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IV.
Da quel giorno, i pensieri di Cesare Lascaris
si fecero così duttili e balzani, ch'egli avrebbe potuto comporne un facile
poema, se avesse avuto l'espressione letteraria e la pazienza d'arrestare gli
scoiattoli molleggianti sulle branche della fantasia.
La fantasia gli divenne più elastica, e
dovunque gli presentò visioni, lo deliziò coi gesti ricordati della donna e con
la melodia della voce femminile; il paesaggio gli riapparve asservito alla
bellezza di lei; più che quadro, umile cornice.
E visse tra una flora mortifera di
figurazioni sensuali.
Erano gli occhi grigi, ch'egli prediligeva? E
i capelli bruni, e la giovanezza, e il corpo alto, sottile? Sì, era tutto
questo.
Nell'animo di lei voleva un'indefinita
stanchezza, come per atavismo? Voleva quell'ingenuo senso della vita, che
disarma una donna e la dà intera all'uomo capace di dominarla? Sì, tutto questo
voleva.
Ma tutto questo era in colei, la quale il
destino gli aveva offerto nella solitudine della mite campagna. La sua vista
gli aveva dato una tortura insoffribile.
Sarebbe dovuto passare per la solita trafila,
prima di giungere a lei? Aprirle le braccia, non doveva bastare? Si sarebbe
offesa, s'egli le avesse chiesto un bacio senza averle mai parlato d'amore? La
sua bellezza l'attraeva così, ch'egli aveva vergogna di perdersi in lunghe e
successive preghiere.
Perchè non comprendeva ch'egli l'avrebbe
amata sempre? Qualcuno intorno a lei, poteva farsi amare e rapirla?
Essa era tutti i profumi più voluttuosi,
tutti i suoni di una lenta orchestra invisibile, tutta l'iride dell'amore,
tutte le promesse dei paradisi orientali.
Egli doveva dirle che per lei avrebbe dato il
suo sangue, la sua vita, il suo orgoglìo; che avrebbe abbandonato gli amici,
sfidato il mondo, portato superbo il più greve giogo da lei imposto; che
avrebbe rinnegato ogni fede, e avrebbe avuto la sua sola fede, la sua
religione.
Sì, tutto questo doveva dirle; farla
sorridere e pensare, turbarla, agitare le sue notti con visioni ardenti.
Ch'ella non avesse più requie se non fra le
sue braccia.
Che gli giungesse assetata di voluttà. Il
bacio dell'uomo le avrebbe comunicato un sì lungo spasimo di piacere, da
toglierle la percettibilità d'ogni altra sensazione; e il suo corpo si sarebbe
piegato, contorto, allacciato a rosee spire sotto le labbra di lui.
Non doveva essere più nulla di conosciuto, se
non una splendida forma armonizzata dalla passione.
Ma eran parole o intricate formule di magìa,
capaci di denudare colei?
Dove le avrebbe egli scoperte, in qual
lingua, fra quali documenti di anime appassionate?
Era dunque possibile che le agili e bianche
dita salissero al corpetto e intonassero la sinfonia classica dei bottoni che
si slacciano?
E tuttavia qualcuno l'aveva già posseduta....
Quale uomo? Un uomo scomparso, travolto nell'eternità, lasciando ad altri, per
altri, il fiore da lui appena schiuso e intravisto.... Ma da tempo sì lontano -
(la voluttà più astuta non lascia traccia se non in ricordi simili a pigmei, i
quali corrano dove son passati i giganti) - da tempo sì lontano, che il corpo
della donna era puro, immemore, e i frutti del suo seno avevano obliato le
labbra tremanti del maschio.
A pranzo in casa di lei, un giorno Cesare
potè contemplarla perdutamente e vivificar le limpide acque della fantasia, in
cui l'imagine d'Emilia si rispecchiò senza più timore di venir cancellata.
Fu un pranzo al chiaro di luna, perchè
cominciato assai tardi aspettando il dottor Noli, che giunse nella penombra del
grasso pomeriggio estivo. La luna, sorta dietro le rocce di Portofino,
interamente rossa in un guazzo rosso a filamenti, era nell'ascesa diventata a
mano a mano pallida, aveva preso la sua espressione di bamboccio anemico e
imbronciato. Al momento di chiuder la finestra e d'accendere, i raggi entrarono
inattesi, le lampade furono dimenticate, e il pranzo continuò tra il pulvìscolo
argenteo.
In faccia a Cesare, Emilia apparve quasi un
busto marmoreo.
Pel cielo correvano alcune nuvole fioccose;
non velavano ma attutivano il raggio, facendolo più molle e più serico. La luna
restava sullo sfondo cilestrino a guardar dolente le nubi che sfilavano,
disperdendosi in forme rapide e balzane.
Emilia si levò, mentre sull'astro le nuvole
gettavano il velo traslucido; e si rivolse a prendere un Trionfo d'argento che
non avevan ricordato di porre in tavola. Ritta allora così, col Trionfo carico
di tonde pesche mature e di grappoli d'uva ricadenti, la donna si fermò innanzi
alla finestra, giusto nel punto in cui succedeva alla gradazione della luce
pulviscolare, una più tenue e morbida. Fu illuminata intera, tra una gloria di
bianco lucido, di bianco latteo, e di bianco....; parve più alta, la testa
cinta nel diadema di nerissimi capelli, gli occhi grigi dilatati dalla notte;
una divina statua.
Cesare fu preso dal bisogno istintivo di
parlar sottovoce, d'ascoltar qualche racconto strano e cadenzato, il quale,
come un fresco ragnatelo d'argento, gli avvolgesse il cuore....
Si rattenne a pena dall'esprimere l'idea
bizzarra, per quei due, Roberta e il dottore, che continuavano a vivere la vita
normale. Ma ebbe il sottil gaudio di penetrar lo spirito d'Emilia, di sentirlo
inebbriato dalla scena fantastica. Anch'ella era lontana dalla vita normale, in
quella sera avvolta nel ricco manto della luna; quasi il pulviscolo bianco le
fosse passato attraverso le carni, dando all'anima di lei una luminosità
maravigllosa, una chiara gaiezza, quasi ella sorgesse formalmente e
sostanzialmente nuova da un bagno di liquidi metalli....; mentre il dottor Noli
e Roberta parevano due livide caricature, che assistessero senza sospetto al
mistero della duplice ebbrezza, spellando gravemente le turgide pesche
succose....
Quella fu la scena prediletta in cui Cesare
volle conservare l'immagine di Emilia, e le limpide acque della fantasia la
ritennero poi per sempre, in uno specchio senz'appannature.
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