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| Franco Sacchetti La battaglia delle belle donne di Firenze colle vecchie IntraText CT - Lettura del testo |
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CANTARE QUARTO
1
Madre reina, madre di quel re che costrigne le stelle a patir legge di quel gran lume che lume ci diè, cui tu creasti fra l’umane gregge, grazia mi presta per tua santa fè e per amor di quel che tutto regge, ch’alfin di questo poco che m’è troppo snodar m’aiuti il contemplato groppo.
2
O Venus, Venus, né tu m’abbandona, però che sanza te durare affanno van mi parria di ciò che si ragiona, d’amor benigno di gloria e di danno; adunque, terza luce, tu m’introna de’ canti vaghi che ne’ cuor si danno apparecchiati al ben sanza malizia, sí che risuonin poi con gran letizia.
3
Move Costanza dalla sua foresta e va cercando le vecchie crudeli colle sue belle donne, e mai non resta per monti boschi piagge, a caldi o geli, infin che truova quella falsa gesta, ch’amor per tempo non vuol che si celi agli occhi vaghi di sí fatto lume, però che ’l buon distrugge il rio costume.
4
Al suon de’ corni e al mugghievol sido Costanza per virtú di suo grandezza di botto sente dove sta lo strido di tanta grave oscura e ria gramezza, e dritta sulle staffe misse un grido, che l’inferno crudel sentí dolcezza, e volsesi alle donne e agli amanti dicendo: “Fate i vostri cuor diamanti.”
5
Sotto la ’nsegna del dorato pome si fece avanti il valoroso duca, e fe’ sonar la tromba in segno come chiamar battaglia, dove si conduca. Intanto giunson le cattive some de’ vili amanti sanza amor che luca, ciò fûr bigliocchi portatori e fanti col Ciuffa capitan che giunse avanti.
6
Il savio duca e principe amoroso veggendo contro a sé tanta vil gente abbassa l’aste e ’l caval poderoso ferí spronando molto francamente, e come amante piú che valoroso il Ciuffa giunse con ferro pungente, il qual gli mise per lo grave petto e morto l’abbatté dell’asinetto.
7
Mosso da virtuoso e alto sdegno il duca cogli amanti poi trascorse tra quella gente sanza alcuno ingegno, la qual fuggendo subito si torse; allor gli amanti seguendo lor segno molti n’uccison nelle gravi corse. Costanza bella che questo mirava il duca cogli amanti gloriava.
8
Ride Costanza e alle donne dice: “Certo le vecchie mal fanno vendetta; parmi ch’e loro amanti alle pendice vadan caggendo in sulla fresca erbetta.” Alessandra chiamò in quella vice, e disse: “Figlia, che sia benedetta percuoti con tuo gente e fa’ che sia oggi palese la tua gagliardia.”
9
Non ebbe appena inteso la parola che per desío d’amor tosto si mosse, e diventò qual vermiglia vivola parendole mill’anni ch’a ciò fosse; cosí guardando vidde Nuccia sola fermata in mezzo delle genti grosse; broccò il destrieri e con l’asta abbassata a ritrovar l’andò fralla brigata.
10
Nuccia veggendo Alessandra venire di dietro all’altre si trovò di botto, sicché a Alessandra convenne ferire a una vecchia d’anni novantotto, la qual chiamata fu donna Garrire, e a costei percosse cotal botto caggendo morta, e non valse il tagliere che ’n man portava per un broccoliere.
11
Or quivi cominciò la bella zuffa tra quelle quattro schiere principali; di pentole e vassoi una baruffa vediesi per lo ciel volar senz’ali; ed era già la gente del gran Ciuffa tutta sommersa per li colpi tali, e già le vecchie tutte scapigliate corrien pel campo a guisa d’arrabbiate.
12
Era Alessandra in questo mezzo chiusa e guarda pur se Nuccia può vedere, e fitto avea ’l destrier fino alla musa nel sangue di cotanto vil podere; i cercini le stanghe marre e fusa le pentole i paiol di quelle fiere avieno il campo tutto asserragliato e del lor puzzo tutto infastidiato.
