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CAPITOLO X.
È probabile che il nostro lettore,
uscito qualche volta dalla porta Romana, in una di quelle placide mattine di
primavera, o d'autunno, così particolari al cielo di Lombardia, siasi recato
tutto solo a quattro miglia dalla città, a visitare l'abbazia di Chiaravalle,
ed è pure probabile che, entrato in quel breve orto, deserto e lugubre oggidì,
che circonda la parte posteriore del tempio, piccolo, ma prezioso saggio
dell'architettura portata dalle crociate, siasi fermato a lungo cogli occhi
volti in su ad esaminare quella guglia alta, svelta, aerea, a trafori,
elegantissima, intorno alla cui vetta, svolando a tondo gli uccelli interrompono
dei loro dolci garriti l'universale silenzio; e qui sentendosi portato sulla
via delle reminiscenze storiche, abbia ripensata la vita austera ed operosa di
s. Bernardo, che fondò l'abbazia, le vicende e la caduta dei Torriani che qui
furono seppelliti, il nome della Beatrice d'Este, la quale, venendo sposa a
Galezzo Visconti, fu in questo luogo salutata dalla nobiltà milanese che le
aveva mosso incontro espressamente, le sorti della Guglielmina Boema, di cui in
prima si venerò il sepolcro con triduo festoso, poscia se ne sparsero le ceneri
al vento facendosi le cose a proposito, tanto nel primo che nel secondo caso.
Ora nel giorno 15 settembre sul
piano praticabile più alto di quella guglia, ad un'ora di giorno si vedevan
fermi due uomini. Dell'uno luccicavano al sole gli ori e le gemme sulle ricche
vesti, e dell'altro difficilmente si distingueva l'umile sottana di monaco
cisterciense. Il silenzio in quell'ora, in quel giorno, non era nè generale, nè
profondo come il solito, ma veniva interrotto da frequenti scoppi come di
tuono, che percorrendo e agitando le regioni dell'aria veniva a morire in seno
dell'abbazia. Intanto che i due dall'alto della guglia parevano immobili a
guardare, alcuni conversi del monastero, raccolti in quel brolo, oggi così
abbandonato e tetro, se ne stavano inchinati, accostando la testa a terra, come
ad ascoltare qualche cosa che venisse di sotto.
Stando in fatti in quella postura,
alle improvvise alterazioni del cupo rimbombo, che, quasi percorresse lo spazio
sotterraneo, arrivava da sei miglia lontano sino a quel punto, si poteva quasi
avere un sentore dei repentini movimenti de' cavalli e delle artiglieria
trasportate, delle varie vicende della battaglia che si combatteva tra
Marignano e San Donato, e que' buoni conversi da que' suoni così vaghi
credevano infatti poter raccogliere qualche notizia. In quanto poi ai due che
stavano sull'ultimo piano dell'aerea guglia, non contenti di quello scarso
indizio, per la vastità della campagna dirizzavano lo sguardo fin dove poteva
mai arrivare, e lo tenevano fisso a un punto dove brulicava uno sciame, quasi
poteva dirsi, di lucenti insetti che si agitavano, rischiarati in quel momento
da un nitidissimo sole di mattina. Era quello un corpo di riserva che stava
sull'ale per accorrere in tempo, quando l'esercito Sforzesco si fosse trovato
all'ultime strette.
L'uomo, principalmente, sulle cui
vesti si vedevano luccicare le borchie d'oro, fissava lo sguardo a quel punto
con quell'inquietudine, con quell'ansia, con quel turbamento, con cui un giuocatore
sta aspettando il cadere del dado che gli darà la buona o la mala fortuna.
Ma quando all'orologio
dell'abbazia scoccarono quattordici ore, e colui stanco dell'assidua
attenzione, distolse un momento lo sguardo da quel luogo, non ebbe neppur tempo
di ritornavelo, che quell'amasso lucente era già scomparso e non si vedeva più
nulla.
- Reverendo abate, disse allora
quel signore con un soprassalto d'alacrità che gli scintillava tra ciglio e
ciglio. Gli Svizzeri son certo a mal partito; spero che la vittoria sarà pel
re, e con un'affabilità eccessiva che non gli era punto abituale, strinse la
mano del reverendo.
