quella

con trombe d’oro lucide e pulite,

sonando sempre con la boce tale

che l’universo teme di far male.

 

67

 

Armato il duca colla spada in mano

si vede in quella piú che valoroso

e ogni amante di virtú sovrano

v’è posto dentro fiero e coraggioso;

or quivi d’allegrezza a mano a mano

si fa gran festa con sommo riposo,

con perfetta gloria e alto bene

ch’è nell’alme dannate manco pene.

 

68

 

Tre gran parole vuol Costanza dire

in questa bella fine sanza fine,

onde ciascuna pronta a ubbidire

alli soavi canti pose fine.

L’alta reina di perfetto ardire

allor la voce sua pulita e fine

incominciò parlando, e cosí dice:

“Nostra virtú sarà sempre felice.


 

69

 

Noi abbiam morte quelle maladette

Che ’l mondo d’ogni bene avien disposto,

ma pur si cerchi ancor delle lor sette,

e dove alcuna n’è sia morta tosto;

cosí con pace viverem perfette

sanza sentir di morte il grave costo;

Elena bella tal pruova n’ha fatta

ch’omai beate noi e nostra schiatta.”

 

70

 

Finito ch’ebbe quell’alto sermone

nel verde prato fanno dolce festa

le belle donne per ogni stagione.

Allor mi dipartí dalla foresta

lasciando quelle omai sanza questione

in allegrezza tanto manifesta,

e non creda alcun che la tornata

mi sia per tempo o tempo mai vietata.

 

71

 

Amor, adunque omai lecito sia

ch’io ponga fine al dilettoso canto;

e tu, Costanza, d’ogni virtú pia

della tua grazia mi concedi alquanto

con l’alta vaga e bella compagnia

ch’agli occhi mi mostrasti valor tanto,

sicché per me si possa omai lasciare

quel che per dir non si porria stimare.

 

72

 

Io son chiamato dal fioretto mio

per cui mi mossi a gloriar Costanza,

e dice ch’io ritorni al suo ricrío

al vago lume di dolce speranza,

il qual m’accende ognor vago disío

nel cor che contro a lui non ha possanza;

e dicemi che ’l termine è passato,

però ritorno, e qui prendo commiato.

 

73

 

In donna non fu mai simil virtute,

donna non fu giammai di tanto pregio,

come quest’alto fior la cui salute

volle ch’al vecchio vizio tal dispregio

in sé portasse con aspre ferute,

valor donando di vittoria fregio,

alla biltà che val sopr’ogni bella,

cioè virtute in vaga damigella.

 

74

 

Non nacque questo fiore in verde prato

né lungo riva di veloce fiume,

ma nel piú alto ciel fu collocato

il suo principio per eterno lume,

dinanzi al cui valor son ritornato

pognendo fino a questo mio vilume,

nel qual si può veder favoleggiando

virtú nascose e virtú gloriando.

 

75

 

A onta delle vecchie dolorose

e degli avari tristi smemorati

a bene e pace delle valorose

leggiadre donne e degli innamorati,

chiamo li santi Dei e le lor cose

ch’a questo fine sien tanto beati,

che ’l mio vilume al pregio de’ cattivi

giammai per alcun tempo non arrivi.

 




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