4001.
Guida d'amore (V. 3007) 48. Il libretto può essere diviso ne'
seguenti capitoli. I° Invocazione all'Amore sessuale, che può servire da
prefazione - 2° Gli sguardi - 3° I sorrisi - 4° I contatti. Le strette di mano
e le premutine di piedi - 5° Le parole (comprese anche le pinte, cioè le
lettere) - 6° I baci - 7° Il tutto (che servirà da chiusa).
4002.
La gioia del possedere una casa propria - dice Mantegazza - è una delle
maggiori - il dire: è mia. Tua? fino a quando? Tutti, o amico, quaggiù s'è in
affitto. Tutti paghiamo la nostra quota in lagrime di dolori al destino,
raccogliendone qualche scarso sorriso.
4003.
Della vita intellettuale e della fisica. Sono al balcone - mi sento
squilibratissimo. (!) Vedo in giardino il Porro, aitante della persona, tutto
salute ecc. Invidio alla sua vita. Penso e confronto la vita infelice dei nervi
e quella felice dei muscoli. Entro, seguendo il mio destino, nello studio,
sconfortato e piangendo. Mi metto a leggere, poi a scrivere. A poco a poco mi
si compone la cerebrale congestione del genio, e l'entusiasmo conflagra.
Capisco allora quanto le gioje intellettuali vincano le altre, e dico, pensando
al P.: egli non avrà mai questa divina voluttà.
4004.
Bizz. (V. 3627). 46 Lettere alla mia ignota amante. Tema. Ella
non spunta mai. Mia lunga insodisfatta attesa. Che tutto questo tesoro di
affetti che mi palpita in cuore debba inutilmente sciuparsi? - no - Se l'amante
reale non viene, ne creerò una fittizia... A te... dirigo dunque queste lettere
ecc. o mia desiderata. Forse ti giungeranno attraverso i secoli, quando chi ti
dice ora d'amarti sarà polvere e fumo. - ...Io voglio essere l'amante di chi
non ne ha. Mia dichiarazione d'amore - quindi, seguito, di lettere. - Bizz. Per
legare annedoti e descrizioni disparati in un libro, immaginare una tavola di
amici che gioca al racconto, un gioco in cui uno comincia una
novella e la interrompe ad un tratto, lasciando che altri la continui, e così
di seguito. La trovata fu già usata da Richter nel suo Erzählungspiel (V.
17 aggiunto al “Titano”) ma ciò non vuol dire che non possa riusarsi, e con
migliore successo.
4005.
R.U. Parte officiale. Il bozzetto degli impiegati si potrebbe dividere
in due parti, l'una cioè “Gli impiegati visti dal pubblico” l'altra “Il
pubblico visto dagli impiegati”.
4006.
Un tale Da Cessole scrisse un trattato sul gioco degli scacchi. cf. chess (ingl.) scacco. -
4007.
Notare l'assurdità di molte divisioni p. es. - natura e società - forma e
materia - anima e corpo - e l'assurdità di chi per es. dice: ottimo è il libro,
ma male scritto. -
4010.
Note lett. (V. 2240) Nei nomi - trattare di quelli degli uomini
celebri - Come un nome antipatico più difficilmente arriva alla celebrità di
uno simpatico. Degli illustri che passarono ai posteri, gli uni col solo nome
proprio, gli altri col solo cognome. Raff. tra i grandi uomini e gli uomini
grandi che sono nominati pel solo nome per es. Cesare, e Dante - Dei pseudonimi
- Voltaire, Erasmo
(Gerard) etc. - Vedi anche
Influence of names, D'Israeli Curiosities of lit. pag. 200.
4013.
St. Um. (V. 2068) - Del romanzo - Il Lucio Asino di Luciano, l'Asino
d'oro d'Apulejo - il romanzo di Petronio Arbitro - Teagene e Cariclea di
Eliodoro (4° secolo, il greco Fenelon) - Dafne e Cloe di Longo Sofista
ecc. (V. Erotici scriptores graeci). - Romanzi cavallereschi ecc. (V.
D'Israeli Curiosities of literature pag. 165) - Richardson's Clarissa
- Pamela ecc. - (V. id. pag. 199).
4019.
Nei misteri dei bambini (V. bimbi) cit. anche il telegrafo e le spiegazioni che
i bimbi ne danno a sè stessi. Io p. es. sejenne, stavo attento per vedere i
colpetti che - judiciolo meo - gli impiegati di un offizio dovevano dare al
filo a seconda della lettera alfabetica da spedirsi all'altro ufficio -
4020.
I libri nelle biblioteche antiche erano incatenati ai leggii e ai plutei;
e così, ai libri le idee.
4021.
Distrib. provv. delle materie che formeranno il “Premio dell'Onestà” (V. 3568)
- Cap. I° Nascita splendida (medici, cerimonie ecc.) - 2° Infanzia in casa
(pedagoghi, maestri d'ogni sorta, educaz. artificiale - carattere dell'eroe) -
3° collegio e università (professori - studenti - soc. rivoluzionarie ecc.) - 4° a soldato volontario
(esercito ecc.) - 5° Amore e matrimonio. Tradimento - 6° Impieghi. Morte dei
genitori. Eredità. - 7° Protegge le arti e le scienze (artisti ecc.) - 8° id.
(Giornalisti, truffe academiche, suo romanzo “novelle pei generosi” ecc.) - 9°
Uomo politico (Parlamento,
Senato ecc.)
Tradito dall'amico rovinato
nella fama - 10° Affarismo (banche
ecc.) È rovinato nelle
fortune - 11° In campagna (i
villani, i preti ecc. ultimi tradimenti) - 12° All'ospedale. Muore felice.
“Coscienza l'assecura - la buona compagnia che l'uom francheggia - sotto
l'usbergo del sentirsi pura”.
4022.
lo stridere del pavone = il lamento della vanità.
4023.
Un servo che ha condotto la sua padrona, dama letterata, ad una conversazione
le chiede se e come debba venire a riprenderla. La dama, la quale si trova nel
quarto d'ora dell'improvvisazione poetica, gli risponde “Se Cinzia non
risplende co' suoi rai...” - ma quì non trovando la rima s'intoppa, e aggiunge
prosaicamente “Vegnimm a toeu, Giovann, cont el lampion”.
4026.
...Che lo scettro temprando ai regnatori, gli allor ne sfronda - ed alle genti
svela ecc. (Foscolo) cf. Warton “The
daring artist - explored the pangs that rend the royal breast, those wounds
that lurk beneath the tissued veste” (Warton, on Shakespeare).
4029.
One hair of a woman can draw more than an hundred pair of oxen (Howell's
letters) cf. prov. mil. tira
pussee on pel d'ona vacca che cent para de boeu.
4030.
breve pertugio dentro della muda... (Dante). Nei commenti, muda è
detto il luogo dove gli uccelli allettajoli si mettono a mutare le
penne. Ma muda in gergo vuol dire muta, ossia silenziosa,
e serve appunto a significare la carcere.
4031.
Meno si sa scrivere e più si scrive. Chi non sa, ad es., d'ortografia mette in
ogni parola che scrive più lettere che può; e così chi non sa di letteratura
impiega, ad ogni pensiero, più che può parole. -
4032.
Bizz. (V. 3627) nei “progetti” o nella “abolizione della fame” se si
potesse vendere e comprare la fame. - Le botteghe d'appetito. - Il ricco che va
a comprare dal povero la fame, e il povero che, per mangiare, gliela vende ben
volentieri etc.
4036.
Bizz. (V. 3627). Inno alla paura - O Paura, armata da capo
a piedi, che temi le stesse tue armi e sussulti al loro tintinno. (?)
4037.
Motivi pel “Rabadan” - I° Un ragazzo cade in una cisterna. Un pietoso scende ad
estrarlo e ci resta lui pure. Accorre un altro pietoso e fa la fine del primo.
Sopragiungono altri, id. Vengono i carabinieri, viene il pretore, viene il
prevosto - ci rimangono tutti. In una parola, tutto il villaggio emigra nella
cisterna e la colma. - 2° Leggo di R[e] M[itridate] e sogno. Menù del Re Mitridate (che, come è noto, si abituava ai
veleni). - Seduti su pietre
infernali - bracieri ardenti di carbone in piatti di verderame - e vetro
solubile - Pasta badese - zuppa di arsenico in bava di
rospo - Viperette in umido - Cane arrabbiato allo spiedo con scorpioncini e cantaridi - manzo al carbonchio, con funghi
venefici - vini di tossico - ecc.
ecc. Insalata di cicuta con
olio di vitriolo - e sal di zinco - noci vomiche e uva di tossico - tartaro
emetico - liqueurs - acido prussico - Aque: aqua ragia e aqua forte. Dopo
pranzo si passa in un gabinetto dal vuoto pneumatico. Mitr. non può tener giù
la roba che a forza di emetici. Mitridate per avvelenarsi, deve ricorrere all'aqua pura.
4038.
Succede nel progresso politico quanto succede nel progresso linguistico, che
cioè chi rifugge dagli ordini nuovi diventa ben presto un ferro vecchio, come
colui che rifiuta le nuove parole finisce a più non capire ciò che dicono gli
altri nè ad esser capito.
4039.
P.O. A proposito dell'epoca della bancomania in Italia, *, barone di
negoziante, stava per fallire. Gli venne per salvarsi l'idea del cotonificio -
** suo creditore principale gli prestò un pajo di milioni. * getta le reti del
...ficio e fioccano i pesciolini. Fatta la retata, egli si mette al sicuro con
un mucchietto di 6 o 7 milioni. Il cotonificio fallisce e chi ne ha avuto ne ha
avuto. Si noti che * per
indorare il suo inganno faceva aquisto di casoni che rinzaffava alla meglio di
bianco e popolava di macchine fruste rimesse a nuovo a forza di vernice e con
su scritto nomi di fabbriche recentissime - nomi inglesi, tedeschi ecc. ecc. -
E i sottoscrittori ne uscivano ammirati.
4040.
Ridono alcuni di chi scrive le lettere sue colla preoccupazione di un futuro
stampato epistolario. Per me invece vorrei che tutti le scrivessero con una
simile preoccupazione. Punto primo: riuscirebbero per forma un po' meglio del
solito. Punto secondo: non vi si direbbero cose da doverne arrossire, se
publicate, e correrebbe per tutte una unità di pensiero, giovevole a fare del
loro autore un carattere. L'idea che gli occhi del mondo, e specialmente del
mondo della posterità, saranno su noi, mantiene sul retto sentiero chi per
propria natura ne devierebbe talvolta.
4041.
Del “Costantinopoli” di De Amicis. È un bel inventario. Delle tre cose che nel
lettore dovrebbe sempre contentare l'autore - cioè occhi - cuore, e cervello De
Amicis non soddisfa che la prima. E certamente ei non vede se non la somma
pelle di tutto. Tu non ci trovi descritta che l'esterna natura; non mai la sua
intima essenza, che è l'animo. È una continua sfilata di paesaggi privi di
cielo e di abiti. In mezzo alle descrizioni le più farraginose, senti sempre
una mancanza - l'uomo. - Avuto poi riguardo agli splendidi ambienti in cui si
trovava la fantasia di Edmondo, la povertà del lavoro ti diventa miseria.
Cambia il genio un deserto in un giardino di fiori; fa di questo, la
mediocrità, un mondezzajo. E. De Amicis desolò un Paradiso. - Chè se qua e là
udiamo il principio di qualche motivo un po' artistico, bisogna dire che sia
nato a insaputa dello stesso scrittore, per non saperlo costui sviluppare. La
scena del funerale della greca fanciulla è una prova. Es. la scena della folla sul
ponte, che manca di misura. È folla cucita insieme - non fusa. - Così la scena
del passaggio dell'esercito - Si direbbe che Edmondo abbia paura di mostrar dell'ingegno - Quello
infine che secca orribilmente, è la continua sinonimia delle frasi e dei pensieri.
Ci sembra spesso che lo scrittore senta più col cuore di libri in proposito
letti affettatamente che non col suo. L'assoluta mancanza di sottintesi - e di
concisione - le grandi due doti dei sommi - sparge su tutto il lavoro una tinta
di nojosissima monotonia. - È libro insomma, questo nuovo Baedeker, che si può
leggere - ma, rileggere, no.
4042. a). Rov.
Felice Romani scrisse un libretto d'opera in titolato “La Gioventù di Cesare”
melodramma eroicomico in due atti da rappresentarsi nell'I. R. Teatro alla
Scala la primavera dell'anno 1817 (Milano dalla stamperia di Giacomo Pirola in
12° grande, pag. 64). Rovani conosceva moltissimo Romani come autore. Sarebbe
proprio impossibile che la prima scintilla della sua “giovinezza di Giulio
Cesare” fosse scattata dal libretto di Romani? - Assicurarsene però, leggendo
il libretto.
4042 b).
Francesco di
Quevedo (1580-1645) è per me uno de' migliori scrittori che fanno la storia
della letteratura spagnola. Originalissimo per conto suo, egli è fedele pittore
della sua nazione. Le sue jacaras (specie di bosinate -
accompagnate dal suono della jacara) sono l'una più bella dell'altra - e
umoristicissime. Nella 1a è un prigioniero che parla. Vi dominano
naturalmente i termini di gergo. Il prigioniero dopo un rosario di lai si
consola pensando che tutto quaggiù è prigionia - la 2a è la
descrizione di una lite fra bettolanti - la 3a dipinge una vecchia
che fruga nei cenci. Stupenda la trovata di ciò che que' cenci faranno,
diventati carta - la 4a è il lamento di uno sfortunatissimo.
L'umorismo qui si esagera nel comico - la 5a è un discorso
consolatorio al gran padre Adamo, dicendogli che in mezzo alle sue disgrazie,
almeno non avea suocera - la 6a è la pittura di un morto contento. -
La 7a trova attenuanti alle crudeltà di D. Pedro e di Nerone
paragonate a quelle de' medici - l'8a è la lettera di un padre
putativo il quale rifiuta il figlio neonato che gli vuol giulebbare l'amante.
(V. pei dettagli più sotto).
4053.
Luis de Gongora (1561-1627) poeta spagnolo, che corrisponderebbe al nostro
Marini - detto “angel de tinieblas” - da cui il gongorismo, come tra noi
il marinismo - Es. tan asaeteado estoy - que me pueden defender - las
(flechas) que me tiraste ayer - de las que me tiras hoy (e V. 4056) - Di
Gongora mi piace il “Labrando estaba Artemisia - a quel famoso sepulcro” ecc.
(pag. 346-47 Ediz. Baudry “Tesoro del Parnaso español”) -
L'“¿Arroyo en que ha de parar?” dello stesso può confrontarsi col “Ruscelletto
orgoglioso” di Fulvio Testi.
4059. La canzone del Balandran di Larghi (Poeti
milanesi) trova riscontro nelle canzoni dei cerconi in Ateneo (V. bosinate
del corvo, e della rondine).
4060.
Fu un antiquario che trovò come Arlecchino fosse Mercurio decaduto, ravvisando
nel suo batacio l'harpe harpastumdi Perseo - e così trovò che Colombina ricordava Psiche ecc. - Il Zanni,
ha riscontro nel buffone Sannio, citato da Cicerone - Punch è Pulcinella - D'Israeli
attribuisce a Milano il Brighella e lo chiama a pimp.
4062.
Il carattere minuto nella stampa di un libro è più favorevole alla comprensione
intellettiva di esso libro, che non il carattere unciale. Ubi irritatio,
ibi fluxus. La maggiore irritazione che la stampa minuta produce nelle
pupille, vi chiama una maggior copia di sangue, e però la chiama anche al
cervello. Col sangue aumenta la vita e colla vita l'intellettività. - E così
per me, più un pensiero è fatto oscuro dalla forma, più arrivo a bene capirlo.
Io non comprendo le cose troppo capibili. Gli avvisi a lettere cubitali, le
ditte ecc. li vedo - non li leggo.
4063.
C'è una poesia inedita di C. Porta, presso suo figlio, di cui non ricordo che
questa prima strofa: O Maria, che in del venter - in virtù del puvion - per
noeuv mes gh'avii avuu denter - Gesu Crist come in preson - E poeu dop l'è
vegnuu foeura - senza rompev la parpoeura... etc. - Ed è una parafrasi di una
canzone spirituale di fra Guittone. -
4065.
Opere esistenti a Brera, il cui autore ha il cognome di Pisani. - Pisani
Antonio (mio zio) De Ptyalismo, dissertatio. Pavia. Bizzoni 1835
(segnatura ZDD. 4. 74 26) - Pisani Francesco. Processo a carico di lui (E.
8. 82) - Pisani Baldassare. Poesie liriche 1676. Venezia (V. U. 1. 4) -
Pisani Ottavio. Legge per la quale si fa vera e presta giustizia senza
spesa e travaglio dei litiganti. Milano 1624 (8° Z. K. 1. 33) -
4067. Mausdley. Della
responsabilità nelle malattie mentali (trad. ediz. Dumolard - Milano) Passi
notevoli a pag. 50, 59, 62, 86, 110, 187, 209, 273, 286, 297, 307, 308, 309,
311, 317, 318, 319. - Invece di fondar scuole ecc. cercate di far buoni
accoppiamenti. Il senno e l'ingegno, come la pazzia sono ereditari. Che ai
bricconi e ai pazzi sia inibito il coito. Da lupo non nasce agnello. Peccato,
osservo io, che bisognerebbe impedire l'accoppiamento sessuale a due terzi del
mondo; e perciò la proposta è inattuabile - Il delitto è quasi sempre scusabile
o dalla demenza o dal bisogno, e si risolve in quest'ultimo caso nel diritto di
legittima difesa che ciascuno ha. - Per il carattere di un pazzo morale
dissoluto V. pag. 180 e segg. - La psicosi criminale è parte della nevrosi - Il
rimorso ideale - I lirici sono pazzi ragionanti - L'alcool, consigliere dei
delitti - Il capit. IX. Dei mezzi di prevenire la pazzia, è un capitolo d'oro.
Il libro di Mausdley dovrebbe essere rilegato con quello di Bastiat. Sono libri
che formano, per l'unica via possibile oggi, quella cioè del proprio interesse
- i galantuomini. - Per la Rov. V. pag. 297.
4068.
Fra le prove alle ragioni di Mausdley, si potrebbe aggiungere la storia della
mia famiglia la quale si intitolerebbe benissimo [rasura nel ms.].
A Pavia correva il proverbio “I Pisan, hin pu matt che san”. A quanto so io
[rasura nel ms.] D'altra parte Don Giuseppe (figlio dello
stesso Don Carlo) che morì paralitico, ebbe a figlio un Alberto nel quale si
manifestò la pazzia dell'ingegno, ed è già colto, a quanto egli sospetta, da
paralisi cerebrale - [rasura nel ms.].
4069.
L'utopia di un secolo spesso diviene l'idea volgare del secolo seguente.
4070.
I Romani così saggi e sì forti nella politica e nella guerra, erano per le
superstizioni altrettante donnette. V. Plinio Hist. Nat.
principalmente nel L. 28.
4073.
Il germe dell'omiopatia si trova anche in Plinio molti rimedi essendo da
lui tolti allo stesso male, come per es. la cenere del cane arrabbiato per
guarire la idrofobia, la lucertola che “in vino pota morsus suos sanat” etc.
4077.
Plinio sciupa gran parte del libro 24 (160 e sg.) 25 e 26 in un monte di balle
romane sulla virtù delle erbe magiche, sui magici modi di renderle potenti
ecc. - Vedi bugie sulla verbenaca (L. 25 (59)) - sull'erigeron
(id.) ecc. - Circa Ariminum nota est herba quam resedam vocant; discutit
collectiones infiammationesque omnes: qui curant ea addunt haec verba “reseda,
morbis reseda, scisne, scisne quis hic pullus egerit radices? nec caput nec
pedes habeat”. Haec ter dicunt et totiens adspuunt. - E dopo un brano che fa
onore al cuore e al sapere dell'autore (L. 28 (2)) Plinio pare come incerto,
“polleantque aliquid verba et incantamenta carminum” - Vedi poi pei rimedi
sciocchi e curiosi (oltre il libro 30), lo stesso libro 28 (14): - Cum quid
oculo inciderit alterum comprimi prodest, cum aqua dextrae auriculae, sinistro
pede exsultari, capite in dextrum umerum devexo; invicem e diversa crure -
Rimedio comodo assai! - (V. 4078).
4078.
(V. 4077) - In Plinio si trovano varie dozzine di rimedi contro quel male che
per la sua rarità non dovrebbe essere quasi neppure considerato per male,
l'idrofobia - E Plinio dà in proposito i più bizzarri rimedi. - Nella medicina
antica hanno gran parte le bestie feroci. La terapeutica s'assomiglia a un
serraglio. Cuor di leone, adipe di jena, cervella di camello, denti di
cocodrillo, occhi di camaleonte, pelle d'ippopotamo, unghie di lince etc. etc.
La jena poi ci appare spessissimo - notando che Plinio osserva com'essa cambi
annualmente di sesso... - E anche il fimo, lo sterco, l'orina, sono accarezzati
particolarmente dai farmacisti romani. P. es. Melancholicis fimum vituli in
vino decoctum rimedio est. - (V. 4079) - Osthanes contra mala medicamenta omnia
auxiliari promisit matutinis horis suam (urinam) cuique instillatam in pedem
(Pl. L. 28.6).
4079.
Capilli (mulierum) si cremantur, odore serpentes fugari; eodem nidore volvae
morbo strangulatas respirare... - Mulieris quoque salivam jejunae potentem
dijudicant cruentatis oculis - Vedi poi sui terribili effetti del menstruo L.
28 (23) “jam primum abigi grandines turbinesque contra fulgura ipsa mense nudato”
(!) - E Plinio insegna anche il modo perché una donna abbia a rispondere, a chi
la interroga, il vero. Subito fatto. Si strappa la lingua a una rana e la si
mette sul cuore della dormente. -
4080.
Tra le altre bugie Pliniane è notabile anche questa “quin et annosas jam et
quae sternantur arbores difficilius caedi, celerius inarescere, si prius manu
quam ferro attingantur, pomorum onera a jumentis statim sentiri ac, nisi prius
ostendantur his, quamvis pauca portant, sudare ilico... -
4089.
Ci sono componimenti in lode di cani e di gatti. La morte del gatto del
Balestrieri fè piangere mezza la poesia di Lombardia - Nella raccolta
miscellanea di fra Benvenuto, esistente a Brera sotto la segn. Z. CC. V. 16, si
trova un opuscolo intitolato “Azioni memorabili - del famoso cane chiamato -
Taccone - celebrate in versi e in prosa - a soddisfazione dei - curiosi col suo
curioso testamento - Historia vera e dilettevole, dedicata al valoroso cane
Toffolo - cane dell'Illustr. ed Eccell. Sig. Gio. Lando Kr
Procurator di S. Marco - in Venetia 1648. Appresso Gerolamo Albrizzi” - Altro
opuscolo, sono “Le lacrime di vari illustri poeti viventi in morte di Pippo
cane vicentino ecc. Milano 1749” - Anche gli uccelli ecc. ebbero i loro poeti.
Test. il celebro passero di Lesbia, che qualche critico - di quelli che
cercano il pelo nell'uovo, e ai quali la classica letteratura non pare mai
abbastanza oscena - vorrebbe far passare per una giovinetta di cui Lesbia usava
safficamente. Non c'è bestia che non abbia avuto il suo cantore.
4090.
Bizz. (V. 3627) 65. - Le possessioni di chi non ne ha. Mostrare
come il piacere può cavarsi da tutto, quando l'animo è abile a riceverlo. Il
fanciullo sano si diletta giuocando con un ciottolino, l'infermo s'annoja di
una bottega di baloccajo. I divertim. gratuiti. - I razzi e i palloni, che
altri paga a vedere - il giardino pubblico - La carrozza de' propri piedi -
ecc. ecc. La lettura de' cataloghi, che servono di libreria a chi non ne ha, e
dai quali s'impara spesso assai più che non a leggere le corrispondenti opere -
La lett. dei cartelli di spettacoli che tengono luogo de' spettacoli. Il
piacere sta più nel desiderio che nella soddisfazione, quantunque Biot lo metta
nel trapasso a questa da quello ecc. Questa bizz. dovrebbe riuscire una specie
di consolatoria per poveri diavoli - compreso me.
4091.
Nella questione se la novità artistica col progredire dell'arte e
coll'aumentare delle produzioni di questa divenga di giorno in giorno di più
facile o di più difficile trovata, si può rispondere in modo favorevole,
pigliando esempio dal progredire delle lingue - (le cui parole non sono infine
se non molecole di pensiero) - le quali lingue, uguali tra loro in sul nascere
e poverissime, si sono fatte e vanno facendosi a vista d'occhio sempre più
ricche e dissimili. -
4092. Credono molti che l'amore,
essendo cosa naturalissima, vada trattato colle norme istintive della ingenua
natura. Ahimè, no. Che tale fosse un giorno l'amore, ma un giorno molto
lontano, non nego. Oggi per altro, benchè si possa, per sola natura, amare, chi
vuol essere amato ha d'uopo di consumatissima arte. Bisogna profondamente
conoscere il cuore umano, anzi, che è più difficile ancora, il cuor della
donna; bisogna esser passati per molte meditazioni [rasura nel ms.].
4093.
Per la Bizz. Filosofia dei cenci (V. 3627. 37) ricorda la jacara
di Quevedo, dove è detto: Buscaba en los muladares - los abuelos del papel
(i cenci) - poi: Lo que ayer era estropajo - que desechò la sarten - hoy pliego
manda dos mundos - y està amenazando tres - Està vestida de tinta - muy
prepotente una ley - quitando haciendas y vidas - y arremitiendose à rey... -
Buen andrajo, cuando seas - puesque todo puede ser - o provision ù decreto - o
letra de Ginoves; - acuerdate què en tu busca - con este palo soez - Te saquè
de la basura - para tornarte à nacer -
4095.
La jacara dove Quevedo parla ad Adamo, dimandandogli perchè pianga, e
confortandolo, è ingegnosamente umoristica. Va citata nella St. dell'Um.
- anche perchè - ai tempi dell'Inquisizione ed in Spagna - è un tratto di
coraggio (pag. 367. 1a colonna. Quintana, Parnaso Español,
Baudry) - Umoristica e satirica è pure la descrizione, in altra jacara,
di marito comodo - di quelli tra il cieco e il sordo. Ho bella figura -
dic'egli - perchè ho la figura di tutto: in casa non occupo posto - tengo en
queriendo dormir - sueno de pluma y de plomo - Con prometimientos velo - y con
las dadivas ronco. -
4098. toioùtos ghìgnou perì
toùs goneìs, oìous an eùxaio perì seautòn ghenésthai toùs sautoù paìdas (Isocratis
sermo ad Demonium) cf.
colla frase celebre evangelica -
4099.
kòsmos, mondo e ordine - pulga (portogh.) pulce cf. pulga (piemont.) - rola
(port.) tortora cf. roucouler
- rever (portogh.) rivedere cf.
francese rêver, sognare. E difatti nei sogni - imagini del dì guaste e
corrotte, si rivede - apos (portogh.) dopo cf. apos (mil.) dietro - tufão (portogh.),
wirbelwind, tifone cf. týphos,
gonfiezza - lenda (port.) legenda cf.
lienda (mil.) - preto (portogh.) nero cf. prete.
4100.
Gonçalves Dias - poeta brasiliano di poco pregio. Il suo meglio si trova,
secondo me, nelle “Sextilhas de frei Antão” dove è un frate che conta
ingenuamente, e in istile antiquato la sua storia. Può confrontarsi con
quell'altre antichità fabricate di fresco che sono i poemi di Tennyson. Es.
Luzião os olhos dellas - como pedras muito finas - devião ser finas bruxas, -
inda qu'erão bem meninas, - que estas moiras da mourama - nascem ja bruxas
cadimas - Sono passabili anche le composizioni “Rosa no mar” e “Seos olhos”.
4102.
O que doe, mas de dor que não tem cura - o que aflige, o que mata - mas de
affliçao cruel, de morte amara - è morermos em vita - no peito da mulher que
idolatramos - no coração do amigo (Gonçalves Dias) cf. Aleardi. È un dolore che passa ogni dolore, portare il
lutto di persona viva - Capella (portogh.) corona di fiori - cappello
(it. in Dante) corona di lauro - Sul sacro fonte piglierò il cappello (Dante) -
4104.
Del vero amore non sono interpreti se non le lagrime.
4113.
Raff. tra Jean Jacques (Rousseau) e Jean Paul (Richter). Richter bevette il
sentimentalismo dai libri di Rousseau. Molte scene progettate da Jean Jacques
furono eseguite da Jean Paul. Nelle sue confessioni Rousseau voleva, dice,
porre la scena della “Nouvelle Héloise” alle isole Borromee - e Richter nel suo
“Titano” la pone ecc.
4114.
A convergere, per quanto si può, verso il men male l'ereditaria pazzia che
serpeggia nella nostra famiglia (Pisani-Dossi) io non potrei suggerire ai miei
futuri nepoti un mezzo migliore di quello di suscitare monomanie nei loro
figliuoli - monomanie, s'intende, artistiche, o letterarie o scientifiche.
4115.
Bizz. (3627) 67. Il libero arbitrio. Descriz. della giornata di
uno che regola timidamente le proprie azioni secondo gli occhi altrui. P. es. È
all'albergo: ha una brutta stanza, ma non cerca di cambiarla, perchè l'oste gli
ha detto che è bella. Non ha fame. Il cameriere gli chiede se vuol pranzare.
Risponde di sì per non contradirlo, etc. etc.
4116.
I poeti non solo - il che sarebbe scusabile per quella ignoranza d'ogni legge
scientifica che il volgo richiede ai poeti - ma anche gli antichi fisici sono
abbondanti di passi in cui se la pigliano stoltissimamente coll'oro, così
confondendolo coll'oziosa ricchezza. Sia ad es. Plinio. - “Quanto feliciore
aevo cum res ipsae permutabantur inter sese, sicut Trojanis temporibus
factitatum Homero credi convenit!” (!) -
4117.
viri, viriolae, cerchi, anelli brachiali, cf. viera (tosc.) e vera (mil.) anello - Vieri
de' Cerchi -
4118.
Due es. del buongusto artistico degli imperatori Claudio e Nerone. Claudio
(secondo Plinio L. [xxxv]) fece
cancellare da due tavole dipinte da Apelle il volto di Alessandro Magno per
sostituirlo con quello del divo Augusto - e Nero princeps (Alexandri Magni)
statuam Lysippi inaurari jussit delectatus admodum illa... dein cum pretio
perisset gratia artis detractum est aurum ecc. E poi c'è chi vuole rivendicare
l'artista Nerone! Nerone avea la monomania delle cose lucenti - es. la sua casa
aurea, le vesti d'oro - le indorature alle statue - lo sparger il circo di
polvere d'oro ecc. ecc.
4122.
Fra le bugie pliniane sono da mettere “le lamine di piombo le quali legate ai
lombi preservano da sogni di Venere” - E circa le stesse lamine di piombo
“Nero, quoniam diis placuit, princeps, lamna pectori imposita sub ea cantica
exclamans alendis vocibus demonstravit rationem...” -
4125.
Due sono le maniere con cui i libri di scienza comunemente si fanno. Una,
sprezzatrice de' fatti s'innalza in un pallone di sogni da lei chiamati teorie
e naviga per le nubi credendosi emancipata dalla terra mentre le gira insieme
tuttora; l'altra, non arrischiando che timide occhiate al libero firmamento,
bracca a zigzag sull'usta di temporanei e contradicentesi casi. - E le due
maniere si equivalgono - nel valer nulla.
4126.
Abbozzo di un bozzetto che tratti del “Lavoro fisico e del lavoro
intellettuale”. Sono in campagna, seduto all'ombra di un albero e leggo. Passa
un villano, reggendo sotto la sferza del sole una soma di fieno. Porchi
signori! esclama. Io ne tremo. Ha egli ragione? Ma, meditandoci intorno,
ricordo le fatiche dell'intelletto, le notti prive di sonno, affannose, dietro
pensieri che si travedono sempre e non si raggiungono mai, le difficoltà
dell'eseguire, gli ostacoli al buon successo e l'odio che ne è conseguenza, il
continuo lamento della coscienza e l'autosfiducia di poterla mai contentare...
e tutto ciò... per raccogliere?... E lì mi appare Tasso fra i pazzi, e Colombo
in catene, e Dante in esilio e mille e mille altri in cui la sventura gareggiò coll'ingegno... Sorrido allora pensando alle
corporali fatiche. Che è mai la sferza del sole paragonata a quella della
fantasia? Che è il pan di tritello paragonato al pane dell'ingratitudine?... La
fisica pena a petto dell'intellettuale, è un gioco.
4127.
Casi d'amore (nelle “Novelle pei generosi”). Tale fa all'amore con una
poverissima ragazza che gli si concede, apparentemente innamorata. Una ricca
fanciulla s'innamora, invece, davvero di lui, e l'amore insoddisfatto la trae
alla soglia del sepolcro. Alcuni pietosi indovinando il suo segreto - si
adoprano per procurarle il rimedio; e palesano l'amore di lei al giovane. Il
giovane, che mai non fu amato, balza di gioja; difatti colei era già stata un
suo tacito desiderio, da lui soffocato perchè creduto irrealizzabile...
Tuttavia l'imagine della poverissima, di cui forse è il solo conforto, lo
rattiene e gli pone sul labbro un omicida “no”. La ricca fanciulla muore, la
povera l'abbandona. - Agì egli generosamente?
4128.
Nel P[remio] dell'Onestà - quando l'eroe perde ogni suo
bene, volendo tuttavia sfogare la sua bontà, si mette a scrivere un libro tutto
a generosissime azioni. Ma, se negli individui egli non aveva trovato che degli
ingrati, nel publico trova un ingratissimo. Non lo si può chiamare briccone -
lo chiamano matto.
4129.
Chi dubita, pensa.
4130.
Trovi il valore letterario di Ro[u]sseau (come d'altri illustri scrittori, o
per dir meglio, autori) in ciò che in esso ti appare uno solo e chi pensa e chi
scrive, a differenza dei mediocri che vestono di frasi altrui i propri pensieri
o insaccano i pensieri degli altri nelle vesti proprie. Ro[u]sseau dice sempre
il suo animo senza tradurlo. Senti l'ingegno di prima mano, e non come
negli altri, di seconda. Frase e pensiero ivi stanno fra loro come animo
e corpo, non come corpo e vestito. -
4131.
La frase francese è sempre esagerata (conseguenza del gallico scetticismo -
ossia di chi nulla sentendo, vuol parer molto sentire). E bastano due soli
esempi. Un italiano direbbe “mi spiace” e loro dicono “je suis désolé” -
direbbe “mi piace” e loro dicono “je suis enchanté”.
4132.
S. U. Fra i romanzi che ebbero voga europea, citare “l'Astrea” e
citare quelli dell'Anna Radcliff, romanzi misteriosi, etc.
4133.
le avemarie della processione - Le spine sovravivono alle rose.
4134.
Madaminn e sartinn della piazza - che fann giò pussee fioeu che scuffiett - [rasura
nel ms.].
4135.
La sura Isabellin - l'è settada sul cardeghin - La guarda in mezz ai gamb - La
dis che la gha on bus grand - La dis in de per lee - Quest chì l'è on bus de
guadagnà di danee (Cossa l'è? la pennaggia) - Ass contr'ass - bomborin in mezz
- siffolott abbass (Cossa l'è? El boffett) ecc. Così le monache nell'ora di
ricreazione.
4139.
22 9bre 1877. Motivo di bozzetto. Mia disgustosa impressione nella 2a
venuta a Roma in cerca di un impiego governativo. In ogni dove sintomi
ministeriali. In vagone parmi d'avere in contro un capo sezione, impettito,
villano. Vò a pranzo. Tutti i tavolini occupati da cere impiegatesche. Quì in
piena luce un capodivisione che mangia per cinque lire, col paletot
ampio, dai risvolti di velluto e dai variopinti nastrini, il sorriso da saputello e le occhiate melliflue ecc. là, mezzo
all'oscuro, un sottosegretario il quale digiuna la sua liretta e mezza. E le
parole piemontesi rispondono alle veneziane. Sior cavaliere - Sgnur Commendatur
- Chi mai crederebbesi a Roma?... Ecco. Incontro un ufficiale d'ordine colla
sua sposa incinta, pare, di quattro gemelli - poi un burbero usciere - poi...
Insomma l'impiegatismo mi assalta da tutte le parti. Sentomi già le manichette
di tela ascendermi per le braccia, sento la penna d'oca insinuarmisi dietro
l'orecchio... Le falde del cappello mi si ammolliscono a forza di scappellate,
la schiena m'indolorisce... Incalvo, incretinisco. E scappo sotto le coltri. Ma
il mostro ministeriale vi si caccia con me. È un incubo di protocolli -
pennacce - Eccellenze, cera di Spagna, ciondoli cavallereschi, note - tanfo
impiegatorio, ecc. ecc. (descr.).
4140.
30 9bre 77. Pressento con gioja immensa il ritorno del dilungatosi genio.
Dall'arso letto del mio torrente, odo in distanza il rombo delle rigogliose
aque che stanno per rinondarlo. -
4142.
Montaigne fu uno tra i primi che ci presentasse la filosofia in veste da
camera, anzi in manica di camicia. E allora la filosofia cominciò ad essere
un'Arte, utile non solo alla piazza, ma alla casa. Raff. fra l'amabile filos. di
Montaigne e d'Elvezio e la spinosa degli altri.
4150.
Guardatevi dalle idee che riempiono la memoria senza produrre altre idee nuove,
come le date, i nomi dei consoli ecc. On est rarement grand homme - dice
Elvezio -, si l'on n'a pas le courage d'ignorer une infinité de choses
inutiles. - Basta una idea a occupar tutta la memoria, e a produrne altre
migliaja in una mente ben organizzata.
4167.
In Elvezio si sente il soffio che attizzerà l'immane incendio dell'ottantanove.
Il suo Esprit, scritto con molto spirito, è una requisitoria contro i
Grandi della Picciolezza. - Osservi peraltro com'egli tema alle volte la
opinione contemporanea massime per quanto riguarda la religione. Dovunque cita
la China e i suoi Bonzi si potrebbe giurare ch'egli intende alla Chiesa e a'
suoi Preti (es. nel disc. ii Cap. xiv) - Altro es. nello stesso discorso
al Cap. xvii “Qu'on fasse aux fausses
Réligions l'application de cette idée de M.r Locke, l'on sera
bientôt convaincu de la sottise et de leurs inventions et de leurs sectateurs.
Quiconque, en effet, examine les réligions, qui, à l'exception de la nôtre, sont
toutes faites des mains des hommes” ecc. Questa esclusione della Chiesa
Cattolica che il pregiudizio imponeva alla filosofia d'Elvezio, prova com'egli
la pensasse diverso da quanto esageratamente scriveva.
4179.
Il S.r Giuseppe Palamede Bognetti, calligrafo, parla con entusiasmo
del corsivo e del “ronde” come se si trattasse del bene dell'umanità. E si
vanta di aver formato il carattere a molti uomini illustri.
4180.
Ad Heinsio e Corneille piaceva più Lucano che Virgilio. Ed anche a me.
4181.
Ogni Principe illustre ebbe illustri cooperatori. Vedi Alessandro, vedi
Napoleone - e vedi, per la controprova [segue una riga inchiostrata nel ms.].
4182.
Leibnitz propose una lingua filosofica internazionale perchè i filosofi si
potessero, se non accordare fra loro, almeno intendere. Ogni parola è una idea.
Quanto mai sangue fece versare l'abuso delle parole!
4183.
“La liberté est un mystère!” diceva quell'abile teologo del padre Malebranche.
La libertà è una chimera esclamavano gli Stoici. E difatti per rimanerne a metà
persuasi basta osservare i moventi delle umane azioni.
4184.
I soli ragazzi possono essere sinceramente buoni.
4185.
L'Amore pei figli è un amore di abitudine, non di natura - è, direbbe un
umorista, un vizio come il ber vino, il fumare ecc. E infatti molti hanno,
prima che non i legittimi, figli naturali: i quali, messi nei brefotrofi, son
presto dimenticati. Eppure sono genitura nè più nè meno dell'altra da noi
adorata, anzi, non rado, più schietta di quella che ci è fecondata da adultere
odiatissime mogli. -
4186.
R.F. Nell'appendice, carte ecc. Cit. il Giornale di un vecchio. “7 8bre
1827. Oggi sono andato bene di corpo. Decisamente le pillole di Santa Fosca
sono la mia provvidenza. - 10 8bre 27 - Sono inquieto. Anche oggi non ebbi
benefizio. Neppure gli spinaci hanno giovato - 11 detto. La Peppa, che mi
guarda la lingua tutte le mattine mi dice che è sporca. Che vorrà dire? A buon
conto piglio un'oncia di ricino ecc.” e così via.
4188.
Chi va formando la lingua universale, è la scienza, perchè essa ha bisogno, per
progredire, di termini conosciuti da tutti.
4189.
Le chiese ci danno l'idea della potenza del Clero nel M. E. - I castelli ci
ricordano la feudalità - Ogni espressione architettonica ci rappresenta una
idea - e poco fa, ce la rappresentava schietta. Ma oggidì s'è scetticissimi.
L'incredulo architetto ti disegna una severissima chiesa - il socialista decora
di merli e di feritoje una pacifica casa.
4190.
Il positivo latino - e il sentimentale greco - Il greco, la lingua degli amori,
il latino della politica.
4192.
Anch'io mentii qualchevolta - ma ebbi poi a soffrire, per celar la menzogna, e
non contradirmi, tali pene, che ho capito quanto meglio convenga di dire il
vero, se non per virtù, almeno per comodità. Chè mille son le bugie, la verità
è una sola.
4193.
La felicità si compera più coi soldi che non colle lire.
4194.
Non c'è cacciatore che non vanti il suo cane, non c'è vignajolo che non vanti
il suo vino, non cavaliere che non vanti il suo nastro. Ma pochi sono i mariti
gloriosi delle lor mogli.
4195.
Un villano accusato di aver battuto la moglie, rispose al pretore “hin minga
bott che ghoo daa - hin carezz calcaa”. - Quante sono le
feste dell'anno? chiese un ispettore scolastico a un villanello. E questi:
“Trè. Pasqua, Nadaa, e ol dì che ol pà ol mazza ol porscell” -
4196.
Misero quell'amore che non sa esprimersi o non può esser capito se non col
denaro!
4197.
Tale possedeva due ombrelli, l'uno in buono e l'altro in cattivo stato. E
diceva. “Il buono lo tengo per quando fa bello; il cattivo per quando fa
brutto”.
4198.
I libri soli sornuotano all'oblio. Può dunque dirsi “a solcare l'immenso oceano
della Memoria non servono che le barchette di carta”.
4200.
R.F. (Note utili per la biografia di D.n Carlo). 1806 Per le nozze di don Carlo con
donna Luigia Fu
messa all'ordine la casa paterna in contrada dell'Aqua a Pavia - dipinti
all'empire - dorature - girandò a due lumi di Francia - Cavalli morelli
d'Holstein d'anni 5 (Luigi 65) ecc. ecc. - 1834 De Tavel consigliere di
Stato rifiuta un cesto di frutta offertogli dall'emigrato Pisani - 1831 Carouge.
Si domanda conto del Cav. Pisani che avea preso in affitto per 8 anni un
appartamento dal 7 maggio 1830. Vedi, risposta della nonna Milesi assai villana
- 1823 Lett. di Giovanni Re nella quale si parla di cambiali per Londra
a favore di Carlo Dossi (Carlo Pisani Dossi) - 1824 Altre cambiali su
Danoot fils a favore del Dossi - 1817 Ricevuta del sacerdote ex
benedettino Giovanni Olcelli dell'intero saldo della sua vitalizia pensione (L.
42 di Milano) come erede del nob. don Gelasio. V. testamento di don Gelasio - 1814
Entra Biancardi in casa Pisani quale amministratore - 29 genn. 1832 (ripetuto
ai 14 aprile 1840) Testamento di Biancardi a favore di casa Pisani - 1810
12 apr. Nascita di Angioletta figlia di don Carlo. - 1844 sua morte. V. Epitafio a Zenevredo - 1844 Erma modellata
dallo scultore Abbondio San Giorgio, rappresentante l'Avv. Marocco
coll'iscrizione - Karolo Marocco - Forti egregie cordato viro - In juris ac
legum scientia - Domi Forisque Principi - Karolus Pisani-Dossius - Ticinensis
patricius - Suarum Fortunarum vindici - Dicabat - Anno MDCCCXXXXIV. - 1848 6
maggio. Conto del tappezziere Lozza - del baraccone a tende di vari colori
(bianco, rosso e verde) - poi, conto di 39 cappelli con piuma tricolore - Conto
di 40 lancie di latta a soldi cadauna 11 - Conto per 39 blouse e calzoni - e
per 39 cinte. - Le carte riguardanti il tradimento e la confessione, indegna di
assoluzione, di Giovanni Re, delatore di alcuni implicati negli affari del 30,
si trovano, donate da me, presso Camillo Marozzi. - Agg. le note sui figli di
don Carlo, scritte dalla nonna Milesi, il giornale di studio della stessa che
va dal 1847 al 52 - poi, ad intervalli fino al 58. - Agg. un catalogo di libri
del tempo (1805) ecc. - Es. dello stile espistolare di don Carlo “E abbimi nel
futuro come mi avesti nel preterito per tuo aff.mo amico ecc.” -
4201.
