3006.
In Achille Tazio (Amori di Ctesifonte e Leucippi, Lògos B) - si
parla di un vaso di vetro jalino (tra il verde e il giallo, yalos;)
scolpito a grappoli, i quali, essendo il vaso vuoto, sembravano acerbi; e pieno
il vaso di vino, parevano maturi.
3007.
ber baci - sign. bere nel bicchiere dell'amata al posto dove l'amata
bevette - È frase da porre nel mio progettato dizionario per uso
d'amore - o manuale d'amore, dove vorrei apprendere artisticamente agli
amanti le tacite e gentili dichiarazioni etc.
3008.
La stagione bianca (l'inverno) - la verde (la primavera) - la rossa (l'estate)
- la gialla (l'autunno).
3009.
L'unica maniera di vincere al lotto è di... non metterci.
3010.
Vi ha molta somiglianza tra la critica anedottica di Th. Gautier (p. es. nei Grotesques)
e quella del Camerini - a differenza della critica a grandi segni di Rovani
e di Schiller.
3011.
Boileau, il pedante pedagogo di Parnaso.
3014.
Imp[ortanza] di Callot nell'Umorismo - Le aque forti scandalose di Rembrandt -
L'umorismo è la fusione della tragedia colla comedia -
3015.
Le condizioni della cosidetta immortalità in letteratura sono - aver pregi
comprensibili a tutti, e quindi un'apparenza di mediocrità, affine di ottenere
la fama presente spesso portinaja alla futura, perchè provocatrice
dell'attenzione dei venturi: avere però, per conservarsela, anche pregi intimi
- comprensibili a pochi.
3025.
Tale a 70 anni fabbricò in luogo appartatissimo una casetta a due sole stanze,
una terrena, l'altra sup[eriore], colla iscrizione “Morituro satis”.
3027.
Le favole milesie (romanzi dell'antichità) sono tutte fuse in un sol
stampo. In tutte due amanti - una fuga - un viaggio o per mare con pirati o per
terra con ladroni - un forzato distacco - un amante di quì, l'altro di lì -
...e una riunione finale - quando le comedie e i romanzi erano zeppi di
pirati... -
3030.
In Tazio si trovano ingegnosi pensieri in fatto di amore. La favola però, tutta
insieme, è scucita. È un pretesto alle descrizioni, che Tazio v'incastra,
talvolta a viva forza.
3031.
La “Vita nuova” di Dante fu evidentemente figliata dal libro “della
consolazione” di Boezio. - Es. l'alternarsi della prosa col verso di cui l'uno
dichiara l'altro, certi modi di dire come “sospitatis auctor” “l'autore della
pietà” etc.... nam in omni adversitate fortunae, infelicissimum est genus
infortuni etc. cfr. non c'è
maggior dolore che ricordarsi etc. di Dante.
3033.
La felicità, la beatitudine (che fanno il summum bonum) sta nel saper
contentarsi dello stato in cui ci troviamo - e però le bestie debbono essere
felicissime che non cercano mai di uscire dal loro. - Altri dice che
la felicità stia nel desiderio e che chi l'uccide, sia la soddisfazione di esso
desiderio.
3038.
El Massariol, spirito domestico veneto che fa i dispetti, è
simile al Puck diavoletto inglese (Vedi Sh[akespeare], Sogno di una
notte di estate) - ed è l'italiano “dispettino”.
3039.
Meno si pensa e più si scrive. Uno che lesse moltissimo deve avere pochissimo
pensato.
3040.
Es. di versi per nozze - Ti sia ognor propizio il dolce Imene - col tuo sposo
felice e senza pene.
3041.“Io
sono io”- fu l'ultima frase pronunciata da Swift, pazzo, e sul letto di morte.
- Ed è il vero motto all'impresa dell'originalità.
3046.
Th. Gauthier nei Grotesques dice che i poeti di second'ordine sono più
originali di quelli di primo - La sua asserzione parmi confutabilissima.
3047.
Goethe e Schiller aveano ripugnanza per Richter. Difatti i primi erano i
rappresentanti di letterature che si chiudevano, e Richter quello di una che si
apriva. “Ich
kam - scrive Richter a Otto - mit Scheu zu Göthe. Jeder malte ihn ganz kalt fur
alle Menschen und Sachen auf der Erde. Die Kalb (l'ispiratrice di Schiller)
sagte: er bewundert nichts mehr, nicht einmal sich; jedes Wort sei Eis” ecc.
Vedi v. 34 op. di Jean Paul mia ediz. pag. 166. - Così sull'Um[orismo]. V. Richter T. 34 Pag. 118
nella sua lettera a Vogel, Maggio 1783. -
3048.
Et[imologie] Dio cf.
Diòs; dì, giorno. - Dio, l'eterno oggi - ars, artis,
quasi areté virtus - ptòma, caduta cf. milanese toma. - Giove e Danae, Danae quasi
danajo, danati, danee -
3049.
‹dupl.› Bacone di Verulamio dice che
ciascuno deve a questo mondo far cose cioè “piantare un albero, fabricare una
casa, generare un uomo e scrivere un libro” - al che il mio amico aggiunge una
quinta “far debiti” avvertendo però di non pagarli, affine di non disfare
l'opera propria.
3050.
Dite sempre di sì a ciò che vogliono gli altri, affine di poter sempre fare a
modo vostro.
3052.
Descriz. di una donna avara (Maggi C. M. comedie in mil.) La numera alla serva
a vuna a vuna - fina i grann di ughett e fina i capper - (e dà ai servi) el
formai che ghe vanza di trappol. - Del pess che s'mangia la fà guarnà i resch -
de fa stecch e fa oeuli de brusà - Coi penn, scendra e carisna che se fà - la
tra insemma el salari della serva - Del cervellaa la fà rostì el buell - per
regalà el tinell - e al servitor l'ingrassa el pignattin - cont el sev che se
sgria di tollin. - La fa poeu bev un vin che malanaggia - ch'el colorissa el
stopporon del fiasch - e la soa fortuna l'è che nol smaggia - La leva su innanz
di - e per consciass el coo - l'è ona sponga o una scheja de savon - denanz on
ciapp de spegg. - Il suo maggior dolore è quello di andar del corpo e per
l'avarizia e la stitichezza - E col dì sorge a meditar penuria -
3063.
Epigrafe su una cassettina che conteneva dadi d'avorio “Haec est humanae semper
mutatio sortis - Fit moriens ludus qui fuit ante pavor” - (Anth. lat.)
Si può usare per epigrafe alla bizz[aria] int. la
morte del diavolo. Vedi Libro delle bizz. del Dossi.
3068.
Aretino amava non riamato una Pierina Riccia - da lui tolta alla miseria. Essa
ammala, ed egli a forza di cure, la fa guarire. - Ma guarita, Pierina fugge con
un altro amante. Ritorna dall'Aretino dopo tre anni - egli non solo la perdona,
ma ricomincia ad amarla. Pierina si riammala e gli spira fra le braccia. - Un
anno dopo egli la deplora ancora; e presso a morte, dice “l'ho amata, l'amo, e
l'amerò finchè la sentenza del dì novissimo giudicherà la vanità nostra”.
3069.
Enrico III di Francia - paurosissimo, durante i temporali si facea dare
clisteri di aqua benedetta per aquietar la coscienza -
- Chi ricoreggie un frutto della propria imaginazione spesso lo guasta]3071 -
Chi ricoreggie un frutto della propria imaginazione spesso lo guasta. V. ad es.
Tommaseo nelle sue poesie e spec. in quella “per giovane sposa che va al
Brasile” dove muta gli “odi cortesi” in “odi freddi”.
3075.
Redi insegnò agli uomini di temere più le medicine che i mali.
3077.
La menzogna non può esser contenuta se non in un vaso di verità - La stessa
menzogna è un omaggio alla verità, perchè tanto è migliore quanto più è
verosimile. - cf. Per tener su la
volta della menzogna ci vuol pure qua e là qualche colonna di verità (Richter).
3079.
Parny - stile-empire. Rappresenta la perfetta mediocrità. Buono è però nelle
elegie. - Nella Guerre des Dieux rovinò il bellissimo tema, più che non
gli abbia giovato. -
3080.
Enea trojano fu detto per eccellenza il Pio, e tradì Didone!
3083.
L'ideale amante delle fanciulle è spesso tolto da qualche brutta litografia di
“Spirito Folletto”.
3086.
Il rispetto pei becchi è schifo dissimulato - ...è schifo simulato di rispetto.
3087.
Tutto si perdona, fuorchè il non aver cuore. Chi non l'ha, se lo inventi. -
Dicea la Maria mia cugina. Cuore io? Te se sbaliet. Mì ghe n'hoo propri no, de
sti robb. A mì me importa de nissun, foeura de mì. Se foo ona quai azion che
par bonna, l'è perchè gh'avaroo i mè riveriti perchè... o i me fin.
3089.
Quella vecchia, dopo 70 anni, leggeva ancora quel libro di preghiere e non lo
sapeva ancora a memoria!... Del resto, che v'ha di più assurdo di una preghiera
che si legge? -
3091.
Res auferre sacras et consecrare rapinas - Testantia furtum dona (Anth.
lat.) - Descriz. del cortile dell'Ospedale Maggiore al tempo
dell'esposizione dei ritratti dei benefattori. È un ergastolo di faccie.
L'avarizia e l'arsura, il delitto e il rimorso si alternano per quei ritratti -
Scelus undique densum est. - Sono tanti appicati in effigie.
3094.
Foscolo non umorista. - Il suo “Gazzettino del bel mondo” scritto senza
pre-meditazione, tolto dal calamajo man mano; è anch'esso tutto impedantito da
citazioni etc. - è il galanteggiare di un elefante. - La splendida bile di
Foscolo, già preannunciata dal suo nome, fòs, luce e chòlos,
bile. -
3095.
Il cavaliere servente a scelta della madre o della suocera, si trovano spesso
compresi nei patti nuziali del 1780 etc. -
3097.
St. d. Um. I poeti comici primi insegnarono a ridere
anche delle cose serie. La satira la dicono ignota ai Greci? ma e Aristofane?
La satira non essenziale all'um. - Il poeta comico è il deputato del popolo. Si
trova um. nel servo delle comedie antiche, benchè sia un um. che spesso cade
nel comico - L'um. è il trait-d'union tra il comico del servo e il tragico del
padrone nelle comedie. - L'umorismo è la borghesia - è la lett. democratica. -
Dell'Um. in Ispagna “dejando los disparates - y los de vano humor” (L. de
Vega). Perchè in Ispagna l'um. non potè prosperare etc. ‹“El gracioso” della comedia
spagn. - il buffone.›
3099.
Lo que no puede amor - no puede hacer el dinero (L. de Vega). Eppure conosco il
caso di una fanciulla che non amava tale, e poi cominciò ad amare sapendolo
ricco, e questo amore, per l'abitudine, passò presto dal cervello al cuore, e
continuò anzi si fece più forte, quando l'amato per un subitaneo rovescio di
fortuna impoverì. - No hay señal - de amor mayor que negarlo (L. de Vega).
3102.
El mal que mas presto se sabe - mas presto llega a ser mal (L. de Vega). E ciò
può dirsi delle notizie telegrafiche.
3105.
Rana coaxat - tigrides raccant - clangunt aquilae - il gufo bubula - l'innito del
cavallo etc.
3106.
Mommsen (St. Rom. Cap. sull'Arte) nega agli italiani la
passione del cuore, nega le aspirazioni a un ideale sopraumano e nega
l'imaginazione che dà alle cose senza vita gli attributi dell'umanità - in una
parola, nega loro il fuoco sacro della Poesia. Mommsen dice che gli Italiani in
nessuna epoca della loro letteratura produssero una vera epopea, un dramma
serio e completo, dice che la comedia Dantesca, i capi d'opera storici di
Macchiavelli sono opere più di retorica che di ingenua passione etc. etc.
Questo capitolo dell'Arte è una solenne stoltaggine. - Mommsen l'antiartistico
voler parlare di arte!
3107.
Chi accusa Manzoni di non aver congiurato anche politicamente in favore del
proprio paese, si dia la pena (o dirò meglio il piacere) di leggere il suo
“Discorso storico sui Longobardi” - dove prova che una lunga dominazione non
può fare un sol popolo di uno oppressore e uno oppresso. - È la condanna
dell'Italia austriaca sognata dai politici dominatori. - Ricchissimo è poi il
discorso di preziose osservazioni sul modo di scrivere la storia ed è pur
ricco dal lato oss[ervazione] um[ana] - ...“Tale non è lo stile della
persuasione che viene dopo una curiosità sincera, dopo un dubbio ponderatore,
dopo un esame accurato. Questo fa trovare nelle cose un carattere particolare
che s'imprime naturalmente nelle parole: la verità storica non va a collocarsi
in quelle generalità tanto meno significanti quanto più ampie, che sono così
spesso il mezzo di comunicazione tra il poco bisogno di spiegarsi e il poco
bisogno d'intendere”. (Manz. discorso stor.).
3112.
Lope de Vega (1562-1635), fu autore fecondissimo. Scrisse 1500 comedie e 400
actes sacramentales. - Nelle sue com. molti tratti d'umore - In una sua com.
(che credo sia Los milagros del desprecio) sulla fine, quando i
se sposa, Leonor (la serva) dice: Tuya soy, Hernando mio - e Hern.
(valletto di D. Pedro) Advierte que no hay braguero. - Altro finale di comedia,
nel premio de bien hablar è questo. Dice Martino - A mis bodas,
caballeros - convido para mañana - Si no es que antes me arrepiento.
3115.
Las bizarrías de Belisa e Las flores de Don Juan sono due fra le
comedie di Vega ch'io preferisco alle altre. Nella prima, notabile è la scena
3ª del I° atto, tra Don Juan de Cardona e Tello, dove si parla di donne e
d'amore. - Que donde zelos no soplan - nunca amor alza la llama - (Lo
que ha de ser com. di Vega).
3116.
I gerghi sono importantissimi nella filologia comparata - e spec. fra i gerghi
la lingua furfantina - come pure sono importanti nella psicologia - I gerghi ci
offrono poi metafore pittoriche, aned. storici etc. etc. Es.: la dannosa (lingua)
- la muta (coscienza) - la salsa (anima) - la
larga ‹a leah whore (Sh. Tempest)› (meretrice) - creapopoli (pene)
o mundus (qui ducit mundum) - mercante di fiato (spia) - collegio
(prigione) - Barbetta (cappuccino) - Ala (braccio) -
smontar il colore (uccidere) - far sudare il collo (strangolare) - guarito
dalla prigione (uscito) - Apostoli (dita) - mattina brusca (la
mattina dell'impiccatura) - boulet à guerre (popone) - bouffarde (pipa)
- bavarde (bocca) - monili (manette) - Mademoiselle (sodomita)
- fauché (ghigliottinato) - faire flotter (annegare) - crucifix
à ressort (pistola) - allungare il muso (fuggire) - allungare
la vita (esser appiccato) - il luminoso (giorno) - la fangosa (anguilla)
- la serpentina (lingua) - i raspanti (polli) - chiodo (coltello)
- fio de quaranta ongie (ven., bastardo, briccone) - la bruna (notte)
- a mezza bruna (a mezza notte) - occhio al scalin (parla
cautamente) - Langohr (asino) - leben (pane) - arton (pane,
dal greco) - Steinhaufen (città) - i devoti (ginocchi) - Plattfuss
(oca) - Schlangen (catena) - Pillen trägerin (donna gravida)
- Nacht (nero) - pesare (dar la corda), - etc. etc. etc. V. gli
incompletissimi Studi sulle lingue furbesche di Biondelli, colle mie
note ms.
3117.
Il denaro in gergo è chiamato - tollitt - manteca - pessitt - el quint
element - ciovitt - formaggio - giallo - i miei - parenti - mitraglia (monete
di rame) - balsamo - balsem de medegà i piagh etc. etc. V. ut
sup.
3118.
Nelle Note Umorist. di letteratura alta e bassa (V. 2240)
aggiungere un capitolo sui titoli dei libri, in rapporto alla moda, e al
contenuto dei libri stessi.
3119.
Fortunato quello scrittor di romanzi, che, come Manzoni, ha lì sottomano sulla
fine del suo libro, una buona peste che lo sbarazza de' suoi personaggi! La
solita fine d'ogni romanzo e d'ogni vita è la morte, o quanto torna lo stesso,
il matrimonio -
3120.
Di molte nostre abitudini ci pare impossibile far senza, e però non tentiamo
neppur di lasciarle... Lasciamole - e ne faremo senza benissimo. -
3121.
E questa buja musica la chiami serenata? Dilla almeno senza
stelle; dilla piuttosto nuvolata.
3124.
installatio, in un publico impiego. cf. con stalla, mangiatoia etc. - diàbolos,
calunniatore, accusatore. Dall'accusa si ha la luce, donde Luci-fer -
3125.
Prima di Cristo, non incontro nella letteratura della antichità un carattere
che segni la domestica umile bontà. Non dico che bontà non si trovi - ma è
tutta bontà superbissima.
3131.
Il verso può spesso dire in tempi di tirannia, quanto alla prosa è inibito.
3132.
R.U. La Marchesa Guerrieri Gonzaga è una vecchia dell'antico
stampo. Si offende di chi le usa troppi riguardi, quasi volesse trattarla da
nonna e gli dice “non son decrepita, ve'” - Chiama il dottore per fargli vedere
le sue tolette che le vengono mensilmente da Parigi. Sta delle ore ad
acconciarsi la cuffia allo specchio, e vuole che il cuoco le tenga intanto
disteso dietro le spalle uno scialle bianco e nero per far spiccare meglio la
cuffia... Poichè il cuoco è la sua confidente e la sua cameriera. È lui che le
scalda il letto, che la spoglia e la veste, che le dà i serviziali etc.
3133.
Di un morto, messo in bara - dice a p[ress'] a p[oco] Richter, “s'imbozzolò,
aspettando di diventare farfalla” (cf.
l'angelica farfalla di Platone e di Dante).
3134.
Della vita, metà è di desiderio, e metà d'insoddisfazione. La vita è una atroce
burletta.
3135.
Um[orismo]. Vedi sparsim in Apulejo - per es. dove il banditore, vendendo Lucio
con altri asini, spiritoseggia (L. VIII). Cui il vecchio che vuol comprarne uno
per imporre sul dorso di lui la Dea Syria, dice: At te, cadaver surdum et
mutum, omnipotens et omniparens Dea Syria et Sanctus Sabatius et Bellona et
mater Idaea cum suo Adone Venus domina caecum reddant; qui scurrilibus iam
dudum contra me velitaris jocis. An me putas, inepte, jumento fero posse deam
committere, ut turbatum repente divinum deijciat simulacrum, egoque miser cogar
crinibus dissolutis discurrere et Deae meae humi jacenti aliquem medicum
quaerere? - A Lucio asino s'impongono poi, insieme alla Dea, sacchi pieni di
doni-comestibili fatti alla Dea “ut horreum simul et templum incederem”. - Nota
anche negli scritt. umor. in generale l'irreligiosità. - Sed Apollus, quamquam
Graecus et Jonius, sic latina voce respondit. -
3136.
Nelle umane contradizioni, nota di molti spregiudicatissimi in fatto di
religione etc. eppure pieni di meschini pregiudizi in fatto di superstizioni
che farebbero arrossire una donniciuola - ...era pieno di pregiudizi e
d'incredulità: rideva della divinità di Cristo; impallidiva al sale rovesciato.
- Avrebbe ucciso senza rimorso un uomo; sveniva alla vista di un topo.
3137.
Ippia sofista, a quanto pare ignorante dei vantaggi della divisione del lavoro,
s'era posto in capo di fabricarsi tutti lui gli oggetti necessari alla sua vita
- come vesti - mobili etc. etc.
3138.
Cui videbor verisimilia dicere proferens vera? (Apulejo) - Così dice Lucio, che
sta per dire bugie. Nota che è dei bugiardi la continua dichiarazione anzi il
giuramento di dir verità - Vedere Es. nella vera istoria, di
Luciano etc.
3139.
L'Ospedale. Il medico ordina medicine su medicine al povero ammalato per
arricchire l'alleato speziale. Il tempo manca a pigliarne tante. Le polveri
seguon le pillole, i beveraggi le polveri. Fortuna che il cesso ajuta il
malato. Eppure, con molta minor spesa si potrebbe giovare assai più agli
infelici - cangiando in cucina la spezieria, e in buon brodo e buon vino le
nauseanti bevande. Aggiungi la villania di modi nei medici per carità, che, in
loro, è on obblegh meneman come l'uffizi etc. e poi vedi quanto i
nostri ospedali o case di malattia siano lontane dall'esssere case di salute.
3140.
I dottori in carta comune e i dottori in carta pecorina.
3145.
Una ragazza in una festina da ballo, indossa per gioco le vesti di un giovane.
Tornata a casa le si manifesta nelle parti cosidette vergognose, una malattia,
che ella, per pudore, cela alla madre. Ma il male aumenta ed ella deve
scoprirsi - Sgraziatamente, non è più tempo ai rimedi. La ragazza muore,
vergine - di peste venerea. Chè il giovane di cui ella avea indossato le vesti,
era affetto dal male che disonora l'amore.
3146.
Un legger cambiamento nell'angolo faciale può fare di un Voltaire un Cretino.
3148.
Solo a cento leghe d'Italia, un italiano può simpatizzare con un altro
italiano.
3149.
hacer de los ojos lengua - snuffing the air as a pig - afrodisiaco tumulto di
sangue - l'estate del focolare (inverno) - la luna, il luogo d'appuntamento tra
gli amanti lontani - teglie e padelle appiccate per un orecchio - il formaggio,
il salame e simili sproni al bere - morire longitudinalmente (appiccato) invece
che orizontalmente - can terrigno (terrier, terrarius) - le remipedi anitre -
vale bene, ut valeam -
3150.
L'uomo è felice quando non pensa - felice quindi nel sonno - e felicissimo in
morte. La donna pensando meno dell'uomo dovrebbe essere meno infelice.
3151.
Non credo possibile un'amicizia od un amore fra persone di troppo differente
statura. Amicizia spec. nasce spesso e si nutre dalla conversazione, la quale
ama il passeggio (che la filosofia peripatetica raccomanda dicendo che [il]
moto dei piedi, muove anche il cervello) nè v'ha buona e simpatica
conversazione se non se tra chi può ben guardarsi negli occhi. Il che riesce
quasi impossibile fra un nano e un gigante - come riescirebbe, d'altra parte,
l'amicizia impossibile fra un nano di animo e un gigante. -
3152.
Si vedono mamme insegnare l'educazione ai figli a forza di schiaffi e piedate -
affinchè, dicono loro, questo lor ricordi l'insegnamento.
3154.
Io mi sento troppo debole per lottare contro l'avversa corrente del mondo e
troppo forte per abbandonarmivisi. - Su questa terra, io non son più che un
dente guasto: è necessario strapparmi - Amo i miti affetti; il calmo amore
dell'amicizia e dei genitori. Tutto il resto è tormento. - Me in amore uccide
tanto il desiderio, quanto ucciderebbe la soddisfazione.
3158.
Gorgueran, spag. chi porta gorgera cf. il nostro mil. gorgoran, per sciocco -
fà minna, spicco - minne, amor, ardor furor - bella vista, miene
etc. - follicare, lat., soffiettare, sbuffar come un
soffietto.
3159.
Molti cominciano a fare l'amore per scherzo, e finiscono a innamorarsi davvero
- E così è dell'amor per le Muse.
3160. Non si può studiare e scrivere bene nello
stesso tempo, come non si può mangiare e andar di corpo contemporaneamente. Si
mangia male e si caca peggio.
3161.
Continuamente nascono i fatti a confusione delle teorie.
3162.
Non c'è bagno per quanto a vita che basti a lavare la sudicia
umanità.
3163.
Aleardi e Leopardi sono due serbatoi di perpetua infelicità - Carducci crede di
esser poeta e non è che un gramatico.
3164.
gh'è toccaa fà el volontari. - Ingannata, non piango, pianto.
3165.
La casa è la conchiglia dove si agglutina la perla dell'onestà.
3166.
Nessuno mi ama? Ebbene, io mi vendico amando tutti.
3167.
Nel congresso degli asini, il leone non è la bestia la meglio accetta.
3168.
Era ammalatissimo. Si temeva della sua vita. - Ma e che temere? Non è nè un
povero padre con mezza dozzina di figli da mantenere, nè il reggitore di un
paese, nè il segreto benefattore di migliaja di miseri. - È una persona inutile
- e temete che muoja? -
3169.
Cascami dell'imaginaz. del Dossi - ...La principessa era vecchia; ella avea già
rinunziato ai rosei peccati o a meglio dire i peccati aveano rinunziato a lei;
e però non si poteva neppur sospettare che tutta sta gente, giovine per la più
parte, e rompicolla, si riunisse ogni sera da lei all'unico scopo di starsi
intorno ad uno spento camino... - Maledetta magia del nome di giocatore,
massime se di perdente! Uno che abbia perduto in una sera al tavolo scellerato
un migliajo di lire, è guardato con maggiore interesse di chi ne abbia spese in
un dì una ventina utilmente. Con mille in tasca di meno ci si trova con mille
di più nella stima dei nostri sori compagni. (Dai R.U.
Desinenza in A. P. 3ª).
3170.
Ipocrisie linguistiche. Debito d'onore (o di gioco) dove onore
non c'è -
3172.
Nella nobiltà, le senescenti famiglie muojono spesso per isdegnare l'innesto
colle nuove.
3173.
Uxor, nomen dignitatis est, non voluptatis. - Teneva la moglie come certi
bibliofili tengono i libri - senza toccarli.
3174.
Tiene un culo sì bello, che non gli manca se non la parola. -
3175.
La mediocrità nelle fortune impedisce spesso di migliorarle. Io per es.,
fortunatamente ne ho tanto da potere non lavorare, ma sgraziatamente anche da
non dovere. Io, per diventar ricco, avrei bisogno di esserne astretto dalla
miseria. - O mediocrità, quanto poco sei aurea!
3176.
Era una casa in cui si andava molto di corpo - a me basta pane e allegria - Non
era di quelle che mangiano pane e toelette -
3178.
Erano in marsina e cravatta bianca - Si sarebbero presi per camerieri se
avessero avuto un po' più del signore. - gli “estratt de tutta ciolla” (mil.).
3179.
(V. 2348. R.U. L. X) La Matta Biraga.
3180.
...idee trovate nella filosofia, abbellite dalla poesia. - La gloria è spesso
mangiata dalle tarme. - Le freccie avvelenate di Cupido. - Dall'oriente il Sole
e la peste.
3181.
In molti luoghi, l'infima plebe, usava adoperare il boja qual medico. Noi,
dell'alta plebe, facciamo appunto il rovescio.
3184.
Piace di mirare la luna, imaginando l'amante che vi guarda nel medesimo tempo,
come piace a guardare lo specchio che riflette col nostro un amato sembiante.
3185.
Epit[afio] di una fanciulla - bottone di rosa, tolto alla terra perchè fiorisca
nel cielo.
3188.
Il baciamano - uso nauseante italiano e spagnolo. La candida mano della dama
baciata dalle tabaccose labbra del pedagogo di casa etc. etc.
3189.
Ma e il tuo Carlo? - Ecchè! non posso forse amare anche lui? C'è il cuore, e
c'è il ventre. A ciascuno il suo amante. Carlo poi è servitore: è abituato alle
vesti ed ai cibi di seconda mano... (Dalla Des. in A. P.
II).
3191.
Differiscono le bestie dagli uomini anche nel modo di mangiare, cominciando
quelle, tra molti cibi, dal cibo che loro più piace, mentre gli uomini si
tengono questo appunto per l'ultimo. Or non sono le bestie, colla loro non ragione,
assai più di noi ragionevoli?
3192.
Gli Snobismi. - Oh quante, che in famiglia sono le più simpatiche, le più
disinvolte donnine, ti diventano in società odiosissime colle loro arie
imprestate, la loro moue, il loro gergo, i loro sentimenti
imparati a memoria!
3195.
Uno stato per sostenersi temporaneamente lavora spesso alla propria futura
distruzione. Es. l'Inghilterra, ultimo asilo della feudalità, che per
guarentirsi dalla Russia, vi suscita a sue spese quel movimento
internazionalista, che dovrà poi inghiottirla.
3196.
Nella vita di Gorini fare il raffronto con Redi - a proposito della Scienza
scritta con Arte.
3197.
I denari non gli escono di mano se non sbiaditi - Crede di tenermi sempre
soddisfatto col darmi mai nulla -
3198.
Fòloe - Eble - Silvia - Odda - Norina - Balduccia - Aura - Amora - Irma - Imma
- Beroe - Griselda - Leonetta - Tamiri - Càrite - Tilla - Nanna - Enrica -
Follia - Zambra - Lidia - Luce - Tacita - Iblea - Giuliotta - Mea - Paggetta -
Flavia - Fulvia - Bigetta - Adriana - Flàmen -
- ‹(dupl3199 - ‹(dupl.)› Della vendemmia Manzoniana,
schiacciata dall'uva di Foscolo, Alfieri, Monti, Parini etc. il primo vino è
fatto (Manzoni) - e così anche il torchiatico (Rovani). Non resta più che a
stillarne i graspi e farne la grappa (Dossi).
3200.
V. di Richter sparsim. In Richter trovo i pensieri dei pensieri. Il suo è uno
spirito, che come la gallina vede l'aquila in cielo e il verme nel suolo. -
Tuttavia, benchè profondissimo per filosofia - è poco artista, cioè poco grafico,
poco pittorico - tutto al contrario di Rovani, il quale, special[mente] nel Giulio
Cesare, sagrifica a volte il filosofico al grafico. Ma Rovani è
anima italiana - e Richter germanica. - Nelle prime cose di Jean Paul, spec.
nel Grölandische Processe, vi ha un accumulamento tale di
imagini e di idee, da dare, almeno ai nostri stomacucci, nausea. Certa e buona
promessa è però sempre quel giovane autore in cui si trova più da tòrre che da
aggiungere - Richter insegnò agli amanti come amare si debba, ed agli scrittori
come pensare. Chi leggendo Jean Paul, non trovasi ingegno - non se ne troverà
più mai. -
3201.
Le critiche di Rovani uccidevano, ma imbalsamavano anche - per sempre.
3203.
“Difficile est satiram non scribere”. Io scrivo satire, dicea Jean Paul per
migliorare, non gli altri, ma me stesso - almeno nello stile. - Sulla satira di
Pope e di Swift V. Richter, Vol. 9, pag. 129-130.
3210.
Si può dire di Richter e di molti umoristici: in Menschen seiner Art haben
Kummer, Satire und Philosophie neben einander Platz (id). Un umorista descrive piuttosto
lui stesso che i suoi eroi. - Richter ne è un esempio benché dicesse parlando
dei poeti del suo tempo “unsere Dichter malen nie ihre Helden, sondern nur
sich”.
3211.
Nessuno, neppure Balzac, conobbe le donne meglio di Richter. - Die Weiber sich
nach dem 30sten Jahr wie Reliquen, für älter ausgeben als sie sind.
(J. P.) - Die Männer bereiten sich auf ihre Zukunft durch lauter Abhärtungen
vor, und nur wir uns (Weiber) durch lauter Erweichungen - Genialische Weiber
unglaubig sind wie genialische Männer glaubig (J. P.).
3231.
Richter spesso dipinge sè stesso - er sah unsere Thorheiten mit einem
vergebenden Auge, mit humoristischen Phantasien und mit dem ewigen Gedanken an
die allgemeine Menschennarrheit (id.).
3232.
Eine allgemeine Verstellung keine ist (id.) - Che dove tucc ingannen no ghè
ingann (C. M. Maggi).
3234.
Das Mann-Weib (J. P. Titan 19 Jobelperiode vol. 2 pag. 110). Conf. l'homme-femme di
Dumas.
3246. Richter è frammentario,come
lo sono spesso gli Umoristi. L'Espero p. es. non è che una
raccolta di massim filosofiche e di capricci, incorniciata in un romanzo. Del
resto, il troppo interesse della favola nuocerebbe alla stoffa umoristica del
libro: esso farebbe sorvolare senza attenzione a tanti utili insegnamenti, a
tante imagini ingegnose etc. - In certe descrizioni di notti stellate etc. (Es[pero]
Vol. I° pag. 121) Richter abusa della intonazione Klopstochiana.
3247.
Il tempo è il più scienziato e il più pratico di tutti i medici.
3250.
Chi non s'addormenta volontieri? E però, chi non dovrebbe morir volontieri?
3251.
Il mio silenzio è più eloquente del tuo parlare.
3252.
Nel 1790 si usavano aquerellare ritratti sui guanti - Si usavano anche orologi
da tasca per signore in foggia di cuori.
3253.
Per rettamente giudicare della vita intellettuale o morale di un uomo è
necessario che costui sia morto, o almeno abbia ciò detto come Rossini,
allontanandosi completamente dal campo in cui lavorava; in quella maniera che
non si può far la somma finchè non siano messe giù tutte le diverse partite.
3254.
La perla, preziosa malattia.
3256.
Nelle descrizioni di sagre, di balli sull'erba, di vita campagnola, i
romanzieri parlano come in un sogno. Vorrei che venissero un po' in campagna,
vorrei che avessero a che fare un po' coi villani! Altro che poesia! Ebrietà,
sassate, turpiloquio, scompisciate e cacate... ecco le sagre, i balli sull'erba
etc.!
3258.
Non si può scrivere con fedeltà del presente, ma solo del passato o del futuro.
- S'imaginano le grandi opere letterarie o in momenti di somma gioia o di sommo
dolore: si scrivono nella calma.
3259.
G.F. La sera di Ognissanti si mangiano le castagne allesso; poi
si dice il rosario.
3260.
In letteratura, gli antichi mostravano, per così dire, le ore dei sentimenti,
mentre noi mostriamo i minuti e i secondi - il che - nell'infinità del grande e
del piccolo - si equivale perfettamente.
3261.
Le arti perfezionandosi si dividono e suddividono. Anticamente Musica e poesia
erano una cosa sola - e così appressapoco Poesia e pittura. Ora però la poesia
tende da grafica a diventar filosofica. Il pittore Omero deve cedere al pensatore
Richter.
3262.
Il carattere dell'Umorismo italiano è d'essere più sensuale, e direi più
carnale del germanico e dell'inglese.
3263.
Quanto sa, gl'impedisce di sapere quanto dovrebbe.
3264.
E vuoi che lavori? fa già fin troppa fatica a far nulla. - quell'ozio che è
peggior d'ogni fatica.
3265.
ha bimbi? - No - salvo il marito.
3266.
Per ben riuscire al Dossi manca l'ingegno di mostrarne meno.
3267.
uscito vivo dalle mani della febbre e del medico.
3268.
Le cose di questo mondo, anzi dell'universo sono così concatenate fra loro,
che, chi ha buoni occhi, può a qualunque proposito trarre similitudini da
qualunque di esse.
3269.
Chiedete un favore, sempre al dopopranzo - non fatene se non prima di pranzo.
3270.
Ferse, ted. Conf. berze, calcagno in Dante -
3271.
Disgraziatamente per l'Italia, l'artistica, la letteraria Italia, essa possiede
una dinastia reale, che nè per tradizioni gentilizie, nè per ingegno de' suoi ‹membri› ama l'arte e la letteratura.
3272.
Novelle pei generosi. V. sparsim. Una fanciulla s'innamora di un
uomo maritato il quale non vuole tradire la moglie ‹donde tormento di entrambi›. Ma la moglie entra in mezzo, e
per salvar la ragazza, persuade, anzi costringe il proprio marito a ricambiarle
l'amore. La fanciulla, commossa a tanto sagrificio, non vuole esserne indegna,
e si uccide - Altro tema. Una ragazza s'innamora di uno scrittore, morto da
moltissimo tempo, e deperisce per lui.
3275.
Il merito individuale consiste nel far ciascuno il meglio che può.
3276.
Chi comincia le opere sue troppo grandiosamente, spesso deve finirle
miserabilmente, come si vede in certe iscrizioni bottegaje, che incominciate
con lettere capitali, terminano per mancanza di spazio in minuscole e
abbreviazioni. - Beethoven p. es. esauriva tutta l'opera nella sinfonia.
3277.
Il chierico è come l'ombra del prete - s'abbassa quando l'altro si
abbassa, etc.
3278.
R.U. Carattere del gonfiatore. Piglia il motivo dal Critic di
Sheridan Act. I nell'articolista Puff.
3282.
Vedi per Plinio, sparsim - Notevole contradizione è il giudizio di Plinio, che
alle volte sottilissimo, prudentissimo, accoglieva altre volte senza esame le
più grosse assurdità: l'ibis, inventore dei serviziali - l'ippopotamo che
quando si sente in corpo pienezza di sangue preme una vena contro qualche
oggetto acuto e si fa un salasso - cavalli pegasi etc. - Plinio nel libro x
(49) pare peraltro che non creda più alle baje romane lanciate
nel libro VIII. - Plinio va ricco di bellissimi passi anche letterariamente o
almeno curiosi - V. Più sotto 3287, 3288, 3289, 3290, 3291, 3292, 3293, 3294. ‹La frase teatrale di Plinio›.
3284.
L'origine dell'uso di tagliar la coda ai cani può trovarsi in ciò che dice
Columella (V. Plinio) ...si XL die quam sit natus castretur morsu cauda
summusque eius articulus auferatur, sequi nervum; exempto nec caudam crescere
nec canes rabidos fieri (Pl. L. VIII. p. 93) ‹Da questi pregiudizi derivò forse
la frase - in cauda venenum›. -
3288.
(Di colei che inventò le vesti bombicine, vesti coe) - Pamphile, Plateae filia,
non fraudanda gloria excogitatae rationis ut denudet feminas vestis... nec
puduit has vestes usurpare etiam viros levitatem propter aestivam - in tantum a
lorica gerenda discessere mores ut oneri sit etiam vestis (Plinius) - Vedi
frase lat. ventum textilem, woven air. ‹Le vesti vennero inventate per
tenere in credito il nudo.›
3295.
Plinio (L. XVI. C. I) descritta la miserabile vita di un popolo
settentrionale, detto dei Cauci, termina dicendo “et hae gentes, si vincantur
hodie a populo Romano, servire se dicunt! ita est profecto; multis fortuna
parcit in poenam” - Ma e la libertà, Plinio mio? non la conti per
nulla?
3305.
la carnosa foglia de' tamarici - le mordaci ortiche - le pungenti foglie
del pino - lampiride, lucciola. -
3315.
Regola capitale nell'arte - half is better than the whole - pléon émisy
pantòs (Esiodo).
3317.
(V. 3306. 3307) Nel Leviathan, Hobbes, dipinge l'umanità
per vile, scellerata etc. - e schiude la setta degli egoisti e dei brutisti.
Eppure la vita di Hobbes fu proba, netta di scandolo. Chi agiva in lui era
l'inclinaz. del tempo ad ogni sorta di paradossi. - Le opere degli autori sono
spesso in contrasto cogli autori stessi: non rade volte uomini melanconici
aquistarono fama come comici scrittori (p. es. il Porta) e viceversa altre
volte. - Nella comicità del Porta c'è però un fondo serissimo.
3318.
Utili nelle note di letteratura alta e bassa - e per la St.
dell'Um. - sono i seguenti cap. di Disraeli (Ediz. Baudry) -
Sul ridicolo, pag. 99 (Miscellanee di lett., Vol. I°) - Miscellanisti pag. 353
(id. v[ol.] 2°) come Erasmo, Montaigne etc. - Dello stile pag. 364, Vol. 2°
(id.) - Lettura, pag. 368 Vol. 2° (id.) - Imitazione e novità pag. 374 Vol. 2°
(id.).
3336.
Per la St. Um. pigliare cognizione delle seg. opere - Senecae
Ludus in morte Claudi - Piero Valeriano, eulogium sulle barbe
- Holstein eulogium del vento Nord - Heinsius L'asino - Menagio
la trasmigrazione del pedante parasita in un papagallo, e la petizione dei
dizionari. - Erasmo dedicò l'elogio della Stultitia (Moria) a Sir Thomas More,
per amore del giuoco di parole - Sallengros, panegirico
dell'ebbrezza - Synesius, elog. della Calvizie etc. ‹V. 3338.›
3338.
(V. 3336) Nota pure la batracomiomachia di Omero, la farfalla di
Spenser, la Zanzara di Virgilio etc. come i nostri capitoli sulle Poste,
sull'orinale etc. - tutti es. di lett. grottesca.
3344.
Utili alle Note lett. e alla St. Um. - i passi nel
Disraeli (Curiosities of Literature) p. es. a p. 40 dove si parla dei
romanzi della Scudéry ‹1700› etc. romanzi la cui lettura
durava 6 mesi - Nomi in voga, Clelie, Ciri Partenissa - Celebre la carta del
royaume du Tendre nella Clelia di M.lle Scudéry etc. - a pag. 50 dove si
parla di letterarie imposture - a p. 46, storie rabbiniche, imp. per la St.
Um. -
3345.
Utili al Libro delle Bizz. i passi di Disraeli (Curiosities of
Literature) - a pag. 60 per la bizz. “Asta di roba fuor d'uso”
tra la quale i giudizi di Dio - a pag. 17 distruzione dei libri per la bizz.
“Giudizio Univ. delle idee” - etc.
3347.
Il Pensiero è anch'esso un'azione - Scribere est agere. - Chi pensa dà la sua
parte di sangue alla patria e all'umanità, nè più nè meno del soldato che cade
trafitto sui campi di battaglia. Il pensiero è sangue.
3348.
È più facile trovare scrittori di poemi epici che non lettori. - Florem putares
nare per liquidum aethera (parlasi di farfalla. cf.
frase di Richter 3221) - A due belle donne si può dire “che non cedono alle
Grazie se non nel numero” - (Di stile conciso) quam multa! quam paucis! - I due
luoghi dello scrittore di genio, sono il suo studio (o meglio, la sua
coscienza) ed il mondo -saltò sul cavallo e la terra de' Filistei corse
a lui ‹(met[afora] orient. che
indica la velocità della corsa).›
3354.
Al fuoco della verità le obbiezioni non sono che mantici.
3356.
Paolo Mamezio frequentemente spendeva un mese a scrivere una sola lettera.
Conf. i fabb[ricati] epistolari di Cicerone e di Plinio - e di Giusti - e lo
spontaneo di Foscolo.
3360.
Il cervello dei nostri bimbi nasce già imbibito di Montesquieu, Locke,
Montaigne, Beccaria etc. prima ancora che ne sappiano i nomi.
3371.
Villon poeta secondario francese, e pur pieno di originalità. ‹Vedi anche studio di Gautier›. Scrisse il Grand et petit
testament. On ne saurait dire si fut la poésie qui l'avait prédisposé à la débauche ou
bien si la débauche éveilla en lui l'inspiration poétique. - Descrive
maravigliosamente tutta l'oscena canaglia parigina: conosce di apparte[ne]rvi,
e dice “ordure sommes et ordure nous suyt” - Condannato a morte si raccomanda a
tutte le puttane etc. e scrive “sçaura mon col que mon cul poise” - Egli
dormiva su un uscio posto su due cavalletti “dans un lieu de mauvais renom - où
jamais femme n'a dit non - ...Publique scole - où l'écolier le meistre
enseigne” - Dice ai giovani “craignez les trous car ils sont dangereux” - e
alle giovani “estimez vos amants selon le revenu”. - Vedi poi sparsim nelle sue
bosinate. “On s'en va tout? or, écoutez - tout aux tavernes et
aux filles” - “Elles rient lorsque bourse pleure” - “Il n'est bon bec
qu'à Paris” etc.
3382.
Quando leggo le infamie, le scelleraggini degli imperatori e dei re, non mi
meraviglio tanto di esse - chè la umana natura è ordinariamente perversa -
quanto dei popoli che le hanno potuto soffrire - Cesare, fu chiamato
regina, prostituta bitinica, lupanare di Nicomede, la moglie di tutti i mariti
e il marito di tutte le mogli - Augusto in tarda età fu viziatore di
vergini come di matrone lo era stato in giovine - Di Tiberio il Caprineo
‹cunnilingue› si disse “hirci vetuli capreis
naturam ligurire” - Eliogabalo non va contato che fra le femmine etc. -
3383.
Secondo Origene, non risusciteranno che i maschi. Altri Padri opinano invece
che i soli eletti non avranno più sesso: i reprobi, al contrario, lo
conserveranno con tutte le loro passioni.
3384.
Come ora a Parigi, fu di moda a Roma tingersi i capelli in giallo o in rosso. E
si tingevano collo zafferano o col sugo di barbabietola. - Usavano anche le
romane spolverizzarsi d'oro i capelli ‹e annerirsi il giro degli occhi coll'antimonio› etc. - Sì volubile la moda poi
nelle pettinature, che gli scultori, effigiando qualche Augusta, mettevano alle
loro statue la parucca posticcia, affine di cangiarla loro col cangiar della
moda. - V. Sat[ira] di Marziale: “Mentre sei in casa, i tuoi capelli sono
assenti e stanno facendosi arricciare da un parrucchiere... nec facies tua
tecum dormit”. - ...Le sue guancie erano una bottega di speziale... -
3386.
Grattarsi la testa con un dito, significava, secondo Seneca, domanda o risposta
in un invito di oscenità. Da noi, ciò si usa toccandosi il naso. - Il dito
impiegato a questi nobili segni, è il cosidetto infame, detto dai Greci katapýgon,
che è il dito che i villani impiegano per skimalìzein ossia per toccare
se nel culo di una gallina c'è l'uovo.
3388.
La puttana è composta cogli elementi del porco, della volpe, del cane, della
scimia, della giumenta, del gatto e dell'asino (Simonide, in Dufour) - Per
quanto onesta una donna, un po' puttana l'è sempre. - Le cortigiane ateniesi
chiamavano un vecchio “babbino” e un giovane “fratellino” - fors'anche per
irritar maggiormente le veneri loro colla idea dell'incesto -
3389.
La passione erotica si accende spesso da quegli stessi rimedi dati ad
estinguerla, come [il] silenzio, l'isolamento, il digiuno. - C'erano in lei
tutte le diaboliche tentazioni dei S. Padri nel deserto -
3391.
L'imagine di Priapo era così comune fra gli antichi, era tanto riprodotta nei
loro utensili domestici etc. che non offendeva più nessun pudore ‹non risvegl. alcuna idea oscena› appunto come succede ora della
esclam. di “cazzo!”. - I baston e i naviselitt (milanesi dolci)
traggono l'origine della lor forma da quelle ciambelle di fior di farina, in
forma di falli o di conni, che gli antichi offrivano a Iside, a Venere, a
Priapo - Il che si potrebbe dire delle moderne maschere di cartapesta, quasi
tutte abbondantissime di naso - derivate dalle maschere falliche dei romani.
3392.
Adone morto e Adone risuscitato - donde le due feste di dolore e di gioja che
commovevano tutta la Grecia [...]
3394.
Ricchissima fu sempre la priapografia in qualunque età. - Tutta la poesia
potrebbe considerarsi come tale. - Cit. i libri di Elefantide, il romanzo
comico e sotadico di Petronio ‹(lo stile di lui in manica di camicia),› l'Arte di Amare di
Ovidio, che è il codice della prostituz. elegante etc. etc. fino alla libreria
della Barry. ‹I libri
erot. di Arn. di Villanova “ut mulier habeat dulcedinem in coitu” - ed il
trattatello “ad virgam erigendam” - Le 36 maniere dell'Aretino (chi dice venti)
coi disegni di Giulio Romano - Il Batacchi, il Baffo, il Porta, il Brofferio
etc.› - I latini chiam[avano]
questi libri “pagina nocturna”.
3397.
A' tempi passati, le meretrici aveano l'obbligo di portare sui vestiti certi
distintivi che le distinguessero dalle non puttane. - Erano, ora, nastri
gialli, or rossi etc. Curioso, sopratutti è il costume della meretrice
Veneziana come si trova nel libro dei vestiti del Vecellio - Oggi invece non
c'è più differenza tra gli abiti delle prostitute e gli abiti delle oneste - e
ciò per la grande ragione che sparve anche la differenza morale [rasura].
- Bel tema di quadro, sarebbe: scena Venezia 1500 e una calle infame. Sulla
porta del lupanare stanno varie puttane, nel lor variopinto e bizzarro costume,
coi ventagli in mano etc. - sfrontatissime. Passa un giovinetto studente,
vestito di nero, con un fiore in mano, dono forse della sua vergine amante.
