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XI
Gli è strano come il caso,
che talvolta attraversa ogni disegno, tal altra sappia favorire i progetti che
facciamo, al di là di qualunque più ardita speranza. Giorgio aveva scritto ad
un parente, uomo dedito agli affari, che per lui era una necessità
indeclinabile sposar tosto la Lidia ed allontanarsi poi subito dalla famiglia
della futura. Perché il congiunto fosse egli stesso giudice della verità delle
sue parole, il giovine avevagli confidato il secreto degli avvenimenti
succedutisi. “Trova qualunque pretesto” scriveva Giorgio “ pur che questo
giustifichi il mio desiderio di uscir senza indugio da una situazione che mi si
è resa insopportabile”.
Orbene, non passarono due
giorni, che Giorgio s’ebbe la risposta seguente.
“ Carissimo,
ero per scriverti ciò che
segue, allorché ricevetti l’ultima tua. La proposta che io ti dovevo fare, e
che ti faccio, combina meravigliosamente col tuo desiderio. Paoli, questo ricco
e onesto industriante che tu conosci sì bene, ha bisogno di un socio per la sua
casa di Nuova York. Egli pose gli occhi su te e m’incarica di farti la proposta
di partire.
L’affare è sicuro, con
Paoli tu faresti in pochi anni la tua fortuna.
Se tu accettassi in
massima, ti sarebbe verbalmente spiegato il genere di affari ai quali dovresti
impiegare il tuo ingegno e la tua buona volontà. Poi, tutto combinato,
resteresti qualche tempo alla capitale presso Paoli a prendere esatta
cognizione de’ tuoi doveri, e fra un paio di mesi partiresti per l’America…”
Giorgio ritenne fortuna
insperata una tal lettera ed una tale proposta. Prese subito più ampie
informazioni, e comunicatele alla famiglia della fidanzata, ognuno dovette
riconoscere che sarebbe stato un insultar la fortuna non accettando l’impiego
che a Giorgio si offriva. Fu dunque deciso che il matrimonio sarebbe succeduto
senz’altri indugi, e che gli sposi sarebbero andati a passare la loro luna di
miele alla capitale.
Una sola persona della
famiglia si tenne perfettamente estranea a tutto questo agitarsi, a tutto
questo prepararsi. Giorgio solo comprendeva tale riserbo, che agli altri
sembrava strano oltremodo, e quando gli era dato vedere l’Irma, così chiusa,
così pallida, così sofferente sotto il sorriso a cui sforzava le sue labbra ad
atteggiarsi, sentiva tal pena e quasi tale rimorso, che amareggiava grandemente
le dolcezze de’ suoi sogni.
Nell’animo dell’Irma era
succeduta una nuova rivoluzione. Nulla restava in lei delle passate
disperazioni, de’ passati dolori. Una mestizia tranquilla, come la mestizia di
chi ha molto sofferto, ma di chi guarda con occhio sicuro l’avvenire, di chi sa
cosa attendersi da lui, infine, di chi è certo raggiungere una meta desiderata,
aleggiava il leggiadrissimo volto, divenuto, se è possibile, mille volte più bello
di quel che non fosse dapprima. Eppure, un costante dimagrire ne guastava ogni
giorno di più l’ovale perfetto. Lo sguardo, l’atto, la voce, ogni contorno
della fanciulla, riflettevano tale mestizia, tale tranquillità, tale sicurezza.
L’Irma non paventava più nulla. Essa attendeva.
Perché il suo stato di
esaltazione fosse cessato così di subito, era necessario che qualche cosa di
nuovo, di strano, avesse dato, per così dire, un diverso indirizzo ad ogni
affetto e ad ogni pensiero della fanciulla. Infatti, erale avvenuto qualche
cosa, che per tutti era restato un secreto inviolato. L’Irma si era accorta che
la coppa del suo dolore era piena e traboccava, e che, debole fanciulla, ella
aveva cessato di lottare e di soffrire.
Dopo due notti d’inferno,
dopo lunghe ore di smanie crudeli, L’Irma s’era sentita debole, affranta, così
nel fisico, come nel morale. Una sete ardente le bruciava le viscere; il sangue
le scorrea per le vene impetuoso quasi flagellando, col violento affluire, le
sue membra. La testa della povera martire era così pesante, così pesante che
nulla più, e parea che un cerchio di ferro la tormentasse con strette atroci.
Infine, dal petto affannoso si sollevò un gorgoglio di sangue, e questo uscì in
copia dalla sua bocca. Fra gli strazii di quell’istante spaventevole, tra i
fremiti della sua febbre, fra i suoi dolori, sotto il gelido sudore della
malattia mortale che aveva attaccato la fanciulla, un sorriso di riconoscenza
errò sulle tremule labbra di lei. Dio, mandandole il male, le portava una consolazione…
le risparmiava forse un delitto. Ora non le restava più che attendere per
morire!… È così dolce la morte per le anime che hanno tanto lottato e tanto
sofferto!… Nulla ci fa rimpiangere una vita che non presenta che amarezze, e se
pur ripensiamo con rincrescimento ai bei sogni perduti di tempi più felici, noi
non vi troviamo che l’ingannevole nube d’illusioni che ci hanno reso più amaro
il presente.
D’altronde il morir
giovani, vittima di una guerra che noi combattemmo con nobile intendimento, con
abnegazione, sacrificando tutto, perché dalla nostra parte non si mescolasse
nulla di colpevole e di vizioso, morire rimpianti da qualcuno, è pur dolce
cosa, che racchiude in sé un incanto arcano. Si sa che i superstiti narreranno
di noi e che un sospiro non ci mancherà mai.
Questi pensieri, forse
sogni ed illusioni di mente malata essi pure, erano quelli che davano all’Irma
tranquillità, e che le facevano affrontare coraggiosamente l’ultima prova che
le restasse.
Una tale prova non si fece
attendere.
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