13
Poiché Alessandra al cui veder niente si chiude per virtú che in lei dimora, la Nuccia scorse misera e dolente che non calava di minacce ancora, ferí sovra di lei sí francamente che Giove d’allegrezza si rincora, e giú del toro morto l’abbatteo, poi a ben cento simil gioco feo.
14
L’altre compagne non si stanno oziose, ma ben dimostra sua virtú ciascuna, intanto che di quelle dolorose poche n’eran campate ovver nessuna; la Ghisola che vede queste cose a Dogliamante comandò, che l’una delle sue quattro schiere governava, ch’allo stormo si metta, e ciò la grava.
15
Alzò la fronte e del ciel si rammarca Ghisola che si vede a tal partito, e dice a Giove: "Tua ragion travarca in fare altrui gran torto ed hai fallito. Deh! chi sarà colui che mai ti parca poi ch’a distrugger noi se’ stato ardito, donando a cui non dei benigna vita, ma la tua ingiuria forse fia pulita."
16
L’alta Costanza, donna serenissima, dall’altra parte vide sanza dubito, che tutta la sua gente potentissima vinto vincendo vinceranno subito; volsesi adunque alla virtú pienissima alzando le suo braccia e tutto il gubito, gridò chiamando quest’alta memoria merzé, signor, poiché ci dài vittoria.
17
E poi comanda, preso maggior core, che gli stormenti faccian gran litizia, e che ciascuna donna di valore tosto la segua per donar trestizia a chi nel mondo porge grave errore brighe crudeli e ogn’aspra malizia, gridando: “L’arme d’allegrezza sia!” tutte si mosson con gran vigoria.
18
È Dogliamante venuta in sul campo che di combatter la parea già tempo, e alla schiera sua fenne far campo senza ordine misura o fermo tempo, e veniesi avvolgendo per lo campo con uno spazzatoio di molto tempo correndo con quell’arme verso Elèna quest’amante crudel di fuoco piena. 19
Elena ciò veggendo tosto rise, dicendo fra suo cuor: “Ecco diletto!” e colla spada il capo le divise e morta cadde sull’erboso letto. Elena bella per gran cuor si mise di tor la vita a Ghisola del petto, correndo per lo mezzo di suo schiera trovò per forza la crudel bandiera.
20
Trovato ch’ebbe l’infernale insegna Ghisola vidde con la spada in mano, e a fedir l’andò con mente pregna d’alto valor d’ogni viltà lontano. Ghisola ciò veggendo forte sdegna e cominciò gridando un urlo strano che fece tutto il mondo impaurire e tutta l’aria e la terra putire.
21
Il puzzo fu sí duro crudo e forte ch’uscí di quel canal disabitato che questa Lena a cui vezzose sorte e leggiadrie gentili erano a lato, costumi vaghi di celeste corte e nimicizia d’ogni rio peccato: sentendo il suo contrario con gran pena a gridar cominciò: “Or muori, Elèna.”
22
Ma prima disse: “Io non verrò già meno ch’io non mi sazi del sangue doglioso." Punse il destrieri e allentogli il freno e prese il brando tutto sanguinoso, faccendo delle vecchie aspro rimeno, ch’a mille o a piú donò mortal riposo; ma poi essendo per lo puzzo afflitta chiamò Costanza sua sorella e Itta.
23
Gridando: “Donne mie, Elena vostra non può durare in vita piú con voi.” E sola in mezzo della crudel chiostra dice piangendo e convien pur che muoi. Costanza parla: “Dov’è Elena nostra ch’io non la veggio...;” e riguardando poi nel mezzo vide il suo vago cimiere appunto a’ piè delle crudei bandiere.
24
Dice Costanza: “Elena sia soccorsa.” E ad un tratto mosse il grande stuolo, ma troppo tardi fu la brieve corsa però ch’al cuor sentiva il mortal duolo; molte n’uccison in quella trascorsa di quelle vecchie nel veloce volo Costanza e Telda e Itta per atare Elena che si muor per ben provare.