Contr[asto] fra la sfacciataggine delle donne che cercano di adescarselo, e il
pudore impaurito del giovinetto. -
3398.
il mezzo-matrimonio, il matrimonio colla mano sinistra o in carta semplice -
erotiche insonnie - vergini libate - impura Venus - asiatica lussuria - occhi
venerei, bagnati di voluttà - injuria corporis - boutiques au péché -
ami par amour - moglie d'amore - fille de joie - contava i giorni dagli amanti
(Contavano gli anni, non dai consoli, ma dai mariti. Cic.) - l'intend'io -
amore all'ora, alla carta etc. - divoratrice di amanti.
3399.
Ciascun popolo diede al mal venereo il nome del popolo che gli era più odioso.
Gli Italiani, tedeschi od inglesi lo chiamano Francese - I Francesi, napolitano
- I Persiani, turco; e i turchi, persiano etc. - Abbracci di miele che lasciano
in corpo l'assenzio - il souvenir - lues Syriaca - i non ti scordar
di me delle puttane - ragàdia, fessure infami nell'ano -
3400.
V. per le streghe etc. la Demonologia di Giacomo I Stuardo - Pierias
de strigimagarum demoniumque mirandis - le opere del demonologo Bodin etc.
Furono tempi di demonomania. Il diavolo lo si descriveva in tutte le sue
particolarità “capelli irti, viso pallido e turbato, occhi rotondi,
apertissimi, infiammati, barbetta di capro, piè e mani come quelli di un uomo
ma eguali ed acuti, cioè armatissimi d'unghie, mani alle volte ritorte in forma
d'ix, coda lunga, voce senza tuono, contegno di una persona melancolica
e nojata, ‹odor di caprone›”. - Cit. quella fanciulla che
scrisse una lettera piena di oscenità a Satana perchè venisse la notte a
giacere con lei - Descriz. di tregende se ne trovano di curiose nei processi.
Le streghe ossia le infeudate al diavolo, che lo strioportius conduceva
sul luogo, intingevano penne di gallo nell'orina del diavolo e ne aspergevano
l'assemblea. In gen[erale] la tregenda consisteva in una parodia delle funzioni
religiose. ‹San Bernardo e S. Tomaso
d'Aquino credevano agli incubi e succubi coi demoni e le demoniesse.› - ‹Il dem[onio], servendosi anche
della coda, chiavava in pari tempo la natura e l'ano della strega. -›
3401.
stria (mil.) nel lat. barbaro per strega - Per indicare il denaro
in genere i Francesi dicono l'argent, e noi l'oro - sollazzo,
da souler, soddisfare. cf. solass
mil. salasso, e dif[atti] il coito per l'uomo è un salasso.
3406.
La nostra bosinata sulle puttane, che si trova nella Miscellanea della
Rivoluzione (Bibl. Ambr. Milano) pare ispirata da quella di Coquillart “C'est
assavoir Margot la gent - Jaqueline de Carpentras” etc.
3407.
Un anello a pietra constellata a sè attirava l'amore di Carlomagno - tanto che
morta l'amante di lui che possedea l'anello, C. M. non volea staccarsi
dall'amato cadavere. Ma l'arcivescovo di Colonia indovinando la potenza del
detto anello lo toglie di dito alla morta. Cessa allora l'amore di C. M. per
lei e ricomincia furiosamente per il prelato. L'arcivescovo, tenendosi una mano
sul ghicc, corre a gettarlo in un lago. E allora C. M. s'innamora del
lago, e vi fissa la sua residenza (V. Petrarca e Dufour).
3409.
Tu troverai la virtù - dice Seneca - nel tempio, nel foro, sulle mura della città:
il vizio lo troverai nascosto nelle tenebre, intorno ai bagni “ad loca aedilem
metuentia” - Eppure la virtù tu puoi trovarla, alcune volte, anche quì.
3410.
Secondo me, hanno rapporti tra loro strettissimi, Seneca, Erasmo, Montaigne,
Rabelais etc. - François Rabelais si qualifica abstracteur de quinte essence.
3411.
Diana contessa di Guiche (1580), quando si recava alla messa, in giorno di
festa, soleva farsi accompagnare da un buffone nano, da un mastino, e da una
scimmia (in Dufour). Il segreto di ciò stava nel contrasto di lei, bella, colla
circostante bruttezza - che la rendeva più bella. - Ed è anche per questa
ragione, se molte donne bellissime e libidinose, si accompagnano a brutti
uomini.
3418.
Lo scoglio in cui urtano i più distinti ingegni letterari dell'epoca nostra, è,
strano a dirsi, formato dalle due classiche letterature, greca e latina,
meravigliose. Nei lavori del giorno manca spesso quell'ispirazione odierna che
li farebbe grandissimi - Giovani che promettono coi loro primi saggi cieli
nuovi, invecchiando si lasciano sedurre da quelle due perpetue sirene, e
ritornano a dormir nell'antico. Es. famosi ne sono gli ultimi lavori di Goethe
e Rovani. Da questo punto di vista, Hobbes non ha forse torto di sconsigliare
l'istruz. classica nelle scuole. Eppure io non l'oserei. Là si trovan bellezze,
a nostro paragone, perfette. La lettura di Omero generò forse Virgilio, come
Virgilio, Dante. Tutto sta nell'usarli con precauzione - nel cibarsene in
quella quantità che riesca a medicina, e non a veleno. - Shakspeare e Richter
sono, secondo me, i due soli nuovissimi autori. La loro influenza nella
letteratura avvenire sarà pari a quella d'Omero nella passata.
3419.
Una volta nelle opere d'arte, che aveano per oggetto epoche anteriori a chi le
concepiva, non c'era mai studio di costumi etc. tutto si piegava al tempo
corrente, alla ispirazione momentanea, il che serviva mirabilmente alla storia.
Ora invece, dall'architettura alla letteratura, si fabbrica dello stile: si
vogliono far rivivere i costumi vecchi perfettamente, il che non riesce mai:
per cui, male giovandosi all'archeologia, si giova anche male alla storia. Dico
cioè, che una volta si aveano storici contemporanei, oggi non si hanno che
retrospettivi, quindi anacronici. E questa è artistica disonestà.
3420.
L'uso di mettere in berlina le donne di malavita non riusciva che a metterle
maggiormente in luce e così procurar loro maggiori avventori. - Il che succede
appunto col teatro - che è il più esperto dei ruffiani per una femina.
- il furore amoroso di Cesare - cani reverentia cunni - nati al ventre - occhi
ad amandola - sa di mare (di uno che vende pesci, o di una descrizione del
mare) -
3422.
Il protestantismo ridiede qualche dignità alla vita privata - Il mondo cangia
faccia e non vizio - Ma quel suo, non critico, adulatore,
nell'incensarlo con troppo entusiasmo, gli lasciò andare qualche turibolata in
viso - Voler riformare il mondo a decreti, è impossibile. Si può bensì
comandare che si raccolgano tutte le pere mature, ma che le acerbe maturino,
no. E quì il genio ti mostra che sa capire il suo tempo -
3423.
La sfacciataggine menagiana o il candore dell'etimologia - Nella S.U.
non dimenticare le bosinate mil. - Raff[rontare] anche
l'Um[orismo] ital. del Settentrione col meridionale. - Porta - Belli - Giusti
etc. - L'Um[orismo] lomb. e il veneto. - Les goguenards, i motteggiatori -
3425.
Nei R.F. o nei R.U. (medici) desc. il medico
con intorno una folla di discepoli che tastano un dopo l'altro il povero malato
che ha bisogno di riposo.
3429. cociones (lat.), coyons
(fr.) vilissimi ruffiani - exquisitis poenis, le pene più
squisite - l'amiculum, amicuccio,
era un mantelletto
doppio, senza maniche, appeso con due borchie alle spalle.
3430.
Mi ti do tuttor per niente, disse una meretrice a un filosofo; e questi: costi
troppo. - ta langue ne nuit à personne plus qu'à toi - la spessezza delle
piante usurpava le funzioni della notte - Oppressi dal numero e dallo
svantaggio delle posizioni, cedono alla morte, e non alla paura - coi denari
aquistati in gioventù vendendo l'amore, comincia in vecchiaja a comprarlo -
3431.
R.U. Il Commercio - comedia in cui si tratta delle botteghe
d'amore femminile d'ogni classe. Efippio poeta greco ne scrisse una, con un
simile titolo. - Nel P.O. trattare anche “della vendita dei
bimbi” come spazzacamini, saltimbanchi etc.
3434.
L'ogre dei contes des Féés, ripete le sue origini dalle
infamie del maresciallo Gilles de Retz (1440) stupratore e sgozzatore di
bimbi e bambine.
3435.
Bruscambille, personaggio abbastanza spiritoso dell'antica comedia
francese.
3436.
Uscendo da Parigi mi guardai attorno con quell'aria di sospetto di chi esce
da un lupanare... - Vedi la magnifica satira III di Giovenale che descrive la
Babilonia latina.
3438.
Descriz. - Notte. L'estremità dell'Esquilino, presso la porta Mezia -
circondato da forche e da croci donde pendono i suppliziati e dove il carnefice
ha la sua casa isolata, quasi a sorvegliarli. Ivi è una statua mostruosa di
Priapo, e ivi riparano i ladri e le sagae. (V. Orazio spec. Sat. VIII del libro
I. Olim truncus eram ficulnus, inutile lignum, etc.) -
3440.
girandolare - culattar le panche - pigreggiare - ozioseggiare - musare -
dirindone - lasagnone - panperduto - dormalfuoco - volgiarrosto - L'esercito è
un semenzaio di poltronaggine. Quand'uno è buono a nulla lo si manda a soldato
o a giornalista. Finito il suo ozioso servizio, torna a casa con quel tal osso
nella schiena e appicca la sua malattia a tutto il paese.
3444.
Ep[igrafe] alle novelle dei generosi nel P.O. “mi sia
concesso - ...un cuore aprirvi - un cor che agogna sol d'esser ben noto”
(Manzoni).
3446.
ribaltar la polenta sul tagliere - fiori nati per dispetto - occhi piccoli
e lucidissimi, come se ne veggono talora apparire nei buchi delle tane topine -
s'cioppon de foeugh - la valigia del ventre.
3448.
Del sen dovizie chi ostentò scoperte - scrupoli adotta per magrezza e il
velo (D'Elci) - Empio finch'è robusto, infermo è pio; - saprò dal polso quando
crede in Dio (id.). Rovani migliorò il I° verso, dicendo: Empio se sano, se
malato è pio etc.
3466.
la brevità felice nell'espressione - Le satire d'Elci, sminuzzate, danno
briciole alle volte sublimi - Tutto insieme valgono poco. In esse l'ispirazione
non è unica: è un mosaico di frasi - spesso furate. Non c'è che dire, le
pietruzze son belle, anzi talora son gemme: ma sono non rado riunite fra loro a
danno del generale disegno. ‹Ed è destino di alcuni poeti, che non avranno mai come il D'Elci generale
fama, di giovare alla produzione del pensiero meglio di altri che hanno fama
fin troppa. -›
3467.
il troppo toscano accusa spesso il non toscano.
3482.
Quando calcò reina - Gli scettri eoi la povertà latina (d'Elci). - cf. Giusti “la ricca povertà
dell'Evangelo”.
3496.
Progetti lett. del Dossi. Se la vita non lo tradirà a mezza strada egli ha da
scrivere ancora - (oggi è il 9 d'aprile 1877) - I° Il libro delle bizzarie (Biz.)
dove si dramatizzeranno temi di filosofia e di econ. sociale - 2° Il Premio
dell'Onestà (P.O.) come cioè la virtù, al pari della lett[eratu]ra,
sia premio a sè stessa. E nel P.O. saranno incastonate le novelle
dei generosi (N.G.) - 3° Prime pagine di una Storia dell'Umorismo in Italia
(S.U.) - 4° Note umoristiche di letteratura alta e bassa (V. 2240).
(N.L.) - 5° Ritratti umani (V. 2348) divisi in 12 libri e un'appendice,
di cui una piccola parte è già imprigionata sulla carta (R.U.) - 6° Giorni
di festa (V. 2340) che conterranno quanto potrò raccogliere della domestica
arch[eologia] del mio Milano (G.F.) - 7° Ritratti di famiglia (R.F.)
divisi in due parti, nel quale parlerò de' miei vecchi, e sceneggerò insieme la
vita intima degli italiani pel corso di parecchi secoli - 8° Garibaldi,
dramma-poema (G.) e 9° Colombo, id. - tanto per mettere in
regola i miei titoli anche colla celebrità aulica (C.) - 10° Goccie
d'inchiostro (G I.) cioè tutte quelle scenette, que' piccoli romanzetti
etc. che non esigono troppo inchiostro alla lor trattazione, nè possono
fondersi in un unico tema. - 11° La Rovaniana (Rov.) e 12° La mente
di Giuseppe Rovani - nella prima dei quali sarà trattato dell'uomo, e nella
seconda dello scrittore; il che è un dovere ch'io sento verso di lui e verso
l'Italia - 13° Dell'onestà politica e dell'onestà artistica (O.P.
- O.A.) opuscoli due, necessari per esser ricevuto a paro a paro dagli
scienziati, i quali vogliono almeno l'apparenza della noja - 14° I grandi
sconosciuti (G.S.) - 15° Il libro delle prefazioni (L.P.),
ciascuna delle quali abbia il valore di un libro - 16° L'Osteria (Ost.)
raccolta di vari racconti - 17° Altri racconti, come Le tre bellezze,
i Casi di coscienza - gli Amori imperfetti, il Vangelo
delle Balie, e Le nuove preghiere
‹le Ore di melancolia -
In cerca di un amante (V. 3 bellezze) - L'ora suprema (V.
3581) - Manualetto d'amore (V. 3596)› dove vorrei trasfondere tutto
l'amore ch'io sento, non corrisposto, per i simili miei - 18° Favole e
raccontini alla Schmidt, in cui sarà sminuzzato in tanti esempi la
cattiva opinione che tengo dell'animo umano - 19° Le note alle Lettere (N.L.),
che in certo modo, completando le lettere stesse, narreranno la vita del Dossi
- 20° infine i Cascami dell'imaginazione del Dossi, tutti cioè
gli avanzi e ritagli dei precedenti lavori. - E ciò, quanto alle opere di
creazione. Per quelle di compilazione, ne avrei due in progetto - la prima,
dovrebbe essere un Manuale (esattissimo) per i nomi e le date nella
storia delle tre arti - disposto ad esempio così: Manzoni, nato...
morto... - Inni sacri, anno... - Promessi Sposi, anno...
etc. donde i critici risparmierebbero fatica a sè, e a noi strafalcioni;
l'altra una Guida classica di Roma, contenente oltre le piante
antiche, medioevali e moderne della città - la semplice indicazione dei luoghi,
accompagnate da tutti que' passi classici - contemporanei al monumento -
che vi si riferiscono. - Sarà come un mettere le parole alla architettonica
musica di Roma. ‹3 vol.
- I°. La Ghiaja di Roma (parte antica) - 2° I buchi di Roma (medioevo
ed ep[oca] pontif.) - 3° [lacuna] (parte odierna) - Appendice In
Ciociaria.›
3497.
‹duplic.› Se si tornassero ad usare le
imprese, io me ne troverei quattro adatte - La prima, senza corpo, col motto
“hilaris in tristitia, in hilaritate tristis” (che era quella di Giordano
Bruno, e può esprimere la piega lett. del mio cervello) - la seconda, pur senza
corpo, col motto “Literature, as virtue, is its own reward” massima che ogni
scrittore, spec. se ital., dovrebbe sempre tenersi dinanzi - la terza, una racchetta
artificiale ardente in campo azzurro, col motto brevis sed splendens -
allusione alla più desiderevole vita - la quarta infine, un campo azzurro,
tutto tempestato di occhi, col motto “vigila semper” - avvertimento d'oro, per
un peccatore, sia in arte sia in morale, come il fragile Dossi.
3498.
Ci sono certe buone azioni che, strada facendo, diventano cattive, come il
fondare spedali, dotare fanciulle etc.
3499.
La vanità, che fa impegnare il nascosto orologio per prendere a nolo
l'ostentazione di una catena...
3500.
una ciôcca de sô - cotelett col manegh (coll'osso) - tabarell de pescia o
vestii de quatter altezz (la cassa mortuaria) - La frase imbriacatura di sole,
si potrebbe usare anche a proposito di un lavoro letterario, in cui le troppo
fitte bellezze tolgono la necessaria lena (il necessario ripiano), per poterle
ammirare. Il sole è pur bello se goduto dall'ombra. - Tanto il tutto-bujo
quanto la tutta luce precludono la facoltà visiva.
3501.
[La nota, di poco più che una riga, è accuratamente abrasa
dal ms.].
3502.
I libri del D[ossi] si possono dividere in due classi - in una, la satirica
descrizione della società umana e spec. ital. qual'era a' suoi tempi (Ritratti
Umani), e questi libri appartengono alla storia - nell'altro la
preparazione dell'avvenire, cioè, le poetiche fantasie desiose di epoche nuove
e più oneste, e questi libri appartengono alla filosofia (Regno dei
Cieli - Colonia Felice). - Pure i due generi si fondono in uno nel Premio
dell'Onestà - Altra divisione dell'opera del Dossi, è quella dei
libri del Dossi cattivo (R.U.) e del Dossi buono (C.F.
- R. C., etc.). - Circa il D[ossi] buono, è suo scopo pigliar l'uomo
odierno, ateo, indifferente al vizio e alla virtù e condurlo al bene con
quell'unica mano ch'egli possa seguire - la mano dell'interesse.
3504. L'arte mediterranea
(greco-latina-italiana-spagn. e francese) è più carnale delle altre:
rappresenta la virilità. Più ideali, più schwärmerinnen sono l'arte
Orientale (indiana, araba, etc.) e l'arte occidentale (germanica) che
rappresentano l'infanzia e la vecchiezza. Difatti il bimbo e il vecchio sono
assai più sognatori dell'uomo, il primo per ignoranza, il secondo per scienza -
(il primo per non ben distinguere ancora gli oggetti del mondo in cui entra,
l'altro per la disperazione di non vederli più netti).
3505.
Ogni giorno è un piccolo anno. Ci trovi la primavera nella mattina - l'estate
nel mezzodì - l'autunno al dopopranzo -e l'inverno di notte. E così ogni anno è
un gran giorno.
3506.
La vera critica è un vento che se spegne le candele, ingagliardisce i falò. E
il mio ingegno è un falò.
3507.
La scienza non vale che diventata coscienza.
3508.
Le fate, fées (franc.), ebbero forse origine dalle Nýmphai, anch'esse
mezze deità, tutrici, come le fate, delle fonti.
3509.
Non so pensar che di notte. La luce torna il bujo al mio animo. Di giorno non
mi sta desto che il sonno.
3517.
La poesia a imagini e la poesia a sentenze. La prima è la più antica. Oggi
prevale la seconda - ma già si cerca di maritarle - formando una poesia dalle
imaginose sentenze, o sentenziose imagini. - L'arte magnanima di Michelangiolo.
- Le cruschevoli melensaggini.
3519.
Una volta si scrivevano libri, oggi frammenti di libri. Mangiata la pagnotta
non restano che le briciole.
3520.
cominciavano gli scarabei ad aliare per il giardino (frase indicante l'ora di
sera e il tempo d'Estate).
3521.
Secondo me, tra la pazzia ed il sogno è uno strettissimo nesso. Nello sviluppo
di un sogno, un particolare insignificante della idea precedente genera l'altra
idea e così via. Tal quale della pazzia. Nella sanità invece la sola idea
massima serpeggia unicamente per tutto il discorso e fa da padrona. - V. la
maravigliosa imitazione di pazzia, nello Shakspeare, Re Lear. -
La pazzia si potrebbe chiamare il sogno di chi è sveglio - Tutte le donne
discorrono un po' da pazze.
3522.
Iscriz. su'n'arca di pietra a S. Ambrogio. “Hic jacet Paganus Petrasancta miles
et capitaneus Florentinorum qui obiit anno Dom... et ad cujus funus et
fuerunt quatuor cardinales. - Su'n'altra tomba lessi poi “alla tale
dei tali morta a 70 anni di subito malore”. - Eh via! subito malore dopo
70 anni di malattia?
3523.
Degli uomini grandi (del pensiero) è come dei grandi edifici. Non se ne può
comprendere la grandezza e l'armonia di proporzioni se non da lontano. È
necessario cioè che tra loro e noi si ponga qualche secolo di distanza.
3524.
Grandi Giuseppe, l'autore della statua “Beccaria” la migliore di tutta Milano,
chiama sagacissimamente il mannequin “manutengolo” (quasi manutengolo
della pigrizia) - Parlando poi di certi pittori che fanno gli occhi alle
pulci dice “se vun de sti pitor el sta in contrada di Fior Scur, el se
spaventa tutt, quand el sent che vola ona mosca in Borg-noeuv” (Fiori Scuri e
Borgonuovo sono due vie vicine). - E dice degli scultori che tirano le loro
statue a lucido “ghè i donnett che passa per Brera, e ghe domanden la
polver de marmo a 5 centesim el
scartozell”. Difatti, Grandi, scolpì una bellissima Santa Cecilia da porsi
altissima in una nicchia dei capitelli del Duomo. La Commissione per il
collaudo della statua, venuta nel suo studio, si pose a guardare se lo scultore
avea lisciato le unghie alla Santa. -
3525.
Nel magnifico funerale di Manzoni, si disse che Manzoni era un Santo perchè
dopo morto faceva miracoli, risuscitando nientemeno che i morti, cioè la guardia
nazionale. - La guardia Naz[ionale] ai funebri di Manzoni sentiva di
canfora e pepe: avea i cappotti bucati dalle tarme. Parea che il fucile
portasse il milite e non il milite il fucile. - Il popolo chiedeva “chi è
questo Manzoni?” - E i preti gli rispondevano che era stato quello che avea
posta la tassa del macinato. Va e suda per la gloria!
3526.
Elezione pol[itica] a *. I galoppin e i scarpon (partito dem. e
partito arist.) - In generale i fittabili stanno colla sinistra (democ.) e
l'hanno col governo. - Due i candidati. Il Duca di ** (scarponi) e ***
(galoppini) - Esce un programma, sottoscritto da un mercante di buoi, in cui si
dice che il duca non crede necessario d'intendersela cogli elettori: basta la
stirpe, la nobiltà, il casato etc. etc. Ma tanto il Duca che lo *** comprano i
voti. *** dà 3,50 ciascuno. Il duca, perfino 20 lire. - Quindi pranzi
elettorali etc. etc.
3527.
In certo qual modo il genio sarebbe il perfetto ordine. Le idee sono di
tutti: chi le sa più logicamente ordinare, quello ha maggiore ingegno degli
altri. Chi le ordina in modo sia per la parola, sia per la frase, da non
potersi meglio - quello ha genio.
3528.
P.O. - L'affarismo; le banche, avviate a fallimenti lucrosi - che
non appena sorte, sono sì tosto sparite. - Un tappezziere dà a nolo il mobiglio
compresi gli impiegati, per le banche “nate al fallir”. ‹La bancomania invase l'Italia dal
70 al 75 - arrichendo tanti birbanti, e mettendo sul lastrico tanti sciocchi.› ‹Le imprese in ficio (cotonificio,
setificio etc.)›
3529.
I critici della giornata ci parlano sempre del realismo come di una
moderna trovata. Errore. Se realismo è la copia fedele del vero (intendi
il vero scelto) - ne abbiamo innumerevoli esempi fin dai tempi di
Omero. E così anche ne abbiamo, se per realismo intendono il carnalismo
o brutismo che sarebbe quell'atteggiamento lett. di occuparsi dei
soli sentimenti viziosi della umanità, o dei soli eccitatori ad virgam
erigendam. - Ma secondo me, Realisti e idealisti combattonsi ora,
come già i Classici e i Romantici, senza sapere di che. - Chi più realista d'Omero?
chi più romantico di Virgilio?
3530.
Gli amori di Dafni e Cloe di Longo Sofista (V. Erot. Script.) è una
favola milesia arcadicamente convenzionalissima sul fare di un paesaggio
mit[ologi]co del Poussin. - La sua artificiale ingenuità rasenta a volte la
stoltezza. Tiene però alcune pregevoli scene, come quella della cicala che si
nasconde nel seno della dormente Cloe (V. Lògos A p. 257, v. I Erot.
Script. Teubner). - Nell'altra favola milesia “amori di Abrocome e Antea”, di
Senofonte Efesio, Fiorina (Anthéa) che piglia il falso veleno, ricorda
la Giulietta di Shakespeare. -
3531.
In fondo, s'impara a leggere per leggere il “Pungolo” e il “Secolo”. Chi è
alfabeta, falsifica - L'analfabeta assassina.
3533.
Fu una grande impresa in mia vita quella di pormi tabula rasa a
lunghissimi studi, e d'ingozzare voglia o non voglia tanta nausea di scienza;
ma ancor più grande fu quella... di sbarazzarmene per ritornare alla smarrita
spontaneità. - La scienza inquilina cacciò quasi fuori dal capo il suo naturale
padrone, l'Io. È ora che mi riconquisti.
3534.
Il miglior modo di goder molta libertà è di concederne agli altri, molta.
3535.
R.U. C'era un medico condotto che si fermava, nel suo quotidiano
giro, dinanzi alle case, e chiamando p. es. verso la lobbia di un 5°
piano, dimandava notizie del misero ammalato, e dal cortile prescriveva le
medicine. Ce n'era poi un altro, che girando in timonella, toccava il polso ai
villani suoi clienti colla frusta.
3536.
Agli altri è d'impedimento all'esprimersi la scarsità delle idee, a me la
foltezza.
3537.
I doganieri - sarebbero un bel tema di bosinata mil. -: Motivo:
mentre il contrabbandiere fa sì e sì - e quì si enumera a ogni strofa ciò
che fa il contrabbandiere - la regia dogana, la pesca a tirlindana
- oppure - e i doganer peschen coi lanzetter - o i guardi doganaa,
peschen col linaa - o la regia doganna, la pesca colla canna -
o lor del governa metten giò la spaderna - ‹i regg dogann, ciaven i tosann,› e simili ritornelli. -
Dire nei dog[anieri] di quei due che addormentati in
barca, se la lasciarono tagliare in mezzo dal piroscafo - degli altri che alla
dogana di Chiasso fanno la visita con un sigaro frodato in bocca etc. -
3538.
Le libere aure della Svizzera, impregnate dall'odor di tabacco - Entravamo in
Isvizzera (a Ligornetto). Mi venne voglia di pisciare. Dove la fo? Eh, disse
Perelli, dove vuoi. La Svizzera è tutta a cantoni -
3539.
Ad una più facile interpretazione dei periodi, si richiederebbe anche una posa
minore del punto e virgola e maggiore della semplice virgola - la quale
potrebbe essere indicata con un pajo di virgole ,, - Vedi es. nella Col.
Felice pag. [lacuna] - In ogni caso peraltro, per quanti
punti e per quanti accenti si trovino e si usino, resterà sempre inindicabile
il più importante di tutti - l'accento della passione.
3540.
R.U. (V.2348) Chi sono i parasiti? Il naturalista
vi parlerà dei pidocchi etc. il ricco dei mangiatori erranti etc. - Ci sono i
parasiti della carità etc. e ci sono i parasiti della celebrità come la
Duchessa di Albany per l'Alfieri, gli imitatori, ‹i Cantù ›, i Rosini pei Manzoni etc. Etc.
-R.U. La gente fina (tutta roba grossolana).
3541.
A Ferney sulla fronte della chiesa sta scritto “Voltaire Deo erexit”. E non è
soja bella e buona?
3542.
P.O. Inumano è l'accusare i nostri simili di ciò che si
reputa delitto e di volerneli puniti. Chi mai, offeso delittuosamente da un
fratello o da altro parente, ne invocherebbe dalle leggi la punizione? E non
son forse gli uomini, a chi ben guarda, tutti fratelli?
3543.
Si cita sempre l'Inghilterra, quale la terra della libertà, del progresso etc.
Eppure le ultime ombre del M[edio] E[vo] ivi si stendono ancora. È in
Inghilterra che regna il feudalismo - è l'Inghilterra la patria del mare
clausum. È di lì dove si ajutava sottomano la schiavitù, e si vendeva
l'oppio ai Chinesi, e si schiacciava l'indiana libertà, e si congiurava contro
l'americana. - In Inghilterra il vero re è la ghinea - ivi s'impicca
allegramente - e si bastona; la sua terra è pasta badese per le arti etc.
3544.
Celso, Seneca, Campanella dicono che la flagellazione guarisce dall'ostruzione
di visceri, dalla quarantena, isteria etc. e può applicarsi ad impinguare.
3546.
Sono due sorta di caratteri: l'una per così dire a vapore; l'altra,
a vela. I primi, qualunque tempo faccia, vanno dritti al
lor segno - fosse il carico loro di sola sabbia: gli altri, se il vento non
soffia nelle lor poppe, rimangono immoti, e si consumano - quantunque carichi
delle più preziose merci - in un ozio infecondo -
3547.
La ragione perchè gli autori non-toscani siano oggidì più ricchi d'idee dei
toscani, sta in ciò che noi ci troviamo obbligati a fare uno sforzo per trovar
la parola al pensiero, e però la nostra mente, meditando più della loro,
completa maggiormente l'idea, e spesso, partendo da un'idea mediocre, arriva ad
una sublime. Questa ragione vale anche per la superiorità, in generale, del
verso sulla prosa - esigendo il verso maggiore considerazione. - Anzi, la rima
è spesso suggeritrice d'idee - nei sommi, s'intende - benchè stroppiatrice
negli infimi.
3548.
La desinenza in A (Libro III dei R.U.) è una bricconeria,
fatta da un galantuomo.
3549.
La tricipite arte fra noi - in Francia, e in Germania, è completa. Non così in
Ispagna dove manca la Musica - non così in Inghilterra dove manca la Pittura.
3550.
‹dupl.› Debiti d'onore - si dicono
quelli in cui non c'è niente d'onore - p. es. i debiti di gioco. Una persona
che si rispetta tralascierà di soddisfare ai vecchi conti del calzolajo e del
sarto, per pagare, entro 24 ore, una perdita su una infame carta da gioco. - Azioni
(affari) delicate - in cui la delicatezza entra per vetro rotto. - Tempi
di transazione si dicono certe epoche come la nostra. Ma io
desidererei di sapere come si possa chiamare così una qualunque epoca. Tutte
sono epoche di transazione cioè di passaggio da quanto fu a quel che sarà,
tutte sono il fine di una e il principio di un'altra - come i gradini di una
scala infinita - Tenebre del Medio Evo. Siamo noi che non ci
vediamo, e però diciamo tenebroso l'oggetto. Le tenebre del Medio evo
le ha inventate la poltronaggine. - Del resto gli è dalla notte che naque
il dì - ed è dalla notte che si generano i figli. E quì il figlio si chiama -
la civiltà del dì d'oggi. - Va e fidati delle parole! ‹(V. 3567)›
3551.
Vi ha molti che cercano e credono di compensare la intima e vera onestà (ossia
carità verso gli uomini) che lor manca, con quella esterna e fittizia che ha
nome “pietà religiosa” (ossia carità verso Dio) -
3552.
Certi inchiostri rossi invecchiando diventano neri. Tal'è
dell'animo di alcuni nostri politici.
3553.
Coscienza artistica e coscienza morale. Chi ha molto sviluppata la prima, manca
talora dell'altra. La prima assorbe spesso la seconda. Io, ad esempio, provo
assai più rimorso di una frase mal scritta che di una azione mal fatta.
3554.
A - Giuseppina - per nascita Branduardi, per amore Righetti - cessata a 44 anni
il 13 di novembre 1876. - Diede in vita sorrisi, lagrime in morte - Usò troppo
del cuore - e il cuore la uccise ‹(morì infatti d'aneurisma al cuore)› - (L'epigrafe fu rifiutata).
3555.
Temi di due quadri a riscontro - In uno, il cortile dell'osteria della Noce a
Milano. Rovani a una tavola, circondato da una eletta schiera di letterati e
artisti. Beve e fà loro una lezione di estetica. Questo quadro darebbe
occasione di conservare le sembianze di molti egregi, onor di Milano, quali il
Cremona, il Grandi, il Ranzoni, il Magni, l'Uberti... (e anche il Dossi, in un
canto). E il quadro potrebbe intitolarsi “una cattedra all'aria aperta” -
Nell'altro i giardini pubblici vecchi ‹i cosidetti boschetti›. Manzoni passeggia, solo, ‹un po' curvo colle mani dietro le
reni› e vedi a rispettosa
distanza la sua ombra, cioè l'abate Cerioli. Dalla faccia pensosa del Grande,
si scorge com'egli già viva nel mondo degli spiriti - come ei si senta nel
mezzo di quelle gloriose memorie che Italia chiama - Giuseppe Giusti - Porta -
Grossi - Torti etc. etc. - Il quadro potrebbe dirsi “l'ultimo degli Immortali”.
3556.
A concepire e maturare un uomo che vive, tutt'al più, cento anni, ci vogliono 9
mesi. - Ce ne vorrà dunque meno ad un libro che dee vivere parecchi secoli?
3557.
Un critico, riesca o non riesca ad annientare un autore, è destinato all'oblio.
Poichè, se non ci riesce, cade sotto le ruote del carro trionfale del genio, e
buona notte! non se ne parla più (Es. il Pezzi) - e se al contrario riesce, -
condizione essenziale alla di lui riuscita è di morire vincitore col vinto;
altrimenti l'autore abbattuto, dovrebbe, per lui, ancor vivere. - Cioè a dire,
egli avrebbelo morto, ma nel medesimo tempo, imbalsamato.
3558.
Di certi che a forza di leggere gli altrui pensieri non hanno più agio di
pensare i propri, può dirsi “che si mobigliano sì fattamente la casa da non
potervisi muovere più”. -
3559.
La musica di Rossini non è fatta pei gottosi. È musica d'assalto - fatta a s'ceppa-cazzuu
- “Dei motivi rossiniani al rimbombo militar” (Buratti) - Influenza del
genio di Napoleone sul genio di Rossini.
3560.
Amo il mio Gigi, perchè l'animo suo, da certi alti principi di onestà
all'infuori - mi è totalmente... opposto. Le parti a coda di rondine di
un lavoro da falegname si commettono fra loro più facilmente e più fortemente,
appunto perchè si completano a vicenda. - Altrimenti tanto varrebbe ch'io mi
mettessi dinanzi a uno specchio, che a me ritornasse il mio viso, o sotto una
volta che mi riecheggiasse la voce. Con un amico invece io voglio essere in due
‑ voglio discorrere, sentirmi a contradire... - Con Primo Levi
ad es. - anima gentilissima - non mi sarebbe possibile una perfetta amicizia,
perchè troppo mi è simile. -
3561.
Quante mine d'oro e di gemme giaciono sconosciute! quante anime elette muojono
inavvertite!... And talent weeps and sinks unknown (Goldsmith).
3562.
Jean Paul
Richter, più che un appartamento, è un magazzino di pensieri; come del
rimanente lo sono altri insigni autori quali il Montaigne, Seneca etc. Le loro
opere sono l'effetto e insieme la causa di migliaja di opere.
3563.
Un romanzo perchè sia perfetto - dev'essere, per così dire, un palazzo completo
- ci dev'essere la sala, la cucina, la chiesa, la cantina, il solajo, il
giardino... - E tali sono i due divini romanzi dei Cento Anni e dei Promessi
Sposi. -
3564.
Nello scrivere un libro sono due stadi - il primo di porre, l'altro
di torre. La giudiziosa amputazione delle idee, val spesso più
del suo contrario. - Il non pensiero od il mezzo sono non rado i migliori -
L'imaginazione fresca, e l'imaginazione riscaldata. Quella, all'apparire di un
tema, ne vede tosto lo sviluppo, la forma, e lo foggia a ferro caldo. - Questa,
abbozza lo sviluppo, poi, dopo un prudente intervallo, ne cerca la forma. La
prima imag[inazione] può usarsi nei lavori di piccolissima mole, all'altra
bisogna ubbidire in quelli di lunga in cui occorre di aver sott'occhi tutto il
lavoro innanzi foggiarlo nelle varie sue parti. Dalla imag[inazione] fresca
abbiamo però le impressioni forti; dalla riscaldata le fini.
3565.
L'uomo è tenero del passato, inquantochè, più la memoria di lui va indietro e
più gli avanza la vita. Questo amore dell'uomo, si manifesta nell'individuo
colle autobiografie - nelle famiglie colle genealogie - nelle nazioni colla
storia - e nella umanità colla geologia.
3566.
Frasi felici del D[ossi] - Tenea un piccolissimo pie de. Tale gli chiese chi
fossene il calzolajo. Rispose: mia madre - Domandato perchè non andasse al
bagno di Diana, disse: mi preme troppo la nettezza - Mentre una sposa
mostravagli i maritali giojelli, sospirò: ecco le gioje del matrimonio! -
Dicendogli con protezione un editore “eh qualche giorno, faremo insieme un
affare, signor Dossi” - rispose: io faccio libri, e non affari. - Mostrandogli
tale una nuova farmacia, messa a bronzi di color verde cupo, e dicendogli “fa
paura” rispose con un sospiro “non abbastanza” - E il D. non scriveva il
proprio nome sui libri che comprava se non dopo di averli letti e meditati,
dicendo che solo allora poteva chiamarli suoi - Parlando poi degli
autori antichi e degli odierni, osservava che i primi erano bei morti e
i secondi brutti vivi - Due soli, ch'io mi ricorda, sono i suoi calembourgs
- il primo agricolo-letterario “Il miglior riso è quello di
Lombardia” - l'altro, in risposta a chi gli contava di un ammutinamento di
donne, “Ammutinamento?” fece “impossibile!” - V. sparsim.
3567.
(v. 3550) Dormire in piuma, nel ricettario del linguaggio
convenzionale sarebbe il più squisito dormire. Eppure non c'è letto più infame
di uno di piuma. Meglio assai una pietra. - E così del giacersi o del vivere in
rosa, in uso fra i Sibariti, che a quanto pare non pativano di male
di capo.
3568.
Il Premio dell'onestà (titolo provv. - o della Virtù) dovrebbe
essere il complemento della Colonia Felice. In questa trattai
dell'uomo necessitato dal proprio egoismo a fare il bene altrui pel proprio
interesse. Nel P.O. vorrei rispondere all'obbiezione, che
nell'umana società, prosperando il più delle volte il malvagio e andando il
buono al fondo, il proprio interesse consiglierebbe invece ad esser malvagi. -
E vi risponderei, dramatizzando la sentenza che la virtù è premio a
sè stessa, e che quindi a dispetto d'ogni altro interesse, gli è di tutto
il maggiore - col presentare un uomo incoreggibilmente buono in mezzo ad una
Società di malvagi, un uomo cioè, che nato nelle migliori condizioni di
famiglia, di censo, e d'intelligenza - a forza di fare il bene e ostinandosi in
quello, nonostante una infinita sequela di delusioni, finisce a rovinarsi
completamente - nelle sostanze, nella salute e perfin nella fama - eppure - mai
non si pente - e all'ospedale, solo e tradito - muore con un sorriso di
felicità. ‹Evitare però lo scoglio
che il mio eroe sembri, più che un buono, un minchione. Egli dev'essere
scientemente buono - accorgersi e dolersi degli inganni, ma vendicarsene di
proposito con nuove e maggiori bontà.› ‹Diff[icol]tà
a vincere - Il mio eroe dee apparire generosissimo sempre e minchione mai.› - In questo romanzo potrei
sfogare tutto il mio cuore - un cor... “che agogna sol d'esser ben noto”
nell'eroe, ascrivendo a lui ogni mia fantasia o pazzia di generosità - e potrei
insieme sfogare nel mondo che lo circonda quanta perfidia mia, o d'altrui mi si
cova in cervello. - Attraversando poi il mio eroe moltissime classi di gente -
affine di trovarsene tinto da tutte - avrei agio di toccare col mio frustino
satirico ogni parte della moderna società - e quindi di poter offrire
all'Italia il suo terzo romanzo completo. - Ma oh quanti mi si vogliono ancora
entusiasmi ed esperienze!
3569.
Nel P.O. o quale sua aggiunta - le Novelle dei generosi -
ossia esempi di non sospettata domestica magnanimità - E guerra alla morale
ufficiale! - E metterò l'uomo in conflitto, non tra i vizi e le virtù - di cui
la scelta è assai piana - ma fra le virtù e le virtù. - Vedi per le N.G.
sparsim.
3572.
Una volta i novellieri contavano le novelle, oggi contano sè stessi.
3573.
Secondo me, la miglior lode su un epitafio sarebbe “nato cattivo e lungamente
vissuto, pur morì buono”.
3574.
Si parlava una sera, in casa mia, della lucilina e dell'olio, e dicendo mia
madre che la prima affatica troppo la vista e la spegne presto, a differenza
dell'olio..., tanto è vero che i nostri vecchi conservavano tardi i loro occhi,
appunto per grazia di lui - saltò su a dire Gorini “il miglior modo per
conservarsi la vista è di non leggere. E i nostri vecchi non sapevano leggere”.
-
3575.
L'amore sessuale, potente eccitatore dei nervi, scuote anche la fantasia.
Produce non solo gli uomini ma anche le idee; non solo i corpi ma anche le
anime. - Il cazzo crea tutto. ‹Sator mundi (come nell'iscrizione del Museo
segreto di Napoli).›
3576.
Le Finanze e la pub. beneficenza che domandano sempre nuovi sussidi, mi
ricordano quella bussoletta di chiesa sulla quale un burlone avea scritto “fate
elemosina pei ladri della parrocchia” -
3577.
Stronomia, scienza amena - che ci fai guardare in su - Finestre chiuse aritmeticamente
(per ermetic.) dicea un mio servo. -
3578.
Mi trovo ora (1875) nello stato di fortuna il più propizio a dare
letterariamente bei frutti, avendone tanto da poter studiare come il mio
ingegno vuole, ma non abbastanza da far altra cosa che non sia studio.
3579.
La vita di molti grandi, come Tasso, Camoens, Rovani può riassumersi in queste
tre parole - genio, ospedale, gloria -
3580.
(R.U. v. 2348) I cretini - Non crediate
ch'io vi parli di quella semplice specie ‹celebre nelle valli di Sion e d'Aosta› che sta sulla sedia forata,
senza sua colpa etc. I miei cretini seggono invece in gran pompa negli stalli
academici, nelle sedie presidenziali, sui troni. Per diventar tali non basta la
natura; è necessaria una ferrea volontà - 18 ore al giorno per lo meno di
studio. E sono coloro che rifiutano di pensare col proprio capo, che si
uccidono il proprio cervello col cervello altrui etc.
3581.
Adele Lutzen, giovinetta di 17 anni, in agonia per tisi, salutò babbo, mamma,
fratellini, poi cadde in deliquio. Ma rinvenuta, ed essendole chiesto da mamma
se ancora la conoscesse - “no - rispose - non vi voglio conoscere più, per non
perdervi un'altra volta”. Due ore dopo era morta. - Altro giovine che morì
tisico, negli ultimi giorni, avea perduto il palato. Volendo però mostrarsi
grato a un amico che mai non si partiva da lui, col lodargli i cibi ch'esso gli
cucinava di sua propria mano, invece di dire mangiando “oh buono” diceva “oh
bello!” - Utile e curioso sarebbe un libriccino che contenesse la descrizione
degli ultimi istanti di molti. Poichè è allora che, spesso, la fiamma dell'ingegno,
inanzi di spegnersi, dà l'ultimo sprazzo di luce - vividissimo -
3582.
Alcuni sono capaci all'ingrosso di atti generosissimi, che poi al
minuto, li fanno iniquamente scontare, goccia per goccia, a quelli stessi
che hanno beneficato. Es. me.
3583.
Il ricatto scientifico e letterario è in gran fiore in Italia, massime nel
Napoletano. Auto-presidenti effett. di società che non hanno nè locali, nè
archivi, nè scopi, nominano da tutte le parti altri presidenti onorari con
diplomi e medaglia d'oro, solleticando in tal modo la piccola vanità. - I
merlotti cascano a nuvole nella rete - pagando tasse d'ingresso, indoratura di
medaglia etc. V. ad es. il conte Cavagna e le sue due pagine di titoli
academici cilappeschi sulla guida di Milano del 74. - C'è poi a Napoli
un Commendatore *, che si sottoscrive “fondatore della società dei Salvatori in
Italia e traduttore della Divina comedia in dialetto napoletano”, il
quale riuscì a imbrogliare il re stesso. Aggiungi, il circolo filologico
Giambattista Vico e i suoi medagliati, aggiungi, i circoli per le bibl.
circolanti che si fanno donare i libri per venderli etc. - Altra truffa insigne
è il Dizionario biografico di Ginevra ‹o di **›. Il suo compilatore scrive al
tale o tal'altro scienziato o letterato europeo chiedendogli notizie
biografiche sul di lui conto. Allora il merlo (che ad es. può essere il prof.
Cantoni di matematica) grattato nella vanità, scrive, e manda un fascicolo.
Risponde il compilatore che stampar costa e che però egli deve L. 400. Il merlo
per non perdere la propria fatica manda il chiesto denaro. Risponde ancora il
compilatore, che sarebbe ben fatto abbonarsi. Così egli ha collaborazione non
solo gratuita ma pagata a lui - e di più, un abbonamento. - Altre truffe - chi
cerca la fotografia al tale o talaltro scienziato o lett[erato] per una Società
e la firma - chi distribuisce commende e cavalierati di ordini cavallereschi,
spacciandosi per un Paleologo od un Gonzaga - etc. etc. - Cit. poi l'usuale ricatto
dei giornalisti, che ritengono abbonati chi non respinge il loro giornale;
cit. la signorina Atenaide Zaira Pieromaldi, fondatrice e direttrice
della Società cosmico umanitaria contro la guerra, il duello, il
suicidio, la pena di morte e il matrimonio. - Cit.
anche le dotte canzonature delle leggi regie, delle vite di un
santo padre trecentista di Leopardi etc.
3584.
Truffe non letterarie - Truffa 1a. Tale avea promesso d'indicare ai molti papà un
certo suo mezzo perchè i loro figli potessero sottrarsi alla leva in piena
legalità - a patto che gli dessero un tanto. Il tanto fu dato; e allora egli
disse: mandateli a volontari. - Fu processato. Se la cavò. - Truffa 2a. I
promettitori di terni sulla base infallibile della matematica. Il
prof. 4. 75. 86. di Vienna non richiede se non i francobolli per la risposta.
Ma attendetela, se avete pazienza! - Truffa 3a. Società per le scommesse dello
Sport. Tasse di tre categorie. Fioccano i merli. A chi paga la tassa di 1a cat. lire 100 si risponde che questa è tutta
coperta, e che non c'è che qualche biglietto per le tasse della 3a di L. 500... - Truffa 4a. I prestiti della città tale
o tal'altra di Germania, pagabili a rate... - Ma e chi potrebbe enumerare le
truffe? È più facile dire - il mondo è un'unica truffa.
3585.
Truffe non lett. - L'indicazione del domicilio di certe società imbroglione,
conduce in anditi senza riuscita e senza porta, e una volta condusse in un
cesso. Mi contava Gorini, che una volta, a Parigi, incaricato di cercare la
sede di una società per il gaz, alla quale un municipio d'Italia avea già
anticipato parte del prezzo per lavori a farsi, riuscì, dopo molte ricerche, a
scoprire un bugigattolo con entro un vecchio. E Gorini gli chiese del direttore.
Il vecchio rispose che il direttore era assente per grandi affari, e aggiunse
“torni fra 8 giorni”. Tornò Gorini, e più non trovò nè vecchio nè bugigattolo.
3586.
Fiaba raccontatami da un alpigiano (Val Ganna). Pipetta domanda tre grazie al
divin Maestro: la prima di un sacco in cui entri qualunque cosa a lui piaccia -
la seconda di un violino, sonando il quale ballino tutti, la terza, di uno
schioppo che colga tutto ciò ch'ei miri. Il divin Maestro accorda le tre grazie
al Pipetta. Il Pipetta passa da un salumiere, ha fame, vede un salame e gli
dice “va dentro” e il salame è nel sacco. Incontra poi un curato cacciatore
che, abbattuta una lepre, fa per pigliarla. Egli suona il violino e il curato
si mette a ballare stracciandosi i panni in mezzo alle siepi. E il Pipetta
raccoglie la lepre. - Un amico che soprariva con un asino carico di pentolini
di Biella lo prega di una sonata. Pipetta suona. Balla il padrone, balla
l'asino e tutte le bielle vanno in frantumi. - Ma il Pipetta è condannato a
morte. Chiede la grazia di fare prima una sonatina. Ballano i giudici, balla il
boja, ballano gli spettatori ed egli fugge. - Muore infine, in età avanzata. Il
Paradiso non lo vuole, e l'Inferno gli chiude le porte. Torna di sù, e chiede
per solo favore a S. Pietro di deporre in Paradiso il suo sacco. Accordato. E
allora dice: ch'io vada nel sacco - ed ecco il Pipetta in Paradiso. -
3587.
