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CAPITOLO XVI.
Dalle date di queste lettere appar
dunque averle scritte il Palavicino un anno prima all'incirca di questo giorno,
che in Castel Gandolfo il principe Savelli sta apprestando a papa Leone forse
il più sontuoso banchetto che mai siasi imbandito a quel tempo dall'opulenza
fastosa dei patrizi romani. Ora ne giova il sapere che il Palavicino trovavasi
appunto tra' commensali onde il Savelli aveva voluto rendere a Leone più
decoroso il banchetto.
Fin dal suo primo giungere in Roma
gli si eran fatte grandissime accoglienze, siccome a gentiluomo d'uno de' più
illustri casati di Lombardia, e perchè si sapevano in gran parte le sue vicende
e le sue sventure, e l'esser lui caduto in disgrazia di re Francesco per aver
combattuto contro Francia a Marignano. E quell'impressione che a primo tratto
egli avea fatto sull'animo di coloro a cui fu presentato, anzichè dileguare,
come talvolta avviene, crebbe sempre più, e mentre il suo buon ingegno e le
molte lettere ond'era fornito lo rendevano accetto agli uomini gravi e colti, e
la fama militare ben acquistata su tre campi di battaglia lo facevano ammirare
dalla romana gioventù; anche la sua giovinezza, considerando le cose da un
altro lato, la bellezza non comune, e i suoi modi riservati insieme e soavi,
avevano somministrata la materia per dialoghi d'ogni maniera a quel sesso così
fatale in tutte le parti del globo e così formidabile in Roma. Però, viene
spontanea la volontà di domandare, se al Palavicino sia venuto maggior
vantaggio o maggior danno dimorando per sì lungo tempo in quella città?....
Questo è quanto noi vedremo col tempo.... ma intanto da quell'ultimo scritto
che di lui abbiam riportato, traspare assai chiaramente, ch'egli temeva il
danno più che non iscorgesse il vantaggio. E quel cielo di Roma, e quella tinta
ne' volti femminili, e tutte le altre cose da lui medesimo già considerate
esercitarono di fatto sull'animo di lui un'influenza che, quanto più
protraevasi la sua dimora in que' luoghi, tanto più facevasi prepotente. E
nell'anno che trascorse dai giorni ne' quali vergò quelle passionate scritture
a questo in cui ci troviamo, tanti e così varj e così curiosi fenomeni si
verificarono nel suo umano involucro, ch'io dubito molto non abbia a
maravigliarsi il lettore del notabile cambiamento al quale avrà ad assistere.
Ma su questo tema torneremo di qui
a poco; per ora è un immenso vestibolo che ci si spalanca dinanzi a lasciarci
spingere uno sguardo per entro a una sala vastissima di cui non saprebbesi più
oggidì far la chiave di vôlta, e su di un banchetto lungo a veduta d'occhio
circondato da una selva di olivi, di mirti, di oleandri, ornato a sopraccarico
di vasi, di anfore, di mescirobe, di guastade d'oro, d'argento, di porfido,
d'agate, di lapislazzulo. Varietà sterminata d'oggetti, involuta per entro ad
un vapore che annebbia qualche poco la luce, e sparge intorno profumi d'una
ineffabile fragranza. Scena straordinaria innanzi alla quale tosto ci balzano
alla mente Baldassarre e Lucullo. Se non che lo spettacolo ne si fa ancora più
attraente adesso che intorno alle mense stanno assidendosi i duecento
commensali.
Qualcuno de' nostri lettori, il
quale per avventura s'interessi delle cose presenti più che delle passate, a
farsi un'idea dell'apparato insolito che in tal dì offre allo sguardo la più
gran sala del castel Gandolfo, si figuri nella propria mente un consimile
banchetto apparecchiato a' nostri tempi in quella delle grandi città d'Europa
che a lui possa sembrare più acconcia per tale officio. E assembrati intorno a
così sfolgorante banchetto si immagini tutti quanti i più illustri uomini che
la politica, la diplomazia, la milizia, le scienze, le lettere, le arti
annoverano in tutti i punti dell'Europa sotto ali'insegna loro propria. Cerchi
all'Italia le alte e solenni sue intelligenze, alla Francia i suoi versatili e
brillantissimi ingegni, alla Germania gl'indefessi suoi pensatori,
all'Inghilterra i suoi più insigni wighs e torys. Consideri codesta immensa
ollapodrida del sapere universo di cui Chateaubriand e Manzoni e Thiers e Peel
e Bulwer e Rossini e Vernet e Mickewicz e Lelewel e Hegel e Humbold e Cousin ed
altri siano i più piccanti ingredienti, e si figuri di dominarla a colpo
d'occhio per entro a quattro pareti. Così più facilmente rimontando al lontano
passato potrà farsi un concetto di quell'adunanza d'uomini cospicui che stavan
seduti alle mense del principe Savelli.
Leon X nel mezzo del banchetto era
seduto su d'una seggiola più alta a dominar tutti quanti, come colui che del
proprio nome avea a contrassegnare il suo secolo. Il cardinal Bembo alla sua
dritta, il Bibiena alla sinistra; l'Accolti, l'Agostini, l'Alciato, il
Sannazzaro, il Beroaldo, Demetrio Calcondila, Annibal Caro, Casliglione,
Rafaello di Urbino, il Giovio, il Trissino, il Morone, seduti l'uno accosto
dell'altro. Così gli ambasciatori di Francia, di Spagna, d'Alemagna,
d'Inghilterra, e alle stelle principali mescolate le stelle minori, fra le
quali, per quanto sia l'amore che gli portiamo conviene annoverare anche il
nostro protagonista. In mezzo a tanti splendori ve n'era però qualcuno di una
luce alquanto equivoca, e tra gli altri l'Aretino, invitato appositamente dal
signore del castello perchè intrattenesse l'adunanza coi suoi petulanti
epigrammi, al quale era stato posto di contro il Berni, fidando che questi due
così acri ingegni, mordendosi a vicenda e continuamente e senza pietà, non
avrebbero mai lasciato morir di noja l'adunanza. Cosa che si verifìcò, e al di
là delle speranze e dell'aspettazione di tutti. Del resto, a un tale banchetto,
non vediamo seduto l'Elia Corvino, quantunque la sua cappa fosse di velluto
pari a quella dei gentiluomini e il Morone avesse cercato d'introdurlo a quelle
mense; ma la causa per cui n'era stato escluso, era forse che Leon X somigliava
troppo al personaggio che un momento prima s'era intrattenuto seco, e non
voleva esser riconosciuto così presto. Il fatto sta che il Savelli, dopo alcune
parole avute con Leone, avea dette le sue al Morone, che le riferì all'Elia il
quale, senza provarne un dispetto al mondo, uscì del castello e, a saziare il
suo appetito, si recò ad una osteria d'Albano, dove ebbe a lodarsi assai del
buon vin di Frascati e di due foltissimi sopraccigli d'una donna di colà, la
quale gli fece passare con minor tedio il rimanente di quella giornata.
