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CAPITOLO XIII.
Era quell'ora che va innanzi all'incominciamento
di una festa notturna, ora nella quale tutta la città è immobile all'esterno, e
il massimo affaccendarsi va fervendo nell'interno dei signorili palazzi, e
segnatamente negli intimi gabinetti delle donne patrizie. Ora solenne in cui la
vanità femminile è così assorta nelle proprie cure, che non patisce di essere
interrotta per un momento, e ogni altra faccenda, per quanto seria, deve dar
luogo a quella importantissima dell'abbellirsi. Ora in cui i desiderii e le
speranze s'introducono in folla nei profumati penetrali a tentar fanciulle,
spose e matrone, e la coscienza di una bellezza facilmente trionfatrice
incoraggia la fantasia a fingere, a vagheggiare avventure, di cui tra poco si
getteranno le prime trame. Ora inoltre d'impazienze, di dispetti e d'ire, in
cui il fluido bilioso, sempre dissimulato in pubblico dalla calma,
dall'ingenuità, dalle care grazie della forma, si sprigiona a un tratto in
privato, e si riversa sull'incolpabile ancella; e in cui la quarantenne
galante, memore delle molte battaglie guerreggiate, e de' trionfi innumerevoli,
impallidisce all'improvvisa scoperta di una ruga che le raggela nell'anima
ancora giovanile i nuovi desiderii e le speranze nuove. Ora insomma, in cui la
vanità femminile si manifesta così a nudo, che è una vera fortuna per noi il
non potere aver libero accesso a que' misteriosi gabinetti, per noi che, in ciò
almeno, amiamo perpetuare illusioni, piuttostochè porre il dito sul vero.
Pure la sera del 12 settembre, se
in tante camere dorate, le più soavi grazie, le più cospicue bellezze delle
milanesi patrizie, stavano liete ed ambiziose a consultarsi allo specchio; una
ve ne era in cui i profumi delle odorate essenze, gli abbigliamenti più
sfoggiati di sposa, lo squisito apparato con cui la naturale bellezza suol
essere accresciuta dall'arte, troppo crudelmente contrastava colle angoscie
disperate di una giovine creatura.
Il lettore s'è già accorto che noi
vogliamo parlare della Ginevra Bentivoglio, sposata in quel dì stesso a
Giampaolo Baglione, signore di Perugia.
Nella stanza ov'ella a quell'ora
trovavasi, v'era il massimo sfarzo degli addobbi e degli ornati dell'artistico
cinquecento. Arazzi di ricchissimo liccio, con disegni storiati, cortinaggi di
seta, tappeti di Fiandra, seggiole dorate, larghi cuscini di velluto gettati
alla rinfusa sul pavimento; su d'un tavoliere, in eleganti astucci, gioie,
vezzi, smaniglie, collane, cinture, piume fatte di sole perle e di brillanti;
sui cuscini una veste di raso bianco, mantelline, veli, trine, merletti, sfoggi
d'ogni maniera.
Innanzi ad una tavola di tartaruga
ad intarsi di metallo, su cui eran vasi d'alabastro, barattoli ed alberelli
pieni di essenze che effondevano un soave profumo per tutta la camera, stava
seduta su di una gran seggiola a braccioli la Ginevra, in quel negletto
vestire, in cui la bellezza vera compare assai meglio che nella compiuta
attillatura, lasciando che la fante l'abbigliasse; ho detto lasciando,
perch'ella non sapeva veramente quel che si facesse di lei in quel momento.
E in quel momento rallentato e
sciolto, il bel volume dei capelli lunghi e nerissimi le cadde in varie liste
sulle spalle, e la fante, disponendosi a spruzzarle le belle membra coll'acqua
nanfa, come allora era costume, la venne a poco a poco spogliando così che apparve
discinta quasi del tutto. Ma dessa, non accorgendosi di nulla, continuava
tuttavia a lasciar fare. Aveva tanto pianto la notte prima pensando alle nozze
imminenti, che ora non aveva più lagrime, e il suo dolore le si era cambiato
come in un'attonitaggine piena d'accoramento; pure quel tormento assiduo, in
cui versava da tanto tempo avendole messo nel sangue quasi un'alterazione
febbrile, al pallore che le era abituale aveva sostituito un color purpureo,
vivacissimo, che le dava un aspetto di floridezza straordinaria, il quale
dissimulava l'interno affanno, e accrescendo la lucentezza delle sue pupille la
rendeva notabilmente ancor più bella del solito. Le chiome, che in disordine le
cadevano pel collo e per le spalle a velare in parte la nudità casta, la sua
pupilla nerissima, lucente, estatica, immobile, adombrata da un tenue arco di
sopracciglio, le membra, che acquistavano una grazia particolare in quella
stessa cascaggine di atteggiamento, nella quale involontariamente ella erasi
messa, i bianchi lini che le fasciavano i fianchi e in ricche pieghe
avvolgevano la parte inferiore del corpo, tutto aiutava a vestirla di una
bellezza abbagliante e piena di prestigio.
Intorno a lei continuò dunque la
fante nell'officio suo per qualche tempo; quando, allontanatasi un momento
dalla seggiola per prendere da un tavoliere un asciugatoio di stoffa di
Fiandra, vide, nel volgersi, aprirsi leggermente l'uscio della camera, e sulla
soglia fermarsi ritta la vecchia figura del Baglione. La fante non potè a meno
di fermarsi con maraviglia disgustosa innanzi a quel severo e squallido
aspetto, e si voltò come per avvisarne la Ginevra, ma irresoluta si tacque. Il
signore intanto, girato lo sguardo nella stanza, lo fermò sulla giovinetta sua
sposa, ancora discinta. Parve che a tal vista assai si compiacesse, e subito,
con un cenno imperioso, ingiunse alla fante di uscire; quasi intimorita quella
non pensò due volte se avesse ad obbedirgli, e sembrandole d'altra parte
ragionevolissimo il far ciò che voleva il marito della sua giovane signora, e
di lasciarlo solo con lei, tosto si partì.
Codesta scena era stata
perfettamente muta e assai rapida, nè il lieve rumore dell'aprirsi del l'uscio
e dello sbattere della cappa del Baglione era stato udito dalla Ginevra,
La testa china, le mani
intrecciate, l'occhio fisso davano indizio più che mai, ch'ella si era
internata ne' suoi pensieri abituali, e in quel momento ripensando al
Palavicino, sentiva una tenerezza così intensa per quell'amico suo, ne aveva
così netta innanzi agli occhi l'immagine giovanile, che, sprofondata, a dir
così, in quella dolce contemplazione, nessuna cosa ci poteva essere, che
valesse a scuoterla ed a farla accorta di quanto le avveniva d'intorno.
Il Baglione intanto a lenti passi
le si era accostato, e stava contemplandola a parte a parte.
A me che descrivo tali cose ad
italiani, il più de' quali avran veduta la squallida figura di Luigi XI, con
tanta verità resa dall'incomparabile Modena, non soccorre altro mezzo che
questo, per offrire qualche cosa di simile alla persona del Baglione.
Tutta quanta la massa del suo
corpo era agitata continuamente da un movimento tremulo, indescrivibile, e
specialmente le mani colle quali in quel momento s'andava premendo lo sterno;
pure, a tutto quel suo aspetto alterato o guasto più che dagli anni, dai turpi
acciacchi, a quel suo volto internato e vizzo e cascante, dal quale traspariva
la creatura in dissoluzione, facevano uno strano contrasto quelle sue pupille,
che adombrate da una fronte molto sporgente e da un foltissimo sopracciglio,
gli brillavano di una luce tremula e vivacissima; notabili poi, in quanto che
avevano quel colore tendente al giallo, e quella scintilla fosforica che pare
distinguere gli animali del genere felis.
Ed era strano a vedersi, come
mentre ei guardava le belle membra della giovinetta sposa, la squallida e
cadente sua figura, dando certi guizzi repentini e particolarissimi si venisse
grado grado rianimando, press'a poco come avviene di chi, assiderato e
tramortito dal gelo, senta improvvisamente il vivo calore di una catasta
accesa.
