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| Gaetano Carlo Chelli Racconti dell'Apuano IntraText CT - Lettura del testo |
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VI
Pochi minuti più tardi Giorgio aveva trovato due uomini che consentirono fargli da secondi, e sapeva quali erano i testimoni di M. Ai padrini fu affidata la scelta delle armi, del luogo e dell’ora del duello. Essi, come sempre avviene, si occuparono invece di trovare il mezzo di appianare quel dissapore, che, evidentemente, doveva essere il risultato di un equivoco. Ma i loro sforzi furono paralizzati sul nascere. Giorgio si era eclissato, né sapevasi dove potesse aver rivolto i suoi passi. Come avere da lui le opportune spiegazioni? L’irritazione di Giorgio si aumentò dopo la sfida. Egli non era pauroso, ma si sarebbe dato delle pugna nel capo pensando come l’innocente regalo fattogli dall’amico, il più innocente proposito di farne pompa, potesse trargli sul capo la bellezza di un duello. Ah!, mormorava; è pur vero che le disgrazie non vengono mai sole! Tormentato dai capricci dell’Ida, addolorato dalla sua gelosia, doveva capitarmi anche quest’altro pasticcio! E questa è opera dell’Ida stessa, lo giurerei! Quella fanciulla, che pur tanto amo, è stanca di me, non mi vuol più vicino cerca ogni mezzo per sbarazzarsi di un uomo che alla fin fine avrebbe fatto scopo unico della sua vita la brama di circondarla di contento e di felicità, e la non si arresta neppure alla enormità di… Quale infamia! Ho bisogno d’aria libera! Uscì all’aperto. Infilò la prima strada trovatasi innanzi senza prendere nessuna direzione, ma andando innanzi alla ventura ed a caso. Si allontanò dal centro della città; si trovò ad una delle porte di essa; la varcò, e fu nell’aperta campagna. Il bujo notevole di quella notte, la pace profonda che tutto intorno regnava, quel silenzio arcano e quasi religioso, quella solitudine completa, lo sollevarono un po’. Calmossi la sua irritazione, e desiderò quindi, più ardentemente che mai, venire ad una spiegazione coll’Ida e riappacificarsi con lei. Circa a M. era necessario vedere qual’era la causa vera che aveva mosso quell’uomo a insultar lui (Giorgio) e se mai in tutto ciò non fossevi stata che la conseguenza di un malinteso o di un equivoco., pensare anche ad accomodare il pasticcio del duello. Giorgio mulinava tra sé i mezzi migliori di ottenere i risultati che si era proposti. Egli intanto andava innanzi francamente. Giunto ad un certo punto della strada, sotto un cupo viale di alberi annosi, e presso una foltissima siepe che fiancheggiava per lungo tratto la via, parvegli udire un lieve stormir di fronde. Si fermò sospettoso per cercar la cagione di quel rumore. Non scuoprì nulla affatto. Allora ritenne che fosse stato un alito di vento, o lo svolazzare di qualche uccello notturno. Fece ancora quattro o cinque passi, ma si fermò poi di botto. Se fosse stato di giorno lo si sarebbe visto impallidire e tremare. Questa volta non v’era luogo a sbagli. Si erano armati i cani di un pajo di pistole. Contemporaneamente una voce partì dall’altro lato della siepe, imponendo: — Ferma, o sei morto! E quattro ombre si disegnarono alla estremità della strada, avvicinandosi precipitosamente a lui. Appena i quattro aggressori furon presso Giorgio, brillò lo splendore di una lanterna cieca. Giorgio ricevette tutti i raggi di quella sul viso. — Maledizione! — gridò uno dei quattro — Abbiamo sbagliato! — Chi ti permette venir qui a quest’ora? — chiese un altro al povero giovane. — Bastoniamolo per punirlo. — propose un terzo. Giorgio, invocando tutto il coraggio, se possiamo così esprimerci, dalla gran paura che aveva, scaraventò otto o dieci pugni alla cieca, che colpirono tutti e mandarono a gambe levate tre degli aggressori. Poi prese una corsa sfrenata attraverso i campi.
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