25
E quando furon tutte a piè di lei fuor la cavaron di quell’aspro loco, pregando Giove e tutti gli altri Dei ch’aiutin Lena trar di cotal loco. Smontò Costanza del destriero a’ piei, in braccio la portò lontano un poco, sicché dal campo la ritrasse alquanto in un bel prato sovr’un ricco ammanto.
26
Fuor che Costanza Telda e Itta bella l’alte rimason tutte combattendo, e queste disarmaron quella stella, a chi di testa il bell’elmo traendo vidon che morta non era ancor quella, ma gli occhi aperse quasi sorridendo verso Costanza, e con un gran sospiro l’alma produsse al ciel sanza martiro.
27
Cosí morí chi piú d’altra gentile mentre che visse si poté dar vanto, benigna saggia cortese e umile vezzosa leggiadretta e bella tanto, sempre nimica d’ogni cosa vile piú ch’altra donna in virtuoso manto, onesta piena di perfetta gloria, piatosa donna sanza vanagloria.
28
Piange Costanza la perduta Elèna spesso baciando suo candido viso, e dice: “Donna, d’ogni virtú piena come farò che sento il cor diviso? Morir conviemmi teco in grave pena che tutto ’l mio valor sento conquiso.” Cosí piangendo cadde tramortita, chiamando: “Elena mia, dove se’ gita!”
29
Itta si duole e Telda fortemente con grave pianto del perduto bene, ciascuna dice: “Lassa me dolente! morir con teco, Lena, mi conviene, ma prima che la morte ci abbia spente tutte le vecchie sofferranno pene!” Sovra quel corpo ciascuna giurando metterne mille al taglio di suo brando.
30
Cresce lo stormo e la zuffa s’accende con gravi strida e con urli mortali; quivi ciascuna vecchia si difende preso rigoglio de’ commessi mali, Ghisola d’allegrezza il cuore apprende, dicendo all’altre: “Ciascuna si cali donando pena a quella grave sorta che la piú pro’ di loro è suta morta.”
31
Itta pigliò Costanza per lo braccio che sovra ’l corpo piangendo giacea, dicendo: “Donna mia soccorri avaccio le nostre donne dalla morte rea!” Costanza si levò qual freddo ghiaccio ch’appena per dolor si sostenea, volgendo gli occhi al cielo, e quel compianse, che l’alto Giove per piatà ne pianse.
32
Poi dice a Telda, che con molti fiori quel corpo celi sí che fia coverto, la quale andò scegliendo i sommi odori, dove nel prato alcun ne vede aperto, e cosí la coperse e ’n piú colori perché non fosse agli occhi l’occhio certo; e poi montata sovra un gran destriere segue Costanza, e Itta le bandiere.
33
E poi ch’a quello istormo furon giunte Costanza con gran pianto all’altre dice: “Volgete, donne, le taglienti punte per far vendetta del corpo felice, e fate che le vecchie sian difunte, che s’elle son disperse, il cor mi dice, Venus pregando e l’alto Giove poi Elena viva tornerà con noi.”
34
Crebbe la forza per tal diceria nel cor di queste donne doppiamente, ciascuna per provar sua gagliardia move col ferro in mano arditamente; Diana Dora e Filippa s’invia, Felice Tora e Agnola piacente, Margherita Lorenza e Caterina, Adola Nera Giovanna e Nonnina,
35
Francesca bella e poi Bartolomea, Colombina Tommasa e Maddalena, Giovanna, Antonia in cui virtú si crea, ciascuna corre sanza prender lena; incominciò Costanza la mislea con una lancia e a ferir non pena, e per amor della dolce sirocchia uccise Matta, Grigna e la Pannocchia.
36
Ben par Costanza un affamato drago tra quelle vecchie, tante ne conquide, le quai vanno caggendo per lo brago con gran dolor con pianto e con istride, dumila e piú ne misse in tristo lago questa reina e tutte le conquide, perché d’Elèna non si può dar pace, cercando pur di Ghisola rapace.