Conf. il Pervigilium Veneris, col Carme de rosis nascentibus (Anth.
latin. fas. 2 pag. 98. Teubner) i quali mi pajono fattura di una stessa mano. -
Oh come in entrambi spira la matinale primaverile freschezza!
3588.
i mangiatori di riso (gli Indiani) - i mangiatori di datteri (gli Africani).
3593.
Certo Scopini proponeva a Carlo Porta di far parte con lui di una società. Non
ho nulla in contrario, disse Porta, ma giacchè hai fatto due, fa anche tre, e
cerca d'introdurre nella società anche il cardinale Ruff. Così la ditta sarà
completa “Porta-Ruff e Scovin” (pattumiera e scopa) -
3594.
La predica di Bordaloue (?) in presenza del cadavere di Luigi XIV e di tutta la
corte - splendidissima. La Francia era allora al suo apogeo, per lettere,
scienze, armi. Il silenzio è generale. Tutti fissano l'autore. Egli si
raccoglie un istante e comincia “Dieu seul est grand!”... -
3595.
I Missionari Cattolici, a differenza dei protestanti, invece di tentare la
conversione dei selvaggi coll'insegnar loro le umane universali regole del
Vangelo, s'intende, col contrafforto della pagnotta, ancor prima di parlar loro
di Dio, parlano dell'Immacolata e del Purgatorio. E credono poi di averne
convertite migliaja quando possono arrivarli con una secchiata di aqua
benedetta.
3596.
Manualetto d'amore, sarebbe il titolo di un dizionarietto in cui
vorrei mostrare artisticamente agli amanti molti mezzi gentili di esprimere il
proprio affetto, avvalorandoli, dove si possa, di classici esempi. - Per es. il
ber baci - cioè il bere nel bicchiere dell'amato al posto dov'egli pose
le labbra.
3597.
Legna tarlata arde più della verde - può dirsi dell'amore in tarda età.
3598.
Dicitur, che un conte Sola, a' tempi del giallo e nero, chiese al Tribunale
araldico e ottenne, pagando un centinajo di fiorini, la concessione di alzare
la coda del cane che figurava nel suo stemma e che la teneva prima fra le
gambe.
3599.
Usare antiche similitudini per esprimere fatti o pensieri odierni è ridicolo.
Il “tra Scilla e Cariddi” non ha più senso. Se ne potrebbe però godere ancora
lo stampo, dicendo invece “tra un ladro e una guardia di questura”. Tutto in un
libro dee concorrere a far storia.
3600.
(dal vero) Stab. di educaz. femm. della signora Virginia * a **. La S.ra Virginia è una donna isterica in sui 40 anni:
cangia tutti i dì toeletta: chiama in sua stanza le scolare per farsi
arricciare i capelli e aggiustar le polpette; attraversa le aule in veste di cachemire
ondeggiante; assiste al pranzo delle convittrici in soprabito di velluto,
trine e veletta. Ha un amante, Pio ***. Le ragazze lo sanno, e passando presso
la direttrice sussurrano... pio... pio - Quando poi la direttrice è più cattiva
del solito e amministra rabbiosa alle scolare pizzicotti e ceffate, le
poverette invocano sotto voce il Pio “oh vieni pio pio... e falla contenta” -
Il dormitorio delle grandi è a terreno presso la sala. Scendono dal letto, si
avvicinano alla porta e spiando vedono e sentono cosa dicono e fanno il Pio e
la S.ra Virginia. - In anticamera c'è sempre appeso
qualche soprabito d'uomo - Appressandosi poi il suo giorno onomastico, se la
direttrice desidera una toilette (e l'ha già scelta) una delle maestre
suggerisce alle scolare di comprarle e donarle la detta toilette “un
vestito per es. sì e sì”, dice la maestra, e mostra loro un campione della
veste che la S.ra Virginia s'è già comandato. E allora le
ragazze sottoscrivono tutte. Guai chi sottoscrive poco! ramanzine, pensi etc...
- Ma intanto che la S.ra Virginia spende e
spande, sua madre - una madrazza sciammanata e taccagna, che attraversa
zoppicando le scuole - vende alle scolare le penne, gli aghi etc. al minuto,
facendoli loro pagare due o tre quattrini ciascuno. Come poi le aule son vuote,
va a raccogliere sotto i panchi gli aghi, e i ditali perduti e li rivende alle
loro proprietarie... ‹Quando
qualche zuffetto di scolara, castigata dalla direttrice, minaccia di lasciarla,
è la mamma che s'intromette dicendo: via piccina... non dare ascolto alla mia
Virginia... sai ch'è un po' pazza etc. etc.› -
3601.
P.O. - Il colore del nostro giornale sarà quello dell'onestà - se
l'onestà può avere un colore. - L'inonestà è sempre tale, sia essa vestita di
rosso, d'azzurro o di nero.
3602.
Musica è sorella di religione. Molti tra i primi (intendi primi in ragione di
tempo) maestri di musica, furono ecclesiastici. E furono grandi perchè hanno
avuto grandi scolari. - Così molti ecclesiastici furono anche eccellenti
astronomi - Cit. la frase, per me stolta, di colui che domandato cosa avesse
veduto di strano nel suo viaggio in Ispagna, rispose “un astronomo ateo”.
3603.
Nei giardini lungo il Naviglio milanese si coltivano fiori e flussioni.
3604.
Domandandosi al nipotino di un ricco signore, che cosa intendesse di fare,
quando sarebbe grande, e avendo egli risposto più volte di no alle
domande vorresti fare il cocchiere? il calzolajo? etc. rispose
infine “vorrei fare lo zio”. -
3605.
(V. Prog. lett. del Dossi 3496. n. 17) Le tre bellezze sarebbe un
racconto in cui tale, in cerca di moglie, s'innamora prima di una che ha la
bellezza della forma - poi d'altra che l'ha dell'ingegno - poi di una terza che
l'ha del cuore. Mostrare dramm.te come quest'ultima bellezza faccia
parere fin brutte le altre due.
3606.
Anche i pochi codini si credono progressisti illusi dal generale progresso. Chè
di loro succede come di chi stando nel vagone di un immoto convoglio, e
vedendosi a paro un altro convoglio che progredisce - crede pur lui di
progredire col proprio. -
3607.
giovinastri - quasi giovini-astri - limo, fango, quasi l'imo,
il fondo, che è la parte dove siede la feccia, il fango etc. - Chichina!
escl. mil. di gioja - già el Domm l'è faa, già el dazi l'è pagaa,
- si dice di chi è giallo di colorito - Etimol. sguardi supplichevoli vogliono
dire sguardi a ginocchi -.
3608. Lo stile del giornalismo
odierno è “forbice e colla” -
3609.
Ero di una sì incorreggibile ignoranza negli affari domestici che mia madre
soleva dire “quel poco che ho, già sapete che è per voi, figli miei, metà per
uno. Io non farò testamento che per una sol cosa - cioè per lasciare a qualcuno
mio figlio Alberto”.
3610.
C'è un prof. di matem. a Pavia, certo Angelo Vecchio, che non fa altro da
mattina a sera che indovinare sciarade, logògrifi e rebus, passando così con
assai poca fatica, fra suoi amici da caffè, per un grande scienziato. - Altro
prof. di matem., pur di Pavia, il Codazzi, è abbonato a tutti i giornali di
moda. Beve ogni sera parecchi litri di vino, ma a un quintino per volta e gode
di vederseli tutti innanzi vuotati. E a ciascuno che smorza, dice “un altro
quintino”. Raso poi, chiama il garzone dicendo: un mezzo qualunque per
trasportarmi a casa. -
3611.
C'è chi si compra i suoi antenati alle aste amichevoli e giudiziarie. ‹cf. canvass of family›.
3612.
Tale, prese un purgante sì eroico, che, sedutosi alla latrina con un cappellone
in testa, cacò tutto sè stesso, meno il cappello, che restò sul buco del cesso,
coprendolo -
3613.
Pel dramma-poema Colombo, pigliar cognizione del poema di Lorenzo
Costa - dell'Oceano di Tassoni - di Humbold[t], che ne trattò più in
riguardo alla scienza che alla fantasia - di Washington Irwing etc.
3614.
Una volta l'ingegno valeva qualchecosa di più che non ora. Una bell'ode ci dava
un governo. Ma oggi, in cui tutto è irregimentato, protocollato, bollato,
l'uomo d'ingegno e lo stolto si trovano a pari condizione. Ci è necessario far
coda per procedere d'un passo. Se lo stolto innanzi non va, non sperar di
avanzare, o tu, uomo d'ingegno.
3615.
La misura dell'ingegno degli altri, io la trovo nel vario grado che assume il
mio, nei differenti contatti col loro -
3616.
La previdenza insegna all'uomo di seminar sempre e coltivare affetti nuovi, i
quali possano compensarlo dei vecchi di cui purtroppo ne muor qualcuno ogni dì.
-
3617. Non c'è bestia più bestia
del villano ignorante. Qua romanzieri che vi compiacete a descrivere arcadici
paesaggi! Il villano non ha religione, ma superstizioni. È vendicativo, dà il
fuoco alle cascine del padrone, ne avvelena i cani, invidioso del pane che loro
si dà. - Rogatus, negat - pulsatus pregat - pugnis concisus adorat - E voi,
preti bricconi, parlate loro dal pulpito della immacolatezza di Maria e di
simili sottilità teologiche! Loro insegnate invece a non rubare - o meglio -
leggete loro gli articoli del codice!... E noi, stolti umanitari, dimandiamo il
suffragio universale! - Sferza! ecco l'unica educazione per un villano;
carabinieri! - ecco i soli possibili educatori.
3618.
Ad un ragazzo (d'Induno) che il padre batteva quotidianamente fu suggerito da
un prete di farsi scrivere sulle chiappe i nomi di S. Francesco e di S.
Antonio, chè così le avrebbe scampate dalla battitura. Detto fatto, quando il
padre gli cava i calzoni per sculacciarlo, vedendo i santi nomi “al miracolo”
grida, s'inginocchia, e devotamente bacia al bimbo le natiche, divenute reliquie.
E tutto il villaggio lo imita. ‹Si noti che questo aneddoto mi fu raccontato dal curato del villaggio -
bigottissimo!›
3619.
Scrivo troppo male per scrivere a te - dicevami la mia A. Ed io: t'amo troppo,
per ricordarmi, leggendo le lettere tue, che c'è una sintassi e una ortografia.
3620.
Gli amori delle monache finiscono spesso nel cesso (allusione agli
infanticidi).
3621.
Il Signor Giovanni de Castro imitò il Dossi, in un suo racconto dal titolo Felicità
inedita (n. 16, 17 aprile 1874, giornale La Varietà di Milano) tolto
dall'Amore perduto (R.U. Calamajo di un medico) -
Ambrogio Bazzero imitò lo stesso col suo Riflesso Azzurro, preso
dall'Altrieri - Benedetto Giussani id. col suo Titano, attinto,
per le frasi etc. dall'Alberto Pisani.
3622. Nell'O.P.
discutere sulla convenienza e sulla onestà della disciplina di partito - Id.
sull'assassinio politico, fissandone i limiti - cioè quando gli si debba la
galera e quando la Statua.
3623.
Il genio è una torcia. Per illuminare altrui deve consumare sè stesso (V. Bizz.
‹3627.› 6). Il genio è un
incendio. Perchè duri, bisogna aggiungergli sempre materia nuova.
3624.
I voli dei moderni poeti sono voli di pollo e non di aquila.
3625.
Non ti fidar delle bionde! Ama le nere. Le bionde possono essere amate. Le nere
amano.
3626.
(Bizz. V. 3627. 30) Alla verità non si era mai creduto ma
oggidì si comincia a non credere neppure alla bugia. -
3627.
(V. 3496. Bizz. I° e sparsim, bizz.) - Progetto di libro
intitolato Il libro delle bizzarie del Dossi, dove in forma stramba e
paradossale si dramatizzeranno pagine dell'odierna economia sociale, storia,
filosofia etc. facendosene nello stesso tempo la satira. ‹Ep[igrafe] non est ingenium sine
mixtura dementiae› - Il
libro sarà diviso a press'a poco come segue. Bizz. lett. I°
Prefazione. - 2° Il giudizio universale delle Idee - 3° Saggi di critica nuova
- 4° Asta della libreria del D. - 5° La mia famiglia - 6° Theòn ménima -
7° La Satira della Satira - 8° Ricetta per fabricare gli uomini illustri - 9°
La caccia alle idee - 10° Filosofia gramaticale (V. 679 e N.L.)
- 11° Il filosofo e la sua serva - 12° I sogni classici del prof.
Pallanza - 13° Lettera alla posterità (V. quella di Petrarca) - 14° Prolusione
di un corso di storia del secolo XIX nel secolo L. - 15° Lezione di Letteratura
(C. D. e il suo tempo) - (bizz. fil. econ. stor.) -
16° Il regno delle macchine - 17° L'abolizione della fame - 18° Il mercato
universale - 19° W. l'eguaglianza! - 20° La utilità della inutilità - 21°
L'Esiglio del Dolore - 22° La morte della morte - 23° Le idee all'ingrosso e le
idee al minuto - 24° Il bene del male (2677) (l'amicizia dei nemici 2948) - 25°
La giustizia della giustizia (Cit. ing[iustizie] legali) - 26° Rivolta in
paradiso (contro la perfetta felicità e la conseguente noja) - 27° La gloria
(165) - 28° Panegirico del nulla - 29° La lode della Malattia - 30° La lode
della menzogna - 31° Inno alla Paura - 32° La morte del Diavolo (a. È
morto. b. lode. c. chi è morto? Il diavolo) - 33° Transazione
fra Dio e il diavolo ‹in cui
si riconoscono stretti parenti, anzi gemelli. Il Diavolo è il complemento di
Dio.› (in forma d'atto
notarile - oggi il vizio si confonde colla virtù etc.) - 34° Asta giudiziale
delle idee fuor d'uso - 35° L'inaugurazione del Palazzo della Civiltà (enum.
tra le statue i benef. dell'Um.) - 35b (54) L'Anticristo (lucromania)
- 35c (55) 15 giorni di dispotismo - (bizz. varie) -
36° Il Messia dei cani - 37° Filosofia dei cenci - 38° La poesia della
merda (Oraz. fatta col culo) - 39° La uccisione del sonno (cominc. colla frase
di Lady Macbeth. - disc. se il sonno è tempo perduto, se è morte o vita) - 40°
Vettura, ferrovia e pallone (rel.te alle idee) - 41° Il Vampiro (zia
Marianna) - 42° Catalogo di una galleria di quadri e di statue - 43° Collezione
di cervelli (cerebro universale - pensiero e azione, cosa unica - tutto si vale)
- 44° Homunculus - 45° L'Uomo-spirito - (bizz. sent.) - 46°
Lettere alla mia ignota amante - 47° Ciò che vedo nel fuoco e nelle nubi e
ciò che mi dice il rombo del campanone del Duomo - 48° Manualetto d'amore - 49°
Il capitolo dei baci - 50° Le voluttà (coito, meditazione, svenimento,
impiccagione etc.) - 51° I miei progetti - 52° Il glande impietrito - 53° Il
tombone di S. Marco - 54° (V. 35b) L'anticristo - 55° (V. 35c)
15 giorni di dispotismo - ‹56° Viaggio di un microscopico intorno al pianeta Uomo - 57° Dall'album di
un lunatico, nel suo viaggio in Terra - 58° Guerra alla guerra - 59° L'altro
mondo - 60° Sezione del cerv. del D. - 61° Pensiero e azione (V. 45) - 62° La
morte della sensibilità - 63° Dei vantaggi dell'ineducazione - dedica a
Mgr. Della Casa e a M. Gioja. - 64° Dei vantaggi della pazzia - confutaz. da
giuoco all'ultimo capit. di Mausdley (responsabilità nelle malattie mentali) -
65° Le possessioni di chi non ne ha - 66° La miglior forma di governo (il
non-governo) - 67° Il libero arbitrio - 68° La Guerra delle Parole - 69° La
lamentazione di un cadavere pietrificato (V. 4744) - 70° Kòpros - 71°
Progetto per un perfetto principe costituzionale - 72° Vita economica
artificiale - 73° Diagnosi medica e critica letteraria - 74° Storia di avvenimenti
non accaduti; prolusione universitaria (n. 5029) - 75° Letteratura
internazionale - 76° Gli ultimi inquilini della Terra› - In particolare V. l'indice al
titolo Bizz.
3628.
A me, che cerco l'amore, consigliano il matrimonio. Rispondo: sono un cavallo
da corsa io, e non da tiro.
3629.
D.M. il cui unico atto di coraggio in vita sua fu lo scappare. - D.M. teme
l'aria, teme l'aqua - Per lui una passeggiata su'na montagna è una impresa
eroica; per lui è pericoloso traversare un lago lievemente increspato. Nella
notte non vede che ladri etc.
3630.
O geloso, vuoi bella la tua amante, e poi vuoi che non piaccia ad alcuno!
3631 a). R.U. I sudicioni. Silvia C. teneva i
suoi vestiti di velluto in uno stanzone appesi a una corda, tutti infangati,
finchè venisse il tempo di metterli in casse e mandarli in campagna dove, una
volta all'anno, la fattora s'incaricava di pulirli. - Il Sig. C. dormiva con su
gli stivali - Due insigni sudicioni furono l'* e il Savon - ‹Era chiamato Savon e non
l'adoprava mai.› - Gli
scienziati in generale lo sono, forse per lo stretto rapporto tra la scienza e
il sapere.
3631 b).
(Bizz.
V. 3627) Viaggio di un lunatico 57. La tanto invocata pace
universale regnava sulla terra. Non si parlava più nè di re nè di stranieri. Le
nazioni non rappresentavano che grandi municipalità. Si stabiliscono colla
geometria comunicazioni colla luna. Guerra colla luna etc. - opp. il lunatico fa
una gita tra noi, e descrive le nostre abitudini, le nostre figure etc. con
termini e circonlocuzioni sì strane da farle parere tutt'altro - Abolizione
della fame 17. Decreto del Padre Eterno che abolisce la fame per cui tutti
si lamentavano. Effetti. Non c'è più ricco: 100.000 lire un pajo di scarpe,
spopolati gli uffici, le arti abbandonate. Finchè dura l'antica scorta di abiti
e attrezzi nessuno si muove - indi tumulto. - Dopo vari anni si ristabilisce
l'equilibrio. Quello in cui il cibo non produce altro che vita pare il più
odioso lavoro etc. etc. (Esprim. meglio) - La morte della morte 22.
L'uomo riesce a ridurre in un canto la morte necessaria e ad ucciderla (il
genio l'avea già spesso addormentata). Pei primi anni, tutto va bene. Dopo un
secolo, raddoppiano i suicidi - dopo due triplicano. La varietà ha limiti. Gli
uomini cominciano ad accorgersi di tutto l'orrore che in sè ha l'idea
dell'eternità; non c'è alcuno ci possa resistere - e fuggono tutti - Rivolta
in Paradiso 26. Dopo centomila anni di forzata felicità - il Paradiso è un
solo sbadiglio. ‹La
compagnia degli stolti ignoranti forma il Paradiso - monache e frati dalle
ascelle puzzolenti - La gente d'ingegno - è tutta all'inferno.› ‹S'invidia ai dannati.› S. Agostino comincia a trovare
che il volto del Padre Eterno è un po' troppo quell'uno. Consiglio - Rivolta -
Le porte sono abbattute, e scappano tutti. Il P[adre] Et[erno] resta solo a
nojarsi - V. sotto. ‹V.
anche Parny, Guerre des Dieux.›
3632.
Bizz. (V. 3627 e 3631) - Il giudizio universale delle idee 2 -
sogno - Ciascun riprenderà sua forma e sua figura. I pensieri volano di libro
in libro, i membri di una statua si attaccano a quelli di un'altra etc... ‹La testa di un Antonino fugge da
un corpo di Ercole etc.› Es. di
plagi etc. Non rimangono che le lettere dell'alfabeto, e neanche tutte - Collezione
di cervelli 43 coroll. al giudizio univ. Pur l'intelligenza è una
sola: togliendo altrui, adopro del mio. È il lavoro diviso. Ciascuno adempie
alla parte assegnatagli dalla natura, la quale, unita al resto, sommerà in
un'opera ch'egli non sa - o che appena intravede. - In altre parole la somma
dei lavori darà l'opera completa - darà Dio. - Il cerebro universale, formato
dagli individuali d'ogni tempo. L'ind. stoltezza, è ingrediente essenziale alla
savia totalità - V. sparsim. in bizz., cervello, idee etc.
e 3634.
3633.
Etimologisti dello stampo vecchio: Egidio Menagio Et. della lingua
italiana - Ferrari Ottavio, Origini della lingua italiana - Et. fogn
(mil.) cosa fatta di nascosto, quasi fogna che è nascosta e insieme cosa
sudicia -
3634.
Bizz. (V. 3627. 3631. 3632) Coll. cervelli 43 o
meglio La mia famiglia 5. Pensiero e azione sono una cosa sola. Il
pensiero è sangue. Chi scrive un libro, ne sagrifica alcune oncie all'umanità.
Un autore sparge sangue per il proprio paese nè più nè meno di un soldato. V.
rapp. tra le due generazioni, la spirituale e la fisica - Filosofia dei
cenci 37- Passa un carro pieno di cenci che si avvia ad una cartiera. Dalla
bottega elegante, al rigattiere e al cenciajolo, sono passati inzuppandosi di
ogni sorta di vizi. ‹Quante
hanno corrotte castità quelli stracci, o quante virtù trionfate!› - Ora, diventeranno carta. Ma
può darsi che nella camicia di una vergine, un romanziere scriva la pagina più
puttana del libro suo, mentre sulle filaccie, umide ancora di siriaca lue, o
che fecero parte di un osceno fascinum, forse si stamperanno consigli di
onestà e libri di devozione etc. ‹Altri scrive una lettera d'amore su'n panno del cesso› -
3635.
Bizz. (V. 3627 etc.) - Catalogo di una galleria di quadri e di
statue 43. Chi troppo si avanza negli studi, trovasi spesso in coda a chi
lo segue - come succede in un circo dove l'auriga che precede gli altri, spesso
li raggiunge alle spalle. - Homunculus 44. La fabbrica di un uomo.
Teorie Gorin[iane]. L'uovo etc. Ma Amore ne morebbe di malinconia - Povero
mondo! - La mia famiglia 5. Le opere di un letterato etc. sono i veri
suoi figli, e per la voluttà e la fatica del concepirli, e per l'affanno di
vederli posti in onore. I libri poi, come i figli, nutrono spesso in vecchiaja
i lor genitori.
3636.
Bizz. (V. 3627) Lettere alla mia ignota amorosa 46.
Rispondere in esse all'eco di chi desidera senza speranza un'amante. È aprile,
tutto ama, io solo trovomi senza possibilità di amori e senza memorie. Ma è
necessario vedersi per amarsi? Se nessuna mi ama, dovrò per questo non amare
nessuna? E mi divido spiritualmente in due. Serie di lettere. Chi sa se tra le
mie leggitrici, non sia la mia desideratissima... - Asta della libreria del
D. 4. M'accorgo che a forza di studio divento ignorante. La Scienza
caccia fuori di casa il mio Io (Vedi in studio, scienza etc.).
M'arresto a tempo. Risolvo di barattare i miei libri con qualche brentina di
vino. Donde un'asta, in cui dico quattro parole seriofacete su ogni scrittore
che vendo. -
3637.
Tra gli emissari mazziniani c'era un prete Foglia, il quale girava a vendere i
biglietti del prestito di Mazzini e sempre sfuggiva alla Polizia. Una volta fu
incaricato di andare a Parigi per ritirare certe carte importantissime e la
Principessa Belgiojoso gli diede, qual segno d'intesa, un mezzo nastro di cui
l'altra metà era posseduta da colui che gli dovea consegnare le carte. Prete
Foglia mette il nastro qual segnafogli nel breviario, e parte per Parigi. Al
confine la diligenza è arrestata. Si perquisiscono i viaggiatori e in ispecial
modo si fanno i galitt al prete Foglia che viene trattenuto in officio.
Ma nulla essendosi trovato, Foglia alza il ciuffo e comincia a strepitare,
dicendo che gli avevano fatto perdere la coincidenza col treno di là delle
Alpi, che nella diligenza, già partita, si trovava una sua sciarpa etc., tanto
che il commissario di polizia, per aquetarlo, lo manda a pigliare da un
mercante un'altra sciarpa (che naturalmente il Foglia si scelse magnifica) poi
gli fece attaccare una carrozza a quattro cavalli, perchè potesse raggiungere
la diligenza. E la carrozza partì a gran carriera, e alle stazioni di polizia
doman[dan]dosi “chi va là” il prete cacciava fuori il capo dallo sportello
dicendo: conte Foglia.
3638.
Il pittore Gignous stava copiando un paesaggio. Molti contadinelli gli si erano
affollati intorno fino a levargli il fiato. E Gignous “cosa vegnì a faa chì?
savii forsi diping?” - Mi sì che soo, rispose un bimbo - Ben, diping - gli
disse Gignous offrendogli il pennello. E il bimbo “ping” - Cosa la dis la nev
al sol? La dis-lengua - Et. milanese di castitas - cazz-tì-taas - Qual'è
l'autor pussee nemis all'umanitaa? Ball-zac -.
3639.
Bizz. (V. 3627) 56. Viaggio di un microscopico intorno al pianeta
Uomo. Il micros. parla di boschi (peli) di fonti e di fiumi (sudori,
lagrime etc.) - parla di caccia a delle bestie immense feroci (pulci, pidocchi)
di monti, di valli, di caverne, di terremoti, di tempeste etc. (protuberanze,
cavità, tremiti, starnuti etc.) - L'uomo-spirito 45. Più l'intelletto
si perfeziona, più l'uomo si stacca dalla materia finita. L'uomo fu
originariamente pietra. Sentì, e fu pianta - Pensò, e divenne animale.
L'uomo-corpo tende a diventare uomo-spirito - La fusione degli spiriti
nell'amore universo (V.) -
3640.
Cantù Cesare è già sulla lista dei grandi che hanno da diventare piccini -
Parea un antico uomo di studio, benchè non ne fosse che un giovane -
3641.
Bizz. (V. 3627) 23. Le idee all'ingrosso e le idee al minuto.
Sminuzza molte idee che in complesso ti pajono sublimi e vedrai che ti
resta. La idea di una battaglia ti entusiasma, ti inorgoglisce: eppure essa non
è che il composto di mille piccole idee di agonie, di miserie, di famiglie in
rovina, le quali ti fanno e schifo e raccapriccio e pietà. La stessa uccisione
di una mosca, a chi la vedesse con occhi da mosca farebbe spavento (V. 3582) ‹Un villaggio irlandese o
napoletano, in lontananza - quanto è pittorico!... Entratevi. Orrore!› - W. l'eguaglianza.
19. L'Umanità proclama la perfetta eguaglianza dei beni - Cosa succede un'ora
dopo la proclamaz. - All'indomani, tutti diseguali. - Not. come il monachismo
tentò l'eguaglianza anche dell'ingegno - L'Anticristo 35. Savia parodia
a quella stoltaggine di una Apocalissi (vedi anche l'Ipercalissi di
Foscolo). L'Antic. figuri la lucromania - nata d'uomo etc. - Prolusione di
un corso di storia del sec. XIX letta nel secolo L. 14. Parodia
delle confusioni che noi facciamo trattando delli antichissimi tempi. I fatti
diventati simboli. Il giudizio dei casi anteriori in forza di posteriori
criteri. Si parla dell'Italiano qual lingua morta e classica, la quale pare
contenesse molte radici delle altre due spente lingue latina e greca etc. -
3642. Una moglie per
rieccitare, mediante la gelosia, l'amore addormentato del marito di lei, finge
fuggire con un amico di entrambi. Difatti l'amore si risveglia nel marito che
li insegue. Ma con Amore non si scherza. E la moglie s'innamora davvero
dell'amico.
3643.
Bizz. (V. 3627). Ricetta per fabricare un uomo illustre 8. Si
cominci a dar fuori programmi d'opere di capitale importanza che non saranno
mai scritte - ‹o ci si
crei Presidenti di società non ancor concepite› - si facciano critiche
adulatorie e pesanti a scienziati o letterati alla moda, i quali ci scrivono
tosto lodando noi - e noi ne stampiamo le lettere. Nelle critiche non si manchi
mai di dire “appunto come opina il mio illustre amico A.” - “questo è l'avviso
del chiarissimo B., secondo me ne scriveva etc.” - Si mandino di tanto in tanto
lettere ai giornali per fatti personali, che se non avvengono,
s'inventano. - Si abbia sopratutto un bel studio, pieno di libri (leggerli non
importa) dove si riceva, facendo qualche volta fare, non troppa ma un po'
d'anticamera. - Nelle opinioni sempre riguardosissimi, e tanto quanto codini -
l'abito e la fisionomia, severa e un tantino sudici - aqua di pomi, al caffè
etc. etc. (V. anche in gloria, fama etc.) -
3644.
Croati e birichini. I bir. si mettevano dinanzi le file dei croati,
piantati in piazza del Duomo - e sbadigliavano a sganasciarsi. Lo sbadiglio è
contagioso e ben presto tutta la fila dei soldati sbadigliava. Nelle
processioni poi, i birichini lor camminavano dietro e cercavano di cavare le
scarpe, premendo sui tacchi croati colle punte delle loro. -
3645.
Bizz. V. 3627. Il messia dei cani 36. Ragionamento di
un cane barbino (o di un gatto). V. raccolta di poesie in lode dei cani
stampata a Venezia. - Il Regno delle macchine 16. L'uomo lascia far
tutto alle macchine. Le macchine fabricatrici di macchine - I rubinetti di
musica. Le macchine che scrivono libri (all. agli odierni scritt. di forbice e
colla etc. che pensano con un prontuario dei sentimenti).
3646.
Bianca * amava un tal Redaelli. Le si presenta un conte ** di Ferrara
d'anni 79, milionario, il quale, per buggerare i suoi nipoti, vorrebbe
sposarla. La * si consiglia con Redaelli, che le fa cuore a dire di sì,
pensando che il vecchio non può scampar molto. Il sì è detto - e due anni dopo
** crepa lasciando erede la moglie - Gioja di Redaelli - Ma la * ammala
improvvisamente e gravissimamente. Sopracolta da una crisi, par morta. Entra il
Redaellì nella sua camera, e ne apre gli armadi impadronendosi delle gioje.
Ella riapre gli occhi, vede ogni cosa - Redaelli è cacciato ignominiosamente -
e la * si sposa poi al ***, povero a censo ma ricco negli inguini che se
l'assicura impregnandola in anticipazione. - E ora la * è bigotta. -
3647.
Bizz. (V. 3627). L'esiglio del dolore 21. e V. Voluttà
50. Cit. i tre primi dolori fisici. Il dolore della fame, quando lo stomaco
ha bisogno di cibo, - il dolore del sonno quando ha bisogno di riposo, e il
terzo dolore, il venereo. - È il dolore che incita a propagare la specie. - La
vera e tenera amicizia non può rinvenirsi che fra gli infelici -Voluptas
consistit in dolore praecedenti sedato (Cardano) -There is nothing truly
valuable which cannot be purchased without pain - Un organo è incitato da morbosa
cagione? il dolore vi si reca tosto ed ivi chiama un afflusso d'umori, ne
infiamma la parte e rendendo più rapidi i periodi del male, gli ridona una
pronta salute: se ciò non avviene, il morbo si fa cronico ed una lunga
infermità tiene luogo di un passeggiero dolore (Moyon?) - V. l'ode di Giusti al
medico Ghinozzi contro l'abuso del cloroformio.
3648.
Ingegnere da ingegnarsi. Ecco come faceva l'Ing.re * per
ottenere commissioni. Per es. trovava in una casa la duchessa Scotti e con arte
tirava il discorso a parlare di edifici etc. poi “sa, duchessa, le colonne
dell'atrio del suo palazzo strapiombano”. La duchessa torna a casa spaventata.
Il duca, per aquetarla chiama il *, pregandolo di bene esaminare lo stato delle
dette colonne e di farne una relazione. * fà la relazione, nella quale lascia
entrare la frase che la dignità del palazzo Scotti richiederebbe un atrio
maggiore. Il duca acconsente a mezza bocca, e zac! il * gli presenta un
progetto. La spesa par minima. Come sfuggirci? Si mette mano al martello. Chi
può saper mai dove s'arresta il martello di un ingegnere?
3649.
Confaloneriana - Si provava il nuovo organo del conservatorio a sala vuota e si
diceva che quando si sarebbero messe nella sala le sedie, quando cioè ci
sarebbe stato molto legno, l'organo farebbe un effetto più soddisfacente. -
Certo - disse Conf. - e ne farà uno soddisfacentissimo se calcoliamo anche
tutte le teste di legno che si metteranno sulle sedie. - Di Mazzucato dice che
non fa altro che prendere ed esser preso in giro da tutti, cominciando da sè
medesimo - “el par ch'el se daga semper la balla” - Dice poi di chi scrive storia,
filosofia etc. della musica (come il Ronchetti, il Mazzucato etc.) che
stanno sempre intorno alla musica ma non mai nella musica. Rossini invece, oh
quello, sì, che è nel suo massimo centro. - Parlando di fughe musicali
che si dicevano ben interpretate da Faccio, osservò che la miglior fuga
che Faccio potesse fare era quella dal posto di capo-orchestra. - E ad un certo
che gli suonava gottosamente un pezzo di passione “quanta calma in quella
furia!” -
3650.
Cantù publicò per lettere di Lodovico il Moro, lettere di Galeazzo Vìsconti.
Mommsen parlando a Vignati di Cantù, chiamavalo “quel ciarlatano”.
3651.
Io: Come sei in piazza, o Perelli! addio amore - P. Anzi! meglio. Farò
all'amore come vuole Natura. - Io: perchè? - P. E i cani non fanno sempre
l'amore in piazza? -
3652.
R.U. (V. 2348. Parte uff.). I soldati. Fa pena il
vedere tanta gioventù condannata a sudare per far niente - a vederla camminare
su e giù senza perchè in una piazza d'armi - alle 4 della mattina (È marzo, e
sono in teletta); fa riso il vedere una cinquantina di forti collo schioppo
tiraneggiati da un sottotenentello insolente collo spadino in mano. Quelli
stolti mi ricordano i buoi, che con una cornata potrebbero mandare all'aria i
loro padroni, e invece ignari della propria forza soffrono pazientemente le
pungolate di un ragazzetto. E non è che temano i loro minuscoli capi; ma
temonsi fra di loro. - (V. il discorso sulla servitù volont. del La
Boëtie). Oh quando si farà il vero pronunciamento, non per il tale o tal
altro governo (chè si equivalgono tutti) ma per non averne più alcuno!...
Intanto - abductis squalent arva colonis. -
3653.
R.U. Una fra le prime prodezze di un bimbo, è l'attraversare da
solo la via. A me parve di avere sorpassato uno dei più grandi pericoli -.
3654.
Rovani diceva di Perelli: colui che s'incarica di volermi bene. - Rov. chiamava
l'assenzio “il suo giovane di studio” - Parlandosi di Verdi e lodandosi alcune
delle sue migliori melodie “eppure, disse, se ghe sent semper dent la vanga” (e
fè l'atto col piede, di vangare) - Sull'arco di Porta Ticinese, eretto a gloria
della gran bricconata del 1815, sta scritto “Paci populorum sospitae” che
Rovani satiricamente traduceva “alla pace dei popoli - sospetta” - Trovi di
Rovani, una biografia del Pompeo Marchesi sull'“Uomo di Pietra” del 1858 An. 2°
n. 8. - e ne trovi due articoli, uno sull'opera di Selvatico (Storia
dell'Architettura) l'altro su un'opera di Jacini riguardante l'econ.
sociale, sul Giornale dell'Ing[egne]re Architetto di Milano
Anno I. - Dicea Rov. che quando avrebbe voluto per la bolletta uccidersi, non
si trovava mai denari necessari per comperarsi un revolver, e quando se il
trovava, allora naturalmente non si sentiva più voglia d'uccidersi - Allorchè
Perelli recò giubilando a Rov., domic.to all'osteria dei Promessi
Sposi fuori di Porta Venezia le 500 lire frutto della ristampa della Mente
di Alessandro Manzoni, fatta in occasione della morte dello stesso Manzoni,
Rovani esclamò, con aria maliziosamente ingenua: bisogna dì che sto Manzon l'è
propri bon - Pietro Magni, scultore, stava modellando, chi dice un Caronte, chi
un apostolo. Entra nello studio Rovani, guarda alla statua, e dice allo
scultore “potresti farne un Socrate” - In che maniera? dimanda il Magni.
Risponde Rovani: schiscegh el nas -.
3655.
Adolescente sentii l'anima mia sollevarsi da terra, e a tratti volare. Credetti
di mettere ali aquiline... ahimè! sono ali di pollo.
3656.
Bizz. (V. 3627) Il messia dei Cani 36. Si dice che l'universo
venne creato apposta per l'uomo. Ma chi lo dice? L'uomo. - 15 giorni di
assolutismo in Italia (55) basterebbero a far saltare al progresso
tanti inutili passi - e a torci da ogni timor di regresso. Non si tratterebbe
infatti che di distruggere. Il pallone - la nave procedon più svelte per la
zavorra che gettano: e similmente la civiltà. - Prima cosa, il liberarci dai
preti; dalla cosidetta questione romana. Dicono molti “morto Pio
IX non si fa più papa”. Cheh! se ne farà un altro e poi altri cento. Perchè
finisca la razza, bisogna distruggerne il covo. - Vana la legge sull'abol. dei
conventi e dei frati se loro lasciate il radunarsi e il vestito. - 200 barili
di polvere sotto il Vaticano, una miccia, e la quistione Romana è sciolta. Per
le altre rif[orme] V. sparsim.
3657-
Il gen. Cerale ha una fama burlesca nell'eserc. ital. - Di lui si narrano a
centinaia gli ann[edoti]. - Es. Sente che nella sua brigata si fa una colletta
per un monumento a Giordano Bruno - Chi l'è? domanda - “Un republicano”, gli si
risponde - Ed egli: s'arresti - 2° Dice a un off.: fatemi il piano di quel sito
là - Off.: in che scala? - Cer. che scala! che scala!
cossa voeulo dì? - Off. glie la spiega rispettosamente. - Cerale (che
non ha capito niente): ah l'è sta sciochezza sì? ben ch'al fassa el pian; la
scala la butaro po mi. - Off. La vuol forse da 1 a 10.000 - Cer.:
oh troppo! diavolo - basterà a mille. - 3° Cerale non voleva che si
scaldassero gli uffici oltre un certo numero di gradi e quando vedeva che il
termometro li oltrepassava faceva aprire le finestre e non le rinchiudeva se
non allora che il mercurio fosse ridisceso al grado voluto. - Un off. che
pativa di freddo, pensò di sostituire il mercurio del term. con un filo di
carta d'argento che arrivasse soltanto al detto grado, poi scaldò a tutta stufa
la sala. Cerale entra - sbuffa - va al termometro, guarda - e vedendo che il 10
non è oltrepassato, si contenta, e va via. Così si seguitò per tutto l'inverno.
E il bello è che in un giorno d'estate facendo un diabolico caldo, Cerale
guardò di nuovo il termometro e rimase stupito - e non s'accorse ancora della
burletta.
3658.
Marina italiana. Un nostro dep[utato] interpellò il Ministro della Marina
perchè non s'era risposto dal porto al saluto di uso di un bastimento inglese,
provocando così una dimanda di soddisfazione da parte del capitano del
bastimento. E il Ministro rispose: perchè non c'era polvere, in quel forte, per
i cannoni. - Vada ciò per Messina dove un altro brick inglese venne da noi
salutato, in isbaglio, con due cannonate a palla - A Genova poi, volendosi
affondare una nave incendiata, su 10 colpi di cannone, otto colpirono un muro.
- Così, l'ambasciatore italiano che si recava in Egitto investì in un banco di
sabbia etc.
3659.
Differiscono i libri imag. di una volta dagli odierni, in ciò, che una volta
c'era poco curato l'interesse generale, derivante dall'intreccio, ma molto i
particolari, mentr'ora non si bada che all'idea generale. Una volta cioè ogni libro
conteneva migliaja di idee; erano per così dire migliaja di libri riunitisi in
uno: oggi, al contrario, è un'idea dilavata in migliaja di pagine.
3660.
Bizz. (V. 3627) Sogni e progetti 51 - Il teatro a fisarmonica -
che impicciolisce o ingrandisce a seconda del numero degli spettatori, evitando
così i mezzo-teatri - che smontano moralmente gli attori -
L'affitto della forza - forza trasmessa dall'aria compressa mercè una caduta
d'aqua e distribuita in tubi a tutte le piccole officine della città. - Il
ravvivamento dopo cento o mille anni. Cit. peraltro il caso di chi per sfuggire
ad una moglie nojosa, si prepara per un rinascimento, di lì a cento anni. Ma la
moglie, saputa la cosa, si prepara anche lei. Passati i cento anni - rivivono e
il marito si trova, in un mondo affatto sconosciuto - faccia a faccia colla
fuggita consorte.
3661.
Nel Museo di famiglia si trova un articolo di Tommaseo su i “Cento anni”
di G. Rovani - Treves nell'Illustrazione Popolare (1875) riprodusse un
articolo di Rovani su Melchiorre Gioja.
3662.
Bizz. (V. 3627) L'uomo spirito 43. o Lett. alla
mia ignota amorosa 46. - L'amore soddisfatto è il lui che diventa io
- L'Amore Universale. Ciascuno di noi desidera un altro essere in cui fondere,
in cui perdere la propria individualità. Quando il lui diventa io,
il primo desio si aqueta ma allora i due esseri che non ne fanno più se non
uno, aspirano a riunirsi ad altra coppia, pure riunita. E così via, finiscono
tutti a mischiarsi in una sola unità - Dio.
3663.
Bizz. (V. 3627) Le voluttà 50 - In generale il perdere vita è
voluttà. - Es. negli svenimenti, nei dissanguamenti, nel coito e
nell'impiccatura (nei quali entrambi si perde seme) - e nella suprema voluttà
dell'agonia. - Theòn ménima 6. Tale offende gli Dei. È punito col genio.
- Torture del genio - Oppure tale offende gli Dei. Gli Dei lo perseguitano,
imaginando a suo danno i più squisiti tormenti. Ma il turcasso della divina
vendetta è già esausto, e l'empio sta ancora ritto, sfidando l'Olimpo. Nel
turcasso non resta più che una freccia, tanto piccola da esser spregiata -
quella d'amore. - Gli Dei, benchè con poca fiducia, la lanciano. Colpisce
l'empio méson épar. L'Empio s'innamora. L'Empio è abbattuto.
3664.
Bizz. (V. 3627). Collezione di cervelli 45. È lo
stesso cervello che ha trovato la Pila e la divina Comedia, che ha
imaginato il Mosè e ha divinato l'America - Tutto è una sola opera divisa in
molti volumi, un sol legno in molti lavori - una illuminazione di mille
fiammelle di gaz che vengono da un unico serbatojo. - E tu povera gente,
tutt'occhi e orecchi nel leggere, nell'udir e nel vedere opere d'arte, la quale
esclami in trionfo “il tale ha rubato dal tale” ricorda che l'ingegno è un
solo. Chiamisi esso col nome di Tizio o Sempronio gli è infine sempre quell'uno
dell'Uomo. Se non fosse concesso di adoperare i cosidetti pensieri
altrui, non dovrebbe esser pure concesso di adoperar le parole che sono anche
loro pensieri ‹benchè
alquanto più semplici› (atomi
del pensiero) - L'uomo è uno solo diviso in esseri mille -
3665.
Bizz. (V. 3627). La mia famiglia 5. Il miglior
processo nella concezione delle opere d'arte è quello che più si avvicina alla natura.
Ci sono rapporti strettissimi fra il concepimento, la gestazione e l'educazione
di un uomo e quelli di una idea. Un uomo non lo si fa di sana pianta, come non
si scrive un libro mettendosi senza meditazione a tavolino - con carta bianca
dinanzi e didentro. Il seme del pensiero deve invece cadere nell'animo nostro e
germogliarvi. La prolungata meditazione fa di un chicco una quercia.
3666.
Bizz. (V:3627). Lettere alla mia ignota amorosa - 46. Ciò che
vedo nel fuoco etc. 47 - La mia amante, la malinconia, amante fedele,
eterna, che scende a trovarmi ogni sera, colla quale mi riunisco con gli occhi,
che spargono lagrime - L'intenso desiderio di una amante non soddisfatto mai.
Finalmente una mi appare. Descriz. È quella; è la desiderata dal mio cuore. La
dimando del nome; mi risponde “sono la morte” - Pref. alle bizz.
1. V. saviezza e pazzia ‹La saviezza non venne mai ben accolta se non in abito di follia. Cit. il fou
o buffone dei re vecchi etc.› - Sia il motivo, oggi in cui tutti i pazzi la fanno da savio - io savio la
farò da pazzo... I grandi pazzi indovinano quanto gli altri trovano. Es.
Cardano e Newton (vedi i fous di Béranger etc.). Oggidì la scienza
scrive “storie complete” “Idea generale” etc. La storia d'Europa par già cosa
da ridere. Ci vogliono le storie universali del Cantù etc.
3667.
Amore di cavalleria arriva prima di Amore di fanteria per la natural ragione
che bestia con quattro gambe, per non dire con sei, fa più svelto cammino di
bestia con solo due.
3668.
Bizz. La gloria 27. Molti scrittori sono ora celebri per opere
che non diedero loro celebrità in vita. Petrarca rinomato a' suoi tempi per
quel suo mosaico dell'Africa vive pel canzoniere di Laura. Milton
conosciutissimo pe' suoi libelli politici, ha fama dal Paradiso Perduto,
che non si cominciò ad apprezzare se non 50 anni dopo la morte di lui. -
Rabelais ebbe onori per le sue opere dotte, e ora vive mercè di Gargantua e di
Pantagruel. -
3669.
Regola lett. - Sulla terra il piede - gli occhi al cielo.
3670.
G.F. confr. le leggende e le tradiz. Milanesi colle Venete
(raccolte dal Bernoni) e colle Piemontesi.
3671.
Bizz. (V. 3627) La giustizia della giustizia 25. - Il
bene del male 24 - Il mondo non può sostenersi senza ingiustizia. Fiat
justitia et pereat mundus - La lode della Menzogna 30 - il contrafforto
della verità. Vedi in menzogna e in verità. Ueberhaupt ist jede
Lüge ein glückliches Zeichen dass es noch Wahrheit in der Welt gibt; denn ohne
diese würde keine geglaubt also keine versucht (Richter) - Il bene del male
24. (V. 2667.- e l'amicizia dei nemici 2948). È providenziale che le
antiche discipline e le antiche idee vadano di mano in mano scomparendo dinanzi
alle nuove. Altrimenti la mente umana non reggerebbe alla gravezza del
patrimonio intellettuale, e la fantasia creatrice resterebbe uccisa dalla
memoria.
3672.
Aveo 4 anni. Mamma e babbo facevano a chi più soddisfaceva alle mie bizzarie.
Una notte, destandomi di soprassalto, cominciai a piangere, dicendo, che voleva
veder lumi. Babbo scese dal letto e accese i candelieri della stanza. “Ancora”
diss'io - Babbo andò a pigliare quelli della sala. E “ancora, ancora” fatto sta
che babbo e mamma accesero tutti i lumi di casa, dalla lucerna al globo al
lumino della cantina. Fin d'allora, non mi pareva mai abbastanza la luce.
3673.
La via del pensatore, nelle sue più tese meditazioni cammina sempre sull'orlo
di un precipizio. Un piede in fallo ed ei precipita... nella pazzia.
3674.
Bizz. (V. 3627) Il bene del male 24. Spesso un
imminente generale disastro, come una guerra o un contagio, riunì popoli di una
stessa nazione divisi da odi intestini. Contro il tiranno dalle due teste
aquiline, Italia si levò tutta come un solo uomo... Or non potrebbe accadere un
simile caso anche per tutto il mondo? imaginiamo, il cozzo imminente di una
cometa?... - La poesia della merda 38. Partire dal motivo, che
stavo meditando sull'universo uno del Bruno, e imaginavo un romanzo
delle nazioni anzi dei mondi. - Ciò che vedo nel fuoco etc. 47 op. Ore
di malinconia (ved. 3496). I ricordi sfilati. Mi sovvengo di una notte, di
un mio viaggio, di una carrozza rotta, e di una casa in un villaggio che
diedemi ospitalità. Nella casa c'era una festina di ballo. Io danzo con una
giovinetta bellissima. Ella mi guarda con occhi innamorati e io mi innamoro di
lei. Ma la carrozza è aggiustata ed io parto. La imagine di lei mi perseguita.
