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RIMEMBRANZE D’ESTATE
Agosto volge al suo
termine. S’addensa sulle montagne del Nord una nube bruna, pesante, minacciosa,
nel cui seno è un cupo brontolio di voci arcane. Ferve là dentro una battaglia
elettrica, che guizza in lampeggiamenti capricciosi, dapprima insensibili e poi
sempre più fiammeggianti e visibili.
Gli elementi del fulmine
stanno aggruppandosi, condensandosi. Una strana calma apparisce alle superfici;
più che calma, una oppressione indefinibile. Ma non è chi non indovini che sta
nascosta un’agitazione magnetica sotto il ristagno apparente delle forze e
delle facoltà naturali. Anzi, quest’agitazione la si sente, la si prova,
schioppetta incessante nelle intime fibre degli animali e delle case.
Un buffo di vento traversa
l’aere, leggiero come ala di genio della notte. La nube si distende, cortina
infinita, sul nostro capo, e serrasi da ogni lato dell’orizzonte. Il sole si
adombra, acquista quasi una melanconica luce d’addio, poi sparisce e seguono
ombreggiamenti singolari.
Il vento, allora, infuria;
la tempesta si approssima. Rumoreggia il tuono imponente e scoppia, rotolando
formidabile negli spazi del cielo. Cade una goccia… due, tre. Un torrente si
precipita sulla terra rabbioso, fischiante, mostro sinistro che atterra e
soffoca ed uccide, travolgendo tutto ciò che gli s’oppone. Scroscia la folgore
con luce sanguigna, e passa, e passando spezza, demolisce ed abrucia…
Assordati da tutti questi
umori, or simili a ruggir di leone, ora quasi gemiti di agonizzanti, talvolta
uguali al rovinare di un edificio, o allo spumoso rimbalzare d’immensa cascata;
abbagliati dagli innumerevoli avvicendamenti, rapidi come il pensiero, di
tenebrie profonde e di luci vivissime, noi ci sentiamo presi da sgomento e
paura. La testa confusa, ogni facoltà dell’anima in agitazione, incapaci di
attendere colla fredda calma del raziocinio il fine di uno spettacolo così
tremendamente bello, se noi siamo credenti ci rivolgiamo al Signore con fede
ineffabile perché ci allontani da disgrazie. Ché se l’alito del materialismo ci
toccò, il nostro sgomento non è minore. Gli è che non ignoriamo quali
potrebbero essere le conseguenze di tanta rabbia di elementi. Alla fin fine,
essi sono scatenati a’ danni di questo miserabile e debole organamento di forze
fisiche, appellato l’Uomo, che si crede sovente il più nobile ed il più potente
prodotto del moto universale.
Ma tanta agitazione non
dura di molto. La segue da vicino una monotona violenza di pioggia. Indi
spirano i primi venticelli di tramontana, e l’acqua che cade si fa, quasi
diremmo, gentile.
Quando il cielo torna a
mostrarci il suo bel turchino, brilla come il terso cristallo e sorride. Egli è
tutto rinnovellato; e noi stessi ci sentiamo tutti rinnovellati all’aura leggiera,
pregna di ossigeno che respiriamo. L’estate è morta; nasce l’autunno. La
tempesta e la folgore furon l’esequie alla prima; il gaudio sereno
dell’universo inneggia congratulazioni alla culla del secondo. Sembra la natura
cerchi farci obliare che il caro bambinello è fatalmente destinato ad una vita
di uggia e di tisi, per consumarsi nello squallore.
Una parola d’ordine, quasi
un miracolo di strategia della moda, concentra in tutta fretta, e per pochi dì,
i battaglioni volanti della eleganza, che stavano disseminati per le spiagge
marine. Vita, brio, intrighi, amore, galanteria tornano nella città. Queste
sentonsi illeggiadrite al ricevere gli ospiti antichi.