Detto e fatto questo, si appoggiò
ancora al breve parapetto che interrompeva l'elegante traforo della guglia; e
tornò a concentrarsi in sè, volgendo come per un moto macchinale uno sguardo
disattento sulla campagna che gli si stendeva d'innanzi. Il suo aspetto a poco
a poco era tornato alla grave ed inquieta attitudine di prima; quel primo
bollore di speranza si era già raffreddato, i suoi pensieri avevan già cambiata
direzione.
Del resto, era colui il magnifico
Bentivoglio, lo scaduto signore di Bologna, il padre della Ginevra.
Era uomo che già aveva varcato i
sessant'anni, d'aspetto assai dignitoso e severo, e, più che severo, terribile.
Pareva appartenesse a quella rigida stampa dell'epoca romana, con una faccia
ampia, di forme grandeggianti, tutta ad angoli, con gran naso e gran mento, e
nel complesso, qual potrebbe figurare uno scultore se mai volesse comporre un
ideale di testa, adoperando le maschere di Seneca e di Bruto.
Parlava poco, rideva meno, pensava
sempre. L'antichità del casato, il dominio della grande e ricca città che aveva
perduto, i mezzi di ricuperarlo, erano gli assidui oggetti di quel suo pensare.
Sin dall'estremo scorcio del secolo
decimoquinto, era stato per la prima volta assalito da quello spavento che,
come epidemia, s'era impadronito di tutta quella folla di tiranni e tirannetti
che padroneggiavano la media Italia, allorquando il Borgia aveva minacciato
assoggettare a sè la Romagna tutta quanta, e non s'era fermato alle minacce.
Sgombrato che fu, per l'improvvisa morte di papa Alessandro, quel tetro nuvolo
che aveva oscurato l'orizzonte del suo potere, credè stornato ogni pericolo, e
se ne tenne sicuro al tutto. Ma appena venne alla sedia pontificia Giulio Il,
che non meno d'Alessandro e del Valentino bramava riconquistare alla Chiesa
tutte le terre che già le erano appartenute, i timori gli si accrebbero assai
più che prima, e nel 1506 ebbe infatti dal terribile Giulio perentoria
intimazione di render Bologna, e minacce di fulmini spirituali e temporali in
caso di rifiuto. Sicuro dell'ajuto dei sudditi, e più ancora delle promesse di
Luigi XII, aveva risoluto sostenere l'assedio ch'era stato posto alla sua
città; ma i sudditi non furono abbastanza valorosi, e il lealissimo Luigi,
preso alle reti dal pontefice, col quale convenivagli acconciarsi, fece il suo
comodo e lo tradì. Nella notte del 6 giugno di quell'anno, e fu gran ventura,
potè fuggire dalla città, e raccolte quante ricchezze potè ammassare in quella
dura stretta, ricevuto un salvacondotto da Chaumont, che comandava le truppe
francesi, se ne venne a Milano coi due figli Annibale ed Ermete e colla Ginevra
che allora poteva avere otto anni, e qui fermò la sua dimora. Non avendo in
quel tempo a far nulla, ed essendo i due suoi figli già oltre l'adolescenza, a
stornare i duri pensieri ed a fuggir tempo, si diede all'educazione della sua
Ginevra. E mostrando la fanciulla tanto ingegno quanto è fuori dell'ordine di
una donna, gli die' maestri di lettere, di disegno, di musica. Urceo era stato
il primo maestro della fanciulla sin da quando erano a Bologna; in Milano fu
affidata alle cure di Giovanni Filoteo, dottissimo uomo e buon poeta. Il Luino
le aveva insegnato i principj del disegno, e uno Scandiano Monteverde, maestro
nel conservatorio di musica fondato da Lodovico il Moro, e che fu il primo di
tutt'Europa, gli apprese il canto e il suono della lira, genere di strumento
che allora era in grandissima voga, per esserne stato suonatore insigne il
mirabile Leonardo.