Ora tornando nella gran sala del
Castel Gandolfo, non ci fermeremo a descrivere a minuto quelle mense, nè a fare
il più esatto elenco delle vivande che vi s'imbandirono, nè di tutte quelle
squisite delicatezze onde venivano accompagnate. Ci siam fissi in mente che il
lettore sia stato in gran timore tutto questo tempo per la minaccia d'una
descrizione normale di un pranzo, la quale dopo le migliaja che si trovano
nelle cronache e nelle storie di quart'ordine, e le altre migliaja che si
trovano nei libri d'arte, aggiunta la gloriosa appendice di due o tre
celeberrime descrizioni, compresa quella bizzarissima, del D. Giovanni di
Byron, potrebbe venire opportuna, per prendere la similitudine appunto
dall'argomento in discorso come un pollo d'India molto inlardellato che per
bizzaria si volesse servire quando i commensali sul finire delle mense,
istupiditi dalla replessione, stanno aspettando l'ajuto degli spiritosi
liquori.
D'altra parte noi abbiam dovuto
toccare di questo banchetto, e perchè fu in quell'occasione che l'Elia Corvino
parlò a chi doveva parlare, e per dare un'idea del modo con cui il nostro
Manfredo era uso a passare in quell'anno la sua vita a Roma, Venendo a lui
gl'inviti da tutte le parti mal suo grado ora costretto intervenire alle feste,
alle mense, ai giuochi, alle villeggiature, alle caccie e a tutti codesti
passatempi della vita. E non essendovi altro a fare, bisognava pure si
occupasse in qualche modo fintanto che in Lombardia maturassero quegli eventi,
senza di cui qualunque azione sarebbe stata intempestiva e dannosa.
D'altra parte, siccome dappertutto
intervenivano tutti i più distinti ingegni di quel secolo, da principio non
stette ostinato nel suo proposito di viver solo, perchè credeva d'avere a
raccogliere qualche diletto e qualche utile nell'assiduo conversare con tante e
così distinte intelligenze; l'amore dei buoni studj a que' tempi, e in quella
città segnatamente, era fatto tanto generale, che ogni banchetto serviva sempre
d'introduzione ad un'accademia letteraria, come si fece anche nella occasione
presente, in cui il Bibiena lesse una sua commedia con applausi infiniti de'
commensali e dove papa Leone diè saggio del suo straordinario ingegno e del suo
finissimo gusto in poesia; e quanto fosse dotto nelle lettere latine e greche,
lo provò allorchè Demetrio Calcondila prese a leggere un suo brindisi scritto
in greco ed in latino.
Il dì dopo, si partì il Palavicino
dal Castel Gandolfo e ritornò a Roma dove altre feste lo attendevano, e dove la
noja e la sazietà cominciavano a tormentarlo.
Il Morone raccomandava caldamente
a lui e a que' pochissimi venuti da Lombardia a Roma, che pensassero a star
tranquilli e aspettassero da lui il segnale dei primi movimenti. Ma il
Palavicino, che impazientissimo desiderava la maturanza dei tempi, più d'una
volta non ricordandosi del consiglio ch'egli stesso aveva dato a Francesco
Sforza, fu tentato di prevenirli, se non fosse stata la calma sapiente e astuta
del suo consigliero; e costretto così a sopportare in pace quell'intervallo
tanto lungo di tempo, fu da quell'inerzia medesima, da quel tedio opprimente,
che per lui germogliarono altre cagioni di altri effetti infiniti.
In mezzo a quella colluvie di
pensieri che passarono per la sua mente in un anno, quattro mesi e non so
quanti giorni, il pensiero della sua Ginevra si mantenne sempre, dal più al
meno, a galla di tutti gli altri, e quasi sempre la gentile e mesta immagine di
lei aveva fatta la prima figura, tra quel vortice delle altre mille che a tutte
l'ore gli si schieravano innanzi in sì lungo periodo di tempo. In quegli ultimi
mesi però, a dir tutto con verità, s'era ella alquanto ritratta nel fondo del
suo pensatoio tutta circonfusa di una vaporosa nebbia. I passatempi, lo
spettacolo di altre bellezze, il lungo intervallo e il pensiero d'essere stato
da lei respinto gli avevano alquanto freddato quel primo impeto di passione. A
questo s'aggiungevano le voci che correvano sul conto del Baglione e della
giovinetta sua moglie; facevansi da tutti le maraviglie perchè, da qualche
tempo, quell'atroce signore avesse alquanto rimesso della sua natura; se ne
dava merito all'indole angelica ed alle mille doti della Ginevra, che dicevasi,
essersi grado grado avvezzata a sopportare la compagnia del vecchio, e per una
certa deferenza insolita in lui, trovarsi anche essa tanto quanto tranquilla.
Parrebbe ragionevole che al giovane Manfredo dovesser giungere assai gradite
quelle voci, ma in fatto gli riuscirono ingratissime; avrebbe voluto udire
invece che un dì più dell'altro si andasse rinfuocando la discordia in quel
malaugurato matrimonio. Se avesse saputo che i patimenti della Ginevra fosser
giunti al punto che a lei non bastasse la forza di sopportarli, non è a dire
quant'egli si sarebbe martoriato pensando a quelle ambascie, ma in que' martiri
ci sarebbe pur stata qualche voluttà. Ma le angosce istesse della Ginevra sarebbero
state quasi proteste perpetue del suo amore per lui. Ed ora quella calma,
quella rassegnazione che significavano invece?... Significavan tanto, che
Manfredo tentò ogni sforzo per rintuzzare un tal pensiero, e trovò più
sopportabile il gettarsi nel vortice rumoroso delle conversazioni, delle feste,
delle assemblee. Rinnovò più che non avesse mai fatto i suoi ritrovi col
Morone; rimise in campo con più ardore di prima l'argomento relativo alla
condizione del milanese. Udiva, proponeva, rigettava partiti. Ma eran tutte
ipotesi al vento, mancando la linea su cui colorire i disegni, e le calde
parole finirono anche qui in vacue esclamazioni, e si pose da un canto quel
tema.
Intanto, giungendo i giorni del
massimo caldo, s'era proposto uscir da Roma per alcun giorno e recarsi al
suburbio di Tivoli in compagnia di taluni di que' magnifici signori romani. Da
qualche tempo, non era ragione di vita in cui potesse durarla più di due o di
tre giorni. Era un assiduo mutare e rimutare d'occupazioni, era una continua
fuga da quegli oggetti de' quali era pure andato in cerca, era un'apatìa
melensa involuta in un'operosità apparente, uno sbadiglio prolungato che
precedeva e susseguiva qualunque movimento dell'animo o del corpo, che di tanto
in tanto per disperazione promoveva. Si allontanò così da Roma, ma statone
assente alquanti giorni, vi ritornò indispettito delle cascate di Tivoli, e
della calma e del sonno di que' luoghi giocondi, ritornò, nuovo Curzio, a
gettarsi nella voragine romoreggiante di Roma. Chi negasse l'intervento del
destino negli eventi umani, non so cosa potrebbe non negare... tornò dunque...
e il destino in fatti aveva preparato qualche cosa per lui. (È il momento di
stare attenti).