E considerava che quella figura di
una bellezza affascinante, che a lui per la prima volta si rivelava, quelle
membra così eleganti, que' vivi colori della floridezza di gioventù,
appartenevano a lui, come una proprietà, che nessuno poteva contrastargli, e in
mezzo alla massima accensione dell'estro trovò pur strada un pensiero di atroce
egoismo, e ricordandosi di quel che gli aveva detto il suo medico, e di ciò che
allora propalava la scienza, che il tepore del giovin sangue, convenientemente
infuso nelle vene del vecchio, fosse sufficiente a reintegrare la giovinezza,
si confortò tutto quanto pensando, che avrebbe resa così più ferma la propria
salute e la propria esistenza, alla quale era tanto attaccato.
Stato qualche momento così, fece
finalmente un passo innanzi, come ad avvisare la giovine sposa della sua
presenza, e quasi nel medesimo tempo mise la sua tremula e fredda mano sulle
carni infuocate della giovane. Se di nessun'altra cosa sarebbesi accorta in
quel momento, ella si scosse con un soprassalto a quella disgustosa sensazione
di freddo e si volse.
L'atto che a quella vista fece la
giovine infelice, bisognerebbe averlo veduto per descriverlo, e l'improvviso
turbamento, la paura, l'orrore fu tale, che la sua voce, la quale stava per
uscire in un grido, si ruppe a mezzo, ed essendo al primo a quella vista
balzata in piedi, tosto, presa da un tremito convulso, con un piegar lento e
come di deliquio, ricadde sulle ginocchia.... e il vecchio Baglione intanto più
e più le si avvicinava.
È probabile che qualcuno tra'
nostri lettori abbia talvolta assistito a quell'orrido momento, quando il
bianco e timido Coniglio, posto nella gabbia dove sta aggomitolato il crotalo,
vien destinato al pasto di questo rettile, e si ricorderà d'aver forse dovuto
torcer l'occhio pel ribrezzo, e per un certo senso quasi di nausea paurosa,
quando il crotalo, svolgendo le spire, allungando il collo, tentando il
coniglio che squittisce, sta per cominciare gli orribili suoi assorbimenti.
Il Baglione, che di quel modo
stava accostandosi alla Ginevra, offeriva qualche cosa di simile a ciò. Se non
che, la giovane, ad una nuova impressione della mano gelida del vecchio, che
parve ridonarle la virtù vitale, si riscosse, guardò, mandò fuori quella voce
che prima le si era spenta in gola, fece uno sforzo per rialzarsi, e riuscitole
di trarre furiosamente al campanello, atterrita e spossata, tornò a ricadere e
svenne.
Non aveva il vecchio avuto il
tempo di accostarsi alla giovinetta sua sposa per tentar di sorreggerla, che a
quel grido della signora, a quel furioso scampanellamento, era accorsa in
fretta e in furia la donna di camera, e un momento dopo, chiamato da quel
rumore insolito, anche il magnifico Bentivoglio, che venuto alla camera della
figliuola, si fermò sul limitare, sollecito di saper quel che fosse avvenuto.
Guardò la figlia svenuta, guardò la fante tutta intesa a farla riavere, guardò
il Baglione, che colla sua massa tremula se ne stava impassibile e bieco, e non
tardò a comprendere ciò ch'era veramente. Il pallore mortale che vide sul volto
dell'unica sua figliuola, gli suscitò in cuore in quel momento tutto
quell'affetto che aveva per lei, e gli sconvolse l'animo per un senso profondo
di pietà non ipocrita, ed essendone escluso ogni altro rispetto, volse
involontariamente uno sguardo iracondo sul Baglione, che pure guardò lui di
quell'occhio bieco che gli era abituale. Allora i due vecchi si accostarono, i
due tiranni colleghi, il suocero e il genero stavano rimpetto l'uno dell'altro.
Vi fu un momento di silenzio perfetto, in cui altro non s'udiva che l'anelito
affannato della sagrificata fanciulla, e il respiro interrotto e rantoloso del
vecchio Baglione. Era una scena che faceva ribrezzo e pietà ad un tempo, era
uno spettacolo ben degno di venir contemplato da quei troppi, a cui l'abuso
della podestà paterna è così famigliare; da quelle fanciulle che troppo
facilmente si lasciano intimorire da una venerazione indebita verso l'egoismo
iniquo di chi pretende potere ogni cosa sulla vita de' figli. Oh, giovinette,
se in tal momento il dannoso timore vi tenta, vi spinge a piegare all'altrui
voglia, venite e guardate, da questo muto spettacolo apprendete il coraggio,
che altrimenti vi mancherebbe. Contemplate il duro momento, che non sapete
prevedere, poco esperte come siete, dei dolori che conseguono gl'involontari
sagrificii. E se tanto vi giova, stringetevi intorno ai petti paterni,
lagrimate e pregate, ma non obbedite. Le ire paterne si placheranno forse, ma
il ribrezzo per l'uomo abborrito, cui vi si vuole congiunte per sempre,
cospargerà di amarezza incomportabile ciascun momento de' vostri giorni
venturi, e vorrete morire, se pure a mitigarvi il diuturno affanno, la
disperazione, rendendovi odiosa fin anco la vostra virtù, vi farà docili alle
fatali lusinghe della colpa che sta in aguato dell'occasione.
Quando la Ginevra, riavendosi,
mandò un'accusatrice querela, il Bentivoglio, in cui tuttavia continuavano i
moti della pietà, fu per dir qualche cosa al Baglione. Ma parlò costui invece:
- Codesta figliuola vostra, disse
il tetro vecchio, crollando il capo e strascinando le parole, pare voglia
troppo somigliarmi all'Ildegarda, la prima mia donna... Me ne rincresce, se è
così.
Il Bentivoglio non rispose, e
impallidì ricordando la lugubre storia di quell'Ildegarda.
- Voi sapete quel che è avvenuto
di colei, continuò il vecchio... Dite dunque qualche parola a codesta figliuola
vostra che, per lo meno, mi sembra ben sciocca.
Il Bentivoglio continuò a tacere.
- Noi abbiamo ad essere amici,
seguiva il vecchio. Ma se costei continuerà a darmi noja così, io la lascerò in
vostra custodia, e buona notte, ed io non ne vorrò saper altro, e ci rivedremo
quando ci rivedremo.
La Ginevra intanto s'era riavuta
affatto e ancora le tornavano i vivi colori sul volto.
Le parole del Baglione avevan
tocca una corda che fecero risorgere tutti i pensieri d'ambizione del
Bentivoglio, e con quelli anche il timore di non avere a raccogliere quanto
sperava per colpa della figlia. E nell'animo suo, con una vicenda istantanea a
quel moto di pietà che un istante prima aveva sentito per lei, subito successe
un dispetto così iracondo che, volgendosi di tratto alla figlia, fu per
prorompere in contumelie e peggio. Si contenne però, e assai sommesso e co'
labbri tremanti e sforzandosi a sorridere, di un sorriso che rendeva ancor più
severa la sua faccia:
- Non state ad inquietarvi, disse
al Baglione, io so che a lungo andare voi sarete assai contento di questa
figliuola mia.
Il Baglione non rispose, ma
gettato un altro sguardo sulla giovane, le cui forme erano di una bellezza
attraente, tanto quanto si calmò, e risentendo gli estri diè un nuovo guizzo, e
fece un sorriso da fauno.
Alcuni momenti dopo la Ginevra,
nella massima pompa di giovinetta sposa, saliva nel cocchio, specie di lettiga
a ruote, col padre e col marito, per recarsi allo feste pubbliche che iu quella
notte si davano nell'ampio tentorio, appositamente eretto sulla via a porta
Romana.
Quando la lettiga del magnifico
Bentivoglio uscì della contrada dov'era situato il palazzo del medesimo, un
uomo che da qualche tempo se ne stava passeggiando innanzi al portone, colta
l'occasione, che uno tra i famigli del Bentivoglio se ne usciva, lo trattenne e
gli domandò se trovavasi in palazzo il signore.
- Se fosti stato qui un momento fa,
l'avresti veduto uscire in lettiga colla figliuola.
Questa circostanza era ben nota a
colui che espressamente erasi fermato a spiare.
- Saran forse andati al tentorio?
chiese poscia.