37
Or chi vorria contar quanto valore ciascuna donna in quel punto mostrava, ch’a tante dieron l’ultimo dolore quanta nell’ocean rena si lava. Il duca valoroso feritore cogli amorosi amanti non si stava, ma combattendo dalla costa giva e fatto avea de’ morti lunga riva.
38
Duo parti delle vecchie son per terra svenate sbudellate e smozzicate, e della terza, se ’l mio dir non erra, eran piú che le mezze inaverate; sicché mal posson seguitar la guerra quelle dolenti streghe sventurate; Ghisola dentro d’ira si consuma faccendo al ceffo velenosa schiuma.
39
Itta benigna Costanza seguendo di suo prodezze fa gran maraviglia disamorati e vecchie percotendo, che fan la terra diventar vermiglia; l’insegna poi di Ghisola veggendo irata corse e subito la piglia col manco braccio e con l’altro divise quella che la tenea, sí che l’uccise.
40
La bella Telda che tante n’ha morte quante nel ciel si veggon chiare stelle Ghisola vide; allor correndo forte la lancia le ficcò per le mascelle; quella gridando con parole scorte vendetta chiese all’eruine felle, e un crudo stridor sí forte mise che Telda quasi da vita divise.
41
Costanza vede Telda stupefatta per lo stridor di quella vecchia cruda, irata corse molto presta e ratta con una spada valorosa e gnuda, e per ferir la Ghisola si è tratta in parte che ’l valor vuol che si chiuda, dicendo: “Vecchia, vecchia, maladetta, la vita ti convien lasciare in fretta.”
42
E con quella parola un colpo mena del forte brando sanguinoso e molle, la testa le partí con grave pena e morta cadde la Ghisola folle. Vendetta fece Costanza d’Elèna qual nell’animo suo dispose e volle; al ciel volgendo gli occhi dilettosi sospiri porge vaghi ed amorosi.
43
Tutte le belle donne fanno pruova per consumare a tutto quelle fiere, intanto che la fine amara piova che vecchie non si possa piú vedere; e cosí mentre ch’alle donne giova di far contento lor sommo volere, quelle seguendo uccison di presente fin che le spade menan vanamente.
44
Non truovan piú le spade che ferire ed è la terra piena di carogne; quivi molti moscon si fan sentire nibbi cornacchie corbi e gran cicogne; chi con budella fugge a non mentire, chi li lor membri portan per le fogne; i teschi e l’ossa e lupi divoraro, le mosche il sangue tutto consumaro.
45
Non compié di passare un’ora intera che di que’ corpi nulla se ne scorse, e cosí capitò la prava schiera per la superbia che in lor mente corse; invidia e avarizia vuol che pera chi strigner si lasciò nelle lor morse, siccome queste di vizio profondo, le qua’ Costanza discacciò del mondo.
46
Rimase con vettoria chi dovea, ciò fur le ninfe di sommo valore; grand’allegrezza fra lor si facea in una parte, in altra gran dolore, perché ciascuna sola si vedea di quella bella Elèna di gran core, per cui si piagne e poi dall’altra parte della vittoria si ringrazia Marte.
47
Fece Costanza far comandamento ch’ogni suo donna debba far gran festa, e che sonar si deggia ogni stormento sanza piú doglia e sanza piú tempesta; onde ciascuno tal proponimento sognando d’allegrezza si fe’ presta. Le donne traggon gli elmi agli amadori donando lor ghirlande di be’ fiori.
48
Chi canta chi s’abbraccia e chi pur suona e chi si lava il volto alla fontana, chi dolce bacio alla compagnia dona e chi per bigordar fa la chintana, chi l’una verso l’altra corre e sprona per allegrezza sovra la fiumana, chi giuoca con la palla e chi pur danza, chi porta rose alla bella Costanza.
49
Tutto quel giorno con sommo diletto le donne nel bel prato fan dimora, e poi ciascuna il suo bel trabacchetto acconcia per la notte l’ultim’ora. Drappi, zendadi, con capanne o tetto la notte le coperse; infin ch’aurora mostrò del giorno il giovane mattino tornando Febo a esser montanino.