Coll'alba d'un mattino egli si
svegliò di uno stranissimo umore. Non potè per altro lasciarlo passare senza
gettare il pensiero alla Ginevra; ma, per la prima volta, in quella giovine
donna scoperse un difetto, o sia un eccesso di virtù; la purezza angelica di
quella creatura e la santità de' suoi costumi, di che aveva sempre sentita una
solenne ammirazione, gli parve cosa men che ragionevole in quel momento.
Dipendeva forse da ciò, che il
Palavicino in quel mattino era più sensuale del solito. Era un giorno di
giugno, era un giugno di Roma e dalla non lontana Ostia spirava lo scirocco. Il
più degli amici di chi scrive v'han d'accordo nell'affermare, che le giornate
calde e in cui soffia il vento marino, ed anche le giornate piovose d'estate
son quelle in cui, più che in altre occasioni, il diavolo si fa lecito di
bussare alla lor porta e di far capolino se per caso le trova aperte. Siccome
poi tutti costoro sono esemplarissimi, così non credo abbassar per nulla i
registri del mio protagonista, col dire che il vento che spirava di continuo
dal Mediterraneo abbia influito notabilmente sul suo sistema nervoso. S'alzò
così dell'increscioso letto, si recò discinto all'uno de' finestroni della sua
camera, guardò fuori, vide un cielo pressochè tutto coperto da un denso vapore
rosato, che vestiva di quella tinta tutta l'ampia prospettiva di Roma, che gli
si dipingeva d'innanzi. Crollò la testa, stette ruminando molte cose. Gli
risorsero in mente alquante parole del Morone. Si fece serio un istante, e
pensò a Milano.... S'accorse però che non era quello il dì opportuno per
volgere in mente i santi pensieri della patria, non era abbastanza puro per
ciò, e si volse ad altro. Chiamò il suo valletto e si dispose a farsi
acconciare. Senza ch'egli ci pensasse, si fermò assai più tempo che non soleva
innanzi allo specchio, s'abbigliò con tanta cura e ricercatezza, quanta in
altra occasione avrebbe bastato per muoverlo a sdegno....
Di tal modo passò molto e molto
tempo, e uscì intorno all'ora che ne' vasti ed ombrosi giardini della villa
Medici (dove, a quella stagione, quando non recavasi alla Malliana, soleva
spesso ridursi papa Leone), traevano in folla i più facoltosi di Roma; patrizi,
patrizie, matrone, spose, fidanzate, fanciulle, tutto ciò che di più voluttuoso
potesse offrire allo sguardo quella città gaudente. Egli non sapeva perchè volgesse
i suoi passi a quel luogo piuttosto che ad un altro; ma era lo scirocco che vel
spingeva. Aveva bisogno di sguazzarsi, quasi augello al sole, in quel mar di
bellezze. Già da qualche tempo aveva potuto accorgersi, che a molte di quelle
splendide gentildonne la ricca semplicità del suo vestito, o il volto, o
l'elegante robustezza della sua persona, non sapeva con precisione quale delle
tre cose, avean dato fortemente nell'occhio. Egli per verità, se n'era
dimenticato; ma in quel punto si risovvenne d'un bel numero di minuti
accidenti, e in fantasia gli brillò di nuovo il lampo di qualche pupilla, che
molto gli avea voluto esprimere. Di ciò egli era contentissimo, e quanto più
lui, tanto meno il suo angelo custode. Girò così, passeggiando per gli affollati
viali, molti sguardi a destra e a sinistra, con quell'intenzione onde il
pescatore del littorale gitta le sue reti, e l'indigeno delle coste
dell'Eritreo cala il suo scandaglio a tentare le bivalve conchiglie, e gli
parve che in quel dì il numero delle bellezze romane fosse aumentato oltre
misura. Vi son giorni (è sentenza questa confermata da replicate prove) in cui
le donne appaiono più avvenenti assai di quello che siano in realtà, giorni
tremendi in cui più d'un novizzo sentì lacerarsi le pinne dall'amo traditore di
qualche bella, e fu colto e gettato nella terribil corba... del matrimonio. Son
queste le crisi perigliose della gioventù, onde io credo debito mio avvisarne i
miei coetanei, e ricordar loro, per tutto quello che potrebbe mai succedere, i controstimoli
di S. Francesco....
E a questo punto sarebbe ottima
cosa il saltare a piè pari codesto capitolo, nel quale il protagonista è
costretto a presentare, al cospetto del pubblico, l'infima faccia del suo umano
poliedro, ed a svelarsi in uno di quei momenti in cui tutte le virtù che
costituivano dell'indole sua, ciò che troppo difficilmente si trova fra gli
uomini, soprapprese da un repentino sopore, lasciarono in balía di aure maligne
il loro nobile proprietario.
Ma troppi motivi ci costringono a
non sopprimerlo perchè, pur troppo, in questo mondo indicifrabile, avvenimenti
della massima importanza emanarono spesso da cause minute, indistinte,
intricate l'una coll'altra in modo, che di loro non si sarebbe mai fatta la
netta secrezione, se a' romanzieri non fosser stati concessi de' reagenti più
efficaci assai di quei che la chimica possiede. E se in virtù di tali reagenti
si fossero scoperte le cause prime che diedero la spinta alle azioni di quegli
uomini che la storia registrò nel gran catasto degli illustri, chi sa se il
mondo continuerebbe ad aver di loro quella stima di che pur tanto è compreso?
