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Carlo Dossi
La colonia felice: utopia lirica

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PARTE PRIMA

 

… Ex feròcibus unìversis sìnguli

metu suo, obedientes fuere.

Titus Livius

 

 

CAPITOLO I.

 

La belva è scatenata

 

Finchè le scialuppe non giùnsero al bastimento, finchè il bastimento non le raccolse e confuse nella sua mole, stèttero i relegati, silenziosi ed immoti, accompagnàndole con gli occhi intensi di sguardo.

Quantunque, corrotti il palato dal pimento dei vizi, male potèssero assaporare la tenuità di un affetto gentile; quantunque la Patria fosse lor stata avversa, e il suo nome non sovvenisse che òpere bieche, che odii, che umiliazioni, tanto più acute quanto più meritate, tuttavìa, la maggior parte di essi non poteva sottrarsi a un languore di melancòlica insoddisfazione, a una amaritùdine indefinita, vedèndosela allontanare. Ora, in quella nave, in que' palischermi, non iscorgèvan più il mezzo che li avèa tratti alla pena, ma i figli di quelle selve, che avèano forse addensato su di essi e i loro delitti una fedele ombra; più scorgèvano nelle vacue catene che rivarcàvano il mare a nuovi polsi, i servi incorruttìbili dell'altrùi volontà, i freni alla pigiata lor rabbia, ma i mùscoli delle patrie montagne, che già li donàvano di armi alla esistenza, alla difesa, all'offesa; più, in quelli uòmini stessi, che avèano dimenticato di èssere loro fratelli per fàrsene giùdici ed aguzzini, scorgèvano i fabbri delle armille ingegnose di cui portàvano ancora le lividure, o i pensatori, Falàridi per filantropìa, di quelle càrceri mute di cui serbàvano in fronte le tetre allucinazioni, sibbene, la semovente parte di gleba, che ricopriva le ossa di genitori comuni, narrando loro le glorie e le onte di un'ùnica storia; della sentenza perfino che li dannava a irremeàbile bando, non rammentàvano, ora, che il carìssimo idioma. E, inoltre, si sentìvano il piede malfermo su di un terreno, al quale non li legava connubio nessuno di are e di tombe, in mezzo di una natura di cui ignoràvan la lingua, dove il sole medèsimo parèa splendesse in modo strano; sentìvansi da quelle leggi improtetti, che, pur ingiuriando, usavano sempre invocare, tra gente cui non potèvano finger bontà o pretènderne, obbligati a ricominciare la vita, essi della già corsa astiosi. E l'agonia del giorno nutriva la lor cocente rancura. Tacèvano e impallidìvano.

Quand'ecco, si udì lo stampo di un piede, e una tìnnula voce di donna echeggiò: vili! - Una giòvane snella, dal profilo tagliente e dalla chioma nerìssima, svolazzante, s'era piantata spavalda su di una cassa, e lampeggiando fùlmini neri da' suòi occhi aquilini, squillava: vili! uòmini inutilmente maschi!... volete a marito noi donne?

- Brava! - rispose una voce secca al pari di nàcchere. E veniva da un magro e lungo di uno, dal ghigno nudo di peli e giallastro, e dagli occhi - due fili di luce - che apparìvano e scomparìvano a tratti, quasi tementi di èssere scorti, benchè riparati dall'ombra di una berretta a visiera e dalle palpèbre socchiuse. Il quale, facèndosi innanzi: gente! che si stà quì a dire il rosario?... Date ascolto alla Nera. Su!... viviamo per vendicarci!... La forma del cappello c'è ancora: nulla dunque è perduto. Han bel fuggire i nemici, han bel gittarsi migliaja di leghe alle spalle, i codardi!... Il mare è di tutti. ci sono foreste...

- Evviva il Letterato! - fu il grido.

- E quì braccia! - urlò un uomo, alto-squassando un pugno massiccio, di quelli, che, se tòccano irati, ammàzzano; un uomo, il quale, a pie' della cassa che sosteneva la Nera, nel sobbracciare a questa, insieme alle gonne, i garretti, e volgendo un rùvido viso all'insù, barbuto e cigliuto in castagno, cercava con gli azzurri suòi sguardi gli ebanini di lei. E allor la druda, ratto sbassàndosi, e serràndogli, in un entusiasmo selvaggio, con ambo le mani, il capo dal mozzo crine, v'impresse un bacio schioccante, dicendo: Gualdo assassino!

- Evviva il Beccajo! - si applaudì nuovamente.

L'incanto era rotto. Da ogni parte, grida che volèvano èsser parole, parole che volèvano èssere idèe: idèe e parole, che accumulàtesi da mesi e mesi in quelli angusti cervelli, irrompèvano ora alle labbra, vi si stipàvano per sprigionarsi, pugnando a chi primo, e a vicenda impedèndosi. E parlàvano tutti a una volta. Parèa che il tempo stesse lor per fallire. Èrano laidità; èrano orrende bestemmie.

E intanto si sconficcàvan le casse della carne salata e del pane, e due, ondeggiando, barellàvano in mezzo un botticello pesante, sul quale era scritto: branda. Un lùrido vecchio, plumbeo di faccia e incalottato di nero, con la barba biancastra e le fosse degli occhi che sembràvan castoni vuoti di gemma, lo fiancheggiava additando, e cavernoso facèa: largo! chè il Dio si avanza... Si avanza il Tocca-e-sana, il Cacciaffanni, il Sole che non tramonta mai!... Largo all'aqua che toglie ogni macchia, all'aqua di vita!

- Scoppiò un altro grido: viva il Raccagna! -

E - a sganasciare e a cioncare.

Abbuja.

Due ore dopo, leggero il barile, greve la pancia. Dal cibo, la bestialità avèa riavuto il consueto dominio. Una colonna di fuoco, accesa in un monte di stipa e di assi dalla stessa sentenza del filosòfico prìncipe, slanciàvasi altìssima, lingueggiante e scoppiettante, e illuminava di un chiarore rossastro ampio tratto di mare. Fuggirono spaventati i giovenchi, fuggirono gli agnelli. Ombre ballonzolanti le si vedèvano in giro; una ridda, un tumulto di fèmmine e maschi, nelle cui vene avvampava il furiale liquore, confusi in amplessi ribaldi, urlando, strillando.

Di onesto, uno solo - un mastino.

Ma, tutto intorno - quale tàcita accusa - pendèa la calma sublime della Natura. Le stelle si ammiccàvan l'un l'altra amorosamente nel più profondo turchino e la luna pioveva la sua luce di perla sul lungo-sospirante tranquillìssimo mare. E nel mare, la nave - mole negra e silente.

 

 

 

CAPITOLO II.

 

Volpe e Leone

 

Gualdo il Beccajo svegliossi. L'acuta brezza ferìvagli la somma pelle; l'ànimo, la sorpresa. Chè, assuefatto a svegliarsi in un ambiente bujo, più bujo ancora del sonno, a trovarsi, dopo le imaginate lusinghe di una libertà senza fine, misurata la vista e il respiro, il piede tra i ceppi, e tra i ceppi anche l'ànimo, Gualdo sen stette, un istante, dubbioso ancor di sognare, temendo che il dolce sogno vanisse e alimentàndolo con la volontà. Ma la memoria gli cominciò a rifluire: risovvenne il bagordo, lo sbarco, il viaggio; risovvenne stesso: e lentamente, quasi a elùder lo squillo della catena, si levò su di un braccio guardàndosi attorno.