Recatosi poscia a Ferrara, dove
aveva molti possedimenti, i soli con cui potesse mantenere il decoro
principesco della famiglia, aveva ottenuto che Lodovico Ariosto contribuisse
pure alla maggior educazione della figlia, la quale seppe rispondere così bene
ai desiderj paterni che, non ancora uscita dell'adolescenza, destava la
meraviglia in quanti ravvicinavano.
Intorno a quel tempo ricuperò
Bologna, ma, come sappiamo, nel 1512, spodestato ancora di quel dominio, e con
minori speranze di ricuperarlo, di nuovo ritornò a Milano. Vi ritornò colla
sola Ginevra, avendo i due figli Annibale ed Ermete seguito l'esercito
francese.
Nella fanciulla, in quel lasso di
tempo, colle doti dell'ingegno s'era venuta sviluppando una bellezza di forme
straordinaria, alla quale dava assai prezzo una leggiera tinta di quella severa
maestà paterna, che ai giovani che la vedevano comandava l'ammirazione, senza
far tacere l'amore. Non è a dire con quanta compiacenza lo scaduto signore di
Bologna vedesse quella sua figlia, come ringraziasse la fortuna d'averla fatta
nascere nella sua casa. Nè già l'amor paterno soltanto generava quella
compiacenza, ma un'altra causa assai meno tenera e molto più forte, la
grandezza della casa, il desiderio di ricuperare i suoi Stati, Qual signore di
Bologna, egli aveva sperato, facendone fondamento sui pregi della figlia,
ch'ella potesse venir chiesta in isposa da qualche principe regnante o
d'Italia, o di Francia, coll'ajuto dei quali farsi forte, e riavere i propri
dominj; quella sua figlia dunque era l'unico oggetto delle sue cure e dell'amor
suo; ma in quest'amore v'era qualche cosa di geloso, di tormentoso, di pesante.
In tanti anni di dimora in Milano non le avea mai concesso s'abbandonasse in
dimestichezza colle fanciulle di altre nobili famiglie; neppure una volta
lasciò ch'ella uscisse a piedi di palazzo; temeva quasi che l'atmosfera delle
contrade, dove si confondevano le esalazioni plebee, potessero mai recare
qualche offesa alla nobiltà della figlia.
Quando Milano era sotto il dominio
francese, non aveva mai frequentato che il palazzo e la conversazione del
governatore, dove la Ginevra fu più d'una volta l'oggetto dell'ammirazione
generale, e quando ritornarono gli Sforza, qualche volta si recava alle feste
del duca. Nella propria casa non concedeva accesso che alle più cospicue e
antiche famiglie di Milano, con un riserbo però, con un cerimoniale, con
un'etichetta, che poteva anche promovere la nausea. Qual signore, benchè
scaduto, d'un ampio stato in Italia, egli pensava che in tutta Milano non v'era
alcuno che potesse stargli a paro, nè di nulla era più curante che di far
spiccare e rispettare codesto primato. Il titolo di magnifico signore, era il
solo che lo mettesse di lieto umore, che gli facesse distender le rughe della
calva sua fronte. Di null'altro era più tenero che dei propri titoli, di
nessun'altra cosa prendeva passatempo che della lettura della storia del
proprio casato e della sua Bologna. Dal momento che gli era sfuggito di mano il
potere reale, cominciò a vagheggiare con un amore ardente, geloso, permaloso,
le immaginarie prerogative della nobiltà. Molte volte avveniva, che trovandosi
a far qualche parola con taluno dei signori milanesi che non appartenessero al
più squisito patriziato, una loro parola non abbastanza misurata, un atto, un
gesto troppo confidenziale, al quale per inavvertenza si lasciassero andare,
una stretta di mano datagli senza pensar molto alla diversa inquartatura dello
stemma, qualche cosa insomma che gli potesse far sospettare avesse voluto quel
tale o porsi al livello di lui, o abbassar lui al livello suo, bastava di
tratto a mettergli i dispetti nel sangue, a farlo di improvviso diventar cupo,
accigliato, inquietissimo.