Trovo in una nota in data 2 gen. 1837 “Il Guglielmo Tell detto Wallace non
incontra tutti i suffragi dei milanesi”.
4202. Il prof. Gnoli sta publicando uno studio sul
poeta romanesco Belli nella N[uov]a Antologia.
Gnoli possiede tutti gli autografi di Belli, circa 2000 sonetti fra i quali
molti osceni che egli non vorrebbe stampare. Io gli suggerii di stamparli
tutti, perchè importantissimi tutti al quadro della vita romanesca, in una
edizione di lusso destinata alle biblioteche, facendo poi un'altra edizione
economica da porre in commercio donde sarebbero tolti i soli sonetti sudici. Mi
dice Gnoli che dal libro di spesa del Belli dell'anno 1827, essendo Belli a
Milano, si rileva com'egli avesse “comprate le poesie di Porta, 2 vol. paoli
7”. E la data del primo sonetto in romanesco di lui è appunto dopo 25 giorni
dalla compera del Porta, e tratta del matrimonio di un milanese. Porta dunque
ispirò Belli. Interessante ne sarebbe un raffronto. In ambo l'ira contro il
Vecchio e il N.o Testamento ecc. Porta peraltro, pittore al pari di
Belli, è assai più pensatore di lui. - Sul Belli scrisse anche lo Schukardt due
articoli sull'Allgemeine Zeitung: ne scrisse il Morandi ma
imperfettamente etc. - Il romanesco oggidì va dileguando. S'è ridotto al rione
di Monti e a Transtevere. Letterariamente lo coltivano il Marini e il Ferretti
che ne stamparono poesie e il Chiappini che molte ne scrisse ma non ne ha ancor
voluto stampare. - Fra le opere vecchie romanesche si citano “La vita di Cola
di Rienzi” - “L'incendio di Tordinona”, poema in 8va rima - “La
libertà di Roma” - e una raccolta di sonetti in lode di un'ortolana (queste due
ultime ms. ed esistenti nella biblioteca di Weimar) - “La cronaca della
famiglia Boccapadulla” - “Il Meo Patacca ossia feste per la liberazione di
Vienna”, altro poema in 8va rima di Berneri, colle illustrazioni del
Pinelli etc.
4203.
Quando mangio una sanguinolente bistecca che mi ravviva le vene, penso sempre
“mangio idee”.
4204.
Sono in me, come in tutti, i due umori della bontà e della cattiveria. Se non
li sfogo, muojo. E però serbando il primo per le azioni della vita reale, pei
rapporti colla famiglia, cogli amici e cogli stessi nemici, non mi resta
per l'altro che il campo dell'ideale ed ecco la mia letteraria misantropia.
4205.
Chi più sente, meglio descrive, dicono. Non è vero. L'entusiasmo artistico è
affatto indipendente dal morale, o almeno non si manifesta nel medesimo tempo.
Ecco, ad es. Garibaldi. Nessuno più di lui ha il cuore caldissimo di patrio
amore, e di odio per ogni forma di tirannia - eppure, nessuno peggio di lui
espresse letterariamente questi suoi sensi fortissimi. La sua mano abituata
alla spada, non sa guidare la penna, per lui troppo leggera. Non è più l'epoca
dei Senofonti e dei Cesari. “Cantoni il volontario” e la “Clelia”, senza
contare le epistole, si direbbero scritte per render ridicoli i più nobili
affetti. Sono libri cui torna ad onore - il cesso.
4206.
Non è ancor sciolta la questione sul modo di scrivere rettamente i nomi
stranieri di geografia, per non tradirli e per renderli nel tempo stesso
intelligibili ai propri compatrioti. Occorrerebbe un congresso di geografi il
quale stabilisse in proposito un vocabolario internazionale. Ma e che guardare?
l'ortografia primitiva? no, perchè non tutti que' nomi appartengono a lingue
scritte. - La pronunzia? - peggio ancora. - Bisognerà dunque accontentarsi di
una convenzionale scrittura. -
4207.
A me nulla riesce più difficile del facile.
4208.
In Quevedo (pag. 364, ii ediz.
Baudry) dove parla un beone si accenna alla “mujer del gallo”. Che sia la
nostra gaina? (gallina e sbornia).
4209.
Notevole è l'“Idillio cittadino” di Jean Paul Richter (Vol. 17. pag. 38) in cui
un villano canta invidioso l'Arcadia della Città - e la descrive colle sue
espressioni di villa. -
4210.
Di faccia a un foglio bianco di carta io mi sento un ardire che confina colla
temerarietà. Piuttosto che tacer quanto penso, arrischierei il patibolo. In
faccia invece ad un uomo - per quanto minimo ei sia - io mi trovo vilissimo - e
mento come chiunque.
4211.
Lo scribacchino che si sottoscrive Yorick siede a un caffè di Milano col suo
figlioletto. Yorick vive in un perpetuo fallimento. Il figlio comanda al
cameriere un sorbetto. “Basta mezzo” osserva il babbo. E il figlio: si paga
prima, quì?
4212.
Tale, udendo che s'era inventata una macchina per attaccare i bottoni: “che
peccato! - disse - che non l'abbiano trovata dieci anni fa. Non avrei preso
moglie”.
4213.
Scene pittoriche. - I chierichetti d'Induno-Olona sotto il portico della Chiesa
lavano col sapone un gran Cristo verniciato di legno. - Dinanzi a una
rosticceria di via Torino una dozzina di cani di tutti i peli e di tutte le
misure, ma spauritissimi, odorano estasiati gli appetitosi effluvi, incerti,
fra la fame che li spinge e la paura che li caccia.
4214.
Come si scrive la storia. Siamo p. es. a Roma. Un prete francese entra da un
ombrellajo per chiedere una indicazione di via. Una parola tira l'altra, e il
prete gli chiede come vanno gli affari. “Eh vanno a traverso - risponde
l'ombrellajo - nu se guadagna un bajocco. Gnisuno compra più ombrelli... A Roma
nu sce più commercio!” Il prete francese per compassione compera allora un
paraqua; poi nota sul suo taccuino “Dès l'occupation de Rome, on peut dire que
la pauvre ville s'est tout à fait abimée. Toutes les affaires se sont arrêtées.
On meurt de faim dans les rues” - E tutto perchè il tempo sereno impedisce a un
mercante di vendere la sua mercanzia da pioggia! Sarebbe bastato un aquazzone a
cangiare le idee dell'ombrellaro romano e del prete francese.
4215.
La S.ra B. quando ha da raccontare qualcosa comincia sempre la sua
narrazione ab ovo. Per es. volendo dire che il parroco è venuto a trovarla in
quel giorno, dice: Sera lì de foeura de ca, in giardin, come se fà... a regolà
i fior... San ben, che in d'on giardin ghe semper de fà... adess specialment
che croda tanti foeui... E tirava un poo de vent... tant e vera che gh'hoo ditt
a l'Emilia de minga lassà andà all'aria el Bignam. Chè l'è on benedett'omm
ch'el gh'ha minga de riguard... e poeu ghe tocca stà in lett e chi ghe l'ha in
corp allora sont mi... S'era donca in giardin, e girava, inscì come se fà...
quand senti ona pedanna... de là de l'ussett... Chi el sarà mai, disi intra de
mì? El prestinee no... perchè l'è nanmò vora ecc. (e qui un monologo sul chi
sarà mai). Allora hoo pensaa ben de andà a ciammà l'Emilia... e
gh'hoo ditt de andà a dervì. L'Emilia l'era desura (e qui descrizione di cosa
faceva l'Emilia di sopra). - La ven giò, e la va a toeu la ciav... Bella, che
in de l'andà a dervì, la toppicca in quel sass che ghe sotta la finestra. Mi
l'hoo semper ditt “ma tirell via quel sass!” (e qui altra descrizione del
sass)... ma per fortuna l'è minga borlada giò (e quì meditazione su quanto
sarebbe avvenuto se l'Emilia fosse caduta, con una incidentale descrizioncella
dell'ospedale). E la va donca al portell... La derv (ah finalmente!) Oh bella!
Savì mò chi l'era?... El curat. - E notiamo che il racconto ha fine qui - con
questa interessantissima conclusione. - Si potrebbe anche fare un Libro di
monologhi: uno sarebbe il sudetto; un altro, quello già citato (V.)
in cui il marito, amante della moglie che sta per morire, cerca per vincere la
propria ambascia, di pingersi più lietamente che può la vita di un vedovo, e ci
riesce sì bene, che, all'annunzio che la moglie è fuori di pericolo - ne resta
quasi accorato -
4216.
Certo Marini, uno strappato di uno, avea finalmente trovato servizio presso un
albergo. Vi avrebbe dovuto fare da ragioniere, ma si lamentava con Rovani, di
dovere alle volte andar nella stalla a voltare lo strame ai cavalli. “Cert -
osservò Rovani ironicamente - l'è minga on lavorà de concett” - Rovani contava
spesso come Arienti si salvasse una notte dai ladri, che lo attendevano. Era
notte; fioccava. Arienti e Rovani giovinetto tornavano a casa. Ecco in fondo
alla via - via fuori di mano - tre figure sinistre. “Cristo! - fa Arienti - qui
trii là hin baloss che ne curen” - E detto fatto, corre a loro, chiedendo
franchissimamente ad uno dei tre che ora fosse. - I ladri se la fumarono.
Credettero di aver dato in altri ladri.
4217.
Manzoni aspetta ancora il suo pittore morale e il suo pittore corporale. Nè il
parolajo Bonghi Bonghi
dalla sterile abbondanza compreselo mai, nè il pitocchissimo Carcano nè il fanfarone Stoppani.
Quante volte Manzoni deve aver patita la mortificazione di dir cose eccelse,
benchè in umile veste, senza che alcuno - da lui in fuori - se ne accorgesse! 16 Xbre 1877. Domandai a Carcano
(quel girometta di un Carcano) se sapesse qualche tratto di spirito di
Manzoni. Risposemi che Manzoni ne diceva ad ogni momento, ma li avea tutti
scordati. Scommetto che Carcano non ne capì neanche uno. - Ora (1883) lo sta screditando
Cantù colle sue pubblicazioni che mirano a farlo passare per austriacante e
bigotto, evidentemente allo scopo di cucirsegli ai panni e di andare con esso
alla posterità. Cantù, non potendo pareggiare l'ingegno e la vita di Manzoni,
cerca di abbassarli alla propria viltà.
4218.
R.U. Parte ufficiale. Anche fra i preti c'è della gente di spirito.
Monsignor Bignami ne è uno. Ei fa il prete, come direbbero i francesi, en
artiste. Nessuno meglio di lui sa portare senza impaccio la sua veste
talare, e il suo tricorno su'n occhio. A proposito di tricorno, egli, una
mattina di Carnevale ne gettò uno che avea fatto il suo tempo da una finestra
dell'Arcivescovado, nella sottoposta piazza. Passa una frotta di maschere, che
tornano dal veglione. Vedono la lumm e la fanno volare a piedate,
gridando “Pertusati! Pertusati!” - Pertusati era il nome di un reazionario
canonico, semivescovo di Milano. - E Bignami gode dello spettacolo dietro le
griglie della sua stanza. - Il medesimo Monsignore ha poi nel suo appartamento,
messo tutto da artista, una camera riservata ai preti. Tutto vi spira unzione.
C'è un Cristo, ci sono quadri con incisioni dal nuovo e dall'antico testamento;
ci sono libri di devozione e di teologia; c'è una “Unità cattolica”, sempre
quella; nè manca il tabacco nè manca la pezzuola bleu. - Sulla porta
per altro stanno inchiodate due zampe di oca - (piè d'oca).
4219.
Nel collegio Reale delle fanciulle a Milano è impartita l'educazione più
antidomestica che mai si possa. La cucina è vietata alle signorine educande, e
così non sono loro insegnati i lavori borghesi della calza e della
rappezzatura. Ma invece è loro permesso di star delle ore alla pettiniera, e
perfino di incipriarsi prima d'andare a letto. Si noti che in questo collegio
non sono educate soltanto le ricche, ma anche le povere. Ecco cento ragazze di
cui per lo meno 70 porteranno a 70 mariti una dote di debiti e corna. Nessuna bada alla propria
biancheria, alle scarpe ecc. Ci sono fantesche che loro rigovernano i letti -
Tutt'al più, ricamano - suonano il piano - imparano a ballare, o a far la
ginnastica. È una educazione insomma destinata a formare non donne di casa, [rasura
nel ms.].
4220.
“El pover Gatton” frase venuta quasi in proverbio a Milano, ebbe origine da
tale, cacciatore di eredità, il quale, assistendo alla morte di un suo
conoscente ricchissimo, ne corruppe il servo e la serva, tolse il morto ancora
caldo dal letto e lo nascose sotto - poi camuffatosi da moribondo, e
accomodatosi nel letto stesso, fece chiamare un notajo e gli dettò, fra i
singhiozzi, un testamento in proprio favore: “Lassi me ered... quel pover
Gatton...”. Nè il notajo, nuovo in quella casa, ne dubitò. Non fu che dopo
alcuni mesi che si scoperse l'inganno e ciò per tradimento del servitore, cui
“el pover Gatton” diventato ricco, osò di negare il pattuito compenso. Gattoni
finì galeotto.
4221.
Degna di un bozzetto sarebbe la scena, che ha luogo in certi giorni della
settimana e sul primo albore alle porte di alcune osterie fra le più affollate
di Milano. È questa la distribuzione della michetta, cioè dei
secchetti di pane, dei pezzetti di cacio ecc. lasciati sul piatto dagli
avventori - a favore dei poveri. E tu vedi, per es., il canto di Piazza
Fontana, dov'è la trattoria del N.° 5 - piena di miserabili che attendono l'ora
della distribuzione. Trovi tipi da far gola a Callot. Finalmente le imposte si
aprono e tutte le mani vi si protendono. Raff. il momento con altri momenti di
attesa - come quello alla porta del loggione della Scala, nella sala dei
sollecitatori al Parlamento ecc.
4222.
Altro bozzetto, satira a certi racconti che dopo moltissimo ti danno nessuna
soddisfazione e in
cui sono descritte le cose più indifferenti quali avvenimenti sovrani, - quello sarebbe in forma di un Capitolo
primo (e unico) che incominci misteriosamente con due sposi che vanno alla
stazione - e lì si descrivano tutte le insulse particolarità del pigliar il
biglietto, dell'affrancare i bauli ecc. ecc. come se si trattasse della
quistione d'Oriente - Dal monte poi esca infine il ridiculus mus.
4223.
Mi contò un giorno Gorini, che un giovane s'era a lui presentato, chiamato
dalla sua fama, dicendogli, di essersi fitto in capo di diventare un egregio
pittore, e di darsi anima e corpo all'arte. Ma ahimè! Una imperfezione
cerebrale gl'impediva di toccare quel sommo nello sviluppo de' propri pensieri,
donde solo dipendono le opere grandi. Nell'entusiasmo cioè della meditazione,
egli sentiva per così dire il cervello rifiutarsegli a un tratto... Invano ei
lo sforzava: l'opposizione era invincibile... ogni idea gli si affogava nel
bujo. E il giovane ricorreva a Gorini, come al solo che lo potesse salvare. Ma
Gorini trovò che il cranio di lui era, a paragone del cerebro, piccolo. Il
cervello non vi poteva respirare entro liberamente: e però quando, eccitato dal
porpureo pensiero, cominciava a gonfiarsi, dava nella volta nel cranio e dovea
ristare. Unico rimedio sarebbe stato quello di poter allargare cotesta volta ma
il mezzo poteva solo fornirlo quel caso che rompendo con una pietra la testa
dello stolto Giovanni ne fece il chiaro commentatore dei Libri Sacri e lo
introdusse alla fama sotto il nome di Giovanni a Lapide.
4224.
R.F. Descriz. della casa di mio Zio Gaetano a Pavia. Il disordine vi
gavazza. Sul tavolo una montagna di vesti, che attendon di esser riposte. E biancheria piena di macchie di
ruggine ecc. Le
scarpe sul caminetto - le spazzole sul non mai scopato pavimento - la scopa sul
divano di sala. In sala
una cannetta di frutta.
S'adopra l'aceto di Modena per bagnare il calamajo; e si condisce l'insalata
coll'olio della lucerna. Sotto le sedie - dietro gli usci - bottiglie. Dei
figli di Don Gaetano uno sta adaquando la scala colla tolla dell'olio -
un altro già grandicello è in un canto a farsela sotto - un terzo di 5 anni ha
le nari piene di tabacco e fuma in un pipino di gesso. Intanto la loro signora
madre, dando il latte a un bambino, discute di letteratura con due o 3
professori di Università. D'ogni parte odore di bruciaticcio - e di merda. -
Han diecimila di reddito - e in casa non c'è da vestirsi e neppur da mangiare.
4225.
Il Clima di Montesquieu, l'educazione di Elvezio ecc.
4226.
Gian Pietro * è un esemplare del blitterismo aristocratico. La sua albagia non
trova riscontro che nella profonda ignoranza, e nella continua menzogna. Egli
vanta, ad ogni proposito, la sua nobiltà. Dice alla moglie - figlia di un
mercante di ferri, tutta ammirata di lui - che il loro matrimonio forse non
tiene e non frutta perchè non benedetto da un Vescovo, com'è l'uso di casa *
ecc. ecc. - Però, non si stacca dalla moglie plebea, che è ricca, benchè le
rimproveri vigliaccamente ad ogni ora la di lei bassa estrazione. - * ha un
cuore di legno - testimonio, il suo odio per i bambini - ch'egli, del resto,
non sa procreare. - E sì
che “porrum fecundas reddit persaepe puellas”. È un clericale in maschera di consorte.
È un Don Chisciotte senza
la generosità. Quanto
a figura, si direbbe un ruffiano. Calzoni stretti e slisati - palandrano
spelato - cilindrone bisunto - baffi lunghi e ingommati - e aria di
soperchieria - Fu già nell'esercito, e uscì tenentello di cavalleria senza un
onore, quantunque egli vanti di aver fatto prodigi a Custoza, e come capo di
Stato Maggiore della propria brigata e come guerriero. Ora s'è dato
all'Illetteratura, e scrive la Storia d'Italia dall'epoca preistorica a
noi - scusate se è poco! - come si scriverebbe una lettera al fattore. Così,
ingombra la Perseveranza di articoloni intorno la Scienza bellica, i
quali mantengono il buon umore al nostro Stato Maggiore. Intende poi di fare
viaggi in America, caccie nell'Africa ecc. Tutte bugie, e va dicendo alla
moglie: Andremo insieme in Egitto - ma devi prima avvezzarti alle bestie
feroci. Io non credo che la farà troppo fatica. - È abituata. * ha tutti i
talenti per diventare un deputato d'Italia. Ci aspira - e lo sarà.
4227.
Prevedo che io finirò per allontanarmi da tutte le conversazioni in cui vado,
per quanto mi accolgano gentilmente, anzi festosamente. Ogni casa ha già i suoi
prediletti scrittori, artisti, scienziati - che ne sono i più assidui
frequentatori. Il padrone e la padrona te ne parlano subito, te ne mettono in
mano, se son letterati, le opere, e vogliono il tuo giudizio. In generale si
tratta d'autori sciocchissimi. Che eleggere? La coscienza vorrebbe il tuo biasimo
- l'urbanità te lo vieta. Diamine! offenderesti chi è tanto gentile con te. E
lodarli? peggio ancora. L'offesa sarebbe fatta a te stesso. Per vivere dunque
amici di tutti, bisogna continuamente, impudentemente mentire. Al diavolo le
città! Viva i boschi!
4228.
Bizz. L'uomo si fà concolore alla materia in cui vive, come i bachi del
cacio, del legno, dei cavoli ecc. Ed hai esempi nei formaggiai, bianchicci e
grassocci, nei porpurei vinai, nei lividi lavoratori di zinco, nei terrei agricoltori,
nei tarmati e impergamiti antiquari ecc.
4229.
Le particolari provvidenze dei principi e degli scrittori di storia -
come sia duttile la storia sull'incudine dei sistemi!
4236.
Gargiolli, letterato ciarlone, annojava Manzoni standogli sempre alle coste
nelle sue scorse a Milano. Egli non faceva che parlare di Nicolini, di cui avea
carpiti i ms. - Declamando un dì alcuni versi mi pare del Giovanni da
Procida, e domandando a Manzoni, se li conosceva, alla risposta di no
del grand'uomo, diede fuori, dicendo “Come, Don Alessandro, non li conosce?
Eppure sono versi di Nicolini...!” ecc. ecc. “Ch'io sappia - rispose con ira
calma Manzoni - non c'è articolo del codice che obblighi di leggere le tragedie
del Nicolini”.
4238.
Lulli, il doctor illuminatus, avea inventata una macchina, composta di due
tavole, una di attributi l'altra di soggetti che si movevano
indipendentemente una dall'altra e che a seconda della posizione producevano
una nuova questione. Questa macchina permetteva a chiunque di inventar
argomenti.
4239.
On[està] pol[itica] La coscienza di stato e
la coscienza individuale e la coscienza umana - Vedi anche Disraeli Cur. of
Lit. p. 306 - e per l'assasinio politico, Vedi id. pag. 315.
4240.
Per l'inutilità delle accademie V. D'Israeli Cur. of Lit. pag. 328,
benchè D'Israeli le favorisca. La lingua inglese si perfezionò senza accademie.
4241.
Importanza filosofica dei proverbi (V. D'Israeli 391). Da essi tu conosci lo
spirito di una nazione. Nei prov. degli antichi Brettoni si cita spesso la
siepe, indizio dei loro costumi agricoli - nei prov. Chinesi si parla non di
rado di edifizi magnifici ecc. -
4242.
Logomachia. Ci sono termini astratti cui nessuna certa idea è riunita - come
Eguaglianza umana - sovranità e maestà del popolo - Riforme - Lealtà - Libertà
- Pubblica opinione - Pubblico interesse. Sono vane parole che empiono la bocca
usate da tutti di qualunque partito per generar confusione. E così è la sufficiente
ragione di Leibnitz, la grazia bastante e la grazia efficace dei
Giansenisti - la questione della procedenza dello Spirito Santo dal
Figlio o dal Figlio e dal Padre ecc.
4243.
I popoli s'ammazzano ed i principi s'abbracciano (prov. italiano).
4244.
Cervantes è il sommo rappresentante dell'umorismo spagnuolo. In lui la facezia
sotto il mantello della gravità - In Manzoni invece, l'umorismo è in
giacchetta.
4245.
Prov. spagnoli “A juezes Gallicianos, con los pies en las manos” andate cioè a
trovare i giudici di Galizia con dei polli in mano. E parebbe che Manzoni
avesse dinanzi questo proverbio descrivendo la magnifica scena di Renzo coi
pollastri, in casa del dottor Azzeccagarbugli. - Vino de una oreja - ossia buon
vino, perchè chi scuote la testa mostrando così le due orecchie dà segno che il
vino che beve non gli piace, al contrario di chi soddisfatto di quanto beve,
china la testa verso il bicchiere e così mostra una orecchia sola. E poi si
dice che le imagini ardite non hanno popolarità! Altra frase ardita e pittorica è
quella che si usa in Borgogna per indicare taluno che mangia male per vestir
bene “ha budella di velluto e di seta”.
4246.
Vi ha modi di proverbi comuni a molte nazioni. Lo stantio portar vasi a
Samo e nottole ad Atene - non è che l'altro più antico (ma in pari tempo più
fresco) -: portare pepe nell'Indostan.
4247.
Tutti s'è vicendevole burla. Le nazioni beffeggiano le nazioni - le provincie
le provincie - le città le città - le case le case - gli individui gli
individui.
4248.
Certo prof.re Favre dava per roba sua roba tradotta dal tedesco, ma il ladro si
scoprì da sè stesso, perchè parlando di certo matematico Gilbert “im Armuth
(povertà) gestorben” come diceva il testo, scrisse - Gilbert morì in Armuth. -
4249.
Certo professore dell'Università di Bologna, d'origine veneziana e chiamato
Bottèr (bottajo) s'era di motu proprio intedescato, preponendo
l'accento, e si faceva chiamare Bòtter. E così credeva nobilitarsi il cognome.
4252.
smiccià (romanesco) per guardare cf.
id. milanese - mezza tacca (id.) cf.
id. - er medemo (rom.) cf. el medemm (milan.) le même - sbignarsela (id.) cf. id. - coccolo (id.) carino. cf. mil. cocorà, accarezzare.
4253.
cocca mia (romanesco) = amorosa mia - coccolo (id.), carino - farsi
dare la minchionella - smargiasso - tritticà in rom.
significa tremolare; si potrebbe trapiantare nei vocabolari italiani per fare
la calza = tricoter (franc.) - quando vie' lo sbalzo =
l'occasione. -
4254.
a Roma - Aeo! è il grido degli ebrei quando comprano merce - Gnao
è il grido dei venditori di carne di carogna pei gatti - dorce la fusajja!
è il grido dei venditori di lupini.
4256.
Il Mordieu francese (antic. par la Mort-Dieu) può raff. al
romanesco pe la mordeddio! (per l'amor di Dio) - Vedi
coincidenza filosof. sulla morte e l'amore del Dio uomo.
4257.
La statistica = il biometro delle nazioni.
4258.
Moltiplicandosi le comodità, la vita divenne incomodissima. I mobili di lusso,
i tappeti, obbligano chi se ne serve a centomila seccature per non sciuparli.
Bisogna fare un viaggio per potere sputare, per trovare il cineratojo dello
sigaro; non si può, per amore degli imbottiti, sdrajarsi completamente ecc. ecc.
Evviva il semplice abete, l'ammatonato, e la paglia!
4259.
“Dell'influenza degli abiti sullo spirito nostro ed altrui” sarebbe un tema
degno di uno scrittore di filosofia morale. A parità d'ingegno, chi ha buone
scarpe, parlerà meglio perchè più sicuro di chi ne calza cattive. D'altra
parte, l'abito bello c'impedisce di far belle azioni, a compiere le quali ci
vuole, colle idee del giorno, una certa impudenza. Si noti però che l'assoluta
cenciosità ha i vantaggi della più alta eleganza - in quella maniera che
spesso, in guerra, la disperazione giovò quanto la perfetta fiducia. Diogene è,
per me, grande come Platone. - A es. dell'influenza degli abiti nostri sugli
spiriti altrui, io possedevo due paletots, uno bellissimo, l'altro assai
brutto. Andai col primo da A. - prima visita. L'accoglienza fu ottima. “Vedi
effetto del mio ingegnoso parlare!” già mi dicevo fra me. Ma l'illusione fu
breve. Il giorno seguente mi recai da A. con il brutto. Fredissima fu
l'accoglienza. E sì che incoraggiato dal precedente colloquio, aveo parlato
assai meglio. - Effetto del paletot.
4260.
Il girometta Carcano traduce Shakspeare! È il nano che vuole andare a braccetto
con il gigante. Carcano mangia cignale per ruttar lattemiele.
4261.
R.F. Il libretto delle spese di casa e particolari di un uomo è la sua
più spontanea e veritiera autobiografia. In quello dell'uomo pio, voi leggerete
elemosine, libri di devozione etc. in quello del civettuolo, nastri, essenze,
spese di parrucchiere, mazzetti di fiori etc.
4262.
Al dazio di Porta Tanaglia alla mattina, tanti passanti, altrettante bestemmie
contro la R. Dogana. E ne passeranno centomila al giorno; fate il conto voi
quante imprecazioni in un anno. - Il piccolo frodo v'[è] esercitato da tutti.
Chi ha comperato fuor dalle mure due pani di libbra, ne dà uno a qualche magutto
- passano insieme - poi lo riprende. V. il venditore di caffè a 5 centesimi, le
frotte di serve ecc., odi i morali discorsi del popolino - il generoso popolo - “Te voeut menamel?” “cosa te me
det?” “El piasè de menall”.
4263.
A Napoli, tanta era la venalità, che chi voleva esser laureato in leggi, in
medicina, in matematiche, e non l'avrebbe potuto per crassa ignoranza, vi si
recava e dava 200 lire al bidello. Il quale, tenendosene 100 per sè, passava le
altre 100 a un quidam che facea il mestiere dell'esaminando, e or sotto
un nome, or sotto un altro laureavasi qualche dozzina di volte all'anno,
annuenti gli esaminatori, terrorizzati dalla camorra.
4264.
Bastiat è il poeta dell’economia politica.
4265.
A Campo Marzio era un oste che non faceva quattrini. In un accesso di malumore,
prese un bastone, e giù, botte da orbo, ruppe tutto quanto ci avea di stoviglie
e bicchieri. Che volete? Da quel momento la sua taverna si affollò, correndo
tutti a vedere chi avea osato un tale sfracello, e la folla ancor dura. Poichè
l'ultimo gradino della cattiva fortuna, è il primo alla buona.
4266.
La plebe romana, e metto i Principi in essa, è superstiziosa al pari de' suoi
antenati latini. Essa è in continuo timore dell'affattura e del malocchio
- e per difendersene guarnisce le vesti dei bimbi e le barde dei cavalli di
pelli di tasso. - Alla vigilia del Natale, in quasi tutte le case di Roma, si
gioca alla tombola. Passando io verso dieci ore, dalla via del Giardino Papale
- via solitaria - udivo da una finestra... 50! - e dall'altra 77 - e dall'altra
ancora: quartina! - fra il più profondo silenzio.
4269.
Mastru pirsuaso (siciliano) maestro persuaso, di marito cornuto e
contento. - Le pojane (uccelli aquatici della campagna romana) rondeggiano sui
pollai (romanesco).
4270.
E la dicono aquaforte! (di aquaforte debole) - la sterile abbondanza di
Bonghi - Fanfani, delle parole - fuorchè buoni libri - può far tutto che vuole.
4271.
Monteverde modella le sue figure, non dal vero, ma sul vero, anzi nella stessa
attitudine in cui le vuole scolpire. Da quì quell'inesprimibile insoddisfazione
nel veder le sue cose, benchè, pel concetto, egregie. Il concetto, in arte, ha
poca importanza quando s'allea ad una indegna esecuzione. E sta a testimonio del
vile modellare di Monteverde la differenza che passa fra le sue teste e i suoi
corpi. Monteverde è un intagliatore in legno, non uno scultore in marmo - è un
fotografo della scoltura; è, nell'arte, un suonatore di organetto.
4272.
Faruffini - dicevami il pittore Jacovacci - venne accolto con festa dagli
artisti di Roma. La sua influenza, continuata un po' a lungo, avrebbe portato
gran benefici alla pittura Romana, l'avrebbe risanguata, e liberata da quel
mestierismo cui si va incamminando. Ma il suo spirito pazzo non gli lasciava
pace. Un dì risolse di andare in Egitto. Mise all'incanto il suo studio. Gli
artisti stessi di Roma glielo comprarono tutto. Il “Macchiavelli” trovò un
compratore a 9mila lire. Ma quando Faruffini contò il suo peculio, ed ebbe
fatti i bauli e si trovò in tasca commendatizie perfino pel vicerè dell'Egitto,
cambiò parere, dicendo di voler maritarsi. E si maritò - poi fecesi
frate - poi gittò la cocolla e fuggì da Roma, mi pare, a Perugia (?), dove
s'avvelenò.
4273.
*, generale di cavalleria italiana, già della legione Ungherese, pieno di
debiti e di corna, ha una moglie scucita assai la quale cavalca al pari di un
maschio. Questa moglie, durante una rivista, cadde di cavallo e battè nel pomo
della sella la sua desinenza in a. La portarono a casa, svenuta. *,
finita la rivista, vi accorse, e come vide che le stavan cucendo la parte, e il
dottore diceva: “è niente; con qualche punto tutto è bell'aggiustato” - “In
questo caso” - fece - “le dia, signor dottore, qualche punto di più. Non sarà
male.”
4274.
Le nugellae vulgares di Petrarca, come egli chiamava i sonetti ecc.,
sono quelle che gli diedero fama. Chi si ricorda dell'Africa?
4275.
“dopo aver appreso da tutti insegnò a tutti”. - È lode che si potrebbe
applicare anche a Rovani.
4276.
Il padre di Hayez, povero pescivendolo dell'estuario di Venezia, presentatosi
al figlio, già in fama, ne fu malissimo accolto. Querelandosene egli con un
comune conoscente, e domandando questi il perchè della cattiva accoglienza al
crudele figlio, rispose Hayez con ira: Impari ad esser mio padre!
4277.
Sistemi filosofici. Elvezio trova la causa delle disuguaglianze umane nella educazione,
Montesquieu, nel clima. - la gemmula darviniana. -
4278.
Gorini convisse coi soli morti per dei mesi di seguito. Lavorava di notte -
dormiva di giorno. E sull'alba ritornandosene egli a casa dal laboratorio,
allorchè incontrava “qualche persona viva, si tirava - diceva lui - contro il
muro con quella stessa paura che avrebbe avuta quel vivo alla vista di un
morto”. - A Torino, quando fu per sottoporre al giudizio di una Commissione
academica i suoi preparati tenea nella sua stanza da letto pezzi di gambe e di
braccia nei cassettoni e nel comodino. Sotto il letto avea poi un bimbo
essiccato - nella saccoccia dita, nel taschino del gilet bottoni
scolpiti in carni impietrite ecc.
4279.
Tale, fanatico per Rossini, non potendolo imitare nel genio, cercava imitarlo
nell'acconciatura, nelle vesti, nelle maniere. Ogni altra musica che non fosse
rossiniana, sprezzava. Lo si indusse ad udire un'opera di Verdi - il Rigoletto.
La udì, e benchè non volesse, gli piaque. Pur tuttavia, sempre fedele al suo
umore “La dicono di Verdi - fece - ma chi l'ha fatta è Rossini”. - Morto
Rossini, cominciò a deperire e presto morì.
4281.
Dimmi con chi tratti e ti dirò chi sei cf.
ghignòskon òti toioùtos esti, oìsper édetai synòn.
4282.
Le lettere di Plinio Cecilio Secondo sono modelli di adulazione. Dalle
eccessive lodi che Plinio fà a coloro cui scrive si manifesta com'egli fosse di
lode smaniosissimo. Lodava per esser lodato. - Sistema certo per riuscire.
Alcune sue lettere peraltro sono assai buone. Ad es. la x e la xii del i° libro, e la i del ii°, che
contiene l'elogio in morte di Virgilio Rufo. -
4283.
Errò Plinio, quando scrisse dei versi di Marziale “At non erunt aeterna quae
scripsit; non erunt fortasse: ille tamen scripsit tamquam essent futura”.
4284.
Le lettere di Plinio Cecilio Secondo sono anche ricche di notizie curiose sui
romani costumi. Per es. nella Lett. xiv
del 2° libro parla della claque forense detta dei sophokleìs o laudiceni, e parla del capo della claque
o mesochorus. - In altra lettera dice poi “proximis comitiis in
quibusdam tabellis multa jocularia atque etiam foeda dictu, in una vero pro
candidatorum nominibus suffragatorum nomina inventa sunt”.
4291.
Nella lettera x del libro i° di Plinio C. S. si trova il ritratto
di Eufrate filosofo, che si direbbe quello di Paolo Gorini.
4292.
Frasi egregie da Plinio C. S. “colle lodi mi fè degno di esser lodato” - “amo
troppo gli studi per non amar voi” - “lamprophonòtatos, di lucentissima
loquela”, il che potrebbe dirsi di Rovani - “e più lo comprendo più lo ammiro”
- “neque debet operibus ejus obesse quod vivit” - “amarique ab eo laboravi,
etsi non erat laborandum”.
4293.
Un libro ha tanta maggior grazia presso l'uomo d'ingegno, quanto meno ne ha
presso lo stolto. Per ottenere dunque subitanea nomea (benchè passeggera)
bisogna scrivere pei molti cioè per gli stolti: scriver stoltezze.
4295.
“Il suo verso è una spada” mi diceva tale parlando di Pietro Cossa, il versajo.
Risposi “Sì, ona spada con sù el zuccher”.
4297.
(22 Xbre 1877) Il dep[utato] Torrigiani conobbe Rossini, cui avevalo presentato
Pietro Giordani. Rossini, nella prima visita, gli parlò delle sue opere,
dicendogli che preferiva a tutte “Il Barbiere”. “Non so che cosa pagherei”
aggiunse “per averne il ms.”. Questo ms. lo possedeva allora un avvocato
bolognese, frequentatore di Rossini - Morì l'avvocato e il ms. sparì. C'erano
di mano di Rossini molte avvertenze a chi dovea cantarlo e metterlo in scena,
per es. dove compare la forza stava scritto “Mi raccomando che queste
guardie non siano troppo indecenti” ecc. - Secondo Torrigiani, la sinfonia
della Gazza ladra venne composta in prigione dove Rossini, giusta
l'usanza dei tempi, era stato rinchiuso per non avere adempiti ai suoi obblighi
coll'impresario nel consegnare lo spartito in un dato giorno. Ricorderebbe la
prigione il rullo dei tamburi con il quale s'inizia. Secondo invece Correnti
essa marcia venne detta la marcia del risotto, appunto per essere stata
scritta mentre il risotto cuoceva.
4298.
Fu un'epoca in cui ogni più piccolo villaggio avea la sua chiesa e la sua
forca. Ora la forca è sparita - sparirà presto la chiesa. - Non lo disse
De-Maistre? Il boja è un necessario sostegno dell'altare e del trono.
4299.
St. Um. Traccie dell'Um. nell'antichità. I saturnali in cui
tutto, leggi e costumi si parodiava. All these mock offices and festivals
(Saturnalia etc.) I consider as organs of the suppressed opinions and feelings
of the populace (D'Israeli Cur. of Lit.) - Cit. anche l'archimimo
che seguiva gli illustri funebri, rappresentando la persona del morto e talora
parodiandola, come ad es. colui che facendo la parte di Vespasiano, chiedeva
quanti milioni di sesterzi costava il suo funerale, e udendo dieci milioni
esclamò “dateli a me, e se v'aggrada gettate il mio corpo in Tevere”. - Cit.
anche le medaglie satiriche dei Saturnali.
4300.
S. Um. Cit. l'umorismo, spesso osceno, con cui i pittori e gli
scultori medievali sfogavano la loro critica contro la feudale potenza e la
ipocrisia monastica nelle stesse miniature dei messali, e negli ornati delle
sale e dei tempi - E ad es. troviamo dipinti quali fregi in alcuni libri corali
lupi in cappuccio di frate che predicano a pecore - o volpi che menano a spasso
beanti ochi - come nei capitelli scandalose miscee di monache e scimiotti ecc.
- (V. per l'Expression of suppressed opinion pag. 433 D'Israeli Cur. of
Lit.) - Non dimenticare i pamphlets politici ecc. le stampe
popolari...
4301.
N.U. di Lett. Raffrontare il carattere della mano a quello
dell'animo citando es. dell'ereditarismo del doppio carattere. La fisiognomia
della scrittura. “The phlegmatic will portray his words, while the playful
haste of the volatile will scarcely sketch them: the slovenly will blot and
efface and scrawl while the neat and orderlyminded will view themselves in the
paper before their eyes. The merchant's clerck will not write like the lawyer
or the poet ecc.”. Così pei caratteri delle diverse nazioni. Inoltre noi non
scriviamo nella gioja come nel dolore ecc. Vedi per gli autografi dei re
d'Inghilterra D'Israeli Cur. of Lit. 438 - e anche The
history of writing masters (id. pag. 439).
4302.
“Ora suprema”. Montaigne desiderava di esser bastantemente dotto per
formare una collezione delle morti degli Illustri (V. D'Israeli Cur. of Lit.
pag. 451).
4303.
Il verso della bosinada milanese si ravvisa anche in alcune
poesie popolari francesi, come ad es. in quella del “le faut mourir” ecc.
pubblicata nel 1658.
4313.
Van Helmont credeva di evocare gli spiriti, traendoli dalla spa-water, e di
quì forse la parola di gas, quasi ghost (spettro) ingl. - o “geist”
tedesco.
4314.
Nelle Bizz. cit. l'uomo di rame di Alberto Magno, che parlava come
se avesse lingua e cervello.
4315.
“Araldica borghese” ossia la storia delle insegne bottegaje, potrebbe
essere un librettino curioso.
4316.
Si domandava in presenza di Manzoni quale fosse la migliore
iscrizione in tutta Milano e se ne citavano parecchie. Manzoni saltò su a dire:
la migliore è quella nell'Arcivescovado “Donne non passino per questa via”.
4317.
Tale chiedeva a Correnti, per la sua traduzione del libro di economia
politica di Kern, una prefazione. Rispose Correnti: è tempo ch'io faccia
conclusioni e non più prefazioni.
4318.
tata (spagn.) papà cf. tata
(romanesco) id. - amagar (spagn.) minacciare cf. smagare (it.) impaurire.
4319.
Lo spagnuolo Iriarte è, secondo me, un egregio poeta, notevole per aver saputo
nel 1770 scrivere senza barocchismi. Le sue favole letterarie sono buone
assai; specialmente “los huevos” “el oso la mona y el cerdo” “la abeja y el
cuchillo” “el asno y su amo” - La favola poi “el raton y el gato” che Iriarte
comincia a dire tradotta da Esopo, ha questa eccellente trovata per chiusa:
“¿Qué tal, señor lector? La fabulilla - Puede ser que le agrade y que le
instruya” - “Es una marabilla; - Dijo Esopo una cosa como suya” - “Pues mire
Usted, Esopo no la ha escrito; - Sali[ó] de mi cabeza” “Donque es tuya?” “Sì,
señor erudito - ya que antes tan feliz le parecia - Critiquemela ahora, porque
es mia”.
4325.
Barros, autore portoghese, loda i “vantajems de la paz” e dice che la
guerra è indegna di un principe cristiano, ma poi aggiunge “en não intendo aquì
da que se faz aos infieis e inimigos de nossa sancta fe, porque esta, sendo
justa e proveitosa e haz grande louvor ao re christão...” - Bella logica!
4327.
“Per guarì la toss ghe voeur el decott de violett” dicono in inverno le
medichesse - del popolo milanese - intendendo che dalla tosse non ci si libera
se non col venire della primavera. Ma il popolo che piglia le cose alla
lettera, fa essiccare le violette e le serba per farne d'inverno il decotto.
4329.
[La nota, di 5 righe, è abrasa dal ms.].
4330.
Grumete (portogh.) Schiffsjunge cf.
groom (ingl.) garzone - en tautò cf. intanto - oudéna gàr ànthropon despòten allà
toùs theoùs proskyneìte (Senofonte) cf.
il but ingl. e il domà mil. o il ma ital. dantesco -
avversativo.
4335.
il sale della Terra = gli uomini di genio.
4336.
Coincidenze strane. Il dì della morte della S.ra Allievi moglie
del deputato e prefetto, uno de' suoi figli, il minore, era a pranzo dai S.ri
Maraini, mentre la madre stava per entrare in agonia. Era un pranzo
naturalmente silenzioso, e le vivande tornavano in cucina appress'a poco
com'erano venute. A un tratto nel silenzio si udì uno squillantissimo tin. Un
calice di vetro sulla credenza s'era spezzato da sè. Maraini guardò l'orologio.
Eran le 7 e 32 minuti. E appunto a quell'ora e a que' precisi
minuti la bella e gentile Allievi spirava. - Altra coincidenza spiritica
avvenne alla morte della madre della S.ra Adelaide Maraini. Una rosa
bianca posava nella camera dell'agonizzante in un bicchiere sul tavolo. A un
tratto cadde sfogliata. La vecchia Signora era morta. - Il dì 9 gennajo 1878
morì Vittorio Emanuele II e appunto il 9 gennajo di qualche anno prima era
morto Napoleone III, l'altro dei due compari come diceva Pio IX.
4337.
Vom politischen Kolosse, der jetzto auf den Ufern zweier Jahrhunderte steht. È
Richter che parla di Napoleone I. cf.
Manzoni... due secoli l'un con l'altro armato... ed arbitro s'assise in mezzo a
lor.
4338.
In me i pensieri appajono solo nelle tenebre della notte, come il fuoco. Viene
il giorno ed io più non veggo che fumo.
4341.
Nessun frizzo se non una volta, e per non ricaderci lesse i quattro evangeli
(id.) [vita di Didimo Chierico di Foscolo] (eppure nell'Ev. c'è il
famoso frizzo del Pietro su questa pietra ecc.).
4344.
Tutto in germe esiste ab aeterno - vi ha l'atomo di materia e l'atomo di
pensiero, se però non è stolto il riputarli due cose diverse. Il progresso
risulta solo dalle idee, tenebrose prima e confuse, le quali vanno man mano
schiarendosi e determinandosi, fino ad assumere matematiche forme.
4348.
Magnifico tema di gruppo statuario sarebbe Manzoni ottenne in braccio di
Beccaria. - Poichè Manzoni si ricordava delle coscie cicciose del nonno da lui
spesso accavalciate per ottenere il cioccolatino.
4349.
(9 gennaio 1878 ore
2,30 pom. “morì - Vittorio
Emanuele II - di stirpe sabauda - di pensiero italiano - [rasura nel ms.]
galantuomo [rasura nel ms.].