Il cielo si rischiarava. Le prime pennellate del giorno si distendèano per l'orizzonte, arancine e porpuree. Nell'immòbile mare, non più bastimento; solo, da lungi, il biancheggiar di una vela. Il Beccajo si guardò a lato. Èragli a lato la Nera, accovacciata in una rozza schiavina, anelante, con le traccia, sul viso, della voluttà che ha raggiunto lo spàsimo, ma voluttà stanca, non sazia. Quà e , altri gruppi di gente affondata nel sonno e domata da quel bacco plebèo, che, eccitando il volere ad eccessi, avèali insieme, col tôrre il potere, impediti; in lontananza poi, sei o sette, già svegli, già in piedi - i più sobri e forse i più scellerati.

Ed è verso costoro che Gualdo il Beccajo, crollàndosi l'ùmida notte di dosso e sbadigliando e tergèndosi, con le due mani, il sopore dagli occhi, venne con passo avvolto e col cervello impaniato. E li trovò complottanti, intorno ad un fascio di carabine e a de' barili di pòlvere.

- Buon , apòstoli - disse con voce roca il Beccajo, stendendo loro una palma negra e pesante che nessuno toccò - Ah, li avete stanati i crocifissi, vojaltri!... Gran segugi, voi, di fiutare la morte!... Bravi!... Date quà - e si sbassò per raccorre uno schioppo.

- Indietro! - gracchiò Antonio il Cipolla un mozzicone di uomo, opponèndosi a Gualdo in una postura smargiassa.

- Come!... indietro? - Gualdo tuonò, le vene frontali gonfiate - Indietro a me? Cane! - e fe' l'atto di agguantarlo alla strozza.

Aronne il Letterato allibì. Saettando al Cipolla un'occhiata, che comandava pazienza: pace - disse - Beccajo!... La tua parte è tua. Non c'è nessuno che ti voglia far torto. Aspetta soltanto che la divisione...

- E tu aspetti? - interruppe Gualdo insultante; e, di colpo, aggrappato un fucile, gridò: ciò che piglio, è mio! -

Se un'altra sguerciata di Aronne non tratteneva i compagni, di Gualdo più non restava che un nome.

- Pace, Beccajo! - ripetè il Letterato - Pace, vojaltri! Roba ce n'è per tutti. Poniàmola prima al sicuro... Tempo di litigare non manca mai. -

E , intercessa una tregua, fu, innanzi tutto, deciso di mèttere insieme una specie di capannone. Detto fatto, èccoli all'opra. Si ripèscan dal sonno i più al fondo, e da ogni parte vedi occhi abbagliati, bocche oscitanti, andature allacciate. Si squarcia il vergine suolo; colà, piantoni, ramoruti e frondosi, rovìnano sotto la scure, e quà si riàlzano nudi; ecco, in brev'ora, un gran tetto, e sotto al tetto, accatastata ogni roba. E, intanto, si ripigliàvano i fuggiti buòi dal tintinnante sonaglio e gli agnelli dal lamentoso belìo, sparsi per la campagna, o meglio, tornàvano essi spontaneamente al lor laccio; chè abitùdine lunga dello stesso servire un bisogno.

Naque, allora, un bisbiglio, che propagàndosi divenne grido: la divisione, la divisione! - E la divisione incominciò e compissi con meno litigi di quanti ne preannunziava. Dal mangiaticcio all'infuori, che si trovò di serbare in comune, il rimanente, armi, àbiti, attrezzi, tutto fu scompartito. Le idèe di mio e di tuo, confuse assài in que' capi, rispetto alla roba degli altri, facèvansi, rispetto alla propria, di una maravigliosa chiarezza. E la concordia parèa ristabilirsi.

Quand'ecco, Giorgio il Rampina, un grassoccio dalla cute rosea e splendente, dalla testa calva e dagli occhi libidinosi, dire con una mòrbida voce: non è ancor tutto diviso... - e accarezzarsi coll'ìndice e il pòllice il mento.

Ma Tecla la Nera, piantàndogli in faccia due sguardi, che èrano stilettate, e accennando a stessa, esclamò: noi non siam roba! -

Rispose con acrèdine Aronne: tu sarài, o sfrontata, quanto vorremo noi... o piuttosto... io.

- Tu?... perchè tu?

- Perchè sono uomo io, e tu donna; perchè io comando e tu devi obedire.

- Comandi? - entrò a chièdere Gualdo sardonicamente - comandi a chi?

- A lei... a ... - fe' il Letterato, sbilurciando ai compagni; e con audacia: a tutti.

- E chi lo dice? - tornò a dimandare il Beccajo, strascicando la voce.

Saltàrono in piedi otto o dieci ribaldi, battendo i calci delle lor carabine, e gridando: noi!

- E allora... all'inferno voi... lui... tutti! - eruppe il Beccajo - Tu il capo? tu?... Soppiattone!

- Io sono il più forte...

- Pah! - sclamò Gualdo con un scoppio di risa - il più forte!... Vedi ! - e snudò, distendèndolo, un braccio in cui guizzàvano mùscoli, che gli avrèbber concesso di fare alle pugna col michelangiolesco Mosè.

Ma il Letterato sorrise beffardamente:

- La forza dell'uomo è questa - disse, e toccossi la fronte.

- Sei un aristòcrata! - fece il Beccajo, sputando a terra con sprezzo.

- E tu un mascalzone! - ribattè l'altro - E, se vuòi, te lo scrivo... Scrivi tu, se lo puòi.

- Carta sporca non val la pulita - sentenziò arrogante il Beccajo.

- Vale - rimbeccò il Letterato - quando è sporca di un mille. Chè io non ho mai fatto la birba per meno. Non come , stolto. Tu che scannavi un cristiano per guadagnarti un grappino... Poh!

- Ma almanco scannavo. Il sangue lava lo schifo dal furto. Tu non avesti mai tanto cuore...

- Cuore?... Gran che per averne!... Ma un uomo io lo stimo quanto insaccoccia. L'ànima umana stà nella borsa. Vuota la borsa, addìo ànima!...

- Non dottorare! - avvertì, minaccioso, il Beccajo.

- Ed io - continuò a gonfie vele Aronne, fastoso di sua goffìssima astuzia, ch'ei reputava sapienza - tal quale mi vedi, la ho accoccata ai meglio avveduti. Gli è fra le quattro pareti, non sulle strade postali, che sfavilla l'ingegno. Io non ho mai stesa la mano che in guanti...

- Ma paurosamente, l'hai stesa - Gualdo ritorse - come avessi creduto di fare del male!... Mendicante ladro, che non avevi coraggio di mètter la firma alle tue lìvide azioni e lavoravi alla muta e tremavi nell'ombra! Di non si seppe che quando fosti in bujosa. , invece, conoscèvano tutti. Il mio nome stava, tant'alto, in ogni crocicchio, sotto quello del . Chi lo leggeva, imbiancava...

- Bravo, ma e intanto? Intanto che il figliuol di mia madre era onorato, ringraziato, baciato da quelli stessi ch'egli tingèa, tu fuggivi chi ti fuggìa, arso di rabbia e di fame...