- Sicuro, al tentorio di porta
Romana; alla festa che i signori nobili milanesi danno ai baroni ed ai
cavalieri francesi che oggi sono entrati in Milano.
Parve che questa fosse la notizia
che più premesse a colui, perchè subito troncò ogni discorso, e senza più,
dilungatosi da quella contrada, un passo dopo l'altro se ne venne all'osteria
del Pomo d'Eva. Entrato in quella, in mezzo ad una moltitudine
straordinariamente affollata di avventori, cercò coll'occhio l'Elia Corvino,
che se ne stava in un canto innanzi ad una tavola; vistolo subito se gli
accostò, dicendo:
- Ciò che tu hai pensato, avvenne
di fatto, Elia li ho veduti io medesimo porsi nella lettiga, e a quest'ora
saranno nelle sale delle feste.
Elia balzò in piedi a
quell'annunzio, e:
- Va bene, disse ora comincio a
sperar qualche cosa, e se la fortuna è seconda, si farà il resto; ma ora ti
conviene rimboccarti le maniche del sajo, Omobono, che se mi sbagli una nota,
tutta l'orchestra ne andrebbe sossopra. Dimmi, innanzi tutto, come sta ora di
salute il Palavicino, che da stamattina non l'ho più veduto?
- Egli mi disse che si sentiva
abbastanza bene, che solo non gli sarebbe possibile star sulle sue gambe, ma
che a cavallo, o in lettiga, gli basterebbe l'animo di tentare ogni gran cosa,
e si raccomandava a me e a te, ed essendo pieno di speranze, ha cessato qualche
poco la furia delle sue smanie e delle sue querele.
- Mi rincresce però, ch'io non fui
mai così impacciato come in quest'occasione, tanto che non mi venne in mente
altro disegno che questo; ma, torno a dire, ora che tu mi assicuri che la
Bentivoglio è là, spero che lui sarà contento di me; tu va subito intanto dal
Palavicino, fa che in mezz'ora sia pronta ogni cosa al tutto, e i cavalli e la
lettiga sien presti innanzi all'ingresso del tentorio. Ora vò su in camera, e
in fretta vestirò la cappa signorile, così fra poco mi troverò anch'io in
quelle sale delle feste. Va dunque, e spacciati presto, e fa in modo che il
Palavicino ed io abbiamo a lodarci di te. Già la lettiga del marchese sarà
pressochè eguale nella forma a quella del Bentivoglio.
- Di notte... può darsi benissimo
che si scambi l'una per l'altra.
- È una buona cosa anche questa.
Va dunque, e a rivederci.
Omobono prese la sua via, l'Elia
Corvino salì al suo camerotto al quinto piano e si vestì la cappa signorile,
ridiscese, e così a piedi come voleva la sua bassa fortuna, si recò al
tentorio.
Pareva che tutta la popolazione
milanese si fosse raccolta là tutta quanta; l'accesso alle sale non essendo
dato che a' gentiluomini di cappa e di spada, tutte le strade del rione di
porta Romana erano gremite di popolo, che si affollava sempre più in ragione
che s'accostava al tentorio, e principalmente innanzi alla gran porta
d'ingresso, la quale, per toccarne di passaggio, era fatta a più archi,
sorretti da molte colonne di legno, pomposamente ornate di cortinaggi, di
arazzi, di festoni, d'ellera e fiori.
Tutto ciò che poteva dare indizio
di ricchezza, di splendore ed anche di gusto non fu pretermesso dai patrizj
milanesi, che in quella notte per pompa di vesti, d'ori e di gemme toccarono il
massimo del lusso proprio a quel secolo, il più splendido forse fra quanti ne
sian stati e saranno. E tanto più era bello a vedersi in quanto c'era una certa
gara tra que' cavalieri francesi, che mai non volevano star sotto, e in
quell'occasione ambivano ancor più di farsi ammirare e di imporre altrui colle
apparenze della ricchezza. Erano molti anni che l'Elia Corvino non respirava
un'atmosfera pari a quella, e come si trovò avvolto fra tante cappe e robe e
rasi e croci e gemme, pensando a quel ch'esso era veramente, e a quello per cui
la natura lo aveva espressamente formato, si rodeva in sè stesso, e tanto più
si rodeva in quanto pensava che, colla ricchezza fisica, se n'era ita anche la
ricchezza morale; fu però una molestia che durò assai poco, perchè aveva
tutt'altro a pensare. Appena, infatti, che in mezzo alla folla s'accorse della
Ginevra Bentivoglio, subito le si pose dappresso, nè da quel momento, mai non
pensò abbandonarla per tutta la notte.
Intanto che costui è tutto intento
alla sua caccia, e però gli è forza provare sino a che punto possono arrivare i
tormentosi effetti della noja, e come costi il pane che si guadagna
coll'industria propria, faremo di divertire un momento da lui i nostri sguardi,
e di volgerli un momento su qualch'altro oggetto.
Il conte Galeazzo Mandello
anch'esso, dopo tre anni, era ricomparso in una pubblica festa a far mostra del
suo grand'abito di drappo d'argento riccio, e della sua croce dell'ordine di S.
Michele. E a chi lo aveva veduto tre giorni prima nelle sale, dove a furia era
entrata la più cenciosa bordaglia di Milano, accomunarsi coi più schifosi
trecconi e dar parole alle più laide briffalde, assumendo, per abbassarsi al
loro livello e per armonizzarsi seco loro, persino i modi e il linguaggio
solito a tenersi nelle più affumicate taverne di Milano, avrebbe durato fatica
a riconoscerlo.
Sotto a quei ricchi padiglioni,
una sfarzosa moltitudine di giovani gendarmi francesi, tutti appartenenti alle
più cospicue famiglie di Francia, passavano e ripassavano con quel far giulivo
e sprezzante del soldato, che si trova fra la popolazione di una città
conquistata, e quel guardare ammirato di chi per la prima volta vede persone e
costumanze che gli sono sconosciute. In mezzo a costoro però si trovavano
personaggi d'altissimo ceto, seguiti dal loro corteggio, taluno de' quali,
erano stati dal conte Galeazzo conosciuti tanti anni prima in Francia, quando
mandato colà dallo Sforza, s'era tanto distinto in quella guerra dei baroni:
con costoro, assunse a tempo in quella sera una gravità che non gli era
abituale e intrattenendoli in discorsi conditi di una dignitosa e superba
sprezzatura, aveva potuto ingenerare in essi un'alta opinione del milanese
patriziato. Quantunque sapessero quei francesi gentiluomini ch'esso aveva
combattuto contro di loro, pure non avevano nessun rancore seco lui, chè anzi
lo stimavano assai più, e la croce di S. Michele, che loro richiamava alla
memoria il valore straordinario della milizia lombarda in Francia, e i suoi
discorsi pieni di senno facevan crescere quella stima, Misurando poi dal conte
tutti gli altri milanesi gentiluomini, s'erano, in quei primi momenti che
trovavansi in Milano, fatto tale un concetto de' Milanesi, che certo poteva
appagare qualunque schifiltoso amor proprio nazionale.
Era una delle qualità affatto particolari
all'indole del conte Galeazzo, l'assumere a tempo un'apparenza che faceva al
caso, l'assimilarsi a tutti i ceti, il ricordare, se faceva bisogno, il proprio
ingegno, la natura propria, tanta ne era, a dir così, l'estensione dei toni e
il numero delle corde, con tutti i caratteri possibili. Anche un momento prima
era egli uscito da un lurido luogo, praticando i quali era solito dire che
andava cercando le margarite nel mondezzajo, dove si era dilettato a far
rompere caraffe e bicchieri, con grande edificazione di quelle faccie da
quattro testoni; e razzimatosi alla meglio dopo tre anni, e dopo tre anni
tornatosi a spruzzar d'acqua nanfa, (esso che sfuggiva ed era sfuggito a
vicenda dal più nobile ceto, dal momento che s'era dato a quel genere di vita
così scandalosamente vituperevole), era accorso alle feste in quella sera, come
se avesse sentito che era urgente il bisogno del suo aiuto, per tenere in
prezzo, a dir così la dignità nazionale, e l'esito avea risposto benissimo alle
sue intenzioni.