4351.
Fra le lettere notevoli di Plinio il giovane la 8a del Lib. viii in cui è descritto il fonte
Clitunno - bellissima - la 5a stesso libro, in morte della moglie di
Macrino, assai buona - la 23a stesso libro, consigli a Massimo - la
28a libro 7° in cui si scusa molto bene del troppo lodare gli amici.
-
4355.
velut cumbula (Plinio S., comasco) cf.
comball barca oneraria del lago di Como.
4356.
Le favole d'Iriarte meriterebbero di esser voltate in italiano.
4357.
Descrivere cose odierne con frasi vecchie, gli è come fare il ritratto di un
contemporaneo abbigliato all'antica.
4361.
Alcuni entrano nella gloria per assedio, altri per assalto. Rov. è dei primi,
Byron dei secondi.
4362.
La luna piange argento sui campi.
4363.
albondiguilla, o meglio almondiguilla mandorla (spagn.) cf. mondeghiglia (mil.) - algazara, grido
di gioja dei Mori in imboscata - cf.
(ital.) gazzarra - las mohinas (spagn.) fâcheries, moine - pito
spag. (i voc[abolari] dicono “specie di uccello”) cf. pito (piemontese) tacchino -
4377.
I tre grandi argomenti nella vecchia educazione erano Dio - il Diavolo - e il
bastone.
4378.
La civiltà prima distinse il primitivo modo di vita, uno per tutto (come fan
fede gli avanzi etnologici che si scoprono nelle palafitte e nelle caverne
d'Europa, simili alla barbarie vivente nell'interno d'America e nella Oceania),
in mille modi - poi tendette a confonderli, verso il grande suo scopo “la
massima unità nella maggior varietà”.
4381.
Dopo Orvieto sono monti brulli e giallicci con su tuguri dello stesso colore -
come i bachi del cacio concolori a quanto è loro e casa e vivanda.
4382.
Richter è l'unico autore che possa farmi ancor piangere.
4383.
Roma è città internazionale, veramente cattolica. A Roma non trovi il pettegolezzo.
Essa possiede il cosidetto uso di mondo, il savoir faire, e meglio il lasciar
fare, la tolleranza per l'opinione altrui, il facile adattarsi ai modi non
suoi, anzi la filosofica indifferenza, anzi lo scetticismo di chi viaggiò molto
e molto mondo conobbe. Nè ciò perchè i romani abbiano effettivamente viaggiato:
la maggior parte non oltrepassò i colli Albani, ma perchè Roma fu viaggiata
da tutto il mondo, il che torna lo stesso.
4384.
Incominciai nel 1877 a studiare il russo - ma poi, riflettendo che ciò non
varrebbe nella mia biografia, se mai sarò degno di averne, se non una linea di
più, mentre, impiegato nell'italiano quel tempo mi frutterebbe forse una pagina
- abbandonai le steppe della cosacca letteratura, senza aspettare che per me vi
nascesse qualche tisico fiore.
4385.
Il pittore Ferrari, di Roma, lodando una signorina impareggiabile, diceva “è
una fanciulla ineguale”.
4386.
Cadendo l'aristocrazia, cadendo il clero, fu necessario allo stato di un nuovo
corpo che avesse fortissimo interesse di sostenerlo e però fu creata “la
burocrazia”. Per contrafforto alla quale si trovava poi anche, in questi ultimi
tempi, il corpo de' creditori. Lo Stato cioè s'indebitò co' suoi
sudditi, aquistandosi in tal modo migliaja di voti di lunga vita e fortuna. -
Nota però che il sistema puntellativo del debito pubblico ebbe origine da
Cesare, quando con una mano indebitossi con tutti i centurioni per renderseli
fidi, mentre con l'altra, prodigando ai militi i denari mutuati, si fè amici
anche quelli.
4400.
Plinio Secondo nella sua 62ma lettera a Trajano fa cenno delle
cosidette conche (ritrovate poi da Leonardo) dicendo “cataractis aquae
cursum temperare”.
4401.
L'epistolario di Plinio, pregevole sotto molti rapporti, è però una continua
adulazione all'autore e agli amici dell'autore (V. ad es. L. IX, lett. 23).
Così Plinio rompeva continuamente le scatole a detti amici inviando loro i suoi
ms. da leggere e da annotare e dimandando il loro schietto parere. Guai
peraltro se osavano non trovare i suoi lavori ammirandi! (Vedi ad es. L. IX,
lett. 26) - Quanto al Panegirico di Traiano - è concettosissimo, e
benchè difetti dell'onda poetica, appunto pel troppo sminuzzamento di frase, è pregevole
- rettoricamente - assai. Inoltre è una finissima adulazione.
4402.
Nel panegirico di Trajano, Plinio, facendo l'elogio della moglie e della
sorella dell'imperatore dice “quo quidem admirabilius existimandum est quod
mulieribus duabus in una domo parique, nullum certamen, nulla contentio est”.
4403.
Che fotte! (mil.) che sciocchezze! - non da fottere, coitare, ma
da fautes (franc.) errori, bevute.
4404.
A proposito della malaria che dicono dominare in Roma, potrebbe averci un po'
colpa la stessa Roma, e non la sola campagna romana. Roma infatti è un immenso
cimitero in cui sono sepolti milioni e milioni di uomini. Il suo terreno non è
che una puddinga di cocci fittili, d'ossa, di carboni.
4405.
1878. 7 febbraio giovedì. Ore 5,45 pom. Morte di Pio IX. - 1878. 20 febbraio.
Elezione del Cardinale Gioachino Pecci a papa Leone XIII (già eletto fin dalla
sera prima).
4407.
Wisst ihr denn nicht, dass es eine Zeit gibt, wo die Phantasie noch stärker als
im Jünglingsalter schafft, nämlich in der Kindheit worin auch Völker ihre
Götter schaffen und nur durch Dichtkunst reden? (id. [Richter]) Ai bimbi
giovano quindi pochissimo i così detti balocchi fabbricati e venduti nelle
botteghe. I bimbi hanno ubertosissima la fantasia. Cangiano tutto ciò che
vogliono in un balocco - ed ogni balocco in quanto fantasticano. Aber an
reicher Wirklichkeit verwelkt und verarmt die Phantasie, mithin sei jede
Spielpuppe und Spielwelt nur ein Flachsrocken, von welchem die Seele ein buntes
Gewand abspinnt (id.). La fantasia del bimbo vuol migliorare il balocco. Se
questo non è migliorabile, essa se ne stanca e lo abbandona. Reicht ihm (dem
Knaben) nicht die Eier bunt und mit Gestalten übermalt, sondern weiss; sie
werden sich aus dem Innern das bunte Gefieder schon ausdrü[c]ken (id.).
4413.
La danza è una inudibile musica; la musica una invisibile danza.
4414.
Più l'età avanza e più le fibre si fanno impervie alle sensazioni esteriori. E
così avviene anche moralmente. Le nuove idee non possono essere accolte dalle
coriacee intelligenze dei vecchi.
4415.
La natura ci fece tutti necessariamente contenti della rispettiva
individualità. Se ai voti di molti di vivere in altri tempi o in altre persone
fosse posto il prezzo della perdita della propria individualità,
deprecherebbero tutti i loro voti. Nessuno vorrebbe esser altri.
4416.
Le guerre nazionali sono scellerate nè più nè meno delle civili.
4418.
Stiefelknecht, cava stivali prop. servo degli stivali. E poi dicono che
la lingua tedesca è ricca!
4419.
quando gli stomaci degli uomini erano cuochi a sè stessi... (ossia non si
facevano cuocere i cibi ma li cuoceva lo stomaco).
4423.
Col fonografo si potranno forse in avvenire anche imma[gaz]zinare le voci -
farne, per così dire, una biblioteca. E però, dopo qualche secolo, se mai
qualcuno desiderasse di udire il canto della Patti che deliziava le orecchie
de' suoi trisavoli, non avrebbe a far altro che sprigionare i raccolti suoni
dal relativo rubinetto. E così il nipote potrà udire i consigli del nonno, e
l'uomo fatto schifosamente prudente, le sue stesse generose aspirazioni di
gioventù, ecc.
4424.
Psyché, anima cf. zuca
(mil.) per capo - il contenuto e il contenente.
4425.
Di faccia a Campione (lago
di Lugano) è un'alta montagna, che
vista appunto da quel paesello, presenta lo stesso profilo del Duomo di Milano.
Il che è una prova non lieve della paternità attribuita ai Maestri Campionesi
del nostro Duomo. L'imagine lungamente veduta dal bimbo non può non avere
echeggiato, nella fantasia dell'uomo, guidando così la sua architettonica mano.
4426.
Un cane era stato colpito in una osteria da una forchetta che gli aveva ferito
una zampa. Ogniqualvolta si diceva: e in quell'osteria... vero?... forchetta? -
il cane dava in un lamento alzando la zampa. - Altro cane, e questo di razza
del S. Bernardo, quando vedeva bambini senza bambinaja, li abboccava
delicatamente per la cintura, e su, li portava via volendoli come condurre a
casa.
4427.
L'abate di Saint Pierre, inventore della parola bienfaisance, scrisse un
Progetto di Pace Perpetua coll'arbitrato internazionale, il quale fu definito
il sogno di un galantuomo... E così scrisse una “Proposta di ricoveri
per mendichi”, ora applicata agli ospitali e agli accattoni - e osò trovare,
fra i primi, assurda la venalità delle cariche, proponendo i concorsi e la
proporzione del merito - e voleva estese alle campagne le scuole primarie con
maestri stipendiati ecc. Saint Pierre era ai suoi tempi un utopista - ma molte
delle sue utopie sono oggi - mercè sua - una realtà.
4428.
*, grande affarista, tiene per massima che “tutti i contratti son buoni”, basta
farli diventar tali, e ciò, colle liti. Quindi * accetta a qualunque patto un
appalto, poi litiga fin sulle virgole, ed è di una tale cavillatoria finezza da
insaccare una tribù di curiali. Notiamo però che dove la ragione gli cala,
l'oro completa il peso. Nella fabbrica del Palazzo delle Finanze in Roma,
deliberata a lui per 7 milioni, * fece 114 cause, e finì per tirare il
contratto a milioni 12. L'ottantenne Talabot, altro grande intraprenditore,
scaltrissimo genio più che ingegno della speculazione, dice, che niuno saprebbe
ingannarlo, fuorchè *.
4429.
Ai dì nostri per potere esser onesti, bisogna almeno possedere 6 mila lire di
reddito.
4430.
In generale, le inchieste sulla convenienza o meno della ingerenza dello Stato
in particolari Istituti o Industrie conducono sempre a un risultato negativo.
Il lasciar fare è il gran precetto della economia e della politica
odierne, le quali, esperimentati tutti i sistemi, cominciano a capire che il
migliore di tutti è il non sistema. La civiltà ritorna l'uomo allo stato
primitivo, colla ricca dote peraltro della ragione di cui non possedeva sul
primo che l'iniziale centesimo. E anche lo Stato è un inutile lusso. Sia
Stato ciascuno a sè stesso nell'immenso ambiente della immortale e senza
confini Umanità.
4431.
C'est ça (franc.) (è ciò) semipleonasmo affermativo trova un riscontro
nel milanese e nel
romanesco se sa (si sa) di
pari valore nel dire e di quasi identica pronuncia.
4432.
Tengo estremo bisogno per ritornare d'ingegno di ridiventare ignorante. - Molte
volte gli amici mi lodano, mi fanno, come dicono loro, luce. Ma la spesa
dell'olio e delle candele la faccio poi sempre io.
4433.
Spesso, in Arte, il buon gusto non si accorda col buon senso.
4434.
C'era una volta un cuculo e un usignuolo che contendevano per la precedenza nel
canto. Chiamarono a giudice un asino. L'usignolo sprigionò dalla sua armonica
gola le più squisite e variate note: il cuculo non cucolò altro che il suo
cu-cu. E l'asino allora sentenziò che se il primo dava un certo gusto co' suoi
trilli e le sue fioriture, lasciava però troppo a desiderare quanto alle
regole: mentre il cucolo invece, oh il cucolo! quello sì che cantava con
simmetria e sistema... E diede la palma al cucolo. Alle orecchie d'un Critico,
il Grammatico vincerà sempre il Poeta.
4435.
Frasi romanesche - co' la giacchetta che nun sente messe (abiti del dì di
lavoro) - co' quelli giochi d'aqua in de la gola (scrofole) - allattàlli,
smerdalli (intendi i figli) - una gialloffia (donna giallastra).
4436.
cf. Er rosario in famija
sonetto di Belli col Miserere di Porta. Così pure Le lingue del Monno
- e il sonetto l'Arisposta tal e quale colla lettera di Monsig.r
Nuzi nel Meneghin biroeu di ex monegh.
4437.
schiappino (rom.) una s'ceppa (mil.) (s'intende nel gioco) - pivetta
(rom.) pivella (mil.) puella (lat.) - sborgna (rom. e
mil.) - er nibbio (rom.) nibi (mil.) (di chi ha i capelli incolti
e ingarbugliati) - dar sotto (rom. e mil.) (ossia mettersi a mangiare
con brio) - o de riffe o de raffe (rom. e mil.) (ossia, in una maniera o
nell'altra).
4438.
“Monaccallà so ffatti li bottoni” parole colle quali a Roma la plebe burlava li
giudii. - Vetture ppe Tivoli, Subiaco e tutto er monno (Sempre l'antico
urbs et orbis) - Brega di Piazza Farnese, personaggio ridicolo di cui non si sa
più che il nome.
4439.
bbazzoffia, in romanesco, significa tempo medio tra il buono e il
cattivo. - cf. bazzotto che
in italiano vuol dire, ovo fra il sodo ed al latte. - pasciocca rom.,
ragazzoccia - picchietta rom., ragazzetta. - spaternostrare.
4440.
Truffes cf. tryphàn,
schwelgen, schmausen.
4441.
L'Abici è il libro in cui si trova la più riposta sapienza e la maggiore
quantità di idee.
4442.
The mob (ingl. - plebaglia) cf.
mob-ile vulgus, detto Mobil sempl. da Chaucer. - Chap
(ingl. crepaccio, apertura) cf. ciap
(mil. chiappe, natiche) - id. fesses (franc. natiche) cf. fesso (it. buco, apertura) - spleen
cf. splendida bilis
(Horatio) - splànchna, interiora. - tatter (ingl. cenci) cf. tatter (plurale di tàttera,
mil. - baldracca plebea, quadrantaria).
4443.
Darebbe certo un impulso nuovo alla Letteratura italiana chi sapesse tradurre e
riunire “Le Gemme dei Grandi Umoristi stranieri” tolte dal giullare Rabelais
“ce fou si sage”, dal terribile Swift, dal sentimentale Sterne, dallo
stranamente sublime Richter, dal minuzioso Lamb, da Erasmo, Luciano, Aristofane
ecc. ecc.
4444.
The tale of a tub di Swift è un miracolo di umorismo e di acutissima
satira. Eppure è figliata dai grandi papà Erasmo e Rabelais.
4445.
In quella maniera che per riuscire a ben scossi e fruttiferi coiti è necessario
di prepararvisi con una prudente astinenza; così ogni opera eccelsa di Arte
richiede un precedente riposo mentale.
4446.
Momo, il primo dei critici e dei satiristi. Cit. anche Tersite e Zoilo.
4453.
Quanto tempo stai fuori? (stet via) chiese un amico ad altro amico che partiva
per un viaggio. E questi: sto fuori (stoo via) trecento lire. -
4454.
Una bambina fu dalla balia condotta a due anni alla mamma, che non avea ancor
vista. La mamma era un donnone. La bimba, vedendola, esclamò: quanta mamma!
4456.
Il bacio della donna che ama, morde.
4457.
Bisogna pure saper scrivere bene, per scrivere male come sa il Dossi.
4458.
(V. 3496). Fra i progetti letterari - terrei anche quello di un libro
intitolato briciole letterarie - che sarebbe una raccolta di tutti que'
fuggevoli componimenti dei grandi scrittori non mai passati alle stampe, benchè
talvolta importantissimi alla storia dei tempi e dell'animo di un autore. Fra
questi componimenti sarebbero a porsi - l'Ira d'Apollo di Manzoni - i
due sonetti contro Cantù e Maffei di Correnti - il sonetto di Papa Alessandro
di Rovani - la satira: On certo sur Giovann cont el Battista di Raiberti etc.
etc....
4459.
[La nota, di 2 righe, è abrasa dal ms.].
4460.
Un modo umanitario di utilizzare il deserto di Sahara sarebbe quello di
adoperarlo come il terreno dove soltanto si avessero a definire i duelli fra le
nazioni. Rimarebbero così illese le terre innocenti, e la sabbia ingrassata
dalle umane carogne diventerebbe fruttifera.
4462.
Cattaneo scrisse versi satirici, ed anche lubrici, in milanese - posseduti ora
da Bertani. Di lui esiste un sonetto contro Cantù motteggiandolo perchè in un
articolo abusava della parola coso. “Cosa l'è sto coso?” gli domanda
Cattaneo, e dopo di avere passato in rassegna il vario valore della parola,
conchiude, dicendo: E coso el voeur dì cazz: Saravel lu? - Scrisse anche versi
a proposito dell'allargamento della Corsia de' Servi: “Invece de slargà, quella
di serv - l'è minga mei de streng quella di damm?” (Questi versi peraltro vanno
ricorretti).
4463.
Fu dimostrata teoricamente, non so da chi, la possibilità dell'esistenza
perpetua delle persone degli avvenimenti storici. La luce di Sirio ci mette
circa 9 anni a toccare la terra. Dato che in Sirio fosse un essere dotato di
una facoltà visiva capace di arrivare alla terra, è certo ch'egli ora
assisterebbe agli avvenimenti terrestri di nove anni prima. Prendendo poi,
collo stesso supposto, un altro astro ancora più lontano, si vedrebbero fatti terrestri
dopo intervalli maggiori ancora di tempo; e così via, si arriverebbe
nell'infinito campo dei cieli a località dove apparirebbero ancora le figure di
Cesare - di Alessandro - di Serse - Mosè - Noè ecc. ecc.
4466.
Epig[rafe] al progetto di concorso per una Scuola pubblica da costruirsi in
Milano, - presentato dagli ingegneri Zanotti e Pisani - Scuola sarà, se non ad
altri, a noi.
4467.
Klopstock offrì un ducato per ogni errore di stampa che i lettori trovassero
nel suo Messia. Ciò spinse il pubblico a comperare il libro e a leggerlo
con attenzione.
4468.
L'arte di un autore, sta nel cancellare.
4469.
Il cavaliere R. stramilionario sosteneva che tutte le donne cedevano a lui - e diceva il suo metodo. Egli
cioè pedinava qualche bella ragazza in istrada, susurrandole crudamente: per
dieci lire me la dai? A questa profferta il più spesso riceveva una repulsa e
qualche volta uno schiaffo. Ma egli senza scomporsi seguitava: e per venti? E
se la ragazza rispondeva: neanche per mille! egli tosto: e per 2000? - E così
via, si finiva ad arrivare a quella somma alla quale la ragazza cedeva.
Aggiungeva il cavaliere R. che la maggiore onestà ch'egli avesse trovato a Milano
era di 50.000 lire. Tutte cedevano. Era questione soltanto del prezzo. Con 5
lire, una prostituta: con un milione Lucrezia. Lucrezia è dunque 200.000 volte
più puttana della puttana da 5.
4470.
Nelle malattie si comincia in principio a valerci dell'opera del medico di casa
- solitamente il cosidetto rosto. Aumentando il male si va a domandarne
uno migliore. Quando poi non c'è più speranza vada todos si chiama il
medico di cartello, il quale, com'è naturale, non arriva che a tempo di insaccocciarsi
il suo pesante cartoccio.
4471.
L'amore vive non solo di sentimento ma di bistecche.
4472.
Leggendo la lunghissima lista delle indulgenze concesse dalla Chiesa cattolica
ai peccatori, bisogna esclamare “non sono bastanti peccati a tanta indulgenza”.
4473.
Dei fiorentini che si mangiano il c iniziale diceva un milanese “quand
disen cacca l'han già mezza mangiada!”
4474.
I razzi artificiati inclinano il capo a dare un'occhiata al pubblico che li
ammira.
4475.
Tranquillo Cremona avea un elmo, che s'imponeva in testa quando andava al cesso
di notte, incastrandovi al posto del pennacchio un moccolo acceso. - Diceva che
i giornali gli servivano per 3 usi - I° - per lettura - 2° per calze - 3° da
forbitojo - L'epoca della sua massima miseria fu a Porta Nuova. - Sulla porta del suo studio in via
Solferino (e allora si trovava meglio di finanze e di voglia di lavorare) aveva
scritto: “sono pregati, specialmente gli Amici, a lasciarmi Tranquillo” -
4476.
Un maggiore di cavalleria uscì una volta a dire in una compagnia di ufficiali
di aver impiegato un'ora di cavallo da Novara a Milano. Di lì grasse risa in un
medico militare che lo udiva - e battibecco, concluso dal maggiore con queste
parole al medico: parli lei di salassi e non di cavalli. - Il medico se la legò
al dito, e dopo qualche giorno raccontò alla medesima tavola di aver assistito
ad un parto fatto non col davanti ma col deretano. Fu allora la volta di
beffeggiarlo al maggiore che si pose a osservare: e jeri l'altro Lei trovava
che io le sballavo grosse. Altro che la mia ora da Novara a Milano! Ma il
medico seriamente: scusi - ma di queste cose Lei non può intendersi. D'altra
parte le faccio osservare che passa assai meno distanza dal culo alla frigna
che non da Milano a Novara. - Raccontata un po' meglio, può andare.
4483.
Generalmente, nelle Lettere, la temporanea e brillantissima fama è di essenza
contraria alla durevole dal severo splendore - come il tratto di spirito
d'attualità il quale ha sempre maggior successo del tratto di spirito eterno,
riflettendo l'uno le persone, l'altro l'umanità.
4484.
Interessantissima nella Tale of a Tub di Swift è la sezione IX intorno
alla pazzia. Può servire alla Pref. delle Bizz.
4491.
Le razze come gli individui hanno una meta limitata, raggiunta la quale si
fermano indefinitivamente in essa, finchè non siano distrutte dal contatto di
altre razze dotate di un'energia superiore. Sono esempio i Chinesi, gl'Indiani
dell'America, l'Africa negra - che stazionano da secoli. Or quale sarà il
limite nostro? e dinanzi a qual razza dovremo sparire?
4492.
Degno di lagrime è colui che, rileggendo le sue lettere d'amore e d'onestà
scritte da giovane a traditrici e bricconi, esclama “sciocco, ch'io fui!”
4493.
Leopardi - come narra a voce il Ranieri - sgridava rozzamente i suoi villici,
se non si levavano, nell'incontrarlo, nel più umile modo il cappello. Va e
fidati poi dei poeti sentimentali e piagnoni!
4494.
(1878 9 febbrajo) Addio buona simpatica casa Maraini! È l'ultima sera che t'ho
veduta. Io non so nè parlare nè tacere. Se da Correnti passo per uno che cela
la propria stoltezza in un implacabil silenzio, quì pensano forse che non so
pure nasconderla. C'erano, questa sera, oltre i padroni, il S.r
Gnecchi console d'Italia a Lugano e il deputato Giuseppe Mussi - faccia da
beato fattore. Quando entrai, il discorso si aggirava sul Papa. Dal Papa passò
presto all'Italia e quì le solite nenie sulle tristi condizioni intellettuali
degli italiani - che, certo a giudicarne da chi parlava, erano vere. Mussi si
diè a confrontare la vecchia e la nuova generazione, trovando che questa non
avea rigoglio. Io gli dimandai che intendesse per nuova e per vecchia - dove l'una finisse e cominciasse
l'altra? Non si compenetrano
forse? La vera nuova generazione non potrebbe essere ancora che nelle fascie e
nel cercine o tutt'al più sui panchi di scuola - ma di essa, come fare un
pronostico?... Del rimanente i conti di una nazione debbono farsi in base ai
nomi dei grandi contemporanei che ella possiede - e questi nomi non mancano. -
Allora Maraini riappiccò la sua eterna sonata sulla supremazia intellettuale
della Germania a confronto dell'Italia, dicendo che bastava dare un'occhiata
alla voluminosa bibliografia tedesca per esserne persuasi. - Stampano molto,
diss'io, ma il molto non significa il bene. In generale si stampa solo
ignoranza. Odiosi peraltro sono i confronti. Ammetto grandezza in Germania, ma
voi non la negate in Italia. Buona è la birra ma il vino è migliore. - E chi ha
mai dato l'Italia in questi ultimi tempi? - chiesemi il Mussi. - Cominciai a
citare i politici ed i guerrieri come Cavour e Garibaldi che hanno compiuta
un'opera colossale - a citare i letterati e gli artisti come Manzoni, Rossini,
Verdi... - No no - interruppe il Mussi - sono gente di un'altra epoca (!) -
citai allora Gorini - sorrisero di dispregio - nominai Negri, lo dissero
scrittore di 4° ordine - nominai Rovani - Quì la bufera si scatenò. Il
sciocchissimo Mussi si diede a latrare che Rovani non è un pensatore, che ha
fatto un romanzo che non è storia, nè descrizione, nè archeologia nè ecc. e
così Maraini. Giurerei che nessuno l'ha letto. Le orecchie mi si cominciano a
scaldare. Difendo come posso il mio amato, ma la passione a poco a poco strappa
le redini alla ragione. Io non sono più mio; sono dell'estro. Per tutta
risposta, Mussi osserva sprezzatamente che Rovani è un povero ingegno
secondario. Io balzo in piedi e grido: non resto più quì - e infilo la porta.
Maraini e la S.ra Adelaide mi corrono dietro. Io, via. E vogliono
che io seguiti la mia carriera da diplomatico! Domani dò le mie dimissioni.
4497.
occhio d'erede - ossia occhio di odio - Gli impiegati si guardano tutti fra
loro con occhio d'erede.
4498.
17 giugno 1877. I° contatto colla Nina B. - 7 luglio al 12. 2° contatto colla
stessa. - 27 luglio 3° contatto, quindi gonorrea. - Tra il primo e il 2°
contatto la medesima Nina confessò di averne avuti con altri [segue
un'intera riga cassata]. E io intanto - scemo! - le parlavo di amore, e
m'illudevo di ritornare una traviata sul sentiero dell'onestà.
4499.
La Scienza, la quale ogni giorno scopre nuovo terreno e ne prevede infinito, ci
dice, che non vi ha nulla che più si avvicini al vero dell'idealità e nulla che
più se ne allontani della realtà.
4500.
1878. Ci lamentiamo che l'Arte italiana faccia cattiva figura all'esposizione
internazionale di Parigi. Di chi, in gran parte, la colpa? Del Ministero
italiano. E difatti il Ministero francese potè rendere splendide le mostre sue,
semplicemente staccando dalle pareti delle sue sale e mandando all'esposizione
i quadri che egli avea commessi nell'ultimo decennio ai migliori artisti della
Francia. Il nostro invece che potè fare? Egli si trovava le sale tappezzate da
scarabocchi - non un Morelli, non un Cremona, non un Bianchi, un Fracassini, un
Faruffini ecc. - non si trovava che quadri commessi per far mangiare artisti e
non per accrescer gloria all'Italia. Diramò, è vero, una circolare ai Professori
delle sue 11 academie invitandoli ad esporre qualche loro lavoro eseguito dal
1867 al 78. Non risposero che pochissimi. Ora, una delle due, o non fecero,
que' Professori in questi dieci anni, nulla, o ritennero inesponibili, come
infatti sono, i loro lavori. Con questi stolti professori che scolari si hanno
da avere? - E pazienza poi che il Governo si mantenesse neutrale fra l'Arte e
l'Academia sua naturale nemica - ma no - egli ha accordato ultimamente a
quest'ultima 600.000 lire. - E aggiungi che quando manda per sua alta
generosità qualche giovane a studiare a Roma gli dà un sussidio di 120 o 150
lire al mese. Or come volete che il giovane possa avanzare in un'arte, che a
farla bene, ha necessità di quella gran spesa che sono i modelli? Il governo
riesce a fare, non dei pittori, ma dei frequentatori di bettole.
4501.
Entravano le Loro Maestà Imperiali di Austria in Milano. Un birichino gridava
Viva l'imperator! - Airoli gli lasciò andare uno schiaffo. Ma in quella si vide
notato da una spia. - E l'imperatriz dove te la lasset? - aggiunse egli tosto
al birichino, con uno zelo tutto austriaco. E la spia sorrise e Airoli fu
salvo.
4502.
12 aprile 1878. Catacombe di S. Agnese - Epitafio di una matrona romana che visse
32 anni e mezzo, e 12 col marito - in pace (l'in pace appiccato al 12
col marito dà luogo ad un maligno commentariolo). - E così altro epitafio di
una bimba di due anni meno due giorni - vergine (ossia dedicata dai parenti fino
da bimba alla verginità). Bel elogio alle romane d'allora.
4503.
In amore una perfidia ne fá cento. Una ragazza ama la prima volta di pieno
cuore, ed è tradita. Probabilmente assai, il suo vino si muta allora in aceto -
e giura di vendicarsi del fattole tradimento sul nuovo amante. Dato ora che
questi la ami davvero, e poi si vegga tradito, farà come lei e sfogherà la sua
ira sulla sua prossima amante - e così via.
4504.
Nelle Bizz. citare l'avvenire dell'ottografia - del telefono - coi
deputati che faranno il Parlamento da casa, e colle voci delle prime donne
immagazinate - citare il teleg[rafo] senza fili fra montagna e montagna - la
navigazione aerea - il modo di comunicare le nostre idee ai lunari per mezzo
della geometria ecc. ecc.
4505.
Quando Depretis era prodittatore a Napoli tutte le mattine entrava in una gran
sala e ne faceva il giro raccogliendo le petizioni e i reclami dei moltissimi
che lo attendevano disposti a catena lungo le quattro pareti. Un giorno gli
venne presentata una petizione da un uomo silenzioso. Fece per passar oltre.
“Si fermi, Eccellenza” esclamò con preghiera un altro uomo che stava presso al
tacente. Depretis sostò e quello si pose a perorare in propria persona la causa
di un povero diavolo (che Depretis credette lui) con tanto calore e tanta
abilità che il prodittatore intenerito: “farò quanto posso per voi - datemi
intanto la petizione”. “Eccolo qua il richiedente” rispose l'altro - “Io non
sono che l'oratore”. - Era uno che per una lira s'investiva della parte di chi
voleva ottenere qualcosa per mezzo del pàthos - delle narrazioni
patetiche. Era un grande avvocato che non avea dormito all'Università.
4506.
1878 24 marzo. Mia conoscenza nello studio di Jacovacci con Teresina *, di 19
anni (dice lei) modella. È una magnifica ragazza - di elegantissime forme -
bruna e colle ciglia nerissime. La dicono peraltro scopata da tutta
Roma. - Entrato in conversazione [rasura nel ms.] seppi da lei e da
altri come la S.ra Maraini scultrice l'avesse a 12 anni pigliata con
sè, e usandone come modella, la facesse insieme educare, allo scopo di
maritarla a qualche brava persona. Ma la Teresina avea un infame padre, beone,
cui non bastavano le 5 lire al giorno che gli passava la Maraini, perchè le
lasciasse a lei sola la figlia, ma conducevala a esporre le sue nudità nei vari
studi di pittura e scoltura, battendola poi se non gli guadagnava de' scudi. A
Teresina mancava un mese a raggiungere i 13 anni e non avea ancora vedute le
sue lune sanguigne, quando suo padre per 500 lire la lasciò sverginare dal
principe ** di Roma. Da quel punto la Teresina fu perduta. Il padre di lei la
obbligò a lavorare col suo bel corpo, a contaminarlo in ogni maniera. Oggi la
ragazza ha 19 anni e ne dimostra, alla carnagione - 30. Gli artisti ne usano
ancora perchè è dotata di forme degne del pennello e dello scalpello. Ma fra
poco anche questa fonte di lucro le cesserà. Farà ancora per un po' la puttana
- dalle 10 passerà presto alle 5 lire, alle 3 alle 2 - diventerà una ruffiana -
e finirà su un giaciglio all'ospedale. Muoja giovane! Ecco l'augurio il più
amico che le si possa fare. [La nota nel ms. continua per altre 23 righe
abrase].
4507.
Vi ha chi nel discorrerti insieme ti sbottona e ribottona il soprabito. Dopo un
paio di colloqui con tale, bisogna mandare l'abito al sarto. - Vi ha chi nel
passeggiare con te, ti spinge a poco colla sua spalla sull'altro lato della
via, per poi risospingerti su quello di prima - vi ha chi ti affolla delle più
insulse domande senza attender risposta. Es. Pertusati e Vittadini.
4508.
orgie di studio dalle quali mi alzavo esaurito.
4509.
La Malibran morì a Sinigaglia dove cantava durante la fiera. Avea sempre
intorno 4 o 5 vecchi ricconi, lauti pagatori - quasi tutti veneti. Quando morì,
tant'era il fanatismo per lei che la sua mobiglia fu disputata a prezzi
favolosi fra i suoi ammiratori. Si pagò 20 scudi l'uno ogni coccio del pitale
dove avea per l'ultima volta pisciato. Tale diede 100 scudi pel cannello
d'avorio del clistere di lei, affine di farsene un bocchino da pipa. Un suo
voluttuoso canapè con molle stanche salì a una cifra enorme.
4510.
Es. di titoli barocchi di libri di chiesa - Calamità de' cuori, ossia la
vita di Gesù nel ventre di Maria di Luigi Novarini. - Les Alumettes du
feu divin pour faire ardre les coeurs humains en l'amour de Dieu - Le
royal Syrop de Pommes. Antidotes des Passions mélancoliques - Lunettes
spirituelles pour conduire les femmes réligieuses dans le chemin de la
perfection - L'oreiller spirituel, nécessaire à toutes personnes pour
extirper les vices et planter les vertus. - L'Orologio della sapienza,
purgante per le anime peccatrici - La pieuse Alouette avec son tirelire -
Le fusil de Pénitence avec ses alumettes - Il piccolo cane
dell'Evangelio abbajante agli errori di Lutero e Calvino - Il Pungolo
dell'Amor Divino - Les fruits sacrés du cordon indulgenciaire de S.
François. - Occhiali di cristallo di rocca coi quali chiaramente si vede
la via di domare la carne - Filomela serafica - Teriaca e
antidoto de' vizi - Les rossignols spirituels ligués en duo par le P.
Philippe. Valence 1631 - La doulce nouvelle et saulce friande des
Saints et savoureux os de l'avent par Jehan Massieux. - Torrent de feu
sortant de la face de Dieu pour dessécher les eaux de la paresse réligeuse
ecc. par le Père Suarez - Les soupirs salutaires de Helie Poires -
Le prime nuove dell'altro mondo - Stato delle Anime del Purgatorio, de'
Beati in Cielo, de' fanciulli al limbo, e de' dannati all'Inferno - Le
fouet des Jureurs et des Blasphémeurs - De inferno et stato daemonum
ante mundi exitium - Le démonomanie de Loudon qui montre la véritable
possession des réligeuses Ursulines, obsedées et maleficiées; le nom de leurs
démons ecc.
4511.
Es. di titoli curiosi di libri, spec. sulle donne. La malice des femmes avec
la force de Martin Baton - in - 12. Paris - Mulier malus, mulier bonus,
mulier homo, mulier non homo. (Anno 1690 in 8vo) - La peau de
boeuf ou remède universel pour faire une bonne femme d'une mauvaise.
Valenciennes 1710 in - 12 - La sphère de la Lune composée de la tête de la
femme. Paris 1632 in 8vo - Hippolitus redivivus, id est
remedium contemnendi sexum muliebrum - Les dames dans leur naturel -
Funiculi nodi indissolubilis de conceptu mentis et conceptu ventris - Nouvelle
école de Finances ou l'art de voler sans ailes Cologne 1708 in - 18. -
4512.
Giordano Bruno l'avea, almeno a parole, colle femmine. Dice (negli Eroici furori) dei poeti erotici: che
spettacolo, o Dio buono! più ignobile e vile può presentarsi ad un occhio di
terso sentimento, che un uomo cogitabondo, afflitto, tormentato, il quale
spende li migliori intervalli di tempo, distillando l'elixir del cervello con
mettere in concetto quelle continue torture, que' gravi tormenti, que' faticosi
pensieri, e quelli amarissimi studi, sotto la tirannide di una indegna e
imbecille, stolta e sozza sporcaria? (intendi, femmina!) - ...e i sospiri, i
lamenti, le strida per quel bianco, per quel vermiglio, per quella lingua, per
quel dente, per quel guanto, quella scarpetta, quel risetto, quel sdegnosetto,
quella vedova finestra, quell'eclissato sole, quel maitello, quello schifo,
quel puzzo, quel sepolcro, quel cesso, quel mestruo, quella carogna, quella
febbre quartana, ordinata al servizio della generazione... che è così bella un
pochettino all'esterno, ma nel suo intrinseco è contenuto una bottega, una
Dogana, un mercato di quante porcherie, tossichi, veneni abbia potuto produrre
la nostra madrigna natura - ...vanissime, vilissime, vituperosissime cose, nè
posso credere che un uomo che si trovi un granello di buon senso e di spirito
possa spendere più amore in cose simili che io abbia speso nel passato e possa
spendere al presente. (G. Bruno)
4516.
Umoristicissimo è il finale del Lucio Asino attribuito a Luciano -
quando una donna libidinosa s'innamora di lui, che è ancora asino, e giacegli
insieme provandone sommo diletto... - Ma al dì dopo Lucio, mangiate le rose,
ridiventa uomo. Si presenta tutto lieto all'innamorata, pensando “se tanto le
piacevo da asino chissà quanto le piacerò ora com'uomo...” Pranzano insieme.
Egli si toglie le vesti, e accorre a lei colle braccia aperte. Ma ella lo
respinge: Egò - ella dice - mà Di', ouchì soù allà toù ònou toù soù
eròsa, tòte, ekeìno kaì ouchì soì synekàtheudon. Kaì òmen, sè kaì nýn kan
ekeìno ghe mònon tò méga toù ònou sýmbolon
diasòzein kaì sý de moi elélythas ex ekeìnou toù kaloù kaì chresìmou
zòou es pìthekon metamorphotheìs - e lo caccia indignata - di casa.
4517.
lo fece due volte cu - (cioè cucu - ossia gli fece le corna).
4518.
[Nota di 2 righe abrasa dal ms.].
4519.
Di libri splendidi per idee e per stile - I sò liber hin ona ciocca de soo. -
Troppo sole; ci vorrebbe qualch'ombra.
4520.
Nella Chioccia de' letterati (Desinenza in A) dove si parla di
un'opera in musica di Hans Hanschen, volevo porre una nota relativa alla
prefazione critica dello stesso sulla propria opera, la quale nota avrebbe a
press'a poco suonato così: “Sarei tentato a tradurre la prefazione del nostro
Hans Hanschen indispensabile per ben comprendere la musica della giornata, ma
rimando ciò a sede più opportuna; mi accontenterò di darne alcuni saggiuoli.
Questa prefazione è divisa in tre parti. Nella prima l'Autore constata
orgogliosamente il suo fiasco e ne scopre le ragioni filosofiche, nella storia,
nella teologia ecc. ecc. - Nella seconda spiega il suo metodo, che tende a
sfuggire ogni armonia per raggiungere la massima dissonanza - Nella terza
predice a sè stesso un trionfale avvenire. In particolare poi, scrive: Si
obbietta che la mia musica ingeneri il tedio. Benissimo. È quanto volevo. Tutti
oggi si accordano nel dire che l'arte vuol essere Contemporanea e
Reale. Qual'è il carattere generale dell'epoca? la noja. E io la descrivo -
La mia arte è dunque contemporanea. - Circa poi alla realtà ho per istituto di
mettere possibilmente gli attori nella condizione precisa in cui dovrebbero
trovarsi i personaggi. Una prima donna innamorata canterà, è certo, d'amore
meglio di una non innamorata; un tenore che soffre di colica morirà
teatralmente con accenti più flebili di un altro che tenga il colon in
perfetta regola. - Ora, come sapete, il tema della mia opera è la perpetua
minaccia delle morsicature di un orso. - Ma, purtroppo! le esigenze degli
industriali impresari tarpano le ali al poeta. Chi non vede, ad esempio, che se
nel triàlogo (anticamente chiamato terzetto) del 7mo atto,
scena 27ma fra Gamberoldo, Sverzo, e Zanfergualda, invece di un
qualunque corista camuffato da orso e un brontolio di violini, ci fosse un vero
orso con degli schietti ruggiti, chi non vede, dico, che il triàlogo
summenzionato sarebbe recitato con quella terribile ansia indispensabile a ben
comprendere la situazione e a far suonare il teatro d'applausi? E aggiungi a
questo, un temporale, non come si usa in teatro di lastre di latta, di boccie
di legno e bengala - ma un temporale quale può darci la fisica, di grandine
vera, di tuono e di fulmine, e poi sfido a non ottenere un successo. Lo
spavento - tema della mia opera - si comunicherebbe a tutto il teatro. In un
batter d'occhio si vuoterebbe la sala.
L'opera sarebbe salva. - ecc.”
4521.
Ai moderni matematici della musica, questa non piace loro che pei problemi di
acustica. Nè ci vedono altro, nè ci trovan di bello che numeri e combinazioni
di numeri, che vibrazioni di onde sonore ecc. L'occulta famigliarità fra la
musicale armonia e la bontà che s'indovinava nelle opere antiche, è affatto
perduta nelle moderne. Non dominano in questa che le dissonanze dell'odio.
4523.
(Del cervello femminile). Forse l'appartamento c'è, ma la mobiglia è tutta
fuori di posto. Ivi stanno, per così dire, le pentole in sala, e i letti in
cucina. Odile chiacchierare! Come chi sogna od è pazzo, il loro farfallino
cervello batte le ali a zigzag dietro ogni idea accessoria ultima apparsa,
perdendo sempre la principale, filo del sillogismo.
4525.
Dicono alcuni che l'amore è il coito. Sarebbe come dire che il mangiare è il
cacare. Certo che il cibo finisce, in parte, nel cesso - ma non si mangia pel
cesso come non si fa all'amore pel coito, sebbene ci si finisca.
4527.
Certe mamme che non conducono le loro figliole a teatro, paurose di passioni
che hanno d'uopo di suggeritore - le lasciano invece senza timore a contatto
dei poderosi fianchi di un servo ben altro eloquenti. - E le stesse mamme
dicono alle stesse figliole “questo saprai, questo leggerai quando sarai
maritata” - come se ci fossero due moralità, l'una prima e l'altra dopo il
matrimonio.
4528.
L'inviolabilità del domicilio non entra nel letterario statuto.
4529.
Ritagli di pensieri e
d'imagini avanzati nello scrivere “La Desinenza in A”. ...era dama che si addormentava
facilmente in anticamera - fare il briccone tanto per stare in giornata - donna
di primo amore - labbra mature ai baci - signore colle paglie ne' capelli -
l'ora in cui la guancia della vergine scotta. - Nell'età in cui prestiamo il
nostro amore alle pietre e ce ne sentiamo riamati - il rossore, tormento del pudore - Ora che non sono più commosso,
posso scrivere cose che commovino - Era un sistema di bugie - la ghiotta faccia
di Isa - soda tanto che le si potevano schiacciar sopra le pulci - L'amore fà
parere il fiato d'aglio ambrosia - [1 riga abrasa] - Stelline che
imparano a servire - faccia che tien desto: s'ella si guarda nello
specchio, non s'addormenta più - giojellar una sposa - Togliete il lusso alle
donne: guarderanno la casa - Lola non arrossiva che ne' capelli - In un sol
caso le donne mostrano ingegno: nel fare il male - Nascondono ciò che non hanno
- Gli unici gusti che ci seguono fino alla tarda età: la tavola e il tavolo -
Disperata, ella fece per stracciare il fazzoletto, ma accortasi che era de'
nuovi... - Il medico, l'uomo che non crede in Dio: il prete, l'uomo che non
crede nell'uomo - la luna, il rendez-vous di tutti gli innamorati
senz'amante - La maestrina di piano che si sfoga a suonare, non potendo esser
sonata - gambe che ricordano il cavallo - Non è vero che le donne sieno inette
ai pubblici offici e ne siano tenute lontane. Non è publico impiego il
meretricio? - Leggono gli amori fini, frequentano i grossolani: lodano il
latte, mangiano la cipollata - Quello che prima è arte, diventa subito poi
industria. L'arte perchè sia tale, dev'essere, senza riposo - nuova - Io pure
non ebbi il coraggio fin quì di essere totalmente io: mi appoggio ancora
alle gruccie mentre ho salde le gambe - I gramatici vogliono far lo scrittore:
i fabbricanti di mattoni vogliono far l'architetto - suppliscono colla malizia
all'età - arrossano quando... son viste - (finale al quattro salti)
“Porta un caffè” - “Non c'è più spirito” - Chissà quanto le era costato il
farsi sì brutta! - Non poteva più vedersi nello specchio nè com'era prima nè
come allora. - Amale tutte, non una - Raff. fra la Madamina e la Cocotte,
la prima quasi scomparsa. - Per poter esser amati bisogna diventare indegni di
esserlo - L'uso di mettere in berlina le donne di malavita loro aquistava
avventori. Alla berlina antica oggi fu sostituito il teatro. - Amore è ozio -
(in un'orgia) ma il sonno venne in soccorso dell'onestà - dal seno
chiaro-di-luna - dionea di amanti (la dionea è una pianta carnivora) - Quanto
mi stima? chiese una signora. Risposi “segond la sarà vestida”. Vedi risposta di Firdusi a
Tamerlano - Le montanine sono come
il vinello dei crotti. Guai se non hanno sotto per lo meno un 2000 piedi
dal livello del mare - Le donne come i limoni, sono acerbe, anche quando
mature. - Nella Madonna - a fresco - del mio cuore fu aperto un pisciatojo - La
verginità non ha valore che a perderla - la luna incipiente pareva un rottame
di unghia - viso affollato di pensieri - col cardinalato in viso (di faccia
vinosa) - giacchè el ghe sto Signor... Tant per gòdel - Non era di quelle che
mangiano pane e vestito - andò in America a fare il briccone per poter poi
ritornare e fare il galantuomo in Europa - E Zefiro passeggia ora la sua
milionaria pancia nella carrozza della moglie, ch'egli ebbe il piacere di
piangere l'anno scorso - Era un bel chiaro di luna. “A luna piena, - dice il
taccuino, si piantano i cavoli e si seminano i fagioletti ecc.” - Le educande
susurrano con paura di spiriti. Eppure in tutto il convento non c'è altro
spirito di quello in cui la madre badessa tien le ciliege - vecchie bavose come
bachi - la civetta dai due marenghi per occhi - Contano le stelle e mondano il
riso - Nessuno lo amava: egli giurò vendicarsene, amando tutti - Non c'è bagno
in vita che basti a lavare l'umanità sudicia - fuggi i ladri, qual ladro - si
era dalla parte del cuore lisato il panciotto a forza di stroppicciarvi la mano
- È l'ora in cui i lumajoli accendono le stelle della città - broughams,
lupanari ambulanti - giovinetti che parlano di peste cristallina con quella
medesima indifferenza con cui parlerebbero di zucchero d'orzo - Era
freddissimo. Le loro parole parevano vedersi scritte sul loro fiato e io
rammentavo le cartoline uscenti dalla bocca dei Santi medioevali in pittura. -
4530.