- Ma spargendo il terrore - interruppe il Beccajo - Io stancài la sbirraglia. I zaffi perdèvano volontieri le traccie mie. Dietro a me si sguinzagliò un reggimento; non, come a , fu informaggiata una tràppola. , come , mi arresi a un pezzo di carta. Non mi arresi a nessuno, io: mi si pigliò, grondante del mosto mio e del loro. Dillo tu, Nera, se mento! Ed io non ho cantato compagni, come . Non mi si avrebbe potuto strappare un sol nome colle tanaglie!... ho fatto gli occhietti umidicci ai giurati, ho chiesto perdono... Tutti li ho stramaledetti, io, tutti!... Vedi ! - e Gualdo atteggiossi superbamente, e lo sguardo di lui esigeva l'applàuso. Umanità vanitosa, che, non potendo della virtù, ti glorii del vizio!

Senonchè, Aronne, ghignando:

- Vera ricetta, la tua, per raddoppiarsi la pena!

- Che tu temevi, e non io! - ripicchiò inviperito il Beccajo. - Al boja, con , non era d'uopo la raspa!... E voi - (ciò, alla sospesa ciurmaglia) - obedireste a quel vile?... Chiodra! Non vi fidate! Io lo conosco da lunga mano. Non vi fidate di quel suo obliquo pezzuolo inzuccherato di adulazione... V'imbroglierà tutti quanti. Io no. Io vi potrèi anche freddare, ma intrappolarvi, giuraddìo! mai. -

E Gualdo taque, attendendo; ma, come non venne risposta: tutti degni di lui! - disse - Non vi temo. Il leone non teme la volpe. Chi stà colla volpe?... Chi stà col leone?...

- Col leone! - gridò entusiasta la Nera, e gli gittò al collo le braccia.

- Col leone! - ripetè Mario il Nebbioso, e gli strinse la mano. Era Mario un giòvane diciassettenne, pàllido, dai negri, lunghi e ondati capelli e dal profilo purìssimo, ma aggrondato le ciglia, schernitore le labbra.

- Ed io! ed io! - acclamàrono quattro o cinque altri fra i più scapigliati, e due o tre donne meno scarse di sangue, attruppàndosegli intorno.

Anche il mastino passò dalla sua.

Ma la più parte continuava a tenere dal Letterato. La maggioranza stà colla paura, e siccome il diritto segue la maggioranza, il diritto, stavolta, dovèa dirsi di Aronne.

- Avanti! - sbraitava la Nera, per niente atterrita, alto-brandendo un'accetta - Quà, baldracche, coraggiose sui letti!... Avanti, tu, Smorta! annegatrice del bimbo per vendicarti dell'uomo... pure hanno tradita, ed uccisi, ma avessi avuto dal traditore un figliuolo, vivrebbe ancora col padre. Avanti, Maga! biascia-castagne e schiaccia-limoni, che santocciavi su e giù per le chiese a canzonare il Signore e a spogliar la Madonna degli ori... quelli ori che io, invece, le ho appesi dal collo di una rivale strozzata... Avanti, tu, Arciduchessa! maestra d'aborti, che furavi alla vita chi non era ancor nato... Anch'io ne ho gelati, e parecchi, ma èrano uòmini e forti. Avanti, tu, Serva! che vendevi i tuòi baci per denaro e per schiaffi... Io pure ne prodigài, ma, ai baci i baci, e agli schiaffi le pugnalate. Con tutte voi, è fin troppo una pantòfola smessa. Avanti, zambracche!

- Avanti! - urlò Gualdo, afferrando il suo vuoto fucile e volteggiàndolo in aria come un randello - A cui puzza la vita, avanti! -

 

 

 

CAPITOLO III.

 

La guerra

 

Ma il Letterato, con l'esangue paura nel volto e le labbra convulse: alto! - disse - non rivolgiamo contro noi quelle armi, che dèvon servire per noi. Ciascuno a suo senno. Chi non vuol stare con , chi non mi vuole per capo... peggio per lui! si pigli ciò che gli tocca, e... vada. Ampia è la terra. -

Non mormorìi, non applàusi. Ma Aronne avèa dato una voce al sentimento comune, sempre in cerca di forma, e però tutti tacitamente, approvando a stessi, approvàvano a lui. Il tenue suo sagrificio di amore proprio, che gli era, del resto, pagato in tanto favore, salvava il loro; la prudenza avrebbe saputo far meglio di quanto, ora, facèa la vigliaccherìa. Tutto al bene fluisce: dove non può la virtù, giova il vizio.

E, allora, ebbe luogo la spartizione seconda del greggie e della vettovaglia, e l'ebbe in un silenzio di umiliazione, non essèndoci alcuno tanto birbante da disconòscere il torto, benchè nessuno ci fosse così galantuomo da confessarlo.

E poi, il Beccajo e la fazione di lui - sette uòmini in tutto e trè donne - con le lor robe e il bestiame, tràssero ad accamparsi fra le prime avvisaglie della montagna; molto stette, che fùrono visti a gialleggiare sull'azzurro del cielo nuovi tetti di creta, mentre, dall'una parte e dall'altra, si consumàvan le nozze colla vèrgine terra e le si affidava il seme del pane.

Ma quella pace era infida come un sorriso di donna. In quella pace si agglomerava la guerra. Forse, que' ferocìssimi non l'avrèbber potuta sopportare altrimenti. Chè, se il lor piede si tratteneva, puranche, sovra i terreni che mano mano lor guadagnava il lavoro, scorrèa l'àvido sguardo e ristava in que' de' nemici. Marra e bipenne non èrano che armi dissimulate. E, intorno alle case, vedèvansi fossi e rifossi non aperti alle aque, e nelle pareti, fori non aperti ai colombi. E, ogniqualvolta il fuoco assonnato si ridestava a lambire la pacìfica pèntola, nuovo piombo arrotondàvasi in palle - palle devote a cuori, non di lepre o di lupo.

 

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In questa calma da temporale, si trascinàrono cinque mesi. Già si attendeva la messe dai campi, e Gualdo attendèvala anche dal grembo di Tecla, ma d'ambe le parti, più che la messe, era atteso un pretesto allo sfogo degli odii - quel tale pretesto, che foggia la stoffa del torto nel taglio della ragione.

Or pensate se ad una vogliafissa ne poteva mancare! Un , Cecilia la Fulva e Clementina l'Allegra, della banda di Gualdo, cui era commesso di pascolare la mandra, tornàrono, quasi fuggenti, prima dell'ora, alle case, narrando come una capra, passata nelle colture degli inimici e sopragiunta da questi, fosse stata lor tolta...

Fu, sull'istante, spedita una ambascerìa.

Ma l'inviato non tardò a riapparire, dicendo che gli si era sghignazzato sul muso e risposto: se la vi preme, venite a pigliarla. -

Gualdo traballò d'ira. L'ira gli si pingèa morella nel volto e gli strangolava la voce. E la Nera, fiammeggiante negli occhi e additando ingiuriosa alle case di Aronne, gridò: noi verremo! -

 

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Notte. Il cielo è una sola nube. Non un sospiro d'àura, non un grido d'augello. Eppure tale profonda immobilità par sempre in sul punto di dar la scappata e cangiarsi in un vorticosìssimo moto, pare che selve, monti, cielo - viepiù incombenti, viepiù soffocanti - dèbbano a un tratto inabissare con noi nel vacuo infinito. È il terrìbil sublime, è l'orror pànico. Nulla più spaventoso di una sìmile notte, fuorchè una coscienza colpevole. Senza vento, il mare è grosso, è inquieto, è nero come l'inchiostro. Nel lamentoso suo ruotolarsi alla spiaggia, senti come echeggiare fioca la voce delle mirìadi delle sue vìttime.