E coloro che avessero voluto
spiegare quei repentini mali umori, potevano benissimo darne causa o al
mal di capo, o al dolor di denti, o ai reumatismi, ma non mai a quel che era
veramente, perchè quel signore talvolta faceva poi anche l'affabile e il
liberale, nè tutti erano così acuti da tener nota delle occasioni in cui lo
faceva, nè sapevano accorgersi che anche allorquando dava cortesi parole a chi
era da meno di lui, procurava tuttavia, nel mezzo della folla, di tenersi alto
di tutta la testa appoggiato ai trampoli del suo grado.
Chi tiene fra le mani la verga del
comando ed è ancor ricco di potenza fisica, vedendo in che e in quanto
avvantaggia gli altri, il concetto che può aver di sè stesso non trascende
giammai i limiti, perchè la realtà gliene dà la giusta misura. Ma chi, invece,
non ha altro al mondo che quel fluido imponderabile, il quale vien detto
nobiltà, non potendo sapere quel ch'ella sia precisamente, ajutato
dall'imaginazione le attacca quel valore che più gli piace, e col superbo
fantasticare va tanto innanzi che gli riescono angusti i più estesi confini.
Chi scrive conosce un tale della
costola d'Adamo, uomo del resto di molto ingegno e di miglior coltura, e, come
parve a taluno, anche di assai buon senso, il quale tiene per fermo che i
patrizi sieno, nella grande catena, d'un bel tratto più presso a Dio che non il
resto del genere umano; assunto che si affanna a dimostrare con una convinzione
veramente prodigiosa, e, quel che più fa maraviglia, senza che il vino gli
abbia dato alla testa.
Ora, tornando al Bentivoglio, era verissimo
quanto di lui aveva saputo il Morone da quel tal Marsiglio di Lodi. Verissimo
che essendogli giunto a notizia l'arrivo del Baglione (il quale, a gratificarsi
i Francesi, avea seco condotto cinquecento lance per aggregarle all'esercito
del re, e intanto aveva posto gli alloggiamenti a Lodi) tosto erasi colà recato
a visitarlo.
Sebbene egli avesse trovato il
Baglione invecchiato ed orrido da far paura, tuttavia avea subito tentato
riannodare il filo che, tre anni prima, era stato mal suo grado spezzato. Come
il lettore ben sa, era il Baglione tra' più facoltosi e potenti signori della
Romagna, e per l'ajuto di Francia, era possibile avesse a salire più alto
ancora, e il Bentivoglio, per quanto cogli ambiziosi desiderj girasse lo
sguardo fra tutte le teste coronate d'Italia e fuori, non avea però mai trovato
un personaggio migliore del Baglione con cui collocare la propria figlia, e
collocarla in modo, che potesse esser d'ajuto a lui medesimo. Però, quando
Giampaolo era stato improvvisamente assalito da quei mali che in tutti
gl'Italiani aveva indotto la speranza, anzi la certezza, fosse per morirne in
breve, egli si tenne perduto, vedendosi tolto un così valido mezzo a
ricostruire lo scrollato edifizio; per questo è facile immaginarsi il contento
di lui, allorchè, fatte quattro parole col Baglione, tosto comprese esser colui
ancor pronto a sposare la Ginevra, benchè gli avesse posto una condizione.
- Aspettate si spieghi la fortuna
di Francia, aveagli detto il signore di Perugia, aspettate che s'abbia a
conoscere in quanti piedi d'acqua siamo noi, e allora la discorreremo. Domani o
dopo si verrà ad una decisiva giornata. Domani o dopo quel che avrà a
stabilirsi fra noi sarà stabilito. Del resto, io sto qui e non mi muovo, le mie
lancie son condotte da Orazio, e se venni qua in persona io stesso, è perchè ho
bisogno di tener quattro parole col re. Sto attendendo anch'io con impazienza
quel che sarà per uscire da tutto ciò, ma spero bene. Ho una gran sete, caro
mio, e mi conviene patire l'arsura finchè non vegga recisi gli unghioni di
leone da questo ragazzo di re. Tengo nella stía della mia Perugia ad
ingrassare, tre capi di pollame ai quali tireremo il collo quandochesia; un
protonotario che ci ha tradito, un vescovino che s'impacciò di battaglie, un
cardinale che si balocca colle daghe, le misericordie e gli schioppetti. Se
dunque i Francesi si comporteranno bene, il papa farà cantare il miserere per
tutt'e tre, e non avrò più un timore al mondo di lui. Allora venite qui, e
senz'attender altro, qualche cosa si farà. La vostra figlia mi piace e la sento
lodata da tutti, e, in quanto a me, sebbene allorchè spira tramontana mi
vengano ancora certe doglie acute, pure qualche bollitura di gioventù me la
sento ancora fra le vene.