Due chiericucci fanno per togliere un grosso messale dalla sua busta. Uno
s'attacca da una parte e tira, l'altro dall'altra e tira. La busta si ostina.
Dalle dalle, a un tratto la cede - e i due chiericucci vanno a gambe per aria
col messale, l'uno; colla busta l'altro.
4531.
A Bologna, dicono si trovasse un'antica
iscrizione che faceva sudare per decifrarla da una
cinquantina d'anni tutta una academia di archeologia. Passò un villano e
lessela correntemente. È questa la via degli asini.
4532.
Vi ha eruditissimi sciocchi che sciupano la loro vita a tradurre in latino od
in greco autori moderni come Dante, Parini ecc. quasi li volessero dare da
leggere alle morte nazioni di Grecia e di Roma.
4536.
b). Nei conviti romani, l'amoroso usava bere tante volte
quant'erano le lettere del nome della sua amata. -
4537.
Quando si lasciava scappare una loffa, i romani dicevano divisio da visium
(loffa) - quando un peto, intercapedo da peditum (peto) appress'a
poco come noi a chi rutta diciamo “eructavit cor meum” ecc.
4541.
Non contentatevi nelle vostre passeggiate del primo luogo di sosta che vi si
offre: non contentatevi nella vita della prima donna che incontrate. Eppure
qualcuno, trovata una poltrona tanto quanto comoda, vi si adagia e si bea del
suo calduccetto senza neanche pensare che quell'altra poltrona a lui prossima
può esser più comoda assai.
4543.
Nell'ultimo capitolo dei Ritratti Umani - Dal calamajo di un medico.
Corr[eggere] e la notte produttrice di figli e d'idee - in - e la notte
produttrice d'uomini e idee.
4546.
le sue manaccie parevano due pezzi di manzo appena estratti dalla ghiacciaja
(tant'erano fredde e rosse) - troppo buona cogli uomini, troppo cattiva colle
donne - alcune, ma poche, si contentano di leggere ciò che desidererebbero fare
-
4547.
Le ragazze che dicono “se mi sposi ti voglio bene” - equivalgono alle puttane
che dicono “dammi 5 lire e sono tua” -
4549.
Che vi ha di più sconcio della pompa di un matrimonio? Ecco che in presenza di
un mondo di gente, il sindaco chiede allo sposo “siete voi contento di fòttere
la signora Tale?” - Ed a questa: siete voi contenta di esser fottuta dal tale?
- Poi si fa un pranzo in omaggio di un maschio che monta una femmina. Che c'è
mai da far festa? Per la probabile nascita, forse, di un nuovo infelice?...
Eppure quando si ha voglia d'alleggerirsi l'intestino retto, ci si nasconde. E il
fottere non è un pari officio?
4550.
Correnti C. - Correnti è una miniera di annedoti sugli uomini illustri a lui
contemporanei. Salvo il genio, ricorda a tratti Rovani. Ha però il mio brutto
vezzo di sostenere tesi insostenibili pel gusto solo di contradire, non
solamente al pensiero altrui, ma al proprio. E racconta, che quand'era Ministro
e gli fu presentato un professore entusiasta del signor Tasso, come dice
Galileo, lo accolse dicendo roba di chiodi della Gerusalemme. Il povero
professore s'era fatto pavonazzo. Voleva scoppiare dall'indegnazione, e
nell'istesso tempo era trattenuto dal rispetto per il Ministro. “Mi sono
creato” - aggiunge Correnti - “con poche parole un nemico”. (22 Xbre 1877)
Correnti frequentava, da giovinetto - a suo dire - una casa dove si riunivano
Felice Romani, Bellini, Piazza, e altre stelle minori come il Cobianchi, suo
professore, il Perotti ecc. La prima volta ch'egli comprese la musica fu alla
“Norma” di Bellini. Essa gli rivelò quanta bellezza si celasse nei suoni, prima
in lui confusissimi. - S'incontrò con Rossini in casa Porcia. C'era un gran
pranzo in onore di Litzt. Litzt tardava da mezz'ora. Porcia guardò l'orologio
dicendo a Rossini: che ve ne pare Rossini? emm de andà a tavola? E Rossini: Anch'io
ho fatto il genio, ma non mi sono mai fatto aspettare. - Contò poi il Correnti
di Felice Romani che avendo dormito una notte colla finestra aperta, si destò
cieco. E tale rimase per alcuni giorni, con suo immenso spavento - (8 gennajo
1878) Correnti parla di Mentana. Rattazzi favorì l'impresa di Garibaldi contro
ogni prudenza, eccitato dalle lettere del Principe Napoleone che gli diceva
“faites vite, faites vite”. Correnti invece la sconsigliava. Egli era stato
apposta a Parigi per scandagliare il terreno e avea udito da Rouher frasi tali
“La Francia non si piglierà in pace un simile schiaffo dall'Italia. L'Empire ne
tombera pas dans le ridicule ecc.” - Ed essendosi allora formato un Ministero
garibaldino (perchè composto da Depretis, Mordini, Conforti ecc.) voleva che si
arrestasse Garibaldi ma in tempo, cioè innanzi Mentana. Durando invece diceva:
ajutiamolo fino a Viterbo e Velletri... e lì... stop (!!) - Se il
governo italiano - dice Correnti - avesse ajutato Garibaldi, la guerra colla
Francia era inevitabile, e l'Italia non avea allora da porre in campo più di
150.000 uomini. - Si parla quindi di Custoza. Custoza - esclama Correnti - fu
un errore e Lissa una viltà. Stando a lui, si sarebbero dovuti condannare, non
solo Persano, ma tutti i comandanti delle navi, compreso Ribotty. Chi vinse
Lissa fu il solo Tegethoff col Kaiser - piroscafo cinto di catene pel
combattimento, stando l'ammiraglio stesso al timone e dirigendo la prora contro
il Re d'Italia, mentre Persano deviava colla sua mano il braccio del suo
ufficiale pilota che cercava d'indirizzare la nave incontro al nemico. Bixio
l'avea detto “era necessario di porre a capo della flotta Garibaldi”. Non è la
nave che dev'essere corazzata - ma il cuore. - A Custoza Lamarmora fece da
ajutante a sè stesso, correndo a informarsi qua e là dell'esito dei vari
combattimenti e così perdendo di vista l'insieme della battaglia. Avendo
raggiunto Cugia che resisteva valorosamente, gli domandò notizia di Brignone.
Cugia rispose di non saperne nulla da due ore. Or che rispose Lamarmora? -
“Cojon!” e volse il cavallo a spron battuto, senza saper dove. - Correnti
parlando del 48 e del Comitato Provvisorio dov'egli sedeva come segretario,
contava di Lamarmora, allora maggiore di artiglieria, che entrò nella sala delle
sedute, dicendo con fuoco: ma che fanno signori? Su! taglino la strada agli
Austriaci ecc. - Ma il comitato non si mosse. Si noti che un generale del
governo provvisorio non sapeva neppure se Treviglio fosse al di qua o al di là
dell'Adda.
4551.
C. Correnti. Dei Napoleoni, Correnti dice che il primo ha abbozzata
l'Italia e il terzo l'ha fatta.
4552.
C. Correnti (15 aprile 1878) narra come fosse suo il sonetto contro Maffei che
termina coi versi: La tua voce o dolcissimo poeta - per l'ampie volte della
Polizia -nell'ombra della notte amica e cheta - Soavemente echeggia e fa la
spia - e come fosse pur suo il sonetto (?) contro Cantù che finisce... vi
presento il cavalier Cantù - sonetto composto a casa di Carlo D'Adda. - Osserva
Correnti però come non fosse vera la voce che accusava Maffei di essere spia
austriaca. Maffei scrisse un inno in lode al sovrano dell'Austria ma prima del
48. Dopo il 48 frequentava, è vero, casa Torresani, ma spensieratamente come
compaesano al barone - Quando Correnti si presentò colle mani in saccoccia a
Bolza incarcerato, questi credendo che Correnti vi tenesse pistole, disse: “mi
uccida pure, non ho paura”. Correnti lo rassicurò in modo che Bolza gli gettò
al collo le braccia e lo baciò: poi, Bolza, tirandosi di tasca una cordicella,
e mostrandogli una trave “se lei tardava, disse, mi avrebbe trovato là”. - E a
Correnti che gli domandava quali fossero le spie austriache, rispose che ce
n'erano tante, e tanti ambivano di esserlo, che ad ogni buon fine per
provvedere alla loro paga, senza che l'Erario ci scapitasse, si era di ciò
incaricato un certo venditore di quadri, il quale teneva scritto il nome di
tutte le spie della città dietro un tal quadro che nominò, esistente nella sua
bottega. Correnti si recò subito dal quadrajo, trovò il quadro, ma fra i
moltissimi nomi di spie non lesse quelli di Maffei e Cantù (Che ingenuo! penso
io - erano spie hors-ligne e però pagate a parte). Anzi sul registro
della Polizia si trovò una nota sul Cantù che si tacciava di liberale,
dicendovisi, quanto a Maffei: è un fanciullone innocuo, che riporta le cose
senza saperne il valore. - E quì Correnti, per scusare Maffei (!) osserva
com'egli non si accorgesse neanche che l'Italia avea un padrone - appunto come
un certo Bazzoni, di patria bresciano, suo amico e condiscepolo all'università
di Pavia, il quale, quando Correnti reclutava studenti per la causa d'Italia,
si maravigliò alle frasi di servitù austriaca e simili, dicendo, “ma come? non
si può far tutto quanto si vuole in Italia?” - e alle ragioni in proposito di
Correnti, colto da subita persuasione, si accese e diventò patriota. Questo
Bazzoni, una volta sveglio, non lasciò più Correnti. Tutte le mattine si recava
da lui a chiedergli “e dunque quando li cacceremo?” fino a diventargli, per
quanto patriotico, una seccatura. Bazzoni si battè poi da eroe, e morì sul
campo di battaglia.
4553.
Correnti dice delle belle cose ma dice anche delle insigni sciocchezze. Una,
politica, sta nel perpetuo suo biasimo contro coloro che hanno voluta la
capitale d'Italia a Roma, l'altra, letteraria, sta nel rimprovero al nostro
grande Alessandro, di aver fatto poco (!). E dice ch'egli avrebbe dovuto far
più di un romanzo, che nei Promessi dimenticò l'idealismo dell'uomo
ecc. ecc. - Di Rovani, Correnti ha mediocre concetto, gli nega la buona lingua,
gli nega l'evidenza nelle descrizioni. Ma certamente Correnti non
l'ha letto.
4554.
Il panciuto Correnti, da giovane, era magrissimo. Recavasi spesso da Pavia a
Milano a piedi, e camminava alle volte dormendo sorretto al braccio dei
compagni. Un dì essendo stato raggiunto da una vettura e i suoi amici
salendovi, egli preferì di continuare la via a piedi, scommettendo che sarebbe
arrivato a Milano prima della vettura. E difatti ci arrivò, ma quasi spedato. -
A Parigi dove fu col Govi, dopo 42 ore di viaggio, volle tosto recarsi alla
Galleria del Louvre, ma nella sala delle faentine, dinanzi una bacheca, fu
colto da un sonno improvviso, barcollò, e se non c'era Govi a trattenerlo,
sfondava la bacheca.
4555.
Moriva una madre. La figlia maggiore, una sedicenne, entra nella sala dov'è
apparecchiato il pranzo e dice ai fratellini: “La mamma stà per morire. Se
volete mangiare, mangiate subito - perchè di quì a qualche ora non si potrà più
pranzare, ma dovremo piangere”.
4557.
magara, utinam, Dio volesse, è tanto mil. che rom.
-squacqueraquajjusquicquera - parola di dileggio rom.
4560.
Diceva tale che il briccone è il fondamento d'ogni stato. Difatti se non
fossero bricconi non ci sarebbero nè leggi, nè militari, nè giudici - se non ci
fossero giudici non ci sarebbero prigioni - nè finanze per mantener tutti
quanti - Le finanze vogliono amministrazioni etc. etc.
4561.
Il sofisma del mucchio. Quale quantità può dirsi mucchio? Prendi un granello di
sabbia, mettilo sulla tavola. È un mucchio? No... Aggiungine altri e poi altri.
Verrà un punto in cui i granelli ammassati diventeranno mucchio. Quale sarà
questo punto? quale sarà quel granello che lo determinerà? e perchè un solo
granello avrà a formare il mucchio?...
4562.
Correnti fu sempre ostile all'idea di far Roma capitale dell'Italia politica -
perchè seguace dell'illusione manzoniana della conciliazione fra il
cattolicismo, e il patriotismo. A lui consentivano Gadda, Visconti Venosta etc.
Dissentiva Sella, uomo pratico e mondo di astruserie.
4563.
Ci sono rimedi popolari d'immancabile effetto, non registrati in nessun libro
di medicina, appunto perchè troppo facili. Il primo è per le unghie
incarnate - le quali hanno spesso origine da una cattiva direzione presa
dall'unghia al suo crescere - direzione che non potendo, una volta cominciata,
cangiare, mantiene la ferita viva. A guarire, basta far mutare la direzione
all'unghia - il che si ottiene con pezzetti di stecco, con filaccia ecc. da
mettersi sotto l'unghia, a cui il minimo intoppo devia la presa direzione - il secondo
rimedio è pei pori - polentina di lino - Il terzo è pel singhiozzo - un
cucchiarino di zucchero in bocca finchè si scioglie. - E a proposito della
semplicità de' rimedi si può notare questo fatto. La signora A. Maraini teneva
un'unghia incarnata che aveva fatto impallidire la celebrità di 4 o 5 medici in
voga. Si presentò un ciarlatano e promise guarirla, ma a patto che gli si
sborsassero in anticipazione cento lire. Il marito pagò la somma, e il
ciarlatano impiegando il suaccennato rimedio guarì in quattro dì la Signora. -
Ma la signora ne restò malcontenta. E si diede a lagnarsi che per un rimedio di
così poco rilievo si fossero pagate cento lire - per un rimedio che non avevale
dato neppur un dolore. - Decisamente si vuole che un rimedio costi e faccia
male, perchè non si creda di avere gettati i propri denari.
4569.
manteiga (portogh.) - burro, unto cf.
manteca (it.) pomata - muy curiosa - e particularmente. cf. questa forma gram. portog. colla
tedesca - penedo (port.) o penasco (spagn.) roccia, scoglio cf. Apennino - e La Penne
pure nel Savojardo.
4570.
Negli storici antichi portoghesi troviamo glorificate le più vergognose
vittorie - come stragi di povere genti pagane disarmate per opera della artiglieria
cristiana (Vedi Lucena Vida de San Francesco Xavier nel combattimento
fra portoghesi e accinesi). - E così nella massima parte degli storici
portoghesi domina la beghineria e la crudeltà - e in storici, notiamo,
contemporanei ai nostri generosissimi Segni, Macchiavelli ecc.
4571.
La burocrazia fu inventata in China.
4573.
Paolo Mantegazza, un misto di vero ingegno e di malcelato ciarlatanesimo. Mi
dice ch'egli recita tutte mattine una preghiera così concepita: in nome di
Kant, Göthe, e Newton imploro le facoltà superiori a darmi luce per iscoprire
la verità utile, e forze per conquistarla. - Dopo la salita da lui fatta su un
altissimo albero nell'isola di Teneriffa, chiamato [spazio bianco nel ms.]
del Drago, aggiunse nell'invocazione della sua preghiera anche il nome di detto
albero.
4577.
rodoni (mil.) cav.ri del dente cf. rodeurs (francese).
4578.
Io peno più assai a scrivere una minuta di ufficio di poche righe male, che una
pagina letteraria bene. Anche per scrivere male ci vuole la sua brava fatica, i
suoi appositi studi - starei per dire, il suo genio. Non è cosa da tutti. È indicibile
spasimo a me, sempre in cerca di nuove e belle frasi, doverne continuamente
scartare appunto perchè e belle e nuove - sostituendole con altre, vecchie,
scriteriate, sconclusionate. E naturalmente le mie minute sono sempre
cancellate e corrette dai capi sezione e divisione, i Manzoni e i Danti dello
scrivere idiota. - (gennaio 78) Rientro al Ministero - rivedo i vecchi
compagni; molti capelli grigi ecc. Che hanno mai fatto in questi cinque anni?
Sempre la stessa cosa, la stessa sciocchissima cosa. Io almeno diedi alle
lettere - un Regno de' Cieli - de' Ritratti umani e una Colonia
Felice. -
4579.
(Luglio 1878) Passavano i cavalli del Re, a mano delli staffieri che li
conducevano alla stazione - pingui - lucenti - briosi. Passavano anche in quel
punto gl'impiegati che uscivano dal Ministero delle Finanze. Uno di questi,
lungo, magro, giallo, si fermò ad ammirarli dicendo insieme al compagno - pur
magro giallo lungo - con un sospiro di invidia “Guarda come son grassi!”. -
4580.
Dossi è una rara moneta aurea ma da gabinetto numismatico; utile allo studio,
inutile al commercio; De Amicis è un soldo di rame ma corrente. Solo Manzoni e
Rovani riuniscono la preziosità alla commerciabilità: sono pezzi da ventilire
che pajono stampati oggi (per non dire domani).
4581.
Per l'onestà politica V. Foscolo Della servitù d'Italia. Discorso I, p.
188, V. anche a pag. 194 a metà (Ediz. Lemonnier).
4582.
Swift per satireggiare que' lavori dalla burbanzosa apparenza i quali non sono
infine che un centone di frasi fatte scrisse il suo umoristicissimo “Critical
essay upon the faculties of the mind”.
4585.
Molti fascicoli di note goriniane sono scritti con una criptografia
particolare. Volendo un giorno Paolo Gorini darmene una idea mi segnò questa
cifra
dicendo essere il mio nome (ossia
) o quest'altra
dicendo essere il suo (ossia
) E il mio sistema, aggiunse, è pressapoco così.
4586.
Che? i gramatici daranno norma ai poeti? i giudici daranno leggi ai
legislatori?
4587.
L'ingegno è fatto per un terzo d'istinto - un terzo di memoria -
e l'ultimo terzo di volontà.
4588.
Saverio Corrieri di Modugno (Bari) commette un omicidio volontario senza
premeditazione sulla persona di Vito Cavullo, il 21 luglio 1849. - Si rifugia a
Corfù, dove per attestato del Console, conduce una vita lodevole, si forma una
onesta famiglia ecc. È condannato in contumacia a 20 anni di lavori
forzati con sentenza 13 sett. 1867 della Corte di Assise di Trani - Addì 5 nov.
1877 chiede la grazia sovrana, osservando com'egli abbia passato 29 anni di
esilio. - In risposta il gov. ordina al Console di sorvegliarlo opportunamente
affine di poterlo, come appena si possa, arrestare. La cosa è legalissima ma
altrettanto infame benchè governativa.
4589.
Carlo Cattaneo - prima lombardo, poi italiano. Le sue olimpiche oscenità. - Da
giovanetto Cattaneo (narrava egli) s'era accesa la fantasia col dubbio se la fica
fosse per sbiess o per indrizz. Voleva fare esperienza.
Passa di dove alcune fanciulle stavano cucendo un pagliericcio. Ne piglia
improvvisamente una; la rovescia sul pagliericcio e guarda. Grida della
ragazza, delle compagne, e degli accorsi parenti da tutto il cortile. Calma di
Cattaneo, che parte dicendo: l'è indrizz. - Lo sperimentalista si
palesava fino d'allora. - Un dì Cattaneo e altri si raccolsero a festeggiare
con un pranzo il 20mo anniversario della loro uscita dal Collegio
Ghislieri. Intervennero al pranzo, oltre Cattaneo, Ignazio Cantù, il canonico
Ambrosoli ecc. Si pose di raccontare tutte le lubricità fatte in giovinezza. E
ciascuno raccontò le più porche. Solo Ambrosoli taceva, notissimo sodomita.
Cattaneo gli si volse, dicendogli: e tu, perchè taci?... Ma, parla! almeno
per pudore. - A' tempi di Cattaneo fu fatta la pace tra classici e
romantici e per celebrarla si bandì un gran banchetto in cui intervennero i
caporioni delle due scuole, e in cui i piatti alternavansi nei due stili. -
Dopo un gigot classico veniva p. es. una mondeghiglia romantica, dopo una
semplice sleppa di manzo classico un pasticcio di Strasburgo romantico, dopo un
sorbetto di pura crema classico, un sorbetto punch romantico - Cattaneo amò la
Perticari figlia di Monti, già donna matura. E le stava seduto a ginocchi,
posando nel grembo di lei - come Amleto con Ofelia - la sua testa ricciuta. La
Perticari gli diceva intanto di non passare mai una nottata intera con una
donna, se voleva serbare l'amorosa illusione. La Perticari faceva assai corna
al marito, benchè ricco, benchè conte, benchè uomo d'ingegno, perchè il fiato
di lui puzzava orrendamente. La bocca di Perticari disgradava un cesso -
Cattaneo era come Rovani una fonte inesauribile d'arguzie ed epigrammi: era
ricercatissimo dalle donne. - Cattaneo consigliava di scrivere come le idee
venivano in capo, poi di levar dallo scritto tutte le parole inutili, quindi di
riaccomodare lo scritto colle solite particelle congiuntive. - Il professore di
geologia Omboni disse un giorno a Cattaneo che doveva fare un articolo sulla
ferrovia dell'Engadina ma non sapeva come incominciare. Rispose Cattaneo: e tu
non incomincia. - Cattaneo non si risolveva mai di scrivere l'introduzione alla
sua opera sulle condizioni civili e naturali della Lombardia, che stava
stampando Daelli. Essendo imminente il tempo di darla alla luce, Daelli chiamò
Cattaneo a sè, ed accennandogli la porta di una vicina stanza disse: “c'è là
qualcuno che l'aspetta” - Cattaneo entrò nella stanza; ma tosto sentì chiudersi
dietro l'uscio a chiave e udì la voce di Daelli che gli diceva: “Scusi - ma
ella non uscirà finchè non abbia scritto l'introduzione”. - In quella stanza
era un letto, erano libri, era un campanello. Cattaneo si rassegnò, e in tre
giorni, scrisse, giovandosi della sua sola memoria, la splendida sinfonia del
suo lavoro. In que' giorni non si cibò che d'uova e caffè. Quando si sentiva
venir meno la lena si alzava a lavarsi la faccia - che era il suo modo di
rinfrescarsi la imaginazione.
4590.
Un argomento che non fu mai citato contro l'abolizione della pena di morte
sarebbe questo. In mancanza di divorzio, le mogli i cui mariti fossero
condannati alla reclusione perpetua, invece che alla morte, sarebbero costrette
ad essere o adultere o infelicissime.
4591.
Paolo Mantegazza dall'età di 18 anni a quest'ora (1878) ha scritto
quotidianamente la sua vita. Possiede di essa 31 grossi volumi. Vi ha giorni in
cui la scrisse ora per ora. Inaugura ciascun anno col proponimento di vita -
col preventivo de' libri da scrivere e dei denari da spendere - con
un'epigrafe. P. es. (pel 1878) “economia”. - Tiene poi una tabella mensile del
suo stato finanziario, una tabella dei gradi di temperatura, dello stato
meteorologico, e così tiene un indice minotaurico che riguarda i
rapporti carnali fra lui e la moglie. - Mantegazza è velocissimo nello
scrivere. Si direbbe che scriva ancor prima di pensare. Ha ms. senz'una
cancellatura - ma una volta scritto non è più capace di ricorreggersi. - M.
ebbe varie volte esaurimenti nervosi. Stette un anno ai confini
dell'imbecillità, impotente a connettere idee. Non poteva più mangiare, e la
moglie imboccavalo amorosamente. Finalmente un giorno si vinse - si sforzò - e
riuscì a comporre un articolo sulla cremazione. Da quel giorno, fu salvo. Quel
giorno, uscì la prima volta di casa e andò a giuocare al bigliardo. - M. per
eccitarsi a scrivere ha d'uopo di guardare un album tutto ritratti di splendide
donne. La donna è il suo debole, e il suo forte.
4593.
Giuseppe Giusti bruciava il suo incenso a Venere nei capelli delle sue amanti,
dicendo che questi erano la parte più eterea della donna.
4594.
Raiberti, il medico-poeta, in un pranzo in cui l'ospite dava academia e
sperimento de' vini suoi, mentre tutti applaudivano, taceva. L'ospite sorpreso
del silenzio di Raiberti: - “ma perchè el parla no, sur dottor... ma che el se
fida! L'è tutt vin fabricaa coi mè man” - “Preferissi - rispose Raiberti - el
vin faa coi pee di alter” -
4596.
La tisi s'è inquartata nella famiglia di Savoja e la distruggerà tutta,
principalmente per l'improvvido matrimonio fra Umberto e Margherita, il primo,
figlio di tisica e nipote di tisico (Carlo Alberto), l'altra, figlia pure di
tisico. Re Umberto è zeppo di tubercoli, e tubercoli ha pure Margherita. Anche
Amedeo è poitrinaire, e la sua fine è accelerata dalle donne e dalla
nicotina. Quanto al piccolo Vittorio naque idrocefalico - ed è rachitico.
4597.
Il giornale La Riforma (di Roma) ripublicò nel 1878 i racconti del Dossi
intitolati “Odio Amoroso - Maestrina d'Inglese - La Provvidenza - Il Codino -
Isolina” (dall'Alberto Pisani) e gli - “Strappi di nervi - Amore perduto
- Il dilettante ammalato” (dal Calamaio di un medico) - L'“Odio amoroso”
venne pure ripublicato dalla “Cronaca Grigia” di Milano (1872 numeri 22, 23,
24, 25 Anno XII, Sett.) e così dalla “Fanfulla” anch'essa di Milano (1878) -
“La Maestrina d'Inglese - La Corba - La poveretta di Chiesa” (dall'Alberto
Pisani) vennero poi ripublicati dal Monitore Pisano (1871)
4598.
Il sentimento umano, a proposito d'immoralità, è sì pervertito, che la scusa
migliore che possa trovare un fatto immorale stà nella sua stessa grandezza.
Chi ruba un fazzoletto, è un ladro; chi un regno, un conquistatore. Chi mente
nei rapporti fra uomo e uomo, è un bugiardo; chi in quelli fra Stato e Stato,
un abile diplomatico. Inoltre, di que' tre ucciditori che sono il soldato - il
cacciatore - il macellajo - il primo, che è il più infame esce dal suo misfatto
coperto di gloria - il secondo, poco utile, di favore - il terzo, forse
necessario, di sprezzo.
4599.
Il capitano *, magnifico giovane, uno fra gli esploratori dello Shoa, fece a
Firenze scommessa di chiavare una certa orrenda donnicciuola alta un metro che
vendeva zolfanelli alla porta del Doney. E la chiavò infatti alla presenza di
testimoni. Ab ungue leonem. - Eppure quel tratto mi limito a dire bizzarro,
poteva diventare un misfatto se la donnicciuola fosse rimasta gravida, perchè
certamente per la sua perversa costituzione avrebbe richiesto il taglio
cesareo.
4600.
Ranieri Bellini, distinto giovane e chimico egregio, avea rapporti d'amore
colla moglie di un cassiere delle Ferrovie Meridionali consenziente questi. Un
giorno lo mastru pirsuasu consegna a Bellini un plico suggellato
facendogli dare parola d'onore che lo trasmetterebbe dopo 3 giorni alla moglie.
Il marito sparisce. Si sa dai giornali ch'egli ha lasciato un vuoto nella cassa
di 300 o 400 mila lire. Bellini, passati i 3 giorni, apre il plico e ci trova
3000 lire di rend. Ital. destinati alla moglie. Va allora dal Direttore delle
Meridionali. Questi gli dà un lavacapo e gli dice “ma perchè ha indugiato tanto
a consegnarmi questo plico? ma non ha letto sui giornali che il cassiere è
fuggito lasciando un grosso vuoto? Ella ha fatto perdere le traccie del reo,
ella è un mezzo complice. L'avverto che io la denunzio all'autorità” - Al che
Bellini facendosi pallido come un cadavere rispose solo “ho sbagliato; ha
ragione” ed uscì. Strada facendo gli ritornò il coraggio e ridiventò ilare.
Passò dal laboratorio di chimica e si prese del cianuro di potassio e dell'acido
idroclorico; poi andò a casa e domandò alla serva che gli avesse preparato
per pranzo. Udito il pranzetto, si fregò le mani dicendo “bene bene, avvertimi
quando è pronto” - e si chiuse nella sua stanza. Dopo mezz'ora, la serva venuta
a chiamarlo lo trovò morto - seduto e ancora stringendo il bicchiere in cui avea
bevuto la morte sotto la forma dell'acido prussico. Fu la sua morte istantanea
- Impossibile chiudergli gli occhi.
4601.
Pura storia - Un commesso di una casa bancaria di Alessandria d'Egitto - povero
e bello, s'innamora riamato della figlia del suo principale ricchissimo.
Scoperti, il commesso è cacciato. Entra in un'altra casa e continua la
relazione amorosa. Si combina una fuga. Fuggono in una oasi del deserto. Il
genitore di lei sommove tutto l'Egitto. Una squadra di arabi li raggiunge e la
fanciulla è ripresa. Dopo tre giorni essa muore. Il giovine abbandona
Alessandria, va a Londra su'n veliere. Là entra in una terza casa bancaria - e
passano due anni. - È una sera, piove; egli s'aggira per le strade e si trova
in un cimitero. Vede un convoglio funebre. Si conduceva all'ultima dimora un
giovine: seguiva il convoglio una carrozza chiusa. Egli assiste al
seppellimento. Nell'uscire dal cimitero, scorge nella carrozza una giovine in
lagrime. È Lei, tutta lei, la sua perduta. Ed essa sembra pure ravvisarlo. Egli
sale nella carrozza. Si baciano in silenzio, si abbracciano fra i singhiozzi,
le lagrime. La carrozza entra in una casa. Passano una notte d'amore. La gioja
presente immensa vieta loro di ricordarsi le passate sciagure. Alla mattina, il
giovane esce come ebbro. - Non trova più la via di ritornare da lei. E l'ha
perduta, una seconda volta, per sempre.
4602.
A Bologna, pochi anni fà, (1875) si tenne fra i principali bordellieri italiani
una academia in cui era un grosso premio e un diploma di dottore in oscenità a
colui che avesse dato migliori prove di forza, grazia e varietà
nel trattare la donna. Si addobbò di velluto rosso una sala e si posero su
una specie di trono tre puttanissime, nude, alla presenza di un giurì di
dodici. I concorrenti entravano a uno a uno, e scioglievano, come meglio
potevano, la porca tesi. Le puttane poi confidavano segretamente ai giurati
quale avea dato loro più acuto gusto.
4603.
Grondegardo e Tigridina - nomi propri non infrequenti a Rimini.
4604.
Fu coniata una medaglia in omaggio all'Aretino, in cui la testa del “Poeta
divino” risultava da una combinazione di cazzi, eretti e pendenti. Mantegazza
ne possiede una copia.
4604.
La Grisi, celebre cantante dell'epoca rossiniana aveva la frigna perpetuamente
così gelata, che chi vi si introduceva, dovea tosto ritrarsi inorridito. -
Un'altra donna l'avea col nervo costrittore, nervo volitivo, con cui serrava il
membro introdotto fino allo spasimo.
4606.
Paolo Mantegazza scrisse un giorno a Rovani una lettera, dicendogli “Nella
repubblica delle lettere i generali e i soldati sono eguali. Voi siete
generale, io soldato. Perdonate, se oso domandarvi dove trovare del
Valpulicella sincero” Rovani si offese altissimamente, e diceva a Brigola
“anche Mantegazza m'insulta”.
4607.
A Roma (nel 1849 o 50) era un cosidetto poeta Marchetti, che scriveva i drammi
e le tragedie pei burattini di Piazza Navona, e faceva roba, come si dice a
Milano, da stadera. Scrisse fra gli altri, la Didone in fiamme, che
fece furore. Una matta compagnia di artisti pensò allora d'incoronarlo in
Campidoglio. E difatti lo si andò a pigliare in gran pompa in Piazza Navona, lo
si fece salire su un gran carro grottesco, e in processione, a suono di
padelle, e di molle lo si condusse sul caput Romae dove gli si pose in
testa un coronone di foglie di zucca e di cavolo. Ma vicino al Campidoglio sta
la Rupe Tarpea. Il Governo papale fiutò nella Didone allusioni satiriche
contro i francesi, cominciando, chi lo crederebbe, dal titolo stesso Didone (dis-donc)
- e il povero Marchetti fu confinato in un paesello della campagna romana, a
meditare, come Scipione a Literno, sulla volubilità delle sorti umane.
4608.
Faruffini era già addottorato in leggi quando si dedicò alla Pittura. Venne a
Roma che non sapeva una linea: in due anni vinse e fè strabiliare tutti.
Senonchè dallo sforzo cerebrale, la progressiva implacabil paralisi. A volte
soffriva complete assenze mentali: egli stesso se ne accorgeva; tanto, che
negli ultimi tempi, mettendosi disperato le mani ne' capelli, singhiozzava “non
sono più buono a nulla!” E allora vendette quadri e tele, e vendette perfino
cavalletto e tavolozza - compratigli dagli ammiratori a caro prezzo. Voleva
fare il fotografo. Stette per recarsi in Egitto - invece si recò a Perugia,
dove, in un momento di sconforto artistico, si avvelenò. - Faruffini era di
subita ira. Schiaffeggiò un dì in un caffè un grosso ufficiale di cavalleria
(Crivelli) per una frase sfuggita a questi in odio a Mazzini. Rotolarono
entrambi sotto la tavola. Un altro dì a Milano, dal caffè d'Europa tornò a casa
sanguinolente di temperinate - Faruffini come moltissimi altri uomini di genio,
era, ne' primi contatti, difficile. Pungeva come istrice. Ma nell'intimità,
innamorava. A volte, nelle sale del Club Art di Roma, quand'era in vena, quando
la fantasia gli si risvegliava d'un tratto, quando la lingua riaquistava la
perduta fluidità e la memoria non lo impacciava, ma lo ajutava, Faruffini
faceva stupire colla sua geniosa eloquenza gli ascoltatori. I più letterati del
Club parevano diventati sciocchi. Era un raggio di luce elettrica in una sala
illuminata dall'olio.
4609.
(25 nov. 1878) Mi chiamano alla Presidenza del Consiglio per rispondere alle
migliaja di telegrammi di felicitazione al Re e a Cairoli per lo scampato
attentato di Napoli. Osservo che per due terzi i telegrammi delle Società
Operaje si felicitano solo con Cairoli: l'alta magistratura e gli alti istituti
non parlano che del re - la bassa magistratura e le scuole dell'uno e
dell'altro. Io metto in un telegramma: onoromi presentarLe l'espressione
sovrana riconoscenza. Il segretario particolare di Cairoli S.r Del
Castillo, mi prega di sostituire alla parola riconoscenza, soddisfazione o
compiacimento, perchè un Re non può ringraziare. E perchè? domando io.
La riconoscenza è virtù abbastanza rara per avere diritto al titolo di regale
(e in me stesso: Nel 1878, un re può, anzi deve, per dio! essere riconoscente a
concittadini che si degnano non solo di tollerarlo ma di felicitarlo) - Così,
rispondendo a un telegramma affettuoso di una Associazione operaja, scrivo un
elogio - assai governativo - a quel lavoro che è ordine, pace, prosperità. Il
medesimo Del Castillo mi prega di cambiare la frase come troppo garibaldina (!)
- E faccio pure una esperienza in anima vili per vedere se Cairoli
ha la vanità dell'applauso. Ringraziando per congratulazioni dirette in pari
tempo al Re e a Cairoli, metto in bocca a questi alcune parole di giustissimo
orgoglio per avere salvato la vita al capo dello Stato. Quì è il Comm.re
Casanova, Capo del Gabinetto, che viene a osservarmi di tenere un tuono più
rimesso e di lasciare un po' nell'ombra Cairoli. Cambio e lascio nell'ombra
Cairoli; ma allora Casanova torna a osservare di tirarlo un po' in luce.
Evidentemente Cairoli è come una donna di teatro che rifiuta l'applauso, ma
guai se non la si loda. Chi direbbe che anche il merito vero dovesse avere di
queste sciocchissime vanità!
4610.
Il bumerang, arma india di offesa, colpisce il nemico alle spalle
e riparato, poi, se il colpo fallisce, ritorna all'offensore.
4611.
(8 gennajo 1878) C. Correnti mi dice che Giusti era un codino (!) - poi, che
gli artisti di Roma sono tutti mestieranti.
4612.
(17 novembre 1878) Attentato a Napoli contro Re Umberto e ferimento di
Benedetto Cairoli. La giusta indignazione contro l'assassino si cangia in una
schifosa adulazione nel mondo ufficiale. Gente nata al giogo impreca contro
quelle libertà che hanno fatta e mantengono l'Italia, e domandano a colui che
dovrebbe essere il tutore del progresso, reazione. Non s'avveggono, gli stolti,
di armare nuove destre. Fino dalle aule della imparziale Temi, un Presidente di
tribunale (Teodorani) domanda la soppressione del diritto statutario di
riunione. La quistione sociale è oggi di capitale importanza, nè v'ha capestro
che possa strozzarla. L'operajo il quale vuole assurgere fra chi governa non si
accontenta di promesse, di provvedimenti a uso unguento malvino. Egli è rozzo;
le sue espressioni sono quali gli sono suggerite dalla educazione. Egli non ha
voto nei parlamenti e però ricorre al pugnale. Ma i principii veri e riposti
del movimento cosidetto internazionale hanno nido in tutti gli spiriti
illuminati. Noi li leggiamo nelli economisti i più evangelici, quali il
Bastiat. L'Internazionale è una tacita associazione di tutti gli oppressi
contro gli oppressori. Non è colle inconsulte repressioni che si può
soffocarli, ma con le concessioni. Noi ben vediamo i centomila in cappello e
tuba e vestiti a modo, noi leggiamo i giornali che seguitano a parlare di un
ordine a loro solo vantaggio; non vediamo i milioni di cenciosi, non leggiamo
nel loro ventre, vuoto di cibo, e nel loro cuore zeppo di bile. E i cenciosi
stanno più per colui che ha colpito che non pel percosso. - La poca libertà,
non la molta, fu sempre la causa dei regicidi.
4613.
Si parla continuamente dei grandi sagrifici fatti da casa Savoja per l'Italia!
Che sagrifici del...! Direste voi sagrificio l'avventurare una piccola somma
colla speranza di guadagnarne una grossa? - Si inneggia ai Re di Savoja perchè
mantengono la loro parola. È dunque qualchecosa d'eccezionale che un Re la
mantenga? -
4614.
Il senato è il museo dei deputati fuor di servizio e rifiutati dai loro collegi
- degli uomini d'ingegno esauriti - dei ricchi ambiziosi e ignoranti. La pelle
di lione che sta scolpita sulla porta del Palazzo Madama è la sua vera impresa.
4615.
La frigida “Africa” aquistò il lauro a Petrarca; i primaverili sonetti Laura.
4616.
Un Professore voleva spiegare il teorema di Archimede. Disse “prendete un
bacino - empitelo d'aqua - e mettetelo quì - Prendete anche una palla di ferro,
e mettetela là. Pesate il bacino d'aqua: peserà tanto. Prendete la palla e
mettetela nel bacino d'aqua, e il bacino coll'aqua peserà ancora lo stesso.
Avete capito?” - Ma uno scolare non aveva affatto capito, e chiese il perchè.
Rispose il professore sentenziosamente: è un fenomeno (storico) - Doria
Pamphili, figlio del Principe, venne bocciato agli esami per essere ammesso
volontario, esami da scolaretto di elementari. Non sapendo fare una piccola
sottrazione, osservò per scusarsi all'esaminatore “ma io la matematica l'ho
studiata in inglese” - Altro esaminatore domandò a uno studente “per stagnare
una ferita cosa si potrebbe impiegare”. Suggerì un compagno “tabacco” e
l'esaminando: tabacco. “E poi?” domandò il professore. “Sale” suggerì il fedele
compagno. “Sale” ripete l'esaminando - “E carta bollata” esclamò il professore
consegnandogli il diploma.
4617.
Mattoidi. Pietro Carbone, commissario di Guerra ecc. scrittore di una
infinità di Drammi, tutto scompagnature d'idee. “Lo scotta o tinge” è una
raccolta voluminosa di essi - Tito Livio Cianchettini - scrittore, stampatore e
distributore di un giornale di metafisico-politica chiamato “Il Travaso delle
Idee” - Luigi Bozza scrittore di un volume intitolato “Il Problema Sociale” - Altri
autore di un libro dal titolo “Il Primo primo” in cui voleva spiegare la
formazione delle idee - Benedetto Castiglia, deputato e consigliere di
Cassazione che scrisse “Lingua e amore” dedicato a sua figlia, in cui dice che
Cristo derivò da clistere - Carlo Minetti, inventore di un modo per pigliar le
fortezze sloggiandone i soldati difensori, col gettare nelle città assediate,
per mezzo di palloni, vescichette di puzzolentissimi odori ecc. ecc. Infinita è
la turba degli sciocchi - Aggiungi certo Ghiglione genovese che diresse un
sonetto a Bixio in cui trovasi il verso “Cor contro cor pria che spallin portar
menasti” - Voleva dire: hai fatto il rematore prima di portare le spalline.
4618.
Certo Lubowski, polacco, scrittore di una lettre à Prud'hon avea
la monomania di terminare ogni discorso colla parola astronomico. Diceva
per esempio, accommiatando “addio astronomico” - Anche Filopanti ha la vena del
matto, anche Mantegazza etc.
4619.
Si voleva far sottoscrivere al Deputato Chigi, uomo sciocco, l'ordine del
giorno Nicotera in odio a Cairoli (Pettegolezzo politico 11 dicembre 78) -
Chigi titubava, dicendo “vorrei sapere come la pensa in proposito il presidente
Farini”. Rispose l'altro “È inutile... Farini non ha base parlamentare”. E
allora Chigi, guardò con aria di avere capito il collega, e colla bocca
ingoffata della frasona, senza chiedere altro sottoscrisse. -
4620.
“Il lago Maggiore” giornale che si pubblica a Intra, fa l'allegria dei
villeggianti colle sue frasi fuor d'equilibrio. Poichè parlando, ad es., di
Mantegazza che veniva sul lago, scriveva: oggi è arrivato l'illustre Prof.
Mantegazza, cotesto istancabile propagatore della generazione spontanea.
Alludeva alle opere scritte da Paolo su tale proposito.
4621.
Nel mio cervello, originariamente, l'idea desiderata, era all'occhio nascosta
da un sottilissimo velo, il quale, bastava un soffio per sollevare. Ma a poco a
poco il velo inspessò; divenne pattona, che ad essere alzata richiedeva
uno sforzo. Quindi la pattona si cangiò in una parete di legno, e il
legno oggidì è fatto già muraglia. Per arrivare alla idea debbo usare leva e
martello. - E paragonerei pure il cervello mio e le idee, a un tubo conduttore
di un'aqua calcarea. Daprincipio, col tubo nuovo, l'aqua zampilla copiosa. - Ma
l'aqua continuando a passare fa posa. E questa aumenta ed aumenta, finchè non
lascia che un sottil tramite all'aqua, la quale esce stillando. Infine il tubo
si chiude.