Ma intorno a lui passava pure e
ripassava una sfarzosa moltitudine dei più ricchi gentiluomini milanesi;
marchesi, conti, baroni, che sfoggiavano tutta l'eleganza del vestire di
quell'età, i manti d'ogni colore, di velluto, di raso, con ricami d'oro e d'argento,
le croci a brillanti, le pietre preziose, che sfavillavano iridescenti al
giuoco della luce. Matrone, spose, donzelle, con serti, con monili, con cinti
brillantati, con robe di broccato d'oro e d'argento. Era un scintillare, uno
sfolgoreggiare continuo e svariato, e che incessantemente tramutavasi
all'occhio pel passare e ripassare di tante figure, di cui eran popolati e
gremiti que' padiglioni posticci. Ora di tanti conti, baroni e marchesi, non
v'era che qualche giovane gentiluomo, il quale scambiasse un saluto col
Mandello, e che anche avrebbe voluto farsi con lui.
Ma qui un settantenne gentiluomo,
assai ben munito di trippa e di pappagorgia, chiamato in disparte il giovane
suo figlio:
- Qualche momento fa, gli diceva,
t'ho veduto scambiare un saluto col conte Mandello, non mi sarei aspettato mai
questo, e non vorrei che ci fosse qualche accordo tra te e lui. Spero sarà
l'ultima volta però, se pure ti preme di non avere a sperimentare la collera di
tuo padre. Quell'uomo là, va lasciato cuocere nel suo brodo. Capisci tu; non
voglio che abbia ad aver mai a che fare con lui, non voglio che gli rivolga la
parola, non voglio che lo saluti. Capisci tu, fanciullo senza esperienza? Ora
va, e se non vuoi annoiarti standoti solo, cerca il marchese, il marito della
contessa tua sorella, questo è un uomo; e assumendo un contegno piuttosto
severo, il conte padre dava licenza al conte figlio, che con una crollata di
testa e di spalle se ne allontanava,
In un altro canto, una matrona
diceva quattro parole in un orecchio al suo marito.
- Vogliamo andarcene, conte.
- Mai più, cara mia, a San Nazaro
non son battute le tre ore di notte.
- Non importa; voglio condurmi a
casa la Geltrude; c'è quello scapestrato del conte Galeazzo, che l'è passato vicino
più di cinque e più di sei volte stassera, dandole occhiate che non mi
piacciono punto; non vorrei che la Geltrude mi domandasse chi sia, perchè di
lui si sanno cose.... cose.... basta, usciamo di qui subito, caro conte.
- Non ripeto una parola, e non
posso che lodarti. E davvero, che quel viziato uomo avrebbe fatto bene a
starsene, anche stassera, colle sue donne e i suoi fiaschi.
- Ma.... non dir queste cose, caro
conte, Ma ti pare.... la Geltrude potrebbe sentire.
- Volevo dire che questi nobilissimi
gentiluomi di Francia, i quali pare che godano a intrattenersi con quello
scapestrato, faranno un assai triste concetto di noi tutti. Or chiamo il fante,
e faccio venir la lettiga. Hai pensato bene.
In un altro canto c'era un
crocchio di giovani spose che attendevano a parlare tra loro.
- Guarda quel pazzo del conte
Galeazzo.
- Lo vedo.
- Perchè ti metti il fazzoletto al
naso, cara la mia marchesa?
- Quando colui mi passa dappresso,
mi par di sentire odor di feccia di vino, e sai bene com'io sono schifiltosa
per gli odori.
- È per altro un assai bell'uomo,
il conte.
- Che mi fa a me di questo, quando
ci è quell'odore che guasta tutto, e poi e poi....
A questo punto il conte lor
passava ancora dinanzi.
- Vedi se tutta non è
immaginazione?
- Perchè di' questo?
- Non hai sentito che forte odore
di canfora e d'acqua nanfa ha lasciato dietro di sè il conte? e tu sentivi la
feccia di vino.
- In conclusione pare che a te non
dispiaccia il conte.
- Mi pare a me, che valga bene
tutti e tre i nostri mariti; e sebbene ami un po' troppo il vino, e un po'
troppo il faraone, e un po' troppo certe altre cose; infine poi, non è un
monsignore del Duomo.
- Ma sentite che pazza, diceva la
giovinetta marchesa sorridendo; si direbbe che costei è noiata del suo don
Silvestro.
- C'è forse a far mistero? la
verità è una sola.... Mio marito ha cinquant'anni, ed ha la gotta, e appena
uscita dal monastero di San Vittore, io mi trovai tra' piedi quest'uomo, che
mia madre mi presentò, e ch'io non seppi rifiutare.... avevo quindici anni....
Tre dì dopo, vidi il conte Galeazzo colla sua croce di S. Michele.... Allora mi
accorsi, che il mio don Silvestro non era nè il più bel giovane, nè il più
bell'uomo di Milano. Ecco tutto.
- Ma ti pare, donna Adele, che tu
debba parlare di questo modo.... Ma ti pare....
- Oh! io son noiata di star
qui.... Colà s'intrecciano danze, e penso che ho vent'anni, soggiungeva la
scapestratella Adele, la quale era dotata di una sincerità eccessiva, e aveva
buon cuore.
- Oh che pazza, tornava a ripetere
la giovinetta marchesa con quella voce infantile.
- Andiamo dunque.
Qui donna Adele, volgendosi per
chiamare i tre mariti, che se ne stavan ritti a poca distanza da loro, disse
sottovoce alle nobili compagne:
- Guardate, guardate codesti tre
pivieri che se ne stanno dormendo su d'una zampa, e ciò dicendo, si recò colle
amiche nella sala delle danze, tenendo dietro al conte Galeazzo che già l'aveva
preceduta...
In mezzo a tanto frastuono,
generato dai cicalecci minuti ed incessanti, dal suono delle mandole, degli arpicordi
e dei liuti, dal fervore delle danze, s'udì netto un piccolo, ma acuto strido,
e tosto uscire dal cerchio danzante una giovinetta fanciulla rossa, infuocata
come una ciliegia e irata più d'una vespe, staccatasi improvvisamente da un
giovane barone francese.
Quel barone era un gendarme del
re, era un capitano d'una delle compagnie de' lancieri di Francesco. Aveva
fatto la sua prima giornata campale a Marignano, e per la prima volta era
venuto in Italia. Aveva un volto rosato e giovanile, adombrato da capelli
biondissimi, con un nasino vôlto in su, e due occhi cerulei lucentissimi, pieni
di quel fuoco fosforico che dinota un gran fervore di concupiscenza, e una
colonna vertebrale soggetta a troppo frequenti fremiti. Ora quel capitano di
una compagnia di lancieri s'era fatto lecito un gesto villano colla nobile e
virtuosa fanciulla e aveva creduto d'avere a prendere una rocchetta d'assalto.
Vedevasi in lui l'impronta di
quell'imprudente sicurezza, di quella leggerezza boriosa e avventata, congiunta
a un deciso valor personale, che tanto distingueva i giovani gendarmi
dell'esercito di Francesco.
Il Mandello era lì presso, aveva
visto ogni cosa assai bene, e gli era venuto il sangue alla testa. Se avesse
veduto che la fanciulla avesse corrisposto alle prime amorose gentilezze del
giovane, il suo dispetto sarebbe stato anche maggiore, pure, rintuzzandolo pel
momento, l'avrebbe poi tuffato nell'oltrepò, come era solito di fare, quando
vedeva una cosa che gli dispiaceva, ma che tuttavia non gli era possibile
riparare; ma in quest'occasione, avendo la fanciulla mostrato una dignità e
compostezza di contegno ammirabili, non gli sembrò giusto che quel biondo e
sfacciato mostricciuolo avesse a passarla impunemente, e così, fatti due salti
e a furia trattolo fuor dal circolo che tuttavia danzava e datagli una
formidabile tentennata, gli disse in francese, e in tuono assai alto, quattro
parole, che volevan dire così:
- Io so benissimo com'è fatto
Parigi, e bisogna dire che le tue sorelle abitino la contrada di coda di Brie,
e più volte sien state prese dalle guardie del buon ordine, se tu credi che
tutte sien fatte a un modo le donne; però ti dico, che sei uno schifoso
cialtrone, e indegnissimo di stare con gentiluomini e con gentildonne.