Gli affari mi contrastan gli affetti. Finalmente, dopo due anni, ritorno dove
m'ero incontrato con quella bellissima. Il villaggio c'è ancora, c'è ancora la
casa - ma nessuno sa dirmi nulla di lei. E io l'ho perduta per sempre.
3675.
(V. sparsim) In campagna. La schiatta villana. L'alfabeto del villano (V.
distici it. rimati). Par che Dio abbia loro imposto in luogo del capo una
zucca. I villani son pieni di incredulità e di superstizione. Due i loro scopi,
gonfiare la moglie e buggerare il padrone. Essi rubano piante, rubano grano,
ruberebbero Cristo. E ti piangono sempre miseria. Inutilmente perdoni loro gli
affitti, inutilmente, nelle lor malattie, stappi per loro bottiglie e fai
cuocere polli. Tu non raccogli che ingratitudine - Guai poi se il villano
arricchisce! etc.
3676.
Un teologo distillatore di quintessenze del M.E. disputa se sarebbe peccato
mortale vendere l'anima al diavolo per ottenere ricchezze da impiegarsi in
opere pie a maggior lustro della Santissima Chiesa - Discorso dei mezzi e del
fine, conclude che “certamente Dio avrebbe misericordia di noi - poichè noi
avremmo buggerato il diavolo - cosa non solo lecita ma meritevole di gloria
eterna”.
3677.
Bizz. (V. 3627) La gloria 27. Che cos'è la gloria? Il cantante,
lo scrittorello etc. dicono “un articolo di giornale” - Altri “una statua” etc.
Disc. sulla vera gloria, sull'apparente sua perpetuità etc. - La poesia
della merda 38. Raff. tra lo studio e il cibo (cit.
l'im[agine] del banchetto, del convito della scienza) e tra lo scrivere e il
cacare “necessario a chi mangia”. La merda sana di chi mangia poco e semplice
(all. allo studio), la guasta di chi si abbandona a troppa varietà o quantità
di cibi - Non c'è discorso in cui oggidì si possa andare d'accordo. In politica
hai i partiti, in arte le scuole. Uno solo per altro è l'argomento in cui tutti
si accordano, e dimora nel cesso. L'uomo, a parlare di merda, di piscia e
connessi, ci piglia uno strano piacere, e così pure le donne. Il cesso è la
vera comune. - Cit. quella bottega di offellaro a Milano, presso l'Albergo
della Gran Bretagna nelle cui vetrine si vide esposta una raccolta di stronzi
in cioccolata di tutte le qualità. E per un istante Milano fu invasa dalla copromania.
- Il gran Mecenate dei Letterati, il grande incoraggiatore degli studi è... il
Cesso.
3679.
Moltke sa tacere in 7 lingue. - Rovani chiamava i fotografi suonatori di
organetto.
3680.
Mezzi amori di A.P. - I° Una bimba che si chiamava, mi pare, Restelli.
Aveo 9 anni. Le scrissi una lettera. - 2° Dora Fontana, di 16 anni, che
andò poi sposa nel 77 ad Em. Odazio. Fu un tacito amore. Aveo 12 anni. - 3°
Carolina Venino di 27 anni circa. Altro tacito amore. Scrissi per lei, sonetti,
odi etc. ma per fortuna distrussi tutto. - 4° Ritratto a Pitti di una
giovinetta. Mi pare che fosse nel 69. - 5° Elvira Ferrari morta a 17
anni. Cominciai a innamorarmi di lei il giorno stesso della sua morte (1 giugno
1870). Le tributai molte lagrime - e un'infelice elegia. Sentivo troppo per
scriver con arte. - 6° Ester Cagnoli. È il primo mio amore reale (non ho
detto carnale). La avea 17 anni - e 23 io -. Le dichiarai il mio affetto il dì
16 aprile 1873. L'avrei voluta mia sposa. Mi tradì, sposando un basso
profondo il dì I° febb. del 1874 “Et Minos a bove victus erat” - 7°
Amelia Pisani, mia prima cugina. Teneo simpatia per lei fin dall'agosto 1870.
Il mio amore per lei raggiunse il suo colmo nel settembre del 1875. Però taqui
tanto che quando, all'agosto del 1876 il dì 13, me le dichiarai, Amelia era già
innamorata di un altro - (certo Giuseppe Biffi). ‹Si sposò poi nel 1878 ad Alfonso
Possenti, fratello di mia cognata Gina› - 8° Erminia, una serva, dal maggio del 1876 al
genn. del 1877... Mi contentai di baciarla, nè più nè meno dell'Ester. - 9°
Emma *, sedicente sartina - La conobbi due sole volte (sett. 1876), e non
carnalmente. Voleva farne un'amante: era stoffa di meretrice. - 10°
Elisa Cagnoli, sorella dell'Ester. Me ne invischiai nel gennajo del 1877...
corrente - e l'amore per lei dura ancora - Oggi è il 12 aprile. - Avvertenza.
Fin quì ho amato sempre da solo: nessuna mi riamò - fin quì non sono Uomo.
3681.
Bizz. (V. 3627) Lezione di Letteratura (sul Dossi nel 1977) 15.
Il Prof.re parla indirettamente di scrittori i cui nomi non
pervennero fino a noi, del valore del D. etc. e si maraviglia dell'accusa
di stramberia e di oscurità che gli mossero i suoi contemporanei.
Ne legge alcuni pianissimi passi. - Conchiude con un rimprovero all'Italia,
nemica sempre degli innovatori - Corollario; il prof.re fa una
ramanzina ad uno degli scolari che ardisce in un componimento di avere uno
stile nuovo.
3682.
Bizz. (V. 3627) Asta giudiziale della roba fuor d'uso 34.
cioè istituzioni scadute, frasi fatte, religioni e affetti passati di moda. ‹La collezione dei sacchi - cioè
il tale filosofo messo in un sacco dal filosofo tal'altro etc. E sono sacchi in
cui se ne trovano due e anche tre.› Rendere la bizzaria il più possibile grafica mediante un banditore che
mano mano descriva i pregi dell'oggetto da vendersi. I compratori fra il
publico. I rigattieri dell'Antiquaria etc. Allorchè il banditore vende la lega
della falsa moneta medioevale, un ministro it. la compra, per usufruirla nella
carta moneta etc. - Catalogo di una galleria di statue etc. 42.
Sarà la cornice o il rosario per incastrarvi que' soggettini pittorici in
apparenza, filosofici in sostanza, che non si possono riunire altrimenti. Vi si
troverà, fra le altre, la statua abbozzata della Civiltà. L'abbozzarono i tali
e i tali. ‹I gran tocchi glieli
diedero Omero etc. Gesù.› Ora non resta che a lavorarci di fino. Di tanto in tanto qualche
guastamestieri dà un colpo falso. La statua in parte è finita, in parte è
appena abbozzata etc. - La caccia alle idee 9. sotto le coltri,
tra il sonno e la veglia - senza tema preconcetto. Piglio tutto - pesci ed
uccelli - elefanti e vermi etc. - Panegirico del nulla 28. Chi ha
nulla da scrivere, fa i più lunghi libri e le più lunghe lettere. Il nulla
nutrisce le arringhe degli avvocati e il credito delle finanze etc. Il nulla è
assai.
3683.
dove arriva il pensiero, segue tosto la mano (nella Storia della Civiltà).
3684.
Il De-Amicis non vede che la somma pelle delle cose; benchè ciò veda abbastanza
bene. Sempre descrizione, mai osservazione. E il mondo che si vede è tenuissima
parte rispetto all'invisibile. Il De Amicis descrive la bottiglia: ma il suo occhio
non sa giungere al liquido.
3685.
Volere imaginare e plasmare una concezione artistica senz'entusiasmo, è come
volere fare all'amore senz'erezione. - In quella maniera che per la fisica
generazione è necessario un eretismo muscolare, così per la intellettuale se ne
richiede uno nervoso - ...il porpureo pensiero. -
3686.
Penso, scrivo, lavoro dì e notte senza riposo, perchè c'è la pazzia alla porta
che attende ad entrare, e a farmi pagare il mio conto, non appena mi fermi - Vigila
semper!
3687.
Corre assai relazione fra il carattere della mano e quello dell'animo, es. la
ineguaglianza de' miei. E difatti le donne tengono quasi tutte una eguale
calligrafia, simbolo della pochissima varietà fra i loro intelletti.
3688.
Il progresso delle idee politiche e il progresso delle morali non vanno spesso
del pari. La parte Meridionale, che è la più indietro d'Italia, quanto a
istruzione ed educazione, è la più innanzi quanto al pensiero politico.
3689.
Alcuni ingegni letterari si possono paragonare per la continuità delle loro
manifestazioni a fiumi che volgono sempre il calmo e maestoso volume delle loro
aque al mare: altri invece a torrenti, ora asciutti, anzi polverosi, or
ridondanti di aque furiose. Dei primi ingegni erano Göthe, Erasmo, Voltaire -
Degli altri Foscolo, e Lenau. -
3690.
Mia smania di rinomanza: mie ritrosie nel procurarmela. A volte io mi credo
ignotissimo - e forse ho torto. Sono come colui che non vedendo nessuno perchè
ha gli occhi serrati, crede che nessuno lo veda.
3691.
Il convoglio non partiva mai. Tale si mette a imprecare contro la Società
dell'Alta Italia, contro il Governo, il Cielo, i Santi, la Madonna. Finalmente
il convoglio si muove. Egli tace. Un prete che gli sedeva di faccia, gli dice
allora con aria melata “ma sa, che ha detto bestemmie abbastanza da andare
all'Inferno...” - E il viaggiatore, soprapensiero “Ho il biglietto d'andata e
ritorno” -.
3692.
Bizz. (V. 3627) Asta giudiziale delle idee 34. o 15
giorni [di] disp[otismo] 55. Siamo ancora in
pieno M.E. Cangiarono i nomi, rimasero le istituzioni. L'inviolabilità locale,
il d[iritt]o d'asilo, che facevano complici gli altari de' rei, ora si chiama
l'inviolabilità personale concessa ai senatori e ai deputati vero d[iritt]o
d'asilo. Epperchè mai questa flagrante offesa al principio che la legge è
uguale per tutti? Deputati e Senatori potranno con tutta comodità barare,
ingiuriare, assassinare, poi pigliar pacificamente la via dell'esiglio e degli
agi. - Altra medioevalità è la personalità giuridica concessa ai Vescovi,
parroci etc.
3693.
“Tel brille au premier rang qui s'éclipse au second” (Voltaire migliorato da
Foscolo).
3694.
La storia della mia fantasia ha i suoi interatti come un dramma. Quando il
sipario è giù, io mi rimango come uno spettatore che non sa cosa si stia
preparando sulla scena e cerca d'indovinarlo dalle voci e dai rumori; e allora
attendo coi miei amici lettori con impazienza e curioso il suo risollevarsi.
3695.
Bizz. (V. 3627) Il filosofo e la sua serva 11. La
serva si lamentava di una scottatura. Il padrone filosofo vuol persuaderla che
il dolore non esiste perchè non esiste il soggetto di esso cioè il corpo. E qui
la più sottile delle dimostrazioni, in istile santagostiniano - Conclude,
dimandando la sua colazione, e arrabbiandosi perchè la colazione ritarda. Risponde
la serva: credevo che chi non ha corpo, non potesse aver fame -.
3696.
- Chi non può pagare il fitto, diceva un padrone al suo inquilino mal pagatore
- si fabbrica la sua casa - O paghi il fitto o vadi subito via, dicea un altro
padrone ad un altro inquilino - E costui: Piuttosto, la mi cresca l'affitto -
3697.
Bizz. (V. 3627) Catalogo etc. 42. Due che tirino di
fioretto, si direbbe che facciano una cortese discussione a frasette, imagini,
sillogismi: due che tirano di sciabola, pajono invece litigare. -
3698.
Mia bisnonna Milesi in morte, volgendosi ai figli, disse “vô a fà mett su el
ris” - Monsig. Giovanni Bignami era in fama di liberale e perciò odiato dalla
Curia. Venuto a morte, i suoi nemici tentavano ogni modo di fraudarlo dei
sagramenti, per poter poi dire: ecco i vostri liberaloni; son gli empi. Ma il
Bignami che avea buon naso, mandò tosto a chiamare da un amico fidato il
Signore e perchè questo indugiava “coss'el tarda” diceva “sto Signor... el
gh'ha i pè dolz?” -
3699.
Cherubina era una capraja diciottenne delle montagne del Lago di Como -
bellissima e selvaticissima. e celebre fra i caprai per le sue botte-risposte.
- (Viveva nelle baite. Alla sera i montagnoli si raccoglievano in qualche
stalla, si ballava, sonava etc.) - Una volta ci capitò un impiegato di
ferrovia; parlò a lungo col curato, e dichiarandogli per figlia sua la
Cherubina, gliela richiese. Cherubina seguì il padre in città. Ma, passati i
tre giorni, rieccola colle sue capre in montagna, dicendo che chi l'avea
abbandonata da bimba, non l'amava, nè l'avrebbe amata mai, e che del resto fra
i parenti e la libertà sceglieva la libertà. Cherubina vive ancora pei monti.
3700.
Il massimo argomento in ogni bella conversazione è il far la stima di
quanto il tale o il tal'altro possiede. Par d'essere fra publici stimatori. E
ben si intende che i beni dell'intelletto non son degnati di stima.
3701.
Tale, ufficiale nell'esercito italiano, incontrando dopo molti anni il suo
professore di lingua francese M.r Algier, lo salutò in cattivo
francese, aggiungendo “Ah monsieur, les ânes (ans) passent!” - Cert'uomo,
volendo suicidarsi senza pericolo di rimanere a suo dispetto in vita, bevette
prima un veleno, poi si allacciò al collo una corda, attaccandola a un ramo che
sporgeva nel mare, quindi si diede una pistolettata. Ma il colpo fallì. La
palla tagliò la corda - ed egli cadde nel mare che gli ammollì la caduta. Non
solo; l'aqua salata, entrandogli in corpo gli fece vomitare il veleno, e l'onda
lo ricacciò sulla spiaggia. - Un improvvisatore dava academia della sua sciocca
abilità al vecchio teatro Re di Milano, e chiedeva agli spettatori il tema. Si
alzò il pittore Elena e disse - mi... de... scriva (l'Elena balbettava) la...
soor... presa di Oloferne... nee... llo svegliarsi... senza testa. -
3702.
Quando s'introdussero i fascini, perfezionati inglesi, che tentavano di
sostituire i mariti (fascini costruiti sì a modo da ejaculare a un dato punto
del tiepido latte), ci fu una ragazza in un collegio di Lodi che si stuprava
con essi dieci o dodici volte al giorno - tanto che, dopo alcun tempo
incominciò a intumidire, e ingrossa e ingrossa - in capo a nove mesi -
indovinate mo' che cosa la partorì?... Una formaggia. - Tale pittore va a
trovare altro amico pittore che abita naturalmente al 6° piano. Gli artisti
tengono sempre gli amici a simili altezze - ed è forse per ciò, che si dice che
l'Arte sta più vicino di noi alle cose celesti. Dunque va a trovare l'amico, ma
innanzi fare le scale, domanda alla portinaia (caso strano, l'amico avea
portinaja) se l'amico è in casa. La portinaja, s'intende bene, non sa, ma si
offre di andare lei stessa a vedere (altra stranezza, una portinaja gentile)
pregando però l'artista di tener d'occhio intanto a una di lei creatura di
pochi mesi la quale stava sul seggiolino del buco. Il pittore dunque
aspetta, ma aspettando gli viene voglia di andare del corpo. Or che fare?
Toglie delicatamente il bimbo dal seggiolino, ci si mette lui, e lo empie, poi
torna a metterci il bimbo che vi s'impasta. La portinaja ritorna. L'amico è
fuori di casa per cui il pittore va via. - Odore - Vista - Stupore - Grida la
portinaja “El me Togn el s'è tutt cagaa”. -
3703.
25 Nov. 1875. Vò a Lodi a trovare Gorini ammalatissimo. Serenità della sua
mente. Divorato dalla febbre, pur si alzava da letto a compiere un certo elenco
de' suoi Ms., perchè dice lui, vuol dar meno che possa fastidi a chi lo
continuerà ne' suoi studi. - Il medico gli diceva: tu migliori. - E Gorini: sì,
miglioro, miglioro, finchè starò bene del tutto, cioè sarò morto - Poi a me che
partivo: a non più rivederci nè in cielo nè in terra. - Gorini avea già
consegnato il suo testamento scientifico a Bertani. A me dettò quanto segue:
“Il professore Gorini ringrazia con tutta l'anima quelle gentili persone che
s'interessano di lui e gli domandano premurosamente notizie della sua salute;
ma egli non tiene segretario cui affidare l'incarico della risposta, e, quanto
a lui, lo stato di sua salute, gli impedisce assolutamente qualunque tentativo
di scrivere (poi, mi fece cancellare dal “quanto a lui” a “scrivere”
sostituendo:) ed egli stesso non può rispondere per la gravità della sua
malattia - inoltre il professore Gorini desidererebbe che qualche altro
giornale, specialmente di Firenze, dove tiene numerosi amici volesse riprodurre
detta dichiarazione” - E questi tutti, sono dettagli che avrebbero aquistato gran
pregio dalla morte del sommo mio amico. Ma allora, per nostra buona fortuna,
Gorini non morì.
3704.
Gorini discorrendo con una signora sul posto dove le donne pongono prima gli
occhi, guardando un uomo, e dicendo la signora “la fronte” e Gorini altro
luogo, fu fatta una scommessa. Il dì dopo Gorini capitò dalla signora. La
quale, arrossendo “ma che cosa l'ha lì, signor Paolo”; e accennava alla
brachetta di lui donde pendeva un peperone verde. E Gorini ridendo: Mo perchè
non ha guardato quì - e toccossi il cappello, dove stava impiantato un peperone
rosso. - Gli amori di Gorini sono innumerevoli. Tra i molti, quello per le due
bellissime sorelle del psicologo *, ch'egli avea attirato a Lodi. - E siccome
il fratello dormiva nella stanza che precedeva la loro, Gorini vi si
arrampicava dalla finestra ogni notte. - Altro amore, la Carlotta Ferrari,
poetessa e musicante. Durò un pajo d'anni. La Carlotta gli faceva scene ad ogni
pasto - minacciava di avvelenarsi etc. - si metteva spicchi d'aglio sui polsi,
per torre a presto la febbre. Gorini se ne liberò inviandola in Inghilterra. -
Una volta, faceva la corte con poco successo ad una signora. Costei, con altra
sua amica, venne a trovarlo al suo laboratorio, e passata pell'orto vi ammirò
una magnifica pianta di amarene grave di frutti ‹maturi›, dicendo “oh che gusto coglierle
e mangiarle”. Gorini lasciò cadere il discorso. Ma la mattina seguente,
entrando la signora nella propria anticamera vi trovava la pianta tagliata e
carica di amarene. ‹Gorini
avea soddisfatto il suo desiderio che era non solo di mangiar quei frutti ma di
coglierli - lei stessa.› Bastò
questo a innamorarla di lui. - L'amore peraltro non tolse mai a Gorini di
adempiere scrupolosamente ai doveri che avea contratti e con gli altri e con
sè. Si trovava una notte in un villaggio lontano da Lodi - in casa di una delle
tante sue fiamme. La mattina appresso egli dovea inaugurare a Lodi le sue
lezioni di fisica: eppure lasciava trascorrere il tempo, e le vetture eran
tutte partite. Che fare? Gorini, dice all'amante di aver trovato per caso una
timonella e parte. Tutto sta, che il viaggio lo ha fatto su un carro, in mezzo
a un diluvio di aqua. Arrivò a Lodi a già alta mattina - e senza pure mutarsi,
tutto molle di aqua si presentò nella scuola e disse la sua lezione, che fu
splen[di]dissima. - Gorini, ad ogni nuovo amore, parea perder la testa;
dimenticava i libri, e gli amici. Ma era un lampo; ed ei tornava scienziato; e
sospirava il momento di esser tradito. - Paolo Gorini in quella sua fierissima
polmonite del 1876 che lo ridusse al tu per tu colla morte, si levò una
notte a grandi stenti dal letto, per abbruciare un piccolo pacco di avanzi
d'antichi amori (voglio dire, goldoni ‹condom›).
3705.
quando in Italia c'erano sovrani che non conoscevano la lingua del popolo
loro... - Mi si attaccano i sottanini, diceva un mio zio, quando sudava - E
questo stesso mio zio, accennando a un amico un moretto a cassetta del nominato
Basevi (nuovo arricchito nel traffico degli schiavi in Egitto) disse “quell
l'è on fond de negozi”. - Bizz. (V. 3627) Il bene del male
27. o Catalogo etc. 42. A un pollo che non si
uccide perchè mezzo malato, può dirsi: se non vuoi morire, bada di non guarire.
La guarigione ti ammazzerebbe. -
3706.
Dice la balia di Desio dell'Idina a mia cognata Gina: Sciura - quand la compra
on olter fioeu me le darà, vera, de laccià? - Quì “comprà” deriva dal comparare,
latino, procacciarsi, ottenere (non comperare) - c'est un maître gonin. cf. gognin (milanese) - formaggio
creapopoli, fortissimo.
3707.
Bizz. V. 3627. Collez. cervelli 43. sez.
cervello 58. giustizia della giustizia 25. Il cerebro
universale - composto delle miriadi dei cervelli attrav. i secoli - suoi progressi
anche fisici (teor. darwiniana) suoi momenti etc. - tutto si vale. Chi ara la
terra vale chi ara il mare - il fabbricatore di carta vale lo scrittore - il
virtuoso il briccone ecc. - Poichè nel tutto uno che uccide o ruba
altrui, non è più nè manco di un membro che offenda una parte del corpo cui
appartiene. Ora nessuno ingiuria sè stesso. - Il genio, ipertrofia cerebrale.
3708.
Il governo proibisce i giuochi d'azzardo e il meretricio privato. Perchè? in
omaggio forse alla morale? Tutt'altro. È semplice gelosia di mestiere. Il
governo ha il suo giuoco del lotto e i postriboli suoi.
3709.
Il publico veduto dagli impiegati. Il publico, massime quando ha torto, si
lamenta della scortesia degli impiegati. Le arroganze e la ign[oranza] del
pubblico. Domandatene, per es. a un vendi-biglietti di ferrovia. “1,65” - dice
il bigliettista porgendo il biglietto. Viag. 1,55? - Bigl. 1,65.
- Viag. Aah! 1,75 - Il bigl.ta comincia a impazientarsi, e
così istessamente altri viag. che fanno coda e aspettano per il biglietto.
Finalmente il Viag. paga con tutta sua pace, e il bigl. contando il denaro
trova 1,45. - Altri, pagando una bolletta di merce “Non si potrebbe fare
a meno?” - Imp. È la tariffa; non sono io che fa il prezzo - Pub.
O che!... venga, sia buono, e vi aggiungo un altro dieci centesimi etc. etc. -
Ci fu poi un villano, così mi contava un imp. di ferrovia, che si presentò al
mio ufficio dicendo: gh'hoo minga pressa, che me manden pur a piccola
velocitaa. Gli incollai il cartelletto sulle spalle dicendo che aspettasse - e
lo lasciai passeggiare su e giù tutto il dì pel magazzino in attesa di esser
spedito -.
3710.
Un vecchio vedendo passare vicino una bella sartina esclamò: oh che bel rattino!
- e la tosa: oh che brutta trappola!
3711.
I villani. Nella stalla in mezzo al fimo, suocera e nuora s'insolentiscono.
Anche nelle società meno sporche ci si odia, ma l'odio è almen vestito d'amore.
Quì tutto è natura. La suocera dice alla nuora “putana de voeuna, nissun v'ha
volsuu, fin quand avii trovaa on asnon come mè fioeu”. - Nuora:
s'cioppee, brutta porca d'ona veggiassa! - Suocera: sont stava quindes
dì amalava e s'hii mai vegnuu a trovamm - Nuora: crepavev minga l'istess!
- e così via (dal vero). - Bizz. V. 3627 Catalogo etc. 42.
I contadini rifiutano il medico intelligente e si danno anima e corpo a certi
loro ciarlatani che si vantano di possedere la grazia miracolosa.
Costoro entrano nelle capanne a segnare il malato, (e se questo è una
donna anche a palpeggiarla) e gli borbottano su certe turchine preghiere da un
libro fratesco in cui si trovano scongiuri per ogni sorta di male o impedimento
maligno. - Bozzetto - Io e Mons.re Bignami in una casipola, un
dì, confondiamo e fughiamo uno di tali strion stobbiaroeu,
tirando fuori i soliti argomenti relat. alla buonafede, alla ignoranza, al
ciarlatanismo. - Poi usciamo. Strada facendo, il discorso passa allo spiritismo
e il Bignami mi parla con riverenza dei mediums etc. Concl. È una
ignoranza la nostra un po' più alta di quella dei contadini, ma è sempre
ignoranza.
3712.
I villani, quando i loro preti mettono in mostra il cosidetto Santissimo,
dicono “han miss giò i quarant'or” -. Così, dicono sempre “el dottor el
m'ha ordinaa de mett ses sanguett all'anes” (per ano).
3713.
Tutti sfuggono, perfino gli intimi amici, da colui che è colpito da un morbo contagioso.
E massimo, fra questa sorta di morbi, è la bolletta. -
3714.
R.U. Il conte Porro, è bugiardo più di un cacciatore. Sua storia di
caccia in Africa dove non è mai stato. - Fece i suoi studi al reggimento dove
apparteneva a una compagnia di giovani uff. i quali aveano posto il patto che
dovesse pagare un pranzo quello tra loro che non credesse a qualunque storiella
sballata da uno degli altri - Ha sempre in bocca il nome di un tal Gamberoli,
cui attribuisce ogni bugia che dice. “Ha sentito la notizia?” “che notizia?”
“Povero diavolo! gli hanno messo all'asta tutti i fondi...” “Ma i fondi
di chi?...” “Oh bella... del cavalier Gamberoli”. - Tale viene a
trovarlo: era la prima volta che lo vedeva. “Tenga su un momento il braccio!”
gli dice Porro. Quello ubbidisce. Poi il Porro entra a discorrere di molte e
molte cose; e l'altro, sempre su il braccio - Racconta poi a Varese che
Monsignore Bignami s'è rotta una gamba. Piovono condoglianze da tutte le parti
al Bignami che ne stupisce etc... Insomma il Porro è un perpetuo pesce
d'aprile. - Fra i dilettanti-bugiardi e i sojatori cit. anche chi fa
grandi preparativi colle carte da gioco, fa scegliere, mescola il mazzo,
dispone e ridispone le carte, finchè, mostrandone una all'attento spettatore,
chiedegli con gravità: è questa? - No, dice lo spettatore - No?... allora
sarà un'altra.
3715.
A Napoli per la festa del plebiscito - non so se nel 1869 o nel 1870, s'erano
disposti in via Toledo 300 statue di gesso, cavate da una sola di marmo, e però
tutte rappresentanti un soggetto - l'Italia una. Erano trecento Italie une.
3716.
Bizz. (V. 3627) Il bene del male 24 o Catalogo etc.
42. Anche se tutto vadi a seconda dei desideri dell'uomo, l'uomo
piangerà sempre della sorte. Nel 1875, in molte parti d'Italia, ci fu una
straordinaria vendemmia. Non bastavan le tine, non bastavan le botti: si
dovettero impiegar fino le pentole. Ebbene, credete che que' piagnoni di
vendemmiatori ne sian rimasti contenti? Tutt'altro. Bisognava sentirli. Era un
lamento solo - perchè il prezzo del vino, naturalmente, si ribassava. Piangere
nell'abbondanza, chiama dal Cielo la carestia. - Vedi Sonetto del Porta
“Cos'evela la manna del Signor?” etc.
3717.
Il salone *, tutto a velluti e dorature. - Tappeti turchi, porcellane di
Sèvres. - È il dopopranzo. L'Avvocato * e suo fratello, il Rettore, siedono al
camino facendo asciugare al fuoco i loro moccichini di colore pieni di tabacco,
grattando via questo coi loro coltelletti di cui usano insieme per tagliare le
fette di pane (del tè) che mettono ad abbrustolire sugli alari. Grida
l'Avvocatessa dal tavolo dove giuoca, “quand l'è che avrii fenii, o porconi!” -
e suona il campanello e chiama il domestico perchè porti lor via i moccichini.
Poi l'avv. si alza ed esce lentamente. “L'è pien, el vacchee” diceva
l'avvocatessa. E difatti il * usava di farsi tutto sotto. E riempiva il dorato
salone di un odor di cloaca.
3718.
Bizz. (V. 3617) Il bene del male 24. Sulla benefica
necessità del delitto... - Catalogo etc. 42. Società per l'exploitation
dei morti (ingrassar campi col solf. di calce, farne gas etc.) - Nei Progetti
51. Tassa sulle lagrime, perchè c'è dentro il sale, e, per la stessa
ragione, sui libri di spirito. V. anche Asta bibl. Dossi, parl.
di Richter, che dovrebbe andare sogg. alle due sudette tasse. -
3719.
Bizz. (V. 3627) Mia famiglia 5. - Nei rapp. tra le due
concez. È utile alla procreazione di bimbi robusti, di maritarsi senza troppo
amore (il troppo desiderio nel coito impedisce l'attuazione del desiderio) -
Nei due concep. i necessari lunghi riposi per ristorare le forze.
3720.
come il toro in una bottega di porcellane - la domestica luna (lucerna a olio
col globo) - fa marenda, si dice in mil. del filo messo sull'arcolajo
quando s'imbroglia, nel dipanarlo, intorno alla gamba dell'arcolajo.
3721.
Bizz. (V. 3627) Il molto minore del poco. Nelle Idee all'ingrosso e
al minuto 23. I ladri in grande onorati come conquistatori e i ladri
in piccolo puniti come ladri. Allargandosi gli odii si nobilitano - Cit. l'odio
ad una persona - l'odio ad una nazione (che si manifesta nel suo contrario
dell'Amor patrio) e l'odio all'Umanità (Satira Letteraria etc.).
3722.
Anche nei truffatori è l'aristocrazia e la plebe. E.Q. appartiene alla prima:
suo fratello O.Q. alla seconda. - Infame tratto usato dal primo a mia madre
etc. - *, nobile di Lodi, va all'Estero facendosi chiamare duca, e alloggia ai
primi alberghi. È fornito di lettere di raccomandazione e però i principali
signori della città gli vengono a far visita. Fugge insalutato hospite,
e allora i signori cui venne raccomandato, per vergogna di sè, si cotizzano e
pagano. Il * gittò le sue reti anche da Lord Palmerston, il quale, per liberarsene,
lo raccomandò all'agente diplom. di Costantinopoli - donde un altro [periodo]
scialoso, a Costantinopoli, della sua vita. - Oggidì fa l'amante delle vecchie
ricche. -
3723.
(dal vero) Fontana degli Ammalati, presso Induno. - È di mattina. Vi trovo una
sola persona, un uomo in età, dall'aria spiritata, con in mano alcuni vimini da
far gabbia. Entro in discorso con lui e gli domando se è di Varese. Risponde
“no, sont minga de Vares. Cos'el voeur che vaga a fà a Vares?... Ghe sont mai
staa mi... Diroo! tre o quatter volt de passagg... anzi gh'hoo servii in casa
de una famiglia per un para de mes o a di mej un ses ann... Vares el cognossi
mei che ne mi. Tutti i mè in de Vares... Gh'hoo là una cà... Cioè una cà!
quatter o cinqu stanz... o trè o do... Ona stanza sola, disi, ma granda... anzi
piccola... - La me basta però per el lavor de fa gabi. Ma ch'el creda minga
(con forza) che gh'hoo bisogn de lavorà per viv. - Foo gabi per divertiment...
Cert', se en troeuvi de vend ona quai voeuna, la vendi... El pan el costa…, e
se no fasess gabi quand sont a spass, sfidi a viv!... (etc. etc. di questo
tuono).
3724.
La vita di certuni è un continuo prolungato fallimento. Es. il * ed il **,
insigni per i pouffs e le truffe. Hanno tolto denari a presto da tutti.
“Il P...” domanda un certo numero d'azioni per vivere. Vengono i merlotti,
ambiziosi che hanno bisogno della réclame, bricconi che hanno bisogno
del silenzio. Dopo pochi mesi il giornale fallisce, e gli azionisti rinunziano
alle loro azioni. Allora il giornale riaquista ancor vita, e il suo direttore
lo vende ad un'altra società, e così di seguito. - Al “P...” è necessaria una
persona (che è il S.r ***) la quale sappia i nomi di tutti i
creditori del direttore, per impedire che vengano talvolta offesi casualmente
negli anned. del gazzettino. Di tanto in tanto con qualche centinajo di lire **
tacita le migliaja; e rivende a l'uno o all'altro ministro gli avanzi della sua
sporca coscienza. ** deve al Litta 12.000 lire ed è perciò che la duchessa
Eugenia primeggia ancora in ogni festa da ballo sul “P...”.
3725.
Nella Svizzera ticinese un briccone di appaltatore faceva abbattere un bosco
comperato ad una vendita di beni ecclesiastici, impiegando individui
pregiudicati e sospetti, rifugiatisi nel cantone. E pattuiva ad es. con loro,
la giornaliera mercede di un pajo di lire. Ma, venuto il momento del pagamento,
negava loro una lira, dicendo “e se rognee, ve consegni”. - Si domanda chi
fosse il più briccone, gli operai o il padrone?
3726.
I nostri vecchi, quando si recavano in campagna a Besana, si fermavano a passar
la notte a Monza. ‹Coll.
l'idea fisica alla morale - negli usi - aspirazioni - lettere etc. Raffr.
l'antica lentezza alla moderna celerità. Napoleone I il precursore della
ferrovia.›
3727.
C'era a Firenze il cosidetto carretto dell'Angiolino - che girava, di mattina,
la via, colla carne pei gatti abbonati. Ciascuno dei quali scendeva in istrada ad
abboccare il suo pezzo, mentre i non abbonati restavano sulle porte a guardare
- Pilade e Oreste, i due gatti di Gorini - amicissimi. Uno lava il muso
all'altro colla lingua - e come Pilade ha mangiato la parte sua sul tondo, non
tocca mai l'altra parte dell'assente Oreste - Le gelosie dei cani e dei gatti,
verso i bimbi dei loro padroni - ...Il cavallo attaccato ad un brougham, che
balla, al passar della banda - Per capir bene gli uomini, bisogna studiarli
nelle bestie, dove soltanto noi li troviamo liberi da ogni artificio. E lì
comprendiamo quali siano le nostre innate e le nostre aquisite passioni. Per
capire la macchina complicata, bisogna studiarla prima nella sua espressione
più semplice.
3728.
Giano Trifronte o il Dio trino, sono all. al passato - presente e futuro. -
3729.
Nei casi di coscienza - scenetta, sul primo peto (fra due sposi novelli,
poeticissimi).
3730.
Il neo-barone Galbiati, a Genova, vedendo un mucchio di cannoni senz'affusto
pronti per essere imbarcati, chiese: hin quii lì i tonellad? - Lo stesso, udito
dal portinajo di casa Soncino, che il marchese e la marchesa giacessero
entrambi gravemente ammalati, esclamò: gh'hoo paura, ma stavolta resten vedov
tutti e duu. - Quest'ultima stoltezza se fosse una subabsurditas (cioè
una stoltezza voluta) mostrerebbe nel suo autore un non comune ingegno.
3731.
I ricchi, questi nuovi feudatari - diffidentissimi, vedono dappertutto
latrocinio. Es. il C.M. per cui povero equivale a briccone. Egli vorrebbe
abolita la popolare istruzione e la giuria; vorrebbe rimessa in pieno fiore la
pena di morte e con un po' di tortura. Egli chiama birbante e insieme
republicano qualunque più razionale oppositore alla benchè minima parte del
sistema che ci regge etc. Vuoi tu sapere se un atto è generoso? È tale, se ei
lo condanna.
3732.
Non c'è avvilimento maggiore per un uomo d'ingegno di quel di trovarsi in una
compagnia di sciocchi, che intimamente o lo sprezza o lo compatisce. L'ingegno
non sfolgoreggia che in mezzo l'ingegno. - In mezzo agli stolti par la più
grande stoltezza. - L'uomo d'ingegno tra i sciocchi ha sempre fatto la peggiore
figura. Ei non sospira ingiustamente la compagnia delle vacche e de' buoi.
3734.
Lo freddò col fuoco (lo fulminò) - (Certuni, spec. i giornalisti) fanno
professione di bugia e di sfacciataggine - Mia madre avea inviato il suo
biglietto di visita a certo banchiere per condolersi della morte della moglie
di lui. Il banchiere le fece tener il proprio la mattina dopo. Disse
mia madre: che dolor simetrich! - Dei prolissi e insipidi libri del Buccellati
può dirsi “sono cacate di un mangiapolenta”. - Un Milanese per esprimere
popolarmente ad altro milanese la fecondità dell'Italia nel dare all'Umanità
grandissimi figli gli disse: l'Italia, fa cunt, l'è la contrada di Omenon. -
3735.
Qual'è il metodo per difendersi dall'aqua che penetri da un buco nelle nostre
scarpe? Far nelle scarpe un altro buco perchè n'esca - Quali sono le cose che
più sono vecchie e più sono giovani? i ritratti. - C'era tale, il quale diceva
che per mantenersi lungamente i capelli bisognava tenerseli sempre tagliati
alla cute. E così per non perderli - non ne ebbe mai per tutta la vita.
3736.
“Il suicidio” di Paolo Ferrari, venne chiamato dai Milanesi “il suinicidio” per
le strida emesse dai personaggi.
3737.
Manzoni, a volte, balbettava leggermente, e però diceva: l'è stada ona fortuna
ch'el Signor el m'abbia faa on poo bettegoi; se de no, sariss staa vun de quii
cicciaroni! de quii cicciaroni! -
3738.
Chiese il S.r Spagliardi a Rovani perchè bevesse sì tanto. E Rovani:
cosa voeut! quand mi bevi, me par che i debit me diventen credit. - Rovani
recitava alle volte certi versi di un sonetto, credo del Nosetti, in cui si
parlava di un uomo dedito all'onanismo e rimproverato per ciò dal confessore
che gli domandava minacciosamente se non si sentisse a tremare la terra sotto i
piedi; il qual sonetto, finiva colla risposta del peccatore, appress'a poco
così: mi no - el respond sto ciall - mi no me senti a tremá sott che i ball -
Il Nosetti avea scritto parecchie poesie in dialetto d'argomento osceno, ma non
prive di pregi, le quali erano poi recitate da certo Arioli per sue. Non so se
sussistano ancora. - Oh quanti s'arricchirono della miseria di Giuseppe Rovani
e di Tranquillo Cremona! (P. es. le copie in oleografia dei quadri di
quest'ultimo fecero ricco il Borzino) - Pietro Magni, scultore, era tenero
assai degli asparagi. Invitato a mangiarne ne prese più che poteva dal piatto
di portata, mangiandone in fretta la sola ultima punta e deponendoli tosto sul
tondo, affine di potersene far servire degli altri... Gli si chiese: e perchè
ne mangi solo la punta? - Rispose: stee quiett, che i ritoccaroo - Rovani ebbe
di Manzoni il genio; non la fortuna: ne avrà la gloria. - Rovani fu dato
all'Italia a suo onore e disonore - Rovani raccolse la penna di Manzoni per
trasmetterla al Dossi. -
3739.
Un maestro di musica adattò l'aria di Figaro “Figaro qua, Figaro là” al canto
ecclesiastico “Sacramentum” etc. per cui i preti dovevano cantare “sacramento
di qua, sacramento di là” etc. - Certa bigotta cattolica, trovatosi sul
tavolino un libretto del Vangelo di S. Giovanni, distribuito dalla società
biblica protestante, lo lesse senza accorgersi della sua eterodossia. Come lo
seppe, scandolezzata volle disleggerlo e credendo di disfar la calzetta,
ricominciò a leggerlo dall'ultima linea alla prima. - Diceva un vecchio
soldato di Napoleone parlando ad un giovane garibaldino: poveri cannoni della
giornata! Quelli di una volta oh sì! eran cannoni, e facevan boo...
uum. Ma i vostri non sono capaci che di far pluff. Nè s'accorgeva di
esser diventato sordo. -
3740.
La S.ra Berra moribonda, volle, fino agli ultimi istanti, aprir le
sue sale alla solita conversazione. E dicea al servitore, dal letto: Porta di
là le tazze delle aque, senza conserva, scusandoti col dire che l'hai
dimenticata etc. Al Cecchino poi suo figliolo ricordava di dare il tale oggetto
al tale o tal'altro, dicendogli: “gli darai un coso... così... tra gnacch e
petacch...”. Quando negli ultimi giorni le si annunziava il dottore: già, è
inutile, rispondeva - Crescono le visite inutilmente - e quando la si avvertì
che il S.r prevosto chiedeva vederla... - Bene - disse - fagli, o
Cecchino, un mondo di complimenti e mandalo via.
3741.
Bizz. (3627) I sogni classici del Prof. Pallanza 12.
È abate e professore. - Legge - spumante labello - tutte le lubricità greche e
romane, per imparare il bel dire. - Le lettere di Filostrato etc. La sua testa
è frequentata continuamente da rosei Batilli dalle chiome d'oro ondeggianti, da
Gitoni, odoranti la fòrnice etc. Ed a lui è affidata l'educazione dei
giovinetti. - Il Vampiro 41. Storia di una orribile vecchia -
vergine e cattivissima - sul gusto della mia zia Marianna, che passa di
famiglia in famiglia, sinistro legato, e non entra in una nuova casa, se non
dopo di aver sotterata tutta la vecchia. - Vi si senta il gelo di sepoltura, e
lo sbattere d'ali del vipistrello. - Lettera alla posterità 13.
Vettura etc. 40. Vi ha alcuni che dal continuo ritorno delle
antiche istituzioni sotto nuovo nome, pensano che la umana società sia come una
ruota che giri continuamente, più o meno veloce, ma senza mai avanzare. Il che
non è. Essa è ruota che gira sopra se stessa, ma insieme avanza. Tornano, è
vero, le antiche istituzioni ma progredite. Ruota è non solo che gira ma che
cammina, va avanti. -
3742.
Studiare la storia nei soli uomini e non nella circostante natura è un volere
giocare agli scacchi senza scacchiera.
3743.
A Induno (Varesotto) i villani dicono sempre dodicicento, tredici-cento, etc.
per 1200, 1300 etc.
3744.
Chiedo un impiego. Se mi domandate: che sa fare? la mia coscienza risponde:
“nulla”. Il che, per i tempi che corrono è la migliore delle raccomandazioni.
3745.
La razza dei filantropi-pedagoghi - sotto l'invocazione dei santoni Thouar,
Lambruschini etc. - È una razza che comprende gli Ignazi Cantù, i Giuseppe
Sacchi, i Sailer, i Somasca etc. tutta gente che cammina senza tacchi per paura
di levar rumore, che è nudrita a pappine, a lattovari, a semate. I loro
cervelli starebbero tutti assieme in un guscio di noce. Sono i collitorti
dell'istruzione. - Il loro filantropico scopo è di strappare i fiorellini
intellettuali per vedè se cascen radis -
3746.
Una sera diedi - per sorpresa - e in presenza di tutti - un bacio ad una
fanciulla. Ella se ne mostrò offesa. Io le dissi “se il bacio non lo vuoi -
restituirlo puoi” - E la fanciulla me lo ridiè di nascosto.
3748.
Nel digiuno religioso si comprende anche quello dell'intelligenza... - l'ozio
contemplativo dei monaci... -
3749.
Le metafore letterarie si vanno continuamente impicciolendo. Ant[icamente] esse
erano di maggior mole del soggetto - dato a soggetto l'uomo. Erano in Omero,
fiumi torrenti etc. Poi si pareggiarono - cavalli, tori etc. Oggidì siamo alle
formiche, alle zanzare, e così via. Tuttavia, all'occhio della filosofia che
nel microscopio vede il grandissimo - le une valgono l'altre.
3750.
Che giova scolpire la legna che dev'esser data alle fiamme?
3751.
Non aquista fama se non quell'autore che abbia una dose di mediocrità; non la
mantiene se non colui che ne possiede due altre di vera virtù.
3752.
Nelle mie solitarie passeggiate, fra i monti - colgo fiori e pensieri.
3753.
R.U. La gente utile. - Nicoly, - Sforni - Rescalli - * -
** - Macchetta - A nominarli tutti non c'è carta bastante. - Sforni perde
centinaja di mille lire al gioco - casineggia dì e notte - dona alle prostitute
carretti di toelette e giojelli. Quando morì certo Borghi (celebre lenone) gli
si domandò perchè non ne portasse il lutto. * è spadaccino di professione. È
della famiglia napoletana dei cosidetti principi di *** - una famiglia di
straccioni che si danno vicendevolmente dell'Eccellenza, e crepano di fame, pur
di starsi in panciolle. Il Principe vecchio dice ogni mattina alla moglie: Comandate
qualche cosa, principessa? - E s'ella dice di no - “allora piscio”. Si noti che
questa principessa è una mantenuta qualunque. * - fà debiti, e poi sfida i
creditori. Non trovando però più nessuno che l'onori di un colpo di spada - se
la piglia, tanto per stare sull'esercizio, con **, altro spadaccino di
professione - messo al bando da tutti gli onesti. - Poi, c'è il Macchetta e il
Passalaqua, moglie e marito a perfetta vicenda. - Ma [a] volere ridire le
infamie, e le oscenità di tutti costoro ne arrossirebbe l'inchiostro.
3754.
Taluni, quando discorron con altri, han la nojosa abitudine di slacciargli il
soprabito, il panciotto, la cravatta e perfino le brache. Talaltri si
contentano di levarci i bottoni. - Di chi corto di vista - per guardar
qualchecosa - ci va sopra col naso - Le cose bisogna farle adacio - diceva un
tedesco - allaccia un pottone, poi, spetta poco - allaccia l'altro pottone,
poi, spetta poco... -
3755.
Il blitterismo e il ciribirismo di molti artisti del giorno -
pittori, letterati e scultori. Essi credono che l'arte li liberi dalla morale -
e pur di far bricconate - le fanno anche a lor danno. Per loro, il ricatto è la
più alta manifestazione del saper vivere. Molti che potrebbero guadagnare
virtuosamente il lor pane, lo bricconeggiano. Condito di birberia sembra ad
essi migliore.
3756.
Un certo predicatore, in una sua predica sulle anime del Purgatorio,
s'indirizzava a quest'ultime, gridando: che volete, o anime purganti? Poi si
rannicchiava dietro la sponda del pulpito e con una voce come in cantina,
rispondeva a sè stesso “messe!” - La pompa grottesca nelle grandi cerimonie
della chiesa... i flabelli, le varie paja di guanti e di scarpe che
cangian sull'altare i reverendissimi monsignori, le mitrie etc. -
3757.
A volte i signori parenti - per es. a tavola - nel dare sgridate educative ai
loro bambini non badano se qualcheduno degli astanti è pur colpevole delle
infrazioni di Galateo rimproverate ai bambini. E così ottengono questi due
effetti - l'uno di mortificare il povero astante - l'altro di perdere il fiato,
chè il bimbo, se ha orecchi per i parenti, tiene pure occhi per l'adulto
correo. - Si biasimi il falso galateo insegnato ai fanciulli: si
distingua fra la gentilezza dei modi, e quella dell'animo.
3758.
Nuovi sistemi di istruzione - Il sistema Capurro per i soldati, inspirato forse
dall'alfabeto di Prete jacopino nel Merlino Coccajo - Oggi non si sillaba più
Bi-a-ba - ma si dice b-a, ba etc.
3759. - Temo di aver de' pidocchi
- dicevo. E mio fratello: Tutte imaginazioni - “Sì, imaginazioni - risposi -
cogli zampini”.
3760.
Redi scrive a Filicaja che da fra Guittone a lui non ha letto più belle poesie
delle sue!... E Dante? e Petrarca?.
3761.
Dov'è la fama del Filicaja? dov'è la fama del etc. Inspir. - pel tema della
gloria al magnifico lamento di Manrique -
3763.
Donde la salute delle bestie? dal pensare ancor meno di chi dà lor da mangiare.
Donde quella dei selvaggi? dal vivere in uno stato di mezza-innocenza ossia di
perfetta ignoranza. Donde quella dei monaci? Dal non legger cosa più grave dei
loro messali.
