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VII
Il giorno degli sponsali
si avvicinava a gran passi. Ne erano già cominciati i lunghi preparativi.
Dello svenimento dell’Irma
e della visita del dottor Bruni, che ne fu la conseguenza, nessuno quasi
rammentavasi. A che rammentare una sera d’inquietudine e di apprensione, se la
non aveva avuto conseguenze di sorta, e se tutto adduceva a credere infondati i
sospetti alimentati in quell’occasione?
Infatti, l’Irma non era
mai più caduta in debolezza e in svenimenti. Ora una tranquillità inalterata
stava su tutta lei, che pareva gustare con voluttà e con ebrezza la
sovrabbondanza de’ piaceri che, per distrarla e per seguire i consigli di
Bruni, le si procuravano.
Le abitudini ed il
carattere della fanciulla subirono un cambiamento. Anche nel suo organismo un
cambiamento operossi forse meno notato, perché più lento e saputo assai bene
tener nascosto.
Irma non occupavasi quasi
più che de’ proprii abbigliamenti. Una civetta emerita, una donna galante non
vi avrebbe data metà dell’importanza ch’essa vi dava. Aveva empita la casa di
giornali di mode. Li confrontava, discuteva, e s’ingolfava calorosamente in queste
discussioni che altra volta l’avrebbero fatta rider di molto. Pareva assorbita
tutta quanta nelle cure di farsi la più bella fra le fanciulle della città, e
bisogna pur dire che superò nella realtà ogni più ardita speranza.
Ma lo scopo a cui pareva
dovesse esser diretta quella mania rimarchevole di abbellirsi, mancava affatto.
I numerosi colpiti da tanta grazia, da tanto brio, non osavano avanzare una
parola che avesse l’aria di precedere intime dichiarazioni e giuramenti
d’amore. Si presentiva, si vedeva bene che l’Irma di ciò non volea saperne un
bel nulla; e se alcuno fu incredulo, o più ardito, o più fidente nella propria
eloquenza, non tardò ad essere disarmato, umiliato dalla glaciale accoglienza
che gli venne fatta, e dal sarcasmo opprimente con cui fu rimandato.
Il sarcasmo. Ecco ciò che
tinse la vita dell’Irma di un leggiero colore di misantropia. In altri tempi il
suo spirito, esuberante, ma prodotto dalla felicità piena ed intiera e dalla
inconsapevolezza di ogni passione e di ogni dolore, il suo spirito esuberante,
faceva aleggiarle intorno un sorriso ed un gaudio senza fine. Ora la cosa era
cambiata. L’Irma possedeva sempre la difficile arte di trovare il lato davvero
risibile delle cose; ma con quale cambiamento! Dapprima era un riso color di
rosa, ora era nero e presupponeva quasi sempre il male. L’Irma era, in una
parola, divenuta pessimista e quasi scettica nel bene e nelle virtù. Povera
fanciulla infelice! Tu non credevi forse alla verità di ciò che dicevi; ma chi
ciò suggerivati era forse il desiderio di obliare nell’amarezza il tormento che
ti stava nel cuore.
Dicemmo che anche le
abitudini dell’Irma erano cambiate. Era divenuta ormai cosa inevitabile che
ogni giorno ella se ne stesse soletta e chiusa nella propria camera per due ore
e spesso per un tempo anche maggiore. Ciò che facesse, ciò che pensasse in
quelle lunghe ore di solitudine nessuno seppe mai de’ suoi. Quante lacrime
versasse, quanti sospiri uscirono dal petto della desolata, nessuno vide od
udì. Ella, come volle secreto l’affetto infelice del suo cuore, ne volle
secreta anche la esplicazione. Volle fortemente ed ottenne; ma a qual prezzo!
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