Del resto, quantunque noi mettiamo
a nudo il Palavicino in un giorno in cui si degnò discendere al livello di
tutti gli altri uomini, noi siamo convinti, che il lettore non vorrà
menomamente rifiutargli quella stima che già gli ha concessa, perch'ei sa più
di me ch'egli è appunto in questi alti e bassi dell'umana marea, e mi pare
d'averlo già notato in un altro libro in una circostanza pressochè uguale, (non
è detto che un medesimo fenomeno non debba riprodursi più d'una volta in questo
basso mondo), ch'egli è appunto in queste intime lotte, in queste momentanee
cadute che si apprende a compiangere chi poi avremo ad ammirare a suo luogo e
tempo. Che se il vento più o men caldo del solito, se lo stato più o meno
ardente dell'atmosfera, se mille altre cagioni fisiche influirono
prepotentemente sul sistema nervoso del nostro Manfredo, a voler esser giusti,
la colpa propriamente non era sua. D'altra parte egli avea di poco varcati i
ventisei anni; età pericolosa quant'altra mai, e in cui il diavolo riappicca di
nuovo all'albero del male la sua rete, e attende al varco il giovin uomo che
gli è sfuggito una volta quando una combinazione straordinaria lo abbia spinto
sulla via dell'amor platonico. Il Palavicino intanto, trascinato da quel
torrente di gentiluomini, di cavalieri, di cardinali, di vescovi, di preti, di
solide matrone, di aeree fanciulle, di vedove tentatrici, passeggiò gran tempo
per quei larghi viali della villa Medici. In que' recessi così fittamente
ombreggiati dai licinj, dalle palme, dai mirti, dai cipressi, dai pioppi, i
raggi infuocati del sole penetravano a stento, e soltanto qualche azzurro
fascio di luce, spargendovi una tinta particolare, giovava non poco ad
aggiungere prestigi alle femminili beltà. Dal magnifico palazzo Medici
partivano di tanto in tanto or briose or soavi armonie che si diffondevano
all'intorno; tutte cose che non valevano per nulla a scemar la bollitura del
sangue. Trascorse di tal modo più d'un'ora e più di due, nè il Palavicino avea
voluto accompagnarsi con nessuno per non essere interrotto nella direzione di
alcuni suoi pensieri. A un tratto la sua attenzione si fermò sulla folla che si
era ristretta in un sol punto de' viali, e ogni momento vi s'ingrossava
ristagnando. Credette a tutta prima fosse il papa colla sua Corte, i suoi
camarlinghi, i suoi poeti e i suoi buffoni. Ma non scorgendo i quattro araldi a
cavallo dalle quattro mule bianche, colle loro livree e gualdrappe di velluto
color pavonazzo gallonato, s'accorse che non era la Corte altrimenti. Allora
vedendo che quella moltitudine non era costituita che di giovani cavalieri,
congetturò si fosse fermata ad ammirare, com'è costume di tali circostanze,
qualche bellezza nova, qualche bellezza rara. Il Palavicino, che in qualunque
altro giorno avrebbe irrisa quella giovanile stoltezza, mise in codesta
occasione tutti i cavilli da un canto, e un passo dopo l'altro, lentamente, ma
non tanto però, s'accostò a quella densa siepaglia di gentiluomini, aprì il più
dolcemente che potè un po' di breccia.... si fe' innanzi, guardò e vide.
Essendo stato assente que' pochi giorni, e però non sapendo nulla delle ultime
novità intervenute in Roma, allorquando guardò e vide quello che vide, ne
rimase oltremodo colpito, e fu quasi per non credere a sè stesso. La bellezza
nova e la bellezza rara intorno alla quale, come paperi in aspettazione del
grano di miglio, stavano stipati i gloriosi discendenti di Romolo, era
nullameno che la duchessa Elena signora di Rimini, che il nostro lettore deve
conoscere, se ha buona memoria.
Eran corsi sei interi anni da che
il Palavicino non la vedeva, e la signora, se si tolga che invece di
ventun'anni ne contava ventisette, pareva ancora quella medesima, quando pure
non avesse palesati altri pregi che s'erano aggiunti ai primi.
Egli è certo che furon uomini di
assai breve esperienza, coloro che hanno assicurato correre il miglior periodo
della vita femminile dai quindici ai vent'anni. Però bisogna che un tale errore
dia luogo adesso e per sempre; io non dico già che que' cinque freschissimi
rugiadosi anni non abbiano il lor lato soave; ma chi di colpo non sa valutare i
mille prestigi che della donna pervenuta a veggente dei trenta, fanno la più
ghiotta vivanda che mai sia stata imbandita sul lussurioso banchetto della
vita, non dee neppure intertenersi di tali cose. Ogni qualvolta il diavolo (è
la terza volta che lo cito) fermò di condurre a perdizione qualcuno che assai
gli abbia dato a pensare, sollecitò sempre di confederarsi ad una di cotali
donne, e questo vuoi dir molto, quando non dica tutto.
Che i molti giovani gentiluomini
affollati intorno alla duchessa Elena, facesser le maraviglie di quella
straordinaria bellezza, è cosa troppo facile a credersi, perchè se ne debba
parlar qui. Ma il fatto sta che i cinque anni trascorsi, anzichè scemare di un
punto, avevano anzi cresciuta perfezione a quelle sue forme peregrine. Era la
statua ridotta al punto quando l'artista medesimo, contemplandola, si stropiccia
le mani e dice: Sfido a far più di così. Statua di tanta perfezione, nella
quale il minimo tratto di più o di meno sarebbe un'alterazione che peggiora!
D'altra parte è in quell'età che la donna sa a memoria la varietà innumerabile
delle pose che, infallibilmente, promovono i capogiri del sesso forte; sa con
qual giusta misura, e in quale occasione si debba volgere più o meno grave, più
o meno ardente la pupilla, e con quella sapiente parsimonia che costituisce il
pregio massimo d'ogni artista. Se dunque fosse buono un altro confronto, e se
mai piacesse alla duchessa, della qual cosa io dubito; ella era come il serpe
che, svestita la prima spoglia, ne ha assunta un'altra di gran lunga più
iridescente della prima. Ora avvenne che, nel mentre il mio caro Manfredo
porgeva a lei, insieme a quel d'altri, il tributo della sua ammirazione, ella,
per caso, e fors'anco per arte, alzasse l'occhio e lentamente, di una lentezza
maliarda, il lasciasse cadere sul gruppo di persone tra le quali egli
trovavasi. È cosa strana che il Palavicino, d'indole grave e per nulla vano,
questa volta desiderasse che quello sguardo si fermasse su lui, e riconosciuto
così dalla signora, suscitasse qualche dramma d'invidia fra coloro che gli
stavan d'intorno. Se non che colla medesima lentezza onde quel grand'occhio di
Giunone erasi posato sul gruppo di persone, se n'era ritratto senza accidente
notevole; la qual cosa lasciò nel fondo dell'animo del Palavicino tanta
amarezza che, indispettito, si ritrasse. Il lettore si ricorderà dell'ingenuo
racconto fatto dal Manfredo al duca Sforza del suo primo incontrarsi colla
duchessa a Rimini, di quanto eragli intervenuto alla corte di lei, e come non
desse nessun valore alle molte prove di una certa affezione che la giovane
signora gli aveva allora esibite, prove, senza dubbio, sufficienti a produrre
assai strane vertigini in qualunque altro giovane. E pare che il Manfredo, non
avendo allora mostrato neppur d'accorgersi di quelle mezze tinte, se ne dovesse
anco dimenticare. Ciò era già avvenuto infatti, e quando si tolgano alcune
indagini che, appena giunto a Roma, volle tentare intorno all'occulta storia di
lei, egli non ci aveva più pensato, e cosa facesse, e se ancora ella esistesse,
non erasi mai dato premura di conoscere. Ma ora, appena l'ebbe veduta, l'anno
1512 gli balzò innanzi di tratto, e tutti gli atti, e le parole, e le
esclamazioni che in quel tempo la duchessa ebbe a dirgli, tutte gli si
ridussero in mente, quasi le avesse scritte sul libro de' ricordi. La
sensualità aveva fatto scattare una molla, e una subita fiamma rischiarò la
vasta scena della sua memoria. Nè soltanto ripensò a quelle parole, ma lor
diede un valore che mai non aveva sognato, e con tanta audacia di
interpretazione, che don Giovanni, se a que' dì fosse vissuto, non avrebbe
fatto altrettanto. Però non sapeva comprendere come la duchessa, di volo, non
lo avesse riconosciuto; cosa di cui tanto si martellò il cervello, che non ebbe
più un'ora di bene. Dopo un anno, quattro mesi, e non so quanti giorni e quante
ore, fu questo il primo minuto in cui l'immagine della sventurata Ginevra fu
interamente oscurata da quest'altra, il primo istante ch'egli dimenticò al
tutto vi fosse nel mondo una Ginevra Bentivoglio.