Zitto, dinanzi alle case di Gualdo, su di un mammoso rialto, stà un gruppo di gente appoggiata ai fucili. È alle case di Aronne che guarda. E laggiù, ecco un lume apparire e sparire - una - due - trè volte.

Tutto va bene. Dice quel lume, che Nicola il Dragone riuscì nell'impresa. Novello Zopiro, il Dragone, sfregiàtosi il volto, ha disertato ai nemici, ed ora, sulle porte di quelli, immersi nella fiducia e nel sonno, veglia a tradirli.

E i còmplici suòi discèndon dal tùmolo, poi, sparpagliati, procèdono per la pianura, col fucile in bilancia, tendendo il passo pien di sospetto e lo sguardo, ghiotto di strage, alla volta del lume. E, come nubi sàture di bufera, èccoli riaddensarsi sotto il nemico steccato.

Un filo di luce guizzò... Orrore!... Il Dragone avèa tenuto parola; il Dragone era ben ad attènderli, ma lìvido e lungo, ma appeso ad un ramo, che si piegava all'insòlito frutto.

E, tosto... un barbaglio e un fragore. Due della banda di Gualdo, barcòllano, e, rantolando, stramàzzano.

Il colpo è fallito: bisogna fuggire.

E fùggono, abbandonando i caduti, fùggono verso le loro trincèe, già imaginando nel trèpido orecchio il pestìo degli inseguenti, già sentèndone l'ombra sul dorso gelato.

Ma, purtroppo! i nemici non sono loro alle spalle. A un tratto, dalle case di Gualdo, colpi di schioppo, strilli di donna, e l'uggiolìo di un cane. Una colonna di fumo vi si alza, e in mezzo al fumo, una fiara. I nemici son : l'incendio è con essi. Nereggia l'ossatura dei tetti su 'n vìvido rosso; indi, uno schianto. Le pòlveri sono scoppiate. Impòrpora il cielo, solcato da incandescenti carboni; è un istante; poi, tutto riabbuja.

E, oh quante riabbùjano insieme, fatiche e speranze!

 

 

 

CAPITOLO IV.

 

Alba di pace

 

Era il Beccajo rimasto come folgoreggiato: era caduto il fucile di lui, e, cadendo, esplodeva. Gli altri, Làzaro il Guercio e Sergio il Ranza, avèano ululato due esecrazioni in tuon di spavento, e lo stesso Nebbioso si asciugava col dorso della mano il gèlido orrore che trasudàvagli in fronte.

Ed ecco, due femminili forme venire correndo verso di loro, svolazzanti le gonne, seguìte da un grosso cane al galoppo. Era Tecla, la prima.

- Gualdo - ella fece con voce affollata e ansante, mentre smaniosa agitava una pistola - per oggi, siam vinti. Stanno i nemici dov'èrano le case nostre. Tutto distrutto... L'Allegra, scannata... Fuggiamo!... salviàmoci alla vittoria -

L'altra, che tenèvale dietro a non breve distanza, raggiungèndola in quella, parve inciampare, e cadde sbattendo i denti.

- Cecilia ha paura! - disse la Nera con sdegno.

- E tu?... che hai tu?... - chiese Gualdo accennando alla destra di lei, rigata di rosso.

- Nulla! - rispose - un bacio di piombo.

E lei stessa aprì arditamente la marcia. Fu raccolta di terra la tramortita, fu scagliata ai nemici un'ùltima imprecazione; poi, tutti inselvàrono - duce il Nebbioso, cui non avèa taciuto la selva segreto alcuno.

 

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Ed è negli amplessi delle inviolate foreste - muta rampogna all'uomo del suo perduto rigoglio e della perduta innocenza - e tra il fragore dei diroccianti spumanti torrenti, e gli echi delle sinuose opache convalli e gli aerei picchi dove l'àquila stride e i precipizi vertiginosi e le audaci rupi pendenti in eterna minaccia, che Gualdo e la banda di lui tràssero e la vita e il rancore per due lunghìssimi mesi, sempre accoccato il grilletto e il cuore in allarme. Era, abitazione loro, una tufosa caverna; era, lor nutrimento, la selvaggina, abbondantìssima e fàcile. Chè le belve, in quell'ìsola, non conoscèvano ancora qual'altra belva l'uom fosse: la lepre, scampando il lupo, salvàvasi al cacciatore; gli uccelli pigliàvano le mortìfere canne, spianate contro di loro, per de' ballatòi.

Un , Gualdo era uscito alla caccia. Era solo. Quel , il paesaggio parèa addobbato a festa; non fronda che non gorgheggiasse, non foglia che non rifrangesse come scaglia di specchio, il suo dardo di sole. Ma invano su Gualdo fluiva a torrenti la gioconda luce; invano la tìmida àura aliàvagli in volto i suoi baci piumosi. L'ànimo del malvagio è impervio all'alfabeto di Dio: l'ànimo del Beccajo era fitto, stipato, di maledizioni tali da scolorirne, avesse egli avuto il genio della espressione, le bibliche e le shakspeariane.

E, cammina e cammina, sempre in discesa per dirotti scaglioni, venne a trovarsi il Beccajo, fra luoghi che non gli riuscìvano nuovi, dove gli abeti serbàvano ancora le ferite della bipenne e il terreno le vestigia del piede. Poco dipòi, diventava la selva meno frequente di travi e cessava: cessava a un tondeggiante rialto, sul quale, quasi funereo lenzuolo, era stesa una gran traccia di nero, sparsa di calcinacci fuliginosi e di scheggie carbonizzate.

Il Beccajo die' un gèmito cupo, e si addentò il pugno, insultando all'inarrivàbile Dio. Tutto avèa egli perduto; i nemici nulla. Se ne scorgèvano, laggiù nella piana, le odiate case, ancora salde, ancora impunite... Ma e che!... peggio loro che lui! Ei non avèa da pèrder più nulla: essi, tutto. E respirando l'eccidio e bestemmiando orridezze, il Beccajo si rimboscò.

E già la notte e il silenzio si riadagiàvano nella fossa terrestre. Pura brillava la luna, e il paesaggio, co' suòi biancheggiamenti e le ombrìe, rendèa aspetto di un viso smortìssimo dai lividi calamài. Dinanzi all'antro, presso una quercia che per sola era un bosco, sedèano i tre compagni di Gualdo, alimentando la fame di un queto fuoco. Sibilò un fischio; un altro fischio rispose; e Gualdo si aggiunse ai compagni.