Due mesi orsono, quando
tanti tesori di leggiadria, tante incarnazioni di sogni da poeta disertarono,
conveniamone, adombrava il bel quadro una tinta di stanchezza, e quasi di
malattia. Non si respira impunemente l’atmosfera dei salons. Essa
indebolisce e snerva il corpo, consuma un po’ la energia della mente, attutisce
i palpiti del cuore; in una parola: addensa attorno al nostro essere materiale
e morale un miasma d’accidia nei pensieri, negli affetti e nelle azioni. Questo
miasma aveva esercitata la sua triste influenza sugli eserciti che cantavano
impazienti l’inno della partenza, e s’apprestavano valorosi a combattere
battaglie… incruenti.
Ora è tutt’altro. Il sole
della riva riscaldò il sangue, colorì l’epidermide. Le onde salubri
irrobustirono il corpo, ed ogni elemento che questo costituisce si sentì
ricolmare di una vigoria traboccante di vita. Così anche le nostre facoltà
morali, i nostri affetti, le nostre passioni si fecero più vive ed impetuose.
La nostra infiammabilità era logorata nell’attrito che produce la scintilla. Al
ritorno, questa macchina pirotecnica dell’intelletto e del cuore si è nutrita
di strumenti lavorati a perfezione, ne v’è dubbio che per un pezzo la si
riguasti.
Tutto ciò grazie
all’Estate. I figli della Moda, le farfalle del bon ton esclamano riconoscenti:
— Addio, cara stagione,
arrivederci! Noi non dimenticheremo giammai tanti doni che ci largisti.
In questa inquietudine dei
preparativi della vendemmia, che ci chiamerà fra poco alle ville, è una cara
occupazione dello spirito rimembrare alcun che di ciò che per te avvenne dove
noi fummo.
Per noi che volemmo
osservare soltanto, senza partecipare a così fatto agitarsi, a tante e sì
diverse emozioni, la è diversa. Fermare sulla carta il prisma di queste
rimembranze, non è facile cosa. Nella nostra mente che cerca, scivolano le
impressioni, nascondendosi nel rimestio incessante di altre impressioni.
Assistemmo ad un rapido ondeggiamento di chiaroscuri dell’umana commedia. Ce
n’era per ogni maniera di osservazione. Il brutto ed il bello; l’eroico, il
poetico ed il ridicolo d’infiniti caratteri, brillò spesso chiarissimo sullo
smalto della moda e della etichetta. In verità, fu brutta scelta la nostra! Lo
spettacolo non era ancora finito, che demmo in uno sguaiato scoppio di risa, ed
attraverso il gracidar martellante di que’ suoni esclamammo:
— Tale è la vita!
Che non indovini l’amaro
della parola e del riso quella bruna divina che s’ebbe tante avventure! Noi non
potremmo salvarci dalle ferite profonde de’ suoi epigrammi. Enumerandoci i suoi
trionfi, schierandoci innanzi le legioni delle sue vittime, ella avrà ragione
di dirci che se non vedemmo tutto roseo nel gran mondo de’ bagni, siamo
provinciali grezzi e sciocchi. Tutto sta a prendere la vita pel suo verso,
eppoi essa è un godimento senza limiti, una ebrezza affascinante, una continua
sorgente di esilaranti episodii.
* * *
Come la bella bruna seppe
godere, trionfare e ridere! Rammentando solo il passato di pochi giorni sono,
la smorfietta che increspa le di lei labbra leggiadre, alla presenza del
marito, la si fa tanto più marcata e caratteristica. All’amabile donna sembra
ancora vedere il povero commendatore così confuso, così scemo com’era in quel
mattino memorabile, e le pare che anch’oggi ei debbasi abbandonar nuovamente
alla stessa ingenua, fanciullesca allegria, che moltiplicò a mille doppi quella
della galante signora.
Era un bel mattino
davvero. Si riversavano sulla terra e nel cielo, torrenti biancheggianti di
luce. Tutto l’universo era in festa. Così limpida e tranquilla l’onda del mare
non fu mai. I bastimenti che la navigavano, spiegando al vento le vele, candide
come ala di cigno, pareano portati in una corsa voluttuosamente molla e
placida.
