FINALE
La patria
Altìssimo il sole. Scintillava dovunque un aureo
polverìo, e parèa il mar rutilante, non aqua, ma un mare tutto di luce. E,
d'ogni parte, gente traeva alla spiaggia, fiso ogni sguardo alla rada e ad una
balda fregata.
Era quella la patria, tanto narrata dai vecchi e
tanto dai giòvani udita, la già invisa patria, e, ora, il più intenso sospiro.
E, a chi, ùltimo accorso, impallidendo ristava, era detto, come Aronne si fosse
recato alla nave e come lo si stesse attendendo di minuto in minuto. Tutto
intorno, volti su cui la tema e la speme alternàvano i loro colori. Ai gruppi
si aggiungèvano i gruppi, e, tra essi quello spiccava del Nebbioso e di Gualdo,
ritti in pie', mano in mano, silenti, intanto che Forestina, in mezzo assisa su
'n cespo, sembrava seguire, co' suòi, i lor guardi, sempre incontrando però,
nel raggio visivo, le clàssiche forme di Mario.
Infine, la canòa di Aronne si distaccò dal fianco
della fregata, e tosto venne raggiunta da una scialuppa e da un'altra,
lucicanti di oro e festose del nazionale stendardo.
I palischermi pigliàrono spiaggia. Fu un serra
serra l'accòglierli, fu un tumulto di affetti, cui riverenza era dèbole freno.
Discèsero marinài, discèsero officiali, e un capitano di austera fisionomìa. E,
secolui, scese Aronne, il quale, a coloro che ansiosi gli si pressàvano
intorno, bisbigliò un: - tutto bene - che, come lampo, di bocca in bocca
trasmesso, suscitàvasi dietro un giubilante rumore.
E, allora, accompagnato da Aronne e dagli
officiali e dalla folla di tutti, il capitano passò a visitare il villaggio,
casa per casa. Intanto, Aronne, a seconda dei luoghi, gli narrava la storia,
ora trista, ora lieta, della colonia, dal tempo in cui, d'uomo, non possedèvano
essi che il nome, quando cercàvano, pazzi, il proprio vantaggio nel danno altrùi,
finchè, svegliati dal loro stesso russare e fiorita la tardiva saggezza, si
riducevano a forza nell'umano diritto; e narrava come allor la sventura
apprendesse la felice fortuna, il bisogno il soddisfacimento, l'Anarchia lo
Stato, mentre la non mai zitta incontentabilità nutrìa il progresso,
sostituendo ad una forzata eguaglianza nella miseria, la innata provvidenziale
disuguaglianza.
Dal qual racconto, nelle interlinee, chiaramente
appariva, come, non tanto le dèboli voci della coscienza morale, quanto le
fìsiche necessità, avèsseli spinti al bene comune, cioè alla giustizia, e come
- dal non offènder la legge per volontà, spontaneamente passati a non
offènderla per abitùdine, e dal rispettarla per timor della pena, a rispettarla
in omaggio a lei sola - guidando poi la travagliosa nequizia all'ìlare probità,
fòsser venuti a obedire norme nella legge non scritte, per giùngere fino -
rieducatosi il cuore - a quel più del dovuto, che è il beneficio.
E il capitàno, che, in sulle prime, non solo si
manteneva in una guardinga impassibilità, ma già tesseva i lacci di cavillose
interrogazioni, inoltrando il racconto, cominciò a intenerirsi; tanto che,
spesso, gli fu veduta scòrrer la mano sul ciglio... per aggiustarsi un non
scomposto cernecchio, o il fazzoletto sul fronte... per asciugarsi un non
spuntato sudore. E spesso, egli interruppe il narrante con espressioni di
tenerezza e stupore, o con la insistente richiesta che quello si ripetesse;
poi, come tutto fu detto, non potè trattenersi di offrirgli, con espansione, la
destra.
Ma il Letterato càddegli innanzi a' ginocchi:
- Morte! - egli disse - ecco quanto ci spetta. Una
colpa non è cancellata finchè si rammenta, e le nostre vìvono ora in noi più
che mai. Rendèteci le antiche leggi, se anche per esse ci si renda al castigo;
rendèteci la patria nostra!... Non la chiediamo per noi, che ne siamo
indegnìssimi, ma per i nostri figliuoli, che non l'offèsero mai. -
I deportati s'inginocchiàvano tutti.
Ed ecco, il commosso officiale, in pie' nel mezzo
di loro, alzare al cielo uno sguardo di gratìssima prece, e già trasparèndogli
in viso il più felice segreto, trarsi un rotoletto di seno, e svòlgerlo
lentamente.
Il silenzio era colmo. La voce del capitano lo
ruppe, leggendo:
«Uòmini fratelli!
«Già la vostra domanda era scesa nell'ànimo
Nostro.
«Egri eravate; non vi spegnemmo; guariste. Da ogni
vizio, virtù. Roma, covo prisco di ladri, diventò nido di eròi!... Siate Roma!
«Noi - obliando - ridistendiamo la mano su voi.»
Un'esplosione di gioia nascose la voce del
leggitore. Tolti i confini, i due campi èrano fatti uno solo. Non più giùdici e
rei; non più stranieri a stranieri: figli si ritrovàvano tutti di una medèsima
terra e di un equànime padre. Da ogni parte, baci. Baci al reale diploma, baci
alle mani di chi l'avèa apportato e al volto de' marinài. Era uno strano
miscuglio di scoppii di risa e di pianto; parèa perfino che l'entusiasmo,
passeggera follìa, si tramutasse in follìa, duraturo entusiasmo.
E, quel dì, la colonia ebbe statuti e governo e il
titolo di Felice, essendo Gualdo ed Aronne gli eletti a tutelar quelle
leggi, di cui essi èran stati i principali violatori. Ne farà meraviglia, che
un sì memoràbile dì, fosse chiuso da un solenne banchetto - un banchetto sul
lido, sotto un'ombrella di fronde, e in veduta alla nave pavesata a gran festa.
Or, chi mai può contare le volte della coppa fraterna? Dalla Legge al Sovrano,
dalla Famiglia alla Patria, tutto si brindeggiò; non obliati, s'intende, in
tanto toccheggiar di bicchieri - tra il furor degli applàusi e il cannoneggiamento
della fregata, che rimbombava di convalle in convalle - i beneaugurosi sponsali
di Forestina con Mario.
Donde ha principio la Colonia felice.
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