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VI.
La notìzia fu annunzìata con tanto ingenua
serenità, che nessuno avrebbe supposto fosse falsa. Per sospettarlo, bisognava
conoscere l'indole impulsiva di Roberta, la quale non trovava nulla così dolce
quanto inventare un fatto o raccontare una bugia. Qualche volta rimaneva ella
medesima colpita dalla propria abilità, dalla spontaneità incomparabile con cui
repentinamente, minutissimamente, sapeva esporre una lunga favola di sua
creazione; e in un attimo stendeva una rete di menzogne inutili, sbizzarrendosi
a saldar l'allacciatura dei nodi, che potessero resistere a qualunque sforzo
d'obiezione. Spesso con Emilia aveva fatto il giuoco infantile, ma lo aveva
concluso con una risata, gettando le braccia al collo de la sorella, e
dicendole: - «Non è vero. Ho inventato tutto, per divertirmi.»
Con Cesare Lascaris lo esperimentò un giorno
in cui era piena di speranze e si sentiva bene e aveva voglia di ridere a spese
di qualcuno. D'altra parte, Cesare non le piaceva: era bruno, coi tratti del
viso irregolari e forti, senza barba, ed evidentemente magro quasi quanto lei.
- Mia sorella è uscita per il bagno, - ella
disse non appena l'uomo comparve in giardino. - Tornerà' forse fra un'ora.
Poi, mentre parlavano di cose indifferenti,
la fanciulla trovò modo di farvi sgusciar dentro la notizia falsa, a guisa di
parentesi:
- .... Lei sa che mia sorella è fidanzata,
non è vero?... Lo sa?...
Cesare stava fortunatamente a testa bassa,
disegnando sulla sabbia una serie di circoli concentrici; e sùbito, al colpo
non atteso, ricordò che la professione medica aveva saputo creargli una
maschera di calma impenetrabile, per i casi disperati.
Sollevò la testa, senza batter palpebra.
- Me ne congratulo sinceramente, - rispose.
- Non ne dica nulla a Emilia, però. Forse mi
rimprovererebbe....
E per qualche minuto la ragazza continuò a
parlare, enunziando tutte le particolarità del fidanzamento. Si trattava d'un
giovane signore di Milano: il matrimonio sarebbe avvenuto nell'ottobre
prossimo, in Riviera, perchè Emilia non voleva abbandonar la sorella un sol
giorno; quanto a lei, Roberta, sarebbe rimasta presso gli sposi.
Cesare ascoltava immobile, non accorgendosi
che dalle mani gli era scivolato il portasigarette di tartaruga ed era caduto a
terra. Guardava la ragazza, scoprendole a un tratto qualche espressione
profondamente femminile, che gli era sempre sfuggita.
Con una gamba sull'altra in modo da lasciar
vedere un po' delle calze, con le braccia aperte sulla spalliera della
panchetta rustica, la testa portata indietro, le ciglia socchiuse, Roberta era
in quel giorno e in quell'atto molto sessualmente femmina, emanava
inconsapevole un'acredine sensuale, eccitava una cupidigia di violenza bruta.
Il giovane aveva tentato a più riprese di
sviar l'argomento; ma Roberta era inflessibile, quantunque la mancanza
d'obiezioni da parte dell'ascoltatore le togliesse il meglio del suo piacere;
pur tuttavia seguitò a descrivere il carattere del fidanzato, un uomo
eccezionale, senza confronti.
Infine, Cesare si alzò per troncare la
conversazione, e mise il piede sul portasigarette, che schizzò in frantumi. Fu
la sola prova di oblio completo, ma fu anche quella la quale divertì
immensamente Roberta, che lanciò alcuni trilli di gioia puerile.
- Che cosa fa? Che cosa fa? - esclamò
ridendo. - È il suo astuccio!... Se n'era dimenticato?... Guardi come l'ha
ridotto!
Le risatine perlate della ragazza lo ferirono
anche peggio. Si chinò a raccogliere i frantumi, e se li rovesciò
macchinalmente in tasca insieme a un po' di ghiaia e a qualche sigaretta,
mentre Roberta raddoppiava le risatine quasi maligne.
- Deve star molto bene, Lei, oggi? - domandò
Cesare.
- Sì.... Perchè? - rispose la giovanetta
oscurandosi subitamente in volto, - Come mi trova?... - Sono pallida?
Tale era l'umile preghiera della voce, che
Cesare non ardì spingere oltre la sua vendetta.
- Appunto, - si affrettò a dire. - Non l'ho
mai vista meglio: ha un colorito splendido.
Roberta mandò un sospiro di conforto, e
Cesare si limitò a pensare:
«Con una parola potrei forse ucciderti.»
Ma sentì di repente che si svegliava da un
sogno, e che tutte le cose intorno a lui avevano ripreso il loro aspetto
comune, laddove per qualche tempo egli aveva visto il giardino grande come una
foresta, e i filari degli aranci profondi come i sentieri di quella foresta.
Nauseato, stava per andarsene quando Emilia
sopraggiunse; aveva il suo solito abito, lilla, e in testa portava un cappello
rotondo, di grossa paglia; le mani erano nude. Cesare la guardò appena,
rifuggendo dall'analizzare anco una volta lo spettacolo di bellezza che non era
per lui; Roberta prestamente gli gettò un'occhiata per implorarlo a tacere; e
la conversazione s'avviò con una svogliatezza inabituale.
- Ebbene, che cosa è accaduto? - domandò
Emilia a Roberta, quando Cesare ebbe preso commiato. - Eravate così confusi
tutti e due....
Roberta scoppiò a ridere.
- Ha rotto il suo astuccio da sigarette, -
rispose. - Null'altro....
Poi, più tardi, in casa, non potè trattenersi
e narrò ad Emilia la sua menzogna.
- Sono vere sciocchezze, - osservò la donna
bruscamente. - Quale intimità abbiamo noi col signor Lascaris per prendercene
giuoco? E perchè inventare una storia di genere così delicato? È orribile, che
tu non possa vivere un giorno senza dire una bugia, a qualunque costo, al primo
venuto....
Parlava con voce un po' alta, mentre andava
preparando alla sorella una tazza di cioccolata di cui Roberta aveva abitudine;
ma le sue mani tremavano, e con un movimento maldestro rovesciò la tazza di
porcellana e la ruppe.
Per la prima volta, Roberta ebbe a pentirsi
quel giorno d'una sua favola; perchè Emilia andò a rinchiudersi in camera e non
si mostrò fino all'ora di pranzo. Roberta non l'aveva mai vista così agitata:
fosse imaginazione o realtà, le parve che la sorella avesse pianto.
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