Appariva, intanto, alle fauci della caverna la ritondella e fulva Cecilia, sulla quale tremoleggiante si rifletteva la fiamma. E Cecilia, fatto segno al Beccajo di venire a lei, zitta, lo precedeva al didentro, susurràndogli: guarda... -

Colà giacèa la Nera. Benchè illuminata da un resinoso chiarore, parèa che sulla faccia di lei fosse appena nevato. Non più, ne' suòi tratti, quella fera inquietezza, quella rapina di brame, di stìmoli e affanni, che il sonno domava; sibbene, una calma perfetta, la calma della soddisfazione. E, vicinìssimo a lei, anzi in lei, fra il seno pomoso, alitante, e il flùido braccio, posava un nuovo pìccolo èssere, tutto una polpa, con le cicciose manine ai labbruzzi, bagnati di latte.

Gualdo riste' sussultando. Lo invase un rimescolìo, che di senso si fe' sentimento, un sentimento a lui sconosciuto, che parèa rispetto e parèa timore e parèa rimorso. osava pur di fiatare. Più non sentiva che il bàttere forte delle sue arterie.

Lentamente il sopore si elevava da Tecla come un mollìssimo velo. Tecla alzò le palpèbre, riposò piani gli occhi su Gualdo e gli arrise. Lo sguardo di lei sarèbbesi detto indrizzato. Vi si leggèa un'infinita letizia, un orgoglio male dissimulato, ma quell'orgoglio che non ti offende, perocchè, in parte, è tuo. E poi lo sguardo volgèa al bambino, e lo tornava, esuberante di affetto, su Gualdo, mentre un fièvole suono, aleggiando dalla bocca di lei, dicèa: è nostro.

- Nostro! - ripetè involontariamente Gualdo, e un'ansia di gioja lo strinse. Egli, il violatore delle leggi degli uòmini, non poteva a quelle sottrarsi della universale Natura. Dio, il semplicìssimo fra tutte le cose, entràvagli in cuore per vie inattese; quanto trent'anni di Forza non avèan potuto, facèa in un àttimo Amore. E Gualdo si lasciò cadere, o piuttosto, trovossi a ginocchi presso della giacente, e lievissimamente toccò con le sue le pàllide labbra di lei, dove il bacio di Tecla era già corso ad attènderlo...

Fu il primo bacio tra le ànime loro.

 

 

 

CAPITOLO V.

 

Uomo e uomo

 

E in un commosso silenzio, la mano di lei nella sua, ei rimaneva accanto alla Nera. I suòi occhi, lùcidi più che mai, volgèvansi, ora alla mamma, ora alla bimba, sulla quale indugiando, sembrava che ne assorbìssero la innocenza e si facèssero, nella gentilezza di lei, viepiù carezzèvoli e miti, quasi tementi incresparle, pur con un rùvido sguardo, il piano specchio del sonno. Ma la fragilità della bimba risovveniva la dura vita che la attendeva, ma la inermezza sua, la folla delle nemiche armi, e Gualdo era stretto da un'inesprimìbile angoscia. Gualdo, la prima volta in sua vita, si sentiva codardo e non arrossiva, e ricordava il futuro e bramava una casa... E l'èstasi sua, a poco a poco mutàndosi in sonno, e i suòi pensieri fondèndosi in sogni, ecco innalzàrsegli nella fantasìa, la casa tanto desiderata - una casetta gentile, di cui, glìcini e rose le pareti, rondinelle e colombi l'aggrondatura dei tetti, credèvano fatte per loro. Intorno intorno, un giardino, allegra tavolozza di fiori, dove ogni cespuglio parèa una pispigliante nidiata, dove l'auretta, una carezza profumata di viole. Gualdo vi lavorava cantando: Tecla sedèa alla porta del casolare, e la bimba, appesa al suo collo, suggèa da lei latte e amore. Ma, repente, il cielo sereno ingrigia di nubi. Tutto ammutisce. Ingròssano i fiori in arbusti, poi in piante e piantoni, spargenti ombra e paura e giganteschi assurgenti a nùvoli bui, che minàcciano in giù... E, un rombo. Sono i nemici, i nemici che accòrrono. Fosforescenti cadavèriche faccie appàjono e spàjon fra i tronchi: canne di schioppo spùntano lucidìssime in mezzo alle macchie. Gualdo, come una belva cacciata, fugge, stringèndosi al seno la bimba... Cresce il trepicchio, il corricorri degli inseguenti... I nemici gli tengono dietro, gli vèngono incontro. Gualdo è spossato. Riunisce ogni spirto in un violentìssimo sforzo, e... si desta.

E udì il risuono di un gèmito. Freddo madore gli pullulava sul fronte. Si guardò attorno. Bruciava silenziosamente la teda, ripercotendo sulle fuliginose1 pareti il suo visìbile eco. Guardò la Nera e la bimba. Dormìvano placidamente. Tecla parèa languire in una mitìssima voluttà. Nel volto le stava effuso il contento; e le labbra di lei, quelle labbra rinfocolatrici di astii e aizzatrici a vendette, mormoràvano: pace -

Gualdo si tirò in pie'. Non più indecisioni. Biancheggiàvano i cieli. Bevette una sorsata di branda, s'insaccocciò qualche pezzo di carne arrostita, prese il fucile, e barattate alcune parole con Mario, che vigilava alla salvezza del fuoco e alla loro, rincamminossi per le orme segnate il prima.

Perocchè Gualdo avèa risolto di aquistarsi una casa. Ma casa non vi ha senza pace; ed egli avèa fisso di aquistarsi la pace. Or, come arrivare alla presenza di Aronne? e come, arrivando, riuscire al suo cuore impreparato dalla sventura?... che offrirgli? che dimandargli?... Gualdo, in certo qual modo, gli avrebbe dovuto chièder perdono. Pensiero tale gli sommoveva il limaccioso fondo dell'ànimo, eccitàndovi a galla un orgoglio luciferino, e allora capiva, che la più ardua parte di quella impresa, non era tanto di vìncere Aronne quanto , e sostava in pendìo di ritornare nella miseria e nella disperazione. Senonchè, tosto, la imàgine della sua bimba innocente, la cui sola difesa era la pietà degli altri, s'impadroniva di lui, lo forzava a riguadagnare con doppia foga la titubata via, inorgoglièndolo perfino del suo sacrificio d'orgoglio.

Ed ecco, diradàndosi la pineta, sciorinàrglisi al guardo, da lunge, gli azzurri deserti del mare; da presso, le carbonchiose vestigia delle sue case. E, sulle vestigia, ancor più sinistro di esse, Aronne.

Era colùi, che Gualdo cercava, che intensamente volèa: eppure, diede uno scatto come a cosa inattesa.

il Letterato parve meno sgomento. Tuttavìa, a ripigliarsi, fu il primo. Appuntò ratto il fucile verso il Beccajo e fe' fuoco...

Ma errò.

Egli si vide perduto, lasciò cadere il fucile e si volse, cercando la fuga.

- Ferma! - vociò terribilmente il Beccajo - ferma! o ti raggiunge la morte. -

S'arrestò il Letterato di botto, e gittossi a ginocchi, implorando pietà. Smarrita la lingua, favellava coi gesti.

- Io non venni - Gualdo rispose, che a lui si appressava e mitigava la voce - per voler la tua vita; sibbene la mia. Non temere! - aggiunse, scorgendo che quèi non finiva di stralunare gli occhi e di tòrcer gemendo le sùpplici palme. - Non temere! - iterò con un buffo, tosto represso, di bile, offeso dall'ostinata viltà di colùi. - Guarda! - e depose lo schioppo - Son disarmato. Piglia bene la mira. Puòi ammazzarmi con tutto tuo còmodo. -

A tali parole, Aronne, che già gli sbirciava, fra la speranza e il sospetto, fuggèvoli occhiate, portò machinalmente la mano ad una delle pistole che gli pendèvano dalla cintura, ma si rattenne. Lento si alzò e stette, in presenza di Gualdo, muto dalla sorpresa.