4622.
Tutti comprendono la giustizia, non tutti la gentilezza. Per dare e ricevere
questa occorre una certa educazione del sentimento. Dobbiamo dunque essere
giusti con chiunque; possiamo non esser gentili con chi alla gentilezza è
impervio.
4623.
A fin d'anno ogni onesta persona fa i suoi conti di cassa e di cuore. Perchè
mai se ne trova, in generale, sì malcontenta? Perchè si accorge di aver troppo
speso dell'una e troppo poco dell'altro: perchè non si vede in aumento che
grigi capelli e una esperienza, vera madre di aceto, che inacidisce ogni vino
più dolce.
4624.
Rovani avea in ira l'arte puramente meccanica del pianista Adolfo Fumagalli, e
quando udiva qualcuno maravigliarsi perchè Fumagalli sonasse con una mano sola,
diceva - anca mi se vui andà zoppin zoppetta fina al dazzi ghe rivi, ma hin de
quii bravur! - Anche il contegno del Fumagalli in casa del Conte Porro a
Sant'Albino dava in sui nervi a Rovani e a Raiberti, i quali quando si recavano
in villa da quel conte non ci stavano che tre giorni “de dì col padron, de nott
naturalment, a dinn mal”. Ma Fumagalli ci stava solitamente tre mesi - e quanto
più, ritirato, inacessibile come una divinità indiana in certa stanza che erasi
scelta. Il soggiorno di Fumagalli era per la servitù del Conte Porro un
purgatorio. Fumagalli non scendeva per es. all'ora di pranzo cogli altri, ma
poi a mezzanotte, suonava il campanello, faceva destare servitori e cuoco, e
comandava da desinare, come se fosse in casa sua, anzi all'albergo.
4625.
Es. Circolare a stampa esistente negli Archivi del M.° degli Esteri, che
proverebbe la comandata inoperosità della flotta sarda nella guerra 48-49.
(Min. Aff. Esteri e div. Consolati Circolare n.° 104 Serie Generale - 31 marzo
1848 - Istruzione ai comandanti dei legni da guerra di S. M.). Nello stato di
ostilità in cui il Governo di S. M. si trova rispetto a S. M. l'imperatore
d'Austria è conveniente che la S. V. Illustrissima conosca quali siano le
intenzioni del R. Governo intorno alle emergenze marittime e consolari del
momento. - S. M. non intende prevalersi in questa guerra dei Diritti che per il
passato si attribuivano le potenze belligeranti sul mare - Non è sfuggito al
Governo del Re che la maggior parte degli equipaggi ed ufficiali dei legni da
guerra austriaci sono composti di Italiani e che in una guerra essenzialmente
italiana e solo diretta a scacciar gli stranieri dall'Italia, era generoso il
non combattere gente italiana. - Perciò il Governo ha invitato l'Ammiragliato
ad ordinare ai Comandanti dei RR. Legni da guerra di limitarsi a difendersi nei
casi ove venissero attaccati da legni da guerra austriaci, senza però provocare
il combattimento ecc. f[irmato] Pareto - Per copia conforme. Il seg. di Stato
Capo divisione - Falconet.
4626.
Ministero degli Affari Esteri (Circolare riservata. 18 maggio 1855). Accompagno
alla S[ignor]ia Vostra due elenchi marcati A. e B. di persone che furono
espulsi dagli Stati Sardi nei mesi di febbrajo e marzo 1853 e di decembre 1854.
Gli individui segnati all'Elenco A sono pel maggior numero emigrati Politici,
che pel loro carattere inquieto e la tendenza a preparare agitazioni od
associarsi alle stesse, si sono dovuti per giusta cautela allontanare dai
territori del Re... (Fra questi notavansi come maggiormente pericolosi gli
indicati ai numeri 6 (Giulio Alessandrini bolognese ex uff.) 10 (G. Boselli
cremonese ex uff.) 14 (Angelo Bassini, pavese, negoziante) 30 (Conte G.
Bargnani, bresciano) 45 (P. Calvi) 64 (Enrico Guastalla, da Guastalla) 69 (G.
Grioli, modenese) 73 (Leone Gabazzi, Pozzolengo) 80 (Guglielmo Gajani romano)
83 (Lemmi) 89 (Pietro Maestri) 103 (Ott. Nazzari, milanese) 119 (Domenico
Porta, milanese) 123 (P. Roncaldieri, ravennate) 137 (G. Sacchi, pavese) ecc.
ecc.) La S.V. non accorderà ad alcuno degli individui compresi ne' due elenchi
nè sussidi ecc. f[irmato] Cavour - (E in particolare) 39 (Crispi-Genova avv.
Ignazio di Sicilia di anni 34) 44 (Cairoli Benedetto, dottore di Pavia) 45
(Pietro Calvi di Lombardia, Poss. ed ex uff. di 36 anni) 83 (Adriano Lemmi avv.
di Toscana d'anni 32) 89 (Pietro Maestri medico di Milano d'anni 36) 90
(Majocchi Cesare poss. di Milano d'anni 27) 94 (Mauro Macchi poss. di Milano
d'anni 34) 138 (Stefano Turri ex uff. Bassa Ungheria d'anni 35) - E nell'elenco
A notansi i nomi Canini Marc'Antonio fu Giuseppe di Venezia maestro di lingue
d'anni 30 - Guarnieri marchese Antonio - Orsini Felice di Andrea d'anni 34 di
Bologna poss. -
4627.
1821. 13 marzo. Proclama di Carl'Alberto, principe di Savoja - reggente dopo
l'abdicazione di Re V. E. I - 12 marzo id. Promulgazione della costituzione di
Spagna. - Carlo Felice inaugura il suo regno facendo appiccare e cacciare in
carcere i patrioti. Fra i condannati per alto tradimento trovo un Ratazzi
Urbano, medico - un Derossi di Pinerolo detto Santa Rosa - un Moffa di Lisio -
un Magistrelli fu inquisito per aver portato la bandiera tricolore per le vie
di Vercelli - Emanuele del Pozzo fu Principe Alfonso della Cisterna venne
condannato alla pena di morte con forca (che si eseguì in effigie addì 14 ag.
1821) e alla confisca dei beni. - 1831 27 aprile. Morte di Carlo Felice. - 1848
23 marzo. Proclama di Carlo Alberto ai popoli della Lombardia e della Venezia
in cui si dice che egli viene ad ajutarli e termina così: e per viemeglio
dimostrare con segni esterni il sentimento dell'unione italiana, vogliamo che
le nostre truppe, entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia
portino lo scudo di Savoja sovrapposto alla bandiera tricolore italiana - 1848
8 febbrajo. Dichiarazione delle basi dello Statuto fondamentale del Regno -
1848 18 marzo. Indulto di C. A. a favore dei condannati per titolo politico
anteriore alla pubblicazione dello Statuto (trovo compresi nell'indulto i nomi
di Giovanni Ruffini da Genova d'anni 35 avvocato - Garibaldi Giuseppe Maria di
Domenico d'anni 34 da Nizza capitano marittimo mercantile) 1855 12 Gennajo.
Morte della Regina Maria Teresa - 20 gennajo. Morte di Maria Adelaide - 11
febb. Morte del Duca di Genova - 1849 28 luglio. Morte di Carlo Alberto ad
Oporto alle 3½ pom.
4628.
arak, in turco, aquavite. cf.
raccagna (mil. e piem.).
4629.
R. Segreteria di Stato - per gli Affari esteri - 4a divisione. -
Consolati Circ. 5a serie particolari (Torino 29 luglio 1835)
Illustrissimo Signore - Da varie particolari informazioni è venuto a certa mia
notizia che non pochi fra i sudditi di S. M. residenti in Levante trascurano
l'esercizio della nostra santa Religione e tralasciano perfino di adempiere le
più essenziali pratiche esteriori da quella prescritte. E questa irreligiosa
trascuranza ecc. (Dice poi la circolare che:) per espresso ordine di S. M. sono
in dovere di ricordare a tutti i Consoli, Vice Consoli ecc. che è precisa
intenzione del R. Governo di non tollerare l'oblio delle pratiche religiose, di
modo che coloro che si credessero esenti dal rendere a Dio ciò che è di Dio,
perchè servono con zelo apparente lo Stato, sappiano che una tale condotta
incontrerebbe la sovrana disapprovazione, non potendo essere leali servitori di
S. M. nè meritarne la confidenza coloro che non danno prove sicure nel tempo
stesso di essere buoni cattolici ecc.... (quindi parlando del re, lo si chiama)
zelantissimo per la nostra religione (e si conchiude) nè tacer debbo che non
esiterò un solo istante a proporre a S. M. di rimovere dalle loro funzioni
coloro che per irreligiosa condotta si rendessero immeritevoli di rimanere al
suo servizio. Il primo Seg. di Stato per gli Affari Esteri - Solaro della
Margherita.
4630.
Torrigiani, deputato smanioso di diventar ministro. Fu un tempo che per un filo
stette per esserlo e s'avea già fatto far l'uniforme che dovette riporre nel
pepe. Torrigiani fa parte del Consiglio di Stato ed è mezzo rimbambito. Fa
relazioni impossibili, e però i colleghi gliele sostituiscono bellamente con
altre che egli legge per sue, senza addarsi di nulla, anzi pavoneggiandosi di
scrivere ancora sì bene.
4631.
Quando Depretis, in Consiglio di Ministro, cominciava ad irritarsi delle
birichinate di Nicotera, questi faceva chiamare, come per cangiare discorso, il
bimbo di Depretis. Entrava la bonne col rampollo; Depretis andava
in brodetto paterno, diventava arrendevolissimo, e Nicotera otteneva tutto ciò
che voleva.
4632.
Medoro Savini è deputato, giornalista e scrittore d'Illetteratura. Fa romanzi
per le appendici a un tanto il braccio. Una volta diè fuori un abbonamento per
12, promettendone di scriverne uno al mese. Usava di rubarne l'intreccio a
qualche romanzaccio inglese o americano di 3a o 4a
qualità. Tanto è ciò vero che, pubblicando nel Diritto un certo suo Castello
di Dorval, carpito ad altro autore, e cambiando man mano il nome dei
personaggi, non si ricordò più nei numeri successivi dei nomi che avea adoprati
nei numeri antecedenti. Ne venne una tal confusione che i lettori del Diritto
non sapevano più racapezzarsi, appressapoco come Squarcia Girami col
Pistolfo Garolfo e Ghisolfo di Biagio da Viggiù. Inoltre, il romanzo dovea
constare di 70 appendici, ma Medoro Savini le avea già oltrepassate e
continuava. Allora il direttore Mussi lo mise alle strette perchè la finisse.
Tira tira, si venne alla transazione di far naufragare in un sol colpo tutti i
personaggi. E così il romanzo ebbe fine, e gli abbonati al Diritto respirarono
più liberamente.
4633.
Il brano nella Malaca conquistada di Sâ de Muezas dove Asmodeo (?) parla
agli spiriti infernali si può dire tradotto dal Tasso “Chiama gli abitator
dell'ombre eterne ecc”.
4634.
nicas (portogh.) malizie al gioco delle carte cf. it. necci.
4638.
Trovasi cenno di Carlo Pisani Dossi mio nonno nella “Storia delle Lagrime
d'Italia sotto l'Austria. Milano. Presso Francesco Scorza editore. Via
dell'Orso Olmetto n.° 14. 1864”. Ne possiede una copia il Comizio Centrale
Lombardo dei Veterani di Milano n.° 25 dell'elenco.
4639.
Nel XII secolo per rammentare al nuovo pontefice che l'elevazione della carica
non doveva fargli dimenticare d'essere uomo, egli veniva posto a sedere sopra
una sedia di pietra forata e vuota al disotto detta stercoraria situata
avanti il portico di S. Giovanni Laterano, e in quella posizione il pontefice
gettava denaro al popolo (M. Gioja Galateo). Questa esposizione del pontefice
sulla sedia stercoraria, fatta senza calzoni, è perchè il popolo passandovi
sotto potesse persuadersi della sua virilità e che nessuna donna era assunta al
papato. Ciò in ricordo della papessa Giovanna.
4647.
Il monte Vaticano appare negli scrittori latini spregiatissimo - Vaticana bibis
- bibis venena - e Tacito: postremo ne salutis quidem cura, infamibus Vaticani
locis magna pars tetendit.
4648.
Ho letto Baudelaire il poeta dei profumi e delle puzze. Le poesie (Fleurs du
mal) mi pajono brutte. Sono scritte in istile notarile, sono di una
monotonia desolante, e dalle imagini e dalle idee stanche e colle rughe della
decrepitezza. Baudelaire cerca di disporsi intorno artisticamente i suoi panni
stracciati. Si direbbe l'orgoglio in cenci. Nota però che il Praga ha
evidentemente copiato da lui le sue bruttezze (cf.
anche le frasi, azzurro, penombre ecc.), che il Carducci s'è
forse inspirato nelle litanie baudeleriane di Satana per comporre il suo Inno
a Satana, e che il pittore Morelli può avere tolto il suo quadro delle
tentazioni di Sant'Antonio dai versi - (nelle Femmes damnées) “D'autres,
comme des soeurs, marchent lentes et graves - à travers les rochers pleins
d'apparitions - où Saint Antoine a vu surgir comme des laves - les seins nus et
pourprés de ses tentations” - Ma tanto sono infelici e vecchie le poesie di
Baudelaire, quanto i suoi petits poèmes en prose sono meravigliosamente
belli e nuovi. La mia ammirazione per lo scrittore è però mista al dolore, dirò
meglio all'odio di vedere che una parte de' miei letterari progetti fu già
compiuta da Baudelaire in modo inarrivabilmente splendido. E splendida è pure
la prefazione di Th. Gautier ai Fleurs du mal.
4649.
C'est l'époque, où, faute de dryades, on embrasse sans dégout le tronc des
chênes. C'est
le premier degré de l'amour. Au second degré, on commence à choisir. Pouvoir
délibérer c'est déjà une décadence. C'est alors qu'on recherche décidement la
beauté. Pour moi, messieurs, je me fais gloire d'être arrivé depuis longtemps à
l'époque climatérique du troisième degré, où la beauté elle même ne suffit plus
si elle n'est assaisonnée par le parfum, la parure ecc. (Gautier?) - Le quali
idee si possono applicare, come imagine, alla narrazione degli sviluppi dei
periodi letterari che muovono tutti dalla massima semplicità alla massima
complicazione.
4655.
Monsignor Della Casa da vera mediocrità, tiene e mostra nel suo Galateo una
pedantesca ruggine per Dante.
4661.
La Censura fece nella 4a edizione del Galateo di Gioja
cancellare il passo “La piacevole sensazione che nel deprimerti risente l'altrui
amor proprio l'illude a segno di fargli cantar vittoria per la sconfitta di una
mosca” - e ciò per ridicolo sospetto che si volesse alludere ai re alleati
contro Napoleone I e alla ritirata da Mosca.
4662.
Silvania sorella di Rufino (M.E.) che passò la vita a Gerusalemme nello stato
monastico, all'età di 60 anni vantavasi di non essersi mai lavata nè il volto,
nè le mani nè altra parte del corpo. - In Catullo trovasi un passo in cui è
detto che le donzelle romane fuggivano da un tale Rufo, sul quale correva voce
che portasse sotto le ascelle irco puzzoso. cf.
Rufo col mil. Ruff, pattume ecc.
4665.
Pei R.F. relativ. a Suvarow Vedi pag. 30 del Galateo di M. Gioja,
ediz. di Torino 1859.
4666.
C'era un ministro il quale usava di abbruciare tutte le lettere e le petizioni
che riceveva, senza risponder loro, dicendo, che così mettevasi al corrente
degli affari; (in M. Gioja) cf. E strappò tutt'er giorno
mormoriali - e buttò li pezzetti ner cestino (Belli).
4667.
hammel (turco) facchino. cf.
camallo (genovese) id. - ghell (mill.) denaro. cf. geld (ted.) id.
4668.
A chi nega che ogni uomo che parla, e che neppure un letterato, possa inventare
nuove parole, gli si può dire: pensi tu che si possano inventare nuovi
pensieri? E certamente l'oppositore, se non è nato a Creta, dirà di sì. -
Ebbene, non sono le parole altrettanti pensieri? non sono forse periodi formati
da lettere?
4669.
1879. Al Cav.re Peiroleri direttore generale dei Consolati, travet
di una buaggine proverbiale, saltano di tratto in tratto delle velleità
filologiche, e con ordini del giorno proscrive la tale o tal altra parola dalle
note ministeriali. Oggi ha proibito l'uso dell'in attesa che vuole
sostituito dall'in aspettazione, dell'affine e
dell'onde, e impone che si metta risultamento al posto di risultato.
E con ciò crede di avere ridotto a buona lingua le scritture del Ministero. Ci
vuol altro, amico! Correggi prima il buon senso, poi la sintassi, e quando le
avrai corrette, pensa pure alle parole!
4671.
i botton luster = i soldati.
4672.
Certo Valera scrisse una Milano sconosciuta, in cui descrisse il mondo
de' ruffiani, delle meretrici, degli accattoni ecc. Ma perchè sconosciuta? Se
c'è una Milano conosciutissima è quella - Noi crediamo che da un mucchio di
letame si possano cavare ancora delle essenze soavi. Il Valera però sarebbe
nato a mutare in un letamajo un giardino.
4673.
Lib. Biz. - Descrizione di una carretta di libri che hanno fatto il lor
tempo. Gli spazzaturai dell'intelligenza ecc.
4674.
La Cronaca cittadina, tutta sanguinolente di suicidi e glutinosa di stupro, è
per l'uomo e la donna moderni dalla pelle incivilita, quello che erano le vive
stragi negli anfiteatri e le publiche oscenità, per la gente antica.
4675.
La statistica è il metodo sperimentale applicato alle scienze morali, le quali
fin quì si trovavano racchiuse in una specie di muraglia di China. Erano,
queste scienze, apparentemente solide, ma guai chi le toccasse. Cadevano
sfasciate dal tarlo. Parevano di aver raggiunto il loro scopo, ma in verità
stavano ferme, perchè impossibilitate a più progredire. Che erano infatti salvo
il gergo diverso i sistemi filosofici del XIX secolo se non gli antichi? - Ed
io se avessi tempo vorrei colla statistica grafica dare pagine di storia ecc.
Un bel tema sarebbe il parallelo fra la gloria letteraria e la guerresca ne'
vari Stati. Si tratterebbe, dopo di avere passato in rivista le necessarie
testimonianze, di disegnare due linee, le quali o procedendo di conserva od
accavalciandosi dessero graficamente l'idea di quanto la letteratura nel tale
stato pigliò il sopravento sulla milizia o viceversa. Per es.
È però difficile se non
impossibile, almeno per ora, di segnare una scala di gradi per l'ingegno e pel
valore come si fa per la temperatura. E senza una tale scala ogni
rappresentazione grafica in proposito è cervellotica.
4676.
Il principio del sistema goriniano di cremazione che il cadavere serve di
combustibile a sè stesso, si trova già in Lucano Pharsalia (L. VIII v.
775-778) “Carpitur et lentum Magnus distillat in ignem - Tabe fovens bustum”.
Pompeo goccia lentamente sui carboni e mantiene colla sua grascia il rogo.
4677.
cf. Stazio - nec lege sinistra -
ferre timent famulae natorum pondera matres - con Manzoni “perchè guardando i
pargoli - la schiava ancor sospira - e il sen che nutre i liberi - invidiando
mira?” - come pure il manzoniano “balzar del pondo ascoso”.
4678.
Dopo i mille che furono fatti, vi sarebbe materia per un millesimo uno commento
a Dante - e ciò raccogliendo in tutte le campagne italiane e specialmente nelle
romane e fiorentine le parole degli antichi dialetti ancora viventi, dalla
savia fusione de' quali Dante compose la sua lingua. Il valore che localmente
si dà a queste parole, dichiarerebbe spesso quello che Dante volle dare colle
sue espressioni. Mi spiegherò con un esempio: Ad Orvieto, per es. si adopera il
vocabolo lustro come sostantivo, per chiarore, splendore (Ti fa mal quel
lustro? ossia quella luce). Ecco spiegato il lustro usato come nome da
Dante nel canto 29, verso 16 del Purgatorio. Così dicasi dei lombardo ca per
casa, del ma per solamente, che è il milanese domá ecc.
4679.
In ultima analisi, il Governo ci obbliga a pagare le tasse per mantenere gli
esattori delle tasse - esercito, burocrazia ecc.
4680.
cf. il Pompeo di Rovani (Giovinezza
di Giulio Cesare) e il Pompeo di Nisard (Les poètes latins de la
décadence). La rassomiglianza fra i due ritratti colpisce.
4681.
In commercio, ne' viaggi di esplorazione etc. quando si ha qualche affare e
qualche meta dinanzi, si guarda qual'è la via più breve che vi conduce e si
piglia arditamente per quella. In burocrazia si fa tutto al rovescio. Si guarda
sempre qual'è la strada più lunga e vi si entra lumachescamente.
4682.
La Colonia Felice (2a ediz.ne) venne stampata in
appendice del giornale “La Riforma” di Roma nel 1879 n.° 91 e seg. dal I°
aprile in avanti. Poi
dallo Stab. tip. ital. (3a ediz.) - Poi da Sommaruga, Roma, 4a
ediz.
4683.
Diceva una tale mammina, che potrebbe essere la Signora Balsamo-Crivelli: Mia
figlia ha ballato tutta la notte colle natiche in mano. Voleva dire le nacchere.
4684.
La [parola abrasa nel ms.] Nina B., da bimba, sentivasi a volte
dei gruppi d'angoscia, degli èmpiti di dolore a sfogare i quali avea un immenso
bisogno di piangere. Ma le lagrime non venivano. Allora la bimba cercava di
farsi del male per invitarle, solleticarle, e si mordeva a sangue le dita, e se
le schiacciava fra gli usci e si dava perfino del capo nel muro.
4685.
Il Galateo di M. Gioja è scelleratamente scritto quanto a lingua, stile
ed idee. Di più è denso di farfalloni di inesattezze storiche. È roba
cucita insieme senza gusto nè logica.
4686.
I cosidetti tre volte buoni arrecano in generale più danno che vantaggio a sè e
al loro prossimo. Si potrebbe dir quindi di loro, che oltrepassano la linea
della bontà senza toccarla.
4687.
Le scienze politiche ed economiche dopo una infinità di studi e di esperienze,
non sempre pacifiche, arrivano al punto di formulare il fondamentale principio
che “il miglior modo di raggiungere l'equilibrio degli interessi e degli
affetti fra gli uomini, ossia l'universa prosperità, è quello di lasciar
correre tutto secondo natura”. - E ci vollero secoli per arrivare a questa
preadamitica conclusione!
4688.
Diceva Cattaneo che voler aggregare, sotto il pretesto della nazionalità, il
Canton Ticino all'Italia monarchica, sarebbe stato come uccidere un usignolo
per aggiungere un'oncia di carne ad un'oca.
4689.
Dicea tale, uomo d'ingegno, il quale, a forza di studio non riuscia a capire
più nulla: nella mia lampada il tropp'olio affogò lo stoppino.
4690.
L.B. La terra è piena affatto. Non c'è più posto per alcuno. Il deserto
Africano, l'interno dell'Australia ecc. formicolano di uomini. I fiumi, i laghi
sono coperti da città galleggianti. Si vive perfino in palloni captivi. Di tutto si seppe trarre
alimento, perfino dal regno minerale, ma la fame chiede sempre. Il progresso filosofico ha
cancellato tutti i confini, quindi non più il salasso delle guerre: il
progresso scientifico ha ristretto le malattie all'individuo in cui sorgono,
quindi non più pesti. L'unica teoria che non ha fatto cammino nella pratica è
quella di Malthus. Le donne seguitano a figliare senza risparmio. Gli uomini
esterefatti si raccolgono ad universale parlamento per ostare al generale
disastro. Chi propone di sopprimere la prole nascente, chi d'impedire la
procreazione - chi di stabilire una decimazione. Dopo molto discutere si decide
di eccitare una forte corrente di emigrazione verso la... luna.
4693.
In questi ultimi tempi è uscito uno sciocchissimo libro che vorrebbe essere il
galateo della nuova società. S'intitola “La gente per bene” e ne è autore
credo, sotto lo pseudonimo di Marchesa Colombi, la moglie di uno de'
gazzettieri di Milano, certo Torelli-Violl[i]er. Basterà citare qualche brano
di questa gemma di libro. I commenti ci pajono inutili - “Una signorina non
deve mai domandar conto alle visitatrici dei loro figli, dei fratelli, dei
cognati, quando sono giovanotti - Non dovrei supporre che una padrona di casa
che dà un pranzo, commetta la sconvenienza di collocare una signorina accanto
ad un giovinotto - Una signorina non porge mai la tazza ad un giovane, a meno
che sia suo fratello. Ed ancora ha l'aria di uno scherzo - Neppure la catenella
dell'orologio è concessa ad una signorina che vuole osservare le regole di
convenienza - Non guardino, le signorine, mai fisso alcun giovine, checchè ne
dice loro la simpatia. Non c'è cosa più sconveniente di quell'ostentare in
pubblico una preferenza, che una fanciulla dovrebbe neppur confessare
arrossendo alla propria madre - La signorina matura non potrà ancora uscire di
casa sola, ma potrà uscire con un fratello, con uno zio - Il padrino (del
neonato) deve regalare alla partoriente una scodella colla sottocoppa e il
cucchiajo ed un ovarolo col cucchiarino da ova; il tutto in metallo più o meno
prezioso o in porcellana, a seconda de' suoi mezzi e della sua generosità:
l'ovarolo sarà con vantaggio mutato in un intero servizio da ova al latte - ma
la scodella dev'essere sola - È di buon gusto aver la cifra sul servizio in
cristallo per le bevande - Sarebbe un malcreato chiunque pregasse una signora
d'accordargli un ballo senz'esserle stato presentato, ma se il malcreato ci
fosse, la signora dovrebbe ricusargli il favore - Non sono che le provinciali
che si credono (in palco) in obbligo di alternarsi ad ogni atto per mutar
prospettiva - Qualunque sia l'entusiasmo che le ferve nel cuore, una signora
non applaude mai. Le dimostrazioni opposte non sono convenienti neppure per gli
uomini. Davanti ad una signora poi non ci potrebbe essere che un mascalzone
capace di voler fischiare - È di buon gusto il non uscir mai dal teatro in un
momento in cui lo spettacolo interessa vivamente il pubblico - Una signora deve
avere la carta colle sue cifre, e la corona se l'Almanacco di Gotha non ci ha
nulla in contrario - Ma badino: la carta colla cifra e lo stemma non si adopera
mai per mandar commissioni alla sarta, alla modista, al mercante, al calzolajo
- Una signora che accompagna una signorina non deve mai ballare...” - Inoltre
la Marchesa Colombi non vuole che in società si dicano tratti di spirito e
parla forse in causa propria, poichè guai per lei se si usasse di dirne; molto
vorrebbe torre ai bambini il dono della sincerità e dell'entusiasmo e farne
altrettante eleganti marionette etc. etc. Nè la Marchesa Colombi ha scritto il
suo libro per scherzo o per pungere i costumi dell'alta società del dì d'oggi.
Ella dà i suoi precetti seriissimamente. Fortuna che la società veramente buona
non s'è mai sognata nè s'indurrà mai ad essere del suo parere. Altrimenti
sarebbe a desiderarsi di vivere tra gli Esquimesi o i Zulu.
4694.
Una volta si scrivevano libri; oggi, frammenti di libri. Mangiata la vecchia
pagnotta, non restano più che le briciole. Dio fornajo, cuocine un'altra!
4695.
Il governo costituzionale è un governo assoluto, temperato dal favoritismo. (Maraini)
4696.
Frequentava casa Maraini una certa signora, sciocca, vecchia e col gozzo -
ancora innamorata di suo marito. E fin quì nulla di male. Ma il ridicolo
cominciava quand'ella vezzeggiava questo suo marito in piena conversazione,
dandogli delle mezz'oncie (ganascine) e chiamandolo “el me Carlinett”
tanto che il marito doveva darle su la voce ad ogni tratto, dicendole “sta
quietta, cialla”. E come se ciò non bastasse ella voleva mettere lingua in ogni
discorso che si facesse nè stava contenta finchè non ci avesse appioppato il
suo sproposito. Un dì si parlava di Marco Bruto. “Ah! Marco Bruto... statua
distrutta” - fec'ella sentenziosamente, chè aveva letto in non so quale guida
di una statua distrutta di Bruto. Udendo poi taluno, che diceva “vegni
dall'opificio...” “Opificio? - ella chiedeva - gh'è l'opificio anca in Francia;
n'è vero, Carlinett?”
4697.
Verrà un tempo, in cui col progredire della scienza statistica si potrà leggere
in una paginetta di cifre e di diagrammi, tutto un trattato di psicologia, di
morale, per conoscere il quale ci tocca ora di annojarci lungo centinaia di
pagine e grossi volumi. La statistica saprà fare il consommé di tutto lo
scibile. Avremo la morale, la storia a colpo d'occhio.
4698.
Nel L.d.B. potrebbe figurare - “La Storia di un martire nel secolo XIX”
- In essa si narrerebbero tutti gli strazi per cui debbe passare un povero
essere uomo prima di arrivare alla virilità od alla sapienza, o a meglio dire,
alla stoltezza - I dolori della nascita, le fasce, le cure fuor di proposito
dei parenti (quando si ha per es. una madre incaponita a voler rinfrescare con
purgante ogni settimana i suoi bimbi, ch'essa s'imagina in un perpetuo
riscaldo), le scuole destinate a soffocare ogni originalità, la carriera
imposta dai parenti contro ogni vocazione, il debito militare, le tasse,
l'amore ecc. ecc.
4700.
cf. il nome di Sorgues
(Sorga) fiumicello amato da Petrarca nella sua melancolia amorosa con sorgen,
tedesco, cura, malincolia - Così cf.
Segrin, laghetto brianzolo, disabitato e che ispira mestizia, col nome
francese chagrin.
4701.
Un quadretto di genere, illustrativo dei costumi romaneschi, potrebbe essere
quello di una famiglia di ciociari che seduti a piè di una scalea, si ammazzano
vicendevolmente in testa i pidocchi. Sotto vi potrebbe esser scritto: scena
intima o scena di famiglia.
4702.
[La nota, che occupava sette righe del ms., è stata abrasa fuorché in parte
della seconda e terza riga, ove si legge:] donde si scorgeva un immenso e
magnifico orizzonte. “Il mare!” esclamai con entusiasmo. “Quanta lattuga!”
4703.
La lingua francese ha nelle sue frasi l'ipocrisia e l'esagerazione della politesse.
Noi diciamo: “son contento di vedervi”, e ci pare abbastanza: ai francesi par
poco dire “je suis ravi, je suis enchanté de vous voir” - noi
diciamo: credete che...: i francesi “veuillez croire...”.
4704.
Ministero Esteri. 1880. Avevo scritto una nota, di quelle in cui si deve dir
nulla con molte parole. Il mio capo d'ufficio vi diede un'occhiata, e siccome,
per la mia fitta scrittura, appariva breve “va bene” disse “ma parmi un po'
corta. Veda di aggiungervi qualche periodo”. Io mi chinai in silenzio, ripresi
la nota, e tornato al mio scrittojo, non feci altro che ricopiarla da capo in
un largo carattere, a grandi interlinee: poi la riportai al capo d'ufficio. E
questi: “ah, ora sì che va bene” - disse - e la passò ai copisti. -
4706.
Il barone * è di coloro che stanno sempre in oca. Ti farà per 10 anni la
stessa domanda, cui tu rispondesti, fin dalla prima volta, definitivamente. Per
es. ti domanderà “eh? come vanno gli occhi? sei guarito?” (mentre egli ben sa
che dall'oftalmia che t'incolse sei già sfuggito da più e più anni) - oppure -
“sta bene la tua signora? s'è sgravata?” (e la tua signora s'è già sgravata da
anni). * fu sempre la burla di tutti i suoi compagni. Un giorno l'or deputato
Martelli gli andò a contare che un tale, certo Cattaneo, diceva attorno
com'egli, *, avesse 3 coglioni. “Minga vera!” fec'egli. - “Eppure, continua
Martelli, dice Cattaneo che ci scommetterebbe”. Infatti, si viene a scommettere
un pranzo, e alla fine del pranzo, * cala con aria di trionfo le brache facendo
vedere i gemelli, e dicendo: donca, hin minga duu? - Sì, duu - risponde
Cattaneo che sedevagli presso - e vun che fa trii - aggiunge, battendogli il
capo. -
Lo stesso
*, una sera in una conversazione, uscì a contare ch'egli possedeva una particolare
abilità per levare i calli. Uno della compagnia lo trasse in disparte, e:
“bravo te, gli disse, hai contato una cosa proprio a proposito. Hai il modo di
entrar nelle grazie di una fra le nostre più belle signore. Già un poco la
conoscerai. È la marchesa Trivulzio. Bene, sappi che la marchesa ha appunto una
dozzina fra calli ed occhi pollini che non la lasciano mai
tranquilla e per i quali ha chiamato inutilmente i più distinti pedicuri di
Milano e di fuori. Domani vado tosto a parlargli di te - e sono certo che ti
accoglierà a braccia aperte... o per dir meglio, a piedi alzati”. - *, tutto
contento, accettò. L'indomani medesimo, l'amico va da lui e “ho parlato, sai,
alla marchesa ed essa ti attende con impazienza. Se vuoi, puoi recarti da lei,
oggi stesso, prima di pranzo”. E * ringrazia l'amico e, giunta l'ora, si mette
in chicchera e va al palazzo della marchesa, dove si fa annunziare. La
marchesa conosceva di vista *: l'avea incontrato in qualche terza casa: ma la
loro conoscenza s'era fermata al saluto. Sorpresa alla visita inaspettata,
tanto più sentendo dal servitore che il barone veniva per una faccenda che lei
sapeva, dice poi: introducilo. La marchesa trovavasi in compagnia della
Contessa Litta. Entra *: fa grandi inchini: è invitato a sedere e a parlare: ma
egli tituba, guardando la contessa come a dire “questa signora è di troppo” -
No, no - dica pure - fa la marchesa - la contessa è mia amicissima: desidero
anzi ch'ella assista al nostro colloquio. Allora * si fa coraggio e: sono
venuto... come siamo intesi, per i suoi calli, o marchesa. - La contessa Litta
non potè fermare uno scoppio di risa: la marchesa, damina che pretendeva molto
alla sciccheria, si alza indignata... Il resto ciascuno se lo può imaginare. *
uscì di casa Trivulzio, colla coda fra le gambe, come un cane scottato.
4707.
(Ritaglio dalla Desinenza in A) Chi ama le commedie cosidette morali
ha i suoi teatri. Ha il Filodrammatico, ha il Fiando, dove può assistere,
senza scandolezzarsi anche al ballo. Per gli stolti, c'è la sua letteratura -
Carcano, Cantù, e compagnia, e c'è anche pei bimbi. È veleno il mio, nol nego,
ma i veleni sono utilissimi a chi sa adoperarli, anzi fanno parte essenziale
dell'arte della salute. Io voglio lettori che sappiano pensare per proprio
conto, nella coscienza e nella scienza de' quali si trovi il controveleno. I
libri di morale non insegnano, infine, che quanto si sa.
4708.
Nisard disse che i poeti s'involano dalla nostra Europa industriale ed
economica - Ciò è falso, poichè l'industria e l'economia sono fatti e
sentimenti sì grandi da ispirare tanta poesia quanta ne inspiravano la guerra,
l'ignoranza e le carestie delle passate età.
4709.
Da 6 anni la mia Colonia Felice era scritta, quando trovai in Grozio,
pag. XVI: “Si nulla est communitas quae sine jure conservari possit, quod
memorabili latronum exemplo protulit Aristotiles, (nn)” e sotto c'era la
seguente nota di Gronovio: immo Plato ni fallor. Neque enim ullus, quod scio,
talem sententiam ex Aristotile protulit, quum tamen loca veterum in hanc rem
congerere voluerint interpretes in Cic. De off. II - Vide Platone Lib. X
de Republ. pag. 351 Ed. H. Stephani. - Haec in prima editione dicebam.
Reperi postea locum Aristotelis quod rem facit apud Stobeum serm. X pag. 131
Ed. Gen. 1609.
4710.
Secondo Euripide e Tucidide e Lattanzio, ecc. parebbe che anticamente le pene
fossero più miti di quanto lo furono nei successivi tempi. Parebbe anche che la
pena di morte non esistesse (Vedi in Grozio lib. I cap. II).
4712.
Non c'è villaggio nella Varesina (e credo anche nel Comasco ecc.) i cui
abitanti non portino da tempo immemorabile qualche sopranome dato loro dagli
abitanti delle altre parti del contado. Quei di Varese sono perciò chiamati i
boritt - di Masnago, i bindelitt - di Carnago i saronatt (latte
saron) - di Lunate i martoritt - di Barasso i goss - di
Comerio i porscelitt - di Gavirate i scartozzitt - di Caldana i
zoccoritt - di Besozzo i spazzapozz ecc.
4713.
Fra i progetti letterari che avrei e che lascio in eredità a' miei successori
vi ha quello di un'opera intitolata: “I fasti dei parlamenti italiani” nella
quale si riprodurebbero le sedute e le discussioni che influirono capitalmente
sull'indirizzo di Italia o di parte di essa. Si potrebbe cominciare ben da
lontano coi parlamenti siciliani medioevali, e su, passando per le assemblee
della Cisalpina - del 48 e 49 - del Parlamento Subalpino e dell'Italiano (la
dramatica seduta dopo la rotta di Novara, la proclamazione della guerra
all'Austria nel 59, la proclamazione dell'unità di Italia ecc. ecc.) - Altro
libretto utilissimo e che potrebbe uscire annualmente in forma di almanacco,
sarebbe un manualetto per l'emigrante italiano nel quale dopo di
essersi, a guisa di prefazione, tratteggiata con vivi colori la storia
dell'emigrazione durante l'anno prima nelle varie parti del mondo, si darebbe
ogni più utile indicazione per coloro che, nonostante ogni contrario consiglio,
si ostinano nel voler emigrare - così vi si farebbe la lista degli agenti
palesi e segreti di emigrazione più infesti - dell'autorità cui l'emigrante può
ricorrere ecc. ecc. - vi si aggiungerebbero documenti relativi all'emigrazione,
testi di legge, lettere di emigranti, statistiche, tariffe di trasporti
marittimi ecc. ecc.
4714.
Grozio nel suo libretto 13 capitoletti Mare
liberum prova ad esuberanza la libertà del mare, comune a tutta l'umanità,
contro le pretese de' portoghesi che pretendevano al monopolio del commercio
coll'India. Tuttavia, nella conclusione incoraggia gli olandesi a sostenere le
proprie ragioni colle armi. Id, ubi judicium haberi non potest, justo bello
vindicatur. - Così,
Seneca, appressapoco, nel suo opuscolo confortatorio dopo di avere cercato di
consolare credo una madre, per la perdita del figlio, con ogni possibile
argomento razionale, conchiude consigliandole, come consolazione massima (e
veramente, della chiavetta), il vino.
4716.
Casi di coscienza. Sostituzione d'infante. Una moglie desidera ardentemente un
bimbo. Ma il marito è impotente ed ella è fedele. Vi ha un medico, amico della
famiglia, il quale ben sa che il seme del marito non ha zoospermi e che quindi
il desiderato bimbo non nascerà mai: pure, per carità di lei, attribuisce la
sterilità della moglie ad una irregolarità d'utero, che si potrebbe, tuttavia,
vincere colla siringa della fecondazione artificiale. E difatti persuade il
marito ad emettere un po' del suo sperma per injettarlo artificialmente nella
vagina di lei: poi, preparato nella siringa altro seme di un giovane sano e
robusto, ve lo mischia, e irriga con ambedue l'ovaja della moglie. E questa
concepisce, adultera a sua insaputa. Un tal medico, secondo me, ha compiuta
un'opera di carità.
4717.
[La nota, di circa due righe, è stata abrasa dal ms.].
4718.
Certo * di Milano il quale ha messo insieme una ragguardevole fortuna vendendo
cromolitografie di santi e libri da messa e qua e là usureggiando, invia, in
media, ogni settimana nelle diverse parti d'Italia 6000 libretti di messa!
Siamo nel 1880. E poi dicono che l'Italia procede.
4719.
In una raccolta di “bozzetti umoristici” che avrei potuto compiere se non fossi
caduto in quel pozzo che è un Ministero, avrebbe figurato la predica di un
gesuita bentamista, tendente a passare in rassegna i molteplici
comodi e vantaggi igienici di cui è apportatrice la religione cattolica. -
“Vedete! avrebbe detto quel gesuita - Con que' cappelli che la moda c'impone -
cappelli che impediscono all'aria di circolare intorno la nostra zucca - ci
procureremmo moltissime malattie, se non ci fosse il divoto uso di salutare i
Santi e le Madonne dipinte che incontriamo, ogni tratto, per strada, o di
scoprirci al battere dell'ave maria. Così, noi dobbiamo a quelle stesse sacre
imagini la prima illuminazione che s'è fatta per le vie della nostra Città e la
sola che dura in molti villaggi - con il che lascio voi pensare quante
sdrucciolate e cadute e rotture di stinchi si son risparmiate. E se non fossero
gli obblighi domenicali, tenui obblighi, la smania del lucro vi farebbe mancare
a quel precetto principalissimo d'igiene di riposare almeno una volta la
settimana. Col digiuno poi vi risparmiate le indigestioni e vi mantenete sempre
fiorente l'appetito; colla disciplina riuscite talora, in tarda età, a
dar nuovi servi al Signore ecc. ecc.
4720.
Scopo della burocrazia è di condurre gli affari dello Stato nella peggior
possibile maniera e nel più lungo tempo possibile.
4721.
I libri non nuovi (chiamo non nuovi quelli che non hanno ancora
oltrepassato il mezzo secolo di vita) sono i meno conosciuti, tanto rispetto ai
libri vecchi che ai nuovi. I libri vecchi, e spec. gli antichi, entrano infatti
negli studi pubblici - i nuovi nei privati. Oggi i libri si fanno a trancia,
a vapore.
4722.
Auguro agli Italiani ch'essi possano raggiungere un grado intellettuale da capir
tutti e tutto Manzoni.
4723.
Costumi di Ciociaria (confine tra il Napoletano e il Romano). In alcuni
villaggi, il giorno dopo di un matrimonio, i parenti e gli amici vanno in
processione a visitare gli sposi. Il padre o qualch'altro anziano della
famiglia solleva e mostra il pannolino tinto del sangue virginale della sposa,
e dando a questa un'occhiata fra il malizioso e il severo, le domanda con una
particolare monotona cantilena “E chi t'ha fatto sa (questa) ferita?” Allora lo
sposo, colla stessa cantilena, salta su a dire d'un'aria orgogliosa “L'aggio
fatta gneu (io)” E la sposa, sempre nella cantilena medesima, con bassi gli
occhi e sprofondando il mento nel fazzoletto che ha intorno al collo, aggiunge:
“collo consentu meo” - (col consenso mio). “Evviva gli zampitti!” conchiudono
gli amici e i parenti con un grido di gioja e buttando in aria i cappelli
briganteschi - e il matrimonio è ratificato.
4724.
Due bruttissimi, un uomo e una donna, s'innamorano l'uno dell'altro -
Compiacenze che provano nel guardarsi. Ogni giorno si scoprono una nuova
bruttezza -Mostrare la relatività del bello e del brutto - e la onnipotenza
d'amore.
4725-
Le gioje materiali e le intellettuali. Un giovine di altissimo ingegno ma di
debolissimo corpo s'incontra in un gigantesco capitano delle guardie reali,
macchina di lardo fiorente di salute, colla beozia in viso. Tutti i passanti
guardano ammirati e invidiosi il Golia, e lo credono fortunatissimo. Ma il giovine
sparuto pensa che quel colosso di carne non ha mai goduto le intime ed acute
gioje dell'animo che crea pensieri e trova nuove forme; che nello spasimo
stesso del concepimento intellettuale gusta le massime voluttà. Il mondo
giudica male. Il fortunatissimo è chi vive la vita del genio.
4726.
Discorrevo un giorno con alcuni amici di guerre e battaglie, e poichè nessuno
di noi s'era trovato nel caso di sfidare la morte su un campo, ci domandavamo
che avressimo fatto o sentito la prima volta che ci fossimo trovati al fuoco.
Ed io dissi: per conto mio, sono sicuro di due cose: la prima che avrei paura
moltissima; l'altra, che non fuggirei.
4727.
Cattaneo odiava Tommaseo. Quando uscì il “Fede e Bellezza” di quest'ultimo,
diceva agli amici, che volevano difendere il Dalmatino - ma guarda quì, che
porcheria! - (e loro leggeva una frase ipocritamente oscena del libro, per es.
le labbra conglutinate dell'amante tisico che baciavan l'amante) - e questa...