Le ninfe marine ed i
tritoni della eleganza prendevano il bagno mattutino. Le acque s’abbellivano
ancor più, lasciando indovinare, nella loro trasparenza, tesori di bellezza. È
vero che talvolta - le imprudenti!- scoprivano eterocliti contorni di corpi e
di gambe formati sullo stile gotico… Ma questo dava al quadro maggiore risalto
e varietà, e forse ne accrescea la vaghezza.
La civetteria del coraggio
e quella della timidezza avevano stabilito il loro campo d’azione sulle acque.
Povere acque, innocenti ed inoffensive, allora, come bamboletto che dorme. Ambe
queste varietà di civetteria riportavano segnalate vittorie.
La coraggiosa signora che
a nuoto spingevasi come freccia verso il largo, sfidando ridente il cavaliere
che la seguia trepidante così davvicino, iniziava un’avventura, faceva uno
schiavo. L’ombre della prossima sera intesero giuramenti e baci e sospiri, solo
dovuti a quella lizza sull’acqua.
Per contrasto, la timida e
soave donnina che bramava imparare il nuoto, ma che lasciavasi vincere da così
esagerati timori quand’era sull’acqua, faceva perder la bussola al paziente e
vago compagno che la incoraggiava, le insegnava, la sorreggeva con premura
affettuosa, con cura assidua e minuta, con tutta la delicatezza e la voluttà di
un amante.
“ Non resisterà” diceva la
tremante creatura nell’intimo suo. E come resistere a quel molle, confidente
abbandono; all’affannoso palpito di quel seno provocante come quello di Venere
e casto come il seno di angelo; allo scoloramento di quel viso celeste, ai
fremiti della bella persona?… Per resistere bisognava esser di sasso… E il
compagno della bella paurosa non era di sasso.
La contessa di X era
immersa in un colloquio molto caldo e molto secreto col viscontino di Y. Poco
lungi da lei il marito bamboleggiava e si faceva spruzzare, fino a perderne il
respiro, dalla celebre Elisa. Le male lingue dicevano che il conte fosse una
delle sorgenti alle quali la Camelia emerita attingeva, per alimentare il
baratro delle sue matte e rovinose spese.
Ma torniamo alla nostra
bruna.
Era presso la riva. La
s’avviava al bagno. Accompagnavanla due cavalieri.
Il commendatore marito,
col suo ventre enorme, col suo volto bitorzoluto e scarlatto, colla sua aria
d’ingenua bonarietà, veniva dietro, recando oggetti appartenenti alla moglie.
Fra i due cavalieri correa
una nube. Questa nascondeva una tempesta cui un nulla avrebbe fatto scoppiare.
Essi erano gelosi l’uno dell’altro. Nell’intimo della signora era una
inquietudine, un imbarazzo che invano tentava nascondere. Ella aveva paura di
uno scandolo e l’avrebbe forse evitato se l’imprudenza o, per meglio dire, la
cecità del marito non avesse riuniti i due cavalieri là, sulla spiaggia.
Quello che doveva avvenire
avvenne. Un epigramma scoccò. Lo incrociò senza indugio un altro epigramma. La
dama divenne bianca come lino lavato; un cavaliere rosso come cresta di gallo,
l’altro verde come una prateria. Mirabile fenomeno chimico!…
Seguirono parole punto
equivoche. Il marito, sopravvenuto, Credé, temé, sospettò indovinare qualche
cosa, e il suo viso prese tale espressione di stupore, di collera e di
interrogazione, che i cavalieri restarono interdetti e riconobbero la necessità
di usare prudenza.