O giovinette che, atterrite,
chiudete le sconfortanti pagine, e sostando a considerare il pieno tramonto del
primo affetto di Manfredo, che a voi fu esibito quasi vaso di elezione, vi
assale il dubbio non sieno per rompersi così le promesse di amore eterno che,
ai di tepenti, in sull'ora dei leni crepuscoli, negli opachi recessi degli orti
casalinghi, vi ha fatto il tenero giovinetto, prima, unica segreta gioja della
vergine anima vostra, e vi rivolgete a me adirate, imprecanti, perchè,
improvvido, vi abbia dischiuso gli sconsolanti segreti; per carità tornate a
spianare le linee gentili della rosata faccia... sospendete i timori...
sospendete le ire... tempo verrà.... Pure è un segreto codesto il quale
costituisce l'ingrediente primo d'ogni racconto, che non si debba prevenire
quel che sarà per succedere nel tempo che verrà; ond'io taccio su questo, e
proseguo il mio cammino.
Quando il sole stava tramontando
sui colli Sabini, e il Palavicino uscito, nell'insolita foga dei suoi pensieri,
un bel tratto lungi da Roma, attraversava il ponte Molle colla testa china e
malinconica; dopo molt'ore che n'era stata assente, l'immagine della Ginevra
tornò ad affacciarsi alla sua memoria, e vi tornò lucida e tremolante come una
stella; vi ritornò (notate questo) cinta di tanto splendore, ch'egli ne fu
abbagliato, ch'Elena stessa ne impallidì; ma quanto fu vivo, tanto fu breve, e
oscillando disparve poi affatto. I due amori, il vecchio ed il nuovo, stettero
un istante al cospetto l'uno dell'altro; ma l'etere puro del primo fu vinto dal
sublimato corrosivo, del quale era così gran dose nel secondo. Il Palavicino
crollò il capo, guardò i mille colori di cui il sole, svariando di minuto in
minuto, vestiva i colli Sabini, mandò anche un tristissimo sospiro, come portò
la fama; volse uno sguardo assai grave all'onda gialla del Tevere fuggente... ne
fu addoloratissimo, ma la lucida stella era scomparsa. Sventurata Ginevra!!
La sera il Palavicino si recò
nelle sale del palazzo di Agostino Chigi, il più ricco banchiere di Europa, il
più splendido mecenate, dopo Leone, delle arti e delle lettere italiane, il più
sontuoso signore di Roma che banchettava spesso i più superbi patrizj i quali
non avevano a sdegno di recarsi da lui, e ogni sera apriva le immense e dorate
sue sale al fiore de' cittadini romani e de' forestieri che a quel tempo vi
rigurgitavano. Il Palavicino vi si recò, sperando innanzi tutto di rivedervi la
duchessa Elena, vi si recò inoltre, come era suo costume, perchè in quelle
serali conversazioni, ventilandosi le notizie correnti, egli ne faceva espressa
raccolta pe' suoi fini, e dalla bocca stessa di Agostino Chigi, il quale avea
corrispondenze commerciali con tutte le città d'Italia, di Francia, di Spagna,
dell'intera Europa insomma, raccoglieva tutti que' fatti più o meno importanti
che valessero a chiarirgli qual mutamento subissero le italiane cose di giorno
in giorno, e specialmente per ciò che risguardava Milano. Il Chigi aveva
promesso, tanto a lui che al Morone, di tenerli informati dei più minuti
avvenimenti. E quella sera, quando vide il Palavicino entrar nelle sale, senza
togliersi dal vano d'un finestrone dove stava parlando col Morone, gli fe'
segno di accostarsi.
- Grandi novità, gli disse; al
governatore Borbone fu, a Milano, sostituito un altro governatore. Questo
avvenne venti giorni fa.
- E pare, disse gravemente il
Morone, che gli strani desideri del conte Galeazzo Mandello siano stati troppo
compiutamente appagati; il nuovo governatore è un uomo che tu, pel tuo malanno,
già conosci.
- Chi? gridò il Palavicino,
sarebbe mai....
- Sì; è Odetto di Foix appunto,
soggiunse tosto il Morone; il signore di Lautrec.
Il Palavicino diventò
pallidissimo, e, guardando fisso in volto il Morone, non seppe aggiungere altre
parole.
- Così tu saprai, continuò il
Morone dopo una lunga pausa, che la duchessa Elena signora di Rimini, di cui mi
hai tu parlato altra volta, è in Roma da due giorni.
- Lo so.
- Ella si è rifuggita qui, non
credendosi abbastanza sicura in Rimini, e per timore del Lautrec; me lo disse
ella stessa jeri.
- Dove?
- A quest'ora ella era qui.
Il Palavicino si tacque, e abbassò
la testa.
- Vedremo quel che sarà per fare
costui, disse di poi il Morone.
- Lo vedremo.
- E s'egli sia per essere quel
tale che faccia maturare i falli.
- Non sarei lontano dal crederlo;
pure non posso dissimulare che questa sua venuta mi sgomenta.
- E a me pure sarebbe causa di
profonda agitazione, se moltissimo non ne sperassi. È mestieri che in Milano si
promuovali passioni e lagrime, e si provochi un generale malcontento contro i
Francesi; allora i nostri concittadini ne uscirannno in folla, e in qualche
luogo ripareranno. Allora, se a noi sarà dato raggrupparli in un sol punto,
e....
- Comprendo assai quanto volete
dire; comprendo che forse è decreto della provvidenza, se fu mandato
quest'uomo, quest'uomo appunto a pesare sopra Milano. Pure, pensando alla mia
casa che, per me, sarà la prima ad essere sfracellata dall'atrocità di
costui... pensando alla povera madre mia.... Per verità, che non ci può essere
al mondo creatura più sventurata di lei....
Qui gli tremò la voce per
l'estrema commozione, e gli occhi gli sì bagnarono... balzò in piedi allora per
non farsi scorgere, e girò la testa altrove.
Dopo qualche momento tornò a
volgersi al Morone, e:
- Volesse Iddio, gli disse, che la
vostra testa e il mio braccio potessero riparare a tutti i guai da cui, per
colpa sua e per colpa d'altri, la patria nostra sta per essere oppressa. Ma per
parte mia non sarà trascurato mezzo che valga; ed ora più che mai, mi sento
agitato da quel forte amore di lei che basta a rendere onnipotente la volontà
di un uomo.
Ciò detto, si staccò dal Morone e
dal Chigi profondamente pensoso.