3764.
Bizz. (3627) Il bene del male 24. Tutto si vale, perchè
tutto si compensa. Qualunque cosa tu pensi o tu faccia è complemento di altra:
è addentellato, se buona, ad una cattiva, o viceversa. Whatever is, is right
(Pope). Il male è condizione essenziale del bene - tanto che si può dire che il
male sia un bene. - Giudizio universale delle idee 2. V. Sketches
of Criticism (nelle Curiosities of Literature of Disraeli p. 9). - Le
voluttà 50. Ogni perdita di sangue produce voluttà. Le battiture
fratesche per mortificare la carne etc. Le voluttà della imaginazione sono
peraltro le maggiori di tutte. Ivi, il vero coito. Nota che coto
antic. significava cogitazione, pensiero. Eppure, chi si trova in uno
stato mediocre di fantasia non sogna nemmeno che ci possano essere altri stati
superiori al suo - come chi, abituato a una plaga poco favorita dal sorriso del
cielo, e dalla quale non si allontanò mai, scuote con diffidenza il capo alla
descrizione che il viaggiatore gli fa di altre migliori d'assai. -
3765.
Dicitur, che il re Luigi di Baviera, ammiratore di Wagner e della musica senza
idee, abbia disposto nel suo palazzo un appartamento in modo che col gioco di
specchi e di vetri colorati, piova il chiaro-di-luna anche in pieno
meriggio. S'intende che l'appartamento è tutto in istile medioevale.
3766.
G.F. Tra i bimbi. È il giorno di S. Giovanni. E il sacchettino
della semenza di bachi? che ne è? Si và a vederlo. Effervono i bachi. Corriamo
subito a comperar della foglia. La verduraja la pesa contando i grammi e i
mezzi grammi. In un atimo le prime foglie sono completamente coperte, e bucate
- La foglia non è più che un ricamo - E i bachi a poco a poco s'ingrossano e si
allargano pigliando posto del tavolo, del coumod, delle sedie, e
invadono tutta la casa. Per mantenerli, andiamo a rubare la foglia in un campo
del municipio, dove la sta inoperosa; e la laviamo frasca per frasca. Niente
più studi. I bachi biancheggiano anche sui libri e i quaderni. Infine
cominciano ad abbozzolarsi. Nostra emozione. Si veglia due notti. La galetta è
magnifica - giallissima. Illumina per così dire la casa. - Ci frutta - Lire 31
e 50. Ed era semenza raccolta in un letamajo.
3767.
G.F. 1ª domenica di quaresima. Descriz. della prima messa - cui
assistono, ancor mascherate e ubbriache le coppie che vengono dai veglioni.
3768.
Il punto d'esclamazione è quel puntelletto senza il quale uno squilibrato
periodo cadrebbe.
3769.
Bizz. (3627) Viaggio di un lunatico in terra 56. Fatto
ebbro da una goccia di vino per lui sconosciuto liquore (poiché non essendoci
aqua nella luna, non c'è per conseguenza vino) vedesi tutto passeggiare
all'intorno etc. E descrive nel suo album una città che dondola - tutti
ubbriachi - che lo voglion far bere per forza e si offendono s'egli non beve. È
un toccheggio senza riposo di bicchieri. Tutti ti offrono il loro. Vi ha chi da
sei mesi è in ebbrezza. La capacità fisica dà la misura della morale.
3770.
Bizz. (3627) Catalogo etc. 42. Ricetta per coltivare i
dogma. Modo impercettibile per cui entrano in circolazione. Prima per semplice
imagine poetica, poi per ipotesi, poi per opinione individuale, poi per ferma
credenza - di molti, poi per il consenso universale. Es. dell'Imm. Concezione
dell'Infallibilità pontificia etc.
3771.Bizz.
(3627) I progetti 51. 15 giorni di disp. 55.
I nostri debiti si potrebbero pagare vendendo una parte delle nostre collezioni
artistiche - Sparse pel mondo, insegnerebbero agli altri. Per noi; niente
paura. C'è la fabbrica in casa.
3772.
Bizz. (3627) Theòn ménima 6 o sp[arsim]. Da quando Dio
punì la più crudele delle belve che si aggirasse per la terra, dandole l'intelligenza...
- Mercato universale 18 o Catalogo 42. Filosofia delle
carte da gioco dette tarocchi. Ivi tu vedi tutto quanto c'è al Mondo - e tutto
ivi sta in gioco. Chi più ne ha, più ne aquista etc. -
3773.
La Mitologia può dirsi il primo libro di econ. politica. E poi dicono che gli
antichi la ignoravano affatto! Vedi solo la Storia di Mida - che muor di fame
nell'oro - e considera bene le sue orecchie di ciuco -
3774.
Bizz. (3627) Le idee all'ingrosso etc. 23. Tutti
bei sistemi, i filosofici - tutti ingegnosissimi, come quello del rapporto tra
il finito e l'infinito di Cousin - del trionfo delle leggi mentali sulle
fisiche del Buckle etc. ma mettili alla stregua de' fatti, e impallidiscono. ‹Simili teorie, prese isolat.
offrono tutte un'apparenza di verità, e difatti ne hanno tutte una parte. - Nè
passa giorno che si presenti uno scienziato o un fil. o uno st. con qualche
nuovo sistema, rovesciatore d'ogni altro.› - Catalogo 42. L'altro mondo 60.
America e Europa. Il ritorno etc. Andò a fare il briccone in America per poter
poi tornare a fare il galantuomo in Europa etc.
3775.
Bizz. (3627) La gloria 27. è spesso mangiata dalle tarme
(roditrici di libri). ‹Si
mostri come la gloria sia non una astratta idea ma un reale interesse -
consistendo il vero godimento non tanto nella soddisfaz. del desiderio quanto
nel desiderio.›
3776.
Lo spirito umano, del pari che la coscienza degli individui, patisce anch'esso
di rimorsi. La natura ha infuso in esso una segreta tendenza al vero, che lo
agita tanto o quanto sempre, anche in mezzo a' suoi traviamenti. Per rispetto
alla poesia, lo spirito umano in Italia trovavasi allora in quello stato
d'indeterminata incontentabilità che è il primo passo del colpevole verso il
ravvedimento. E perciò un uomo, come il Filicaja, il quale in questa sfera
universale di noja e di desiderio nascente del vero, emergeva con una
suppellettile d'idee più corrette e di sentimenti più veraci e più generosi
etc. etc. (Art. sul Filicaja di Foscolo tr. dall'ingl.) - La stomachevole
ostentazione di antitesi, le iperboli spiritate, l'ampollosa barbarie del
seicento etc. Difesa del 600, arte del 600 - Sua sincerità - Per trovare
un'altr'Arte che egualmente in Italia rispondesse al suo tempo, ci è necessario
andare fino al 300 - dalla fratesca semplicità. - È nel 600 che noi abbiamo i
pittorici sonetti del Cassiani etc. [id.]. ‹Dei quali però uno solo è
pregevole “Diè un alto strido, gettò i fiori, e volta” etc.›
3777.
Bizz. (V. 3627) Le idee all'ingrosso etc. 23. - S'ha
vergogna di un debito di poche lire, si ha quasi orgoglio di uno di molte.
Solletica la propria vanità il poter dire “sono pieno di debiti” e si rialza
superbamente la testa, invidiati perfino dai nostri creditori - Altra curiosità
psicologica è l'offesa che sentono alcuni da chi li paga (che li paghi poco,
s'intende) per un servigio onestamente prestato. Ma fate di pagarli assai e
l'offesa è tolta, ed essi vi saranno riconoscenti. In altre parole bisogna
raddoppiare la causa dell'offesa per torne l'effetto.
3778.
Bizz. (3627) Inaugurazione del Palazzo della Civiltà 35.
Non è ancor finito. Alcune sue parti mancano ancora di fondamento - ad
altre si stanno levando i ponti di fabrica etc. Molte nicchie con scritto sotto
etc. mancan di statua etc. Si descriva graf. la storia del progresso dello
Spirito umano, ricordandone i principali benefattori. - Collez.
cervelli 43. I cervelli isolati sè pensanti - Della
immortalità del pensiero attraverso i secoli - La circolazione eterna del
pensiero etc. V. 3510. Cinque teste di giustiziati contano la loro storia
(testimoniandola dalla forma e dai segni dei loro crani). Tutti e cinque furono
condannati ingiustamente. La 1ª era affatto innocente - la 2ª, pazza - la 3ª
peccò per forza di passione morale - la 4ª per scopo generoso di politica - la
5ª per necessità fisica (cibo etc.) - Ciò che vedo nel fuoco ecc. 47
le buone azioni perdute per sempre. Es. - nelle nubi, i desideri - le
innominate malinconie etc. - Catalogo etc. 42. Descriz. del
quadro dei cavicchi. Un cannone ne spara fuori una nuvola - sul fondo del
quadro centinaja di persone col culo nudato e in aria a riceverli. - Nessuno
per altro ne è favorito - I cavicchi si sperdono per l'aria - fuorchè uno solo
che giunge al suo scopo; giunge cioè a un canonico grasso e assonnato - e
siccome il canonico sta seduto, il cavicchio si piglia l'incomodo di entrargli
per disotto la poltrona, bucando i cuscini etc.
3779.
Il diavolo è lo spirito della contraddizione.
3780.
12 agosto 1876. Vado a Torno sul lago di Como per parlare a mia cugina
Amelia circa la nomina del preposto di Montecalvo, vecchia signoria di casa
Pisani. Amelia mi sembra men bella dell'anno prima - pure, mi sforzo e riesco a
rinnamorarmene. Con molta diplomazia persuado la zia a lasciarla venir meco ad
Induno dalla mia mamma per una quindicina di giorni. - 13 agosto. Viaggio.
Contrarietà del perder la corsa del piroscafo. Si noleggia un battello a
quattro remi. Mia gioja di trovarmi finalmente solo con Amelia. Passa un
barcone di gente: ci vede: grida: viva gli sposi! - Arrossiamo - A Como; poi in
timonella a Chiasso, indi per ferrovia a Melide. Siamo in vagone soli. Il
discorso s'intreccia. Io cerco di scavare il suo amoroso segreto che credo sia
il mio. Suoi sotterfugi per non rispondermi. Io le dico come vorrei, che ella
mi procurasse una sposa. Dimanda “come la vuoi?” descrivo lei senza nome e
concludo: più t'assomiglia, meglio è. - Amelia allora mi dice come vorrebbe il
suo sposo e nella descrizione di lei io mi specchio. (Tra parentesi mi corre
però un brividuccio di tema. Vedo imminente un matrimonio). A Melide si piglia
il vapore di lago: poi a Porto, la carrozza - nel tragitto in carrozza la
incalzo ancor più: il discorso si anima: i nostri occhi sfavillano - le nostre
guancie scottano. - A botta calda, le chiedo, se è innamorata? Risponde con un
filo di voce “sì”. Insisto. Ella mi pinge un amante che mi assomiglia. Insisto
ancora dimandandole il nome. Dice “sta vicinissimo a te” - Mio balzo di gioja.
Le stringo con passione la mano: ma ella s'accorge dell'errore e continua: sta
vicino, dicevo, a casa tua... in Monte Napoleone... E lì, mi confida, com'essa
ami da un anno, riamata, un giovine studente a Pavia, certo Biffi - della sua
età. (Io cado mezzo in deliquio). Il giovine è pieno d'ingegno, è pieno di
cuore, ha tre case in Milano, farà una bella carriera
etc.... Con uno sforzo di ragione mi vinco - fo il generoso - me le offro
alleato etc. Sua riconoscenza, mio dolore acutissimo. - E si arriva ad Induno
-.
3781.
Molti per potere poi fare il galantuomo in Europa, bisogna che vadano a fare
per qualche anno il briccone in America. - America è veramente un altro mondo.
Chi fattosi ricco torna di là in Europa, eredita, per così dire, di sè stesso.
3782.
Musica odierna. Arpeggi, accordi, che cercano sempre e non trovano mai il
pensiero. È la musica che fà parer buoni i cattivi - È il trionfo di chi non ha
idee, e siccome i più non ne hanno, così è la musica preferita dalla più parte
dei signori maestri. “Non vi sono è vero, dicono i critici, molti pensieri, ma
in compenso, quale fattura!” - quasi che si trattasse di un lavoro da
sarto o da calzolajo. Eppoi, dite buona una musica che dice nulla?... “Ma c'è
scienza!” - voi rispondete. La Scienza, opinava Rossini, dev'esserci sì nella
musica, ma, come il culo in una bella donna - dev'esserci e non esser veduta.
In altre parole la musica odierna è tutta bagniffa (salsa) e mai solida
carne. E però Confalonieri voleva invitar Catalani (autore di un'opera dotta
insipidamente) a pranzo, non dandogli altro che salse; e se l'invitato se ne
fosse lagnato, voleva dirgli: ti tratto come tu mi trattasti. - Si noti che
questo S.r Catalani autore di una “Caccia lontana” (ma per disgrazia
non lontana abbastanza da non potere essere udita) dicea a Confalonieri “l'ho
scritta alla Wagner... ma mi ci cadde qua e là, in isbaglio, un po' del
Bellini” - Rossini diceva: melodia semplice, ritmo chiaro.
3783.
Mangio, dicea Confalonieri, non dirò per quattro, ma per 2,50.
3784.
Nel 1870 in Italia si manifestò una recrudescenza di tirannia. - Non c'era
regolamento che non offendesse la legge. Le garanzie pontificie aveano
rinfrescato il medioev[a]le diritto d'asilo. La guardia nazionale - ombra se si
vuole per la difesa dei cittadini diritti ma almeno ombra ossia protesta
s'era disciolta, dinanzi il ridicolo... -Volevansi abolire i giurati - fu
impedita la stampa dei processi criminali offendendo così alla pubblicità dei
giudizi proclamata dallo Statuto - si punì la bestemmia - sbalzaronsi da un
capo all'altro della lunga penisola i poveri pretori rei di onestà, ledendo
così il principio dell'inamovibilità che per essere pieno deve
riflettere non il solo grado, ma la dimora - si accordarono poteri
discrezionali ai prefetti e ai questori etc. etc. E pretesto era sempre l'ordine
publico! Povero ordine, come ti si disordinava!
3785.
Bizz. (V. 3627) La giustizia della giustizia 25. La Giustizia
umana è insufficente: essa non reprime che i piccoli scellerati. La Giustizia
divina entra in scena. Essa decide di farla finita colle grandi Belve della
Umanità, e consacra 20 pugnali - invitando le Nazioni a richiederli. Si
presenta prima l'Italia, ne chiede uno “pel Papa” (Motivi della domanda): poi
si presentano altre nazioni etc. etc. E ciò dia campo di far la rassegna di
tutti gli odierni scelleratissimi -.
3786.
I romanzieri del giorno pajono tutti figli di sarti, tappezzieri, merciajoli
etc. Es. “Il cavaliere, ritto in piedi, commosso e tremante, gli occhi pregni
di lagrime pure e sante, rimase immobile dove le due donne avevano preso
commiato, ed asciugando quelle lagrime preziose, con un finissimo fazzoletto
di battista dalla coronata cifra, disse come colui che trovandosi
solo etc. etc.” - “E si pose la mano sul cuore coperto di una camicia d'Olanda
bianchissima...” -
3787.
“Gh'hoo paura che qui du puvion faghen no razza. Han de vess dò masc
(due maschie) - In mil. il due etc. hanno il masch. e femminile. Il maschile è duu
- In Ital. invece, si sarebbe detto due maschie.
3788.
Dall'ingenuo Togn fratello diciottenne della S.ra
Confalonieri. - I° Te fee mai el dover! - Togn. Com'è, no? Guarda
el diari... legge poco bene, male, malissimo, malissimo...
Gh'hoo domà un bene sol - 2° Tog[n]. Mi
a Monza senza un quaranta franch per lo men, no ghe voo. - C. Ben, cunta
un pô su come ti spenderisset. - T. Ecco. Punto primm: levi su ben
bonora e ciappi a pè el dazi... Una passeggiada la fa semper ben, e poeu la me
farà vegni famm. Arrivaa a Monz[a] - naturalment sont stracch... e me butti giò
in del parch a fà on bel sogn sora l'erba. Fà el sogn mangi... una piccola de
stuaa... magari dò - e el me mezz litter de vin... - Poeu riposi un pô anmò, o
voo a vedè la cittaa - e quand l'è giò el soo, dasiadasi, torni a Milan...
bevend tra la strada on alter para de quint - C. E i quaranta lir? - T.
(cascando dalle nuvole) Ah! sì che l'è vera - 3° C. Te ghe cald? va giò
a bagnatt in del Navili. - T. Gh'hoo sudizion. - C. Ma se gh'è
nissun? - T. L'è appunto perchè gh'è nissun, che gh'hoo sudizion - 4° El
Togn incontra un giorno il prof. Corbellini a braccio delle sue due brutte
ragazze, e per fargli un complimento, gli dice: Tal qual el sciocch ven foeura
i tapp. - 5° Agli esami per un impiego municipale gli era stato dettato il seg.
tema: due corrieri, che partono alle tre del mattino da due opposti punti,
distanti sì e sì - camminando il primo tante miglia all'ora, e
l'altro tant'altre, a che ora s'incontreranno? E Tonio, dopo di avere empito il
suo foglio di conti, rispose: Il corriere A. s'incontrerà alla tal'ora - e il
corriere B. alla tal'altra - 6° Nel suo lavoro poi di composiz. italiana, si
notavano i seguenti pensieri - Il conte Ugolino vecchio dalla barba lunga e
bianca è seduto su'n sasso con teppa... - Le pareti parevano, a tre passi dalla
prigione, distaccarsi dal muro - etc.
3789.
Non c'è che dire, utili sono le odierne ordinanze di polizia: ci rendon sicura
la vita, ma ce la rendono anche nojosa. A protezione della nostra libertà, ce
ne tolgono troppa. È notte. Hai bevuto un bicchiere di più; il cuore ti si
allarga - così pure la voce: ed ecco che tu cadi in multa per schiamazzi
notturni - È giorno: insoffribile è il caldo: vedi dell'aqua, ti
getti dentro. Scandalo publico! - etc. etc.
3790.
Bizz. (3627) I progetti 51. Tra le scoperte che si desiderano,
sarebbe da porsi anche quella di un naso posticcio pei cacciatori - in
sostituzione del cane - naso da lepre, naso da starna, da anitra etc. - Asta
della libreria 4 o il Filosofo e la serva 11 - Leggo Bruno, Spinoza
etc. poi mi rimango pensoso: e li invidio. Ma penso al Rota, professore
instoltito dal troppo sapere, - e butto i libri sul fuoco - Pensieri metafisici
sottilissimi e avviluppatissimi. Sento che perdo la testa. Allora dico: andiamo
tosto in cucina a parlar colla serva e a ritrovare il buon senso.
3791.
A chi desidera di ben imparare la lingua nostra, serbando intatta la propria
originalità di pensiero, si consiglia lo studio degli autori dei primi secoli
della italiana letteratura - dove le idee essendo nulle, lasciano inadulterate
le nostre. Resta peraltro a vedere, se una tale scipita lettura, non dia la
piega di scriver parole senza pensiero -comodissima piega. - Poichè spesso
rampolla da pensiero, pensiero.
3792.
Car. um. Cressoni di Como è un uomo pieno di debiti e d'allegria.
È felicissimo di avere gonfiato il tale o tal'altro - canta sempre con
voce baritonale qualche canzonetta - sa mille pettegolezzi - tutti conosce ed
ha per tutti il suo frizzo. Suo stile, allorchè spiritoseggia, è
per es.: Seducetevi, per sedete - Partoriamo per partiamo
- Pederestiamo, per passeggiamo etc. Ne ha anche però del migliore; per
es. accennando a due suoi amici e a sè stesso che avevano il pizzo (mosca)
bianco “Eppoi si dice, raro come le mosche bianche!” - Inoltre, il Cressoni è
sojatore, e rugattista per la pelle. Un giorno incontrò nel Verziere di
Milano una mezza dozzina di cantanti sue conoscenze, che guardavano con
desiderio la bottega di un polentajo. Cressoni comperò una vasta polenta e
molto merluzzo, poi li invitò a sparecchiarla sul luogo - dando loro, a ogni
fetta, del celebre, dell'immortale etc. etc.
3793.
- Ci metto su un franco - diceva un ingegnere giocando al sette e mezzo -
nella scala di 1 a 10 (intendendo di dire 10 cent.) oppure “nella scala di 1 a
100” - (intend. di dire uno).
3794.
Bizz. in vettura, ferrovia etc. 40. “Chi va piano,
va sano e... perde la corsa” -
3795.
Qual'è quella cosa che, sola, è ben fatta quando fatta coi piedi? Il vino.
3796. Molti hanno il talento di
farsi odiare per poco -.
3797.
Opinano alcuni che i figli degli uomini di eccelso e attivissimo ingegno, sono
generalmente stolti, come se i genitori avessero speso in lor danno tutto il
patrimonio intellettuale della famiglia. Noi crediamo invece che questa
apparenza di stoltezza derivi più dal vicino confronto coll'ingegno eccezionale
del padre che non dalla vera imbecillità del figlio. Confrontate perciò il
figlio di un grande uomo non con costui, ma col resto del popolo, e il vostro
giudizio sarà modificato.
3798.
Milano chiede panettone a Pavia, Napoli carrozzelle a Milano, Cantù ignoranza
ai giornalisti, i giornalisti bugie ai diplomatici etc.
3799.
Il 3 Marzo 1869 mamma mi strappò il primo capello grigio.
3800.
La banda musicale di Induno, quando accompagna i suoi morti al cimitero suona
le più lugubri melodie: ma nel ritorno, strombetta e tamburoneggia i più
veglioneschi galoppes. - Tale, trovandosi perfettamente felice, tanto si
spaventò, che s'uccise. -
3801.
(dal vero) Certo prete italiano è invitato a pranzo (all'albergo) da un vescovo
inglese con moglie. A tavola si mangia poco e a freddo - e anche quel poco
nojato da un pretenzioso Galateo e da un vino dolciastro che nausea. Nessuno
parla. All'Italiano il cibo fa groppo. Dopo, si passa in camera. La S.ra
si lava le mani, e così il Vescovo - e così dee fare l'italiano, che certo non
le ha troppo insudiciate di cibo. - Poi, siedono al caminetto: e il Vescovo,
aprendo finalmente la bocca, dimanda con gravità all'italiano: come interpreta
lei il primo passo di S. Giovanni?... - L'Itali[ano] non sa nè di S. Giov[anni]
nè di Matteo. E lì una disquisizione teologica, sostenuta tutta dal Vescovo e
dalla sua moglie - nella quale, parlando anche della Cena di Leonardo si
osserva che è tutta errata, avendo il pittore dipinti gli apostoli seduti
mentre doveano essere in piedi etc. etc.
3802.
Fanno un gran bene certi caratteri fermi, inflessibili, che giganteggiano qua e
là nella storia, come colonne a sostenerne la volta ‹Napoleone›, o come altari ospitali, cui
corrono milioni di deboli e li abbracciano, reputandosi in salvo ‹Gesù›. - È peraltro sfortuna che,
spesso, tali caratteri - franti dalla inelasticità conseguenza della lor stessa
saldezza - precipitino a un tratto, trascinando con sè i milioni di deboli.
3803.
M'è nata l'idea, che Goldoni nella sua “Locandiera” volesse raffigurare
l'Italia, che, vagheggiata dalle varie Nazioni - si dà infine sposa a un
italiano. Il dubbio vuol essere però confermato da un nuova lettura.
3804.
La virtù, in amore, è spesso causa della rovina del corpo. Il vizio dunque è il
prediletto dalla fortuna. - La continenza non si ottiene che a forza
d'incontinenza. Il casino difende la casa.
3805.
Tra le umane vergogne, è la copromania. Come la gola, più si fa
vecchia, più ama le sudicerie, così la lussuria. Il giovinetto ama il latte -
il giovane i miti formaggi - il vecchio i merdosi. I selvatici marci e le
frolle puttane, tengono per i golosi e i lussuriosi le maggiori attrattive... -
Es. di cop. m. il Marchese * ed il **, che usavano farsi cacare in bocca dalle
lor meretrici.
3806.
I bimbi si leccano con le lor lingue le canne del naso per la dolce corizza -
in quella casa, si vedevano su tutti i mobili i cerchiolini dei bicchieri - si
tenea forse adosso quel tanfo, perché il cane non lo perdesse di pista - ...e
volle porre sulla memoria di lui il pesante pressepapier di un monumento, per
la paura, forse, che il testatore rialzasse la testa -
3807.
In un collegio di Monza, colui che fumava era castigato così. Per cinque giorni
una pietanza di meno, e in vece sua, un piatto con su uno sigaro e dei
zolfanelli. Intanto leggevasi il Galateo. Il povero castigato (che quella volta
era un cugino mio) dopo tre giorni di penitenza, irritato dal sorriso beffardo
de' suoi condiscepoli - piglia freddamente lo sigaro e lo accende... - E ciò
gli procurò un tremendo scapezzone dal Rettore - Il punire, levando un piatto di
cibo a qualche scolare, è una delle tante malizie di economia, che la Pedagogia
a salario, insegna ai maestri.
3808.
C'è chi studia ogni modo per render difficile il facile. Che si dà mai di più
semplice dello sbattere un uovo? basta un frullino, un bacchetto, vi pare?
Eppure, fu chi inventava a tal scopo una macchina - a ruote - a molle -
pressapoco così - e poi pretendeva ricompense ed onori.
3809.
Giuochi antichi (Vedi Anth. lat.). Il duce Candidus e
il duce Niger comandano 15 soldati ciascuno. E 15 son le vigilie che si
domandano per quella notte. Tra i due capitani si pone di trarli a sorte, cioè
di metterli tutti e 30 in fila, contandoli nove a nove e scegliendo, a fare la
guardia, ogni nono... Candidus vorrebbe esimere i suoi, e stare
insieme alla legge... Il quesito è dunque disporre i gettoni bianchi ed i neri
in modo da esentuar tutti i bianchi - La risoluzione è questa:
3810.
Mi ricordo che da bimbo mi si parlava di Pompei, come di una città che si stava
disotterrando, con tutti i suoi abitanti, morti s'intende bene, ma tutti negli
atteggiamenti che aveano al momento del seppellimento. E mi si narrava,
ricordo, di case, attraverso i vetri delle quali i diseppelitori vedevano
famiglie sedute a cena etc. etc. Ma i vetri eran tocchi, cadevano - e tutto il
quadretto cadeva in polvere. Il vero Pompei fu una disillusione per me -.
3811.
A tale piaceva d'invitare a pranzo della povera gente vecchia, senza denti -
per dar loro a mangiare roba durissima -.
3812.
(dal vero). Il povero Paolo, lavapiatti della contessa Gambarana - È mezzo
morto dalla febbre e dalla miseria. L'ospedale si rifiuta a riceverlo perchè
non è di Milano - e vuole che si procuri una fede di miserabilità dal
proprio comune. La Cong. di Carità gli offre 10 cent. al giorno. La sua padrona
nega di pagargli il salario perchè le mancò qualche giorno “eh krepì - dice -
meglio! non gli dovrò più nulla” - La cucitrice ammala, va all'ospedale. Torna
a casa: ha bisogno più che mai di lavoro; le committenti sono tutte perdute.
3813.
Ricette di crudeltà domestica. Es. “Per sbarazzarti dei topi - pigliane uno,
cacciagli in culo, pepe, senape, ortiche et similia, dà quattro punti al
pertugio, poi lascialo andare. E il topo non tarderà a diventare arrabbiato - e
morderà i suoi compagni - e creperanno tutti - e la tua casa sarà rinnettata”.
3814.
- Verdi viene a Milano. - S.r Belinzaghi - dice un assessore -
diamogli la cittadinanza - “Eh eh! - risponde il conte spazza-baslotti -
gliela daremo quando scriverà un'opera per Milano”.
3815.
(dal vero). T. Cremona, a braccio di mio cugino Francesco, incontra un giorno
il mio babbo. Babbo costringe Francesco ad accettare una piccola somma. Via
babbo, Tranquillo tira Francesco in un brougham e a galoppo e in
baldoria, finchè dura il denaro. - Poi si va a casa Cremona, una sol stanza,
senza letto, ma con tre sedie e moltissimi stronzi. Tranq[uillo] si cava
dalle scarpe un mezzo “Secolo”, e fa in mezzo alla stanza le sue occorrenze.
Narra intanto a F. come il giornale gli serva per tre usi - I° di libro - 2° di
calza - 3° di nettaculo. - Franc[esco] si lagna del freddo: Tranquillo sparge
sul pavimento una boccetta di spirito e l'accende - etc. etc.
3816.
Fra gli avvilimenti di un giovane d'ingegno, massimo è quello di andare a
scuola e di subire gli esami.
3817.
Tale, richiesto del pagamento del fitto, rispose picchiando il padrone di casa
e insieme dicendo che quello era un acconto. Il padrone lo citò dal pretore. Il
percotitore non solo ammise il fatto, ma sostenne di avere avuta ragione nel
picchiarlo, anzi di aver d[iritt]o a un compenso, per la fatica durata “asca el
pericol de ciappai su, o de slogam ona man” - Il Marchese *, celebre porco,
noleggiò per qualche giorno il “Mondo Nuovo”, che era allora una novità per
Milano, e vi fece dentro una colossale cacata, dicendo “l'è tanto temp che la
foo in del vecc, che l'era vora de provà a falla in del noeuv”. -
3818.
Discorso di un grand'uomo dell'antichità composto cent'anni dopo la sua morte.
(Bizz. V. 3627).
3819. Pompeo Castelfranco - sedicente
maestro di francese - è nominato di sbalzo dal Ministro Bonghi sopraintendente
degli scavi a Milano (mentre c'è già una consulta Archeologica).
3820.
St. Um. - I Sonnettisti - i mattacini (magattei?).
3821.
Una generazione semina, l'altra raccoglie. Vuoi tu appartenere a quella dei
seminatori o dei mietitori?
3822.
S'impara spesso dai ricchi a fare il pitocco.
3823.
Bizz. (V. 3627) Asta di roba fuor d'uso 34. la flebotomia
- la superstizione contro il sezion[amen]to dei cadaveri, contro la vaccinaz.
etc. che ora si manif. contro la cremazione. - Coll. cervelli 42.
Lectures upon heads di Stevens, - che le faceva a prop. delle teste dei
papaveri. - Il sonnambulismo del M[edio] E[vo] - Catalogo etc. 42
Descriz. di una città mangiata dai topi (V. in Plinio degli ab[itanti] di Gyara
isola delle Cicladi). -
3824. Locke l'anatomista del
pensiero.
3825.
La S.ra Gramatica, il S.r Chiarissimi - Chìli,
abb[reviativo] di Achille. - Cogn[omi] nel villaggio di Argegno: Truppa, Mella,
Posca e Ciac -
3827.
Dabo tibi dorsum et non faciem! - dicono le monache parlando al diavolo e al
frate confessore.
3828.
A prop. dell'insigne monumento del Bambaja a Gastone di Foix esisteva un Ms.
in-4. dell'epoca (che lo descriveva) nel Monastero di S. Marta in Milano,
cucito insieme alle Vite di alcune monache etc.
3829.
Per la Rov. vedi sparsim 1479, 1480, 1481, 1483, 1489 etc. - Agg. Il
pranzo di Perelli e Rovani, fatto al rovescio, cioè cominciando dalla mancia al
servo, e dal caffè e terminando colla minestra - e l'altro pranzo degli stessi
- in un giardino d'osteria in mezzo alla neve - ‹Cit. anche le malinconie del cane
di R.›
3830.
Filosof. delle minime usanze. - Il salute verso chi starnuta, serve se
non altro a incomincire una conversazione tra gente sconosciuta - Così molte
convenzionalità e molte ipocrisie del Galateo, giovano a scongiurare assai più
grossi fastidi - come liti etc.
3831.
Mi contava un sojatore che a Napoli, in certi alberghi, usava il servitore
entrare nella camera del forastiero, la bella mattina del suo arrivo, con una
guantiera sparsa di piccoli e grossi stronzi, ciascuno dei quali avea appeso un
cartellino e scritto su un prezzo. I grossi costavano molto più dei piccini, ed
alcuni tenevano in capo un cappellino di prete. Erano questi i prodotti degli abatini.
E il forastiero sceglieva. E detto fatto si apriva la porta, e compariva ai
comodi del forastiero la parte corrispondente - autrice dell'esemplare.
3832.
R.F. (V. 2867 e seg.). Giuseppe Maria Gelasio - figlio del Cav.
Carlo Pisani Dossi e di Luigia Milesi - nato il 25 luglio 1819, maritatosi alla
nobile donna Ida Quinterio (fam. d'origine lodigiana) il 1848 e morto di colpo
apopletico il 7 9bre 1873 - padre di Alberto Carlo Felice e di Guido Carlo
Felice mio fratello. ‹Ritratto
a matita del Garavaglia colla poesiuccia
Del più vezzoso e vivido,
Del pargolo più eletto,
Al più soave e trepido
Santo materno affetto
L'amabile sembianza
Industre mano offrì.
Altro ritratto a olio di
T. Cremona - e car[icatura] a lapis sul mio albo.› - Babbo mio, il beniamino di D.na
Luigia. Da bimbo papagallava le poesie di Vittorelli e Savioli. Non avea ancor
l'erre; e dicea con voce tragica “Non t'accoltale all'ulna - che
il cenel mio rinsella” etc. oppure “e nella selva antica - schelzando ci peldè”
(si perdè) - o nel Passeggio di Savioli “Già scotendo all'aula...” o
“Deh non vollei che in mano - delle Napee giungesse” (modo poetico di dire gli
ammazzacani). - Avea per pedagogo un vecchio prete, che gli dava a succiare,
quando savio, un vecchio pezzo di regolizia che teneva nel taschino del suo gilet.
- Studente di Liceo e di Università, raccolse a casa sua (il vecchio
palazzo Corti di Pavia) molti tra suoi amici formando un'orchestra. L'orchestra
girava poi per la città a dar serenate. Accorrevano talvolta i poliziotti e ne
accadeva un salva-salva. Chi avea il tamburone, lo faceva rotolare per le vie,
ma il tamburone era sempre sequestrato. Babbo sonava talvolta il clarinetto
anche nell'orchestra del Condominio di Pavia, e si ricorda di avere una volta
guastata l'aria di una cantante con un colpo di tamburone dato a contrattempo.
- Altra fra le sue memorie è la ramanzina datagli da Torresani in polizia
perchè avea osato di fischiare una canterina sostenuta dagli Austriaci, e del
suo imbroglio a rispondere... per il pavimento che sdrucciolava. - Babbo amava
poi giocare ai bossolotti (il suo Gneo -Taddeo e Bartolomeo), ne avea una
cassa, rubatagli poi da un prete di casa - e un giorno con un amico, andò, in
piena domenica, a darne academia ai villani di Groppello. - A Montecalvo, sua
madre gli avea comprato un cavallo. Un dì, essendo lontano assai dal castello,
scese, per le sue occorrenze. E il cavallo via. E babbo dietro. E così andarono
fino al Monte, notando che il cavallino si fermava ogni tratto a mangiar l'erba
sui bordi della via e a guardare il padrone con aria compassionevole. - Ebbe,
la sua parte di amori - Per una fece i versi seguenti: O Maddalena - fin nella
schiena - l'amor diffondesi - di tua beltà - T'amo, lo sai - t'amo, lo vedi -
se non lo credi - io morirò - Fatto nel 59 tenente della guardia Naz. di Milano
portò un dì a casa una ventina di scatole di soldatini di piombo. Gioja mia e
di Guido credendoli nostri. Ma, no. Babbo se li schierò gravemente sul tavolo,
e col libro de' militari esercizi dinanzi, e una riga in mano - si diede a
comandarli e a mandarli su e giù - ‹E allora contava di avere una volta imberciato il primo colpo che mai
tirasse nel bianco del bersaglio federale di Lugano, con grande meraviglia di
suo padre. Ma il male è, aggiungeva, che volli tirare il secondo.› Cit. le sue allegre canzoncine
“oh i bei oggitt che gha la formiga! oh i brutt oggion che gha el formigon!
etc. - “Madam se permettesse, ghe vorria basà el sciampin!” - “Mon petit
François...” - “La bella Marta la va al mercà” etc. - “Pianta la fava la bella
villana” etc. - Cit. il suo perpetuo zigaro - Cit. le 11 fondine di minestra
che babbo mangiava alla mattina, e le 9 michette coi 4 cereghini. Cit.
il suo gusto nel venire ad annunciarci: la pappa è in tavola. Come mangiava con
appetito! E amava tanto la cazzuola che sempre dicea: quando mi
crederete morto, provatemi a metter sotto il naso una buona posciandra.
Se non rivivrò allora, sarò morto davvero. - Per noi non si mangerà più di
cazzuola. - Cit. inoltre, la sua passione pei solitaire, giuochi
di carte (Il Napoleone e el Cilapp) - i necci che faceva a
sè stesso - l'ira che gli veniva pel modo con cui mamma disponeva le carte, non
rivolgendo sul loro diritto le povere figure etc. Raff. tra le rovine di
Montecalvo e quelle di papà mio - (chiusa del libro R.F.).
3833.
R.F. (V. 2867. Parte 2). Rit. I° Domando: chi era il papà
di D.n Carlo - Don Gelasio - Cosa faceva? - Nulla (risponde papà in
tuono glorioso) - E il papà di Don Gelasio? - Don Carlo - Un altro Don Carlo? -
Sì - E che cosa faceva? - Nulla - Nulla anche lui? - Vorresti forse che un
nobile facesse qualche cosa a que' tempi? - E babbo dicendo ciò parea se ne
gloriasse, e parea che insieme si riputasse decaduto dal dovere mercanteggiare
l'opera propria. Eppure non sono forse, anche i signori, mercanti? Loro vendono
il vino, vendono il grano, come l'oste il vino e il prestinajo il pane. È
nobile forse il commercio della prima materia e plebeo quello della
seconda? - Sulla nobiltà - che è la ditta di una famiglia. ‹Sull'eredità dei vizi e delle
virtù etc. Una famiglia che ha vecchie tradizioni di onore e di onestà (il che
torna lo stesso) ha più probabilità di un'altra di mantenersele.› - L'amor della ditta tien spesso
il mezzo briccone nel galantomismo. E così l'amore dell'arme. - Degli antenati
nulla m'importa. Che ho a che fare io con essi? I nonni io li amo perché me ne
resta in capo una tal quale memoria che s'assomiglia ad un sogno: e poi i
genitori me ne hanno sempre parlato - ma i nonni dei nonni, di cui non conosco
che de' brutti ritratti - al diavolo! se ne avessi le ceneri, le cederei senza
rammarico in servigio dell'agricoltura. - ‹Come di chi adulto rivede i
luoghi d'infanzia, e si meraviglia della lor picciolezza - così, più io divento
grande mi vedo impicciolire i miei avi.›
3834.
(R.F.) (V.S.) Descriz. di un appartamento.
Un app. è tutto un romanzo. La cucina, il tinello, il cesso lì rappresentano le
parti burlesche, le sale le ufficiali, le camere, le tragiche, le affettuose
etc. Varie scenette - Macchietta del maestro di ballo col violino. - Famiglie
di vecchi servitori, mobili anzi immobili di casa - che seguivano fino alla
fine la buona e la ria fortuna dei loro padroni. Conf. tra i vecchi servitori
ed i nuovi. - Il far fuoco causa della quotidiana lite fra i due fratelli
Pisani, uno frate, l'altro prete, D.n Sisto e D.n Enrico.
I due sistemi di disporre la legna etc. - Una porta aperta e il prov[erbio]
Can, paisan e Pisan - Saren mai su i port. - In giardino, babbo e zio Gaetano
seminano i cinque centesimi etc.
3835.
R.F. Angioletta Pisani Dossi n. il 12 apr. 1810 andata
sposa all'Avv. Antonio Massa di Genova dep. al I° parl. ital. il [lacuna]
- m. il 16 luglio 1844 - Testa bizzarra. Teneva da ragazza un falcetto
sotto il cuscino per difendersi dai ladri (si parlava in que' tempi della Gran
Bestia, del Tirelin e del Torototella, tre
audacissimi) - correva a cavallo vestita da uomo a traverso i campi, e cadde un
dì in Po. Udendo come Dio tutto concede, a chi tutto confida in lui, digiunò e
pianse per quaranta giorni e quaranta notti, chiedendo la grazia di esser
cangiata in uomo. Recitava stupendamente la tragedia (a M[onte] C[alvo] fa da
Antigone colla zuccheriera in mano). - Morendo Angioletta, volle che si
spegnessero i lumi per torre alla madre la vista del suo patire - Morì,
tormentata dagli scrupoli religiosi.
3836.
R.F. Donna Elena Milesi Viscontini madre di nonna Luigia -
assai istrutta pel suo tempo, amica di Manzoni e amata dal Porta - una delle
prime ad avere ed ammirare i Promessi Sposi - nella cui casa a Milano
conveniva il fiore della scienza e della letteratura - (V. di Porta i versi alla
Sura Lenin Milesi, e il sonetto “De già che sevem sett a on tavolin”
scritto per un puntiglio amoroso. - V. per le persone che si raccoglievano in
casa sua, nota ms.). Donna Elena si faceva portare in lettiga a M[onte]
C[alvo]. - Prima di morire, domandò l'ora e volle che si montasse la pendola. -
Quando sentì il campanello del Viatico disse: vengono ad ungermi gli stivali - Bianca
Milesi Mojon, figlia della precedente, libera pensatrice pittrice e scrittrice
di libri educativi - dava il latte a' suoi bimbi, in piena conversazione,
discorrendo intanto di estetica, di teologia etc. ‹Assisteva alle sezioni cadaveriche,
e ne portava a casa de' pezzi. - Un dì si cavò una mano di morto di tasca e la
gettò sulla tavola etc.› I
figli non volle inscriverli in nessuna forma di culto. “È affar loro” dicea. -
Suo marito era medico egregio. Scrisse vari opuscoli, di cui solo conosco
quello sull'utilità del dolore. Morirono entrambi di colera, a
Parigi a poche ore di intervallo - Francesca Milesi Traversi sorella
della precedente e moglie all'Avv.to Giovanni Traversi. Rovani l'ha
in parte descritta nella sua avvocatessa Falchi, ma in parte la calunniò. Avea
modi da pescivendola, non era nobile, ma non di famiglia plebea - fu adultera
ma non assassina. - Ora a noi. Vera donna dell'impero, la S.ra
Francesca, disabbigliavasi in piena conversazione, e se si sentiva addosso una
pulce alzavasi le sottane e se la acchiappava senza riguardi. Facea freddo e
lei si scaldava con su i sottanini le chiappe - al camino. Avarissima, appunto
perché ricchissima, comperava pel suo serale tarocco le carte già usate e se ne
mancava qualcuna, sostituivala con altra di altro mazzo scrivendoci sopra il
suo nuovo valore, cioè ad es. facea di un dieci di coppe un “re d'oro”. Di
tempo in tempo, mandavale a soppressare. Chi giocava da lei partiva sempre colle
mani sudicie. - La sua camera da letto era tutta piena di gabbie d'uccelli. -
A' suoi cugini Gabrini lasciò un patrimonio, a mia nonna, che odiava, il suo
busto di marmo e il suo ritratto a olio. Fu poi tanto cattiva, sul momento del crepo,
che tentò di metter zizzania fra il babbo mio e suo fratello Gaetano
lasciando a quest'ultimo un credito di L. 9000 che essa teneva verso il padre
di lui, e di cui babbo mio avrebbe dovuto pagarle naturalmente la metà - del
quale credito peraltro avea donato l'originale ricevuta a sua sorella, mia
nonna - invitando così il babbo mio a rifiutarne il pagamento al fratello. -
Sgraziatamente per le di lei buone intenzioni mio babbo amava, più che il
denaro, la pace. - I vecchi Traversi fittabili dividevano in fin d'anno i loro
zecchini collo stajo - metodo assai semplice di contabilità. L'Avv.
Giovanni fu loro sucessore - nelle ricchezze e nell'avarizia. A Parigi, faceva
miglia e miglia a piedi per comperarsi a minor prezzo le scarpe - e così ne
consumava un pajo per comperarsene un altro. - Il lettore Traversi rubava poi i
limoni nel giardino del fratello e li metteva nel cappello. Un dì, passando
dalla portinaja il cappello gli cadde e giù tutti i limoni.
3837. Vedi pei R.F.
“Carte segrete della Polizia Austriaca in Italia dal 4 giugno 1814 al 22 marzo
1848”. Capolago Tip. Elvetica 1851. - Vol. I° a pag. 262, dove si parla della
famiglia Traversi che organizzò la rivoluz. del 20 aprile 1814 - a pag. 425
sentenza di morte contro Confalonieri, Arconati Visconti, Pisani Dossi etc. - a
pag. 429, dove si parla di pubblicaz. rimpressa a Milano coi tipi Andreola.
3838.
R.F. I nostri vecchi a date epoche dell'anno cambiavano
invariabilmente di abiti - si mettevano da estate o da inverno, qualunque si
fosse lo stato della stagione; memori forse del proverbio: Dio manda il freddo
a seconda dei panni. - Quando le donne portavano que' cappelloni sul fare di un
imbuto o di un cartoccio, disse tale: “incoeu hoo incontraa un corridor cont in
fond un camer” alludendo al brutto viso, che vi appariva di sotto. - Importanza
del nodo della cravatta nel 1826. C'è un libro sul modo di farlo - L'uso dei
tabacchi profumati nel 1750. Non c'era ragazza che non avesse il suo scatolino,
e che non se ne zeppasse le nari. Si faceva all'amore colla tabacchiera in mano
(V. per le qual[ità] dei tab[acchi] Cherubini Diz. Mil-it. in
tabacch). - Il cavallante di casa. Tipo classico. Beretto a uso
notte col fiocco - orecchini d'oro - e due ricci inanellati alle tempia. -
3839.
R.F. - quando le nobili milanesi andavano al loro casino a vede
ballà i omen... - (La nobiltà dava cioè ogni anno una festa da ballo
a' suoi ingegneri, ragionieri etc., ma guai che una nobile ballasse con uno di
loro: stavano tutte le dame sedute intorno alla sala, guardando attraverso
l'occhialetto e con un fare beffardo, la plebe danzante). - Il Conte Settala
diceva poi dei nobili, ammessi al casino benchè non in perfetta regola coi
quarti, “Sti pess de foss...” -
3840.
- Wer da? - chiedevano le sentinelle austriache. “Coppet!” rispondevano i
birichini. E fu un tempo in cui una mano di audacissimi popolani faceva volare
ogni notte qualche piantone nel Naviglio ‹entro la sua garetta› - Gli ufficiali giravano sempre
accompagnati da soldati coll'armi... Si ordinava a volte di mettere fuori dalle
finestre a scacco i lumi - e però in certe contrade i lumi erano vicinissimi,
in altre l'occhio non arrivava dal primo al secondo. -
3841. R.F. I frati
che si sfratavano e facevano da republicano - il Signor Paolo Emilio Guarnieri,
gazzettiere e prete - nel bosco Parnasio, Clorisio Dardanio etc. - La resa
dei Tartari coi Moscoviti, ballo di carattere eroico-tragico da
rappresentarsi all'arciducale Teatro di Monza per la fiera di S. Giovanni,
l'anno 1799 composto da Giovanni Cosalari.
3842.
R.F. - Scene - Il passaggio del confine. Tornando la
boetta nel cappello del postiglione - andando il largo respiro di soddisfazione
- Le ragazze di casa Pisani: Elena, Angioletta e Carlotta, che si
misurano le poppe colle mestole di legno... Elena, mortificata di averne poche,
benchè la più bella. Carlotta trionfante etc. - La Scritta tra la S.ra
Luigia Milesi e don Carlo Pisani, in casa Milesi. - Il Notajo Castillia (noto
per lo Spielberg). L'educaz. a Parigi della Luigina (da cui era fuggita in un
cesto). Luigina scriveva le sue lettere con pochi errori di ortografia etc. -
Don Carlo, fiutando l'avvenire avea già dato una scorsa ai vecchi diplomi e
ristudiava araldica etc. - I testimoni - i doni - Monte C[alvo].
Mi racconta il prevosto di Soriasco che D.na Luigia, quando
dovette abbandonare il castello al marito, fece nascondervi e murare in un
sotteraneo 2000 bottiglie di Malvasia eccellente. - Casa di mio zio Gaetano.
