VII
La regina del mio Museo - Un
evviva
al Genere - Un pensiero da
Erostrato
Nel ricostruire
con la memoria i musei e le gallerie, che ho visitato a Roma, provo delle
allucinazioni; per esempio mi sembra di diventare pontefice dell’arte, quando
non sono nemmeno sotto-priore della confraternita locale di Santa Cecilia; e
come pontefice mi picco di cresimare un re, anzi una regina dell’arte.
Si può
dire che l’ho scoperta io questa regina per mio conto, provando un po’ di
voluttà da Cristoforo Colombo.
Gironzolavo insieme con il segretario comunale in un corridoio del Museo
Capitolino. A un tratto svoltammo in un gabinetto, che piglia la luce
dall’alto, una specie di cappella pagana.
In fondo, in una nicchia, vedemmo una donna nuda e bianca.
Era una cosa che non si può dire: una bella, un palpito di bellezza.
Finché mondo sarà mondo, non si potrà indovinare un’altra linea, un’altra
posa morbida, piacente, come quella nello spazio.
E non si minchiona!... Ficcai gli occhi sulla Guida; mi orientai...
Quella divinità era nientemeno che la Venere di Prassitele, la Venere
Capitolina.
Il mio segretario comunale, che è anch’egli ammogliato con prole, - anzi
con diverse proli, come rispose egli stesso una volta al sotto-prefetto
- ed è prosaico finché ce n’entra, pure mi dichiarò che egli si sarebbe
suicidato per quella donna di marmo.
Io uscii da quella cappella pagana; poi vi rientrai; dimoravo là immobile,
tantoché il mio segretario comunale, svegliatosi dal proprio vagellamento, mi
scosse, mi pigliò per un braccio, e mi trasse via di li, come una moglie del
mio paese conduce via il proprio marito dall’osteria.
A noi quella Venere fece sì grande effetto, e ai custodi delle gallerie e
dei musei, i capolavori che custodiscono, nulla di nulla. Essi passeggiano per
quei corridoi con il capo chino, stropicciandosi le mani fratescamente; pensano
al pranzo che ammannirà loro la moglie: se la minestra sarà di capellini o di
cappelletti; pensano alle teoriche della mancia e degli stipendi, e mulinano in
mente l’interrogazione: Mancia o stipendio? come uno studioso di
economia politica può ruminare: Protezione o libero scambio? E
rispondono in cuor loro al problema, come gli economisti di Milano: Una cosa e
l’altra; ma non badano ai capolavori che custodiscono.
Se il Cancelliere del Fanfulla mi assicura di un processo di
ingiuria, io vorrei ancora paragonare i custodi dei musei e delle gallerie a
quelli dei serragli... No! no! poverini! li ingiurerei a torto. Nel loro poco
attaccamento ai capi d’arte, c’entra non tanto la loro inettezza artistica
quanto la troppa dimestichezza e pratica, che ottundono l’acume dei sensi,
ossia la troppa confidenza che fa perdere la riverenza, quello che predico
sempre a mia moglie, per regolare i suoi rapporti con la serva.
È la stessa storia del palato, che si intontisce all’uso dell’acquavite, e
di certi preti di tutte le religioni, che a forza di maneggiare messer
Domineddio, non lo guardano più quanto è lungo.
La Venere Capitolina mi fece del male: mi trasportò in un mondo che
non è più il nostro.
Essa andava bene nei tempi in cui si credeva alle Ninfe, alle Driadi, alle Oceanine,
in cui i fiumi portavano la barba da zappatore, e Alfeo passava sotto il mare
per recarsi in Sicilia a fare all’amore con la fontana Aretusa.
Ma in questi ultimi tempi, in cui le acque servono di più ai motori
idraulici che alle fantasie, quella Venere, nuda, bella, e nient’altro che
bella, quella Venere oggettiva, che non sente, che non ama, che non soffre.
..ci strania, ci sconvolge, ci pone addosso dei turbamenti e delle estasi
false, ci strappa alla utilità e alla moralità della vita presente. Onde io
sentii il bisogno di staccare la mia mente dal pensiero di quella Venere attica
e nuda, e di portarlo alle più belle figliuole d’Eva, [piemontesi e vestite]
che io ho vedute nelle mie montagne: alle spose contadinotte dalla raggiera di
spilloni in testa e dalla vesta di seta, ritta, e color di pavone; alle povere
scolare con le dita azzurre dal freddo; alle fanciulle che piansero e guairono
per un tradimento o per un patereccio.