(e loro ne leggeva qualch'altra)... E sulle furie contro il gesuitico e
fiorentineggiante stile di Tommaseo si pose a scrivere quella sua critica
famosa del “Fede e Bellezza” che polverizzò col formidabile umorismo lo sconcio
libro. Cattaneo l'avea anche con Tommaseo pei suoi amori - e sentendo da
Samuele Biava l'autore delle Melodie italiche che Tommaseo amoreggiava
con una sua serva - guardate gli alti amori di Tommaseo! sempre serve... nanca
ona camerera!
4728.
Cristoforo Negri avea il debole delle presidenze. Una volta Cavour lo
incaricò lui ed Angelo Fava di compilare un regolamento per l'Università. “Che
hai?” gli chiese qualche dì dopo un amico vedendolo colle lune arrovesciate.
“Che ho! che ho! L'ho con quel benedetto Conte di Cavour che ha dato a me ed a
Fava la commissione di fare un regolamento per l'università senza dire chi di
noi due dovesse essere il presidente!”
4729.
È una vana illusione quella che il Governo debba essere il patrono, il procolo
del nuovo genio; è un lamento irragionevole quello che il Governo non si mostri
mai tale. Il Governo rappresenta la forza, la scienza, l'arte costituite, ossia
il risultato degli sforzi anteriori all'epoca in cui esso domina: il nuovo
genio, invece, la rivoluzione, la lotta colle vecchie idee, quelle idee appunto
che sono l'essenza del Governo imperante. Ora, non è credibile che un Governo
possa, scientemente, cospirare con chi mira a sostituirglisi. Vero è bene che
nella susseguente epoca il genio rivoluzionario, già combattuto, aquista il
marchio della ufficialità, ma quando esso è rappresentato a sua volta dal
Governo, altro genio sorge ribelle e la battaglia rinasce o piuttosto continua.
E così di seguito, perchè la rivoluzione non ha fine mai. - In altre parole,
come nella vita fisica (secondo
la teoria goriniana),
l'idea governativa rappresenta il liquido che si è già solidificato; la
rivoluzionaria il liquido che tende a solidificarsi. Senza questo doppio stato
della materia, senza questo doppio stato della idea, non vi ha vita possibile.
4730.
La coltivazione della volontà - ecco quella fra le nostre cure che
dovrebb'essere la più importante. A tale scopo dovrebbero tendere
principalmente gli studi - l'educazione sociale e le istituzioni dello Stato.
Il diverso grado dell'umana intelligenza e del successo nel mondo è segnato
dalla scala della volontà. I grandissimi uomini furono sempre coloro in cui la
volontà pose le sue più ferme radici. Invece, la maggioranza, la sine nomine
plebs, è fatta di esseri, che, sebbene veggano talvolta il
meglio, lo desiderano fiaccamente, lo vogliono imperfettamente - e però non lo
raggiungono mai nella sua interezza. Da quì i libri vaniloquenti, la politica
alla Cairoli, ecc. Cit. la controvolontà, caratteristica in molti
cervelli malati, ecc.
4731.
Cattaneo, scritti vari: “Una universa mendicità abbracciò nel Medio Evo
la maggioranza degli uomini”. cf.
Correnti “il medio Evo, l'epoca della universale mendicità”.
4733.
La nazione dell'uomo studioso è una sola, è la nazione di Omero e di Dante, di
Galileo e di Bacone, di Volta e di Linneo, e di tutti quelli che seguono i loro
esempi immortali; è la nazione dell'intelligenza che abita tutti i climi e
parla tutte le lingue (Cattaneo, scritti vari) - V. Cervello unico
universale.
4734.
L'uomo in continuo conflitto cogli elementi, che il solo progresso delle
industrie può trasformare da persecutori in servi ed amici (id.). cf. Gorini dove (mi pare nell'origine
de' Vulcani) dice che le forze dell'Universo sono tutte benefiche e che
dipende solo dal nostro non conoscerne molte e non saperle adoprare se ne
ricaviamo mali e non buoni effetti.
4736.
Si potrebbe scrivere un curioso studio sul modo di produrre artificialmente
il genio. È certo che, in date circostanze, le nostre facoltà intellettuali
sembrano migliorarsi e che in una di quelle mezz'ore cosidette d'ispirazione si
trova quanto avevamo inutilmente cercato in un anno. Cogli esperimenti e col
tempo arriveremo senza dubbio a sapere di che si compone il genio e a
riprodurlo. Sembra intanto che esso sia una conflagrazione cerebrale - che si
conchiude solitamente con una ipertrofia del cervello. Per eccitare le nostre
facoltà intelligenti, si usano oggi, talora con non cattivo successo, mezzi
empirici come sarebbero i liquori spiritosi. Ma questi mezzi, a lungo andare,
riescono insufficienti, ed, esigendo per potere sempre valere, un progressivo
aumento, rovinano l'organismo, che, per sua parte, è indispensabile
all'esecuzione dei trovati del genio. - Approfondire la questione se questa
esagerazione dell'ingegno comune indichi (come lo indica la diminuzione) uno
stato morboso del cervello - o se piuttosto il genio sia la prova del cervello
sanissimo - Dato che si riesca a provocare l'ipertrofia geniosa si farà quanto
si usa già a fare pel fegato delle oche, destinate a imbottire i pasticci detti
di Strasburgo.
4737.
Dice, con un sospiro, il ricco ammalato: non sono in caso di andare a piedi - E
il sano povero: ed io di andare in carrozza.
4738.
Vidi un povero diavolo che per companatico al proprio pan nero mangiava un
morsello di bianco.
4739.
“allustrame!” fammi lume (Rocca di Papa, camp. romana) - spiovere, quando sarà
spiovuto = sarà cessato di piovere (id.) - spopolar segreti - ridirli,
pubblicarli (id.) - so spadronata = sono senza padrone (id.) -
4740.
(R.U.) Le persone di buono e di cattivo naso. Vi ha tali che, entrati
nella prima bottega che loro capita (ed è la migliore), mettono tosto l'occhio
sul miglior capo e sanno portarselo via per poco prezzo: vi ha altri invece
che, girati tutti i banchi della fiera di Sinigaglia e contrattato per ore,
finiscono coll'avere nel gobbo il peggior capo al maggior prezzo possibile. E
così, per la scelta dell'impiego, della moglie ecc.
4742.
Utilissimi i libri, come quelli di Cattaneo, per farci conoscere autori, che
noi, anche leggendoli, talora non comprenderemmo o perchè mancanti di
cognizioni bastevoli o perchè mortalmente nojati. Ma Cattaneo legge per noi, ci
sgombra tutta la parte puramente mole di un libro e ce ne dà il succo. Quanto
tempo si risparmierebbe se ci fossero, per ogni opera, simili stacci! -
Cattaneo colla luminosa sua critica attraversa la mente spesso confusa degli
autori ch'egli esamina e loro mostra la via che essi avevano, taluna volta,
inconsciamente percorsa.
4744.
L.d.B. La lamentazione di un cadavere pietrificato - Era un uomo
illustre: l'hanno voluto onorare, dopo morte, cangiandolo in pietra. Egli vede,
intorno a sè, le sciolte molecole degli altri corpi rientrare nella perpetua
danza e rivivere in nuovi corpi. Ma egli è condannato a non dissolversi più, a
non riaquistar quindi, sotto nessuna altra forma, un'altra vita. E anela alla
vita, fosse pur quella di una marmotta, ed impreca a' suoi malconsigliati
ammiratori. - Intrecciarvi l'elogio della cremazione, la quale ajuta il pronto rinnovarsi
de' corpi. - Incatenato eternamente alle antiche sue spoglie, come Prometeo
allo scoglio, egli chiede a Gorini che lo ha impietrito: e che ti feci di male
o Gorini? perchè uccidesti completamente le molecole mie, perchè facesti di me
un morto senza rissurezione, un immortale cadavere?
4745.
L.d.B. Muore Gorini. I mondi ch'egli ha creati e che giaciono nel suo
laboratorio, colle loro foreste di minerbina, coi loro microscopici abitanti
spontaneamente generatisi, si trovano senza Dio. - Raff. coi mondi più in
grande, usciti dalla padella di qualche colossale e a noi invisibile Gorini.
4746.
Parlando di carità inutili può servire la frase - “val come la carità di un
pajo di stivali fatta a un carmelitano scalzo”.
4748.
Quando nel 1879 e nel 1880 e nel 1881 scrissi per l'on. Dep. Damiani le
relazioni sul bilancio degli affari esteri, relazioni che levarono rumore nella
Camera e fuori (I più
scaltriti sospettarono che fossero di Correnti), vi fu taluno che conoscendo il
mio stile e quello di Damiani s'insospettì che io ci avessi messo lo zampino, e
me ne fè qualche accenno. Ma io lo assicurai che quelle relazioni erano state
scritte a Marsala. Damiani era infatti deputato e proprietario di Marsala. Io,
dal canto mio, mi era in quell'occasione confortata di Marsala l'imaginazione.
4749.
Cattaneo dicea: mi pare talvolta di essere un vecchione... un vecchione: di
avere tre, quattromila anni sulle spalle... Direi quasi di essere un
egiziano... un babilonese, se non mi trovassi a Castagnola - Cattaneo non
poteva vedere Correnti e lo chiamava “quel cagon”. L'avea infatti conosciuto a
Milano nel 1848, dove Correnti non avea fatto la più coraggiosa figura del
mondo nel Governo provvisorio come segretario generale. Nè Cattaneo volle mai
riamicarsi a Correnti. Quando, essendo l'Italia a Firenze, Cattaneo vi fu,
Correnti cercò ogni modo di far la pace con lui. Molte persone, amici di
entrambi, intromisero a ciò i loro premurosi uffici. Ma Cattaneo rispondeva
sempre: non parlatemene, e Correnti restò colla voglia.
4750.
Cristoforo Negri era professore a Padova, quando nel 1848 furono cacciati gli
Austriaci. Negri austricizzava, frequentando la casa della principessa Aremberg
(?): avrebbe anzi seguito gli austriaci, se questi non fossero scappati con
tanta fretta, e in modo da non poter esser raggiunti. E allora avvenne che i
rivoluzionari posero adosso gli occhi su Negri come sulla persona più illustre
della città (e difatti, era) e, messo insieme un Comitato di salute pubblica,
lo nominarono issofatto presidente. Ora, Negri aveva il debole delle
presidenze. Accettò. Si portò bene. Successero i rovesci di fortuna per la
causa della libertà. Fu obbligato ad emigrare in Piemonte, e così, cominciato
senza volerlo a fare il patriota, continuò per la buona via; e riuscì ad
altissimi posti nella nuova Italia.
4751.
R.U. Impiegati - Descrizione della casa di un impiegato, ammobigliata,
tappezzata con prede d'ufficio. I muri delle stanze sono infatti coperti con
carta inglese da lettera, dipinta a fiori rossi e celesti con inchiostro
ministeriale: colle righe e le squadre di legno sono stati costrutti i più
svariati mobili: la ceralacca fina serve ad incatramare le bottiglie e sciolta
nello spirito (pure burocratico) a verniciare le gambe de' tavoli ecc. Colla
punta delle penne, il bimbo s'è fatto una specie di organetto: la moglie
adopera le forbici dell'ufficio pei panni, e lo spago per i capponi; perfino il
gatto ha al collo il nastrino tricolore dei promemoria, ecc.
4752.
I Delitti dei grandi e dei piccoli. Il parricidio fa orrore nei rapporti della
vita onesta e privata. Fra i sovrani aquista splendore. Il parricidio è difatti
diventato una istituzione di famiglia nella casa imperiale di Russia. La Staël,
descrivendo l'incoronazione, credo di un Paolo Romanoff dicea: dinanzi al nuovo
imperatore camminavano in magna pompa gli uccisori di suo nonno; al suo fianco,
quelli di suo padre: dietro, i suoi. - E non appena un sovrano russo è
strozzato o pugnalato dal figlio, che tosto i regnanti d'Europa fanno a gara a
presentare a costui le loro congratulazioni pel suo avvenimento al trono. E poi
si dica che la giustizia non è una vana parola!
4753.
(1881 - genn.) - Vassalli era uno fra i migliori campioni di quella forte
stoffa lombarda che diede Cattaneo e Rovani. Già fido amico di Giuseppe Mazzini
con Pistrucci e Fabrizi, dovette - travolto dagli avvenimenti politici -
riparare in Egitto dove trovò eccellente accoglienza e un posto di una dozzina
di mille lire, come sopraintendente agli scavi. Fatta poi l'Italia, pensò di
tornarvi. Gli si offerse un posto di 1200 lire. Vassalli ripartì tosto per
l'Egitto dicendo “Figurass, voreven damm on post de bidell” - Ora, Vassalli
invigilava agli scavi di Tebe. Il marchese G. Martirio Arconati Visconti e sua
madre, recatisi a visitare quelle rovine, s'incontrarono in un bel vecchio, con
lunga barba bianca, vestito all'araba: “Varda che bell'arabo!” fa la marchesa
al figlio Gian Martirio. - “Ghe par, sura marchesa?” le domanda Vassalli in
pretto meneghino. - Nel 1881 Vassalli avea circa 71 anni e parlava nella pura
lingua del Porta come se uscisse in quel punto dal Verziere di Milano.
4754.
(frasi varie) - mio indispensabile amico... - i filaper del mè ingegn... - [rasura
nel ms.] - le azzurre = bas bleu.
4755.
Il miglior mezzo forse per sconsigliare i nostri contadini dall'emigrare troppo
facilmente, così cangiando la povertà patria colla straniera miseria, sarebbe
quello di far girare per i villaggi - e specialmente per quelli perduti nelle
montagne, dove non arrivano giornali, e dove il sindaco e il curato sono
analfabeti come i loro amministrati - degli emigrati rimpatriati e che
soffersero all'estero tutti i disastri delle fallite imprese di colonizzazione.
Nè sarà difficile di trovarne. E costoro - nelle bettole campagnole, sui
sagrati, alle fiere, colla viva voce, col tuono persuasivo di chi è ispirato
dalla verità, colla semplice e toccante narrazione de' mali patiti, potranno
dissipare più illusioni che non le fredde circolari ministeriali e prefettizie
lette senza nè punti nè virgole da autorità, sospettissime all'ignorante. Una
tale propaganda servirebbe, non foss'altro, come un correttivo all'altra
propaganda che gli agenti di emigrazione fanno nelle campagne personalmente e
valendosi appunto del potentissimo mezzo che quì si propone - la descrizione
orale.
4756.
Avrei ideata una comedia il cui tema fosse: - Molti si credono scambievolmente
ricchi mentre non sono che poveri diavoli. Danni e vantaggi di tale reciproco
inganno - L'intreccio dramatico potrebbe essere molteplice - un padre per es. che
lascia credere al figlio di esser ricco: il figlio non raccomanda quindi la sua
esistenza ad un mestiere utile; incontra debiti, e trova usurai, che sulla
credenza generale delle ricchezze del padre, gl'imprestano denari a babbo morto
- Così due giovani si sono innamorati stimandosi vicendevolmente doviziosi; la
madre della sposa da un lato, il tutore dello sposo dall'altro non fecero nei
loro colloqui che ajutare una tale illusione. Avvenuto il matrimonio, spesosi
da una parte e dall'altra più di quanto potevasi colla speranza che il borsello
dell'altro coniuge pagherebbe tutto, arriva un giorno, che incalzando i
creditori, i due sposi sono obbligati a confessarsi reciprocamente la loro
illusione. Questa potrebbe riuscire, se ben condotta, una scena d'immancabile
effetto - Altra scena pur buona sarebbe quella fra due amici, in cui l'uno che,
avendo qualche denaro, è creduto milionario parla dei danni di essere riputato
tale. “Tutti ti domandano prestiti, egli dice, tutti vorrebbero farti aquistare
quadri, statue... e se tu, che conosci come stai di borsello, te ne cerchi
schermire “ve! lo spilorcio!” si esclama. La povertà conosciuta è la prima
condizione per poter diventar ricchi, poichè ti permette di fare risparmi e
niuno osa di chiederteli. La fama di esser ricco, se per disgrazia ci tieni, ti
obbliga inoltre a rinunciare ad una folla di godimenti: ai viaggi perchè, per
rispetto al mondo, dovresti recarti negli alberghi di prima classe, mentre non
lo puoi che in quelli di terza; ai teatri, perchè il pubblico attende che tu
gli mostri il tuo muso da un palco, e tu non puoi che sedere in platea, dove
hai vergogna di farti vedere. Noblesse oblige - obbliga cioè a rovinarsi”. Al
che l'altro amico può rispondere, osservando come l'apparenza della ricchezza conduca
spesso alla realtà. Che è il credito commerciale se non apparenza? ed è
col credito che si fanno i milioni. Molti giuocano sulla parola e vincono. Per
diventar ricco bisogna cominciare a non parer povero. Nullus pauper inscribitur
haeres. A tale creduto povero nessuno presterà mai un soldo: su un povero
creduto ricco, le strazze di Parigi appariranno diamanti di Golconda. Ed è una verità generalmente
sentita. Vedi oggi come si fabbrica - il gesso imita il marmo, ecc. - La fortuna di un lutto
pubblico che permette alle dame di fare economia durante un carnevale - La
società odierna è come una donna abbigliata esteriormente in gran lusso, ma
sotto colla biancheria lisa - rotta - e sudicia. -
4757.
(1875-79) Certo Rampina, decoratore di stanze, recatosi in India vi accumulò in
un pajo d'anni una fortuna di 200.000 lire. Egli dipingeva i soffitti delle
reggie dei principi indiani. Era un asino calzato e vestito, eppure la sua
pittura era entrata nelle grazie a que' nababbi, i quali avrebbero, pare,
dovuto aver l'occhio educato dalle meraviglie artistiche della antica India che
li circondava. E Rampina dipingeva sui muri delle aule principesche que'
paesaggi cosidetti di stufa che quì da noi nessuno più vuole. Nella Reggia del
Nisam e appunto nella sala del Trono, scarabocchiò un ritratto di Garibaldi
colla camicia rossa. Avea poi recato con sè qualche migliaio di brutte
oleografie di donne mezzo nude. Quando qualche principe indiano lo richiedeva
del ritratto di una sua favorita, il Rampina sceglieva l'oleografia che più le
potesse rassomigliare, l'aggiustava un pochino e poi l'appioppava al principe
che ne era tutto contento e gliela pagava come un lavoro a olio d'autore.
Avviso ai nostri Michelangioli buonascopa! C'è tutta un'India che li aspetta.
Ma forse non convien loro di moversi da questa Italia che disconosce Cremona ed
inneggia ai Bertini.
4758.
Parlando della “Colonia Felice” del Dossi, si potrebbe istituire un paragone
fra il romanzo giuridico, cui essa appartiene, e il giudiziale cui
appartengono i mille processi dramatizzati del Gaboriau, Dumas ecc. Libro di
piccola mole, lo si potrebbe chiamare, quanto allo stile, una lunga lapide.
Nella Colonia Felice si trova il pensiero rimeditato, la poesia concentrata.
4759.
Il prof. Nocito, deputato al Parlamento, quando è l'epoca degli esami, mette
nel bussolotto dell'esaminando non più di 15 o 20 temi da dissortarsi che
rappresentano appunto le 15 o 20 lezioni che di tutto il programma annuo ha
fatto a' suoi studenti - Il prof. Sbarbaro fa le sue lezioni in manica di
camicia e brillo. Il suo gran da fare è quello di scrivere lettere ai giornali
e di farsi stampare le epistole laudative, che, da lui provocate, gli dirigono
le più o meno celebrità del momento.
4760.
Fino a questi ultimi anni, le biblioteche italiane patirono un quotidiano
saccheggio. Altro che Unni e Maometto! A Milano esisteva un librajo-antiquario
(credo si chiamasse Vergani) il quale si assumeva di procurare, a chi lo
pagasse, qualunque libro raro purchè esistesse a Brera. * s'è formata
una libreria che è un corso completo di furti. Non per tristizia, ma per
smemorataggine se ne composero pure una Correnti e Depretis. Se però *
alleggeriva le biblioteche dei loro volumi più preziosi, cercava di far
rioccupare i vacui lasciati da altri libri. Difatti, avendo conti da saldare
col **, librajo-ladro-editore, comperò da lui, per ventimila lire, tanti
volumi, che, a dire de' periti, non valgon la carta che pesano. - * essendo ministro della P.I. si
formò una raccolta di tutto quanto aveva stampato quel Ministero dall'epoca
della sua prima istituzione. Lasciato il Ministero, vendette le sue raccolte
per 15.000 lire al Ministero stesso. Un documento interessantissimo per la storia dei latrocini di * è la
relazione di Baccelli, De Renzis e (credo Martini) pubblicata dal Commissario
regio, prof. Cremona, della Biblioteca Vittorio Emanuele.
4761.
C'è chi trova che l'uomo coll'applicazione del voi e del Lei come
pronomi di 2a persona singolare, oltre di aver offesa la gramatica,
si sia procurato un altro civile incomodo e non abbia giovato alla causa della
fraternità umana. Si può rispondere che, quanto a quest'ultima, tutto va come
prima, poichè, benchè si dette del tu agli imperatori romani,
imperversarono e Silla e Nerone ed Eliogabalo, peggiori assai degli attuali
monarchi che si trattano in voi, fatta eccezione dei Cesari russi, i
quali mantengono il tu e la efferatezza antica. Per la gramatica chi
volesse risalire alle fonti etimologiche di ogni parola, troverebbe che è una
raccolta di spropositi legittimati dai buoni scrittori e dall'uso. Resta
l'accusa dell'incomodo, ma di questo non ci dovressimo lamentare se per la
triplice espressione con cui possiamo indirizzarci altrui, abbiamo modo di
poter segnare distintamente le preferenze del nostro cuore, e gli ossequi del
nostro animo. Il sentimento umano è certo oggi molto più delicato e complicato
di quanto era ai tempi di Grecia e di Roma; esige quindi maggiori voci per
esprimere i diversi gradi de' suoi affetti. Sarà forse un errore, ma noi, in
questo momento, crediamo che la trovata del voi e dell'Ella fu un
progresso.
4762.
L'ufficio di un Governo è di fare gli onori funebri alle idee, che dal campo
della rivoluzione passarono in quello governativo, cioè che passarono dalla
vita alla morte. Poichè una idea rivoluzionaria, come Gustavo Adolfo a Lutzen,
ha vittoria e morte nel tempo stesso.
4763.
Il tema fondamentale della “Colonia Felice” è: molti malvagi, messi assieme
debbono per necessità diventare nella maggior parte onesti. Tale necessità non
è altro che l'amore della individuale conservazione. Colla “Colonia Felice”
l'autore ha cercato di dimostrare graficamente: I° che il male insegna
il bene - 2° che dall'utilità viene la giustizia - 3° che la pena di
morte è inutile, quindi ingiusta - 4° che in quella maniera che si muta la
materiale compagine dell'uomo può mutarsi pur la morale, nè il filo della
memoria basta a tener sempre legate le varie individualità per cui passa un
uomo. Il colpevole può quindi ricominciare - in tutta la virtù della parola -
la sua esistenza - 5° infine, che l'amore ha forza più della forza. - Alla
“Colonia Felice” avrebbe dovuto far seguito “Il Premio dell'Onestà” suo
naturale complemento (V. n. 3568, 4021 ed indice).
4764.
Illuminati dalle esperienze di Gorini, gli studi psicologici si rinnoveranno, e
trovato per esse il loro punto d'appoggio potranno progredire e raggiungere
altezze inattese. Il modo di formazione di un lavoro mentale ha p. es. rapporti
intimi con quello della formazione de' cristalli in una materia plutonica che
si solidifica. Lunghi cristalli iniziali attraversano il liquido ricercandosi e
formando le prime solide sbarre alle quali si attaccano poi gli altri secondari
che vanno dall'uno all'altro cristallo iniziale; così la rete cristallina si
forma e la materia si concretizza. E parimenti, nella fervente massa cerebrale
ove il sangue raddoppia la sua plutonicità, formansi le prime idee alle quali
si saldano le altre: più la mente va completandosi e più scopre le
particolarità delle idee: vievia la maglia de' pensieri s'inspessa - e finisce
a non potere ammetter più filo. Se trattasi allora di un parziale lavoro, è
fatto: se trattasi invece del generale processo di una mente, il circolo è
chiuso, e l'intelletto è finito.
4765.
(1877-80) Oggi la repubblica in Italia è forse prossima, poichè, sia per gli uomini
che sono al potere, sia per le manifestazioni di parte della pubblica stampa,
entrò l'opinione che essa non sia impossibile. Ora, la fiducia che un fatto
sociale possa verificarsi, ne crea, ne affretta la realizzazione.
4766.
I republicani di San Marino creano commendatori, conti e baroni da tutte le
parti. È una manifattura come un'altra che loro rende non indifferenti vantaggi
pecuniari e morali. “Non credereste” diceva Re Vittorio Emanuele II a chi lo
veniva a visitare “quel servitore che' vi ha aperto la porta, è un barone. Barone
di San Marino s'intende”.
4767.
La poésie épique est l'histoire des époques obscures et primitives. Là où
manquent les monuments, là où l'humanité n'a laissé qu'un souvenir vague et
lointain, un bruit qui n'est entendu que de certaines oreilles, la poésie
s'avance, un flambeau à la main: elle perce ce monde voilé de ténèbres; elle
ressuscite les générations; elle relève les monuments, elle rebâtit les villes,
elle fait refleurir les civilisations, elle rends ses origines à l'humanité,
comme l'historien lui rends ses titres. Là, au contraire, où tout est connu, où
les monuments abondent, où la génération qui vient de descendre dans la tombe a
transmis de vive voix à la génération qui la remplace les faits dont elle a été
témoin, la poésie n'a rien à faire. Son flambeau ne peut prévaloir contre l'authenticité des
actes publics; les inventions ne peuvent que contredire les documents
officiels, aux dépens de la vérité ou les répéter aux dépens de l'idéal - Rien
n'est plus antipathique à l'art qu'un poème dont le sujet est l'histoire
d'événements récents... - Così dice Nisard ne' suoi Etudes sur les poètes
latins de la décadence Vol. 2° pag. 148 (Lucain) ma ha torto, e la stessa Pharsalia
di Lucano al cui proposito egli fa tali considerazioni ciò prova, quand'anche
non si vogliano citare i Persiani di Eschilo, gl'Inni pindarici
ecc., tutta splendida poesia che si riferiva a fatti contemporanei al poeta.
4769.
Cesare Correnti entrò nel Parlamento Subalpino come deputato di Stradella sullo
scorcio del 1848 (2a legislatura) ma nella vera qualità, come
Correnti diceva, “di rappresentante delle provincie soggiogate”. Essendo però
ancora suddito austriaco, quand'egli entrò in Parlamento, Cavour, prevedendo le
osservazioni dell'Austria, chiamò a sè Correnti e lo pregò di domandare un
decreto di cittadinanza piemontese. Correnti non ne volle sapere, e benchè
Cavour facesse firmare egualmente il decreto, egli non adempì mai ad alcuna
delle formalità richieste, non prestò giuramento ecc. I primi discorsi di C.
furono letti. Il suo primo discorso ebbe luogo nel 52 poi stette senza parlare
fino al 54. - All'epoca della guerra di Crimea, Correnti dall'estrema sinistra
discorse in favore della guerra. Intorno a lui, i suoi amici gli davano del
traditore, e Depretis, che stavagli proprio dietro gli gridava all'orecchio
“fanciullaggini” - Un altro discorso che sollevò molte ire contro di lui e
specialmente da Genova, fu il discorso in favore del trasporto dell'arsenale
alla Spezia. Correnti, stretto dal bisogno a fare il letterato a giornata,
scrisse spesso anche discorsi, che poi [si] dovevano improvvisare da taluni
fra [i] suoi colleghi di scarsa intelligenza; fra gli altri un discorso sulle
ragioni dell'odio de' Lombardi contro l'Austria. Discorsi parlamentari di
Correnti sono anche quelli - per la riforma della legge di leva - contro
l'assassinio politico ossia
contro le leggi che si volevano, dietro pressioni della Francia, votare contro
i regicidi esteri - per
la vendita delle strade ferrate - la relazione per la riforma finanziaria e
amministrativa in cui vennero epilogati i lavori della Commissione dei 15 nel
1866 - i discorsi come Ministro della Pubblica Istruzione ecc.
4770.
Correnti fondò il Diritto, con Robecchi, Valerio, Depretis e [lacuna],
e vi scrisse ne' primi anni. Più tardi, v'inserì un articolo di poche linee
in morte di Sirtori ed uno in morte di Dall'Ongaro. Altro suo articolo sul Diritto
è: i detrattori di Sirtori in cui sferza Bonghi - Scrisse anche nella Perseveranza, anzi ne fu il vero
fondatore. È celebre il suo articolo “Finis Longobardiae”. “È giusto, egli dice
oggi leggendo le contumelie che gli scaglia contro la Perseveranza, è
giusto che quel giornale mi insulti: siamo nel tempo in cui i figli bastonano i
padri” - Altri articoli di Correnti si trovano nel Cimento di Torino, p.
es. “La chiave della scienza”; nella Rivista Europea, relativi ai
congressi scientifici ed alla
Scuola Alessandrina (1846); nel Progresso, pur di Torino, nel Crepuscolo di
Milano.
4771.
Correnti, carattere molle, pieno di dubbi e di piccole vigliaccherie, non era
ben visto da Cattaneo e da Mazzini, due lame che non si piegavano. È nota la
meschina figura fatta da Correnti, come segretario generale del Governo
provvisorio di Milano, e si trova consegnata nell'Archivio triennale, e
specialmente in una sua supplichevole lettera al Cantoni. Cattaneo lo chiamava
“quel cagon”. Guastatosi con lui non lo volle più
rivedere, per quanto Correnti cercasse ogni via per rientrargli nelle buone
grazie. D'incarico di Mazzini, Correnti avrebbe dovuto recarsi a Venezia a far
propaganda a favore della repubblica. Avendo nel suo viaggio toccato il Piemonte,
vi si lasciò così bene accerchiare che, ito poi a Venezia, si diè a caldeggiare
la causa dell'annessione al Piemonte monarchico - Correnti, come Cristoforo
Negri, fu sempre devoto al principio dell'autorità e però ebbe sempre carezze
dal Governo piemontese. - Quando si trovò emigrato in Piemonte scrisse una
supplica a C. Negri, che con altri due faceva parte del Comitato di soccorso
per l'emigrazione, chiedendogli un sussidio. Negri gli rispose con un rabbuffo,
e per parecchio tempo, allorchè si veniva a parlare di Correnti, lo nominava quel
strascion.
4772.
Non è agevole di fare una esatta spartizione - per materia - dei vari scritti
di Correnti, poichè ogni suo scritto politico statistico ecc. appartiene alla
letteratura. Il meglio sarebbe forse di distribuirli cronologicamente.
Anzitutto però occorrerebbe raccogliere tutti i suoi scritti, e quì si presenta
una grave difficoltà, perchè Correnti non possiede nè copia a stampa nè minute
della più parte de' suoi scritti e non ne ha pure nota. - Le opere di Correnti
si potrebbero dividere ne' seguenti volumi: I Prefazione biografica e
bibliografica (scrissero biografie di C. il Corio e il De Gubernatis) Scritti
letterari (ossia che trattano di questioni di lingua, critiche di autori ecc.)
- II La Storia del Vestaverde - Scritti politici anteriori al 1859 - III
Scritti politici posteriori al 1859. Discorsi e relazioni parlamentari - IV
Storia, geografia, statistica - V La storia della Polonia (cui sta attendendo -
1881 -) - VI Versi (i meno brutti) - VII-VIII-IX Epistolario - X Indici. - Si
potrebbe anche pubblicare un libriccino coi passi scelti delle sue opere e
intitolarlo: Gemme letterarie di Cesare Correnti -
4773.
Fra i discorsi e gli scritti di Correnti, relativi alla geografia, trovo nel
“Bollettino della Società Geografica italiana” Vol. IX Anno 6° - maggio 1872
Roma Stab. Civelli “Discorso pronunciato dal Comm. C. Correnti, presidente
della società geog. nella adunanza generale solenne del giorno 30 marzo 1873”
(pag. 34) - Vol. X Anno 7.° luglio 1873 - C. Correnti L'océan des anciens
par A. C. Moreau de Jonnés I, 75. - id. Bollettino del Club Alpino Italiano
pag. I, 76 - Vol. XI. Anno 8vo 1874. Adunanza generale solenne,
tenuta il 15 luglio 1874. Discorso del presidente Comm. C. Correnti (pag. 457)
- Vol. XII Anno 9.° 1875. Spedizione italiana nell'Africa equatoriale Discorso
del Comm. C. Correnti (pag. 211) - Le ultime spedizioni africane e la
spedizione italiana, di C. Correnti (pag. 211) - L'Italia al
Congresso internazionale geografico di Parigi, di C. Correnti (pag.
603) - Vol. XIII. Anno 10.° 1876. Conferenze pubbliche 13 febbrajo. - Discorso
Correnti (pag. 53) - Conferenza d'addio e partenza della spedizione per
l'Africa equatoriale, 7 marzo. Discorso del Presidente Correnti (pag. 97) -
Commemorazione funebre del C[on]te Mariscalchi Erizzo, del Comm. C. Correnti
(pag. 1) - Vol. XIV Anno II. 1877 Discorso di C. Correnti (23 febbrajo - pag.
2) - id. (2 dicembre, pag. 454).
4774.
Correnti cominciò a scrivere nella strenna del Presagio (1836) delle
cattive poesie. - Fece la prefazione alle opere di Giusti, stampate a Capolago
per cui gli editori si guadagnarono da Giusti il titolo di ladri. - A Torino
scrisse nel “Progresso” giornale che durò poco tempo. - Scrisse nella Nuova
Enciclopedia popolare, stampata a Torino dal Pomba (1846-49)
l'articolo Dante (Vol. 4° pag. 780) - l'art. Enciclopedia (Vol.
6° pag. 355) e l'art. Europa (vol. 6° pag. 769) e l'art. Ecclettismo (?) articoli tutti molto lunghi -
Una delle migliori cose di Correnti sono “le sette giornate di Brescia”. Altro
“L'Austria e l'Italia” (colla data Italia, stampata a Capolago)
ecc. “L'Elogio funebre di
Sirtori” letto al cimitero di Roma.
4775.
Nel “Vesta Verde” - “questa congiura all'aria aperta contro il dominio
austriaco” - scrivevano Correnti, Emilio Visconti Venosta, Ventura, Tullo
Massarani, Anastasio Bonsenso (Baraballe), Giulio Carcano, il general Masi,
Enrico Fano, ecc. Vedi nel Vesta Verde, segnatamente “La morte
del diavolo” (Siamo stufi...) “La Faccia di Mefistofele” dove si trova un passo
relativo a Milano che è un inno in prosa, ecc. Correnti nel Vesta Verde scriveva
con prosa poetica e profetica. Volevo far l'astrologo per celia, dice egli, e vi riuscii davvero. Col 1859, il Vesta Verde cessò
le sue pubblicazioni. Nè poteva essere altrimenti. Esso aveva raggiunto il suo
scopo, “l'indipendenza italiana”.
4776.
Il Vesta Verde era però quasi tutto redatto da Correnti. Fu, a' suoi
tempi, pubblicazione originalissima senza precedenti nè concorrenti. È strano,
come la Censura Austriaca così sospettosa non s'accorgesse della sua importanza
rivoluzionaria. Il solo a movergli aperta guerra fu l'Arcivescovo di Milano, a
proposito della sua poesia alla luna (da cui probabilmente Carducci
tolse la sua luna paolotta) nella quale poesia, Correnti avea nella luna
simboleggiata la Chiesa. Ci fu anche “Il Crepuscolo” che lo rimproverò, dopo la
pubblicazione di un suo articolo in cui parlava delle origini del
Cristianesimo, di star troppo alto, così dilungandosi dalla popolarità
dello stile degli altri articoli, al che Correnti rispose con un altro articolo
intitolato “Troppo alti” - Alcuni articoli del Vesta Verde gli costarono
notti intere. Si coricava all'alba, e il giorno appresso dal suo volto lieto la
moglie capiva quando l'articolo gli era riuscito bene. -
4777.
Correnti pose ne' suoi taccuini le fondamenta della statistica italiana:
pubblicò in essi la carta d'Italia con Trieste ed Istria; preluse,
nell'articolo “Un'altra Italia” alla unificazione e indipendenza della Romania,
e fu un articolo che gli acquistò in Romania moltissimi amici.
4778.
C. Correnti si maritò nel 1855. Ebbe una figlia che gli morì adolescente. Più
tardi ne ebbe un'altra, Adelaide, bruttina ma intelligentissima (1881).
4779.
Correnti sta scrivendo la Storia della Polonia. Il giorno 18. [lacuna]
1880 giunse il telegramma della mina colla quale i nikilisti avevano fatto
saltare un'ala del palazzo imperiale, mina dalla quale scampò, per un felice
contratempo, l'Imp. Alessandro. Entrando da Correnti, gli dissi: è una buona
notizia per lei. Qual più drammatico finale per la sua storia? La Nemesi della
Polonia! - Correnti sorrise, e credo che mi desse ragione.
4780.
“Dopo il 1859” - mi diceva Correnti - “io mi sono ingolfato in un abisso che
m'ha perduto. Ho rinunciato alla mia carriera di vocazione e nella quale avrei
solo potuto raccogliere duraturi allori, la letteraria”.
4781.
Correnti, parlando di Bonghi, diceva: quella cloaca massima. Negli scritti di
Bonghi si sente sempre il mercimonio.
4782.
Correnti, prefazionista per eccellenza. Un tale gli diceva un giorno: sai, ho
finito di tradurre l'opera di K.W.Y.X. (ossia un nome impronunciabile) quando
mi fai la prefazione? - E Correnti rispose: è tempo di farla finita colle
prefazioni. Non ti sembra che sia ora per me di fare una buona conclusione?
4783.
Fra le altre compilazioni correntiane: Annuario statistico italiano Anno
I° 1857-1858 - Torino. 1858, 1 vol. in 12. - Correnti e Maestri Pietro.
Annuario statistico italiano Anno 2°. 1864. Torino 1864. 1 vol. in-12.
4784.
Quando Bargoni divenne ministro della pubblica istruzione, trovò che il suo
ministeriale scrittojo era troppo piccolo. Bargoni era uomo del massimo ordine,
di quelli che tengono tutto a registro, che mettono le lettere che ricevono una
sull'altra in modo che le più piccole stiano sulle più grandi, che non possono
soffrire due matite l'una più lunga dell'altra ecc. Andò quindi a cercare nei
magazzini del Ministero e scoperse un catafalco di cancello a ribalta con cento
cassette e cassettini, quello appunto che ci voleva. Senonchè a Bargoni
successe Correnti. Correnti era l'opposto di Bargoni, ossia l'uomo del più
completo disordine. Vide il baraccone dell'antecessore e fu felice di aver
trovato il luogo dove sgravarsi delle centinaja di lettere che gl'ingombravano
le tasche. In que' cassetti furono dunque cacciate alla rinfusa le lettere, di
mano in mano che le riceveva insieme a stampati, minute, zolfanelli, corda.
Cacciane e cacciane, infine non si sapeva più chiudere lo scrittojo. Quando
Correnti cadde, il suo successore dovette sudare una settimana a estrarre carta
da quel magazzino. Vi furono trovati i fili di molti affari urgenti che s'erano
perduti di vista, conti non pagati, lettere dello stesso Correnti già messe in
busta per esser spedite e giacenti nello scrittojo da mesi - in una parola, vi
si trovarono le cause delle molte querele che avevano concorso a far cadere
Correnti. Vedi caso! se questo egregio ma distrattissimo avesse avuto dinanzi
non un saccoccione di legno, complice delle sue trascurataggini, ma un tavolino
piccolo e senza cassetti che lo avesse obbligato a dare quotidianamente passo,
tanto per sgombrarlo, a tutti gli affari che vi si accumulavano, sarebbe forse
rimasto maggior tempo al potere.
4785.
I dromedari pajono colossali gallinacci pelati.
4786.
Di un riccone che riscuoteva centinaja di mille lire alla volta dalla Banca
Nazionale: “el ciappava i mila lir in pezza”.
4787.
A Bergamo, Correnti conobbe un tal Suhr colonnello austriaco che aveva fatto le
campagne contro Napoleone, brav'uomo. E Suhr chiedeva a Correnti: “ma ditemi un
po': nell'armata italiana, quale era quel bravissimo corpo che si chiamava
“corpo della Madonna”? - Non so, rispondeva Correnti e difatti egli non avea
mai letto di quel corpo nè in Zanoli nè negli altri storici delle pugne
napoleoniche - Ma sì - insisteva il Suhr - Mi ricordo che fu in una carica alla
Raab. Era un corpo italiano che ci veniva adosso, a cavallo, sciabolando e
gridando: “Corpo della Madonna!” - Correnti sorrise ricordando i fegati sani
lombardi.
4788.
Benedetto Cairoli (1879-80-81) politicamente è un cavallo da circo equestre, da
parata, che sà fare i begli inchini, pigliar lo zucchero, ballare a suono di
musica, ma che, fuori dal circolo, sulla strada maestra, non sa trottare un'ora
di fila e neppur tirare una timonella a due ruote. - Di lui si disse: Se
risorgessero i suoi fratelli, che resterebbe di Cairoli? -
4789.
Achille Mauri durante le 5 giornate di Milano, si tenne prudentemente in casa.
E raccontava poi: che si aveva da fare per ammazzare il tempo? Si facevano
delle gran partite a tarocchi.
4790.
Purchè si combatta, anche i disastri sono vittorie.
4791.
Luigi Sailer, milanese, prof. di letteratura, trovò pel primo la parola ferrovia.
Prima di lui si scriveva, come si può vedere in Cattaneo, strada di ferro,
strada ferrata, rotaja ferrata... -
4792.
1878-81. Il sig.r Augusto Peiroleri, sedicente barone, direttore
generale dei Consolati e del Commercio chiama talvolta qualche impiegato nel
suo gabinetto per impartirgli istruzioni. Prende in mano qualche nota, la legge
attentamente, appoggia la mano alla fronte, resta alcuni istanti meditabondo,
poi, con un fare d'importanza, e lentamente: Ella conosce ciò che ha scritto la
Francia sull'argomento in parola... e ciò che ha scritto la Germania... al
riguardo... Faccia a tale proposito una nota in cui si dica, che... che la
cosa... allo stato delle cose... non è del caso. - Vada.
4793.
Il povero Rovani - mi diceva Correnti, e sono le sue precise parole, mi definì
un giorno il Cellini dello stile -: diceva che la mia penna era un cesello.
Rovani aveva qualità diversissime delle mie; eppure mi voleva bene. -
4794.
Tranquillo Cremona era pittoricissimo ne' suoi giudizi artistici, e la stessa
trivialità delle sue espressioni, nascondeva sempre il più fino criterio. Chi
avesse fatto con lui un giro in una esposizione di quadri, ne sapeva più che se
avesse letto una serie di articoli de' migliori critici. Tale avea esposto un
quadro di paesaggio, rappresentante un bosco cupo, con in fondo, nel mezzo, una
tonda apertura con una viuzza, colore di rosa, che veniva dall'apertura verso
lo spettatore e si sviluppava a zigzag. E Cremona: el par el bus del cuu col
vermen solitari - Talaltro avea poi esposto un Silvio Pellico allo Spielberg,
gettato sul suolo del carcere, boccone. La tinta generale del quadro era
verdognola. Il Pellico era livido - tutto un insieme che metteva la nausea. E
Cremona battezzò quel quadro: Giona vomitato dalla balena. - (Vedi, sparsim per
Cremona).
4795.
(I Veneziani) Rovani si trovava ad una rappresentazione della “Fenice” di
Venezia. Cantava una buona artista. Due veneziani discorrevano in platea e
l'uno dicea all'altro “senti che cagnazza” - Perdoni - entrò a dire Rovani -
Scusi se metto parola in quanto Ella dice... ma quella cantante non mi pare poi
tanto cattiva - Za, dice uno di quei veneziani, no l'è poi tanto cattiva -
Sentano, continua Rovani quel portamento di voce, non pare loro di buona
scuola? - Zerto, risponde l'altro, lè veramente coreto, no te par? - E quella
cadenza? - Ma l'è bonissima - fà uno de' Veneziani - Co l'è brava! esclama
l'altro, e si mette a battere le mani. Quindi, strette di mano e grandi
proteste di amicizia con Rovani che si allontana. Ma non era Rovani a quattro
passi da loro che ode uno de' due rivolgersi all'altro dicendo: chi xelo quel
mona? - In questo aneddoto sta tutto dipinto il carattere dei veneziani.
4796.