Ad una simile apostrofe egli è ben
naturale che qualunque uomo si sarebbe risentito, dato anche che nelle vene,
invece di sangue gli fosse scorso pappina di fava, per ciò è facile a pensare,
come si trasmutasse il volto del giovane gendarme alle parole del conte
Mandello. In prima la risposta che gli diede fu pari a quell'invettiva e
peggio; poi le mani corsero alla spada, ed essendo accorsi gentiluomini
francesi e lombardi da tutte le parti per impedire si turbasse così la giocondità
delle feste, ottennero che i due cavalieri uscissero di lì, e scegliessero quel
qualunque luogo fosse loro piaciuto per ammazzarsi senza incomodo altrui. Il
capitano degli arcieri cercò due padrini, che trascelse fra' tanti che gli si
esibirono. Il conte Galeazzo Mandello fece altrettanto, percorse collo sguardo
un centinaio di facce, domandò quel favore ai dieci o dodici che gli stavan
presso. Ma il profondo e generale silenzio che s'era fatto per tutta la
estensione del padiglione a quello scoppio di ira dei due campioni non fu
interrotto da nessuna voce che rispondesse alle replicate domande del conte.
Solo quel giovane che un momento prima aveva sentito il peso di quella
terribile paterna rimesta, tremando dal capo alle piante per l'impazienza
convulsa, provò una forte tentazione di profferirsi al Mandello, ma gli era
rimpetto la faccia quadra e burbera del conte padre, e così, senza neppure fare
un passo innanzi, dovette accontentarsi di mordersi le labbra, e di star queto;
così moltissimi altri giovani si sentivano salir su la fronte un rossore
insolito, ma eran tenuti in freno dai provvidi padri, e quel vituperevole
silenzio tuttavia continuava; il Mandello intanto, ferito nella parte più
sensibile dell'animo suo:
- Stolido ch'io fui, diceva tra
sè, a rompere in quest'ora una regola di sei anni, e a non guardare altrove
quando la fanciulla fu offesa, e a non ubbriacarmi più di quanto non ebbi mai
fatto in questi sei anni d'inerzia e d'intemperanza, per dimenticare l'ingiuria
altrui e la viltà nostra - e ciò pensando, girò ancora uno sguardo per tutta
l'ampiezza della sala, ma nessuno rispose; e, almeno fosser stati contenti a
non rispondere, ma taluni, di una stolidezza senza pari, accostatisi al biondo
gendarme, lo pregavano a dimetter l'ire, e a non far caso delle parole del
conte, a cui gli insulti dell'ebbrezza non permettevano dir mai cosa che stesse
bene.
Questi fatti che raccontiamo sono,
senza dubbio, ingratissimi ad udirsi, come quasi impossibili ad esser creduti,
quando si pensa che molti de' gentiluomini che popolavano quelle sale
appartenevano a quel glorioso ceppo di cavalieri milanesi e lombardi che non
molti anni prima, al tempo di Francesco I e Galeazzo Sforza, mandati in Francia
ad aiutar re Luigi, più che uomini erano stimati; quando si pensa che
fra tutti coloro c'era ingegno, senno, coraggio, e tutto quel bel complesso di
cose, che mai non manca nel tessuto della stoffa italiana, a così esprimerci!
ma avendo in odio il dominio sforzesco, e convinti, che allo spargersi dei
gigli fosse per piover manna sulle belle contrade di Lombardia, s'acconciavano
a sopportare qualunque insulto fosse lor venuto dalla Francia; eran corpi,
altra volta poderosi di gioventù e di bellezza, afflitti di presente da un
momentaneo contagio, che violentava ogni loro virtù, e faceva che il loro senno
naturale cedesse sopraffatto da' torti giudizj e della cieca passione.
E fu ventura che il giovane
gendarme, trasportato dall'ira, non ascoltasse ragioni; e dicendo ai propri
padrini che si rimanessero, giacchè l'avversario non poteva trovare i suoi, se
ne uscì col conte Galeazzo Mandello,
Usciti, il pensiero che nacque nel
capo ad ambedue fu quello di cercare un luogo solitario e remoto, dove non ci
avessero a capitar spettatori. Il conte Galeazzo, il quale sapeva benissimo
quanti luoghi fossero adatti a ciò, senza dir nulla al gendarme, e persuaso che
costui lo avrebbe seguito, a scansare la moltitudine che s'affollava per tutto
quel tratto di strada che era Rugabella e la statua di San Giovanni Nepomuceno
al ponte, cominciò a prendere per viottoli, ma essendovi dappertutto persone in
volta, dovettero percorrere un gran tratto di strada. Finalmente, il conte
affrettò il passo, e trovò più breve il prendere la direzione per la piazzetta
di San Martino in Nosiggia, dove rispondeva il suo palazzo, in prima perchè gli
era balenato uno strano pensiero in mente, poi perchè era quella in fatto tra
le più spopolate della città, se si eccettuano le ore, in cui scolari e monelli
venivan lì a batter le mani, e a mandar voci e grida.
Egli è a sapersi, che in un angolo
di quella piazzetta, sin dal secolo XIV, in occasione della peste memorabile
che devastò mezza Europa, fu eretta una cappella detta di San Rocco, la quale,
per la posizione che aveva con un palazzetto contiguo, aveva prodotto certe
combinazioni d'angoli da generare un'eco mirabile; il quale ripeteva più volte
il più minuto suono, perciò veniva chiamata anche la piazzetta dell'Eco, e i
monelli venivano qui a passare il loro tempo godendo a sentir ripercosso tante
volte il baccano che facevano. Su questa piazzetta vennero dunque i due
campioni; ora avvenne che, attraversandola, il Mandello inciampasse in un corpo
disteso quant'era lungo sul selciato, probabilmente il corpo avvinazzato di un
qualche gabellino, e desse un tal barcollone che minacciò cadere. Il giovane
gendarme, che era nojato di quella lunga passeggiata e ancora non sapeva ove
v'andrebbe a fermarsi e, rifacendosi sull'ingiuria ricevuta, si sentiva
abbruciare, còlta quell'occasione per parlare e pungere il suo nemico:
- Signore, gli disse, mi pare non
siate ben fermo sulle vostre gambe; dunque, se siete ubbriaco, vi concedo
d'andare a letto stanotte, che alle nostre spade non sarà già per venir la
ruggine, e all'alba ci ammazzeremo.
Il Mandello, a quelle beffarde
parole, non credette già d'avere a rispondere con altrettante, ma non potendosi
dominare, si voltò di tratto; e lasciò andare sulle guancie rosate del gendarme
due sonori schiaffi, il cui rumor secco venne quattro volte ripetuto dall'eco
della cappelletta di San Rocco. Incidente che promosse la volontà di ridere nel
conte, e accrebbe a mille doppi il furore e la rabbia del giovane gendarme.
Per questo insulto non ebbero
bisogno di dirsi a vicenda: questo è il luogo adatto. Le spade sarebbero uscite
impetuose dalla guaina, anche se fosse stato di mezzodì, e tra una folla di
persone; così senza preliminare di sorta, quelle s'incrocicchiarono. La
superiorità che aveva il conte Mandello con chicchefosse nel lavorare di punta,
era così incontestata, così prodigiosa, che non è a far nessuna maraviglia se
al terzo colpo la spada, dalla mano intormentita del giovane gendarme, balzasse
a dieci passi di distanza. Il conte Mandello, non volendo in nessun modo
stendere sul terreno l'avversario, volle fare un colpo che, senza spargimento
di sangue, finisse il duello, e contentissimo che gli fosse riuscito così
facilmente, tosto ripose la spada, intanto che il giovane borioso, che
riputavasi espertissimo e formidabile schermidore, percosso di stupore che un
colpo solo del ferro avversario fosse così terribile che il braccio e la mano
non gli potessero regger contro, si rimase avvilito e sconcertato, in dubbio di
quanto gli convenisse fare. Ma, a determinare ogni cosa, s'aprirono in quella
molte finestre del palazzo che rispondeva sulla piazzetta; era il palazzo dello
stesso Mandello ed erano i servi che a quel martellare minuto delle spade,
s'erano affacciati.