Mi guarì
dalla Venere, come una benedizione, l’essere entrato in una galleria di pittura
straniera, specialmente fiamminga.
Mi inaffiarono di gioia quelle faccie, quelle pancie ordinarie, come si
trovano in un banco o in un caffè, quei bottoni dei panciotti, che si toccano
con voluttà da bambini, quelle rughe da vecchia, quegli utensili della prosa
della vita, ecc., ecc., ecc. Mi trovai nel mio me, in casa mia.
E mandai dai precordi un Viva, un inno al Genere, al
cosiddetto Genere, che portò la borghesia e la democrazia nell’arte, come il
Romanzo lo portò nella letteratura; al Genere, infusorio bersagliere, che tocca
tutto, bacia tutto, vivifica e santifica tutto; la gloria e il male dei denti;
la spada con cui si conquista un regno e la pezzuola con cui una mamma netta un
bambino; i balocchi di un cardinale con una scimmia; e il dolore di un pievano,
a cui il gatto, rovesciando la lucerna, abbia rovinato il fascicolo delle
prediche.
Evviva
dunque il Genere, senza far torto alla Specie!
Il mio segretario comunale ed io eravamo incamminati alla Costoletta,
e discorrevamo di arte, e c’infiammavamo delle bellezze che avevamo veduto nei
musei e nelle gallerie che io chiamava superlative.
- Signor sindaco!
- Avanti.
- È vero che alcuni di quei
quadri e di quelle statue, che anche il maestro comunale di Monticello
giudicherebbe come lei di grado superlativo, è vero che potrebbero valere
centinaia di migliaia di lire. ..?
- Sicuro.
- E che l’imperatrice di Russia, pochi anni fa, ha comperato una Madonnina
piccola, una Raffaella di ultima qualità, per una somma enorme, e che per la
partenza di quella Raffaella gli Italiani piansero e mugolarono come bambini, a
cui il gatto avesse portato via mezza colazione?
- Sicuro.
- Ebbene, io invece, se fossi al posto del governo, piglierei tutti questi
capi, queste gambe maiuscole da Satanasso, tutto questo sciame di angeli,
queste Madonne che piegano la testa nella maniera morbida dei gatti, quando
dormono, tutti questi Tiziani-Canova, e Raffaelli-Bonarroti, come diceva il
cicerone, e li venderei ai governi stranieri per somme spettacolose. Con esse
vorrei restaurare definitivamente le finanze dello Stato, che dalle promesse di
Cavour buon’anima a quelle di Minghetti, di anima non ancora buona, - dimorano
sempre nello stato cronico di quasi restaurate finanze... e vorrei
abolire il macinato -.
Queste ultime parole il mio segretario comunale le pronunziò con un soffio
di alterezza, spalancando certi occhioni, come avesse inventato un consorzio
nazionale; ma si accorse che io mi oscurava, inorridiva, e quasi a sgombrare da
me l’orrore, che egli aveva indovinato, soggiunse: - Non vorrei già lasciarli
vuoti i musei, e nemmanco farne magazzini da cereali. Ma li riempirei,
ordinando agli scultori e ai pittori italiani viventi i quali non dovrebbero
essere strangolatori nel prezzo, quanto i defunti di fabbricare dei bersaglieri
e delle Belle Gigogin da mettere in luogo degli angeli, delle Madonne e
dei giganti venduti, i quali tanto non si usano più. Giurabacco! - conchiuse il
segretario con una vivacità che aveva tutta la buona intenzione di convincermi
- Giurabacco! Se i nostri trisavoli sono stati capaci di fare dei capolavori, i
quali dopo la maturazione di tre o quattro secoli salirono al valore di
milioni, chi sa perché i nipotini non saranno capaci di fare altrettanto! Chi
sa che i bersaglieri e le Belle Gigogin dei nostri artisti di adesso, fra
qualche paio di centinaia di anni, non abbiano a far gola alle Prussie e alle
Russie, e servano a pagare i nuovi debiti, che allora avrà lo Stato! -
Io avrei fulminato, avrei incendiato quell’Erostrato di un segretario
comunale: ma per non fare una scena, che chiamasse l’intervento di una guardia
civica, mi contentai di piantarlo su due piedi e di spedirlo a far colazione da
solo.
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