Il Beccajo continuò:

- Io venni per domandare... pace... perdono. Ben sai; avèo giurato di miètermi il pane sulla tua testa, di averti quì sotto - e battè forte il calcagno. - Tu mi avevi oltraggiato, mortalmente oltraggiato. Se un topo, un mìsero topo, al pie' che lo preme, si rivolta e morde, dovrà, un uomo, lasciarsi impunemente schiacciare?... Ma la Fortuna non mi seguì, ma una orrìbile vita, in cui la pena seminava altra pena, mi apprese, che folle è combàttere contro chi tiene dalla sua... il cielo! - e , sbassàndosi Gualdo e riunendo una manata di carboni e di cènere - Ecco le case mie! - sclamò in un tuon di dolore che ottenebràvasi in rabbia; e ai venti le sparse. - Ed ecco le tue! - gemette, e additò la pianura. Ma il dito gli rimase a mezz'aria. Le floridìssime case del giorno prima, che la verzura abbigliava e donde uscìa il fumo in pacìfiche spire, èrano mezzo franate: campi ed ortaglie serbàvano i segni della gràndine umana.

- Or vedi se il cielo combatteva per noi! - subentrò il Letterato con un profondo sospiro. - Vedi se noi risparmiò la contagiosa Sventura! - E, in poche e desolate espressioni, si fe' a raccontare, come uno stizzo delle case inimiche avesse appiccato l'incendio alle sue; come cioè, partendo il bottino di Gualdo fosse, sul luogo medèsimo, sorta una nuova divisione degli ànimi, anello primo a una nuova sequela di guài. - Molti sono i caduti - disse - che non si mòssero più. Jeri la vittoria fu nostra... Gabiòla intoppò nel suo laccio... Pur tu vedi a qual prezzo!... Ah Gualdo! il male dell'uno non sarà mai il bene dell'altro... Gualdo!... la guerra è comune rovina. -

Il Beccajo afferrò ambedùe le mani del Letterato, e gliele serrando con ansia:

- E tu vuòi dunque continuarla?

- Per forza. La sicurezza nostra stà solo nel loro totale sterminio. Troppo son vinti i nemici, per sperare una pace... quindi per domandarla.

- E tu domàndala loro - fe' Gualdo.

Aronne maravigliò. Egli, i cui tòrbidi occhi schivàvano sempre gli altrùi, fisò stavolta in pieno il Beccajo. - Io?... che ho vinto? - ribattè a mezza voce, ma insieme dovette abbassare lo sguardo, punto da un interno rimpròvero.

- Non te l'ho chiesta, io, a ?... io, il più forte? - insistè Gualdo.

Oppòsegli Aronne:

- Allèati meco.

- Con , sì; contro di loro, no. Ti voglio èssere amico, non còmplice. -

Continuava la silente sorpresa di Aronne. Quantunque la persuasione gli permeasse già in cuore, le labbra di lui riluttàvano di confessarla. E, infatti, gli ànimi non generosi stìmano vile piegarsi alla ragione degli altri, senza pensare che la verità è una sola, vèngaci essa da qualsisìa paese, e che chi cede a questa ragione non sua, cede infine a se stesso, di cui si è già fatta. Senonchè, gli sguardi incalzanti di Gualdo non gli lasciàvano tregua, gli penetràvano nella pupilla, invano difesa dalla palpèbra, lo raggiungèvano nella coscienza, difesa invano dal pregiudizio; tanto che Aronne fu astretto a rialzare la testa e a dire:

- Ebbene... sia!... Pace con tutti. -

Gualdo balzò dalla gioja:

- Giuriàmolo - esclamò:

Distese l'altro la mano, incominciando: giuro...

Ma Gualdo gliela rattenne, facendo: aspetta. - Tolse di terra un fumaccio, segnò con esso un crocione su di una pietra, e: giuriàmolo quì - disse, scoprèndosi il capo.

Giuràrono. - Era la prima volta, che Gualdo si ricordasse di un Dio, per non bestemmiarlo; era la prima, che Aronne non l'invocasse per meglio ingannare.

 

 

 

CAPITOLO VI.

 

Stato e famiglia

 

E la pace fu, e, in gran parte, si dovette al Beccajo. Caso nuovo! quel Gualdo, cui, nell'offesa, mal soccorreva, per la tardità della idèa e la ingordigia dell'ira, la lingua, sì ch'ei dovèa ben spesso parlar con le mani, sentìvasi ora di una inesaurìbile eloquenza, che avrebbe messo in un sacco il più sfrontato tribunalista, una eloquenza, tanto più insinuante quanto men pretenziosa, tanto più persuasiva quanto più persuasa. Ma è bensì vero che Gualdo s'avèa, all'ingiro, argomenti fortìssimi; avèasi i luoghi, che non si pòngon la màschera come i loro abitanti; e colà, i luoghi, non èrano più che o brughiera o moriccia.

Dunque, s'ebbe la pace. Pur non bastava. Fondamenta e muraglie dimandàvano un tetto. Occorreva che la pace durasse, e che si sentisse che poteva durare. E, d'ogni intorno, si bisbigliava di un capo, si bisbigliava di leggi.

Tutti assieme, dal dello sbarco, i deportati non s'èrano più riveduti. Si fissò un giorno. Arrivò, e il convegno ebbe luogo alle case del Letterato. Molti, che già le avèan disfatte, si èran congiunti a rifarle. Èrano quelli forse che picchiàvano, ora, i chiodi più saldi.

Ma, ahimè! in quale stato si rivedèvano essi! Pochi mesi di libertà senza legge, il che viene a dire, di servitù volontaria al vizio e alla miseria, avèano cospirato a lor danno, peggio del lungo regime di una legge senza libertà, il regime del càrcere.

D'ogni parte, visi estenuati dai non sazi bisogni e dalle più abbiette malattìe dell'ànimo, e panni che parèan piuttosto filaccie a mal nascoste ferite. Benchè comune fosse stato il delitto, si evitàvano, a muta, lo sguardo. Non era ancor l'odio al peccato, ma qualche cosa presso, il pudore. osàvano pur di contarsi.

Poi, quando Aronne, dopo di averli con una ràpida occhiata sorrasi, disse: èccoci tutti! - quel tutti, passò, abbrividendo, di fibra in fibra, d'ànima in ànima.

E Aronne;

- Sopra il passato, o compagni, è meglio porre una croce. Tanto varrebbe, il parlarne, del farci l'uno dell'altro accusatori, del provocare, nello stesso scolparci di quelle prime maledette discordie, altre... più ancor maledette. -

- Noi giuriamo la pace! - Gualdo esclamò, elevando la mano.

Si udì un mormorìo di assenso e venticinque destre si alzàrono.

- E chi la guastasse, la pace? - dimandò Aronne.

- A morte! - echeggiàrono tutti.

- Ma, e chi potrà dire: or la pace è guastata? - ridomandò Aronne con astuta ignoranza.