Come una famiglia si rovini per 4 o 5 figli ancor bimbi che fumano e tirano
di tabacco. Sulla tavola un monte di vesti tutte stracciate. La massaja, d.na
Carolina, sta discutendo di letteratura nell'allattare un bambino, cui dà
insieme, dal suo bicchiere, del vino. La casa non ha usci. “Meo et amicorum
commodo”. Tutti padroni dal tetto alla cantina. Le bottiglie si vuotano a
dozzine per volta, e i vetri rimangono sparsi per le stanze. Lenzuola e
camicie, mancano a volte in un tratto, e allora, si va in furia a comprarne
tutta una guardaroba etc. etc.
3843.
Si parlava della riconoscenza dei posteri, spesso compenso alle anime grandi e
misconosciute dai loro contemporanei. Saltò su a dire Galbiati “sti posteri!
sti posteri! e cosa m'han faa a mi sti posteri?” -
3844.
In Engadina su un camino sta scritto: “Cammino sempre e non mi muovo mai” -
L'Ambasciatore marrochino, vedendo la Galleria V. E. di Milano illuminata,
meravigliò, e per fare un complimento all'Arch. Mengoni che lo accompagnava si
dice che gli dicesse “tutta Marocca! tutta Marocca” - (in ital. marame).
3845.
Lessi su un cartello funebre a Tortona “Preci e lagrime - pel decesso della
morte di Maddalena Cordini” -
3846.
Giulia Pisana, moglie a Sebastiano Calvi fisico egregio morto nel 1674 figlio
di Matteo, e seppelliti entrambi nella Chiesa del Giardino a Milano. - Ven.
Cler. Don Enrico Pisano, figlio del nobile Ottavio N. C. e J. C. di Pavia 1711
-
3847.
Zio Cecco (Pessina - zio cioè di mia nonna Quinterio), sua eterna cravatta
bianca. Non volea creder nel gas - nel vapore - nell'ecclissi, neppure
vedendoli. Sua spiritosità giornaliera delle tre frasi all[udenti] alla bocca,
al naso ed al culo - inzigatagli da suo nipote Alberto Quinterio. Era un fegato
sano. Nel 48 stava alla finestra a veder le fucilate, dicendo: bene! bel
colpo! etc. tanto partisse il colpo dai milanesi che dagli austriaci - Una notte
(era solo, in campagna) ode rumore. Scende dal letto, apre la finestra - e al
chiaro di luna - vede in cima del muro del giardino una cosa nera, quasi una
persona, che cerca di scavalcarlo. Detto fatto piglia lo schioppo, mira - e...
fuoco! L'apparente ladro cade. Zio Cecco torna a letto tranquillo e alla
mattina, svegliandosi, dice al massajo: Stanotte devo avere ammazzato un uomo -
Oh diavolo! fa il massajo. E vanno entrambi sul luogo. Zio Cecco avea ucciso...
un tacchino. -
3848.
R.F. (Note storiche spigolate dall'album di un contemporaneo)
1796. 14 maggio - Entrata dei francesi in Milano - 1799. 18 aprile.
Occupazione dei tedeschi di Milano. - 1800. 2 giugno. Rioccupazione di Milano,
dai francesi con Buonaparte. - 1811 20 marzo. Maria Luigia si sgrava del re di
Roma - 1814 28 aprile. occupaz. di Milano dagli Austriaci, dopo 15 giorni che
lo avevano abbandonato. - 1815 26 marzo. Bonaparte fugge dall'Elba. 1815 7 [lacuna]
- esposti gli Angioli a Santa Maria Segreta per 3 giorni; ma sembra che siansi
fatto gioco di noi miseri mortali. - ‹1815 1 luglio. Giunge la notizia dell'abdicazione di Nap.
I° - a favore di suo figlio Nap. 2°. Tumulti in Porta Ticinese, nella bottega
del prestinajo Martinelli, che fu saccheggiato stante il caro e la scarsezza
del pane. Lo stesso in Contrada delle Tanaglie (E chissà che non abbia questa
scena inspirato a Manzoni il brano corrisp. nei Promessi!)› - 1815 31 Xbre. Ingresso
di Francesco I e sua moglie in Milano dove dimorarono fino al 7 marzo 1816
-1815 13 febb. S. Carlo di Napoli bruciato - 1816 23 nov. Mad.me
Catalani diede un concerto vocale al Conservatorio dove si pagava L. 13 di
Milano a testa - L'inverno 1816-17 fu tale che da 38 anni, cioè dal 1779 in qua
non s'è trovato l'eguale, essendo stato costantemente bello - 1818 24 maggio.
Solenne ingresso di S. A. I. il principe Rainieri Vice-re del Regno Lombardo
Veneto. - 1818 26 luglio. Ingresso in M. del conte Carlo Gaetano di Gaisruck,
vescovo di Passau. - ‹1821 8
febb. Moti a Napoli e in Piemonte› - 1825 10 (?) maggio. Entrata di Francesco I° sua moglie e suo figlio -
1825 fabricato il Ponte di S. Damiano (nel 24 s'era fabricato quello di Porta
Orientale) - 1821 Il giorno 15 di Luglio giunse a Milano la nuova che il
giorno 5 maggio morì a S.ta Elena, Napoleone - 1821 10
agosto. Morte di Salvatore Viganò, coreografo, in Casa Castiglioni - Porta
Orientale - 1822 15 maggio. Giocata al lotto nella bottega
dell'Amministrazione situata in contrada del Giardino, alle 2 pom., di 6 numeri
cioè 10, 50, 60, 63, 70 e 78 e fu sborsata la somma di L. 450. L'Estraz. è
fatta a Bergamo. Si guadagna la cinquina cioè 50, 60, 63, 70, 78 che portava
Ital. Lire 996 mila. - Dopo tre giorni si presenta certo Francesco Azimonti per
l'esigenza, ma venne arrestato unitamente a 3 individui, fra i quali un
Ingegnere Pironi-Giorda e Prina, che furono rilasciati dopo 20 giorni d'arresto
come innocenti. L'avv. politico Marocco Carlo fu arrestato, e il giorno 7
giugno 1822, dopo un congresso di consiglieri fu deciso che la causa era criminale
per certo Perotti (?) e altri 3 complici, uno dei quali (Pozzi) arrestato e gli
altri due latitanti. Col mezzo di cannocchiale sulla cupola di S. Fedele avean
potuto rilevare i numeri sortiti a Bergamo, con una stazione sul campanile
della Chiesa di Omate. Fu poi rilasciato Marocco e Azimonti a pluralità di
voti. Marocco non fece che consigliare Perotti sul contegno che doveva tenere.
Azimonti non era che il rilevatario del biglietto. Fatto sta che ad oggi 15 ag.
1822 le 996 mila lire non sono pagate a nessuno, nè lo saranno in seguito -
1830. 28, 29, 30 lugl. 1830. Riv. a Parigi. Ascende il trono Luigi Filippo. -
1829 19 luglio. Corse di bighe nell'anfiteatro. 12 cavalli fuggirono dalla
porta trionfale e si posero a correre per le vie della città dove uccisero un
ragazzo e una donna e ferirono oltre 30 persone. Una folla immensa ingombrava
la corsia, per la festa annuale che si celebra alla Madonna del Carmine per la
B.V. dell'abito - 1829 31 luglio. La Pasta, al teatro Carcano. Fu costretta a
mostrarsi al balcone - 1830 3 maggio. Morte del conte di Strassoldo che da 12
anni presiedeva al governo della Lombardia. - 1830 1 luglio. Lo rimpiazza il
conte Hartig. - 1831... luglio. Tumulto all'Arena. Il popolo milanese
malcontento di una rappresentazione, getta nel circo le sedie e pietre della
balaustrata. Gli Austriaci fecero fuoco, uccidendo 2 persone e ferendone 11,
senza che di questa azione si facesse mai giustizia. 1832 Gran festa di ballo
dalla Pahlen Samoiloff, dalle ore 9 della sera alle 5 della mattina. 1000
invitati. Il giorno appresso gli appartamenti furono accessibili ad ogni ceto
di persone. Viva una così gentile liberale e cara e giovine signora! - 1832 22
luglio. Napoleone 2° duca di Reichstadt muore consunto a Vienna, di 21 anni. -
1835 2 marzo. Morte di Francesco I°. - 1835 28 luglio. Congiura di Fieschi
contro L. Filippo. Fieschi decapitato. - In giugno 25 (?) altro attentato
contro lo stesso da Alibeaud (?) - 1836 27 Xbre 3° attentato contro lo stesso
da Meunier (?) - 1836 30 8bre. Tentativo di Luigi Bonaparte a Strasburgo per
farsi proclamare imperatore dei francesi. - 1838 1 settembre. Ingresso da Porta
Orientale dell'Imp. Ferdinando I°. - Cerimonia in Duomo, adobbato da Sanquirico
per 300.000 lire - 1838 6 sett. Decreto di amnistia a favore dei precettati e
delinquenti di alto tradimento. - 1839 a memoria di uomini non si ebbe mai un
mese di ottobre più fatale. Piogge dirotte ecc. - 1840 25 ag. fiera tempesta in
Milano. Tutti i vetri e grandi e piccoli si ruppero. Grossezza di un uovo.
Rovinato il finestrone dell'Assunta in Duomo. - 1844 dal 12 al 27 sett. VI
congresso degli Scienziati. Naumachia all'Arena. - 1845 Fanatismo per Maria
Taglioni e Fanny Cerrito. Il 20 marzo u. fatti 1600 biglietti alla Scala e 600
pel loggione. Rimandate più di 1000 persone. - Poesie, ghirlande ecc. fino alle
2 dopo mezzanotte. - Alle 5 pom. la calca era tale, che si forzò l'ingresso. Si
atterrarono 3 granatieri. Le danzatrici vennero evocate al proscenio più di 20
volte. - ‹1845 Salita in pallone di
M. Arban.› ‹1846 Carn. spettacolo infelice
alla Scala. - 1846 15 feb. Inaug. strada ferrata Ferdinandea fino a Treviglio
(Conte Spaur, 400 pers. Prezzi: 1i posti L. 4 austr. - 2i,
3 - 3i, 1,75). - 1846 Caldo d'estate insopportabile. - 1846 I°
giugno. Gio. Maria Mastai Ferretti - eletto dopo due soli giorni di conclave.
Anagr[amma] Grati nomi, amnistia e strada ferrata - E difatti accordò l'amn. a
2000 rei politici.› 1846
19 novembre. Morte di Gaisruck - 10 dic. id. Suoi grandi funerali - 1847
L'orizonte politico si oscura, massime per le Romagne. -1847 4 7bre. Ingresso
per porta Orientale di Romilli - quindi, il 5 grande entrata per porta
Ticinese. - Strade parate a festa - illuminazione a sera - 5 7bre alle 8¼ a S.
Eustorgio messa, poi in Duomo alle 12. Tutta Bergamo era in Milano. - A sera
obbligato a mostrarsi. Disordini in piazza Fontana - 8 7bre, replica della
Luminaria in Piazza Fontana. Si grida: viva Pio IX, altri disordini. I tavolini
del caffè Reale vanno sossopra - i militari sfoderano le sciabole. Alcuni
feriti. Uno soffocato nella folla, certo Abati mercante di mobili, d'anni 45. -
1847 9no congresso degli Scienziati a Venezia. Questi congressi,
nascostamente politici, cominciarono nel 39 a Pisa. Il 2° ebbe luogo a Torino,
il 3° a Firenze, il 4° a Padova, il 5° ed il 6° a Milano, il 7° a Napoli, l'8°
a Genova - e il 9° a Venezia. 1847 9 8bre - bellissimo ecclissi di sole - (Qui
nel ms. si trovano alcune pagine tagliate via. Certamente vi si
parlava della gloria del 48). 1848 6 agosto. Dopo 134 giorni le truppe di
S.M.I.R. ricuperano Milano. - In 8bre fucilati i milanesi Rossi, Vigo e
Bordoni, per aver sedotto un soldato a disertare, “così diceva l'iniqua
sentenza” (la parola iniqua è cancellata, poi rimessa.) - 1848 15 9bre.
Fuga di Pio IX da Roma sopra il piroscafo francese “Telemaco” - dopo la uccis.
di Pellegrino Rossi. - 1848-49 Un inverno come quello di quest'anno è molto
tempo che non si vidde. - 1849 26 febb. fu chiuso il caffè alla Scala. Mio
nipote Tito fu arrestato da Galimberti, per aver detto che un soldato avea
rubato un ombrello ed è tuttora (14 marzo) in Rocchetta. - 1849 26 febb.
Alessandro Sanquirico di 73 anni si avvelena fuori di Porta Vercellina,
lasciando una sostanza di 500.000 lire. - 1849 L'Avv. Giunio Bazzoni, autore
del libro i Romani in Grecia, fuggendo da Milano per le
circostanze dei tempi, sui monti della Svizzera, cade spossato in un precipizio
e vi trova la morte. 1849. 18 marzo. Anniv. Il 17 gli Austriaci si erano
ritirati in Castello. 18 oggi è passata tranquilla la giornata. 19 simile. 20
simile. 21, 22, 23 simile. 24 torbida. 25 Angoscia pel tradimento di Carlo
Alberto. 26 Ingresso dei Tedeschi. - 1849 7 agosto. 101 colpi di cannone
annunziano la pace vergognosa del Piemonte con l'Austria. Patti - pagamento 75
milioni di franchi - Alleanza offensiva e difensiva - Nessun deputato lombardo
- Aboliz. della coccarda a 3 colori - Rinuncia alla fusione - Trattato
commerciale rovinoso pel Piemonte. - 1851 25 giugno. Oggi alle 4¼ pom. sul
Durino, fu ucciso proditoriamente il Medico della delegazione Prov. * da tutti
esecrato per essere stato il delatore del dottor Ciceri suo amico (La scrittura
del Cronista si fa sempre più tremolante, ma avv[icinandosi] alla morte gli
cresce il coraggio di emettere le sue opinioni) - 1851 2 Xbre. Luigi Napoleone
scioglie l'Assemblea francese. - 1852 2 dic. Napoleone III proclamato
imperatore dei francesi - 1854 Xbre. Rigido. Nevischia - La temperatura è
discesa a gradi 5 sotto lo zero. Carestia. Tre anni in casa sempre seduto sulla
poltrona - pane 50 cent. - riso cent. 72 - 1854 feb. sempre sereno (il
carattere del ms. è quasi indecifrabile) - 1854 27. Carlo 3° duca di Parma
pugnalato. Madame Goudard sale in pallone a Milano - (Ed anche il Cronista
vi sale il dì 8 febb. 1855. Era nato nel 1780). - (Altra
mano) 2 marzo 1855 a mezzo giorno Nicolò di Russia, muore, dicono di veleno -
1855 Colera, dai 60 agli 80 casi per giorno.
3849.
Nelle note sudette trovo anche le seguenti: 1846 Dopo 30 anni di non interrotta
amicizia l'A. delle presenti memorie va in rotta col d.r Chiesa.
Perchè? Chiesa ha pigliato moglie - Il pittore Migliara, di larga fama, dipinge
quadri a olio sul gusto di quelli del Canaletto - e ci riesce a meraviglia e
tanto imita gli originali che le sue copie, dipinte su tela vecchia, sono
vendute per originali - Uomini dotti e artisti miei contemporanei (è il
Cronista che scrive nel 1849): Oriani, astronomo - Parini, poeta - Verri
Pietro, storico - Beccaria Cesare, filosofo - Appiani, pittore - Paletta,
chirurgo - Marocco, avvocato - Pacetti, scultore - Cagnola, architetto -
Custodi, istoriografo - Monti, poeta - Volta, fisico - Scarpa, medico - Frank
id. - Brunacci, ecc. (Illustri ecc. viventi. Manzoni, poeta - Grossi, poeta -
Castiglioni, antiquario - Bordoni, matematico ecc.) - Anagramma di Giovanni
Maria Mastai Ferretti -: grati nomi, amnistia e strade ferrate. -
3850.
Rovaniana (V. 3496. Prog. lett. 11 e sparsim in Rov.,
critica etc.). Disposizione e intitolazione provvisoria del volumetto.
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Avanguardia del libro
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I Cop. e Pag. 3a. - Rovaniana -
Milano - Luigi Perelli Editore - 187... - II 1a pag. Ritratto all'aqua
forte di Rovani con l'ep[igrafe] “me dai tempi infelici, e dal nessuno - asse
paterno, e dall'inutil arte...” - III Breve prefazione (già
scritta. V. nelle carte) -
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corpo del libro
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IV Rovani e l'Arte. a) in
Biblioteca di Brera - b) sui gradini alla Scala - c)
all'Esposizione - annedoti relativi, preceduti e seguiti da appr[opriate]
cornici critiche. - V Rovani e Manzoni - descriz. grafica dei loro
colloqui. Raff. tra il genio di entrambi. Anne[doti] rel[ativi] a Manzoni,
Porta, Rossini ecc. - ‹Come Rov. conobbe Perelli. Dove Rov. vide la prima
volta M.› VI Rovani e Lieo. Ricordi di gioventù - Parenti -
avventure - ann[edoti] vari - suoi e d'amici ecc. (Lieo da lýo,
sciolgo). - VII Rovani e la Morte. Segni di decadimento. Ultimi
istanti, Funerali ecc. -
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retrog[uardia]
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VIII Appendice prima (di Rovani) cioè
raccolta dei passi autobiografici, cavati dalla Gazzetta e
dai libri suoi - Sermone sul Matrimonio - Sonetto a Papa Alessandro.
Madrigale al Maffei - Epigrammi in versi - Epigrafi - Epitafi (Silvio,
Ferrari ecc.) - Medaglia di Manzoni - Fac-simile di una lettera - VIIII Appendice
seconda (dell'editore). Atto di nascita - Atto di matrim. - Atto di
morte. Descriz. funerali, ostacoli insorti ecc. sottoscriz. pel monumento
ecc. - Elenco completo delle opere di Rovani e delle loro edizioni - ‹Chiave dei
“cento anni”› - Elenco delle principali pubblicaz. critiche su
Rovani, ed estratti. - Indici dei nomi propri. - Vedi in part. sotto ai
numeri seguenti:
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3851.
Rov. Apparenza fisica di R. Egli dicea parlando della sua
corporatura - quadrata et compacta, ma se larga di spalle e di torace,
altrettanto esile di gambe: sono un contrabasso capovolto ‹(Nemo risum praebet qui
ex se cepit).› Rov.
misurava d'altezza dal tallone alla sommità della testa m. 1,66. Era insigne
per la picciolezza del piede, pel naso a quattro e per gli occhi della più
bella aqua e pei polmoni - ‹Avea la vista acutissima e fortissima. Non ostante le sue non interrotte
letture, poteva in età matura leggere, al chiaro di luna, due certi tometti di
autori latini, di stampa minima e fittissima.› - Rovani si presentò nudo a una
assemblea di artisti e si fece dare patente di perfetta costituzione
fisica. Tuttavia, andato a vedere con Ambrosoli altro coll. della Gazzetta
certi affreschi ‹a
Varallo›, i villani del luogo,
ingannati dall'aria imponente d'Ambrosoli, presero questo pel celebre
Rovani, e di quì scappellate ed inchini. Quando s'accorsero poi che il
Rovani era invece il più giovane, dal fare trascurato ecc. gli avrebbero -
dicea Rov. - dato dei scapezzoni - Rov. non avea pancia, e se ne vantava,
dicendo “Gli animali generosi non hanno pancia. Il leone non
ha pancia. Il leone è un animale generoso. Se dis generos (aggiungeva)
inscì per dì. Per mi no me fidariss tropp a sta soa generositaa”
- Di Rovani ‹oltre
le fotografie e l'aqua forte di Grandi› conosco due ritratti. Uno a matita di Focosi, che lo
rappresenta giovane; l'altro in età matura - a olio - di Ranzoni - ritratto che
gli fu abbozzato in due sedute nel giardino di Tranquillo Cremona a Porta Nuova
- Quanto al vestito sono celebri in Milano i suoi cilindroni, di cui il Ponzoni
tenea una forma apposta, e i suoi cappellini, come pure i suoi mantelli,
e il suo soprabito chiaro.
Ultimamente portava sempre una giannettina, tolta
da una siepe.
3852.
‹(V. 3906)› Carattere morale. Rov.
era un cuor d'oro. Non gli noque che la troppa sincerità. ‹Gli uomini a Diis recentes
dovevano esser stati come lui. Un misto d'ingenuità e di sapienza. Più pronto a
dare che non a ritirare la mano. L'artisticità de' suoi insulti, toglieva
l'offesa.› Il suo cuore era aperto
come la casa sua, e purtroppo gli amici abusarono di tutti e due (V. più sotto
per la spensierataggine nella vita fisica). Dicea però se alcuno lo lodava per
la grande onestà “El vin bon el dev avegh on fond e on fond cattiv.
On vero galantomm el gha semper on fond cattivissim” - Quanto a opinioni
religiose, dicea “Per me un ateo è un bigotto”. Incredulo, era
per altro superstizioso, e temeva il dì 13 ed il Venerdì ‹almeno quando ciò gli poteva
servire di mezza scusa per non far cosa che gli annojava.› Ma in complesso, teneva, come
molti grandissimi, assai del fanciullo... Maturo di età mai non mancava di
piantare il presepio: e possedeva anche in sua casa un organetto con entro
l'inno prussiano, che gli piaceva moltissimo. ‹Quando vedeva qualcuno con una
bella cravatta od una bella giannetta gliela chiedeva ingenuamente.›
3853.
‹(V. 3906)› Rov. Debiti di Rovani.
Per quanto grandi sono nulla a rispetto dei crediti suoi verso
l'irriconoscentissima Italia. - Dicea: io naqui indebitato - Se la
bolletta fosse un violino, mi sariss on Paganini - e dicea del
Marchese Rescalli “Costui ha speso un milione per volermi imitare, oppure,
gli mancano due milioni per aver nulla” - Dicea poi che la sua
divisa era “vivere ricchi e morire in perfetta bolletta” - Vieni a
Milano, gli consigliava Perelli quando fu a Sesto a trovarlo - A Milano? la
patria de' miei creditori? - Dicevagli un tale “col tuo talento si può far
tutto”. Rispose: va in verzee e comprem se te se bon on sciroeu de verz (Conf.
Ariosto: O Rodomonte! o Argante, datemi delle camicie!) - E spesso a Perelli:
tu vedi un uomo assai visitato dalla bolletta - Tale, si vantava a lui de' suoi
debiti: Rispose con sprezzo: Ah in questo mi fai pietà! - Due annedoti a
prop. de' suoi debiti. - I° L'albergatore di Capolago che avea assai crediti
verso di lui, venne a Milano, e gliene richiese con mala maniera. Rov. non
sapendo come liberarsene, si consigliò coll'avv. P.A. Curti, il quale riuscì a
rinfrescare un decreto, non ancora abrogato, per cui gli Svizzeri non poteano
soggiornare a Milano senza date condizioni - cosichè il povero albergatore fu
obbligato, in 24 ore, a sfrattare - 2° ann. Dovea mille lire a certo *,
ricchissimo e birbantissimo. ‹* con quel suo parlar da forlina, dicea di non voler esser
tornito.› Il *
gli mandò il Trombetto della città per mettergli all'asta la sua poca mobiglia.
Rov. fa la più bella accoglienza al banditore, gli fa portare da bere, e
chiamata la serva le consegna la giudiziale trombetta perchè gliela lustri col
tripoli. - In verità, dello stato in cui si era ridotto un po' di colpa l'avea
lui stesso. ‹In casa
sua, sempre corte bandita - Avea un debole per le carrozze ecc.› La letteratura non gli avea dato
che debiti, il giornalismo glieli avea a esuberanza pagati. Eppure, oltre le
sue grandezzate e le sue spensierataggini, guardate mo come coltivava la Gazzetta
- quel sò praa de marscida! Avea due comproprietari il ** e il ***, e li
insultava ogni dì - dicendo al primo ad es. un uomo gobbo, losco e oscenissimo,
che lo voleva migliorar con un pugno, e al secondo il *** “molti
migliori di te hanno salito la forca”, oppure - Tu disonoreresti la
forca. (V. in spensierataggine ecc.).
3854.
Rov. Discorso di Rovani. Il suo discorso era una continua lezione
senza la noja. Si apprendeva di più stando una mezz'ora ad udirlo quand'egli
tuonava dai rostri ‹o rosti› di una
taberna, che non acculattando per un anno le panche di estetica di qualche più
o meno Regia Academia. - Innanzi tutto avea una voce armoniosamente profonda, che
ricordava quella di Garibaldi, ed egli stesso che ben lo sapea, dicea “a
mettem chi on scagnell (e accennava colla mano al bellico) e tre cord
(e coll'altra mano faceva l'atto dell'arco) sont on vioron” - I suoi
stentorei tu, quando si batteva lo stomaco, sono celebri. ‹Le sue significative pause.› - ‹Declamava stupendamente
(bisognava vederlo in veste da camera sbottonata, e sotto era nudo) per es. il
- Tu cui l'universo era mancipio Or salmeggi... e una mitria è il tuo
cimiero - la concione di Clitemnestra sul corpo di Agamennone (Vedi
Nicolini trad.), dove parla delle tavole navali lisate dall'adulterio - brani
dalla trad. dell'Iliade di Foscolo: E sì andremo in Argo - e sì andremo
a riveder le belle donne. - ...E muto il greco esercito e il trojano Tremavano,
sì orrendo urlava Marte. Dì un po' tu un orrendo come lo dico io...
Chéh! ci vuol altro! E le poche volte che era in vena grottesca, recitava
una certa predica di un cappellano tedesco che doveva farsi capire a press'a
poco da un regg. composto di viennesi, croati, ungheresi, italiani ecc.› - Quanto poi alla stoffa del
dire, il suo l'era on parlà stampaa - non luciole ma luci - (Vedi in frecciate,
in frasi pittoriche ecc.). Nessuno meglio di lui sapeva leggere ad
alta voce. Leggeva volontieri Manzoni, Foscolo (la traduz. d'Omero sp.), Porta
e sè stesso. Il suo leggere era un commento. Interpreting by tones the wondrous
pages, - O happy poet! by no critic vext! - How must thy listening spirit now
rejoice - To be interpreted by such a voice. - Rov. solo sapeva porre, a quanto
leggeva, quell'accento, che sfugge ai segni e alle scuole, l'accento
dell'affetto. - Mirabile è come leggea il brano nel suo studio su Manzoni dalla
frase “Il genio e la coscienza della storia” (pag. 14 ed. Treves) alla frase “e
scoprendo agli sguardi le sue ventitrè ferite”.
3855.
Rov. Discorso di Rovani. Rov. come Foscolo, ogni qualvolta citava
il suo autore, lo migliorava. Ne abbiamo un esempio in que' versi del D'Elci
ch'egli chiamava precursore del Giusti - “empio finch'è robusto, infermo
è pio - saprò dal polso quando crede in Dio” - il primo di cui era corretto
così “Empio se sano, se malato è pio...” - Altre volte condensava il concetto
dell'autore, come fece del sonetto di Manzoni a Lomonaco, riducendolo a queste
sole cinque linee “O Italia di gentili alme matrigna - dove il buon spesso
nasce e rado alligna - Tu dai barbari oppressa, opprimi i tuoi - e ognor tue
colpe e tuoi danni secondi - pentita sempre e non cangiata mai” -; e della
scipita tiritera di Raiberti ‹In risposta a on articol necrologich stampaa in del “Glissons” n.
45›, che gira
manoscritta, e conta 14 sestine... migliorandola così: On certo scior Giovan
cont el Battista - Fabbricator de articol de Vivee - El n'ha faa vun l'oltrer
che a prima vista - El m'è pars faa coi pee. - Ma avendel on poo dopo rileggiuu
- Ho concluduu - Che l'era faa col cuu - O car mè sur Giovan, per de sti
articol - Ghe voeur minga di test ma di testicol. - E se pur commentava con
spiegazioni, due sole parole bastavano. Es. recitato in greco quel verso
d'Omero che dipinge il cavallo che corre ‹vv. 510-11 o d'aglaìephi pepoithòs, rìmpha e
gùna férei metà t'éthea kaì nomòn ìppon (Omero L. VI) - passaggio che R.
lesse in un art. critico di Foscolo (art. ingl.) - e trad. dallo stesso Foscolo
“esulta Delle bellezze sue - va come il porta Il vol del piè fra le cavalle e i
paschi”› dicea: qui si sente
il destriero sorvolar sulla sabbia, ben altro che non, Virgilio,
col suo “quadrupedante putrem sonitu quatit ungula campum”.
Quest' chi l'è on cavall de biree -
3856.
Rov. Discorso di Rovani. Rov. avea una memoria di ferro.
Non s'aiutò mai colle note, abitudine che culla spesso nella pigrizia la nostra
intellettuale elasticità. D'altra parte, avea troppo spontanea e continua
abbondanza di propri pensieri, per far sacchetto di quelli degli altri - o
economia de' suoi. ‹Il
prodigo ingegno di R.› - E
sapeva cose anche fuor di commercio, delle quali purtroppo alcune sono morte
con lui. Per es. sapea dei versi inediti di Aless. Manzoni sul Monti, che sono
appress'a poco “Un vate di gran lode - Sul principio di un'ode - Rimpiange il
fior gentile - del suo membro virile - e mentre ognun s'aspetta - ch'egli
invochi Paletta - o qualchedun dell'Arte - invoca Bonaparte” - e degli altri
versi del Nosetti (rip. dall'Arioli per propri), sulla casa di salute, cioè
“Casa di salute - vid'io scritto al sommo di una porta - da cui usciva una
persona morta - ‹Allor› chies'io a un tale - È di salute
eterna o temporale?”
3857.
‹V. 3906)› Rov. Era un'inesauribile
zecca di epigrammi, pittoriche frasi, ‹pause significative›, non sospettati modi di dire - insulti da far
impallidire i biblici ed i Shaksperiani - ed era una miniera senza fine di
annedoti sconosciutissimi quanto interessantissimi per la storia dell'Arte e la
cronaca milanese - ‹Era dei
pochi che pensano ciò che dicono - Parea con lui di trovarci in un vespaio;
tanti gli sfrizzi. Il prodigo, lo spumeggiante ingegno di Rov. Due segni e una
persona era dipinta.› Le sue
frasi giravano la città: e molti se le appropriavano. Colla morte di lui, oh
quanti hanno perduto lo spirito! - (V. per esempi sparsim in Rov. - e in
T.Sp.). In part. poi chiamava il Vanzo abus. pittore Garibaldi
mojaa in la carbonella - Diceva del Sacchi bibliotecario (il quale
camminava con un fare da bigattone, il muso per l'aria, mezzo
assonato e movendo le labbra, come biascicasse castagne) che parea un baco
nato a far la galletta ma che la ghe reussiva mai - Dell'Arioli “pieno
di merda eterna”. - Della moglie di Cletto Arrighi, che,
poverina, non si sgravava se non di cadaverini “ona mojascia ambulanta”
- Della Gazzetta di Milano “el so praa de marscida” -
Del S.r Picchiottini, il quale nella infame colletta per le Guardie
di Questura (che allora spoliticavano) non avea dato nulla per pura taccagneria
e se ne vantava, disse: salvato dall'avarizia! - di Perelli “colui
che s'incarica di volermi bene”. - Di tale che vedovo, si era
rimaritato: indegno di aver perduto la prima ‹op. E non c'era il Duomo? e
non c'era il Naviglio? e quì citare Giovenale: Dic qua Tisiphon[e], quibus
exagitare colubris? Ferre potes dominam, salvis tot restibus, ullam? Quum
pateant altae caligantesque fenestrae? Quum tibi vicinum se praebeat Aemilius
pons? -› Chiamava il culo “il
trionfo della linea curva” - Chiamava una cantante, bella, ma
smisuratamente grassa: il naufragio dell'estetica. - E quanto
agli insulti - al Filippi, sedicente critico, che gli dicea: io basto a me
stesso - “Bene applicato, quel basto, o asino” - al * comproprietario nella Gazzetta,
oscenissimo gobbo, che lo avrebbe migliorato con un pugno - al ** altro
dei comproprietari “molti migliori di te hanno salita la forca” - e “tu
disonoreresti la forca” - E ancora al Filippi, che gli chiedeva: stai bene?
- “sto bene, quando non ti vedo” - Al Faccio, caporchestra
rovinatore degli spartiti “faccia di cazzo tirato, non per estro
venereo ma per orchite” - ‹Del naso di Faccio “quel naso fatto di biglia” chi lo dice detto al
Dall'Argine.› Al
Briccialdi - sostitutore di Raboni (e che R. disprezzava), tutto gonfio di
vanità: io so sonare il flauto meglio di lei ma non mi degno ‹di sonarlo in publico› - Una sua lettera al Marchese
Filippo Villani, marito della donna ch'egli adorava, finiva: prepara le guancie
(agli schiaffi) - A tale, antico falsario, che gli
osservava “me par che te vegnet bianch. L'è ora de tenges” - rispondeva: Abborro
le tinture, abborro i falsari! ‹V. nota al 3859 su Maffei›. ‹Ma se eccedeva talvolta negli
insulti, non lesinava mai nelle lodi. Entrando un dì nella sala, dove
banchettava una dozzina di persone, esclamò: dodici? e tutti galantuomini; mi
fa senso!› - Nella Rov. cit.
soltanto alcune delle sudette esclamazioni. Si noti però che Rovani, così
intemperante nelle espressioni, sia di lode che d'insulto mentre parlava, nello
scrivere era cautissimo - e allora vestiva i più acuti biasimi di cortesia. -
Scusavasi poi dei troppi sinceri suoi sfoghi, dicendo: cosa vorii! l'omm
d'ingegn l'è ona botteglia de vin generos - el mouscia. ‹E se spesso, nella biblica
foga della esecrazione, andava di là dei confini del vero, se ne ravvedeva
anche tosto, e cangiando tuono, stendeva con un fare nobilmente pentito la mano
all'offeso, dicendogli ingenuamente - perdoni! Signore.›
3858.
Rov. Rovani conosceva una quantità di ane[ddo]ti letterari e
curiosissimi, e li narrava meravigliosamente. ‹Gli annedoti i più insignificanti
in bocca sua diventavano gustosissimi. Bisognava p. es. sentirlo a narrare del
Gilio caffettiere e cioccolatiere, dove alla mattina convenivano i preti dopo
la messa a bere la cioccolata, o il caffè e latte - il quale Gilio avea una
mezza dozzina di bimbi, che guaivano e litigavano mentre egli distribuiva loro
il pane per la scuola compesaa a scappellotti - e poi dicea loro
burberamente - faa i part? content tutti?... Avanti! e li cacciava a scuola.› - Narrava di Felice Romani,
circuito da una spia austriaca, la quale, cercando di appiccare discorso
con lui, lo abbordò un giorno in istrada per chiedergli l'ora. Cui Romani
risponde: hin i quatter... ma, per carità, ch'el me comprometta minga. - E
narrava di Carlo Porta, che, salito sul Duomo e avendo ivi fatte
le sue occorrenze, si forbì con una lettera, che avea in tasca a lui
indirizzata. La lettera venne poi trasportata dal vento in altra parte del
tetto e trovata dal custode. Porta era stitico e la carta non sembrava sudicia.
Il custode, leggendovi il nome dell'illustre poeta, s'affrettò a recargliela.
Porta era a pranzo. Ringraziò molto il custode, dicendogli peraltro che quella
lettera non avea importanza, e in prova di ciò e insieme della di lui
riconoscenza, prese da un piatto un pajo di biscottoni di anice, l'involse
nella lettera stessa, e li presentò al riverente custode. - Raccontava poi del Nosetti
- che appisolandosi alla monotona voce di un seccantissimo chiaccherone, e
dicendogli questi “se te sechi, fissem on'ora doman” rispose il Nosetti
riaprendo a mezzo gli occhi “va innanz, se de no, me dessedi”. - Di Gioachino
Rossini contava che un dì - egli, Rovani, giovanissimo, entusiasta di lui,
l'avea seguito in Milano per molto tratto di strada pensando alle sue
paradisiache melodie ecc. finchè l'uomo divino svoltò... in un postribolo. E
Rovani ribalzò sulla terra. - ‹Di Meyerbeer, che quando si recava a trovare Rossini incensandolo coi
titoli di sublime maestro - di celebre - di immortale etc. - Rossini
rispondevagli solo con una voos de veggia bacucca: ciao Giacom -› - E dicea dell'Arioli ‹(colui che spacciava i versi di
Nosetti per suoi)› che
essendo stata a costui annunziata la subita e gravissima malattia di uno zio
milionario, Arioli avea fatto attaccare le poste a quattro cavalli ed era corso
in campagna a vederlo... E l'Arioli entra nella camera dello zio e con un fare
compunto “com'el stà sur zio?” “Stoo on poo mei” - risponde lo zio. L'Arioli dà
un passo indietro e con una voce di spavento: “El cojonna?” - ‹Del pittore Elena, che,
domandando l'improvvisatore Biadoni al Teatro Re un te ma si alzò e
balbettando... Mi metta in versi... la... la sorpresa di O... olo... ferne
nello svegliarsi senza testa. - E dello stesso Elena, che parlando di Pompeo
Marchesi dicea “era grande anche Prassitele - ma non era cavalier” - e ancora
dello stesso che quando udiva l'“abbellita dal tuo riso - fia la terra un paradiso”
con quel che segue, “Te par no, dicea, ch'el disa tira ti che tiri anch
mi?”› - Di annedoti, ne sapea
un mondo: chi non crede, legga i suoi Cento Anni - Contava dei
pizzicotti che la Malibran dava alla Schoberlechen[er] (?), per farla stonare,
quando cantava con lei, gelosia d'arte e d'amore; - dell'Ettore Fieramosca
di Azeglio, che quando fu pubblicato, eccitò tosto la frase - a chi richiedeva
di che genere fosse - che l'era del gener del Manzon ecc. - Agg.
anche l'ann. del gigot. - Una ragazza sviene in una festina da ballo. Tutti gli
si affollano intorno. Che sarà mai? forse un patema d'amore?... - No no
- fa il babbo della ragazza - l'è el gigot.
3859.
‹(V. 3906)› Rov. Discorso di Rov. -
Era una continua critica artistica e un continuo insegnamento. Le frasi felici
sparse a migliaja negli articoli suoi, non sono che echi del suo epigrammatico
dire. In una pittorica frase compendiava un libro di critica. - Es. -
Critica d'arte I.
Chiamava il Leonardo da Vinci co' suoi quattro scolari del Magni, triste
ingombro di piazza della Scala, “on litter in quatter” - Vedendo il Bacio
dei due bimbi di Cremona “questa bambina diverrà presto donna e
si farà molto chiavare” - (E del telone di G.
Bertini alla Scala): Rov. a Bertini: guarda che l'è un deserto -
Bertini: l'hoo faa insci apposta - Rov. Anche i delitti si fanno
apposta - E della Galleria V. E. del Mengoni - una bella operazione
chirurgica - Di Hayez quando pinse il “Bacio” - costui può far figli a
90 anni - Al Magni pel suo “Rossini” “Non ti faccio i miei
complimenti”. ‹Della statua di Beccaria sullo scalone di Brera, che avea intorno tanti
panneggiamenti de parà ona giesa› - Di Rinaldi, pittore: l'è on bon gioven (e dopo
una pausa) peccaa ch'el sia domà bon - Di Tiziano, “morì a
90 anni di peste, e se questa non lo sorprendeva egli sarebbe di
sicuro ancora al mondo”. - Rov. diceva plagas
del Neronino del Cossa. De Albertis, pittore, saltò su a dire - ti però,
con tutt quest, te se mai staa bon de fà ona tragedia. - E Rovani: anca mi
per quanto abbia semper trovaa orrendi i tò quader, son mai staa bon de
fai - Rov. quando fu a visitare Grandi che lavorava intorno al Beccaria, e
non l'ebbe trovato, lasciò scritto col carbone “al già inclito Giuseppe
Grandi, qui in molti seduti - bevendo - ammirammo” - (I giudizi di
Rov. sull'arte e gli artisti debbono essere completati dalle sue critiche). -
Crit[ica] letteraria 2.
Es. di critica sulla lett. e i letterati. - Di Giulio Carcano “in tanto temp
che l'è a sto mond e con tanta inclinazion ch'el gh'ha in quella gamba, l'è
staa mai nanca capace de diventà nan”. [- E a Carcano, che in una
discussione dicevagli: ma io credevo... - Rov. interruppe: Ma chi ghe
ne impô se lù l'è on asen! - Chiamava il medesimo Carcano “quell'asinello
neppure bardato” - Del Sacchi bibliotecario V. 3857. - A
Maffei, che metteva in dubbio il valore degli Inni Sacri del Manzoni
dicendo che erano piaciuti sì ma allora: queste cose piaquero allora -
piaciono adesso - e piaceranno sempre, finchè non ci
saranno asini come lei - A Paolo Ferrari, che gli diceva di aver letto
molti libri, innanzi di creare il suo Parini ‹Com[media] La Satira e
Parini›: ch'el guarda che
l'han mal informaa - Di Dall'Ongaro dicea solo: quel gianfottero -
Di Cesare Cantù: Avevo 8 anni e Cantù era già un asino ‹e poi raccontava le piraterie
di Cantù su Manzoni›] - A
Mussi ‹giornalista e deputato› che gli domandava se avea letto
il suo articolo ‹sulla Gazzetta›: io leggo Omero - Di
Giusti: quell'uomo di formidabile imaginazione. Infine però cominciava a
rigirare su sè stesso.
Crit[ica]
musicale 3. Es. di critica sulla musica e sui musicisti. La Scala era il suo
regno. ‹La Scala, dal
palcoscenico già testimonio dei suoi amori colla Carmine ecc. V. inanzi.› Il suo trono era composto degli
scalini che mettono ai palchi. Intorno a lui si affollavano gli artisti e i
letterati (Marenco ecc. ‹lo stesso Filippi di cui V. in 3857›), per sgraffignarli qualche frase per il giudizio
del momento, e per la critica dell'indomani. Il giudizio di Rovani girava in un
istante la sala. Il suo Dio, Rossini. “È sensazione fisica, non violenza
d'intelletto che mi fa entusiasta di quella musica”. Pe' suoi giudizi su
Rossini V. biografia di questi nelle Tre Arti - Per altro “la
petite messe solennelle” non gli era piaciuta. ‹Vedi il burlone maestro!› - Lodando o biasimando, anche
quì si valeva di citazioni, che in bocca sua, erano un formidabile mezzo di
difesa ed offesa. Citando, spesso migliorava. Non c'è cantante adesso che abbia
interpretato mai come lui il “Vedi tu quell'arco immenso” - del
Mosè. - In musica, come in tutto, Rovani era italianissimo. Odiava
la nuova scuola musicale che cerca di compensare la mancanza delle idee col
fracasso de' suoni e dicea di Faccio, di Boito e compagnia, spregiatori della
Euterpe italiana “chi disprezza Omero non sarà mai Virgilio (V.
di Faccio 3857) - ‹Quando
poi gli si vantavano i progressi della scienza musicale moderna, la quale ha
per es. abolito la cabaletta, certamente - diceva - l'è pussee
facil a falla no, che a falla.› Verdi lo ammirava, ma lo avrebbe voluto talora un po'
meno villano. Ne cantava a mezza voce qualche brano dei migliori come per
persuadere sè stesso di avere torto, ma poi diceva: se ghe sent denter la
vanga (e faceva insieme col piede l'atto di vangare). - Di Meyerbeer: il
solo possibile de' dilettanti - Ha bei momenti ma pessimi quarti
d'ora - quel birrajo prussiano -
(poi sentendone qualche altro passo) questo è bello... bellezza
di primo ordine... Peccato che è prussiano! - (Dandosi poi
la Dinorah alla Scala e chiedendogli il Sala: Come ti piace, Rovani? -
Rov. tace - Sala ripete la domanda - Rov. dice: dimm ti puttost dove gh'è
del bon vin... - Sala: quì nel caffè della Scala. - Rov. No
no... No el poo ves che vin guast. L'è tropp visin alla musica
de Meyerbeer) - Dicea della musica di Petrella: Vin de vott colla
venna del matt - Di quella di Cagnoni: hin recamm su on fregon - Di
Ponchielli (Promessi Sposi): non è un Don Rodrigo quello... È
un Florindo... Tutt'aqua del navili”. - Eppure, gli
osservava Perelli - questo, non è rubato. Rispose: Anche il cavar dal
naviglio una secchia d'aqua nessuno lo chiamerebbe rubare. - E a
Confalonieri, parlando dello stesso Ponchielli: sì; la musica l'è soa;
la tira su l'aqua lu col sidellin, ma l'aqua l'è del Navili. -
Di Beethoven, il quale non avea mai fatto un'opera veramente completa ma molte
perfette sinfonie... gh'è andaa tutt in sinfonia, tant che ghe mai vanzaa
assee de fà l'opera - della Lalla Rook V. in seg. - ‹Rov. usciva una sera dal Teatro
Milanese, infuriato, dicendo: ci sono nella dramatica leggi che non si possono
violare. Chi è l'autore? - Risp. Perelli: Sbodio - Parlerò io domani a Sbodio -› Parlando poi degli esecutori
trovava per tutti il suo tratto - Di Bottero, p. e. quando si disse che
Ghislanzoni stava scrivendo per lui un libretto intitolato El Marchionn di
gamb avert, “Guarda come l'è fortunaa! Insci el god anca i gamb”.
- ‹(V. pei giud.
nelle critiche stampate e nelle varie pubbl. fatte su Rovani d[opo] m[orto] -
sempre s'intende col beneficio dell'inventario).
3860.
Rov. Benchè Rov., colpito talvolta da ipocondria e misantropia,
esclamasse con desiderio “un quinto piano e neanche stornelli”,
- tuttavia egli era nato fatto per gli uomini, per giovare e a' suoi
contemporanei ed alla posterità. Regale era l'animo suo: e però
abbisognava o di una perfetta solitudine, o di una corte affollata. In
generosità i più ricchi si sentivano a petto suo miserabili - e quand'egli non
potea competer con loro a denari, li vinceva a parole. Era del resto una
superiorità, che tutti gli acconsentivano volontieri: gloriosi anzi di stargli
al disotto. - Rovani era nato alla piazza, e non alla casa. -
3861.
Rov. Ebbe sempre una grande propensione per l'osteria - la casa di chi
non ne ha. L'osteria per lui si nobilitava in un'aula di università. Il Dio
portava seco il suo Tempio. - Il paese gli avrebbe dovuto una cattedra, ma
tutte le cattedre erano già occupate dai Nannarelli, De Sanctis ecc. ‹e simiglianti asinelli neppure
bardati.› - Rovani se ne creò una
lui - dapprima all'Osteria del Gallo e degli Angioli, poi nelle suburbane dei
Promessi Sposi e della Noce. Al “Cappello” cominciò il Giulio Cesare -
Preferiva sedersi al braciere (V. descriz. delle Brasere nei Cento anni)
e tener la paletta - oppure al camino, con su un fuoco d'inferno, perchè
Rovani pativa moltissimo il freddo. ‹Non ritraeva i piedi dagli alari finchè non si fosse abbruciate le scarpe.› Dove andava Rovani, concorrevano
i suoi ammiratori ecc., tutta la scapigliatura artistica della città. Quelli
osti che si lamentano ora di qualche centinaja di lire impagate da lui,
dimenticano le migliaja che Rovani ha loro portate. Rovani non soffriva che si
leggesser giornali, o si giuocasse alle carte in sua presenza - e mandava a
monte le carte. - “E poi li dicono d'ingegno!” esclamava al tavolo di alcuni
artisti di vaglia che si ostinavano nella briscola. - ‹Le sue replicate strette di mano,
discorrendo con chi gli piaceva.› Era all'osteria che il Sovrano Rovani riceveva gli omaggi. - Un dì, alla
Noce, tale vestito di frustagno gli si appressò col cappello in mano ed in aria
di soggezione, chiedendo: l'è lu el sur Rovani? - Per servirla - rispose
Rovani con un gesto cortese - El pregaria allora de famm un piasè - disse
peritoso l'uomo - Comandi? - esclamò Rovani - Ch'el
guarda,... ch'el me scusa, vedel... mi me pias tant i so liber e piasen tant
anca alla mia tosa... No soo in che manera fagh vedè come ghe vui ben... Ch'el
scusa, ne' (e si cavava di tasca una beccaccia) ch'el me faga el favor de
accettalla. L'hoo mazzada mi. Rovani arrossì dalla gioja - e con una stretta di
mano caldissima, compensò e riempì l'onesto uomo d'orgoglio. Rovani gioiva -
lui, l'indifferentissimo ad ogni lode stampata. E questa è vera gloria. -
3862.