Il sig. Clerici, milanesone puro sangue va a vedere Venezia. Coll'animo pinzo
di panettone e risotto nulla gli piace. Inutilmente, il cicerone gli mostra il
palazzo ducale “Oh ghe n'emin di donzenn a Milan!”, risponde Clerici. La torre
di S. Marco gli sembra ona torretta. L'arsenale, secondo lui “el fa rid
in confront al Castell”. Il cicerone, offeso nel suo amor proprio di veneto si
contorce dal dispetto. Vuol giocare l'ultima carta e lo conduce a Rialto,
magnificandogli l'omonimo ponte lungo la strada. Giunti in mezzo al ponte, si
fermano e il cicerone tace, guardando con aria di trionfo il grosso Clerici
come a dire “e ora che le pare?” - L'è chi tutt sto pontesel? - domanda
pacificamente il Clerici - El ghe dise ponteselo! - esclama il cicerone, resta
come soprafatto un istante, poi fugge, rinunciando perfino alla mancia - Lo
stesso Clerici, quando arrivò sulla piazza di S. Marco, mentre la piazza era
affollata e vi sonava nel mezzo la banda austriaca, esclamò ad alta voce “gran
bella cittaa Venessia... Peccaa che ghe sia i Venezian”.
4797.
Le donne telegrafiste fanno spropositi senza fine ne' telegrammi. Tale operajo
di telai di tessitura, andato in campagna ad aggiustare una macchina
telegrafava al suo principale “Filonimo spostato: strumento non entra”. E la
telegrafista trasmise la frase, così: Filomena sposata: strumento non entra.
4798.
Achille Mauri in un suo articolo sulla Gazzetta di Milano chiamò
felice il dominio dell'Austria.
4799.
In Zola c'è tutto quanto si vede, non quello che non si vede che è il più. Zola
è quasi sempre fotografo, rado pittore. Qualche po' d'arte, però, c'è - ma non
troppa. Sono fotografie colorate.
4800.
Prima del 1848, fra le molte spie che avviluppavano come di una rete l'ingegno
lombardo, erano * traduttore di drammi francesi, d'animo acre, tutto corucci,
di corpo toroso, che a Londra avea già fatto il mazziniano, e un **, traduttore
di romanzi. Nel 48, quando il Governo rivoluzionario s'impadronì degli archivi
trovò lettere di * in cui si diceva: “Eccellenza, l'individuo tale passerà
da Lugano. Stia certa, Ecc[ellen]za, che non mi sfuggirà; lo attenderò al
varco”. - * finì i suoi giorni, nascosto in un villaggio di montagna.
4801.
Mortagli la moglie Blondel, Manzoni benchè idealmente volesse serbarle fede,
pure fisicamente sentiva di non poter far ciò. Si confidava quindi col suo
Torti, e, siccome non voleva profittare delle donne fuor della legge (o a
meglio dire troppo nella legge), soffriva assai. Finalmente, si decise a
sposare la vedova Donna Teresa Stampa Borri. Ora, Cattaneo fu uno dei primi a
conoscere la risoluzione di Manzoni. Incontra un amico, e “sai - gli dice - che
cosa sta per fare D.n Alessandro?... Sai, che molto coraggioso, come
patriota, non è mai stato... anzi, a dirla tra noi, l'è un spauresg...
ma in fondo dell'animo, Don Alessandro è però liberale... Ebbene...” - Ebbene?
domanda l'amico - Ebbene, attenta alla libertà della Stampa. - I libri
rovinarono materialmente Manzoni. La prima edizione in tre volumetti egli la
diede a stampare all'editore Vincenzo Ferrario, e benchè questi fosse suo
amico, tuttavia ci rimise. Le copie le vendeva lui stesso in sua casa.
Raccontava Don Malachia De Cristoforis il vecchio una scenetta curiosa
accadutagli, a questo proposito, con Manzoni. Don Malachia desiderava una copia
del libro - era parente di Manzoni, ma non voleva averla in dono da lui. Va da
Manzoni - e lì avvenne un dialoghetto tutto pieno d'equivochi, in cui Don
Malachia intendeva di ottenere la copia pagandola ma senza parere che la
pagasse, e Don Alessandro voleva vendere la copia facendo le viste di donarla.
In conclusione, Don Malachia uscì di stanza colla copia in mano e ringraziando
Manzoni, mentre deponeva il palpiroeu sul davanzale del caminetto -
L'edizione illustrata de' Promessi, dicono che costasse a Manzoni
una settantina di mille lire: trenta delle quali intascate dal disegnatore
Gonin.
4802.
Carlo Cattaneo era ingegno comprensivissimo, agilissimo, ma tanto quanto flaneur
per ciò che riguarda l'esecuzione. Trovò lui quel modo epigrammatico e
potente di critica, che poi venne imitato da Rovani e da altri.
4803.
Gli odori della vita - Da quello del primo latte a quello della putrefazione -
Gli odori della mattina, quelli del mezzogiorno, e della sera in cui sieno
indirettamente rappresentate le tre epoche della vita. Chi si leva di buon
mattino, sente l'appetitoso profumo del pane appena sfornato, della fresca
rugiada ecc. A mezzogiorno la puzza del sudore [seguono tre altre parole
abrase] - ecc.
4804.
Gente di servizio. C'era un servitore che non annunciava mai una persona come
si doveva. Per lui la signora Valaperta era sempre la Sig.ra
Madreperla. Redarguito più volte, fece finalmente un erculeo sforzo di memoria,
e annunziò la Sig.ra Madreaperta. Lo stesso servitore annunciava
sempre democraticamente la Marchesa Fossati, per: La Fossada; quando però
parlava colla padrona del cuoco di casa, diceva sempre rispettosamente “el sur
coeugh”.
4805.
Digiuno. La scienza dei digiuni è quella che sola può farci vivere
materialmente e moralmente bene in salute. Non per nulla le religioni lo
santificano. Difatti, qual'altro mezzo migliore perchè il cibo ci faccia prò di
quello di prepararvisi coll'astinenza, e di non rompere questa finchè l’ugna
della fame non ci si pianti nello stomaco? Qual'altro per riprodurci in figli
ed in libri robusti?
4806.
Romanzi. Il lettore volgare ama i soli romanzi d'intreccio - il pettegolezzo,
per così dire, scritto: il lettore di un grado più elevato, preferisce i
romanzi di sentimento, i romanzi in cui l'autore seziona l'animo de' suoi
personaggi. In questi due stadi però non piacciono che i romanzi personali: si
abborrono le generalità. Il terzo grado ne' lettori è quello di chi ama i
romanzi ideali, filosofici, i romanzi che trattano dell'umanità, dell'universo,
non delle persone. Chi può, peraltro, gustare veramente un tale genere di
romanzi è colui solo che è capace di scriverne - e questi probabilmente ne
scrive, non ne legge. Ed ecco la gran ragione degli insuccessi del Dossi.
4807.
L'uomo destinato alla gloria non teme la povertà, anzi la miseria, perchè sa
che nella miseria il suo ingegno diventerà genio.
4808.
A far girare i mulini della imaginazione ci vuol sangue corrente: e i rivoletti
delle mie vene non ne conducono più (inverno 1880-81).
4809.
Ebbi tali dispiaceri da tutti - fuorchè da mia mamma -; provai sì fiere
delusioni negli interessi, negli amori, nelle amicizie, che io considero ora
come persone a me benevoli quelle che mostrano apertamente di odiarmi. Io non
spero più amici nè amanti: io non desidero altro che nemici e nemiche palesi. (1880)
4810.
Sarebbe utile che ne' giornali s'introducesse una Rivista de' libri non
nuovi, nella quale si rendesse luce e giustizia a talune insigni opere
nostre che giaciono aspettando chi le comprenda - e i cui autori si chiamano
Gorini, Negri, Rovani, ecc.
4811.
(1880 - settembre). Dopo quattro anni di lavoro burocratico, mi trovo ancora
vicesegretario di terza classe. Hanno, è vero, riconosciuto il mio merito e ne
abusano facendomi lavorare più di chiunque, ma non mi compensano, neppur
moralmente. Temono che, facendomi avanzare, diminuisca il mio profitto per
loro. Quel merito che mi dovrebbe quindi avvantaggiare, mi è di massimo danno.
- Sono una America che attende il suo scopritore. Perchè una mano gagliarda non
mi strappa dall'infimo posto in cui sono e non mi mette in uno più alto, dove
solo potrei completamente svelarmi? Dicono: ci sono de' regolamenti. Ebbene, il
non derogare ad essi in favor mio, è un derogarvi a mio danno. Mi si perdoni
questo sfogo di superbia. Chi non ha amante, manstrupasi.
4812.
Milan dis e Milan fà - è un proverbio milanese antichissimo, che trova tuttodì
la sua applicazione.
4813.
Casi di coscienza - Paolo Mantegazza curò un ricchissimo paraguajano di un
cancro al cazzo. L'uomo guarì, il cazzo morì. Poco dopo, Mantegazza udì che il
paraguajano erasi maritato con una bellissima e ardente messicana. Un anno
passò. Un giorno il paraguajano doveva recarsi a visitare una sua lontana
fattoria. Salta a cavallo. La moglie gli offre un brodo ch'egli beve. Sprona il
cavallo e via! Nè più se ne seppe. Senonchè, dopo un mese, lo si trovò morto in
una foresta, mezzo mangiato dalle belve. E le belve furono incolpate della sua
morte. - Quando Mantegazza udì quest'ultima parte del racconto, sudò freddo.
Evidentemente quel paraguajano era stato avvelenato dalla moglie. Ma Mantegazza
taque, e ben fece.
4814.
(dupl?) Certo Marchetti, compositore di
tragedie per burattini che facevano correre tutta Roma, scrisse anche uno
“Stilicone” che gli procurò per le sesquipedali baggianate molte cappellate di
quattrini, e di cui fece poi la continuazione, sotto il titolo di “Stilicone
rinciucciolito”. Pare peraltro che il Marchetti facesse lo sciocco per speculazione.
Difatti, alle risate che Roma fece sulla sua opera, egli rispondeva coi
seguenti versi, tutt'altro che sciocchi: “Voi ridete, voi scherzate - nel veder
lo Stilicone - Io riscuoto, voi pagate - chi di noi è più coglione?” Celebre è
il Marchetti per la “Didone in fiamme” che gli valse le persecuzioni del
governo francese nel 1849, essendo i francesi, dal popolino romano, chiamati i didoni
(dis-donc) e le loro amanti le didone.
4815.
incarcar i serci (calcare i selci) frase romanesca piena di colorito, significa
i burrini (villani) della Campagna romana che ballano, a suono di tamburella,
il salterello, coi loro mantelloni, cappellacci e stivaloni, e ricordano colla
pesantezza delle loro mosse coloro che mazzapicchiano i ciottoli delle vie.
4816.
Pasquino, dopo il 1870, è diventato clericale. Alle prime riforme interne di
Leone XIII, disse “Non è Pio, non è Clemente - è un Leone senza dente”.
4817.
22 novembre 1879, ore 5½. - Morte per difterite di Ada Cremona di anni
6, unica figlia del pittore Tranquillo Cremona, morto l'anno prima, e mia
figlioccia.
4818.
È una repubblica, la letteraria, in cui ciascuno vuol essere re assoluto.
4819.
L'Amore e l'Amicizia si escludono reciprocamente.
4820.
La maggior parte delle donne, alle gentilezze, ai benefici che loro si fanno
non provano gusto e sollievo tanto per l'omaggio e il miglioramento che loro si
reca, quanto per l'invidia rabbiosa che possono suscitare nelle loro compagne o
rivali.
4821.
- R.U. Etimologisti - Sudor, quasi in oribus sud, nei
paesi meridionali, quindi caldi.
4822.
Nei grandi centri dell'affarismo politico o finanziario regna la cocotte,
ladra, traditrice, porca. L'uomo politico o bancario, che è solitamente
corrotto fin nel midollo, non gusta altra donna.
4823.
Rattazzi, al tempo de' suoi ultimi ministeri, si vantava di non aver letto da
trent'anni alcun libro - tanto era stato, senza riposo, occupato d'affari.
4824.
Agostino Depretis, più volte ministro, quando si maritò colla vedovella Grassi,
erano, per così dire, anni che non si lavava. A forza di tirar tabacco e di non
nettarsi mai il naso, s'era formato una corteccia sul labbro superiore che
pareva un pajo di baffi. Prima cura della moglie fu di lavarlo e pulirlo: la
crosta fu raschiata via, ma dall'esservi rimasta sì a lungo lasciò sul labbro
un segno incancellabilmente rosso che rende aspetto di una piaga.
4825.
La Sinistra monarchica, attualmente al potere (1876-1881) è un partito quasi
illetterato. Nè Cairoli, nè Depretis, nè Crispi, nè Zanardelli, nè Nicotera
lasciano alcun libro nel quale il pubblico possa leggere come la pensino. I
soli in tutto il partito che sappiano tanto quanto scrivere sono De Sanctis e
Marselli, ma il primo batte le regioni puramente letterarie e l'altro non
basta. Al contrario, la Destra ha tutta una letteratura, Minghetti, Mamiani,
Bonghi, Luzzatti, Correnti (poichè anche Correnti è di destra) - come l'ha la
Sinistra repubblicana - Bovio, Saffi, Gabriele Rosa, Bertani, Carducci, Gorini
ecc.
4826.
Le traduzioni delle opere letterarie, o sono fedeli e non possono essere se non
cattive, o sono buone e non possono essere se non infedeli.
4827.
Importantissimo nello studio della mente e del carattere di un grand'uomo è di
conoscere le sue favorite letture. A ciò servono mirabilmente gli estratti
delle fatte letture che molti uomini insigni lasciarono, come quelli di
Foscolo, attualmente alla Labronica, quelli di Gorini ecc.
4828.
Di eccellente traduzione si potrebbe dire che avvenne come nella galvanoplastica.
L'oggetto è ancora quel desso quanto alla forma, salvochè alle molecole
primitive se ne sostituirono altre di diversa materia. L'oro si è convertito in
argento, ma la forma rimase intatta. - Delle traduzioni mediocri si può invece
ripetere la pittorica frase di Cervantes (Don Quixote) - C'è il
disegno della stoffa, ma al rovescio.
4829.
Nel “Cittadino” giornale, se ben ricordo, di Genova (nov. 1879) si leggevano in
una corrispondenza da Bordighera queste testuali parole: “Mentre la regina
scendeva dal treno reale, la pioggia cominciò a cadere. Per rispetto alla
regina e giusta l'etichetta, niuno del seguito aperse il parapioggia per
proteggere l'augusta viaggiatrice: il principe di Napoli era intanto salito in
una delle sette carrozze che attendevano la sovrana, ecc.” - E siamo presso il
XX secolo e a poca distanza dalla universale repubblica!
4830.
Nella monografia dei Baci (V. sparsim) avvertire umoristicamente la loro
importanza igienica sulla pelle. Sono per così dire, tanti piccoli senapismi
che mantengono in moto il sangue.
4831.
(Durante il ministero dello sciocco Cairoli). Sventura, quando i reggitori dei
popoli si mostrano incerti in quanto fanno. Gli è come quando vediamo il
cocchiere della nostra carrozza, titubare, non saper se toccare i cavalli o
lasciar questi procedere a spina-pesce: il timore ci piglia e facciamo voti
perchè la trottata sia presto finita. Se invece l'auriga ci si mostra
fiducioso, e con mano ferma tratta i cavalli, anche noi ci sentiamo (e, in
verità, siamo) al sicuro.
4832.
Inenarrabili le mangerie degli alti e bassi funzionari borbonici. Un esempio
basterà per tutti. Sulle carte geografiche del Regno delle Due Sicilie,
anteriori alla costituzione del Regno d'Italia stava segnata la gran strada
delle Calabrie. Quando il Napoletano fu conquistato alla libertà, la nuova
amministrazione cercò di quella gran via e non la seppe trovare - anzi nessuno
glie ne potè dare notizia. Eppure negli archivi esistevano non solo i piani
della stessa, ma le perizie per l'appalto dei lavori, i contratti di appalto, i
verbali delle aggiudicazioni, i pagamenti rateali eseguiti dallo stato - che
più? perfino i collaudi degli ingegneri. - Si noti che nel Regno delle Due
Sicilie, delle somme d'introito che superavano alla fin d'anno le previsioni si
dava un tanto per cento agli impiegati dei Ministeri.
4833.
Che può attendersi l'Italia da un Ministro * (1881) appestato da capo a piedi,
la cui casa è, per le puttanissime figlie, un vero postribolo? da un uomo,
gonfio di vanità e di maldigerita dottrina, non illuminata dal genio?
4834.
Io credo di possedere un infallibile indizio per comprendere quando mi trovo in
presenza di una persona d'ingegno e destinata a diventarmi amica, poichè allora
sento il mio proprio ingegno destarmisi. In presenza invece di uno sciocco, io
mi trovo più sciocco di lui.
4835.
Noi non intendiamo assolutamente di fare il minimo appunto alla società contro
i maltrattamenti degli animali, ed ai sostenitori in genere del principio della
inviolabilità della vita umana e belvina. Forse però non hanno ancor fatto la
seguente osservazione. Immensa è la serie degli esseri viventi, sia nel grande
che nel piccolo. Se non tutti sono dotati di pari organi per gioire, tutti ne
tengono per soffrire. Lo spasimo che sente il bue procombente sotto la mazza
del macellajo non è diverso da quello che soffre la pulce schiacciata dalla rosea
e dotta unghia della fanciulla. Perchè dunque tutto questo apparato di
commozione per i dolori delle bestie grosse e men grosse e non per quelli delle
piccine? - È la Natura che c'insegna, ci obbliga a vivere di assassinio sugli
altri viventi.
4836.
Il XVIII gennajo del MDCCCLXXXII - Dopo 67 anni ed 8 mesi di vita - Stanislao
Brichieri Colombi - avvocato - che, alla nobiltà de' natali e degli alti uffici
occupati - congiunse quella dell'animo - e, consigliere assiduo di bene, - ne fu
del pari instancabile operatore - si spense, qual face al sorger del sole,
nella luce eterna - Col nome del marito amantissimo - e dell'incomparabile
padre - la moglie Marianna Gazzarini - i figli Gaetano, Tomaso, Isabella,
Augusto - incisero in questo marmo - il loro amore, il lor strazio. (Epitafio
dettato da C. Dossi, per commissione di un amico).
4837.
L d.B. “La malattia del genio” studio patologico. Oggi in cui i medici
fanno da letterati (Mantegazza ecc.) è permesso, pare, a un letterato di fare
un po' il medico - e qui si può accennare alle simpatie che passano fra la
medicina e la letteratura, dai tempi più antichi ad oggi. “I medici letterati” è tema che
potrebbe, trattato da persona competente, produrre un bellissimo studio. Cit. Redi, Garth, Cocchi, L.
Bellini, Raiberti, ecc. Cagione probabile di ciò, sarebbe che il fondo e il
campo sia dei letterati che dei medici è la bugia, la quale non può avere
spaccio se non sotto una bella forma. Anche la matematica diede poeti - Per es. Mascheroni e
Marchetti - Nel bozzetto “La
malattia ecc.” discorrere del modo artificiale di creare e covare i pensieri.
Ai tempi odierni si fabbricano nuove razze di cavalli, di cani, di bestie
bovine e suine, si producono fiori e frutta colla luce elettrica, s'inventano
ova ecc. perchè non si potrà far nascere e crescere anche il pensiero - e
preparare crani e cervelli atti a contenerlo e fomentarlo? La Natura ci ha da
lungo tempo già suggerito alcuni mezzi per ottener ciò: gli eccitamenti morali
e materiali, specialmente le bibite alcooliche. Senonchè queste non sono
sopportabili da tutti e guastano innanzi tempo l'organismo. In essi però si
potrebbe ricercare il germe del nuovissimo specifico nervoso atto a produrre il
cervello di genio.
4838.
L.d.B. “Due appartamenti”. Bozzetto di riscontro a quello di critica
letteraria “Di tre scrittori contemporanei”. Nella descrizione dei due
appartamenti mezzo reale e mezzo ideale raffigurare l'animo e la coltura dei
loro due presunti abitatori: Crispi e Cairoli. Nel primo, descrivere gli
scaffali pieni di libri di scienza che serbano le tracce dell'uso quotidiano, i
ritratti dei migliori uomini amici di Crispi ecc. in una parola rintracciarvi,
fin nelle minime cose, i semi del genio e del cuore generosissimo. Nell'altro
invece, descrivere oggetti che indicano ignoranza, egoismo e vanità. Le carte
geografiche al rovescio, i libri intonsi, i tavoli zeppi di pubblicazioni
laudative del padrone di casa - corone d'alloro sotto il vetro ecc. far insieme
nascere l'idea che si parli dell'appartamento di una ballerina e terminare
dicendo a pressapoco: è la casa di Benedetto Cairoli.
4839.
...Gatto i cui occhi scintillanti sembrano due acini d'uva.
4840.
La vita burocratica, come la prigione del corpo, fa vittime più che non si
pensi all'altare della pazzia. È infatti una vera carcere dell'animo. I soli
che vi possano resistere sono gli idioti - ma l'idiotismo è già una forma della
pazzia.
4841.
La storia della torre di Babele Tower of Babel quasi of babil (ingl.), di chiacchiere è la storia di molte
intelligenze che vollero tendere al sommo al di là delle proprie forze. Ogni
nuovo cerchio di mattoni e di pietre rappresenta un nuovo superiore ordine
d'idee che la intelligenza ha aquisito. Cresce la torre della erudizione e della meditazione, ma
nel crescere si rastrema. La torre è altissima ma l'uomo superbo non ne è pago
e però sforza il suo cervello a più acute meditazioni. La torre si frange per
la sua stessa mole e sottigliezza - le lingue si confondono - cade la
intelligenza fulminata dalla paralisi.
4842.
“La ghiaia di Roma”. Sotto questo titolo si potrebbe scrivere un curiosissimo e
interessante libretto di archeologia minuta, il quale potrebbe anche servire
all'istruzione popolare od a quella dei bimbi - come la “Storia di un boccone
di pane” del Macé ecc. Si comporebbe di una introduzione e di parecchi capitoli
- illustrati artisticamente da pittori di spirito come per es. il Conconi. -
Nell'Introduzione, mostrare che uno de' principali scopi dell'uomo ed
uno de' maggiori suoi godimenti è quello della scoperta. Chi non può fare
scoperte nel campo delle cose nuove, ne fa in quello delle antiche, donde
l'amore per gli scavi e i musei che talvolta rasenta la mania. Si capisce
l'avaro Torlonia che ha profuso tesori per scavare tumuli, si capisce perfino
il marchese * che spogliò, per fini archeologici, il Monte di Pietà di Roma.
Noi non abbiamo a nostra disposizione nè i tesori di Torlonia, nè la
indelicatezza di *: eppure trovammo modo di soddisfare completamente alle
nostre inclinazioni archeologiche - Paragone fra la grande e la piccola
archeologia -; mostrare come si equivalgano. Importanza della archeologia
minuta (e la nostra è più ancora minuta di quella di Pompei) tanto maggiore
quanto più spregiata. - Come la fantasia goda delle ricostruzioni. L'archeologo
aulico su un frammento di colonna ricostruisce un tempio, noi su mezzo manico,
su un orlo fittile, un vaso. E il vaso può valere il tempio. - I capitoli
potrebbero contenere le seguenti materie: I “Spedizione archeologica a fior
di terra”. Descriz. delle mie passeggiate fra le terre di scarico
dell'Esquilino. - Quale sia il tempo e l'ora del giorno più propizia alle
scoperte. Dopo una pioggia, alla mattina o al tramonto - Paragone fra le passeggiate per
funghi e per sassi -
Giovamento che ne ritrae la salute - L'occhio si abitua alle minime cose. - Le
guardie degli scavi non vedono e non raccolgono che gli oggetti grossi: statue
equestri, busti colossali ecc. - Studio della topografia delle vie antiche di
Roma e delle osterie nuove ecc. - II “Che cosa si trova”. Descrizione
generale - presa dal vero - degli oggetti raccolti da me, da Conconi e da mio
fratello. Bronzi - stucchi - marmi - avori - ferri, ecc. ecc. Detriti,
frammenti di antica civiltà - La storica ghiaja, la ghiaja sagomata di Roma. -
Studiare la storia di Roma nella sua ghiaja - La pre-Roma ecc. - III “Le
gradazioni de' sentimenti” Cap. in cui si parla degli stucchi
colorati e de' dipinti. I romani non conoscevano la mezza tinta la “nuance”, non solo nella pittura, ma
nella letteratura e negli affetti. L'umorismo non potè quindi prendere un posto
principale in Roma - ed anche oggi non vi alligna che per eccezioni. La
letteratura latina o rideva od era seria, non sorrideva quasi mai. (Vedi note
sull'Umorismo, Ovidio, Cicerone ecc.). I romani od erano
assolutamente perfidi o completamente virtuosi. Bricconi onesti, come sono di
moda oggidì, non ve n'erano. Nella vita pubblica vi era spogliazione violenta,
non subdola o come dicesi oggi, affarismo, ecc. - IV “La storia di
Roma”. In un pavimento a mosaico la si può leggere tutta. Perchè
quel pezzetto rosso potesse collocarsi vicino a quello verde, le triremi romane
dovettero passare il mare, le legioni dovettero piantar le loro aquile nella
tale e tal'altra regione. Particolareggiare, servendosi di parole tecniche per
quanto riguarda le diverse qualità de' marmi e citando con garbo artistico
fatti storici - in modo che ne risulti, come si disse, tutta la storia di Roma.
- Accennare alla straordinaria profusione dei marmi nell'antica Roma - e al
viaggio di talune colonne e statue, che dalla Grecia vennero a Roma e da Roma a
Costantinopoli, poi passarono a Venezia e tornarono a Roma per emigrare quindi
a Parigi e ritornare ancora una volta nella città eterna. - Parlando dei
pezzetti di marmo pei pavimenti, fare considerazioni sulla somma di lavoro che
ciascuno costò. Ciascuno infatti è levigato sulle quattro pareti - Conchiudere
con un progetto di un pavimento di marmo per una grandissima sala. Il pavimento
rappresenterebbe le provincie dell'impero romano. Il colore di ciascuna
provincia o regione sarebbe costituito da quello dei marmi scavati sul luogo e
poi trasportati e rinvenuti a Roma. - In altri capitoli, si potrebbe parlare
“degli ossi e delle ossa”. Paragonare le tombe odierne
dove gli avidi eredi non pongono altro che il nudo morto, e le tombe antiche in
cui il defunto veniva circondato di tutti gli oggetti che gli erano cari in
vita. Dire del vasellame funerario, delle ceneri ecc. - poi si potrebbe parlare
dei bolli sia di mattoni che di vasi. Quanti nomi di persone moderne si
ritrovano tra i figulai antichi. Crispi, Curti, ecc. - degli oggetti e delle
imagini oscene. Diversa opinione in proposito degli antichi e de' moderni.
Sul pudore morboso ed artificiale. Come l'uso attutisca l'impressione impudica.
La comunissima vista di oggetti raffiguranti membri virili non risvegliava
probabilmente nelle antiche ragazze romane nessuna emozione di leso pudore,
come non ne solleva alle moderne la esclamazione di “cazzo” volgarissima a
Roma. - (V. 5019 e sparsim)
4843.
I tartufi potrebbero chiamarsi “i diamanti della cucina”. Anche Brillat-Savarin usò di
questa espressione.
4844.
Appunti sui pittori T. Cremona e Ranzoni - utili per la Rovaniana -
Cremona nella sua prima maniera levava le pelurie del pennello dalle faccie
delle sue figure colla penna d'acciajo. La “Traviata” è di quell'epoca -
Cremona, Ranzoni, Mosè Bianchi, Rinaldi ed altri lavoravano tutti
contemporaneamente nello studio del Prof. Bertini. Ranzoni, che aveva sin
d'allora il ramo della pazzia, diceva a guisa di ritornello fra una pennellata
e l'altra “mi voo a Intra”. Ranzoni era fortissimo di spalle e trasportava su
di esse accavalciati Grandi e Cremona, ciascuno dei tre recando due candele
accese in mano. E camminavano di notte per le strade, dicendo di fare la bestia
infernale. Ranzoni, Grandi e Cremona erano chiamati i tre nani. Cremona però si
vantava di essere più alto degli altri due “on pel de natura” - Fra i suoi
parecchi padroni di casa, Cremona ne aveva avuto uno in via S. Paolo che
essendo stato frustrato dell'affitto andava dicendo che avrebbe fatto vedere
chi era a Cremona. Cremona, udito ciò, si recò dal detto padrone di casa, e
girandogli intorno tutto inchini e salamelecchi colse il destro, mentre lo
assicurava che lo avrebbe presto pagato, di pisciargli in tasca - Notisi, era
di pieno giorno - Famose le caricature di Cremona. Col gesso ne fece di
bellissime sul tappeto verde del bigliardo del caffè da lui frequentato. Fece
anche la caricatura di certo Bianchi mercante genovese che lo aveva chiamato in
sua casa per farsi ritrattare. La caricatura fu disegnata sull'album dello
stesso Bianchi. Figurava un avaro, con un borsellino stretto in pugno e con su
scritto: dinee. - Presentava sua moglie Carlotta (ex cantante e già sua amante) così - Ghe
presenti la mia concubina legalizzata. - Molte sono poi le burle fatte da lui e dai suoi amici
all'offellajo Lazzaroni sull'angolo di Via Monte Napoleone in faccia a via
Durini. Il Lazzaroni s'era edificata la facciata della sua casa nel peggior
gusto possibile. Il piano terreno era rivestito da parecchi filari di bugne che
somigliavano in tutto ai bottoni. Cremona e gli amici venivano a notte tarda
dinanzi il caffè chiuso del Lazzaroni ed appiccavano i loro cappelli e i loro
soprabiti ai detti bottoni, poi, facendo un baccano infernale, destavano il
Lazzaroni, che venuto alla finestra vedeva, colla più comica ira, la sua casa
cangiata in un colossale attaccapanni. - Si recava alla latrina con un elmo romano teatrale in
testa, sul quale al posto del pennacchio era una candela accesa. Sul vetro dell'uscio del suo
studio in via Solferino, aveva scritto: sono pregati specialmente gli amici, a
lasciarmi Tranquillo. Il vetro è oggi (1897) posseduto dal pittore Rapetti - Le tele di Cremona, oltre che
pel genio, dureranno lungamente anche per la materia di cui furono saviamente
composte e dipinte. Cremona infatti, non si servì mai (tranne che pel ritratto
di Fausto Cucchi - tela a olio) se non di tele a gesso - e preferì sempre, fra
i colori, il lapislazzolo e la malachite. Rettifica (1901). Molte tele
ad olio di Cremona si anneriscono, perchè il colore ha per base il catrame - Cremona era appassionato dei
sigari avana tortillados. Spendeva 6, 7 lire al giorno per essi - ne
fumava un dito, poi li gettava.
4845.
Quand'io mi metto a meditar qualche tema, gli è come se entrassi in un bujo
sotterraneo: nulla vedo. Ma, a poco a poco, l'occhio dell'intelletto si assuefa
all'oscurità ed aquista, come quello del gatto, la proprietà di raccogliere in
sè i minimi fili di luce - cosicchè finisco per trovare quanto cerco e più
ancora. - E ciò avviene pure, leggendomi, a' miei lettori, di cui molti,
respinti dalla prima apparente bujezza, gettano il libro. Da' miei lettori io
non invoco che pazienza.
4846.
Nel volume dei ritratti umani che parlerà della “Parte ufficiale” e tratterà in
una serie di bozzetti anche degli impiegati pubblici, istituire un raffronto
tra la vecchia e la nuova burocrazia. Occorrono a ciò informazioni. Non
dimenticare intanto le forme sotto le quali i vecchi burocratici prendevano
parte del loro stipendio o sapevano abusivamente aumentarselo - ossia i diritti
di ventaglio per l'estate, di manica per tutto l'anno, di taccuino pel capo
d'anno ecc. che loro venivano pagati in denaro, allo scopo appunto di
procurarsi i detti oggetti, che, viceversa poi, non si procuravano affatto. -
Toccare degli obblighi religiosi, delle ingiunzioni per circolari di
frequentare la messa, di far la Pasqua ecc.
4847.
“Sul mio modo di scrivere,
cosidetto difficile”. Un
amico, dotto e intelligentissimo, mi dice: “dovresti scrivere, Dossi mio, in
forma più popolare, tralasciando certe parole che non si capiscono dai molti e
però fanno abbandonare il libro” - Rispondo: a piacer tuo. Eccoti una matita e
segna queste parole. - L'amico prende un mio libro, legge e comincia a segnare.
Egli conosce non scarsamente la lingua italiana e però non sottolinea, in
media, che un pajo di parole per pagina che io sostituisco con altrettante più
facili. - Ed ora, si passi il libro così corretto ad altra persona, meno
istruita di quell'amico, una quindi che più si avvicina a quella indefinita
quantità di gente detta popolo, per la quale si dice che tutto dovrebbe essere
scritto e fatto. Questa persona legge, e, a mio invito, segna le parole che non
comprende e ne segna, in media, 6 o 7 per pagina, parole tutte che non avevano
fatto alcuna impressione di disgustosa novità all'antecedente lettore. Ed il
libro trapassa poi ad altra persona, di un grado ancora minore di coltura e
d'intelligenza, e così via - scendendo - va fino ad arrestarsi alle soglie del
completo analfabetismo. Allora, dopo averlo ricorretto di mano in mano come
vorrebbe il signor popolo, ripresento il libro al primo lettore. Ahimè! colle parole
sono scoloriti anche i pensieri, chè la parola non è altro infine se non
pensiero: a forza di stacciare il composto del libro, tutto il sugo ne è uscito
e non rimane più che la feccia. Quanto resta, tutti lo capiscono, è vero, ma a
nessuno piace - Il letterato che non scrive pei pochi è letterato di ben poco
valore.
4848.
Dagli edifici come dalle opere letterarie ed artistiche, che rappresentano
un'arte giunta alla sua piena maturanza, nulla vi ha d'imparare. Tutto quanto
poteva dare quel modo di esprimersi fu dato e ne avete innanzi la prova.
S'impara invece assai risalendo al punto di partenza de' vari modi, poichè ivi
trovate anche principi trascurati e che voi potreste utilmente sviluppare. Egli
è per ciò che negli abbozzi dell'arte, p. es. nelle primitive basiliche
cristiane, si apprende più assai che nell'ambiente del San Pietro di Roma, etc.
4849.
A Paolo Gorini - che, alla Natura obedendo, la dominò - e, della vita sorpreso
il segreto, - non potendo la morte, debellò la putredine - gli ammiratori del
suo intelletto sovrano - gli innamorati del suo ineffabile cuore - Memori,
alteri - (nacque il 26 gennajo 1813. Il 2 febbrajo 1881 fu l'ultimo della sua
vita e il primo della sua gloria) Progetto di epitafio per la lapide da collocarsi nel Tempio crematorio di
Milano - (C. Dossi) Non venne accettata, come al solito.
4850.
Io ho l'animo sifatto che mi sento minore di un mendicante e maggiore di un re.
4851.
La settenne Idina, mia nipotina, chiedevami: mi vuoi bene, nonno? - Risposi: un
po' bene e un po' male. Voglio male alla tua cattiveria, e bene alla tua bontà:
e siccome tu sei molto buona e poco cattiva, così ti voglio assai più bene che
male.
4852.
A ventre pieno e [rasura nel ms.] si fanno proponimenti di sobrietà [rasura
nel ms.], che poi a vuoto ventre [rasura] ci affrettiamo a
dimenticare.
4853.
Nella lenta, servile e malpagata carriera ministeriale, l'impiegato inferiore
si va saturando d'odio contro il superiore - odio, che sfoga poi - come
raggiunge il posto alto, contro la classe in cui egli soffrì ed odiò. E così il
dolore, l'invidia, e la vendetta si perpetuano nel mondo burocratico.
4854.
Difendendo le cause generose, è gloria anche il soccombere.
4855.
L.d.B. - Note per la prefazione. L'Umanità, invecchiando, diventa
orribilmente seria (“inversa”). Il riso va scomparendo dalle nostre arti. La
Musica, la Plastica, la Letteratura del giorno opprimono l'animo - quel poco di
gajezza che resta, trova la sua espressione nella parodia invidiosa e velenosa
e nel freddo equivoco. Parag.
l'opera buffa Rossiniana, veramente e sanamente allegra, e l'ilarità spasmodica
dei vaudevilles francesi. Nè solo si è seri dalla nascita, ma con una educazione ed istruzione
contro natura si tende a vieppiù immusonarci. Chi poi non sarebbe, per indole,
serio, fa ogni studio per parerlo. Froebel ha cacciato lo studio perfino nel
gioco. Non vi son più fanciulli. Paragonare il popò antico, ingenuo,
inconscio, grassone ecc. e il bambino sparuto moderno, tutto malizia, e
scimiotteria dei vizi della gente adulta. - Accennare ai titoli dei libri che
escono alla luce; non c'è autore che non si presenti al suo pubblico senza la
minaccia di qualche nuovo sistema filosofico, di qualche grave scoperta
matematica o fisica - o, Dio ce ne scampi, medica. Non minimo atto della vita,
di cui non si vogliano rintracciare le cause prime ecc. - Orbene, il nostro
innato spirito di contraddizione si ribella a tutto ciò, e vuole ad ogni costo
nuotare contro la corrente. Giacchè tutti fanno il serio, noi rideremo anche a
loro spese. Giacchè tutti scrivono libri da saggi, noi ne scriveremo uno da
pazzi ecc. E forse riusciremo più savi di loro.
4856.
Vi ha discussioni e lavori, specialmente nella vita politica parlamentare, i
quali costituiscono la base di importantissime riforme, benchè di essi non
resti più traccia apparente. Formano, per così dire, il comincino della
calza, che poi, a calza inoltrata, si abbandona. Si potrebbero paragonare a
que' grossi macigni che si affondano nell'aqua per erigervi poi sopra altre
moli. Appare agli sguardi di tutti l'edificio sopraqua - talvolta leggero: nessuno
vede le colossali fondamenta. Per ottenere riforme, occorre anzitutto saper
creare, in qualsiasi modo, i così detti “precedenti”.
4857.
Soggetti di quadri. - “Alla piccola” (quadro imaginato dall'amico
Conconi). Un vagone pieno di buoi, abbandonato su rotaje secondarie, piene
d'erbe, al sole, che attende da lungo tempo la sua volta di partire - In fondo,
ma molto in fondo, paesi, prati verdeggianti ecc. - “Genio e spensieratezza”.
Ritratto di uomo illustre, seduto, colla testa appoggiata alla mano, pensoso -
e la toppa (patta) sbottonata. - Due quadretti di riscontro nell'uno de' quali
domini la nota bianca e nell'altro la nera. Nel primo, giardino ben pettinato,
con ajuole a fiori, che sente la ricchezza. Un cuoco tutto vestito di bianco
corre a salti attraverso le allee e le ajuole con un coltellaccio ed un mazzo
di rosmarino in mano. - Nell'altro, orto parochiale, tutto cavoli e rape, con
in mezzo un prete in calzetta e soprabito, tutto nero. - Altri due quadretti di
riscontro - storici ed, insieme, di genere - potrebbero essere il primo - “Pio
IX che gioca al bigliardo”: Sala barocca, ambiente gaudente, colori spiccati.
Il papa, grasso, ha la stecca in mano e sta per dare il colpo alla biglia, la
gamba in aria. Dice intanto una delle sue grossolane freddure. Intorno a lui i
principali personaggi della sua intima Corte che ridono adulatoriamente: - il
secondo “Leone XIII” che prende il caffè, facendo una disquisizione teologica.
Giardini vaticani, dove si vedono piante impettite e melanconiche come Leone.
Il papa magro sta seduto, coi suoi famigliari, su dei pliants. Ha in
mano la chicchera del caffè, e tiene le dita dell'altra a pizzico
come se stesse inculcando dogmi e facendo divisioni
logiche. La Corte circostante ha i visi lunghi e la cera nojata - Altro
soggetto di quadro, di storia vecchia e insieme d'intenzione nuova, potrebbe
trovarsi nel “Ball di tôff” del Manfredo Pallavicino di Rovani - una
ridda di straccioni, esaltati dal vino e dalla momentanea impunità, che mette a
soqquadro, saltando indemoniatamente ecc., il ricco salone dell'avara marchesa
ecc. (Vedi pei particolari il relativo capitolo rovaniano).
4858.
Il libro di preghiera suppone un'assai scarsa religiosità in chi ne fa uso.
Indica che il suo lettore non trova bastante calore nel suo cuore verso la
divinità, per formare da sè la frase sincera della gratitudine, che le bellezze
della circostante natura non bastano ad elevarne l'anima, che egli ripete non
suoi sentimenti. Così, in un campo più vasto, si dica di chi ha bisogno di
chiesa per adempiere il cosidetto dovere religioso e non gli par sufficente la
volta del cielo.
4859.
Del rivoletto in mezzo alla strada, prodotto dall'aqua piovana, può dirsi che
“sembra una spina lucicante di pesce” - Vi ha cani barboni. che si direbbero
imbalsamati: intorno al loro occhio imbambolato sembra di vedere “el pont
sôra”. (L. Conconi)
4860.
[La nota, di 4 righe, è abrasa dal ms.].
4861.
Su Cesare Cantù, correvano i seguenti versi, chi dice di Giunio Bazzoni, chi di
C. Correnti = La storia universale - scrive come niente. - All'Austria ha dato
il sale, ai frati la virtù... - Ma un genio onnipossente - è il cavaliere Cantù
= Quando la penna smette, - sbrodola sentimento - e quelle poverette - che
sognano virtù - sono un divertimento - pel cavalier Cantù = Zajotti educatore -
de' Gracchi cerretani, - che a questo bell'umore - indovinò il pensier, -
propose a Torresani - di farlo cavalier = Ma Torresan prudente - rispose: di
bargello - ancora troppo ei sa: - per or basta l'anello: - s'infami e poi vedrò
= Quando l'anel fu giunto, - di Lucca il tirannetto - al liberal compunto -
diede l'assoluzion - e gli confisse in petto - il magico crocion - Ma, quella
croce, un giorno - ti recherà spavento - quando farai ritorno - al padre
Belzebù - che esclamerà: presento - il cavalier Cantù =.
4862.
Cesare Cantù, scrivendo a Cattaneo lo aveva chiamato fiorentinescamente, a modo
di vezzeggiativo “coso” - Cattaneo che odiava tutte le smancerie, gli rispose: Coso
volea dir cazzo; - ora vuol dir carissimo: - orben, Cantù dottissimo, -
carissimo Cantù, - saresti un coso tu? Nota. Manca forse il primo verso con rima in azzo.
4863.
Le celeri dita dei compositori tipografi che prendono dalle cassette le lettere
ricordano il moto de' polli beccanti sull'aja. Si potrebbe quindi usare la
frase: le celeri dita de' tipografi beccavano le lettere ecc.
4864.
Nella filosofia della lingua milanese, citare la parola “mar” che significa
tanto il nome mare quanto l'aggettivo amaro.
4865.
Bozz. filologico - sulle imagini che trovansi tradizionalmente nel parlare - e
su chi le interpretasse letteralmente. Per es.: “dalla discussione si ha la
luce” - no, si può rispondere, ma dal droghiere che vende le candele ecc. (Note
umor. di lett. alta e bassa).
4866.
I purganti più che sgombrare gli intestini dalle feci, sembrano empirneli.
4867.
Quando in Omero ritorna lo stesso pensiero già espresso, ritornano le stesse
parole già scritte. Per es., nell'Odissea, la descriz. del mattino è sempre
contenuta in queste sacramentali parole “Émos d'erighéneia phàne
rododàktylos Eòs” - e quella della sera: Dýseto t'eélios, skiòonto te
pàsai agyiaì.
4869.
Fra gli aggett. stereotipati cit. il koìlen néa, cava nave, di Omero.
4870.
Nell'Odissea, Telemaco ha continuamente il predicato stereotipato di pepnyménos,
e si parla ripetutamente della sua prudenza. Nestore perfino se ne meraviglia.
Eppure il signor Telemaco dice e fa cose, almeno nella Odissea, che
molte altre migliaja di giovani della sua età fanno e dicono quotidianamente.
Bisogna quindi pensare che ai tempi omerici, i giovani si trovassero tutti in
uno stato di marmottismo morale, avendo forse la loro parte fisica, troppo
sviluppata, assorbita la spirituale.
4871.
Quando Minerva, nell'Odissea, sotto le forme di Mentore, chiede a
Telemaco se è figlio d'Ulisse (lib. I) Telemaco prudentemente risponde “ti dirò
la verità, ospite mio - La madre dice che io sono di colui (Ulisse) ma, per mio
conto, non lo so - perchè nessuno conobbe mai certamente il proprio genitore”
(Versi 214-216 lib. I).
4872.
Nei poemi, nei romanzi dell'età odierna (dal 1750 al 1850) non si vedono mai i
personaggi a tavola: pare che vivano d'aria. Nell'Odissea e nell'Iliade
non fanno invece che mangiare e bere: e che bicchieri! e che piatti!
4873.
dò, per dòma, casa, cf.
cà (Dante) per casa.
4874.
Carlo Porta, impiegato al Monte Napoleone, quando si assentava dalla camera di
ufficio, lasciava, dicono, scritto sotto il suo cappello “De Carlo Porta l'è
quest chi el cappell - quand el ghe minga lu, basta anca quell” - Lo stesso
Porta, mentre stava morendo e gli avevano messo in mano un crocifisso di legno,
si rivolse all'amico Tomaso Grossi e gli disse “L'è on gran brutt segn - quand
se gha in man sto tocch de legn”. -
4875.