Il conte, che non voleva
continuare il duello, avendo fermo di non ammazzare l'avversario, diede allora
una voce, che tosto fu riconosciuta, e dopo pochi minuti tutti i servi del
Galeazzo, con torcie accese, furono intorno ai due combattenti. - Quel ch'è stato è stato a buona guerra,
disse il Galeazzo all'altro, e quand'anche voi persisteste a voler continuare
il duello, io vi dico che rifiuterei, giacchè non siete voi quel tale che possa
star contro a me; favorite dunque in mia casa, chè ci sarà qualche conforto per
voi.
E rifiutandosi il giovane, lo
prese allora con forza per la mano, e traendoselo seco, lo condusse nel suo
appartamento, sempre circondato da' suoi servi, che gli facevan lume colle
torce.
Il Mandello si diede a passeggiare
per quella camera, e pareva che attendesse a pensare qualche strana cosa.
Improvvisamente si volge a un servo, e gli dice:
- Va qui un tratto alle Case
Rotte, numera le porte a dritta, entra nella seconda, cerca del notajo
Benintendi, di' che venga qui subito, che ho bisogno di lui.
Il servo partì, e il conte
continuò a passeggiare assai grave e contegnoso.
Il giovane barone, senz'arme
accanto, chè la spada trovavasi ancora sulla piazzetta, era chiuso in mezzo da
quattro servi, a' quali il conte aveva fatto motto di non muoversi, se non
comandati.
A un altro aveva ingiunto recasse
nella camera uno scoppietto, che tosto fu portato, e la bocca dell'arme
micidiale venne adatta sulla forcina in modo, che avesse dirimpetto il giovane
barone. Tutto ciò venne eseguito assai tranquillamente, senza spender molte
parole.
Il giovane guardava, taceva, e
cominciava a pensare e a temere. D'indole stranamente avventata e spavalda, a
un gioco lungo non sapeva resistere. Il suo coraggio, allontanata la fiamma
dell'ira istantanea, aveva cominciato a sbollire, e, cosa strana a dirsi,
quella medesima luce fosforica che di solito brillava nella sua cerulea pupilla,
si era quasi spenta del tutto. In conclusione, il biondo gendarme era ridotto
alla condizione d'una boccetta di spirito volatile, alla quale da qualche tempo
si fosse levato il turaccio.
Comparve finalmente il servo col
notajo.
- Vogliate perdonarmi, caro
messere, disse il conte al nuovo venuto, se v'ho mandato a sturbare in
quest'ora tarda, ma non c'era a perder tempo in nessun modo, e occorreva che
voi apponeste il vostro tabellionato a una tal coppia di righe, che ora
stenderò io medesimo, e che questo signore sottoscriverà. Abbiate dunque la
bontà di attendere un poco che, in un quarto di minuto io mi spaccio. Così
dicendo, si gettò a sedere, prese una penna e scrisse una mezza pagina, che
tosto diede al notajo.
Questo, messosi a leggerla, quando
fu a un certo punto, tutto compreso di maraviglia, e non potendo reprimere la
voglia di ridere, guardò in faccia al conte dicendo:
- Avrei creduto si trattasse di
far la ricevuta di una sommetta di ducati nuovi di zecca, non già di codesta
mercanzia.... Del resto, purchè costui, che ci ha il massimo interesse, non
metta innanzi delle difficoltà, e s'accontenti, io son qui pronto ad apporvi il
tabellionato, e a far le cose in tutta regola, che già tanto vale una moneta
quanto un'altra, e quella di cui è parola in questo scritto, ha sempre questo
vantaggio di non mancar mai di peso.
Il Mandello, sorridendo, si volse
allora al gendarme con un contegno alquanto serio. - Signore, gli disse, siccome abbiam
combattuto senza padrini, e non c'è nessuno che possa attestare che da me non
vi fu fatta violenza, quando mai venisse a voi la tentazione di vendere qualche
vescica, così, dalla vita alla morte, fate grazia di apporre il vostro nome qui
dove, in tre parole, c'è la storia genuina di quanto avvenne fra noi stassera.
Questi intanto è il notajo Benintendi, che, per la regolarità dell'atto, ho
voluto fosse presente anche lui, e mettesse il suo nome accanto al vostro....
Ecco qui, scrivete, e tosto uscirete.
Il barone francese, cui pareva
mill'anni di non trovarsi all'aperto: «Infine, pensò tra sè, un gendarme non
perde il proprio onore, se confessa di esser stato vinto in duello; d'altra
parte, i suoi concittadini medesimi hanno mostrato d'aver men stima di lui che
di me; e forse in questo momento egli è ubbriaco; dunque, non me ne può venire
gran scorno e forse non si parlerà più nè di duello, nè d'altro.» La
conseguenza era precipitata; ma esso avea voglia d'andarsene, bisogna
compatirlo, così, senza leggere la scritta, che già non avrebbe capito, per
esser stesa in italiano, ci mise il nome.
Il notaio fece altrettanto, e ci
pose il suo ghirigoro.
Chi volesse poi avere innanzi agli
occhi il facsimile della scritta e delle firme, eccolo:
«Confesso io sotto segnato, per la
pura verità, qualmente la notte del 17 settembre 1515, alle ore due, sulla
piazzetta di San Martino, in Nosiggia, il col. Galeazzo dei conti Mandello,
commendatore dell'ordine di San Michele in Francia, habbia incrocicchiata la
sua colla mia spada a buona guerra, et che il suddetto conte mi habbia
disarmato. Itèm, accuso al suddetto colconte Galeazzo la ricevuta di N. 2
sonori schiaffi che il medesimo a me consegnò tra guancia et guancia la sera
stessa, et che furono ripetuti quattro volte dall'eco della cappelletta di S.
Rocco. Ciò che qui confesso per la pura verità et perchè il sudd. conte cav.
Galeazzo ne faccia quell'uso che le parerà et piacerà.
«Sott. Barone Coislin
«Capitano della 4.a compagnia dei
lancieri del re.
N. M. (Benintendi)».
Quando la scritta fu sottosegnata
e tutte le formalità furono adempiute, il conte Galeazzo lesse ad alta voce
quanto aveva scritto, poi, rivolto al giovane gendarme, gli disse in francese
quel che noi mettiamo qui tradotto:
- Signore, gli disse, non avrete a
male se questa carta sarà fatta circolare per tutte le gentili mani delle
nostre belle milanesi; così nè uno sguardo, nè un sorriso, nè una parola
vorranno gettare a voi, neppure per carità, e quand'anche vi rifugiaste colà,
dove il vizio ha fatto l'ultima sua prova, neppure in que' luoghi troverete
femmina sì proterva che si lasci pizzicare da voi. Son donne curiose le nostre,
e non amano i volti sfregiati, voi mi comprendete. Cosi, finchè rimarrete qui,
il tempo vi scorrerà assai tristo e privo di conforto al tutto, tanto che
v'augurerete trovarvi ancora fra le corpulenti borghesi di Reims, e l'istinto
copulativo insaziato vi condurrà a mal termine. Ora ne potete andare, ma
serbate in memoria bene, che fra le donne, delle quali avete mostrato far così
poca stima, l'onestà non è minore della loro bellezza.
Il lettore avrà notata una certa
contraddizione tra queste parole dette al gendarme e alcune altre dette al
Palavicino.... ma è appunto una tale contraddizione che fa molto onore al
carattere del Mandello.
Il biondo gendarme, tutto mogio e
costernato, uscì fuori finalmente, accompagnato da quattro servi che gli fecer
lume colle torce.