‹(V. 3906)› Certamente Rov. beveva
all'osteria - ma il bere non era lo scopo per lui - era il mezzo - al
bel dire. La stanca sua fantasia avea bisogno di eccitatori. Chi consumò Rovani
non furono tanto il vino e l'assenzio quanto das fort brennende Feuer der
Phantasie (V. la discolpa di
sè nell'Articolo sul Don Giovanni di Mozart nelle app[endici] della Gazzetta).
‹In Rovani l'anima
uccise il corpo a differenza della comune parte degli uomini. Altra scusa al
bere: il sottrarsi alla coscienza delle proprie sciagure (Vedi mio bozzetto,
scartato dai R.U.)› - “Nun bevem e lor s'inciocchissen!” dicea a Perelli - e a
tale che gli rimproverava l'ebriosità: è ti che te set nassuu ciôcch? -
Chiamava l'absinth il suo giovane di studio - negli ultimi tempi
lo beveva a bottiglie. Un caffettiere (Gnocchi) glielo negò, aggiungendo “è per
suo bene”. E Rovani: preferisco l'odio che mi rispetta all'amore che
m'insulta. - ‹E dal Campari liquorista, ad un giovine che
parlando di lui diceva: l'è semper imbesuii, - Ebro sono capace di far cose
che lei sobrio non è capace nemmeno di pensare.› ‹A scrivere il Giulio
Cesare più non bastava il vino con cui Rov. avea scritto i
“Cent'anni” o l'aqua limone de' primi libri. La stanca fantasia esigeva più forti
eccitatori.› - Dicendo Rov. più volontieri
Vinegia che non Venezia, Tranquillo Cremona ne trovò la ragione in ciò che le
cose ghe pareven mei attravers del vin - - Dicendo poi all'Hagy mentre
beveva: la porca patria non dà da mangiare - De bev sì - ribattè
Perelli. - ‹“Bevi e fa bere” scriveva
spesso nelle lettere alla moglie. E quando offriva il bicchiere: bevi - il
liquor t'è noto - strenuo è il ribrezzo in te.› Naturalmente Rov. era buon
conoscitore di vini e birre, e - come sempre - esprimeva generosamente i suoi
giudizi. Di un vino fabric. col sistema Petiot, fattogli assaggiare da Perelli,
disse “el podrà piasè... forsi in del desert senza dromedari, anca
forse coi moster verd e i botton d'or...” - poi - El vin bon adess nol
se pò trovà che da on quai villan gnucch e che va contra al progress - di
un altro che sapeva il catrame come i vini francesi “par de vess su on brick”.
- Di un altro ancora, che era censurato per troppo forte “Putanna! S'el
vin l'ha ben de vess fort. Se l'è minga fort, ch'el vaga a fà on alter mestee.
Ch'el faga l'aqua”. - Del fondo del vino V. 3852 - Della birra,
bibita iniqua, a chi gli osservava “Però la scoeud la sed...!” Alter che
scoeud! la spaventa. - E a proposito di un vino buonissimo che bevette un
giorno col Maddalena della Scala, sentendo che costava anche pochissimo,
esclamò: ah siamo tutti avvelenati! - ‹Alle volte le colazioni di
R. costavano 15 lire. Eppure non avea mangiato che un po' di polenta e del
vino. Ma il vino veniva da due bottiglie di Bordeaux a 7 lire l'una.› ‹Quando Rovani raccontava la sua
visita a Rossini, dicea che a Passy innanzi di entrare in casa di quel Grande
s'era fermato in una trattoria e vi avea bevuto do botteli de
Bordeaux per precauzion.› - Ma se Rovani beveva assai, dava da bere ancor più... Non di meno, agli
Angioli, bevendo spesso il Bordeaux (gran tipo) e non volendo spiantarsi nel
pagarlo agli amici - usava di farselo servire nei consueti boccali, e chiedea: el
boccaa de vott (cioè di otto svanziche). Una sera Giuseppe Ferrari siede al
suo tavolo - si pone a parlare e riscaldandosi nel discorso prende
inavvertitamente il bicchiere dell'altro Giuseppe e se lo reca alle labbra.
“Vui l'è bon” - dice - “Te par?” fa Rovani, - “l'è on vinettin de Brianza” -
Portemen on boccaa anch a mi, ordina il filosofo; Eccellente! - e così, boccale
su boccale Ferrari ne vuotò quattro bottiglie. Ma imaginate voi la sorpresa
quando fu per pagarlo! - Altro anned. bacchico rovaniano (ch'io vorrei però
messo in quarantena) è il seguente: Rov. usciva dal Campari, rivedendo il suo
vino. Due Guardie di Questura gli s'avvicinano e gli chiedono: el se sent mal,
sur Rovani? - Risponde: El Municipi el tra giò; mi troo su. - El vin l'è bon
- era frase comune a Rovani per voltare ad altro discorso, accennando che
quello che gli si chiedeva o di cui si parlava, non gli andava ai versi.
3863.
Rov. - Quanto al cibo, Rovani era parchissimo. La sua fame andava tutta
in sete. Gli piaceva il risotto, spec. un certo risotto cucinato dal padre
Ottavio Ferrari tant bon, dicea, che gettato nel Naviglio el
ghe avriss daa a tutt quant el color della cocciniglia. - Gli piacevano le
polpettine color moghen della S.ra Matilde Curti, ma più che
tutto la minestra che gli faceva la S.ra Confalonieri. Ed è in casa
Confalonieri che alle volte andava a mangiare la sua quotidiana micchetta
inaffiata da un certo vin bianch pell e oss (magro).
3864. Rov. - Per la qualità
dell'ingegno di Rov. e per il posto ch'egli occupa nella letteratura
contemporanea, vedi sparsim in Rov. e St. Um. Si aggiunga,
che l'avere, dopo tutto quel che fece Manzoni, fatto ancora e bene, è già un
elogio. Anzi, Rov. è in certo qual modo il complemento di Manzoni, e - it is
great, to do that thing that ends all other deads. - Certo,
che se Manzoni non fosse stato, non lo sarebbe Rovani: egli ciò ben sapeva;
eppure a diff[eren]za d'ogni imitatorello invidioso non si lasciò mai fuggire
occasione di lodare il suo prototipo. Ma - qui coluere coluntur - ed
egli può già dire Utque ego majores sic me coluere minores - Il
lavoro intellettuale del suo cervello passò per diversissimi stadi. Era un
torrente, alle volte, asciutissimo, alle volte gonfio di aque furiose. Pochi
sospetterebbero ne' suoi giovanili romanzi a uso Guerrazzi ‹(prima del M. Pallavicino)› il Rovani dei Cento Anni
e delle Tre Arti. La intensità di applicazione, l'incendio della
fantasia, la gravità della memoria, parea alle volte esaurirlo o lo obbligava a
ricorrere al suo giovine di studio, l'assenzio. ‹S'intende che i suoi sonni erano
come quelli del leone, o di Foscolo.› Ogni suo lavoro, gli ultimi spec. - gli dev'essere costato, come costavano
i loro a Giusti e a Béranger, uno sforzo. Noi abbiamo, nelle avvertenze
intermezzate al Giulio Cesare sulle appendici della Gazzetta,
un fedele diario della sua ipertrofia cerebrale che già toccava al suo massimo.
- Il mio calamajo è diventato una strada postale, diceva
talvolta. - Gran cattivo segno - diceva 15 giorni prima di morire - gh'hoo
ona gran voeuja de lavorà - Durante l'opera di Beer, Rovani avea tenuto
chiusi gli occhi, come addormentato. Finita l'opera, Confalonieri gli si
avvicina, dicendogli: hai dormito? - e Rov. Io non dormo, penso.
- Conf. E l'articolo, lo fai? - Rov. Sì. - Conf. E dirai? - Rov. Quand'se
gh'ha in fresch on “quantunque” l'articol l'è bell e faa.
E infatti l'articolo del giorno dopo incominciava “quantunque...”
3865.
Rov. Ci sono fanulloni che accusano Rovani, come accusano Rossini, di
poltronaggine. Ci limitiamo a dire che costoro non hanno letto nemmeno i
frontespizi delle opere dei nostri due sommi. Mettiamo pegno, che avuto
riguardo al semplice peso della carta, le loro spalle, per quanto grosse non
sarebber capaci di trasportare le opere solo di uno dei due. - Si desidera un
elenco completo e dettagliato dei libri e degli articoli rovaniani, e delle
loro edizioni. - Fin quì sappiamo che scrisse a ventun anni due drammi storici
- Bianca Capello (‹G. Crespi ed. Brambilla tip.› 1839) e Simone Rigoni (‹publ. dopo i romanzi›) - ‹“Don Garcia” libretto
di opera› - Tre romanzi sul far
guerrazziano, Lamberto Malatesta Cap. XXIV (‹ed. Ferrario. st. Guglielmini›1843) Valenzia Candiano
(‹id id.› 1844) e Manfredo Pallavicino
(1845) - uno studio politico Di Daniele Manin presidente e
ditt[atore] della repubblica di Venezia (‹Capolago› 1850) - Appendici della Gazzetta di Milano (1852 e seg.) -
Articoli nell'Italia Musicale del Lucca (id.) - ‹Articoli in un giornale di
Trieste› - una Storia della
Grecia negli ultimi trent'anni (cioè 1824-1854) continuazione a
quella del Pouqueville (1854 ‹ed. Ferrario tip. Redaelli›) - La cupola e i pennacoli del Santuario di Caravaggio dipinti a buon
fresco da Giovanni Moriggia. Nota descrittiva (Bernardoni 1855) - Storia
delle lettere e delle arti in Italia dal secolo XIII ai nostri giorni - in
parte compilazione (Borroni e Scotti 1855) - una cronaca del viaggio
dell'imperatore d'Austria (1857) - Cento anni (cominciato prima
del 1859) in cui si valse di una grande Collez. miscellanea di cose milanesi
raccolte da un frate di S. Ambrogio ad Nemus, e di un voluminosissimo Ms.,
prestatogli dall'avv. Fogliazzi (?), che conteneva giorno per giorno i fatti e
i nomi delle persone che aveano figurato in Milano dall'entrata dei Francesi al
1814.- ‹1862 Elogio storico di M.
Gioja letto da lui nella seduta publica del 1 giugno all'acad.
fisico-medico-statistica (publ. da Boniotti)› - La Libia d'oro, scene
storico politiche (1868). - ‹La mente di Rossini (Ricordi 1871) ripubl. del
ritratto che si trovava nella Storia delle lettere ecc. - ‹La mente di Manzoni, altra
ripub.› - La giovinezza di
Giulio Cesare (1873. Legros) - ‹Il Giulio Cesare venne cominciato all'Osteria del Cappello, benchè Rov. ci
patisse assai freddo, e malvedesse l'ostessa - poi fu continuato a Sesto di
Monza.› - Le tre arti (pubbl.
postuma, rifacitura della Storia delle lettere (Treves 1874) - Dei Cento
Anni esistono tre ediz., la prima in 5 vol. - l'altra in 1 grossa,
illustrata ‹che fa riscontro ai
“Promessi Sposi” ill.› - la 3a
in due vol. (zeppa d'errori di stampa) - Del Giulio Cesare, pure
3 ed. - la prima in 2 vol. (Legros) splendida - la 2a in 1
volumetto, bricconeria di chi V. più sotto, la 3a econ[omica] pure
in 1 volume. - Rov. collaborò anche nel Giornale dell'inge[gnere] architetto
di Milano, anno I°. - publicò un Sermone sul matrimonio in sciolti,
sulla Strenna italiana del Ripamonti, scrisse epitafi (p. Ventura,
Elvira Ferrari, Silvio Rovani etc.) ed epigrammi (in una medaglia da coniarsi a
Manzoni etc.) - ‹Sonetto
a rime obb[ligate] “Papa Alessandro” scritto in un caffè a Venezia - Giudizi
sulla Palestra› - etc. Informarsi meglio sulle op. rov. e loro date.
3866. Rov. Ann[edoti]
rel[ativi] alle sue opere. - Lamberto Malatesta. Quando Rov. lo presentò
alla Censura aust., l'incaricato fece chiamare l'aut. Rov. gli si presentò
temendo. Il censore lo sopracaricò di lodi e lo incoraggiò a continuare. Il
padre di Rovani vedeva di malissimo occhio che il figlio stampasse. ‹Ben sapendo che la letteratura in
Italia è la Cenerentola delle Arti.› “Ma quand gh'ho portaa a cà i 7
pacch de svanzech, l'ha cambiaa de parer”. Que' sette pacchi di svanziche Rovani
li ricordò tutta la vita. - Simone Rigoni - Un giorno, nel
72, Rov. pigliò in mano il “Simone Rigoni” ‹uno fra i› suoi primi lavori dicendo “c'è
del buono” e si pose a sfogliarlo. Ma sfogliandolo, taceva, e parea
mortificato... Arrivato però all'ultima mezza pagina, si fè rosso, e battendo
la mano sul libro, esclamò “ah! eccolo il buono!”. Infatti di tutto il lavoro,
le sole linee degne di lui erano quelle ultime. - Giovinezza di G. Cesare -
Come fu publicata - alcuni mostravangli desiderio che la
continuasse. “Il libro si chiama la Giovinezza di Cesare”, rispondeva
Rovani - “Puttanna! hoo de mandall all'ospizi Trivulz?” - Il
Cesare gli costò ineffabili spasimi. Nelle tre notti che precedettero il
suo tentativo di suicidio, creò la scena fra Terenzia e Cicerone inspirata a
Rovani dalle gelosie della moglie - Come i Cento anni gli erano stati
causa dei primi dissesti finanziarii, il Cesare gli fu dei secondi,
ancora più fieri. Con l'editore Legros si era stabilita un'epoca per la
consegna del lavoro. La fantasia di Rovani in allora, servivalo bene, ma
lentamente. Il lavoro non potè esser compiuto per l'epoca posta. Legros negò
parte del promesso denaro - donde liti, e debiti. - Inoltre, Legros, per
assicurarsi la proprietà del Cesare, ne fece in tutta fretta ‹di quanto avea già in mano› stampare alcune copie in piccolo
formato ‹stampa e carta orribili› per depositarle alla Prefettura.
Ebbe anche la sfacciataggine di farne tenere 6 all'Autore. Ma Rov., senza
neppure guardarle gettò l'intero pacco ancor legato, sul caminetto. - Quando lo
colse la morte, stava imaginando “il Tiberio” che dovea riuscire
in certo qual modo una difesa del tiranno - ed un Carme all'Italia, di
cui diceva all'Arrighi: attenditi a grandi cose. - ‹Il S.r Tallacchini,
amico di Rov., abitante nel Varesotto, dice di sapere di questo Carme
all'Italia alcuni versi - Promise anche di farli conoscere ma finora ha
taciuto (1879 genn.)›. - Nei
profili Artistici, sull'Italia Musicale del Lucca trovi una biografia
di Rovani fatta da lui stesso. - È desiderato l'epitafio ch'egli compose
per il poeta Giovanni Ventura, e il resto di una sua (?) poesia in milanese per
donna che avea partoriti dodici figli e che terminava “basta a dì, che a
malapenna - manca el vun per la donzenna” ‹e di un'altra in cui c'era la
frase “in riva del naviglio”›. - Sublime è l'epitafio pel figlio Silvio - A Silvio Rovani - settenne -
rapito ai parenti - dalla consueta crudeltà - (Vedi nel fasc. di lav. di Rov.)
- Per la mente immortale di Rov. si richiede un lavoro a sè. - Quì basta
tratteggiare il letterato-giornalista, e l'uomo. Rovani rialzò il
giornalismo alla letteratura. Dotò il suo paese del secondo romanzo che possa
non solo star paro a paro ma divanzare di un passo i migliori d'Europa (Cento
Anni) - e quando il paese gli si dimostrò ingratissimo, egli se ne
vendicò coprendolo di nuova gloria (Giovinezza di G. Cesare).
3867.
Rov. Per il raffr. tra Manzoni e Rovani vedi sparsim - Un dì, Rovani si
faceva la barba - come il solito, sei passi distante dallo specchio. Perelli
leggevagli intanto dai Promessi sposi la scena di Renzo che ritornando
in paese incontra D.n Abbondio... Gli occhi di Rovani sfavillano di
entusiasmo: ma dice: ah tu leggi male! - gli toglie dalle mani il libro, e
legge lui. L'entusiasmo cresce. Bisogna che Rovani vada da Manzoni ad
esprimerglielo, e ci va con Perelli. Manzoni, come al solito, si pavoneggia di
modestia. Rovani, parlando, gli cita alcuni suoi versi “ahi sfortunata casa di
Desiderio - dove d'invidia è degno chi d'affanno morì!” ‹e poi “cui fu prodezza il numero,
cui fu ragion l'offesa...”.› I quali versi piaciono assai a Manzoni, che domanda “di chi sono?”. “Suoi,
D.n Alessandro” - risponde Rovani. Manzoni resta un istante
impacciato, poi dice: ditt de lu piasen anca a mi. - Rov. adorava M.
Vedi sparsim pe' suoi giudizi e difese in prop. “Ma lu el me imbroja!” gli
diceva talora Manzoni, stralodato da lui. È un gran peccato che Manzoni, il
quale avea scritto “O Italia di gentili alme matrigna ecc.” non abbia fatto,
rispetto a Rovani, ciò che Göthe fece per lui, e si sia invece mostrato
italianissimo. Manzoni non giovò a Rov. che dopo morto, facendogli guadagnare 500
lire colla sua Mente di A. M. - Ma anche Manzoni non era più quando
naque Rovani (e quì intendi il naque nel senso Volterriano, cioè
cominciò il grand'uomo) - fra i vivi. Alla compagnia dei Grossi - Porta -
Giusti - d'Azeglio - Verri, era subentrata la camarilla dei Bonghi, Carcano e
simili - Gli è forse, perchè Manzoni, in certo qual modo era morto, che la
gloria si era seduta sulla sua casa o a meglio dire tomba. - ‹Si lodava Manzoni perchè esso non
era più nostro contemporaneo, a differenza di Rovani. - La morte - dice Bacone
- chiude le porte dell'invidia e apre quelle della fama. Sulla fama che tarda
segue i migliori V. Seneca Vol. 3 pag. 203 (ed. Teubner)› - A prop. di Manzoni si potrebbe
citare il Cesare Cantù, che pirateggiava ne' suoi Ms. e venne poi messo alla
porta - e il Rosmini, il cosidetto cattolico progressista, che avendo una
speciale devozione per una cert'aqua miracolosa della Madonna, si fece
promettere, in morte, da Manzoni, di spruzzarnelo.
3868.
Rov. - V. sparsim nelle sue op. accenni alla sua vita mat. e mor. - Egli
naque il 12 genn. 1818 a Milano, fu battezzato nella Chiesa di S. Maria Segreta
coi nomi di Vittorio, Giovanni, Giuseppe - figlio dei conjugi Gaetano Rovani e
Felicita Eberle. - Suo padre era orefice: bravo orefice ma pigro assai ‹Ann. delle scatole d'argento›: sua madre, una tirolese ‹“tra le altre disgrazie, dicea
R., me capitaa fina ona mader tirolesa”.› Il padre si chiamava Roano, nome cangiato poi in Rovani
per decreto delegatizio. ‹E Rovani, solo Rovani, non Giuseppino, nè Peppino, nè Rovanella, volea
esser chiamato il figlio. Se no - guai! dava in escandescenze.› Ad Arcore fu dato a balia il
Giuseppino. Rov. si ricordava ancora ‹o ne faceva le mostre› di questa sua balia, spaziosa e
freschissima - e narrava di quando appeso al collo di lei, si allontanava un
istante dalla mammella, “e la ammirava”. La balia volea un gran
bene al Peppino, e dicea “ol sarà on ragionatt”. Si mostrò svegliatissimo e
studiosissimo fin dall'infanzia. I parenti, dicevano loro, lo amavano, ma il
padre lo puniva colla stanga, e perchè l'amore della mammina tirolese
desse in fuori ci voleva almeno un tifo (tra parentesi Rov. fece
tre tifi) - ‹Tra
loro, i parenti, sempre in lite. La madre scagliava i ferri di soppresso contro
il marito. Un dì lo gettò giù dalle scale e gli fè rompere un braccio.› - Da ragazzino, Rovani scappava
spesso a Brusuglio e metteva la sua bionda testolina al cancello di casa
Manzoni, per ammirarvi il grande Alessandro che passeggiava in giardino “solo e
pensoso”. - Certo Bertone, amico assai di suo padre, tenea molti figlioli, ma
preferiva loro il Peppino Rovani, e quando lo invitava a pranzo, gli dava
sempre il suo cibo diletto che era la frittura dolce - Bimbo
baciò un dì una bambina, sua condiscepola a scuola. Il maestro lo colse; il
padre lo battè colla stanga; e per quell'anno gli fu impedito di fare l'esame: morbo
impeditus examen non subivit. - Studiò al Liceo Longone (?) avendo
per prof.re di gramatica il Dogna, e per prof.re di
letteratura, il Pozzone. Studiava tanto che suo padre, uomo rozzo ma pieno
d'ingegno, dicevagli spesso: te studiaa tropp: te capisset pu nient -
‹E narrava della
sua modesta taciturnità d'allora, e quando vedea qualche giovinetto in
silenzio se ne compiaceva e dicea: alla soa età sera anca mi come lu› - Il padre gli
morì poi dopo molti anni a quella stessa casa di salute dove avea da
morire anche il figlio. Ivi era stato messo dal figlio, perchè malato di una
cancrena prodottagli dall'esser caduto giù da una scala, spintovi dalla moglie.
A dirgli che il suo male era cancrena - si peritava: quando lo seppe, senza
scomporsi: fa nient - disse - l'è ona cancrena
de coltivà. - ‹Il
padre di R. avea moltissimo ingegno... Era un egregio novelliere
(s'intende, a voce). La descrizione della morte del Prina, Rovani la tolse da
lui. La diceva sì bene, che alle volte, quando pregato in un qualche caffè si
metteva a narrarla, la gente si affollava intorno a lui, saliva sui tavolini
ecc. - Il padre di R. un giorno comperò del formaggio - e si trovò gabbato. Il
dì dopo, ripassato dalla bottega, e messovi il capo, mentr'era affollata di
avventori, chiese al formaggiajo “Gh'avaravel anmò del formagg de jer?” - Sì -
rispose il bottegaro con premura - “Ben” - fece il padre di Rovani salutando con
la mano - “gh'hoo tant piasè de riveril”.›
3869.
Rov. Nel 1845 ottenne un impiego provvisorio d'amanuense a Brera, col
salario di 1 lira austriaca al giorno, cioè di 84 cent. italiani. In
quell'epoca a Brera si facea l'inventario dei libri e dei Ms. Non è a dirsi
quanto ciò abbia giovato al futuro Rovani. Chè è in quell'inventario ch'egli
potè aver cognizione della grande collezione miscellanea del frate di S.
Ambrogio ad Nemus. Quanto al salario, dicea lui, gli bastava a morire
dignitosamente di fame. ‹Pare però che non attendesse troppo al suo impiego, se vogliamo credere ad
una sua frase - che, non arrivava mai in tempo a mettersi in coda agli
impiegati che partivano - Ma si sa che Rovani, talvolta, pur di non perdere
una bella frase, perdeva una verità o un amico.› - Nel 1846 andò precettore a
Venezia in casa *. - Arrivando a Venezia, tutto compreso del nuovo artistico
ambiente, dimenticò i * e sè, e si fermò, per 8 giorni, in una osteria, dove
venne poi scoperto dal conte. Dicea che, in casa *: eren tutti cobbiaa e lu
el se cobbiaa alla padrona. Il suo scolare era di una ignoranza
ostinatissima. Ben presto se ne stancò - A Venezia abitò anche una camera di un
antico palazzo, dove pendevano arazzi stracciati, e ragnateli, con 10.000
zolfanelli spenti sull'ammattonato - ‹semb. le arene del mare› - Volle e potè una notte dormire
in una camicia di Lord Byron. - Come Venezia gli sia rimasta impressa nella
memoria, ne abbiamo un es. nei Cento Anni - A Venezia
rimase durante l'assedio ed allora andava a pranzare dove cadevano le bombe. -
Caduta Venezia, riparò ‹prima a
Roma poi› in Isvizzera. Da Como a
Chiasso fece il viaggio disteso nella branda sotto di un carro. A
Capolago, si legò in amicizia con Carlo Cattaneo e altri illustri fuorusciti, e
stampò il suo opuscolo intorno a Manin. - Rimpatriato nel 1851, fu riaccettato
a Brera come diurnista stabile a 100 lire il mese. - Nel 1852 entrò
collaboratore nella I. R. Gazzetta di Milano e nella Italia artistica
del Lucca. Nel 1857 fu obbligato dal Burger a seguire qual reporter
l'Imperatore d'Austria nel suo viaggio pel Lombardo-Veneto ‹ma avendo dalle belle prime
appendici mostrato di non corrispondere alle I. R. istruzioni ne fu subito
dispensato› - Nel 1859 da
collaboratore divenne comproprietario della Gazzetta - ed uscì di
miseria - È pure nel 1859, credo, che si maritò con Luigia Stabilini colla
quale avea già vissuto - in carta semplice - parecchi anni. - Conservò per
altro fino al 1864 l'umile impiego della Biblioteca - nel 1873 a Natale fu
trasportato alla casa di Salute - dove morì il 26 gennajo del 1874. - Tutte
queste date vanno riconfermate e completate. - ‹Cerc. l'epoca giusta della sua
gita a Firenze, dove conobbe Giusti, a Roma - e a Parigi - (a Vienna?)›.
3870.
Rov. Rov. amò molte volte, e molte fu amato - La zia di lui era
ispettrice nel Conservatorio ‹di musica,› e in
casa sua trovavansi spesso delle belle ragazze. Due di esse s'innamorarono, una
di Rovani, l'altra dell'amico Varese - A Venezia, in casa * tutti eren
cobbiaa - dicea - e mi me sont cobbiaa colla padrona (V.
3869) - Ivi pure, Rov. faceva indarno la corte ad una bellissima e civettissima
dama. Stanco, finse di non curarsene più. Allora la dama venne a lui “si voles
nolunt, si noles cupiunt ultro”. Ma Rovani, niente. Esasperata d'amore, giunse
infine una notte, in cui ella gli si gettò in braccio. Rovani si alzò
freddamente e le disse: non mi degno - Non è però a dirsi, che
dopo non se ne sia ‹molto› degnato. - Così, è a Venezia che
R. in una festa da ballo toccò leggermente il velo di una sedicente signora ma
nota puttana. Costei si rivoltò inviperita, e gli scaricò una tempesta
d’ingiurie, esclamando a ogni tratto “el m'ha sbregà el velo” - Rovani si tolse
di tasca un marengo, e glielo diede con una mano, mentre coll'altra lasciavale
andare uno schiaffo - Dopo Venezia, vennero gli amori colla ballerina Carmine.
Rov., mercè il barone Burger, avea l'accesso libero al Palcoscenico della
Scala, e facea all'amore in mezzo ai sassi di legno e alle nubi di cartone. - ‹La Carmine l'aspettava alle volte
a casa su un sacco di riso.› - In carrozza un dì colla Carmine, non potevo dir nulla: aveo il volto
tutto bagnato di lagrime - Tanto sentiva l'amore! - La
Carmine gli scriveva talora delle lettere, di cui una finiva “e se non puoi
intendermi, indovinami” - Rov. seguì la Carmine a Genova; egli era geloso di un
falegname: in una notte cambiò tutte le stanze dell'Hôtel Feder - Ma la Carmine
gli preferì il falegname “et Minos a bove victus erat”. - Allora fece una
malattia. In essa fu assistito da un'altra ex ballerina, la Sai, per sua
disgrazia, com'egli dicea, marchesa Villani - e Rov. guarì
d'un amore, per ammalarsi in un altro - ‹Altri dice che conobbe la Sai in palco alla Scala,
presentato dal marito Marchese. Rovani entrava peritoso nel palchetto tutto
conti e marchesi. Ma la Villani, gli si volse con un sorriso incantevole
dicendogli: venga quì S.r Rovani: e segga presso me... nun podemm
ciamass parent, semm tutti e duu fioeu d'oreves -› (Tra gli amori cit. quello
per la Luigia Stabilini, che poi divenne sua moglie. (V. 3871. matrim. e
famiglia di Rov.)) - Durante un banchetto in casa del marchese Marito, Rov.
entrò nella camera della Sai, che era rimasta a letto, perchè mezzo ammalata, e
la supplicò di mostrarsigli nuda. Ella acconsentì, e Rovani rientrò nella sala
da pranzo trasfigurato - Parea, dicea, che io lanciassi
scintille. - Si noti che il marito della Villani, era, e
disgraz. è ancora, uno dei più schifosi tipi di codardia e di oscenità che
disonorino Milano. Quando sposò la Sai, avea già seppellito una prima moglie:
e, raccontava alla nuova, come la passeggiata al Cimitero per visitare la tomba
della fu consorte, gli avea sviluppato un formidabile appetito. Sul che la
marchesa, gli scrisse un'ode, nella quale si notano questi versi “quando
saranno due - arrosto almeno un bue - ti converrà mangiar...” - “Si creperà dal
ridere - fino nel cimiter” - Il carattere del Villani suggerì al Rovani quello
del conte Alberico dei Cento Anni. Anche il Villani, come
l'Alberico, avea voluto studiar medicina, per irritare cogli orrori della
anatomia la turpe sua venere. - L'amore per la Villani fu disastroso tanto pel
cuore che per la borsa di Rovani. - Siamo nella contrada dove abitava la
Villani. È inverno. Rovani ‹ha fatto fermare il suo brougham e› passeggia su e giù aspettando che la donna adorata
compaja alla finestra e gli volga uno sguardo. Per uno sguardo stava lì due
ore. E giù e su passeggiando incontrava il brumista che passeggiava lui
pure e gli dicea: mi foo ona gran vita, ma anca lù! - Un'altra sera Rovani
s'era recato al vecchio teatro Re, alla Lalla Rook per un appuntamento
colla marchesa. La Lalla Rook, opera corta, era finita presto e però la
marchesa non c'era più. Rov. diede in escandescenze e disse: hin nanca bonn
sti oper frances de ‹vess lungh assee per› servì a on appuntament. E avendo Perelli
difeso vivacemente il lavoro di David, Rov. irritatissimo gli gridò: virgolet
- ‹Rovani s'addormentava a
volte nel palco della Villani alla Scala, poggiando la testa sulla spalla di
lei. E il marchese marito che gli sedeva di faccia, dava del gomito agli amici
dicendo: tutte così le mie mogli. Tutti i grand'uomini se ne innamorano.
Donizetti andava matto per l’altra.› ‹Rov. schiaffeggiò più
volte il marchese - e allora il marchese faceva ritrattazioni, e schifosissime
scuse.› ‹Il Villani spendeva 2000 lire in
un quadro e poi stringeva il vitto alla moglie ed ai figli.› Rovani e la marchesa - racconta
la ostessa del Morivione (ma è ann. da accogliere col beneficio
dell'inventario) - si recavano alla sua osteria, in un brougham, con molte
bottiglie di liquori - si chiudevano in una stanza e finivano sfiniti, sul
letto o sotto il tavolo, dall'amore e dal rum - Quando poi il marchese marito
inaugurò, nella sua villa “Marsala” di Desio, la copia del monumento di Quarto,
detto da alcuni maligni “il quarto di un monumento” Rov., al banchetto, recitò
in quella maniera che egli solo sapea, il suo sermone sul matrimonio...
Il Marchese uscì a pigliar aria. Poi, ricomparve, mentre suonava
la banda e disse con una lagrima agli occhi: mi sento commosso - E tosto il
padre della Marchesa: ma lu el piang a son de banda? - Mi racconta il pittore
Rinaldi che, vivente ancora Rovani, essendo stato chiamato dalla marchesa per
colorirle un ritratto in fotografia, e avendole egli detto: “è ammalato Rovani”
la rispondesse: ma el crepa mai, sto Rovani? - Carità vuole che questo annedoto
sia posto in quarantena: certo è, che la Marchesa assisteva ai funerali del
nostro grande, da una finestra in Porta Garibaldi, in gran toilette. - (Si
desiderano le date a tutti [i] cit. fatti). - In generale, circa i giudizi
di lui sull'amore e le donne, si numerano i seguenti - Alla tua età,
diceva al ventenne Perelli - avrei fottuto mezzo Milano - Vedendo
poi qualche ragazza sciocchissimamente bella “spero che finirà sù un
casino”. E ad un vedovo che si riammogliava “indegno di aver
perduta la prima”.
3871.
Rov. Rovani andava a dar lezioni di letteratura in un collegio femminile. Era
severissimo e tutte le ragazze aveano di lui, più rispetto che amore. Una sola,
quand'egli sonava il campanello veniva ad aprirgli la porta e gli sorrideva con
aria di confidenza. In breve tempo il professore s'innamorò della bella
scolare, e ne fu riamato. La scolare si chiamava Luigia Stabilini, figlia di un
caffettiere... L'amore scoppiò, e i due amanti vissero insieme un dieci anni in
carta semplice. ‹In prop. il padre della Rovani diceva “l'è minga
vera che l'è Rovani ch'el scriva i sò liber: l'è [la] mia tosa. Lu nol fà che
dettai”.› - Ma un dì la fanciulla
perde un dente. S'accora, imaginando che l'amato non la possa più amare. Rov.
si accorge del suo sospetto, e detto e fatto, la piglia sotto-braccio e la
conduce in chiesa ‹per le
pubblicazioni› - Chi
li maritò fu il prevosto Marc[h]ionni. E il prevosto dopo di averli inannellati
disse loro: voj! regordev de mettev in regola con noster Signor. - Rispose
con compunzione Rovani: sarà significaa! - Disgraziatamente, con la Luigia,
Rovani sposò una fila di guai. La Luigia era gelosissima e lo codiava per le
strade e lo spiava agli usci, donde liti su liti - e le scene della Terenzia
e di Cicerone nel “Cesare” - Naque il Silvio - Silvio, avea ereditato tutto
l'ingegno paterno, e se ciò faceva gioire gli amanti dei ragazzi fenomeni,
impensieriva coloro che ricordavano il verso latino “immodicis brevis aetas
et rara senectus”. Silvio di soli sei anni palpeggiava già le
bambine e pigliava la sbornia. Ma i sette non li potè oltrepassare - ‹La madre Rovani facea soffrire
alla Luigia la fame e sospirava a ogni tratto “Ah la mia minestra!”, tanto che
Rov. pigliò un giorno la moglie e la condusse agli Angioli, poi fece casa da
sè. - Si dice che la madre tirolese morisse all'Ospitale Grande. Quando se ne
annunciò la morte a Rovani, egli continuò a bere in silenzio. La madre s'era
portata scelleratamente con lui. Avea, per es. venduta due volte la casa che
Rov. si era comprata.› A
compl. della casa di Rov. - pel poco tempo che ne ebbe una - va ricordato il
suo pinch ‹(Milly)› che pativa di melancolia e
piangeva e alle volte gli stava assente per giorni, e che Rovani prendevasi in
braccio dicendo: “cara bestiola stupidissima”, - e va
ricordata una serva, che per mostrarsi interessata alla casa, faceva
l'affaccendata più del dovere, e di cui R. diceva: La par on can che abbia
perduu el padron - Ma la casa, come già si disse (3861) non era fatta per
R. - La casa dell'uomo di genio è la Umanità, i suoi figli sono l'opere sue. -
3872.
Rov. Ma se Rovani fu vario negli amori, fu tenacissimo nelle amicizie.
La morte sola gliele poteva troncare. - Di amici ne ebbe molti - e non tutti da
tavola. Basterebbe citare Cesare Confalonieri e Luigi Perelli. - Dicea di
Confalonieri: de bon compagn ghe ne sarà, ma de mei, no ‹opp. quand el vedi, me
par de andà in Brianza› - (Per Confalonieri, vedi sparsim) -
Chiamava Perelli “me fioeu” ‹e donandogli un libro,
v'inscrisse: “a Luigi Perelli, in segno di una amicizia che non si trova in
commercio”› - e
difatti Perelli, ebbe per lui quell'amore che i figli dovrebbero ai genitori.
Rovani, negli ultimi anni fece vita comune con lui: si chiamavano per le strade
colla frase rossiniana del Barbiere: come dunque in Sivi... che
l'altro compiva, accordandovi il ...glia - Perelli s'indebitò
molto per l'amico vivo, e tenne viva la fama del morto. - Strano a dirsi! la
prima volta che Perelli conobbe Rovani (e questo fu nell'andargli a cercare il
suo nome per la Comm. della Palestra) Rovani, dal tavolo di osteria dove
stava bevendo, esclamò, porgendo il proprio bicchiere all'amico ancora
sconosciuto: vieni ed intuona il cantico dell'ultimo mio dì. - E difatti
Perelli fu colui che gli chiuse gli occhi. ‹Un poeta è sempre un poco
profeta. Altro es. dello spirito divinatorio di Rovani, lo abbiamo in ciò che
rispose al bidello Calzini della Bibl. Ambrosiana, che lo rimproverava spesso
con un far di burbanza del suo venir tardi: Io non verrò più - gli rispose
- finchè ci sarà lei, e verrò presto. Una settimana dopo il Calzini era
morto. Gli eredi di lui, pagarono a Rovani un gran desinare.›
3873.
Rov. Il n'appartient qu'aux grands hommes d'avoir de grands defauts
(Rochefoucauld). Quell'istessa intemperanza che diede a Rovani il primato nell'ingegno fra i
suoi contemporanei, lo rovinò nel benessere fisico. Diceva spesso: colui
è pieno d'ingegno, che l'ha trovaa la manera de sciscià la vita come on
busechin... sigura... - ma per lui, non sapeva
trovarla. In lui tutto andava a furori. Quindi le susseguenti spossatezze, le
non curanze, e talvolta il cinismo. Non c'è persona che meno di lui abbia
conspirato a favorire alla propria celebrità. Rovani trasandò tutti quei
viottoli e quelle scorciatoje che posson condurre alla fama, e che ben seppe
Manzoni. Forsechè egli volea arrivarci per la sola strada maestra! A noi,
l'edificio di una celebrità presentasi tutto intero: e non pensiamo ai mattoni
che, uno per uno, hanno concorso a formarlo. Tra questi mattoni c'è p. es. il
rispondere alle lettere de' nostri fautori, così cangiando il loro favore in
ammirazione. Ma Rovani non leggeva mai le lettere che gli si scrivevano ‹anzi le stracciava e le gettava
nel fuoco.› E a Perelli che gliene
faceva rimprovero, dicea: Riscriveranno - Bravo, rispondeva Perelli, ma
se tu non rispondi, saremo ancora da capo - E allora - facea
tranquillamente Rovani - verranno in persona. - Ah Rovani!
in persona gli ammiratori non vengono se non dopo la morte. “Cineri gloria sera
venit”. - ‹Ora la gloria è già
spuntata sulla tomba di lui. Lodar Rovani è già un appender corone di alloro su
una pianta d'alloro.› - Cit.
fra gli es. di scapigliatura Rovaniana i seguenti - A volte, quando c'erano
ancora le due stazioni di ferrovia e montava in brougham, dicendo: alla
stazione, alla domanda che gli faceva il brumista: quale? -
rispondea: quella che te voeutt ti. - Una notte, poi, si
addormentò su una panchetta in piazza alla Scala. Due guardie di Questura, gli
si appressarono, destandolo, e domandandogli le carte. - Non ne tengo,
rispose Rovani. - Che professione fate? gli richieser le guardie - Nessuna
- E il nome? - Non mi ricordo. - Avete mezzi di
sussistenza? - Non credo. Le guardie lo invitarono allora a seguirlo e
passò la notte in Santa Margherita, con grande sorpresa del suo amico Cossa, il
questore, che lo trovò sulla lista degli arrestati, il dì dopo.
3874.
Rov. In Rovani anche il silenzio era talora loquela. E a prop. del
silenzio - trovandosi una sera con un suo conoscente ciarliero e col silenzioso
e a lui sconosciuto Dossi, e dicendo a questi il ciarliero “ma lu el tas
semper?” - Rovani rispose: Lascialo stare, che se parlasse sarebbe
capace di parlar meglio di te e di me; de ti certament... - Quanto all'allegria
ed alla tristezza poteva dirsi di lui ciò che di molti umoristi: in hilaritate
tristis, in tristitia hilaris. Così che a uno che gli dicea: su allegher! -
Che allegher! - rispose - che io l'allegria la
invento. - Difatti, quando volea, parea allegrissimo. Ma spesso,
dopo un fuoco artificiale di risa, aggiungeva ‹i versi di Ventura› “Mi sont come el cap negher -
Forsi el piang; el par allegher”.
3875.
Rov. Ultimi tempi - Fra le debolezze, Rovani avea quella di nascondersi
alcuni anni di età. Nel 1872, avendogli chiesto Confalonieri quanti anni
avesse, rispose 49 ‹(mentre dovea rispondere 54)›, e vedendo che Confalonieri lo guardava senza parlare, soggiunse “non
ne hai forse abbastanza?” - Ma se di anni non era ancor vecchio, lo era di
vita. ‹Il letterario e l'erotico estro lo aveano esaurito.› ‹Hearts are not
flints, yet flints are rent (Moore).› Dicea negli ultimi tempi che “già, per lu, vedè ona
donna e vedè on sciatt l'era l'istess” e, sentendosi a un tratto
riaccendere l'antica fiamma dell'esecuzione, esclamò: gran brutt segn!
gh'hoo voeuja de lavorà - La Musa verde non gli dava più idee ma
sonno - l'ipertrofia cerebrale avea raggiunto il suo massimo - la lenta
meningite diventava acuta. - ‹Il suo corpo affiev. non poteva più sostenere il peso dell'anima.› - ‹Vivere militare est, ma le troppe
battaglie aveano esausto il soldato: e il soldato avea bisogno di congedo.› La sua forte compagine era già
stata scossa anche da tre violenti tifi che lo aveano tre volte ridotto in filo
di vita. In uno di questi tifi, egli s'era fatto accendere da un amico molte
candele all'intorno e s'era fatto cantare il Miserere. Allora la morte
schernita fuggì: ma molto non stette a tornare; e lo trovò sprovveduto di
burle. Gl'interessi materiali di Rov. erano negli ultimi mesi andati a
soqquadro. ‹La voragine dell'Usura,
da lui descritta merav. nel Giulio Cesare, l'avea inghiottito.› Rovani pensò di recarsi dal
ricchissimo Vela, che egli avea già moralmente beneficato, per chiedergli
qualche somma, ma poi si fermò, spensierato, a Monza (donde venne a Milano la
falsa notizia della sua morte) e ritornò a morire fra noi. Sognò, pochi mesi
prima del suo trapasso, di esser condannato a morte e di guardar l'orologio. Il
quadrante avea perduto le freccie. Non c'era più tempo per lui - Ammalatosi
gravemente fu trasportato il dì di Natale del 1873 alla casa di Salute, a Porta
Nuova, dov'era morto suo padre, e gli fu data la stanza n. 26 ‹triste presagio del giorno del
suo finire›, al I° piano verso
giardino sull'angolo destro della facciata. - Ebbe luogo un consulto tra i
medici Sacchetti, Mascazzini e Todeschini, che riconobbero tutti con gran
dolore, la gravità del male. Mentre gli si picchiava il petto con le nocche
delle dita, per ascoltargli i polmoni disse: m'hanno pigliato per una
scatola di tabacco; quindi, nojato, esclamò: ne ho pieni i
coglioni di tutte queste celebrità! - Todeschini gli raccontò della
morte di Bixio, un generale italiano. Rispose: ne ho veramente piacere.
Bixio trattava malissimo co' suoi inferiori... E se tel vedet, aggiunse, saludemel
tant - Domandato da Cesare Confalonieri “che cosa gli desse fastidio”,
rispose: l'esistenza. Lo baciò poi, dicendo: regordet de voremm ben.
- A Perelli che lo vegliava dì e notte, dicea spesso: gentile, e:
mi fai un gran favore - Volea dettare a Primo Levi, una parte del
suo Carme all'Italia che ancora manebat alta mente repostum, ma
il male glielo impedì - L'ultimo libro che lesse furono i R.U. di Carlo
Dossi, di cui dicea: cotesto giovane è un altissimo ingegno, e
strano a dirsi, s'arrestò a pag. 75, ai versi “Orbitas omni fugienda nisu ecc.”
di Stazio. Ed è forse per ciò che richiese a Perelli le opere di questo poeta,
come pure, le lettere di Torquato Tasso, un altro grandissimo e infelicissimo,
qual lui. Negli ultimi giorni non poteva ingollare se non sabaglioni ed
a stento. Infine, dopo 24 ore dall'avere perduti i sentimenti e l'uso della
parola, spirò. Erano le 11 antimeridiane del lunedì 26 gennajo 1874.
3876.
Rov. Rovani morì in quell'età sui cinquanta, in cui tanti geni morirono
- come ad es. Shakspeare e Dante. ‹Tasso m[orì a] 51 anni.› - ‹S'attribuisce il rovinoso
tracollo della sua salute dal dì che venne trasportato alla casa cosidetta di
Salute, alla sottrazione non graduata delle bibite alcooliche, che, sole,
valevano a tenerlo, o bene o male, in piedi› - L'ultimo teatro, ch'egli onorò
fu il Milanese - L'ultima osteria, il Gallo - l'ultimo caffè: il Biffi -
l'ultima bevanda, il cognac - l'ultimo pranzo, da Confalonieri - l'ultimo bacio
a una donna, alla S.ra Giuseppina moglie del detto Confalonieri. Rovani
ne avea chiesto prima il permesso al marito. E questi: “Figuret!” Rovani la
baciò lievemente, poi disse: gliel'ho fatto a fiore di labbra. -
3877.
Rov. Funerali - (note prese dal vero) - 26 genn. 1874. Perelli
telegrafa a Gorini perchè assuma la conservazione della salma di Rovani - Il
sindaco Belinzaghi, dietro istanza di Perelli, promette di dare del suo quanto
occorre ai funerali ‹ma pone
difficoltà sull'intervenirvi in maniera officiale.› - Giuseppe Grandi cava la
maschera dal cadavere alle ore 4 pom. - Io lo visito alla stess'ora. L'aspetto
è verdastro, alquanto sformato. - Perelli si reca alla Questura per domandarle
il permesso di annunciare publicamente la morte di Rovani. Il sub-briccone *
glielo nega. Perelli insiste dal capobriccone ** e costui glielo accorda -
L'avviso è così concepito: Concittadini - La più alta intelligenza che potesse
oggidì vantare l'Italia si è spenta questa mattina in - Giuseppe Rovani
- Luigi Perelli - Gorini telegrafa da Genova che sarà a Milano il dì
appresso alla una - 27 genn. 1874 ‹Il Teatro Milanese
sospende le rappresentazioni›. Alla una arriva Gorini, si reca tosto alla casa di Salute e comincia a
provvedere alla conservazione della salma - La sottoscrizione per un monumento
a Rovani si presenta dífficile nelle classi alte (s'intende per le ricchezze).
Non si vuol dare denaro, dicono, per la statua di on cioccatee - Gorini,
Perelli, e il deputato Mussi vanno dal Sindaco per perorare la causa dell'onor
nazionale. - Oltre l'avviso del giorno prima, se ne espone un secondo, così
concepito: Onori funebri - a Giuseppe Rovani... - La “Perseveranza” publica in
prop. un articolo degno del Bonghi, suo direttore, l'ignorantissimo dotto
- ‹Era però naturale,
che alla morte del Leone, ci fosse gran festa in casa degli Asini.› - Tranquillo Cremona disegna il
ritratto del Sommo, per la Illustrazione di Treves: Calzolari fotografo,
ne riproduce l'aspetto in migliaja di copie. - 28 genn. 1874. Mia
gita a Pavia. Interesso la società universitaria a intervenire colla bandiera
ai funebri. - 29 genn. - Sento che gli avvisi del
mio Perelli hanno offeso i vigliacchi. Li hanno pigliati per altrettanta réclame.
Domandano se Perelli “è il mercante di vino che forniva il Barbera a
Rovani”, e vanno dicendo che “il monumento al defunto si dovrebbe innalzare in
piazza delle Galline”. - Sul Corriere di Milano appare un'altra schifosa
scrittura, sorella della bonghiana. Gli ingenerosi non credono alla generosità.
- Perelli risponde, il dì stesso al Corriere, con una sua lettera,
dignitosamente modesta. - Insorgono molti ostacoli per ottenere rappresentanze
di società. Contagiosa è la vigliaccheria. Le società degli impiegati e degli
avvocati rifiutano il loro intervento. Invece le corporazioni operaje lo
promettono. Gli operai fiutano l’avvenire. - 30 genn. La famiglia
artistica invita i soci ad intervenire ai funerali. Cajo Tantardini
puntatore-scultore offre 150 lire di lavoro a gratis per la statua di Rovani.