Chi avrebbe detto al Palavicino,
un momento prima di metter piede in quelle sale, che la natura delle sue idee e
la condizione dell'animo suo doveva tramutarsi in un subito? Il pensiero però
del proprio stato, del pericolo in cui versava la sua famiglia e la sua patria,
gli aveva richiamato in mente il pericolo medesimo che aveva indotto la
duchessa Elena a fuggir da Rimini a Roma. La voluttà si trasmutò in compassione;
due cause diverse che potevano produrre un medesimo effetto.
Le sale del Chigi si andavano
intanto affollando sempre più, e di minuto in minuto cresceva quel ronzio
generato dai sommessi cicalecci delle persone che si univano a crocchi. Quel ronzio
cessò un istante, e il Palavicino vide messer Chigi muovere incontro ad un
cardinale di assai dignitoso aspetto. Era colui monsignor Pietro Bembo, che
Manfredo inchinò per il primo quando gli passò innanzi, e andò maestosamente ad
assidersi nel bel mezzo della sala. Non v'era certamente in Roma chi avesse più
prolissa barba di lui, nè facesse più prolissi periodi. Il cancelliere Morone
fu visto allora uscire da un crocchio affollato, e attraversando con que' suoi
passi brevi e prestissimi, porsi a sedere accanto al Bembo, che gli si volse
assai cortese, e gli strinse anche la mano. Il Morone, la sera innanzi, gli
aveva lodato a cielo una sua orazione latina la quale, per verità, eragli assai
poco piaciuta. Ma avea potuto comprendere essere il degno prelato piuttosto
vano ed amante del panegirico. Il Bembo era il consigliero più segreto di
Leone, ed allora aveva un grande ascendente su quel pontefice. Al Morone poi
premeva assaissimo il valido aiuto del santo padre, e che si pronunciasse
apertamente contro la Francia. Se egli si fosse fatto lecito dire al cardinal
Bembo, che la sua latina orazione pativa eccesso di parole e difetto di logica,
è probabile che il Bembo avrebbe consigliato il santo padre a baciare in fronte
re Francesco ed a fulminar l'interdetto sugli Sforza e la città di Milano, con
qualche cosa di peggio per il cancellier Morone. Di qualunque ingiuria noi
possiamo esser rei verso di un dotto in letteratura, egli ci sarà sempre
cortese di un bel perdono; ma non tocchiamo i suoi periodi se siamo amanti del
quieto vivere. Del resto se vi erano nel mondo d'allora due uomini affatto
opposti l'uno all'altro, in qualunque rapporto della Vita si fossero osservati,
erano il Bembo ed il Morone appunto; pure in quella sera pareva che la provvida
natura li avesse espressamente fatti l'uno per l'altro. Ma il Bembo colla sua
dignità cardinalizia, colla sua ministeriale potenza, colla sua celebrità
oratoria, col suo dittatorio in classica letteratura, colla sua maestosa
persona, era lievissimo trastullo sulla breve palma del Morone. Così tra loro
due, in quell'occasione, s'agitarono molti e vari argomenti, dall'irto campo
della politica, delle pandette, dell'amministrazione, dell'economia, ai facili
ed ameni viali della poesia e dell'arti; e, per quanto il Bembo fosse
certissimo d'avere eccitata nel Morone la più alta maraviglia del proprio
universo sapere, il cancelliere che lo tasteggiò a lungo e per ogni lato, come
uomo il quale stia sul comperare, crollò il capo alla fine, e disse tra sè: -
Non avrei mai creduto di trovar così poco.
Alcuni momenti dopo il cardinal
Bembo, era entrato nelle sale un altro personaggio, che pure impose qualche
silenzio a quella romoreggiante assemblea. Era un giovine gentiluomo, di bello
e grave aspetto, assai semplicemente vestito, il quale, dopo aver fatto i suoi
complimenti al Bembo, e dette alcune gentili parole al Chigi, si recò presso al
Palavicino che, tutto solo e sopra pensiero se ne stava nel vano di un
fìnestrone, appoggiato il destro lato alla parete, e presolo per la mano, con
atti di una cordialità soave:
- Come state, marchese? gli disse;
è da assai giorni che non vi si vede qui.
- Oh! sclamò il Palavicino
scuotendosi. Io vi ringrazio, maestro; e se voi dite di star bene, vorrei
poterlo dire io pure.
- Io sto bene veramente, ma starei
pur meglio, lo dico col cuore, se una volta vi potessi vedere in lena, e
sapessi appagati tutti i vostri desideri.
- Vi ringrazio di nuovo; codeste
vostre parole mi sono d'una grandissima consolazione.
- Pure ci vorrebbe altro che
parole; ma ditemi che nuove avete del paese vostro.
- Pessime, maestro, pessime.
- Il vostro Morone non mi pare
però tanto afflitto.
- Dunque ne sapete qualcosa già?
- Dacchè siete venuto qui voi,
m'interesso alla sorte del vostro paese, e, torno a ripetervi, vorrei veder
felice voi e i vostri; e tutto quello che potrò fare col papa, che si degna
portarmi così grande amore, io lo farò di tutto cuore, ve lo prometto.
Dette queste parole, udì chiamarsi
dal Bembo, e si staccò dal Palavicino.
Era colui Raffaello Sanzio.
Dopo alcuni momenti cominciò a
circolare una voce in quella vasta sala: - È qui messer Lodovico, Lodovico,
l'Ariosto è qui; - e quando comparve nella sala un uomo in sui quarantanni,
calvo, d'arguta fisonomia, spontaneamente eruppero da tutte le parti fragorosi
scoppi d'applausi, che fecero chinar la testa all'umile e divino autore dell'Orlando.
Il Morone che stava ancora
confabulando coi Bembo, notò che a quelli applausi, i muscoli del volto del
cardinale guizzarono in modo da rivelare un certo dispetto, e sorrise di queto
tra sè e sè quando il vide poi applaudire anch'esso, quantunque lentamente,
colla sua mano onorata del cardinalizio lapislazzulo. Portò poi la fama, che
monsignore in quella notte non facesse la sua digestione colla solita
regolarità, ciò che pure è intervenuto al Trissino, ch'era presente a quel
trionfo del divino poeta, e che, ancor fiacco pel faticoso parto della sua
Sofonisba, ancora superbo dei suoi personaggi di marmo, e delle tre unità
aristoteliche osservate con religioso scrupolo, attribuiva alla corruzione del
gusto quegli applausi smoderati che concedevansi ad un poema fatto senza
livello e senza seste.
Le sale del Chigi eransi così a
poco a poco affollate del tutto e pareva non potessero bastar più a contenere
persone. La gioventù maschile per altro, per certi indizi d'impazienza e di
noia, pareva stesse in aspettazione di qualche cosa che assai le premesse; se
non che, trascorso troppo tempo, stava già per deporre ogni speranza, quando improvvisamente
s'ode uno scompigliato rimuover di sedie nelle prime stanze, che grado grado si
veniva avanzando; tutti volgono la testa alla porta d'ingresso della maggior
sala e veggono spontare, in mezzo a molte gentildonne di seguito, lei, che la
sera innanzi era stata la stella fissa della instancabile loro attenzione, la
duchessa Elena insomma. Un ah! generale e prolungato sorse allora da tutti i
punti della sala, e da quel momento tutti parvero soddisfatti.