50
Ecco le rote del veloce carro su per la schiera d’un poggio rapente; allor le donne tutte, s’io ben narro, aperson l’occhio all’occhio rilucente, e d’allegrezza fanno grande sbarro con molti suoni, e poi benignamente davanti alla reina tutte vanno e con gran reverenzia onor le fanno.
51
Poiché Costanza l’ebbe tutte a sé, dimostrar volle la sua gran virtú, e da seder drizzossi ritta in piè, dicendo: “Donne, temo non è piú d’abandonare Elèna che mort’è, ma volger gli occhi si vuol colassú, dove l’anima sua con Giove stà pregandol che la renda per piatà.
52
Io questa notte vidi, donne mie, che Venus dolcemente lagrimando pregava Giove con parole pie: - Rendimi l’alma e non le dar piú bando del vago corpo pien di leggiadrie, perché senz’esso il mondo vien mancando d’ogni chiara virtú senza soccorso di questa donna ch’era suo ricorso. -
53
E vidi Giove per piatà di lei riprender quasi sé d’aver mal fatto di tener tanto l’anima a costei, considerando ’l ben ch’avea disfatto, allor promisse d’esser con gli Dei e far concilio prestamente e ratto, nel quale intende che Elena si renda e che giammai piú morte non l’offenda.
54
Dunque ciascuna si rallegri omai e faccia per letizia dolce festa; il ciel piú non consente i nostri guai, e qui si vede l’opra manifesta; libere fatte siam per sempremai piú non temendo la vecchiarda gesta, che morte tutte son per vostre mani e le lor membra mangiate da’ cani.
55
Facciasi tempio in questo loco grande e sacrificio a Giove si largisca e un’alta colonna tanto grande alla foresta vo’ che si largisca, ch’al cielo aggiunga la parte piú grande: quivi ciascuna donna si largisca scolpita con intagli sí notabili in alabastro che non fian mancabili.”
56
Il fine fu di quella dicería Che ’l tempio s’argomenti sanza sosta; ogni stormento per gran vigoria alle celesti melodie s’accosta, faccendo gran romor con voce pia: cosí nessuna d’allegrezza sosta, e quel bel tempio tosto edificaro d’argento e d’oro molto ricco e caro.
57
Presono il corpo della vaga Elèna con molti fiori e molti drappi d’oro, e in quel tempio sanza prender lena il puoson sopr’un letto dentro al coro. Ciascuna canta con la dolce vena, doppieri accesi v’ha di gran tesoro, con pietre preziose in somma grande che ’ntorno al corpo fanno piú ghirlande.
58
Cosí cantando con festa gioconda priegano il ciel che l’anima ritorni; Giove pertanto non sa che risponda se non di render quella e non soggiorni; al sol la diè nella luce ritonda, il qual la prese infra li raggi adorni, e come l’ebbe tostamente corse nel nuovo tempio e quella al corpo porse.
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Il corpo sente la suo dolce vita e subito si drizza sopra il letto, correndo alla sorella sua gradita, ciò fu Costanza, che dentro dal petto per gran dolcezza fu quasi smarrita, veggendo Elèna con benigno aspetto; e poi la prese in braccio istrettamente baciando il viso suo benignamente.
60
Tutte le donne con somma letizia corron dintorno a quella giovinetta, quivi con gioco e festa ogni tristizia tosto cacciar si vede con gran fretta. Or chi potria narrar quanta dovizia apparve di biltà fra quella setta, veggendo Elèna bella ritornata dall’alto Giove per piatà mandata.
61
Cosí con allegrezza il campo mosse ver la foresta con ulivi e fiori in segno di vittoria e di lor posse, andando innanzi tutti gli amadori. Le belle insegne non parien percosse, ma rilucente con vaghi colori dànno nel ventolar sí bella vista che ’l cielo allegro piú valor ne acquista.
62
E poi ch’alla foresta sono andate entraron dentro al nobile castello e quivi prestamente disarmate rappiccan l’armi nel sovrano ostello, e di lor veste si sono addobbate sí riccamente, che narrando quello, parrebbe a chi l’udisse non credibile, per lo tesoro di stima valibile.