- La legge! - rispose il Beccajo, tosto abboccando all'esca del Letterato. - Sia fatta una legge!

- Una legge! - iterò il papagallame.

- Ebbene - fe' Aronne - giacchè la volete una legge, propongo anzitutto, che chi uccide o ferisce sia ucciso. Chi non accetta, si alzi. -

Nessuno si alzò. Nessuno l'ardiva. E il Letterato scrisse su 'n foglio l'unànime voto. Poi;

- E chi ruba?... e chi froda?... e chi strugge?...

- A morte! - interruppe il Beccajo nell'entusiasmo dell'ira.

- Troppo! - osservò Àmos il Lima, un mammamìa color foglia-morta, e (borbottando:) -... chi uccide, sia ucciso; chi ferisce, sia ucciso; chi ruba, sia ucciso... - Dunque non c'è differenza tra il fare un fazzoletto e una vita? -

Ma il Letterato pacatamente:

- Proprio; in faccia alla legge, non c'è. La legge vuol la stessa obedienza e in solajo e in cantina, e nell'unghia e nel capo. Tòccala in tanto così... - e segnò sulle dita - tòccala in così tanto... - e segnò sulla mano - è tutt'uno per lei. -

E tutti, allora, acclamàrono: a morte!

Donde, si venne a disputare del modo. Ognuno avea il suo a proporre, e tal fu, che, in così bella occasione, ebbe a scoprirsi di un lusso di fantasìa da disgradarne le illustrazioni del Santo Offizio più scelleratamente pie. Le parolette di boja, scure, tenaglie e d'altre sìmili galanterìe, si palleggiàvano senza riposo fra quelli onesti legislatori, i quali, sostituita alla privata vendetta la pùbblica, non più potendo sfogar nei delitti la loro ferocia, cercàvano legittimarla nelle pene. Senonchè, Aronne, meno bimbo di tutti, che, se non altro, non era mai stato gratuitamente malvagio, e che or sorrideva con tàcito naso ai lor disconclusi propòsiti, ci diede fine, osservando, che, se diverse le vie, la meta era poi sempre la stessa, cioè la morte una sola; che però, trattàndosi di elèggere un modo, a suo poco giudizio ei propendeva, per una certa tradizionale venerazione, al clàssico della impiccatura, aggiungendo con un diabolico riso: fareste torto, scartàndolo, a tante belle piantone, che pàjon quì nate e cresciute apposta. - La qual sentenza fu coperta d'applàusi.

- Per cui accettata la... - ei riprese, nell'inforcarsi coll'ìndice e il medio la gola, e sì compiendo ribaldamente la frase - chi invade una donna non sua... -

- A morte! - compì Tecla la Nera, sfavillante negli occhi.

- Donna non sua? - saltò su a dire il Rampina. - Stà quì di casa una tal rarità? -

Abbracciò Tecla il Beccajo e impetuosa baciàndolo: io sono tutta di Gualdo; la nostra bimba lo vuole. -

- E le altre? - chiese il Rampina.

La discussione si annuvolò, e, la passione aumentando, divenne più e più burrascosa. Già le parole si facèvano grida, come le idèe si èrano fatte parole. Dove c'è donna c'è lite. Eran le donne in nùmero minore assài degli uòmini; tuttavìa il progetto di porle in comune fu da esse respinto fierissimamente. Ben si sarèbbero, molte, accontentate di avere tutti; non una poteva soffrire d'èsser di tutti. E fu specialmente respinto da Tecla, che giunse perfino a toccare del malo esempio che ne trarrèbbero i figli, e da Aronne, il qual prevedeva nella incertezza della Famiglia, quella perpetua della Comunità.

- Ora, udite - diss'egli, cogliendo un istante di general mancafiato - udite . Siamo in dieci a sottane; quìndici a brache. Ma, per due paja fra esse, non c'è più fòrbice ed ago. Dico di quelli che tèngono figli. I figli vàlgono un matrimonio; anzi, secondo , il vero matrimonio sono essi; noi possiamo levare la mamma alla creatura, la creatura al pappà. Resterebbèro dunque di lìbera caccia, fèmine otto e trèdici maschi, benchè, di questi ùltimi, alcuni non possèggano più, a uso maschio, che il nome... -

- Chi, per esempio! - arrocò, con quella sua voce eternamente in cantina, lo squarquojo Raccagna, il beone.

- Io - ribadì il Letterato - e Gabiola il Lìbera-mè e Saverio l'Annegatore e Siro lo Zangarino e Luiso il Tremila, e tu anche, o Raccagna... Chi ne può troppe contare, ne ha ben poche da fare. -

Ma ecco due allampate figure, cui non mancava se non la granata per èssere streghe, ecco due faccie rugose sulle quali la vita appariva in piena dirotta, solo durando, indomata, la foja, avanzarsi, stringendo rabbiosamente le grinfe, e con due bocche spigionate di denti strillare: e noi? -

Ribattè Aronne: vi accomoderèbbero i vecchi, a voi? - Giuliana la Maga e Ortensia l'Arciduchessa soffiàrono offese.

- Ebbene - egli fece, con quella gioja tutt'astio che è l'irrisione - fate conto, o bambine, che i giovanotti la pènsano giusto così. Quindi - seguitò egli - messi da parte i quattro già in gabbia, e questi due funerali, e noi sei che non abbiamo più sesso, c'è da disporre di uòmini sette, e sei donne. Alle quali donne, io, per evitare le graffiature, propongo d'invocare la Sorte, giocando al lotto il marito. -

Un bàtter giulivo di mani accolse la nuova proposizione. I polizzini coi sette nomi de' condannati furono tosto scritti. E allora, quelle zitelle un poco scucite, ma che, in virtù di un pròssimo matrimonio, assumèvano un'aria di provvisoria verginità, zoccolàrono insieme da un lato, dove, in bel gruppo, illuminate dall'aureo sole, stètter guardando, tra la soja e la sfida, i lor futuri sposini, i quali, dai Nebbioso all'infuori, riunìvansi sull'altro lato, tanto quanto impacciati, tanto quanto ingoffiti, come se già il lor sangue impigrisse di maritale elefantìasi. Nel mezzo poi, da tutti gli altri attorniato e appunto fra le due vecchie che somigliàvano alle due Parche peggiori, Làchesi e Cloto, rimase Aronne. In una mano egli tenèa la sua berretta e mescolàndone entro i polizzini con l'altra, ad alta voce chiamava: Ambra, avanti! -

Ambra l'Avvelenatrice distaccossi dal gruppo. Era una bruna dalle linee severamente egizie. Parèa la Faraònide di Cherubino Cornienti. Movèa le spalle, come se sopra le fiammeggiasse una pòrpora; il capo, come reggesse corona. Il viso di lei non impallidiva, non arrossiva mai; lo sguardo imperioso scendèa nelle ime midolle e gelava.