A queste parole, sentitosi tutto confortare,
il Bentivoglio era ritornato a Milano per preparare la figlia a quelle nozze
che dovean essere imminenti; e in quel modo che tre anni prima s'era mostrato
così insensibile ai pianti disperati della unica sua figliuola, lo fu anche in
codesta occasione, e più ancora. Eppure s'ella gli fosse morta allora se ne
sarebbe rimasto fortemente addolorato per tanta sventura, e avrebbe sparse
lagrime abbondanti e sincere; ma trattandosi di ricuperare Bologna ogni fonte
di pietà veniva essiccandosi in lui, e del resto, a spiegare i fenomeni
dell'ambizione e' è un assortimento di sentenze l'una più decrepita
dell'altra.
Dal dipendere adunque le nozze di
sua figlia dall'esito della battaglia, è spiegata la cupa inquietudine del
Bentivoglio in questa mattina del 15 settembre. Appena i cinquantamila svizzeri
erano usciti di Milano e li seppe arrivati tra S. Donato e Marignano, anche
egli tosto uscì della città, e si recò in un suo palazzotto ove si ritraea
assai spesso quando, infastidito della fastosa ricchezza dei numerosi patrizj
milanesi, che non parevano far di lui quella stima ch'egli pretendeva, aveva
bisogno per dimenticare il fastidioso spettacolo della città, della solitudine
e del silenzio d'un luogo dove nessuno potesse contrastargli il primato, e a lui
fosse lecito di reputarsi quel che meglio gli fosse piaciuto. S'era poi scelto
a dimora un luogo vicino all'abbazia di Chiaravalle perchè gli piaceva
intertenersi col reverendo abate che già aveva conosciuto sino dal 1504 a
Bologna, nella quaresima del qual anno aveva colui predicato in San Petronio
con straordinario concorso di tutta la città. Più cose poi aveva stabilito il
Bentivoglio dopo l'abboccamento avuto col signore di Perugia, l'una, che il
reverendo abate di Chiaravalle fosse colui che benedisse gli sponsali, l'altra
che non doveva correre più d'un giorno dopo l'esito della battaglia senza che
le nozze fossero già strette, la terza che non sarebbe entrato in Milano prima
che ad ogni cosa fosse dato compimento, e gli sposi con gran pompa facessero il
loro ingresso in Milano intanto che vi si rimetteva il governo francese.
Siccome però di codeste cose, per quanto esso fosse intestato di volerle
assolutamente, pure poteva benissimo darsi il caso che non ne avvenisse neppur
una, così contrastavano e cozzavano nella sua testa molti pensieri in quel
mattino, e le ore che aveva trascorse sulla guglia dell'abbazia furon certo
delle più tormentose della sua vita.
Stato adunque per qualche tempo
appoggiato al parapetto della guglia, e incessantemente perturbato dalla
tormentosa vicenda dei dubbj e delle speranze, al sentire le onde dell'aria
sempre più agitate dagli scoppj continuati dei cannoni e delle artiglierie:
- Oh fossi anch'io colà, uscì a
dire con impeto. Codesto sole cocente, che da tre ore mi batte sul capo, mi
abbrucia più d'un razzo d'artiglieria. E non so nulla di quel che avviene a sì
breve distanza da me, e tanto si aveva a rimanere sotto coltre.
- Fra breve ci sarà ben nota ogni
cosa, rispondeva l'abate.
- Volesse Iddio che vincesse il
re.
- Io l'ho pregato perchè volesse
il meglio. E tornarono a tacere, e un'altr'ora misurò la sfera dell'orologio
dell'abbazia, senza che essi mai rompessero il cogitabondo silenzio.
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