Quando il conte Galeazzo si trovò
solo, si tolse il piumato berretto, si svestì la cappa di broccato d'argento,
gettò lontano da sè tutti quegli ornamenti che da tre anni non s'era mai mossi
intorno, e tutte quelle delicatezze necessario, a chi si reca fra le pompe e le
delizie d'una lesta, pentito oltremisura d'averle riprese per mezza giornata,
di aver rotta un momento la sua regola, d'avere con una momentanea sobrietà
fatta più lucida la propria intelligenza, e d'essersi così procurato il
dispiacere di vedere e di provare in sè troppo più di quello che faceva di
bisogno. Indossò ancora la sua semplica cappa di velluto nero e, gettatosi
nella sua gran seggiola, chiamò l'uomo di camera. Questi capì ciò che voleva il
conte, e un momento dopo, sulla tavola che gli stava d'innanzi, a promovere il
buon umore, fu recata una batteria di bottiglie e di tazze dove l'oltrepò
ribolliva e frizzava. E quella sera ne bevè una così smoderata quantità, che
quando sentì il bisogno di recarsi a dormire, dovendo passare per certe sale
che conducevano alla camera da letto, v'impiegò molto più tempo che non faceva
bisogno, e, giunto che vi fu, al lume della candela che pei densi vapori che
gli erano andati alla testa, gli pareva avvolta come in una nebbia, penò molto
a trovare la rimboccatura delle coltri, nè gli riuscì più facile il cacciarsi
sotto. Da quel giorno in poi la sua intemperanza d'eccesso in eccesso giunse a
tal punto, che parve volesse minacciare perfino la sua salute. Il suo fine
altro non era che di mettere una sì balorda confusione nella propria testa, da
non conoscer più in che mondo si fosse. Finchè si rimase a Milano, non fece mai
più vedere la sua faccia in pubblico; e quando sentì bisogno di moto e d'aria
libera e sana, si ritrasse a vivere in campagna lontano dagli uomini, lontano
dai rumori, lontano da tutto ciò che gli potesse recar qualche noia.... Ma
vorrà durar sempre in questa ragione di vita sì vergognosamente inerte?... Ma
sarà irremissibilmente perduto quest'uom forte, da cui la società avrebbe
potuto cavare così grande vantaggio? Gli eventi incalzano gli eventi, e stanno
or forse a maturarsi quelli che lo scuoteranno dal vituperoso letargo.
Intanto che si sviluppò e si
sciolse questo intrigo che abbiamo raccontato, nelle sale delle feste era
avvenuta cosa di ben più grave momento. Elia Corvino che, avvolto ne' suoi
panni signorili, passeggiava da più di due ore fra tante cappe e tanti
mantelli, col pensiero e collo sguardo attentissimo a tuttociò che succedeva
nelle sale, e mai non aveva perduto di vista i tre personaggi dei quali gli
conveniva sapere ogni benchè menomo movimento, quando vide staccarsi dalla sua
sposa il magnifico signore di Perugia, e recarsi nelle sale da giuoco (ove fin
dal principio della notte s'era ritratto il Bentivoglio con alcuni baroni
francesi), e lasciar la Ginevra insieme alla moglie del masciallo Chaumont,
(quel Chaumont che aveva dato un salvacondotto ai Bentivoglio la prima volta
che ebbero a fuggire da Bologna); allora s'accorse che se non sapeva
approfittare di quel momento, forse ogni speranza era perduta, e per sempre.
Non senza una certa inquietudine, che s'apprende anche agli uomini più audaci ed
avvezzi a tentar cose che, non riuscendo, possono produrre la propria e
l'altrui rovina; guardava di tanto in tanto per la fuga delle sale fino alla
gran porta d'ingresso per vedere se mai entrasse il fratello ad annunziargli
qualche nuovo inciampo, che troppo temeva dell'insofferenza del Palavicino e
del suo carattere impetuoso; inquietudine che, durando a lungo, gli aveva
vestito la parte superiore del volto di un vivissimo rossore, pari a quello che
solea coprire le guancie di Bonaparte la vigilia delle sue battaglie; ma
l'impresa a tentarsi, se non era di sì alta importanza, non era però d'esito
meno incerto e men difficile; però assai perplesso, stava in aspettazione.
Quando ad un tratto la voce sonora del conte Galeazzo Mandello, alzatasi al
disopra del generale frastuono, e le parole non meno sonore e impetuose del
giovane francese produssero in un subito quel generale silenzio che sappiamo, e
tosto, per un impulso comunicato macchinalmente a tante persone in una volta
sola, la folla tutta quanta trasse nella sala donde le voci erano uscite. La
maraviglia e l'impaziente desiderio di venire in cognizione del fatto, aveva in
un momento scomposti tutti quei cento gruppi di persone che s'eran formati di
distanza in distanza. Così anche il maresciallo Chaumont abbandonò il braccio
della moglie, questa, il braccio della Ginevra, la quale per esser tutta
agitata e compresa della sua terribile condizione, non potendo venir scossa da
verun altro accidente, rimase indietro più di dieci passi. Accorse allora il Corvino
con quella sicurezza di chi vede non poter più mancar l'esito all'intento.
Accorse, e s'avvicinò alla Ginevra dicendo: Signora, vostro padre vi chiama.
La Ginevra si volse.
- Vostro padre e il magnifico
Baglione vi chiamano là; e additando una sala a sinistra, che da un lato
metteva nelle sale da giuoco, da un altro nei corridoi d'uscita, con molta
gentilezza di modi e con quel fare cavalleresco, al quale non doveva esser
nuovo, la prese pel braccio e la trasse con sè.
La chiamata del padre e la presenza
del gentiluomo, sebbene non fosse di sua conoscenza, eran cose tanto naturali,
ch'ella non ci fece sopra neppure un pensiero, e neppure un momento stette in
forse di seguire il cortese gentiluomo.
Questo intanto, come l'ebbe tratta
nella sala vicina:
- Sono già usciti di qui, disse;
certo che vi attendono al vestibolo o il Baglione s'è già messo in carrozza,
non potendo più sopportare il rumore e il caldo eccessivo delle sale.
Permettete dunque che v'accompagni io stesso.
Elia Corvino, che sapeva benissimo
com'è fatto il cuore umano, aveva contato sull'alterazione d'animo, in che
naturalmente doveva trovarsi quella sera la Ginevra, alterazione che non gli
avrebbe permesso di notare quanto ci poteva essere di men regolare in un fatto
qualunque, e, per verità non s'era ingannato.
Attraversato dunque il lungo
corritoio per mezzo a due file di servi gallonati, senz'accidente di sorta,
pervennero finalmente sul limitare della soglia del vestibolo posticcio, messo
a drappi, a drappelloni di frange d'oro ed a festoni di fiori. Il murmure alto,
incessante della folla minuta che s'accalcava intorno al vasto padiglione, per
vedere entrare ed uscir cappe signorili, il calpestìo di quelle cento
cavalcature che s'attendevano là, giacchè la maggior parte dei gentiluomini
soleva ancora a que' tempi recarsi dovunque a cavallo, il cicaleccio di quel
migliaio di palafrenieri che ingannavano così la noia dell'aspettare,
gl'irrequieti movimenti di quei trenta o quaranta cocchi a due ruote, chè le
carrozze propriamente dette a quattro ruote furono introdotto molto più tardi,
le grida dei cocchieri, lo sbattere delle fruste, avvolse i due che usciron
fuori all'aperto in un turbine così vasto e così forte di frastuono, che, anche
parlando ad alta voce, non si sarebbero intesi.
Allora il fratello del Corvino,
che d'accanto alla lettiga (o carrozza che dir si voglia) del Palavicino, stava
sull'ale e non aveva pur un momento stornato lo sguardo da quella uscita,
accorse, appena li raffigurò, colla prestezza di chi si fa a raccogliere una
moneta d'oro caduta di tratto, e non voglia esser prevenuto dalla folla che già
accalcandosi fa a chi prima arriva. Accorse, si recò presso la Ginevra, è
disse:
- È in lettiga! venite, presto!