È cosa che mette di pessimo umore quanti si
sfiatano ad introdurre qualche giustizia in questo basso mondo, il considerare
che in una moltitudine di persone un bel volto di donna fa sempre più
impressione che una dozzina di celebrità europee.
Il Palavicino, quando s'accorse ch'era la
duchessa Elena, subì quelle sensazioni a cui furono soggetti tutti quanti
componevano quell'adunanza, colle altre che dovevano essere particolari a lui.
I gravi pensieri della sua patria e della sua casa, ch'avean dato la fuga a
tutti gli altri, si ritrassero allora quanto bastava perchè questi ultimi
potessero a poco a poco ricomparire. Pensava intanto al miglior modo con cui
doveva comportarsi colla duchessa, quando, vedendo che il Bembo e il Morone e
molti altri s'eran mossi espressamente per complirla, s'accorse che anche a lui
conveniva fare il medesimo. Colse così il momento quando il Morone terminava di
parlare e si presentò.
- Ecco
il marchese Palavicino, disse allora il Morone, del quale abbiamo parlato ieri
sera.
Manfredo si chinò, e prima di pronunciar
parola depose un bacio, com'era costume, sulla bianca mano della duchessa.
- Ho
assai piacere in vedervi, gli disse allora questa, con quel suo fare
disimpacciato e pronto e cortese, e giacchè siam qui balestrati da una medesima
procella, attenderemo così a confortarci l'un l'altro. Ieri sera, caro
marchese, ho fatta la conoscenza di questo illustre vostro compatriotta, del
quale ho sentito a magnificare tanto l'ingegno, e mi chiamo fortunatissima.
Così desidero veniate da me sovente ambidue, e spero che ci faremo buonissima
compagnia. Sedete qui, intanto; e voi, messere, se pure non v'annoia. Ho a
dirvi assai cose, marchese; sedete.
Il Palavicino si assise allora accanto alla
duchessa Elena, e sì l'uno che l'altro attesero lungo tempo a discorrere della
condizione delle cose loro e del maresciallo Lautrec, fatto governatore di
Milano, e di tutto quanto avrebbe potuto scaturire da un tale avvenimento.
-
Credo che il papa non vorrà abbandonarmi, disse la duchessa; prima di venir qui
le ho fatto parlare dal vescovo di Fano, il quale mi assicurò dell'assoluta
protezione di Leone. E già m'accorgo che la cosa dev'essere sincerissima,
perchè più di me assai gli deve importare la città di Rimini, la quale in certo
modo è più sua che mia, non restando a me che il possesso a vita. Tuttavia
codesto possesso non è poco, sapete, e se fossi uomo, e se avessi qualche
maggior lume di scienza di guerra e di Stato, tanto mi affannerei da cacciar
lungi le mille miglia codesto nemico di Dio e dell'Italia nostra. Voi mi avete
fatta accorta, marchese, del quanto io fossi sul mal cammino, e la fortuna,
quantunque con molto mio pericolo, mi fece risolvere in un subito. Così debbo
esser grata ad ambidue, ma più a voi di certo. Voi siete un generoso italiano,
lo disse jeri sera Raffaello, parlando di voi con alte parole di stima, e
adesso sia lode al cielo ed alla mia sventura medesima, se ho compreso che
l'Italia è tale che merita bene che i generosi pensino a lei qualche volta.
- Ho
piacere, duchessa, a sentirvi parlar di tal guisa; così quand'io sia atto a
qualche cosa, e quando il mio paese domandi dell'opera mia, spero che per amore
dell'Italia e per amore di voi, che avete Stato in Italia, potrò pure esservi
di alcun giovamento. Intanto, se vi abbisogna senno di Stato e provvidi
consigli, volgetevi qui a codesto mio amico e protettore carissimo; egli saprà
aiutarvi assai bene. E accennava il Morone, il quale entrò terzo allora in quel
dialogo.
Passò in questo modo buona parte del tempo, e
non pareva che in quella notte si avesse a dare, come soleva il costume,
qualche trattenimento di musica o di poesia, quando i nostri tre interlocutori
videro che s'erano stipate molte persone intorno a Lodovico Ariosto, e
persistessero a pregarlo di cosa di cui egli si schermisse. Ciò di fatto era
vero. Si desiderava generalmente ch'egli desse lettura o recitasse a memoria
qualche canto del suo divino poema, e per questo lo stavan pregando e
scongiurando. Vedendo però il Chigi che quelle preghiere non valevano a nulla,
e forse era necessario qualche più forte intercessore, si staccò dall'Ariosto e
lentamente se ne venne innanzi alla duchessa Elena.
-
Saremmo a pregarvi di un favore, eccellenza, cominciò a dirle. Si desidera
ardentemente da tutti sentire qualche canto dell'Ariosto, e lui sta forte sul
negare. Per ciò tutta l'adunanza delega voi, perchè vi degniate rinnovare la
preghiera al nobile poeta, e siamo certi non mancherà l'effetto.
- Io
sono grata a voi, messere, e a tutti, di questo difficile incarico, gli rispose
la duchessa, ma se poi, soggiunse sorridendo, me ne rimarrò coll'onta di un
rifiuto, badate bene che mi avrete ad indennizzare.
- Ve
ne do la mia parola.
- E
allora io vado.
Ciò detto la duchessa s'alzò, e con quel suo
incedere leggiadro, attraversata la sala, si fermò innanzi all'Ariosto.
Questo, come si vide davanti quella splendida
figura, abbagliato, troncò il discorso che stava facendo ad un suo vicino, e
guardò la duchessa che, con un fare a lei particolarissimo, e lasciando passar
qualche istante prima di pronunciare una parola, lo guardava fissa.
- Voi
già avete capito, messere, perchè io stia qui adesso, gli disse poi, e lo avete
capito sì bene, che mi par già di sentire sgorgare dal vostro labbro quel
mirabile canto dove la condizione della sventurata Olimpia è resa con colori tanto
veri e tanto potenti. Se la fiaccola di un barbaro investisse tutto quello che
fu scritto in questo secolo, la virtù di quel canto sarebbe più forte della
veemenza del fuoco, e rimarrebbe. Udite che profondo silenzio è adesso in
codesta sala, tutti hanno già pregustata la dolcezza della vostra poesia. Io vi
prego dunque per tutti costoro, ed anche per me; che se voi mi rimandaste con
un no, il rossore della vergogna non mi lascerebbe mai più per tutta la vita, e
l'essere esaudita invece mi darebbe tanta superbia, ch'io non so di chi mai
potessi avere invidia.
