|
II
Che giorno fu quello in
cui tutta la famiglia poté riunirsi! Sorrisi e lacrime, e vicenda infinita di
carezze s’alternarono. Era un santo e puro affetto, che facea palpitare que’
nobili cuori. Un’aura di felicità vera spirava intorno ad essi. Nella soavità
de’ loro sguardi; nel rapido succedersi di confidenze, di rimembranze e di
speranze; nell’estasi beata di trovarsi tutti insieme e per sempre, era il
carattere di una poesia che nessuna penna riuscirà mai a ritrarre.
La sera venne anche il
fidanzato della Lidia e s’unì esso pure al gaudio comune, né gli dispiacque,
per la prima volta, che altre preoccupazioni gli rubassero di molti cari
momenti al suo amore.
Senza far tutta una
famiglia, Gianni e Roberto abitarono sotto il medesimo tetto.
Non tardò l’uniformità
della vita tranquilla e senza timori a sopraggiungere. Si ripresero le antiche
abitudini. Le due sorelle si divisero le attribuzioni nelle cure della famiglia.
Esse amavansi come prima, forse più di prima. Esse avrebbero voluto donarsi
vicendevolmente quella confidenza illimitata e cordiale d’altri tempi. Ma ciò
non poterono fare. Si accorsero, o per meglio dire, presentirono che un
cambiamento era fra loro avvenuto o stava per avvenire.
Forse il riserbo, nato
così stranamente, veniva dagl’intimi pensieri che ispirava nella Lidia il suo
amore? In fondo al cuore aveva ella qualche secreto per la sorella? Non è a
credersi. Pienamente soddisfatto e felice, l’amore della Lidia aveva bisogno di
espandersi e di mostrarsi alla gente. Come non vi era in quel sentimento nulla
che ne bruttasse la smagliante candidezza, così Lidia provava un piacere grande
a riversare nel cuore dell’Irma la piena del suo amore, e di questo a dirle
tutta la poesia incantatrice.
Il riserbo veniva
dall’Irma. Essa era che evitava ogni confidenza su questo argomento. Dapprima
confessò appena a sé stessa che ciò le recava dispiacere; poi il dispiacere
sentì crescersi in seno, e dové mostrarlo. Lidia fu mortificata di molto,
quando un dì la sorella le disse:
— Auguro un bene infinito
a te ed al tuo Giorgio. La vita trascorra per voi serena, ed ogni desiderio
vostro appaghi Iddio, per rendervi pienamente felici. Ma, te ne prego, non mi
tener più di questi discorsi. Essi mi fanno invidiare un bene che non ho, e
potrebbero recarmi disgrazia, se affascinata dall’orizzonte che tu mi presenti,
accettassi alla cieca un uomo che non mi sapesse amare.
Che mai diceva e pensava
l’Irma? Era proprio vera la causa apparente del suo desiderio che non le si
parlasse d’amore? Se no, qual altro sentimento agitavasi in lei?
|