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| Gaetano Carlo Chelli Racconti dell'Apuano IntraText CT - Lettura del testo |
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VI
La famiglia era in un salotto vicino ad attendere che il dottore uscisse dalla camera della malata. Parve strano dapprima il desiderio dell’uomo della scienza, di star solo coll’Irma; ma crudeli sospetti si sollevarono poi, specialmente nel cuore dei più vecchi. Con che ansia attendessero, non è a dirsi. Quando Bruni si presentò all’uscio, trassero tutti un sospiro profondo, come fossero stati liberati da un peso che loro gravava lo stomaco. Bruni, dal momento che aveva chiesto di star solo coll’Irma, non poteva fare a meno d’indovinare i timori e i sospetti che ciò avrebbe destato. Sentiva quindi il dovere di distruggerli così improvvisamente come li aveva fatti nascere. S’accinse all’opera e seppe trovar parole adattate. Non nascose alla madre dell’Irma, che questa aveva in cuore una pena secreta; ma soggiunse che non sarebbe stato ben fatto l’entrarne in discorso colla fanciulla. Fece conoscere infine la necessità di procurare all’Irma ogni distrazione, ogni svago possibile. Forse in cuor suo il dottore deplorò l’amore e il prossimo maritaggio della Lidia e di Giorgio. Il vivere a contatto di quella pura e illimitata felicità, poteva esser per l’Irma un costante rammarico, come poteva essere per lei un dolore profondo ed acutissimo il confrontare la pienezza d’affetto che beava la sorella, col vuoto e col disinganno che erano in se stessa. Ma su ciò Bruni non disse verbo. Era campo troppo scabroso cotesto. Egli non poteva fare l’infelicità di due creature, per ridare ad un’altra la tranquillità. D’altronde, egli non poteva dissimularsi che il tentar di troncar l’amore fra Giorgio e Lidia, era cosa impossibile e sconveniente. L’allontanar il dì degli sponsali non sarebbe stato per nulla efficace e serio partito, e ciò avrebbe valso soltanto a far nascere fra le due sorelle un senso d’urto che poteva avere qualche cosa di pericoloso. L’indomani l’Irma si levò e parve tranquillissima. Sorrise di molto colla sorella. Parve tutta occupata a cercare ogni pretesto per dimostrarle il suo affetto. Nessuno notò mai che dalla bocca della fanciulla, non uscì in tutta la giornata il nome di Giorgio e neppure la minima allusione a cose che a lui si riferissero. In sul tramonto, pochi minuti prima dell’ora in cui il fidanzato, per solito, giungeva, le due sorelle stavano assieme ad una finestra che prospettava la campagna. Lontan lontano era la villa ove, nell’agosto, tutta la famiglia andava ad abitare. Il sole baciava col suo raggio rossigno quella scena incantevole. Lidia aveva avuto tante prove di tenerezza dall’Irma, lungo la giornata, che ritenne non le sarebbe riuscito sgradevole udire in quella sera una confidenza. Poi l’ora, la speranza, l’amore, quell’aura di poesia che arieggiava intorno, resero anche meno prudente l’innamorata. — Laggiù — disse — in quella solitudine, in mezzo a quella pace profonda, io vo’ gustare i primi giorni di felicità, quando sarò la moglie di Giorgio. Nessuno e nessuna cura, nessuna preoccupazione hanno a sturbarci. Noi diremo al mondo: Non c’importa punto di te, a te non deve importare punto di noi. Dimenticaci per un istante almeno. E tu, Irma, quando avrai marito, vorrai far così? Sarà questo il tuo sogno? Irma non rispose e si ritirò. Sola nella sua camera versò di molte e amarissime lacrime, e la disse pure a sé stessa che la vita è un crudele inferno davvero. E nella povera incompresa cominciavano appena le prime avvisaglie della guerra atroce che si doveva combattere! S’ella avesse potuto prevedere una parte solo delle battaglie che le restavano e della entità loro, quanto, oh! quanto la si sarebbe spaventata!
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