Era di quelle donne di cui l'odio paura, ma l'amore spavento. Un regno... e Ambra avrebbe calpêsti i diademi di tutti i prìncipi della terra e coi diademi le fronti, avrebbe usurpato gli inni di tutti i poeti, eternatori la notte de' suòi capelli e il giorno degli occhi suòi e la insaziàbile brama e la voluttuosa terribilità degli abbracci; nulla... e un piatto di sospetti funghi bastò a impigliarla nella ragnaja di un còdice, e giùdici, fatti arcigni dal pranzo in ritardo, la condannàrono prodigalmente, e le manette le divènner monile, non ottenendo in compenso dalla parziale Celebrità, che il nome e un oltraggio sulle gazzette. - E Ambra, regalmente incedendo, elesse, dalla berretta che presentàvale Aronne, un biglietto, e, come l'ebbe travisto, senza scomporsi, si volse e andò, degnàndosi quasi, a stènder la mano a Sergio il Ranza, un barbuto. Il quale, attiràndosela al seno e baciàndola, aggricciò di terrore.

Si applaudì.

- Avanti l'Èster! - appellò Aronne.

Da tutti gli occhi costretta, con un sorriso intrigato, fatto a onore dei denti, si avanzò una tosoccia rubiconda e polputa; quaglia aspettante il tàlamo della polenta. La sua incresciosa andatura avèale imposto il soprannome di Oca. Non bellezza, belluria. Era tonda e di fuori e di dentro; tonda di fianchi, di sguardo, di ànimo. Quella scarsìssima intellettiva, che, il Cielo o che altro le avèa concesso, stava tutta in vetrina. Non passava il suo sguardo oltre la pelle; non èrano i suòi pallori e rossori, effetto di sentimento, ma di lune sanguigne. Rappresentava la Indifferenza; non già la divina di chi moltìssimo , ma di chi niente. Un passo più giù e ci saremmo trovati in pieno ebetismo.

Era insomma di quelle ragazze che non isvègliano che desiderii fatti di carne e di mùscoli; di quelle che con l'eguale commovimento sèntono una dichiarazione d'amore e l'annunzio della zuppa che aspetta.

Èster, nata in una làuta onestà, non si sarebbe, certo, incomodata ad uscirne; avrebbe, come il più delle donne, aumentato la formidàbile turba degli imbecilli e attaccato bottoni saldìssimi: sorta, al contrario, in un ambiente di viziosa miseria, continuò, senza rimorso gusto, a far quanto la sozza interceditrice matrigna più non poteva; alimentò il corpo col corpo, mettendo bottega de' suòi baci stopposi e delle lievìssime effervescenze. - E l'Oca, sempre con quel suo vàpido riso e quel molleggio di anche, dondolò fino al berretto di Aronne, dove, fatto un inchino e sortito una scheda, stette con questa in mano e spiegata, senza sapere che fare, senza sapere che dire, tìmida no, ma analfabeta.

- Chi è? - da ogni parte si chiese, e tutti le si affollàrono intorno.

- Mia! - eruppe in trionfo un giovanotto rossigno, travedendo il suo nome. E Rosario il Fanfirla l'abbracciò stretto stretto e baciolla; ed essa, lasciossi baciare e abbracciare. Per quanto stolta una donna, un uomo c'è sempre che la vince in stoltizia - il suo amante.

Ma intanto, l'urna di feltro era scossa di nuovo, e si udia: Cecilia avanti! -

Ed ecco, venire ad Aronne quella grassotta e fulva fanciulla, che già conosciamo. Stette Cecilia, dinanzi la sorte sua, arrossendo e imbiancando; poi, con leggera esitanza, scelse un biglietto, che lentamente aprì, incominciando dubbiosa a compitarci su un nome... molto inoltrossi, che le si effuse la guancia di felice rossore: Mario! - diss'ella.

Senonchè Mario, il qual si tenèa in disparte accavalciato ad un trave, senza voltarsi, senza mòversi pure, rispose: io impicci non voglio. -

Tentò parlare Cecilia... Il pianto anticipò la parola.

Ora - via Mario - la divisione diventava ben piana. Nulladimeno, si volle continuata la lotterìa. E ad Àmos il Lima toccò la pellùcida e rosea Olivetta Cuorbello; a Giorgio il Rampina, Càrmen la Smorta, una bellezza in pien frutto; a Làzaro il Guercio, Battistotta la Serva, ancacciuta e baffuta schiattona; infine, ad Erminio il Tedesco, un colosso dagli occhi e dai capelli sbiaditi, toccò la Cecilia, cui, lombi torosi dovèano dare passata degli affanni di cuore. qualcuno sogghigni a sìmili nozze fabricate sul caso... Che è un matrimonio, in tutti i paesi del mondo, per quanto premeditato, se non un getto di dadi?

- E così - ripigliò Aronne, parlando alle otto coppie di sposi, che si schieràvano dinanzi a lui braccio a braccio - or che le sedie son prese, chi scavalca l'altrùi... -

- Impicca! - sbraitàrono ferocemente i mariti. Ma solo i mariti.

- E a chi il ricordare la legge? e il condannare? e il punire? - insinuò Aronne.

- Un capoccia! un capoccia! - esclamàrono tutti.

Il Letterato fe' un cenno, che invitava al silenzio, e:

- Date ascolto. È meglio non comandare del non venire obediti. Ma non si obedisce alla legge se non per amore di questo - e mostrò il pugno. - Chi ha questo più forte è capoccia... Lo è dunque il Beccaio.

- Viva il Beccajo! - vociò l'ossequente bordaglia. Ma Gualdo:

- No - oppose. - Se il pugno io l'ho forte, dèbole è il capo. Io non potrèi che farmi accoppare. Troppo mi sento ignorante... di una ignoranza a cui non c'è menda. Il mio braccio ha bisogno di testa. Ecco la testa! - e additò il Letterato.

Sul che, la mòbile plebe, che o tosto ragione al primo che parla per evitar la fatica di udire il secondo, o al secondo per non scomodarsi a bilanciarlo col primo, acclamò a quello. Insieme al quale si elèssero poi quattro giùdici, che fùrono lo Zangarino, il Tremila, il Raccagna, e il Lìbera-mè, compensati in tal guisa, con un poco di fumo, dell'arrosto mancato, cioè della moglie.

- E adesso - sommò il Letterato, che avèa scritto man mano su un ampio foglio di carta i comuni decreti - venga ciascuno, e quì giuri obedienza a quanto, egli stesso, si ha comandato. Dio danni il fedìfrago al cànape, ai corvi, alla perpetua oscurità! -

E Aronne firmò per il primo; indi passò la penna al Beccajo, che v'inchiostrò uno stentato crocione, poi al Raccagna, che vi lasciò un tremoleggiante sgorbio, e, così via, uòmini e donne, pòsero tutti il loro segno sul foglio... un camposanto di croci.

Più non mancava che Mario. Egli stava - sempre accavalcioni del trave, sempre chiuso in stesso - col gòmito sul ginocchio e sulla palma la guancia, come se inconscio di quanto gli succedeva all'intorno. Ma, quando ogni sguardo si fisse in lui, quando ogni bocca il chiamò, donde sedèa scese, e, camminando di un fare sbadato e di una dispettosìssima cera, venne al macigno che serviva da tàvola. E colà prese la penna, che girò fra le dita, alcuni momenti, indeciso;... poi, accipigliàtosi a un tratto, sdegnoso la gittò via, dicendo: è inùtile! non obedirèi. -

E Mario il Nebbioso si esiliò dai compagni, pigliando il cammino dei boschi e della misèrrima libertà delle fiere.

 

 





1 Nell'originale "uliginose". Corretto dopo confronto con l'edizione delle Opere, a cura di D. Isella, Milano, Adelphi 1995 [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]






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