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Gaetano Carlo Chelli
Racconti dell'Apuano

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  • IL SEGRETO DEL CUORE
    • III
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III

 

Una sera tutta la famiglia era riunita nel salotto di conversazione in casa di Roberto. I genitori delle fanciulle, Gianni e la Lisa erano impegnatissimi in un colloquio che non poteva punto interessare agli altri tre. Lidia e Giorgio, l’amante suo, sedevano di molto accosto l’uno all’altra, sfogliando de’ giornali illustrati. Irma, quasi nascosta nella penombra del paralume, sedeva sola e silenziosa osservando il quadro.

Era una di quelle sere d’autunno che sembrano l’avanguardia dell’inverno. Al di fuori sibilava un vento impetuoso che scuoteva le imposte. Arieggiava nell’atmosfera quell’arcana influenza di oppressione che predispone a fantasticare. I due amanti sfogliavano de’ giornali illustrati; ma nessuno potrebbe affermare che la loro attenzione fosse attratta dalle belle incisioni del Dorè, del Dumont, del Morin e di altri egregi, che passavano loro sott’occhio. Povero genio e povera pazienza dell’arte! Voi non foste così mal compresi mai!

Lidia e Giorgio scambiavano poche e tronche parole, pronunciate a bassa voce. Ma i loro sguardi ed il vago sorriso che errava sulle loro labbra dicevano tanto! Nella soave felicità di amarsi l’un l’altro, di respirare e palpitare insieme così, essi sognavano forse le maggiori beatitudini di un prossimo avvenire, allorché, senza testimoni, avrebbero potuto dar sfogo completo alla esuberanza del loro amore, colmandosi a vicenda di carezze.

Irma guardava e vedeva. Nel fuoco del suo sguardo era una strana espressione. Quel fuoco parea volesse divorarsi avidamente la felicità della sorella e di Giorgio. Doveva essere nella fanciulla, così preoccupata, una dolcezza infinita, ed un tormento amarissimo.

Il cuore di lei palpitava celermente e la ne provava una pena intima ed acuta. Avrebbe voluto dare tutto ciò che possedeva per trovarsi lontana, ed un’attrazione magnetica la teneva inchiodata al suo posto, coll’occhio fiso nella Lidia e in Giorgio.

— Che è mai ciò che provo? — ella chiese a sé stessa. E la risposta la ricolmò d’orrore. Ella s’era detto per la prima volta che amava con tutta l’ebrezza l’amante di sua sorella!

Il rimorso, la vergogna le straziarono l’anima. Lo spavento di svelare tosto o tardi a qualcuno quelle sensazioni ch’ella sapeva bene essere una colpa, le andarono a sollevare dall’intime fibre un grido acutissimo.

Ma la voce non giunse fino alle labbra. Si spense in un sospiro penoso, ed Irma si abbandonò priva di sensi.

L’improvviso malore dell’Irma spaventò tutti gli altri. Le furono attorno colmandola di cure, e chiedendosi l’un l’altro qual potessessere la causa del suo svenimento.

— È qualche giorno che la si sente maledisse Lidia —, ma è così chiusa in sé stessa, che non si può saper nulla da lei. Oh! di certo la deve avere qualche cosa che la preoccupa

— E che mai? — chiese la madre — che mai?

Nessuno rispose.

Fu mandato pel medico. Una illustrazione della Scienza. Irma tornò in sé prima ch’egli giungesse e la si spaventò di molto quando apprese che stava per venire il dottore Bruni. Ella sapeva bene che a lui non avrebbe potuto nascondere lo stato vero dell’anima sua, e vide la necessità di architettare una menzogna, la prima in vita sua, perché il secreto de suo cuore restasse inviolato.

— Ma non è nulla — diceva —, fu uno svenimento, una debolezza passeggiera. Io non posso permettere che vi occupiate oltre di me. Desidero anzi si ritorni in salotto, e si riprendano i discorsi di prima.

Nessuno si lasciò convincere da lei, e non le fu neppur permesso di ridiscendere il letto ove l’avevano posta. Il dottor Bruni non tardò a venire.

Trovò egli la fanciulla calma, in apparenza, e sorridente. La famiglia tutta, ad eccezione di una lieve preoccupazione che stava nell’animo della madre dell’Irma, cominciava a credere si trattasse davvero di cosa da nulla, e Bruni fu per un istante della stessa opinione, ma bastò che la sua mano si posasse sulla fronte e sul cuore dell’ammalata, bastò che le sue dita interrogassero appena il polso di lei, per convincersi tosto del contrario. Fece poche e brevi interrogazioni su circostanze che pareano insignificanti, ed un osservatore pratico si sarebbe accorto che un lieve aggrottar di sopracciglia dimostrava che il dottore non riteneva poi il caso così lieve.

Chiese di restare alcuni minuti solo colla fanciulla.

 

 




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