La Marchesa Villani promette fiori - 31 genn. Osculati fornirà a gratis
il carro e i cavalli di 1a classe per il trasporto. - Il preposto di
S. Marco fa dire a Perelli com'esso sia disposto a fare i funerali religiosi a
Rovani gratis et amore Dei, purchè lo si porti in chiesa.
Naturalmente, la proposizione non è accettata; ma ci volea Rovani per far
cantare i preti per niente! - 1 febbrajo. Costantino Steverazzi
proprietario dell'Hagy offre la bara con lastra di cristallo. - Si forma il
comitato pel monumento composto da Hayez presidente, Paolo Ferrari, deputato
Mussi, Cletto Arrighi e Domenico Induno - e L. Perelli segretario. - 2 e
3 febbr. Il sindaco non vuole che i funerali si protraggano a
domenica come si desiderava. Curioso! Non ammettono in Rovani celebrità;
oppure, temono il troppo concorso a' suoi funerali. Solita scusa, la publica
igiene. Di più, Belinzaghi non vuole che il feretro faccia il giro del Corso.
Si noti che il giorno prima lo avea fatto la salma del Cav. Alberto Keller. Ma
costui lasciava 8 milioni ai parenti; mentre Rovani non lascia che gloria alla
città sua e all'Italia. In via eccezionale si permette di andare fino al
Naviglio ai Fatebenefratelli, di volgere poi per S. Marco fino al Corso
Garibaldi, e quindi al Cimitero. Parlando dei funerali di Rovani il Belinzaghi
si lascia scappare la nobile frase “l'è troppo lunga sta menada di
funerai”. Menada? senti el spazabaslott! - Si va a
visitare Rovani. La preparazione goriniana è riuscita perfettamente. - Labus
assessore si aggiunge al comitato pel monumento. - 4 febbrajo ‹mercoledì›. Belinzaghi parte per Firenze,
per sottrarsi all'obbligo morale d'intervenire ai funerali di un tanto uomo. -
Si pubblica il seguente Manifesto: “Onori funebri - a - Giuseppe Rovani - Gli
estremi onori alla salma di Giuseppe Rovani avranno luogo domani alle ore due
pomeridiane, movendo il corteo dalla casa di Salute a Portanuova, per le vie
de' Fatebenefratelli, Pontaccio e Corso Garibaldi. - S'invitano i concittadini,
prendendovi parte, a fare onore a colui che tanto ne fece all'Italia - (quindi,
in nota) La deliberazione (municipale) che i funebri debbano aver luogo domani
giovedì invece di domenica come si era annunziato, non lasciò il tempo di
diramare inviti speciali alle persone cospicue, alla magistratura e ai corpi
morali che intendessero di mandare rappresentanze. Valga quindi per tutti il
presente manifesto” - Si noti che la questura ‹diventata censura preventiva›, cancellò il municipale. Ed
era un fatto. I codardi temono anche di sottoscrivere alle loro opere. -
L'Academia di Belle Arti invita i suoi membri a concorrere ai funebri - 5
febbrajo giovedi 1874. Folla straordinaria fin dalla mattina per vedere la
salma di Rovani stupendamente conservata. - Si rinchiude la salma, in camicia e
mutande di lino, nella bara di piombo che ha un disco in cristallo
corrispondente alla testa, e la si pone in altra cassa di legno. - La moglie di
Rovani, ammalata, invia una corona di fiori, con un velo nero trapunto a viole
del pensiero. La marchesa Villani, altra corona di fiori. Molti amici, molte
corone d'alloro. - I Signori Gavazzi, ricchissimi, i cui oziosi appartamenti
rigurgitano di fiori - li hanno negati - Due bande musicali: il consolato delle
società operaje con tutte le bandiere. Gli allievi dell'istituto tipografico
Pagnoni. Moltissime signore. Tutti i più simpatici campioni della scienza e
delle lettere milanesi. - ‹Intorno a lui, non croci, non livree, non la veste della virtù, ma la
virtù.› - Intorno al carro si
mettono il pittore Hayez, lo scultore Magni, il poeta Uberti, l'avvocato
Rosmini e l'assessore Labus. - Seguono maestri di musica (Ed. Perelli ecc.), e
prof.ri della Scala come Corbellini e Confalonieri - Vincenzo Vela,
Tranquillo Cremona, Giuseppe Grandi, Carlo Dossi, Mosè Bianchi, Paolo Gorini,
Amilcare Ponchielli, Cletto Arrighi, Emilio Praga, Arrigo Boito ecc. ecc. ‹Non un prete.› Tutte le strade affollate: tutti
i balconi e le finestre gremite di gente - ‹La Marchesa Villani, in gran
toilette, a un balcone!› Gente
perfino sui tetti. Si arriva al cimitero. Gli spaldi sono già tutti occupati. ‹Molti equipaggi che attendono› - Si leggono vari discorsi; uno
del Curti e un altro del Cavaleri. Perelli ‹a voce altotonante› dice poche ma buone parole - ‹Alla sera si suona per i caffè, e
al teatro milanese un'elegia del maestro Pettenghi.› - 6 febbrajo. E tutta la
stampa è concorde nella sorpresa della immensa moltitudine che ha accompagnato
Rovani, salvo la schifosissima “Perseveranza” che ne parla in un fatto vario,
come di un concorso abbastanza numeroso. Si calcola a 20.000 persone il
numero degli intervenuti. E notiamo, era dì di lavoro. - 7 febbrajo. Belinzaghi
paga 400 lire per le spese della conservazione di Rovani a Gorini - L'orchestra
della Scala paga una delle due bande. - Le tasse pel funerale - quelle di 3a
classe, benchè il fun. fosse di 1a. - Il colombario, è dato dal
Municipio, a gratis. - ‹Nota.
Oggi 14 gennaio 1875 alle ore 11½ si
scoperse il cadavere di Rovani conservato secondo il sistema di Gorini, alla
presenza dello stesso prof. Gorini, Assessore Labus, Dottore Bono, Luigi
Perelli, Primo Levi e di me Alberto Pisani Dossi. La conservazione fu trovata
perfetta. Pareva appena spirato. Si cangiò lo strato di calce, posto disotto al
cadavere e da esso diviso da un asse, poi si rinchiuse la bara ridisponendola
nel colombario che porta “Giuseppe Rovani, morto il 26 genn. 1874 - quì - Il
municipio milanese interinalmente deponeva”.›
3878. Rov. Nell'appendice 2a
alla Rov. - cit gli articoli di Tommaseo e di Dall'Ongaro su lui - l'Autobiografia,
scritta da Ghislanzoni - l'opera dell'Abate Anelli, dove se ne parla - la
necrologia del Cameroni, lo studio del Prof. Sangiorgio - le varie biografie
sui giornali, come quella del Maineri sull'Illustrazione it. di Roma,
quella di Giarelli sulla Gazzetta di Torino 29 genn.74 ecc. ecc. ‹V. anche “Meditazione dotta di
Caridio” (Ghislanzoni) sul Capriccio - Lecco 1877.› ‹V. per ribatterlo, il bozzetto
dello stolto Molmenti. Cit. lo studio critico di Perelli ecc.› Circa l'aneddotica rovaniana
chiederne notizie a Lucio Talachini (Como - S. Vittore di Maccio) - alla madre
della Carmine, ancora vivente ‹(1877)› - al semipittore Lazari
- all'A[g]liati (Via Principe Umberto) - alla Marchesa Villani etc. - Dare
anche un'occhiata, alla Bibl. di Brera, alla Miscellanea del frate di S.
Ambrogio ad Nemus. - ‹Si desidera
di ricordare ciò che diceva del cioccolatajo Gilio... - e a che prop. il verso
del trote e storioni al conte di Gaeta ecc. - e del sigaro avana, fumato ¹/³ dal re di Portogallo, ¹/³ dal Rovani e l'altro
terzo messo in vetrina da Confalonieri.› ‹Ripescare
i versi di Nosetti - e di Carlo Porta (che si trovano presso suo figlio a
Monza). ›
3879.
Rov. Aned. cui porre la data ‹dopo di averli tenuti prudent. in quarantena› - Quando Rovani fu ‹(prima del 50)› la prima volta a Firenze
fece molte lungarnate con Giusti. Giusti non gli chiese mai il suo nome nè
Rovani s'incomodò mai di dirglielo. Entrambi erano entusiasti l'uno dell'altro
- Il padre andò a trovare di nascosto Rov. in Isvizzera. Era d'uopo passare per
boschi, e monti senza sentiero, e però abbisognava una guida. La guida era
sempre on spallon, al quale si davano due marenghi, l'uno nell'andata,
l'altro nel ritorno. La guida, volendo spillare dal padre di Rov. qualche cosa
di più del pattuito, gli cominciò, nel ritorno, a dire che il bosco era pieno
di ladri, che sarebbe abbisognata un'altra guida, che si poteva esser puniti
ecc. Ma il padre Rovani, indifferentemente: Me rincress per ti - rispose
battendogli la spalla - che te set gioven, ‹per mi me ne importa un cazzo.› El spallon non fiatò più
- Un fatto che ebbe una letale influenza sull'animo di Rov. fu questo. Rov. era
stato obbligato, quale collaboratore nella Gazzetta, a descrivere il
viaggio dell'Imp. d'Austria (vedi biog. Maineri). Lo scrisse in parte, di
malavoglia, e però fu richiamato a Milano. A Milano, uno dei fratelli pittori
Induno, il più sciocco dei due, avea esposto un suo cerotto rappresentante,
credo, la Battaglia della Cernaja, cerotto che ebbe fama di quadro non per
ragioni artistiche ma politiche. Rov. si recò a vederlo. Ma il Gerolamo Induno
gli venne incontro inibendogli l'entrata, e dicendogli: cossa el fa lu chi?
ch'el vaga di so Tedesch ecc. - Rovani, invece di lasciargli andare uno
schiaffo, come dovea, taque e si ritirò. E, d'allora in poi, la tetraggine
cominciò in lui le sue visite - e l'assenzio gli si vide più spesso sullo
scrittojo. ‹L'opinione è quella che
tormenta il saggio e il volgare, che ha messo in credito l'apparenza della
virtù al disopra della virtù stessa, che fa diventar missionario anche lo
scellerato (Verri?)› - ‹Dixit et ardentes bibit ore
favillas - I nunc, et ferrum, turba molesta, nega. ›
3880. Rov. (V. 3858, frasi
felici, epigrammi ecc.) - Diceva di Garibaldi: grand'uomo e avrebbe potuto
essere un altro Cesare o un altro Napoleone... ma gh'è mancaa la venna
del luder. - Tradusse sarcasticamente la iscrizione sull'Arco di Porta
Ticinese (eretto a fama degli eventi del 1815) Paci populorum sospitae: alla
pace dei popoli... sospetta - e questo anned. fa degno riscontro all'altro
di Manzoni, che leggendo sull'Arco di Porta Garibaldi dedicato a Ferdinando (?)
d'Austria, i mercanti di Milano eressero, aggiunse, per quanta poca
volontà ne avessero. - Vanzo pittore (V. 3858) era uno fra i più assidui
scrocconi de' suoi pranzi e del suo spirito. Un dì si discorreva del Nerone del
Cossa. “Varda ch'el Neron - disse il Vanzo - l'è bon” - E Rovani: Varda
che i minestroni de cà mia eren mei. - Rovani avea poi particolari modi
di dire e usava particolari aggettivi. ‹Oltre la frase mil. che rischiarava l'it. e viceversa.› Es.: tu vedi un uomo assai
visitato dalla bolletta - il tal giorno io sarò molto a pranzo da voi. - El
vin l'è bon! frase per mutare un discorso che non gli andava ai
versi. (V. 3862 in fine) - Tra gli agg. usava spessissimo l'insospettato
e il gentile (come Foscolo). - Il mai poderoso infine della
proposizione -
3881.
Rov. (V. 3858) - Rov. raccontava molti aneddoti del suo soggiorno a
Roma. - Tra gli altri di un invito a pranzo fatto a lui “martedine vè invito
a pranzo e si venite, venite - e si no venite... Accidenti! sinone”
- E di un caffè popolano, dove tutti sedevano tacendo e bevendo.
Entrava poi qualcuno ammantellato, e con una voce profonda facea “ombra...
ombra” - Parea un congiurato. E il caffettiere recavagli l'“ombra” che
consisteva in un caffè e latte - Quindi entrava un secondo - anch'esso con aria
di cospiratore - dicendo, “aura, aura”. E l'aura era cioccolatte con moltissimo
latte (barbagliata). -
3882.
Rov. All'osteria. - Un dì Rov. fece un pranzo con Perelli, al
rovescio; cominciando cioè dalla mancia al cameriere, il caffè e le
frutta, e terminando colla minestra. - ‹“Te vedet, se te ghe det prima la mancia, el serv con
passion”.› Un altro dì, pranzò in
mezzo a un giardino nevato. E la neve sulla pietra del tavolo gli serviva di
tovaglia -
3883.
Rov. È dovere di un governo di favorire i principali prodotti del paese.
In Italia, fra questi prodotti, son l'arti. Nell'Arti ital. la Letteratura può
dirsi la Cenerentola, e però dev'essere più che le altre ajutata, tanto più che
un paese vive nell'eternità solamente in sua grazia. - Per favorire le Arti:
due i modi. Omaggio - ai morti - ed ai vivi. - ‹Il secondo eccita l'emulazione:
l'altro non la sconsiglia. Meglio che aprire scuole è mostrare come gli studi
giovino. Oggidì lo stato è il paese. Lo stato dà pensioni a chi lo ha
fedelmente servito - Or chi illustra il paese, serve al governo - Un artista è
un impiegato publico - perchè non avrà egli d[iritt]o ad un premio?› Ma l'Italia è ammalata di
codardia. Dei due omaggi non adopra che il primo (e non sempre). Essa scava la
fossa ai suoi grandi figli, per chiuderla poi con un monumento fastoso.
L'Italia non volle mai risparmiarsi un rimorso. Vedendo Rovani trarre la
miseria di lui per le vie, si dicea: vergogna! e non ci accorgevamo che la
vergogna era nostra, non sua. - Si osserva: ma Rovani non chiese mai. Ciò lo
onora. A noi conveniva dare, e a Rovani ricevere non chiedendo. - Ma anche
allora non si seppe fare per lui quanto ci lamentavamo di non aver fatto per
altri.
3884.
Rov. Ci limiteremo a dirlo una gloria milanese - ma Milano è in Italia -
A noi duole di dover scriv[ere] la biografia di tale che tutti dovrebbero
conoscere - Prova l'onestà di Rov. la stessa negligenza de' suoi materiali
interessi - ‹Della
sua povertà era attestato l'ingegno› - L'hanno udita... non l'hanno ancora sentita quella sua musica - L'Italia
non è libera che in piccolissima parte: la maggior parte è serva
dell'ignoranza. - Chi legge libri in Italia? i soli letterati. Ma i letterati
invidiano ai letterati. ‹L'invidioso silenzio.› - Chi avesse assistito ai funerali di Manzoni, dovea pensare “gran paese
l'Italia. Mente chi la taccia d'ingrata a' suoi grandissimi figli!” Eppure, io
avrei voluto che ritornando dal cimitero, costui si fosse soffermato, fuori di
Porta Venezia, ad una piccola osteria, dove il più ricco uomo nel pensiero
italiano, Rovani, sedeva nella più squallida materiale bolletta; e
avrei voluto vedere s'egli avea tanto coraggio di ripetere la sua lode. ‹Cit. quindi l'ann. di Perelli che
gli reca le 500 lire della Mente di A. Manzoni - e la sorpresa tra
l'ingenuo ed il furbo di Rov. che dice: bisogna donca dì che sto Manzoni el
sia propri bon?› -
La grandezza dell'animo suo non fu adeguata che dalla grandezza della
vigliaccheria de' suoi contemporanei - Rovani si diede in lett[eratu]ra ai
generi più disparati, o com'egli dicea ridendo - disperati.
3885.
Rov. Non piegò mai il collo al favore - non mentì mai sè stesso per
adulare gli altri. Egli pensava, per così dire, a voce alta: e se temeva
qualcosa era la lode. Rammentava spesso Focione, quando sentendosi applaudire
si volse a un amico e gli chiese: ho forse detto qualche sciocchezza? - ‹Vitate quaecumque vulgo placent
(Cic.)› - Invece gli era
gratissimo un biasimo che gli venisse da un cuore d'amico. “Those best can bear
reproof who merit praise” - Ei perdonava alla crudeltà quando fatta d'Amore.
3886.
Rov. (da agg. al 3873 in fine, prigione) Rov. fu in
prigione un'altra volta per la Guardia nazionale. Vi andò con due ciabatte
sotto le ascelle. In prigione trovò uno staderajo (attore del S. Simone)
che declamava “l'Aristodemo” del Monti. Lo lasciò dire per un poco, poi: donca
come la giustem? - Cit. in seguito l'anned. di Vanzo che si presentò al
Consiglio di Disciplina a nome di Rov. per difenderlo. L'avv. Pompeo Castelli
gli disse: Non faccia smorfie - Parli pure in meneghino - Vanzo se ne offese,
donde una lite. Cit. anche il modo con cui Vanzo si vendicò, in prima via, del
Castelli. -
3887. Rov. La vita di Rov. ci mostra come e dove egli abbia
trovato nel vero i sentimenti e le frasi delle sue artistiche creazioni. Rov.
visse a Milano, fu a Venezia, a Roma, a Parigi, e però ne' suoi libri
coteste città vivono. Attraverso i Cento Anni e il Giulio
Cesare noi possiamo seguire passo a passo i suoi amori, le gelosie, gli
entusiasmi, le spossatezze - e conoscere i suoi amici e nemici - i suoi studi
ecc. - La vita vissuta e la vita scritta di Rovani si rischiarano e si
completano a vicenda. - Il che avviene anche in Foscolo ed anche in Manzoni (V.
per quest'ult. 3898 - in principio - dove si parla del saccheggio della bottega
del fornajo Martinelli). - La Stefania Gentili e la Sai son gemelle: così il
conte Alberico e il marchese Villani ecc. -
3888.
Manzoni, a chi gli chiedeva come mai facendo libri sì buoni, avesse fatto figli
sì birbi, rispose: I libri li ho fatti col capo, e i figli col cazzo. -
3889.
Quando Manzoni si lasciava sfuggire qualche frecciata sulle cose del giorno,
avea spesso la prudenza di aggiungere: Però podria vess come quella veggetta
del Mont Cenis che in del 59 la trovava che i Frances che vegneven giò allora
in Italia, no eren pu qui frances inscì gentil d'una volta - ai temp de
Napoleon. - Forsi me par ch'el mond el peggiora, perchè peggiori mi. -
3890. Quando lo Strazza faceva le
mostre di copiare Manzoni (donde ne uscì quel busto su cui la faccia par la
radice solo del naso) Manzoni trovandosi un dì nello studio dello scultore,
chiese ad un garzoncino del formatore “vuj, coss'el te dà, al dì, el to
padron?” - E il ragazzo “El me dà on franc al dì... quand l'è sabet”. - Manzoni
gli mise allora in mano un cinque-lire, sul che il ragazzo osservò: disi
nagott, vera? -
3891.
Nello Spirito milanese, uno dei primi posti va dato a Cesare
Confalonieri, un oboe della Scala - tanto tondo di corpo quanto acuto
d'ingegno. I suoi epigrammi sono talora degni di Rovani - e certamente se
avesse imparato a scrivere la propria anima, invece che di soffiarla in un tubo
di legno, la nostra letteratura conterebbe un insigne Umorista - Una sera
suonava in casa del conte Porro Schiaffinati, che suonava lui pure, parmi, il
flauto. E il conte dimanda: che tempo ho a pigliare? - ch'el toeuga pur su
- risponde Confalonieri - un tempo signorile - Al medesimo
Porro, scriveva da Londra lettere non affrancate, osservando: così vi riusciranno
doppiamente care - Tale irritato con lui, gli diceva: me
disen tutti ben de lu, ma poss propri no credegh. E a botta risposta,
Confalonieri - e mi me parlen de lu, tutti mal, e ghe credi semper -
Quando sua moglie, si trovò, per la prima volta, incinta, egli le
disse: manda a toeu la toa solita levatris - Tale, lo avea
invitato a pranzo, dicendogli: guarda, che ti tratto proprio da amico, senza
complimenti. Conf. accetta, siedono molto a tavola ma poco a pranzo. Allora
Conf. gli fa: te podrisset minga mettet on poo in sudizion? ‹opp. fa pur di compliment, nè!
› - Fagh cera al Faccio -
gli consigliava un amico - E C. Sì: cont ona torcia - E
dicea dello stesso Faccio che egli conosceva un sol tempo: l'allegro
feroce - E poi canticchiava quel passo di Rossini nel “Barbiere” Oh che
bestia oh che bestia - il maestro faccio... a lei - Confalonieri, avendo
fatto rivoltare un soprabito, già rivoltato, dicea “l'è tornaa de bon umor”
- il che fa riscontro al detto del pittore Ranzoni che dopo
di avere voltato e rivoltato il suo, osservava: e ora lo farò mettere in
costa - Una sera si discuteva in teatro sul valore dell'Africana di
Mayerbeer, tra un ammiratore di essa e Confalonieri. Il quale “Ch'el guarda
- dicea - in di sedii - quand dan l'Africana, quanti che
dormen... vun, duu... tri... El vedrà invece doman alla
Norma - Ma l'indomani, anche alla Norma, due dormono. Il fautore
dell'Africana si avvicina a Confalonieri, e mostrandogli i due, gli dice
in trionfo: incoeu ghè la Norma... eppur si dorme! - Bravo -
risponde senza scomporsi Confalonieri - ma quii duu là dormen anmò de jer
sera. - Conf. volea pigliarsi una moglie grande e grossa, perchè ce ne
fosse per lui e gli amici. E ti, dicea a Perelli, te gavaree
semper sedia chiusa in del lett de mia miee - A lui
nasceva una bimba. Il parto era infelice. Occorreva il forcipe. Ed egli, fra il
pianto ed il riso... “la sa anca lee in che mond la
voeuren mett... la voeur no... la voeur no”. -
La bimba la mise poi a Crescenzago a balia. Dicea la cresserà ona gran
lazzarona; l'è a cress-senz'ago - E, guardando
entro il caldajo di un brodo tutt'occhi - “vuj! te me tegnet d'oeucc?” - E
così, nel guidare la Pina (la rozza della sua timonella) e accennando a una
carriola da fruttaiolo di tirarsi in disparte: tiret in là on quintin...
anzi on mezz liter - ecc. ecc. ecc. ‹Si passeggiava fuori di Lecco in una lunga stradetta
chiusa tra muriccioli. C'era una serva piccolina (detta la servitù) la
cui testa non oltrepassava il murello. E Conf. sojava per tutta la strada,
esclamando: oh che bellissima vista ecc. ecc.›
3892. Un altro fra i belli spiriti della città, è il
pittore Cremona. - Cremona dicea di Rovani, che ad ogni frase ch'el
dis el ghe mett su la sabbia. - Di un quadro di G. Bertini “Bimbo
nobile con cane”: el can l'è faa de bagai, e el bagai de can -
Dell'avv[oca]to e maestro di musica Besozzi: i avvocatt el ciamen
semper maester e i maester, avvocatt. Di una cantante ex puttana:
la cerca adess in de l'arte, quell che no pô pù dagh
la natura - Di Conconi, giovine dall'aspetto soave e che si piantava sempre
in terza “te paret el fant de coeur” - Annunciando il suo matrimonio “hoo
tolt, con licenza parlando, miee” - e presentando
agli amici questa sua moglie: prima la studiava el canto, e
adess el suono - Quando gli si pagava qualche dipinto, ed egli
portava a casa la sua saccocciata di marenghini, se la vuotava sul tavolo, vi
cacciava dentro la faccia, poi la sparpagliava per tutto lo studio, e si occupava
il resto della giornata a cercare ‹le auree piastrelle.› Ne nascondeva alcune nei buchi dei topi, altre nelle calzette. Un dì si
trovò senza un soldo, e volea recarsi al veglione, ma non potea che recarsi a
letto - Era mortificatissimo, allorchè ‹rifrugando qua e là nello studio e nelle sue robe,› scoprì ‹con sua immensa gioja› in una calza ‹sudicia› un ultimo mezzo marengo... -
3893.
Giuseppe Grandi scultore, a Torino, saltava via i nani in cui s'avveniva, come
le colonnette stradali - con grande e grottesca loro ira - e usava poi di
accendere il sigaro ai fanali delle contrade - Cajo Tantardini suo puntatore,
lavorava in istudio, nudo, con in capo un cilindro. I vicini, scandolezzati, ne
mossero lamento. Cajo, per salvare la lor pudicizia, s'indossò un giubbettino
di lana che gli arrivava all'ombellico. -
3894.
Un dì passeggiando, incontro un povero storpio che mi stende la mano. - Ma
se t'hoo già daa jer - gli osservo - Risponde: ma mi gh'hoo famm anca
incoeu -
3895.
Il marchese Gerolamo d'Adda desiderava di conoscere il Dossi. Questi, finchè
potette, se ne schivò. Quando non potè più, e cortesia volle che gli si
presentasse, rimproverandogli gentilmente il d'Adda la sua eccessiva ritrosia,
Dossi rispose: di volt, conossuu el coeugh, pias pù el
pastiss. -
3896.
[La nota, di 5 righe, è abrasa.]
3897.
Gorini, nella sua gita nel Napoletano, per incarico del ministro Natoli, allo
scopo di studiarvi i locali fenomeni vulcanici, si fece indennizzare dal
governo per spese di vitto... 50... centesimi al giorno.
3898. Il barone Ciani avea un suo
ritratto abbigliato da ciambellano napoleonico, dipinto da Pelagio Palagi, e natur.
il ritratto era di un uomo sbarbato. Ma quando il barone si lasciò crescere i
baffi, li fece mettere, da un inverniciatore, anche nell'effigie di lui.
3899.
Bizz. (V. 3627) La mia famiglia 5. Le mie aeree creazioni.
Passeggio con a mano il mio Guido ‹(dell'Altrieri),› e la
mia Gìa. M'incontro nella coppia felice di Enrico ed Aurora ecc. - Lettere
alla mia ignota amante 46. L'atrio della stazione. Io, seduto in un canto,
melancolico. Vedo a partire felici sposi. Torno a casa, sempre solo -
3900.
G.F. I diavolotti di menta incartati nei biglietti del lotto -
L'attaccamento che certe pulzellone taroccatrici hanno per il bagatto - Tutto
si perde pur di salvarlo... - Da bimbo, mi ricordo, che un birbo di servitore
mi metteva fuori della finestra tenendomi per le ascelle. Quando ci penso, ne
rabbrividisco ancora. Quel vuoto sotto ai piedi ecc. ecc. - Descriz[io]ne della
Posta.
3903.
Tra gli agg. stereotip. l'incerto piede - Per l'Adozione
V. 1605. P.O.
3904.
Bizz. V. sparsim in Bizz. e partic. ai N. 641, 654, 662, 672,
1431, 1512, 1590, 1609, 1652, 1654, 1700, 1743 (progetti), 1744, 1766 (lett.
sui muri), 1777, 1809, 1825 (cervello mio), 1866, 1868 (segnitempi), 1869, 1882,
1963, 2006 (inno alla Paura), 2007, 2034, 2055, 2057, 2069, 2100, 2128, 2134,
2141, 2143, 2146, 2150, 2160, 2161, 2162, 2164, 2220, 2295, 2331, 2336, 2338,
2387, 2404, 2405, 2407, 2410, 2411, 2415, 2426, 2455, 2456, 2457, 2504, 2510,
2511, 2521, 2532, 2533, 2536, 2571 (cerebro universale), 2621, 2647, 2649,
2670, 2712, 2713, 2714, 2721, 2724, 2725, 2735, 2736, 2739, 2754, 2758, 2759,
2791 (diavolo), 2792, 2795, 2803, 2845, 2851, 2879, 2882, 2903, 2926, 2939,
2940, 2941, 2942, 2945, 2946, 2947, 2950, 2951, 2998, 3009, 3032, 3033, 3124,
3181, 3183, 3195, 3291, 3294, 3306, 3307, 3312, 3316, 3325, 3326, 3327, 3338,
3340, 3342, 3346, 3400, 3416, 3422, 3426, 3512, 3824 - Bizz. Crisi
filantropica.
3905.
Lavori del D. stampati o da stamparsi (a tutt'oggi 18 aprile 1877). I Il
globo ne' suoi primordi 1866. (Album della S. del Pensiero) -Educazione
pretina (nei due racconti) 1866 - Per me si va tra [la]
perduta gente, racconto (1867) - II L'Altrieri, nero su bianco (1868).
III Vita di Alberto Pisani (1870) - IV Elvira, elegia (1872). V Il
regno dei cieli (1873). VI Dal calamajo di un medico (Vol. 2°
dei R.U.) (1873) - VII La Colonia Felice (1874) - VIII Valichi
di montagna - Viaggio di nozze - La casetta di Gigio (G. I.)
- Balocchi (G. I.) - Tesoretta (G. I.) - Istinto (G. I.) (Palestra
Letteraria) - I nomi (N. L.) - Il Natale (G.F.)
(giornale delle dame) - Il vecchio bussolotajo (G. I.)
- Giudizi della giornata (G. I.) - Un po' di musica (G.
I.) - Un cas de conscience (G. I.) - Una visita al Papa (G.
I.) - Charitas (G. I.) - Dieci bicchierini di assenzio (G.
I.) - La fede (G. I.) - Zolfanelli alla prova (G.
I.) - I lettori in Italia (R.U.) - La calata dei
Matematici (R.U.) - I dilettanti (R.U.) - I
seccatori (R.U.) - La gente che mangia quando vuole e la gente
che mangia quando può (R.U.) - Profumo di poesia (G. I.)
- Il merlo (da rifare) - S. Carlo (id.) (G.F.) -
Lavori non da stamparsi. I primi aborti (La caduta di Milano -
poesie varie ecc.) - “Erano giunti sul ripiano dello scalone...”
(brano di romanzo) - Lodovico Ariosto, commediola per fanciulli -
Ave Maria - I bigottoni, comedia in mil. in 3 atti.
3906.
Rov. I seguenti anned. su Rov. mi sono stati forniti dal Marchese
Villani, provenienza assai sospetta. Qualcuno per altro, tra essi, ha tutti i
caratteri della verità. Segno i sospetti con una stella (*), e trascrivo i
brani di lettera del Marchese, ben inteso potandoli: - Nel sett. del 67 (chi
scrive è il Villani) mi giunse a Desio stralunato, declamando contro i perversi
amici dell'Arte, cui consacrò ogni pensiero, la vita stessa. Avea veduto il
disegno in rilievo della Piazza del Duomo, e capiva quanto ne scapiterebbe
quell'augusta mole, contornata da alti fabricati. Non poteva darsene pace; non
mangiò che un pezzetto di formaggio col pane; e partì trangosciatissimo.
L'indomani cercai di consolarlo coi seguenti versi (e quì un sonetto ridicolo)
- Quando gli morì l'amico Raiberti per tre giorni non ebbe parola, e rispondeva
agli amici: piango, non scrivo. Poi prese la penna e nella sua Gazzetta
di Milano tessè una biografia all'illustre Medico Poeta, che è un triplice
trionfo d'amicizia, di cuore e d'ingegno - Appena la lessi gli gridai in
vernacolo “Cristo! che pesa grega in su l'archett - dopo st'arci-stupenda sinfonia
- Raibert l'è viv anmò, ghè de scomett”. - Raiberti gli appariva spesso in
sogno - Notissima in Milano e fuori, la sua ira biblica contro i profanatori
dell'arte in genere, e in particolare della musica, ch'egli chiamava la sua unica
amica. Detestò i piegati e i venduti al culto della scuola
franco-germanica, che violava la nostra; chiamava filibustieri musicali i
Wagneristi; epperò perdette l'amicizia e il favore del Lucca che ne' suoi
primi anni e quando penuriava, eragli stato assai benevolo di ajuti. - Franco
fino all'offesa, indipendente fino allo sprezzo con chi opponeva frivole
ragioni a' suoi severi e sani propositi in fatto d'arte, perdette il favore di
molti. Io gliene facea rimprovero, pregandolo a temprarsi, tanto più ne' luoghi
publici. Non posso - rispondeva - prima mi ucciderei. A me
preme assai più essere amico di me che degli altri. - Nè ambì mai nè
accettò onori officiali e croci, che più di tanti egli meritava; e l'udii
rispondere netto a chi gliene offrì: Se le tenga: per me, è cavaliere
chi non lo è (*) - - Nol trovai mai cupido, interessato, meno poi
cortigiano; e infatti più di una volta a me che ne lo lodavo, disse: sai, la
cupidigia è spada, ma il disinteresse è scudo (*) - Viaggiai sovente con
lui - sempre sobrio, faceto in brigata; e se l'assenzio e i liquori, ai quali
fatalmente si diede nel 62 per iscordarsi, diceva lui, non gli
avessero ottenebrato la mente e fiaccato il corpo, dopo i Cento Anni e
il Giulio Cesare, avremmo altri frutti del suo nobile
ingegno (Caro Marchese: e non ti pajono bastante il Cesare e i Cento
anni? C'è da dar fama a 10 e non a un solo scrittore) - Troppo
liberale con nuovi e vecchi amici, troppo credulo con chi gli raccontasse
miseria, profuse tanto denaro che avrebbe potuto congregare a suo prò: forse come
il Pergolese e l'Harold presentiva di morir giovane: epperò, dissipò, ajutando,
beneficando, anche coloro che nol meritavano. - “Vera ricchezza le
buone opere” mi diceva spesso (*) - e largheggiava col ventilabro.
Cuor di diamante, mente spesso di vetro - Mite, piacevole, gradito, per varia
ed arguta dottrina e per pugnacissimo ingegno, si facea nell'ebbrezza cupo e
ringhioso (*). Ma sempre lo vidi rispettato - e guardato con riverente pietà
(*).
3907.
Il gusto moderno è più verecondo dell'antico.
3908.
La prima Ediz. dell'Orlando Furioso apparve nel 1516, un'altra fu
pubblicata nel 1532. In questo mezzo egli attese a ritoccare il poema e quasi
può dirsi che ciò fosse sua unica occupazione. Se si confrontino le due ediz.
apparirà incomprensibile come uno scrittore che incominciò dal peccare sì
grossamente contro le regole e del buon gusto e della diz. poetica potesse in
seguito espungere tali colpe e mettere in luogo un sì gran numero di
trascendenti bellezze (U. Foscolo art. crit. ingl.) cf. colle due ediz. Manzoniane.
3909.
Milton dapprima pensò di celebrare Arturo e la tavola Rotonda. “Si quando
indigenos revocabo in carmina reges - Arturumque etiam sub terris bella
moventem” (Mansus) - (Foscolo). E Tennyson ai nostri giorni eseguì il progetto
di Milton.
3913.
Il Bojardo facea uso delle proverbiali maniere di Lombardia che non hanno nè
significato nè grazia (Foscolo) (!) Asino lui, il Bojardo che non sapeva adoprarle.
Vedi invece Dante, come le usò! - Nè sarebbe disutile alla gloria dell'Alta
Italia mostrare qual vasto contingente di parole e di modi, essa abbia versato
nell'oceano della Comedia divina.
3915.
I geografi... che girano il mondo senza mai pagar l'oste -
3916.
Le passioni nelle anime calde insieme e vigorosissime d'intelletto e di
fantasia si concatenano in ragionamenti, si condensano in massime, e si
impadroniscono della mente con impeto poco diverso della mania. Di che il Tasso
ha pur fatto esperienza in sè troppo ecc. (Foscolo disc. su Dante) - E ciò
potea dirsi anche di lui, come pure di Rovani.
3917.
Il pensiero non è altro che un più rapido moto di molecole - il genio è una
varietà della pazzia -
3921.
Rov. non guardò mai indarno in un libro.
3922.
Amico Gigi - Tu puoi ben dirmi, per la monotona imbronciatura delle mie
lettere: ma muta suono: io ti posso sempre rispondere: mutami tu l'istrumento.
Epperò giudica, se ti pajo ora in istato di riflettere l'iride umana in un
libro! Chiamava il libro, S. Agostino, “coscienza scritta” e a ragione. Per
quanto un autore falsifichi sè, accattando dagli altri, il suo cuore gliel
leggerai sempre attraverso. Così: più le passioni dell'uomo saranno vive e
variate, e più lo stile dello scrittore terrà quella vita, quella diversità di
motivi, e perfino que' difetti, che irritano soli la sensazione del gusto. Di
ciò, mirabile esempio, i Cento anni. Ma in me siede invece unicamente la
grigia noja, la quale non può non trovare l'eco del suo sbadiglio - primamente
in chi scrive, poi in chi legge. Come lo fabbrico ora, il mio stile appartiene
non tanto alla letteratura che alla farmacopea; Vedi classe degli oppi - Or chi
me lo sveglia? Io mi desidero a volte un cambiamento totale di vita; di uscire
cioè da questo asilo d'infanzia e gittarmi nella giovanil mischia. E lì vorrei
viaggiare, ma mi sconsiglia la borsa; e vorrei fare all'amore ma mi sconsiglia
lo specchio - Oppure, penso che chi mi opprime la fantasia è la stessa sua
madre - Memoria. Io forse ho ingojato più che non potessi concoquere. Le
sincere emozioni, che mi si mostran nell'animo, invece di servirle ancor
calde, le lascio affreddare, le staccio per i sette crivelli, le
imbroglio di spezierie, e le tormento finchè le servo ammuffite. Non dico di
non raggiungere, taluna volta, il bello, ma dal bello al
sublime, eh c'è che ire! Si va, al primo, per vele; al
secondo per ali: l'uno ascende da terra, discende l'altro dal cielo. Sta dunque
in ciò la ragione della mia artistica incompletezza, che io non mi sono fidato
mai di esprimere me da me solo ma ho sempre cercato al mio cuore le labbra
altrui, o l'altrui cuore alle mie - mentrechè la dottrina (che è il non nostro
sapere) dovrebbe semplicemente servire agli artisti per aquistare la scienza
(che è il saper nostro) ossia, dovrebbe servire come le dande ai bambini - [ad]
apprendere a farne senza. Ma oh quanto pochi osano esser sè stessi. (21
aprile 1877. Induno).
3923.
Bizz. Bene del male 24. Dall'esiglio la grandezza di Dante -
dall'amore (che io conto fra i mali) la grandezza di Petrarca. - Se Troja non
fosse stata infelice, chi mai la ricorderebbe? - ecc.
3926.
Et. baucalìs, specie di vaso da bere (V. in Ateneo) cf. boccale. - bombyliòs,
altra specie di vaso da bere. cf. bombola
- otobéo cf. toben (ted.)
- [s]cholé, cf.
scuola, otium - lìs, glatt (ted.) cf. lis (mil.) - praesagium, profezia cf. via il prae, sagen (ted.)
dire - perucca cf.
ptérygas, ale, avvertendo alle forme delle parrucche.
3927.
Di Jean Paul Richter può dirsi che le parole sono altrettanti pensieri, i
pensieri altrettanti libri - e ogni libro una biblioteca. -
3928.
xéstes, misura per liquidi o solidi, Krug, cf. cesta - pýtho, stinken cf. puzzo - kràta, accus. omer.
di kàra, testa cf. mil. crappa
-
3930.
Tò Kallimédonti gar therapeýo tas kòras = éde tetàrten eméran. - B.
ésan kòrai = thygatéres autò; - A. Tas men oùn ton ommàton, =
as ud'o Melàmpus, os mònos tas Proitìdas = épause mainoménas,
katastéseien an - (Alesside in Ateneo). Giuoco di parole, tra occhi e
fanciulle, traducibile perf. in spagnolo - col niñas - e semitraduc.
in ital. col “pupille” -
3931.
Cnidius Ctesius dice che i vulcani si estinguono col fieno - cf. colla tradizione riportata da Gorini
nel suo libro sui vulcani, e interpretata al rovescio -
3932... Chè non è impresa da
pigliare a gabbo ecc. Dante per l'um[orismo]. - E per l'orgoglio Dantesco v. Lo
collo poi con le braccia mi cinse = baciommi in volto e disse: alma sdegnosa =
benedetta colei che in te s'incinse - e v.: e forse è nato chi l'uno e l'altro
caccierà di nido ecc. - e v.: il poema sacro = al qual ha posto mano e cielo e
terra ecc.
3934.
L'alloro in Campidoglio fu ottenuto dal Petrarca pel I° libro del poema latino
“Africa” che nessuno più legge.
3935.
Addison nella colonna infame di Milano non vede che la bella latinità
dell'iscrizione.
3936.
Una lingua non parlata ma semplicemente scritta (come, secondo Foscolo, sarebbe
l'italiana) dura più immodificata di una parlata; chè le lingue si mutano
coll’insensibile alterarsi della pronuncia... - Donde la importanza di tener in
fiore i cosidetti dialetti, che sarebbero le lingue semplicemente parlate.
3938.
Tutte le lingue, e la italiana più ch'altre, s'arrendono ad ogni trasformazione
a chiunque può e sa far obbedire la lingua al genio (id. [Foscolo], id. [art.
ingl.]) - E ciò può contrapporsi alla frase di Giuseppe Ferrari, “la lingua
italiana è lingua reazionaria” forse perchè non la sapeva adoprare.
3943.
Gallia Ateniese compose una tragedia intitolata “Gramatica”, tutta a frigidezze
gramaticali - in cui p. es. i cori cantavano “béta àlpha ba, béta ei be,
béta éta be ecc.” - Descrizioni di lettere assomiglianti ad oggetti si
hanno, oltrechè nei frammenti di questa tragedia, in Euripide (nome di Teseo THESEYS),
in Agatone, in Teodete Faselita ecc. cf.
l'alfabeto di prete jacopino nel Merlino Coccaj - e il metodo Capurro adottato
a dì nostri nelle scuole di caserma - Ric. l'epitafio di Trasimaco composto da
Neoptolemo. tùnoma théta ro alpha san u mý àlpha chì ou san = patrìs Kalchedòn· e dè téchne sophìe
-
3944. Brano di lettera di Rovani a
Mongini riportato nella “Lombardia” 2 maggio 1877 N. 120 “ho letto le due
brillantissime strofe improvvisate in risposta a quelle dell'esimio Negri. Tu
sei nato a tutto. Ma non è di ciò che si tratta veramente, si tratta che tutta
Milano ti desidera, e vuole sentirti nell'Otello, e vuole che il soldato
diventato il più illustre dei tenori mandi il refrigerio della sua voce e della
sua arte evangelica, a vantaggio dei feriti prussiani e francesi...” -
3947.
Origene scrisse 6000 volumi, 20.000 Didimo gramatico. - Gli scrittori vecchi
spregiavano i libri di poco volume. La scienza non la si stimava che in
folio-foliissimo. - Eppure furono spesso i piccoli libri che segnarono le
rivoluzioni intellettuali. - Vedi ad es. il Beccaria dei delitti e delle
pene ecc. - Grandi autori di piccoli libri.
3952.
- I miei versi mi costano poco - diceva con orgoglio un poeta - Gli si rispose
- Costano quanto valgono. -
3953.
La Madonna, è l'amorosa di chi non ne ha.
3957.
In Italia il far nulla appartiene alle occupazioni.
3961.
La moglie di Alb. Durer, e di Berghem, facevano lavorare i propri mariti come
schiavi. Così la moglie di T. Cremona ecc.
3962.
Conf. tra i pamphlets e gli antichi libelli.
3963.
Nei R.F. (2a p.) Ricetta per la lampada perpetua di Liceto.
3966.
Sul monumento sepolcrale di Dario o toús mágous anelòn - era scritto “edynàmen
kaì oìnon pìnein polýn kaì toùton
phérein kalòs”. - Alessandro e Filippo il Macedone erano ubbriaconi
- Dionigi di Sicilia durava ubbriaco 90 giorni - Gli uomini d'ingegno che si
perdono nel vino o nel cibo, possono sempre rispondere a chi ne li rimprovera
“ecchè! troveremo anche noi il nostro Ateneo” - Ateneo difatti nel suo Deipnosofista
(10) registra diligentemente i maggiori ubbriaconi o ghiottoni. -
3968.
(di un guercio) ...e guardando il mio amico, così mi parlò...
3969.
Influenza della tradizione nei giudizi lett. - sia in lode che in biasimo. Si
cominciò a lodare il Boccaccio, e si seguita ancora - Si cominciò a biasimare
l'Aretino, e si biasima ancora. E nessuno più legge nè l'Aretino, che è degno
in parte di lode, nè il Boccaccio, che quasi tutto ne è indegno.
3974.
A volte le troppe correzioni in un'opera d'arte, fanno alla vista l'effetto
delle mende in un abito. Meglio uno strappo naturale che non un pottiniccio (carpogn).
3975.
La farina delle tue parole non ha mai fatto pane per me.
3976.
Di Rovani, si trovano due art. sul giornale dell'Ingegnere, architetto ed
agronomo, stampato a Milano - cioè -Vol. I° un artic. sull'opera di
P. Selvatico corso d'Estetica, parte antica (pag. 451) -
Vol. 2°, altro art. sugli Studi economici di Jacini (pag.
197) - Vol. id. v. anche lettera sull'art. di Rovani a proposito dell'opera di
Selvatico (pag. 206).
3977.
Bizz. Morte del diavolo. “Adesso c'è il Papa che fa per me (Inutile
ch'io stia al mondo ecc.)” e da quel punto non venne più in terra.
3978. L'intreccio in un libro
genioso deve servire ad adescare dolcemente il lettore fino alla fine, non già
a trarvelo tumultuariamente a corsa: - dee lasciargli cioè l'agio di osservare
il paesaggio per cui passa... L'intreccio ha da essere una carrozza, non un
vagone. - Nei libri invece cattivi è indispensabile che l'intreccio usurpi
tutta l'attenzione del lettore e lo tragga a rotta di collo. Guai se il lettore
ha tempo di meditar ciò che legge - Quanto allo stile non dev'essere d'impaccio
al cammino del lettore, ma non deve neanche essere una sdrucciolina che lo
conduca in un atimo e senza scosse alla fine - In un libro l'intreccio è il
veicolo, lo stile è la via.
3979.
Quando Settembrini cercò di demolire Manzoni, richiesto quest'ultimo che mai
pensasse del libro del professore napoletano, rispose: “Vun che l'è staa ai pè
de la forca, el gha diritto de dì tutt quel ch'el voeur” - Perelli andò a
trovare Manzoni a Brusuglio ‹V. n. 5023›,
Manzoni era seduto in giardino sotto alcune belle piante. E Perelli: che belle
piante, Don Alessandro! - Rispose il gran Milanese: I hoo piantaa mì. Ma lor
seguiten a vegnì mei, e mì vecc e secch etc. - cfr.
col passo magnifico di Seneca (Epist. mor.) che, andato in
villa, trova una casa da lui fabricata in rovina.
3980.
I Fratelli Fumagalli, egregi violinisti, pianisti, erano detti in conservatorio
“i quatter villan d'Inzagh” - Il conte Porro Schiaffinati dilettante musicista,
li chiamava a volte nella sua villa di S. Albino per sonare loro insieme. - Il
conte andava sempre fuori di tempo. Adolf. Fumagalli non potè a meno di
osservargli ciò. Ma l'amico Confalonieri (altro dei suonatori) Va a temp, tì -
che te set on villan d'Inzagh... Lù (accennando al Porro) l'è cont.
3981.
Gli onori che si rendono solitamente in Italia ai grandi uomini morti (che si
spregiarono vivi) si riferiscono in certo qual modo agli ancora viventi. Tra
gli uomini “degni di statua e duomo” passò quasi per tacito consenso il patto,
che ciascuno abbia a gustare la gloria del suo predecessore, come gloria sua. -
Nei funerali di Manzoni, Rovani godeva i propri - in quelli di Rovani,
fors'altri. Finchè non si onoreranno direttamente i vivi, gli onori ai
grand'uomini morti, saranno loro un certo quale compenso...
3985.
Tra gli anned. racc. da Rovani quello di Giraud - gran beone di liquori, che
picchiava leggermente, colla sua giannettina d'oliva, sulle gamboccie celesti e
sode dei Croati, dicendo agli amici: te vedet? vegnen gra... (e quì un
singhiozzo effetto dell'alcoolismo) vegnen gra... ass. -
3991.
il verde sangue delle piante.
3993.
cf. il The boy and the mantle,
nelle “Percy's reliques of ancient english poetry” col Manteau mal
taillé nel “Livre d'amour”.
3994.
more smooth than pearl - to rang[e], ingl., vagare - cf. andar randagio.
3999.
Leggendo Richter parmi di legger... me stesso -
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