A queste parole l'Elia Corvino si
slanciò innanzi, gettando un'occhiata d'iraconda impazienza su tutta quella
folla che poteva impedire alla carrozza d'allontanarsi rapidamente di lì, si
recò presso lo sportello, che già stava aperto, e del braccio aiutò la Ginevra
a salire. Alla giovane in quel momento si conturbò l'anima d'uno di quelli
eccessi di sconforto disperato che ci rendono insensibili a tutto ciò che ne
succede d'intorno. Credette salire nel cocchio del Baglione, che tutti erano
d'una forma a quell'epoca, per esserne recentissima la moda e l'introduzione in
Italia; credette che l'uomo che se ne stava ravvolto sdraiato in un canto fosse
l'odioso vecchio, dal quale non era cosa che più oramai la disgiungesse, provò
quell'orrore senza lagrime e senza parole che tramesta l'anima, di chi sale la
scala del patibolo, e gli mette tal tremito per tutta la persona, che cadrebbe
se non fosse sorretto. E il Corvino sentì infatti pesarsi sul braccio il corpo
della Ginevra come se, perduta ogni virtù vitale, fosse stato per ripiegarsi su
di sè e cadere inanimato in quel punto. Finalmente riuscì ad adagiarla, chiuse
le cortine di corame damascato e si ritrasse. Tra quel formicolaio di
cavalcature, di bussole, di lettighe e di moltitudine si fece uno slargo, e i
cavalli dovettero procedere assai lentamente, finchè la folla non fu al tutto
diradata. Il Corvino s'indugiò per qualche tempo per assicurarsi pienamente
della riuscita dell'opera sua. Ma quando pensò a togliersi di lì, un grido, che
doveva esser stato acuto, ma che gli giunse all'orecchio velato e fioco,
attraverso a tanto rumore, lo colpì e io sconvolse. Si attese ancora qualche
tempo in una gran perplessità. Ma vide finalmente ricomparirsi innanzi il
fratello, che gli disse:
- Sono usciti di città adesso; non
c'è più nessun pericolo.
- Ma la Ginevra mandò un grido, mi
pare, un momento fa?
- Era troppo naturale; ma nessuno
non volse neppure la testa, e, quel ch'è fatto è fatto.
Assicurato allora che quel grido,
se pure non svanì inavvertito a tanta moltitudine, non aveva però fatto muovere
un passo a nessuno, il Corvino si mosse per rientrar nelle sale, desideroso di
venire in cognizione di due cose: della cagione che aveva promosso quelle
parole di ferro e di sfida, che un momento prima avevano conturbato la
giocondità della festa e giovato così bene al suo intento; e dell'effetto che
sarebbe per produrre sul Bentivoglio e sul Baglione l'improvvisa scomparsa di
Ginevra. Per verità, che ambedue codeste cose, e la seconda segnatamente,
meritavano bene ch'ei ritornasse nelle sale, ma pensatoci due volle, e veduto
che non era senza pericolo, che era troppo facile l'essere stato veduto colla
Ginevra da qualcheduno, che si poteva venire a schiarimento, e non era
improbabile il non poterne uscir netto, fermò invece d'allontanarsi
sull'istante.
In quella, udito batter l'ore alla
chiesa di San Nazaro, pensò che poteva in quella notte medesima, giacchè non
era tardissimo, recarsi al palazzo del Morone, e quando non fosse in castello
col duca, dargli la notizia che pareva esser tanto desiderata da quell'illustre
personaggio.
Il Morone abitava in quella
contrada, alla quale fu poi dato il suo nome, e lo conserva tuttora; conveniva
perciò all'Elia Corvino far molta via prima di arrivarci; ma il pensiero dei
quattrocento gigliati che avrebbe contato, e la soddisfazione d'aver saputo
condurre a così buon termine il suo disegno, del quale aveva già incominciato a
disperare, gli fecero parer brevissimo quel tratto di strada, e s'avviò. Giunto
in quella contrada, e veduta illuminata l'ultima finestra del palazzo:
- C'è senz'altro, disse; ora
staremo a vedere se mi si vorrà aprire a quest'ora. E accostatosi alla porta, e
preso il martelletto, diede quattro colpi risoluti. Dopo qualche momento, dalla
finestrella che stava ad un dei lati della porta, uscì una voce:
- Chi è che picchia a quest'ora?
Chi cercate?
- Son io, e cerco
dell'illustrissimo messere.
- A quest'ora? tornate domani; a
quest'ora non riceve nessuno, quand'anche fosse sveglio.
- È sveglio senz'altro, ed io, da
star qui, vedo il lume dalla finestra del suo studio. Io mi chiamo Elia
Corvino, ed annunziatemi a lui, che vi dirà subito d'aprirmi.
- Bene, bene, aspettate che vo e
torno.
Dopo quasi una mezz'ora, senti il
rumore delle spranghe di ferro che scorrevano, e vide la porta aprirsi.
Fu introdotto, e salì nel
gabinetto del Morone.
- Che gran novità ti ha fatto
venire da me a quest'ora? domandò il Morone con una voce che pareva alquanto
alterata, appena vide spuntare la testa del Corvino.
- Vi reco tal nuova infatti, per
la quale domani tutta Milano ne sarà sossopra, e due vecchi disperati. Quella
infelice Ginevra Bentivoglio, che all'alba di quest'oggi medesimo fu sposata al
Baglione, annoiatasi di lui, in pochissime ore, e prima di numerar tutte le
grinze della vecchia sua pelle, senza far tanto rumore, ha trovato il modo di
fuggire col Palavicino; e può darsi benissimo che, in questo momento, senta
scoccar le otto all'orologio dell'abbazia di Chiaravalle.
- La novella potrebbe esser buona;
ma sarebbe stata migliore, se si fosse sparsa ieri piuttosto che oggi, e che la
Ginevra fosse fuggita ancor fanciulla, anzichè moglie.
- Non tutto ciò che si vuole si
può, illustrissimo. Del resto, la Ginevra, a rigor di termini, è fanciulla
tuttora, e se mai volesse votarsi alla Vergine, questa non la rimanderebbe.
- Si ha qualche notizia del
Baglione o dell'altro?
- Per ora no; ma si può bene
essere indovini. Peccato per altro, che la vecchiaia li abbia lasciati
senz'unghie, chè la lotta tra l'orso nero e l'orso bianco che, due anni fa,
mise a rumore il serraglio ducale, si sarebbe rinnovata.
- Quand'è così, va benissimo,
disse il Morone con una voce sottile, e sorridendo.
- Ci ha poi ad essere un'altra
novità.
- Di' presto, e spacciati.
- Ho sentito nelle sale delle
feste la voce sonora del conte Galeazzo a sacramentare, credo che fosse, con
uno di que' giovani baroni francesi, il quale, trasportato dall'ira, rispondeva
in tuono alto esso pure, con una voce in chiave di clarinetto che passava le
orecchie. Minacciava insomma uscirne qualche sconquasso; del resto, le mie
notizie non vanno più in là.
- Aveva forse il solito suo male,
il conte?
- Tutt'altro; anzi era benissimo
in sè stesso; lo sentii parlare quattro parole con assai dignità al
connestabile di Borbone.
- Se sarà nato qualche sconcio, la
sua croce di S. Michele lo salverà. Ora veniamo a noi! Domani tu sarai da me
all'alba, che darem corso a quello che tu sai, e ad altro se occorrerà. Intanto
mi bisogna star solo, chè ho a scrivere questa lettera al re, e a te non rimane
altro che di fare la buona notte.
Il Morone si mise allora a sedere
allo scrittoio, e il Corvino, uscito che fu, si recò finalmente a dormire il
suo sonno nel solito covile al quinto piano, contentissimo del fatto proprio
come lo era forse stato mai prima di allora.
Del rimanente, è ben ragionevole
che il Corvino fosse quella notte così pago di sè, che, giovato dalla fortuna,
le cose gli eran corse di maniera, che a nessuno trapelò mai per allora da chi
fosse stato immaginato e colorito quell'arrischiato disegno, e la scomparsa
della Ginevra Bentivoglio avvenne così felicemente, che nessuno se ne accorse,
e parve davvero che i destini avesser voluto, in quell'avventura, intervenire
espressamente col loro aiuto.
Ed ecco come in proposito si
esprime un cronista contemporaneo ai fatti che raccontiamo:
«Alli diciassette del suddetto
mese (settembre),
in tempo che al tentorio di Porta Romana si facevan gazzarre per l'arrivo
delli Franzesi, improvvisamente è scomparsa dalle feste la diuina figliola del
Magnifico Bentiuoglio, Signore di Bologna, nè per allora si è mai potuto trovar
come; et fu con grandissima maraviglia et scandalo de li Milanesi quando corse
la voce, essere la predicta figliola fugita con il Marchese Palavicino, et
magis conoscendosi da ognuno quanta fusse la virtù de la figliola et quela del
predicto giovine».
Ora vogliam rifarci indietro un
momento, a ritrovarli ove li abbiam lasciati.
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