-
Duchessa, le disse allora l'Ariosto, anche voi ieri sera vi siete ostinata a
non esaudire il comune desiderio, mentre le note del vostro canto avrebbero
davvero eccitato l'entusiasmo in tutti i cuori. Non così può avvenire di me,
che per nulla sono alto al declamare, se dunque tacevo, egli era per questo;
pure, giacchè lo volete, eccellenza, v'annoierò e annoierò tutti, ma ad un
patto.
-
Dite, messere.
- Che pensiate
voi poscia a distruggere ogni noia colla soavità della vostra voce.
- Son
presa al laccio, messer Chigi, disse allora la duchessa sorridendo, son presa
al laccio. Dio faccia dunque ch'io ne possa uscire con onore. Ma il silenzio è
più profondo ancora di prima; tocca or dunque a voi, messer Lodovico.
E tornata ad assidersi tra il Palavicino e il
Morone, si pose ad ascoltare, vedendo che l'Ariosto, collocatosi nel mezzo
della sala, già dava segno di cominciare.
Fra quanti amor, fra quanta fede al mondo
Mai si trovâr, fra quanti cor costanti,
Fra quante o per dolente o per giocondo
Stato, fêr provar mai famosi amanti;
Più tosto il primo loco, ch'il secondo
Darò ad Olimpia:
Così l'Ariosto, lentamente da principio e a
voce bassa, poi grado grado infervorandosi per l'entusiasmo e la commozione,
recitò di un fiato tutte quelle mirabili stanze del canto decimo, le quali in
tutti coloro che lo stavano ascoltando, misero quella sensazione profonda che a
tutta prima, più che collo scoppio dell'applauso, si manifesta col mormorio
dell'ammirazione.
E qui bisogna notare, che anche il Trissino
volle esser giusto e, volgendosi a un tale che gli stava presso, il quale
sedeva ai terzi posti nella gerarchia delle belle lettere:
-
Questa volta è gioco forza confessare, gli disse, che codeste stanze sono
passabili.
E il Bembo, battendo palma a palma in maniera
che tutti avessero ad osservarlo, mostrò per la seconda volta il grosso
lapislazzulo incastonato nel suo anello cardinalizio.
Quando messer Chigi e l'Ariosto si
presentarono alla duchessa Elena, pregandola volesse attenere le sue promesse,
quella brillante e gentile gaiezza ch'ella aveva mostrato un momento prima,
tanto nel suo volto quanto ne' suoi modi, era scomparsa del tutto. Gli antichi
pensieri, sviluppati forse dal lugubre argomento, d'Olimpia, erano tornati ad
infestarla, que' pensieri che davano all'indole di lei, che per natura sarebbe
sempre stata vivacissima e briosa, una tale mutabilità sfuggevole ad ogni
giudizio. In quegli istanti medesimi, in cui sfoggiando spirito e gentilezza,
ella metteva una voluttuosa giocondità in quanti le stavano intorno
ascoltandola, tu la vedevi sostare di tratto e corrugare la fronte, come per
sensazione di dolore, e lasciando cader la parola a mezzo pronunciata, tacersi poi
affatto. Assai grave si alzò dunque a quell'invito e, senza dir parola, guardò
in volto al Palavicino, quasi dicendo: Qual noia mi tocca ora a subire; e
lasciandosi condurre nel mezzo della sala, prese l'arpicordo dalla mano
dell'Ariosto medesimo, che glielo porse, ed al quale si sforzò di sorridere, e
ne trasse dei gravissimi accordi. I pensieri ch'ella tentò esprimere in quella
notte, e il carattere della musica onde li vestì colla magia della sua voce,
furono di una tinta così lugubre che lasciarono negli animi degli ascoltatori
un'oscillazione ancora più grave di quella che avesse lasciato il canto
d'Olimpia.
Quando la grossa campana del Vaticano battè
le due oltre la mezzanotte, la numerosa adunanza convenuta nel palazzo Chigi
cominciò a disciogliersi. E la duchessa Elena si licenziò anch'essa, facendosi
promettere dal Palavicino e dal Morone che il domani sarebbero andati a
trovarla nel palazzo di Marc'Aurelio, dov'ella aveva fermato la dimora con
tutta la sua corte.
Allorchè il Palavicino non si vide più
accanto la duchessa, gli parve che quelle sale del Chigi non avesser più
nessuna attrattiva, e sentì pesarsi addosso l'amarezza della desolazione, e
insieme provò un desiderio impaziente, irrequieto, del ritorno del dì. La
presenza, le parole, i modi, le sventure, la gentilezza briosa, la tetraggine
stessa di Elena (che mai non avevano avuto effetto sul cuore di lui) in quella
sera lo dominarono così, ch'egli non fu più padrone di sè medesimo. Alcuni dì
prima lo teneva oppresso la noia, questa erasi dileguata; e in suo luogo era
venuta l'amarezza e l'inquietudine, alternativa perpetua della vita.
Quando uscì di palazzo si trovò in mezzo ad
un cocchio di gentiluomini romani i quali, com'è facile a credersi, attendevano
parlare dell'Ariosto e della duchessa Elena.
- È
cosa molto strana, entrò a dire un gentiluomo piuttosto vecchio, che la
duchessa dopo tutti i guai che, o per colpa sua o per colpa d'altrui, ha pur
dovuto sopportare, conservi ancora quella giovanile floridezza di qualche anno
fa; e stassera mi pareva quella medesima, quando andò sposa del duca di
Pitigliano, e per la prima volta comparve alle feste di casa Orsini. E da quel
tempo, credo abbia incontrate tante peripezie quante basterebbero per tribolar
dieci vite, non che una. Pare però ch'ella se ne senta di quando in quando, e
qualche piega della fronte attesti l'interno stato dell'animo.
A queste sue parole, alcuni gentiluomini, i
quali non erano di Roma e nulla sapevano dei casi della duchessa Elena, ne
domandarono il conte Ridolfi, chè tale si chiamava quel vecchio signore, e
dicendo che molto ella aveva destata la loro ammirazione per le straordinarie
doti onde manifestamente era fornita, mostrarono desiderio di sapere qualche
cosa di più particolare della di lei vita.
- Se
c'è qualcuno in Roma, disse allora il conte Ridolfi, il quale possa dire di
conoscere costei, potrei bene affermare ch'io son quello giacchè ho vissuto
qualche anno in molta dimestichezza col duca di Paliano suo padre, e la
fanciulla la vidi nascere e la vidi crescere; direi falso però se sostenessi di
sapere di lei più di quello che per avventura ne deve sapere la casa Orsini,
nella quale ella trovò il marito; pure potrò farvi contenti assai bene. E qui
si mise in sul raccontare.
La notte essendo bellissima, tutti mossero di
conserva a cavallo per godere quelle fresche ore, verso Porta san Giovanni,
passando sotto il Colosseo; e il Palavicino, che mai non aveva potuto
raccappezzar nulla di preciso sui primi anni della vita della duchessa, ed ora
gli s'era cresciuto il desiderio a dismisura, pensò di porsi anch'esso in
compagnia cogli altri, e in questa maniera, finchè parlò il conte Ridolfi, non
gli andò sillaba perduta.
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