La bruna riprese tosto gli
spiriti che l’avevano abbandonata. Essa rimproverò acerbamente i cavalieri
dell’essersi lasciati trasportare per sì meschina questione, qual era quella di
saper meglio o peggio nuotare ed aiutar lei nel nuoto. A questa franca e
semplice spiegazione, il marito si rasserenò, propose che i cavalieri e la
sposa andassero insieme al bagno, nuotassero insieme, e gli uomini aiutassero
insieme e senza invidia la donna.
Chi poteva tenere le risa?
Rise l’adorabile bruna… ed accettò. Risero i cavalieri, e… ed accettarono pure.
Rise il commendatore-marito, rise più di tutti, glorioso di aver sedato un
malumore, e sicuro del fatto suo…
Da quel dì i cavalieri non
sono più gelosi e si scambiano, con esattezza militare, le loro ore, per
servire l’amabile bruna.
Sulla riva nacquero e
morirono amori. Il caldo sole che arroventa le arene, squagliò il ghiaccio nel
cuore della leggiadra giovinetta che si appoggia abbandonevolmente al braccio
dell’amante felice. La graziosa fanciulla che noi vedemmo sempre ridente,
incontrò al bagno un grosso banchiere, presso ai sessanta, che le fece proposte
di matrimonio. Da ragazza di spirito accettò, troncando d'un tratto i mille
sogni d'amore e di poesia che su di lei aveva formato un uomo di cuore che avea
la sua fede… Dell’abbandono il sognatore se ne consolerà presto… forse!
Le onde rigettarono un dì
il cadavere di un’affogata. Era bella, come l’idea gentile che dipinge l’eroina
di un casto poema. Il dolore aveva dovuto spezzare quel povero cuore.
Sul cadavere vennero
sparse di molte lacrime sincere, e si tesserono lodi di cui il mondo è avaro
anche ai buoni davvero. Un elegante signorino che faceva la corte ad una ricca
ereditiera zoppa, gobba e gialla come i marenghi di papà, s’imbatté egli pure
nel cadavere. Lo vide, impallidì assai, poi ebbe rabbia di avere impallidito.
“Sciocca sempre” mormorò
egli dell’affogata, “troppo onesta e troppo amante! Che ci ho che fare, se la
s’illuse ch’io mi abbassasse a sposarla? Dovevo io lasciare, per le sue
bellezze, sessanta mila franchi suonanti di dote?… Oh!, io avrei rimorso a
stabilir quest’assurdo!”
Tutto ciò, per quest’anno,
è finito. Non più imprudenze, non più avventure, non più romanzi che hanno la
vita di una settimana e si sviluppano all’aperto, sotto un cielo sconfinato,
presso l’eterno mormorio delle onde.
Cessarono le calde
giornate in cui il corpo giace inerte e la mente non concretizza le idee; ma
nelle quali fantastichiamo in dormiveglia per ore intiere, vivendo una vita di
sogni. I poetici balli sotto gli alberi, nelle rotonde scoperte che guardano la
riva, nelle sale ariosissime da cui si domina l’immenso mare. Laddove natura si
sposa all’arte per rendere più inebriante la vita, non ci danno più ormai
quegli strani contrasti di pace profonda e di moto febbrile che tanto gustammo.
Le placide e serene notti d’estate, nelle quali ci abbandoniamo così di sovente
alla voluttà della malinconia e del romanticismo, sono passate. Questo libro
attraente della vita e del gran mondo, che noi leggemmo e gustammo con
frenesia, è tutto sfogliato; è chiuso. Ora ci volgiamo ad altre emozioni.
Saranno esse così varie e
così complete? Ahimè! no! Le ci danno sovente stanchezza e vuoto, mentre presso
al mare la stanchezza ed il vuoto delle relazioni sociali era quasi sempre
temprato dai conforti della natura. Certo, non mancò il veleno nel calice
libato dai figli della moda, nella stagione de’ bagni; ma non mancò neppure un
dolce balsamo. Questo balsamo lenì molte pene e rese meno amari molti dolori.
Lo avrà la Gran Società
quando sarà rinchiusa, strozzata fra le mura dei saloni? Ne dubitiamo.
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