63
Taccia la lingua mia di raccontare il minimo diletto ch’io vi scorsi nel vago canto e dolce sollazzare ch’allor facendo le donne m’accorsi. Il gran Neutunno rabbonaccia il mare e per le selve si rallegran gli orsi, tutte le fiere son venute pie per la virtú dell’alte melodie.
64
L’alta colonna della fama eterna Costanza dice ch’ordinare intende, non come cosa di virtú moderna ma qual celeste piú nel ciel s’apprende; cosí chiamando la gloria superna dall’alte rote tal grazia discende, che quivi giunse la ricca colonna eterna vita d’ogni bella donna.
65
D’un alabastro lucido e perfetto si veggon dentro gli sottili intagli di queste donne con verace effetto, con fronde capitelli e piú frastagli. Son le lor chiome d’oro puro e netto dove ciascuno amante vuol ch’abbagli quell’alto Giove che da ciel la pose per la virtú delle donne amorose.
66
Di grado, in grado, d’una in altra bella, le vaghe donne son quivi scolpite, e sovra l’alta sommità di quella Costanza regna, minacciante Dite, spiriti vaghi sono intorno a quella con trombe d’oro lucide e pulite, sonando sempre con la boce tale che l’universo teme di far male.
67
Armato il duca colla spada in mano si vede in quella piú che valoroso e ogni amante di virtú sovrano v’è posto dentro fiero e coraggioso; or quivi d’allegrezza a mano a mano si fa gran festa con sommo riposo, con sí perfetta gloria e alto bene ch’è nell’alme dannate manco pene.
68
Tre gran parole vuol Costanza dire in questa bella fine sanza fine, onde ciascuna pronta a ubbidire alli soavi canti pose fine. L’alta reina di perfetto ardire allor la voce sua pulita e fine incominciò parlando, e cosí dice: “Nostra virtú sarà sempre felice.
69
Noi abbiam morte quelle maladette Che ’l mondo d’ogni bene avien disposto, ma pur si cerchi ancor delle lor sette, e dove alcuna n’è sia morta tosto; cosí con pace viverem perfette sanza sentir di morte il grave costo; Elena bella tal pruova n’ha fatta ch’omai beate noi e nostra schiatta.”
70
Finito ch’ebbe quell’alto sermone nel verde prato fanno dolce festa le belle donne per ogni stagione. Allor mi dipartí dalla foresta lasciando quelle omai sanza questione in allegrezza tanto manifesta, e non creda alcun che la tornata mi sia per tempo o tempo mai vietata.
71
Amor, adunque omai lecito sia ch’io ponga fine al dilettoso canto; e tu, Costanza, d’ogni virtú pia della tua grazia mi concedi alquanto con l’alta vaga e bella compagnia ch’agli occhi mi mostrasti valor tanto, sicché per me si possa omai lasciare quel che per dir non si porria stimare.
72
Io son chiamato dal fioretto mio per cui mi mossi a gloriar Costanza, e dice ch’io ritorni al suo ricrío al vago lume di dolce speranza, il qual m’accende ognor vago disío nel cor che contro a lui non ha possanza; e dicemi che ’l termine è passato, però ritorno, e qui prendo commiato.
73
In donna non fu mai simil virtute, donna non fu giammai di tanto pregio, come quest’alto fior la cui salute volle ch’al vecchio vizio tal dispregio in sé portasse con aspre ferute, valor donando di vittoria fregio, alla biltà che val sopr’ogni bella, cioè virtute in vaga damigella.
74
Non nacque questo fiore in verde prato né lungo riva di veloce fiume, ma nel piú alto ciel fu collocato il suo principio per eterno lume, dinanzi al cui valor son ritornato pognendo fino a questo mio vilume, nel qual si può veder favoleggiando virtú nascose e virtú gloriando.
75
A onta delle vecchie dolorose e degli avari tristi smemorati a bene e pace delle valorose leggiadre donne e degli innamorati, chiamo li santi Dei e le lor cose ch’a questo fine sien tanto beati, che ’l mio vilume al pregio de’ cattivi giammai per alcun tempo non arrivi.
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