Sulla lentezza di Torti nel comporre, fu scritto il seguente epigramma:
“Scanderbeg mille turchi ammazzava - pria che Torti finisse un'ottava” -
4876.
P.A. Curti fece su Ignazio Cantù, nuovo cavaliere d'Austria, questo epigramma:
“Util ti fia lo spron, se a te concesso - fosse, o Cantù, di cavalcar te
stesso”.
4877.
Il 17 maggio 1882 (ore 6 pom.) fu l'ultimo della vita dell'adorata mia mamma.
Si era posta a letto l'ultimo dì d'aprile con una pleuro-bronchite capillare.
Baccelli aveva fatto un pronostico felice. Fino a due giorni prima della sua
morte, sembrava volgesse a guarigione. Il dì 16 le venne applicato un
vescicante fortemente cantaridato. Alla mattina, attendevasi il dottore che si
faceva troppo desiderare. Erano le 8½. Io m'irritavo e mamma mi disse: “Alberto
mio, calma e pazienza”. Furono le ultime sue parole a me e fu per me il più
prezioso consiglio che mi potesse lasciare - Venne finalmente il dottore e le
ordinò un emetico. Corsi a prender l'emetico: ma ero appena uscito che mamma
perdette ogni conoscenza ed entrò in agonia - agonia tranquilla ed inconscia -
che si chiuse alle 6 ed 8 m. del pomeriggio - Durante la sua malattia, la cara
mammina dicevami che le piaceva quasi di essere malata, perchè prendeva tante
buone cose (Bordeaux, consommés ecc.). Non ebbe che un transitorio sentore
della gravità del suo male, quando mi disse: questa malattia è più grave della
difterite che ho fatta. E poi chiamava me che le faceva da infermiere “il suo
tesorin”, il suo “fra Zenever” alludendo alla nota novella del Porta. Il lepido
e arguto e filosofico spirito che, nelle sue parole, sotto la forma meno
appariscente permeava sempre, non la abbandonò mai sino alla fine. Citava di
preferenza versi di Porta, il Dante milanese. - E un giorno mi disse: se
guarisco oh non voglio tener da conto. - Cara adorata mammina, come ti avrei
tenuto io dopo quella prova mortale! E già si pensava di fare una bicchierata
di allegria e io ti avrei condotto in campagna e t'avrei preso un bel
giardinetto - questo giardino, che ora godo, forse immeritatamente - e t'avrei
sempre accompagnato io al passeggio, io che spesso tolsi dal tuo - ingratamente
- il mio braccio per darlo ad altri. Povera mammina mia! Se puoi ascoltarmi,
ridammi l'ingegno che mi va ora morendo, perchè possa col mio perpetuare il tuo
nome! - Per la tomba della mia mamma tentai di comporre varie iscrizioni, ma la
sincerità del dolore, mi impedì di esprimermi condegnamente. Le iscrizioni
tentate sono le seguenti: 1) Quì, colle care spoglie - della nobildonna - Ida
Pisani Dossi nata Quinterio - è sepolta la pace - de' figli suoi - Guido ed
Alberto - 1823, 1848, 1882 - 2) Gli atomi - che già componevano la soave figura
- e la forte intelligenza - della nobildonna Ida Pisani Dossi nata Quinterio -
quì si dissolvono nel riparatore grembo della terra. - Possano essi,
raggruppandosi a nuove forme - restituire al Sole - una esistenza pari all'estinta
- In queste iscrizioni la lambiccatura del concetto, gli toglie ogni efficacia.
Riuscì invece l'amico Gigi Perelli, dettando il seguente semplicissimo epitafio
- Ida Pisani Quinterio - Era gioia - è dolore - Della morte di mamma parlarono
con calde parole di stima e rimpianto Primo Levi nella Riforma di Roma,
G. De Luca Aprile nell'Amico del Popolo di Palermo, Cameroni nel Sole
e nella Nuova Fanfulla di Milano. - Le parole di Primo Levi sono le
seguenti “La tomba che s'apre oggi per la madre de' nostri fratelli in amore,
Carlo Alberto Pisani Dossi e Guido Pisani - Donna Ida Pisani Quinterio - morta
jeri placidamente, dopo brevi giorni di sofferenza, chiuderà, con la immemore
salma, una parte della memore anima nostra. - Questa morta, che piangiamo, fu d'animo
e d'intelletto, come di sangue, gentile, epperò, ebbe la vita affetti e dolori
per lei - E affetti e dolori lascia sparendo, nè quelli dei figli, della nuora
e di noi potran trovare conforto in un provvido oblio”. (P.L. - L.P.)
4878.
Giuseppe Revere, mediocre ingegno, molta coltura letteraria - carattere
invidioso evano. Amoreggiò colla * attrice drammatica e nello stesso tempo
scrisse alle di lei spalle un sonetto che cominciava “il fiore di tua facile
bellezza, - io pure colsi” - sonetto che mise in giro. Interrogato se egli
fosse l'autore di tale vigliaccheria, negò: dopo qualche anno pubblicò il
sonetto nella raccolta delle sue poesie.
4879.
Andrea Maffei, versajolo e spia dell'Austria, di alcune sue poesie, già
dedicate pubblicamente ad amici, fece tirare parecchie copie su carta di lusso
e le ridedicò con iscrizioni a mano a cospicui personaggi austriaci. Eppure
Maffei è senatore del Regno d'Italia!
4880.
Temistocle Solera. Sua vita avventurosa. Visse, nonostante i grandissimi
guadagni, in un perpetuo indebitamento. È chiamato in Spagna, dal Maresciallo
Narvaez, che gli offrì prima 5000, poi 10000 lire per pagare i suoi debiti. E
Solera rispondeva laconicamente da Milano “non basta” finchè venne quanto
bastò, e allora Solera partì per la Spagna. Colà seppe scoprire una congiura
contro la regina Isabella e impadronirsi della minuta del proclama del
disegnato successore al trono che cominciava: “Essendo a Dio piaciuto di
chiamare a sè la santa anima della regina... ecc.” - Era al pianoforte in una
sala del palazzo reale, quando Isabella gli si pose ad un tratto vicino e gli
cacciò le lussuriose mani nella toppa de' calzoni. Solera, dopo di ciò,
assisteva ai consigli dei Ministri colla regina, la quale, allorchè si sentiva
assalita dal pizzicore della libidine congedava frettolosamente i ministri per
farsi fottere e buggerare nella stessa aula e sul trono dal Solera. - T. Solera
tornò di Spagna con una gran collezione di quadri, diceva lui, di sommi autori,
e di pietre preziose. Comperò in Milano una casa e l'addobbò riccamente.
Credeva di aver tutto pagato. Invece, il suo ragioniere s'era ingojato ogni
denaro. Pur tuttavia Solera non fece querela al ladro e si lasciò mettere
all'asta la casa - Era generosissimo. Un giorno che non aveva più di 500 lire
in cassa, udendo che Rovani ne abbisognava, gliele donò - Di forza erculea,
sollevò una volta di peso nella Galleria De Cristoforis un gazzettiere che
aveva avuto la malinconia di scrivere contro di lui e lo trasportò col braccio
teso, 5 passi lontano - Scrisse libretti d'opera, sui quali Verdi ricamò le sue
migliori musiche. Ne' suoi libretti collaborò più volte anche Pier Ambrogio
Curti - a titolo di amicizia - poichè Solera, pigliava facilmente impegni
letterari, poi, pigro come ogni buon letterato, non trovava mai tempo nè
volontà di adempirli. - Alternò spesso gli uffici della poesia con quelli della
polizia. Organizzò il servizio di questura in Egitto e prestò egregi servizi al
nostro. Dicesi anche che [la nota seguitava per altre 3 righe del ms., che
figurano abrase].
4881.
Quella di Carducci è poesia monumentale.
4882.
Aida di Verdi - opera, a mio avviso, pomposamente meschina. Vi si sente
solo il maestro che conosce mirabilmente il suo mestiere e sa fabbricare il
bello commerciale. Non un lampo però di sublime. Ricorda quei romanzi - che
salgono a un tratto in gran voga per poi cadere dopo pochi mesi nell'obblio -
in cui superficialmente è ottenuto un certo colore locale e dilettano - ma non
si raccomandano alla meditazione per qualità intrinseche. È musica non per il
cuore ma per gli orecchi; anzi, a dire più giusto, ove si abbia riguardo alla
indispensabile messa in scena di lusso, è musica principalmente per gli occhi.
- Il fragore che il maestro ha messo nell'orchestra pare incaricato d'intontire
l'orecchio, affinchè non iscopra le deficenze musicali. La grandiosità dell'evo
egiziano non vi si sente. Udite invece il Mosè di Rossini! Ivi è la voce
magna dell'Egitto e, per sopramercato, la immensità biblica. La insipida
favoluccia di Radames e Aida sta all'esodo degli Israeliti dall'Egitto come la
musica kedivale di Verdi sta alla mondiale, alla eterna di Rossini.
4883.
Paolo Gorini aveva abituato lo stomaco ad aver fame, quando avea tempo da
dargli da mangiare. Per la colazione e pel pranzo non aveva mai ore fisse. Una
mattina lo incontrammo che usciva dal lattivendolo, dove aveva fatta la sua
abituale colazione di pane e latte. Gli chiedemmo dove andasse. Si recava al n.
5 in Piazza Fontana a pranzo. E infatti a quella sua solita trattoria ordinò il
suo solito desinare che mangiò di buon appetito. Erano le 10 ore antimeridiane.
Gorini, prevedendo di non aver tempo in quel giorno di fare i due suoi pasti,
li aveva riuniti. Il ventre servì sempre a Gorini, non mai Gorini al ventre.
4884.
“Nin” in ebraico dicono che significa figlio - cf.
niño spagnolo.
4885.
Raiberti scrisse contro Viviani il seguente epigramma: On certo sur Giovan cont
el Battista - Fabbricator de' articoi de vivee - el n'a faa vun l'oltrer che a
prima vista - el me pars faa coi pee - Ma avendel on poo dopo rilegiuu - hoo
concluduu - che l'era scritt col cuu. - Oh car me sur Giovan, per de sti
articol - ghe va minga di test ma di testicol -
4886.
Manzoni, in gioventù, fece i seguenti versi sull'ode di Monti a Bonaparte - Un
vate di gran lode - sul principio di un'ode - rimpiange il fior gentile - del
suo membro virile; - e mentre ognun s'aspetta - ch'egli invochi Palletta - o
qualchedun dell'Arte - Invoca Bonaparte! -
4887.
R.U. - I Poeti - Cominciare, inneggiando alla Poesia, l'arte dei
generosi - il campo dove si produce ogni più nobile spirito - che spinge al
bene - che sgomina la tristizia ecc., poi, venendo ne' particolari disegnare,
sotto altri nomi, le macchiette dei poeti *, **, ***, ****, tutta gente
imbrogliona, indelicata ed anche briccona.
4888.
Costumi Romaneschi. [La nota seguitava per altre 3 righe, abrase].
4889.
Nella campagna romana lungo la via Appia si trovano capanne di creta e paglia
poggianti su frammenti di scolture e di colonne di alto pregio. E nella
capanna, divorato dalle febbri e dalla fame è il povero contadino. Può quindi
dirsi che nell'agro romano si trova la miseria tra il porfido e l'alabastro
orientale.
4890.
In molte cause basta combattere, non importa vincere, per ottener gloria. E che
è mai la stessa vita individuale se non un combattimento quotidiano contro le
forze dissolvitrici di quella Natura che, dopo averci spilorciamente concesso
un soffio di esistenza, mette in moto tutte le sue potenze per torcerlo innanzi
tempo? Per quanto forti, per quanto fortunati, l'ultima vittoria non è mai
dell'individuo ed esso deve soccombere. Combattiamo quindi coraggiosamente,
senza pensare al successo.
4891.
Le galline come le donne sono attirate verso le cose lucicanti: ma le galline
si contentano dei pezzetti di vetro: le donne vogliono dei vetri più fini, i
diamanti. Accennare all'amore dell'uomo verso tutto ciò che è lucido - oro -
giojelli ecc. - amore che è quasi maniaco ne' selvaggi, che vengono a noi, come
i polli ed i merli, più che per le nostre lusinghe di amicizia e di pace - per
gli specchietti e le conterie di Venezia. - Un tale amore, una tanta mania non
è, sotto forma men nobile, che il desiderio dell'uomo verso la luce - fisica e
morale - verso l'onnipossente Sole.
4892.
Nella statistica comparata si nota che ad un rialzo nel numero degli agenti di
polizia corrisponde un rialzo in quello dei delitti denunciati e giudicati. -
Per me, credo anzi che la troppa tutela e vigilanza poliziesca provochi molti
delitti - quelli almeno di ribellione.
4893.
Cesare Confalonieri, primo oboè della Scala, amico grande di Rovani, celebre
pel suo spirito. Visse, specialmente dopo maritato, in perpetua bolletta.
Avendo preso in affitto un quartierino, il padrone di casa che conosceva le sue
strettezze gli disse: pagherà un tanto al mese. - Questo è il male, rispose
Confalonieri, che io vorrei pagare non un tanto, ma un poco al mese. - E così,
trattando con altra persona che gli aveva fornito della roba e voleva essere
pagata - in “contanti” - Scusi, ma io lo vorrei pagare con pochi - ed allo
stesso che gli diceva: Se non può subito, pagherà col tempo, “Benissimo,
ribattè, il tempo è denaro. Lu l'è bell e pagaa”.
4894.
9 g[ennajo] 1878. - Re Vittorio Emanuele, a 10 ore della mattina, pienamente
cosciente, non prevedeva la sua prossima fine. Baccelli e gli altri medici, per
un riguardo al malato, non gliela avevano annunziata. Il polmone era già atrofizzato
- 15 minuti prima di morire, il re scese dal letto e pisciò per conto suo,
deponendo poi egli stesso con mano abbastanza ferma l'orinale -
4895.
Fra le grandi colpe di cui si tacciò Crispi (1878) dalla “vil razza dannata dei
cortigiani” la quale non poteva soffrire di vedere quell'uomo sinceramente
democratico al governo d'Italia, fu quella di aver egli assistito alla stesa
dell'atto notarile per la morte di re Vittorio Emanuele colla... cravatta nera!
e non bianca come voleva
l'etichetta.
4896.
Correnti è di que' letterati che, per amore delle belle frasi, mutano le idee.
Dove lo invita la frase, egli incammina l'idea. - Ingentilì colla letteratura
l'ambiente politico, fece dello stile in politica, ma la sua congenita
letterarietà e la troppa e diversa lettura gli tolsero ogni saldezza di
convincimenti, ogni carattere, o se si vuol dire altrimenti, lo fecero uomo dai
mille colori. - Correnti sà troppo per non essere scetticissimo. Un proverbio
latino dice “guardati dall'uomo di un libro solo”; io aggiungo “e guardati
anche da quello di troppi libri”. - Si licet parva componere magnis, io e
Correnti (1878-79) ci troviamo nello stesso stato d'animo reciprocamente.
Desiderandoci, cerchiamo evitarci. Siamo come due schermidori - noti l'un
l'altro per fama, i quali trovandosi la prima volta l'uno di fronte all'altro
si tasteggiano prudentemente coi ferri, attendendo ciascuno che l'avversario
smascheri la propria abilità o tradisca il suo lato debole. Se poi Correnti mi
tira di tempo in tempo qualche botta, io, invece di pararla e di rispondervi,
salto indietro. - Trattare con Correnti non è cosa facile. Egli ha il brutto
vezzo (e l'ho io pure) di dir nero mentre pensa bianco. Gli adulatori sono
quindi con lui in un continuo pericolo di far passi falsi e cadute per non più
rialzarsi. Correnti sa ciò (e io lo scorgo dalla malizia che gli si annida nei
canti dei lucentissimi occhiucci) e piglia un gusto matto a far sudare e
arrossire, colle sue contraddizioni e i suoi scatti improvvisi, la folla
adulatrice che riempie le sue sale fino a levargli il respiro. -
4897.
Di Correnti possiedo il ms. di una prefazione incominciata per un libro
del Caccia - Nell'epistolario di Dall'Ongaro si trova una sua poesia, colla
quale ringrazia un amico pel dono di un panettone - Agg[iungere] all'indice
delle opere di Correnti “Annuario statistico italiano”. Anno I° 1857-1858
(Torino 1858 1 vol. in 12) H. III. 13 (segnatura della libreria della Soc. geo. it.) - Annuario statistico italiano.
Anno II° 1864 (Torino 1864. 1 vol. in 12) (in collaborazione con Pietro
Maestri) H. III. 14 (id.) - Prefazione ms. su Mickiewitz. -
Nell'Arch. triennale, lettere di Correnti a Mazzini e a C. (Cantoni).
4898.
(1879) Correnti mi disse che “uno, anzi il principale degli scopi del 18
marzo 1878 fu quello di far vedere col fatto agli oppositori di sinistra che
l'attuazione delle loro idee non era così facile come credevano”. Difatti non
seppero far nulla ed oggi il paese li ha in discredito come ha in discredito la
destra. Se però la sinistra non ha ancor dato alcuna prova del suo vantato
progresso, bisogna pur dire che anche la destra - impenitente - non s'è
avanzata di un passo.
4899.
“Archivio triennale” - fatto, secondo Correnti (che vi è messo in una
cattiva luce) col pregiudizio che Re Carlo Alberto avesse tradito l'Italia.
“Veri i documenti, ma non pubblicati tutti: pubblicati i soli che servivano a
sfogare le ire di Cattaneo. Non accolte che a metà le dichiarazioni di
Correnti. Le prefazioni sono, al credere di Correnti, di Ceroni, - quel Ceroni
che poi, all'epoca della guerra di Crimea scrisse un indirizzo del popolo
italiano a Nicolò di Russia perchè venisse a liberare l'Italia”.
4900.
L'eloquenza di Brofferio, di Minghetti, di Mancini, di Thiers potrebbe
chiamarsi aquosa. Ils pissent de l'eau. Cavour stentava invece ad esprimersi.
Si vedeva sulla sua fronte e ne' suoi occhi l'idea formarsi e scattare. Gli
altri entravano nell'aula parlamentare colle loro idee - non in testa - ma in
tasca.
4901.
Correnti. Ad un pranzo dove si trovavano i componenti il Ministero
Depretis (1879) Correnti disse loro ad alta voce, che erano affetti da
oligoemia, da scarsità di sangue. Gli risposero che avrebbero ben voluto far
qualchecosa di più ma che non si poteva. “E chi lo potrebbe - loro rispose
Correnti - se non voi che siete i padroni?” = Dicono non esser vero che il
Gransegretariato dell'Ordine Mauriziano gli sia stato offerto. Egli lo
dovrebbe, non al suo ingegno ed alla sua vita politica, ma alle istanze e alle
brighe della moglie. Ora poi chiederebbe la pensione come Consigliere di Stato.
E con tutto ciò pretende ancora di conservare l'antica posizione parlamentare!
= Correnti è la calamita degli scrocconi e degli adulatori. Se ne scompare di
tempo in tempo qualcuno il vuoto è tosto riempito. Golceski, Bojani, Pateras,
Piantanida, non sono, sotto diversi nomi, che un'unica aggiratura. E c'è imbroglioni
che fecero scempio di Correnti. Va a Parigi commissario italiano per
l'esposizione e cade nelle mani di un tal *. Annedoto dell'album - album di
grande lusso ch'egli ammirò assai. Il suo fabbricatore desiderava una croce di
Cavaliere. Il factotum * gliela promise a nome di Correnti, suggerendo al
fabbricatore di mandare intanto l'album a Roma. Correnti si vede arrivare lo
splendido oggetto, lo ritiene come un omaggio fatto a lui, lo mette in sala, e
non s'incarica più che tanto di ringraziare il fabbricatore. Questo aspetta
pazientemente la croce. Ma dopo di aver aspettato un anno e due, comincia a
scrivere a Correnti, alzando a poco a poco la voce e reclamando finalmente il
pagamento dell'album (L. 2500) che egli non si era mai sognato di inviargli
gratuitamente. Ne avvenne un comicissimo battibecco, fra Correnti, la moglie
ecc. - Altro imbroglione: fu certo **, creato, su proposta di Correnti, gran
croce (!). E ancora se ne domanda il perchè. Fenomenale è la smemorataggine
di Correnti. Sulle mosse per recarsi nell'alta Italia a villeggiare colla
famiglia, trovandosi anzi già alla stazione, si accorge di non aver alcun soldo
in tasca, nè più si ricorda dov'abbia riposto un certo biglietto da mille lire,
da lui posseduto la mattina. Il treno sta per partire. Gli amici che lo hanno
accompagnato alla stazione si cotizzano e riescono a mettergli insieme 500
lire. Se abbia restituite le 500 lire non si sa. Le mille lire smarrite le
trovò nel suo ritorno a Roma, riaprendo un libro che aveva leggicchiato nella
mattina della partenza e fra le pagine di cui avea lasciato a segnacolo il
biglietto bianco.
4902.
Tipi di donne benefattrici e seccatrici sono le signore Schwabe e Goold
(1875-82). La prima, per raccogliere denari per i suoi poveri rompe le tasche a
mezzo mondo. Assedia deputati e ministri e non dà loro tregua finchè non le
accordano quanto desidera. Tiene sempre in saccoccia carta, penna e calamajo
con cui stende istanze dapertutto e spedisce la sua numerosa corrispondenza, mentre
sta aspettando di essere introdotta da qualche pezzo grosso. Guai chi entra
nella turbina della Signora Schwabe. Non se la cava più. Del rimanente è
generosissima anche del suo. Profuse più di 300.000 lire per aprire a Napoli
asili e scuole di bimbi (ragged-schools). Nè le mancò naturalmente l'odio dei
preti e degli ignoranti, che sono poi una cosa sola. “Bada!” dicevasi a Napoli.
“Una Signora forastiera che butta via tanti denari per la nostra bambinaglia
cenciosa di cui nessuno si cura... C'è sotto sicuramente cantina”. - E fu ed è
quindi osteggiata nel peggior modo possibile. - Una sorte simile a quella della
Schwabe, la incontrò a Roma la Goold. Questa buona Signora osserva anch'essa
che non ci sono scuole pei bimbi a Roma. Si dà attorno, non risparmia nè tempo
nè noja, raccoglie, specialmente fra i suoi compatrioti, 50.000 lire ed apre un
asilo infantile. Guerra su tutta la linea da parte dei cattolici. Si sparla
della Goold, si dice che il suo scopo vero è di far propaganda di
protestantesimo ecc. ecc. -
4903.
Infamie legali (Fatto storico) - Un tale diventa, in un accesso d'ira,
in un accesso quindi pazzesco, assassino. Nonostante i suoi ottimi precedenti è
condannato, in contumacia, a 20 anni di lavori forzati. Si rifugia in altro
stato, sott'altro nome, si ammoglia, ha figli, lavora indefessamente come
valente operajo e mena per 15 anni la più onesta vita possibile. Ma la polizia
consolare del suo paese lo scopre e lo fa arrestare. Ricondotto in patria, la
Legge esige ch'egli faccia i 20 di galera ai quali era stato sentenziato.
Pereat mundus sed justitia fiat! - Si può osservare che l'esecuzione della
pena, mentre non riparò al primo male stato prodotto dal delitto, ne creò quì
un altro, forse peggiore, rovinando una intera famiglia. Dalla miseria propria
e dalla infamia paterna i figli potrebbero essere spinti al delitto ecc. Certo
è poi che se quel martire dell'iniqua Giustizia fosse rimasto celato altri 5
anni, la prescrizione della condanna lo avrebbe salvato. Ora, 5 o 6 anni in più
o in meno cambiano forse la sostanza delle cose? - E fra gli scopi della pena
non vi ha forse quello della riabilitazione del reo - riabilitazione che quì
era già avvenuta?
4904.
L.d.B. - I misteri della trinità. Omne trinum est perfectum. Gorini
seppe aggiungere alla vita vegetale e animale la minerale Cit. le tre anime dell'animale,
le due del vegetale e l'unica del minerale... Gli angioli, i quali secondo i
teologi sarebbero esseri più perfetti dell'uomo, dovrebbero avere 5 o 6 o più
anime. - Perchè un liquido
diventi solido è necessario lo svolgimento di una materia aeriforme nel seno
del liquido stesso. Ecco lo spirito santo (pneùma) legame fra il
padre e il figliuolo - E tutto ciò, oltre ad altri argomenti (di cui se ne
trovano migliaja per dimostrare l'eccellenza della trinità), metterlo in bocca
a un difensore del sistema costituzionale, che sarebbe appunto, secondo lui, la
fusione dei tre elementi della regalità, aristocrazia e democrazia
ecc. - Chiudere però con un epigramma che rovesci tutto il ragionamento del
costituzionalista.
4905.
P.O. - Il protagonista si trova ad un caffè. È insultato da un prete,
grande e grosso - ed egli lo schiaffeggia. Il prete si ritira tacitamente, poi,
facendo valere certe sue alte aderenze, riesce a far accusare il protagonista -
che è ufficiale di complemento - dinanzi al Consiglio di disciplina militare
per mancanza contro l'onore. E il Consiglio, sobillato anche dalla parte
femminile e reazionaria della R. Corte, condanna alla perdita del grado il ns.
eroe - ...persona della più squisita onoratezza.
4906.
Nei poemi omerici, l'autore non manca mai di aggiungere ai nomi di ciascun
personaggio i titoli che gli spettano e il ricordo della sua ascendenza quasi sempre colle stesse
sacramentali espressioni, anche dove una simile enumerazione rompe il filo dell'affetto - Così,
dopochè un personaggio omerico ha parlato, l'altro con cui discorre,
rivolgendogli la parola, comincia sempre a fargli un complimento su quanto
disse o sulla sua progenie. -
4907.
A Torino, Crispi, Scelsi e Revere si trovavano spesso insieme - dice Revere - a
condividere le strettezze della vita. E Crispi, nei loro desinari, metteva i
maccheroni, Scelsi l'arrosto, Revere il formaggio.
4908.
Correnti. Difficilissimo ottenere dallo stesso Correnti notizie sulla
sua vita. Non appena si accorge che lo si vuol pubblicare, sfugge come una
anguilla. Gli è come fare il ritratto ad un bimbo che non vuole star fermo. -
4909.
L.d.B. Stephenson, additando un giorno ad un amico una locomotiva gli
disse: sai tu chi fa andar quella? - E siccome l'amico rispondeva la tale o
tal'altra cosa, “no”, disse Stephenson, “chi la fa andare è il sole”. Difatti
il sole aveva fatto crescere quegli alberi che, sepeliti nei cataclismi
terrestri, s'erano cangiati in carbon fossile. E così, nè più nè meno, vedendo
una mandria di bovi, si potrebbe dire - ecco gli autori delle più insigni scoperte
e delle più grandi opere. Essi hanno trovata la pila e l'America, hanno scritto
l'Iliade, la Divina Comedia, i Promessi Sposi, i Cento
Anni. Hanno vinto le più gloriose battaglie, hanno riportato i più
segnalati successi diplomatici - Tanto è vero, che chi tutto fa è il sangue
altamente plutonizzato, e chi dà al sangue il necessario plutonismo è la carne
bovina etc.
4910.
“L'apparenza inganna” bozzetto - Cominciare, dicendo che mi credevo
fisionomista senza tema di errare. Cit. libri di fisiognomonia letti e studiati
ecc. Giungo allo Stabilimento di bagni di Regoledo. Mi seggo a tavola rotonda.
Non conosco neppure di nome nessuno. Mi metto a pensare fra me stesso chi sieno
i vari miei commensali. Descrizioni diverse. Uno di faccia mi sembra un
mercante di candele, un altro un falegname, un altro un piccolo d'osteria, un
quarto un assassino ecc. ecc.; quella donna poi è sicuramente una meretrice;
quell'uomo là in fondo, non c'è dubbio, è un ciabattino: pare ancora di
vedergli il segno dello spago sulla fronte intorno ai capelli ecc. Ragioni
scientifiche e sentimentali di tali supposizioni. Terminato il pranzo mi
informo dei nomi dei miei diagnosticati. Tutti conti, marchesi e banchieri.
L'apparente puttana è una dama di compagnia di una regina, il ciabattino è un
principe ecc. Rinunzio a fare il fisiognomonista.
4911.
Contro Correnti erasi spacciata la voce ch'egli avesse nel 1848 tentato di
sollevar Genova. Cavour ne tenne parola a Correnti. Questi gli dimostrò come la
voce fosse falsa. - Così racconta Correnti e così credo facilmente. Il futuro
gran segretario dell'ordine mauriziano non fu mai certo l'uomo dalle
sollevazioni - Correnti fu uno dei promotori della linea ferroviaria del
Gottardo.
4912.
Rovani e Solera, passeggiando un giorno insieme per Milano, incontrarono un
tale, conoscente di Solera, che li invitò in casa sua a bere. Accettarono.
Saliti in casa di questo tale, persona che pareva gentile e d'ingegno, e
portati in tavola i bicchieri, Solera, mentre l'invitante si era assentato un
istante, disse colla sua voce più profonda a Rovani che stava per mettersi alla
bocca il bicchiere “bevi il vino della spia”. Rovani ebbe un sussulto e depose
il bicchiere e non seppe più bere - per quel giorno.
4913.
Correnti è famoso per la sua perpetua indecisione. - Una mattina comanda una
carrozza. - Di lì a poco gli annunciano che la carrozza è pronta. “Chi t'ha
detto di andarla a chiamare?” fa Correnti - “Lei, Eccellenza” “Mandala via” -
Il servitore esce, ma non è in fondo all'anticamera che si sente a richiamare
da una scampanellata di Correnti che gli dice “falla invece aspettare”. E la
carrozza aspetta una mezz'ora. Correnti esce finalmente di stanza e domanda “e la
carrozza?” “Aspetta, Eccellenza” - “Perchè farla attaccare sì presto?” -
ribatte Correnti ed entra in carrozza. Poi, guarda l'orologio. “È tardi - dice
al cocchiere, forse non si arriva”. Il cocchiere sferza i cavalli. “No, no,
grida Correnti - va adagio, non voglio arrivare”.
4914.
R.U. - Volume sulla vita degli uffici governativi. - Si potrebbe
intitolare “La vita burocratica, ossia Del modo di diventare rispettabilmente
cretini” - Cominciare con un bozzetto in cui l'autore getta un grido di gioja
nello smettere la sua qualità d'impiegato; gli sembra di aver deposto una cappa
di piombo, di esser guarito da un gran malattia, di ritornare nella specie
umana. Ring[raziamen]to alla
morte che non ha dato tempo allo zio di lasciare alla serva il suo patrimonio. Descrivere parte a parte la vita
dell'impiegato - Dicono Napoleone I inventore della burocrazia, per assicurare
al Governo un corpo sempre fedele di cittadini. Eppure, col cangiar di governo,
gli impiegati si sono sempre visti disertare in massa dal vecchio al nuovo
sistema. La burocrazia fu invece creata probabilmente dalla mediocrità che,
impotente di dominare nel campo della libertà il vero ingegno, tenta di
assoggettarlo in quello delle regole. E difatti, l'ingegno che riporta quasi
sempre la preminenza nelle armi, nelle lettere, nella diplomazia, quando è al
di fuori della cosidetta carriera, in questa soccombe. In carriera burocratica
sia civile che militare non valgono nè l'acutezza di mente nè gli studi. Non si
fa un passo avanti, se colui che ci antecede non ne fa uno prima di noi. Gli è
come pigliar il biglietto ferroviario allo sportello della stazione. Ciascuno
il suo turno. Nulla è quindi ogni spinta di emulazione - La carriera
burocratica è la più sicura strada d'incretinire. Vedi le faccie spesso
intelligenti degli applicati volontari. Dopo un pajo d'anni, le ritrovi mogie e
tristi. Il volontario s'è cangiato in un forzato - è vicesegretario. Rivedile
poi dopo 5, 6 anni. La melanconia del vicesegretario è diventata intontimento
nel segretario, ed ebetismo nel capo sezione. Al capo divisione non manca che
la seggetta del cretino. Pensate poi il direttore generale! - Agg[iunge]re
capitoli sull'archeologia burocratica, i diritti di manica ecc., sugli inutili
affari il cui unico scopo è di mantenere impiegati inutili (Vedi Rel. Damiani
sul progetto di ordinamento pel M.ro Esteri, presentato da Mancini,
1882) - Altro cap. sulla “competenza”. Negli uffici nessuno fa una riga di più
di quanto gli tocca, cascasse il mondo. E non solo gli impiegati superiori, ma
i subalterni e perfino gli uscieri. Si suona: nessuno compare. In anticamera si
trovano intanto due o tre uscieri che sbadigliano: manca però quello della sala
da cui suoni. Occorre di aprire una cassa: chiami un usciere: risponde: “non
c'è il facchino”. L'usciere non si degna di aprire una cassa. Tocca
all'impiegato - presente l'usciere - di prendere il martello e lo scalpello e
di schiodare la cassa. C'è da scommettere che se nell'ufficio si appiccasse il
fuoco e mancassero i facchini destinati ad attinger l'aqua, gli uscieri, pur di
salvare la propria comica dignità e competenza - lascerebbero bruciare
l'ufficio - Lo scopo di quell'istituzione che si chiama Ministero è di fare che
i vecchi cretini ne creino de' nuovi - Ai R.U. relativi alla burocrazia
si potrebbe dar anche la forma ed il titolo di “Vademecum per gli
impiegati”. Sviluppare in esso il tema “come più convenga all'impiegato di far
male che bene”. Se fai bene non fai, si dice, che il tuo dovere, e nessuno te
ne porge grazie, anzi ciò ti procura non rado degli astii da parte de' tuoi
superiori, invidiosi del merito tuo. Fa invece male, beninteso un male
relativo, e allora che avviene? Tu, specialmente se sei nella carriera
diplom[ati]ca e consolare, non puoi naturalmente più rimanere nelle località
dove sei. Ti si tramuta dunque di posto. Per non dar a vedere però che questo
sia effetto di una punizione - poichè bisogna, si dice, mantenere il prestigio
de' pubblici funzionari, specialmente all'estero - nel trasferirti ad altro
luogo, ti si promove di grado ed anche ti si conferisce qualche onorificenza. -
(Es. dal vero. Il Sig.r Simondetti R. Console nel 1880-81 a Galatz
compila con altri due delegati - il tedesco e l'austriaco -
quell'avantiprogetto per la navigazione a monte di Galatz che ammette
l'Austro-Ungheria a far parte della Commissione ripuaria per il detto tratto di
fiume, mentre, l'Austria, ripuaria non è, progetto che pone la base della
supremazia austro-ungarica forse su tutto il Danubio. L'Italia (Ministero
Cairoli) non osando disapprovare l'operato - per lo meno leggiero - del
Simondetti per non alienarsi l'A. U. e la Germania, accetta il progetto.
Senonchè insorgono clamori e proteste da parte della Francia e della Gran
Bretagna. L'Italia conosce di aver fatto un passo falso e vuol modificare la
sua politica sul Danubio. Non essendo però più decoroso che il rappresentante a
Galatz sia il Simondetti, esecutore o a meglio dire iniziatore dell'antecedente
politica, opposta alla nuova, il Ministero pensa di levarlo dal posto ch'egli
occupa, tramutandolo in uno assai più grasso, ossia a Costantinopoli - non solo
- ma decorandolo della croce dei Santi Maurizio e compagno).
4915.
(1882) Mi consolo dell'esaurimento cerebrale in cui giaccio e con cui pago le
troppo protratte meditazioni, pensando ai molti scrittori in voga che non
meditarono mai nulla, eppure furono sempre esauriti d'intelligenza.
4916.
“Inno al Dio Venturo” (da ridursi in versi e da render poetico nelle frasi) -
Ep[igrafe] tà archaìa parélthen, idoù ghégone kainà tà pànta. - I°) Le
nozze furono consumate fra il nuovo Dio e l'Umanità. Il primo sangue fu sparso.
Tede nuziali, Parigi in fiamme. L'imeneo cantato dai cannoni fratricidi
- 2°) All'improvviso abbraccio, l'umanità gittò un grido di voluttuoso spasimo
e cadde svenuta e si addormentò di un sonno profondo... - 3°) Ma al suo
risveglio, ella si risente forte e ricerca l'abbraccio e lo sospira, e guarda
intorno con ansia se il suo terribile sposo ricompare - 4°) Vieni, dice ella
desiosamente, vieni mio ben amato, ahi troppo presto scomparso, e fammi ancora
sentire quel fecondo dolore. Io sono stanca di questi flosci impotenti abbracci
monarchici e repubblicani. Si crede lusingarmi coprendomi di veli e caricandomi
di giojelli - oh come gravi! - maldissimulate catene. Vieni. E strappami colla
rude tua mano tutto e ritornami al sole - nuda - Ridonami la libertà della nudità - 5°) Nuda nel corpo - non nella
mente... Questi vecchi che mi assediano, che mi fanno intorno le volte
lussuriose colla loro salute e la loro allegria dipinte, mi susurrano che tu
sei il dio della distruzione. Sii dunque il benvenuto. Io non vedo che cose da
distruggere. - 6°) Io brucio d'amore immenso, senza fine, ed essi mi tracciano
colla punta delle loro stampelle delle linee imaginarie, dicendomi alto lì, io
mi sento forte, capace di reggermi da me stessa ed essi vogliono impormi
tutori. Vieni dunque, e cada ogni barriera fra uomo e uomo. Rispettiamoci
senz'armi, amiamoci senza legge (Vedi per altre idee concomitanti, sotto Internazionalismo,
comunismo ecc.).
4917.
Vi ha scultori, come scrittori mestieranti, i quali trovato un motivo accetto
al pubblico, non si curano più di cercarne altri ma lo ripetono senza fine - e
diciamo senza fine, perchè, morti loro, il continuatore del loro studio,
seguita a ripeterlo. Vi ha di questi scultori che continuano a fare date
bagnanti, Flore, Ebi ecc. finchè c'è marmo e marmo non manca mai. Il Bxx
p. es., scalpellino di Viggiù, arricchitosi a Roma ed asino fra gli asini,
dicevami che aveva scolpito in quattro busti di donna (orribili busti) le
quattro stagioni; “quest'anno - aggiungeva - quella però che si vende è la
primavera”. E di primavere - tutte identiche - ne aveva già fatto qualche
centinajo. - “Hinn de quii scultor” dice Giuseppe Grandi, il quale è artista
davvero - “che quand hin mort, và innanz la vedova” - testimonio gli studi dei
mediocri Tantardini e Bargaglia ecc. - Ciò che si osserva di simili scultori,
può applicarsi a molti scrittori del giorno, come il Marenco, eternamente
idilliaco, il Giacosa, il Cossa, ed altre nullità.
4918.
L.d.B. - Bizzaria fonografica - La musica in scatolette come il tonno e
le sardine. Macchina di empire le scatolette. Tanti centimetri quadrati di
musica l'una. Descrizione fantastica dell'apparecchio. Un grande orecchio di
metallo raccoglie i suoni e li distribuisce per fili fonofori ad altrettante
scatolette coperte di una pelle di tamburo sul fondo. Le scatole una volta
piene, si suggellano automaticamente. Botteghe di suoni e cataloghi. Le cantate
semplici, una lira, 1 concerto 8 o 10, un'opera intera, 20 o 30. Insorgeranno
allora per lesa proprietà, i maestri di musica, i cantanti, gli editori. Si
darà loro un tanto per cento. Si piglia la scatoletta, la si capovolge, si buca
con uno spillo la pelle nel dato posto e le onde sonore cominciano a svolgersi
e la sonata o la cantata si fà sentire. Essendo perpetua la possibilità di
riempiere le scatole con gli stessi suoni, i nostri figli potranno udire come
fu data p. es. l'Aida diretta da Verdi, sentire la voce di Garibaldi ecc. Nei
cataloghi si vedranno poi segnati anche i rumori che non sono suoni musicali,
p. es. Temporale, 1 lira - Lite fra cane e gatto C.mi 50 - Serraglio
ecc. - Saranno poi nel codice preveduti anche i testamenti olofoni - si
riudiranno i discorsi dei grandi oratori. Un cantante avrà il gusto di
risentire in vecchiaja la propria voce; un vecchio le espressioni d'amore della
sua bella di cinquant'anni prima. Si potrà portare in campagna un assortimento
di scatolette ed aprirle dove meglio accomoda e più conviene. Sei solo, in un
bosco, colla luna; schiudi la scatoletta della casta diva, cantata dalla Pasta
ecc. - Altra importantissima applicazione. Nulla va perduto nell'universo.
Altri ha già dimostrato come le imagini di tutto ciò che avvenne circolino
ancora nello spazio, il quale, essendo senza fine, rende senza fine anche lo
sviluppo delle onde delle imagini. Le nostre voci potrebbero formare invisibili
strati sugli intonachi de' muri ecc. Ora, prendo un pezzo di una casa - poniamo
- romana. Col fono-estrattore ne tolgo, strato per strato e immagazzino in
appositi recipienti i suoni che vi aderirono. Naturalmente i primi saranno gli
ultimi, e le parole entreranno nel recipiente tutte rovesciate. Ma, rivoltato
il recipiente, si raddrizzeranno. E allora si potrà assistere - oh gioja
immensa dei latinisti - ai colloqui degli imperatori e degli schiavi romani,
udire i comandi de' Faraoni, le canzoni religiose dell'Etruria, le discussioni
del Senato Romano, le varie favelle dei barbari ecc.
4919.
Giuseppe Revere, sempre attilato, senza mai un soldo in saccoccia - s'attaccava
verso le 5 agli amici per farsi pagare il pranzo. Revere era ancora della
tradizionale stoffa de' poeti italiani, che credevano di aver diritto al
pubblico mantenimento per i loro bei versi. Bell'uomo amoreggiò colla *, che
poi dovette lasciare per la bolletta e trattò vigliaccamente col suo sonetto
“il fiore di tua facile bellezza io pure colsi”. - Non era bolletta ma avarizia.
Revere ha, si dice, più di 100.000 lire alla Banca generale e tesaurizza.
4920.
*, spia dilettante dell'Austria - anima bieca - approfittò della mentecaggine
del principe Emilio Belgiojoso per fargli aquistare per 50 o 60.000 lire di
quadri antichi di nessun valore.
4921.
Prati, sonettista, compose nel 1848 un libro dedicato ai più incliti patrioti.
Sopravenuta l'Austria, cambiò le dediche in altre dirette ai peggiori austriaci
ed austriacanti. Il
fatto è attribuito anche a Maffei (verif.)
4922.
Bianchi Giovini, mentre Cantù pubblicava la sua spropositata Storia
Universale, fece uscire per le stampe un'opera intitolata “Degli errori di
Cesare Cantù ecc.”. Ne uscirono però tre sole dispense, poichè l'editore Pomba
della Storia Universale fece tacere il Bianchi Giovini coll'ingoffo,
dicono, di 3 o 4 mila lire. Un esemplare dei fascicoli di B.G. me lo donò Cesare Vignati.
4923.
Il mio animo che sfiderebbe l'oceano in tempesta muore ora in un bicchiere di
dormigliosa aqua.
4924.
Prati indirizzò a Minghetti un sonetto in cui gli parlava come a cacciatore
compiangendo i poveri augelli. Il sonetto finiva “perchè tiri all'uccel che a
te non tira?” - Lo stesso Prati scrisse un sonetto in cui descrisse Bonghi che
s'era posto a dormire con un rospo. Alla mattina fu trovato morto avvelenato -
il rospo.
4925.
In una città la Giunta municipale, avendo deciso d'imporre la muserola ai cani,
fece appicare a tale scopo un preventivo avviso sui canti delle vie. Un
bizzarro artista prese una spugna e, bagnatala dell'umore di una cagna calda,
ne asperse gli avvisi. Tutti i cani che passavano si alzavano sulle loro zampe
posteriori contro i manifesti, e pareva li leggessero, poi si voltavano e vi
facevano sotto una pisciatina.
4926.
(Secondo Maraini) l'odio di Carlo Cattaneo erano i sciuri de Milan.
Cattaneo era perciò meno nemico dell'Austria di quel che pareva. Infatti
l'Austria sosteneva in Milano la plebe contro i signori che le erano avversi ed
avevano fatto parte delle congiure contro di essa. Chi dunque fa di Cattaneo
quasi un campione del popolo erra. Non fu Cattaneo che spinse il popolo
lombardo alla rivoluzione contro il dominio austriaco, ma il popolo che trasse
Cattaneo. E difatti questi mirava più ad ottenere riforme dall'Austria che non
a costituire l'unità d'Italia, e quando udì il popolo rumoreggiare nelle vie di
Milano disse: “i fioeu han tolt la man ai pappà”.
4927.
La scoltura fà per davvero, la pittura fà per finzione. Il
pittore elegge - per riprodurre - il punto migliore del suo modello: lo
scultore lo piglia tutto buono e cattivo, e siccome non c'è corpo bellissimo il
quale, sotto qualche punto di vista, non si presenti brutto, non c'è statua
senza un lato necessariamente scadente.
4928.
Nelle opere del genio, vi ha alcune la cui creazione si direbbe aver recato
all'autore momenti di gioja, tanto ci appajono sublimemente spontanee. Di altre
invece si dubiterebbe che il loro parto abbia causato dolori, tanto sono
stentate, involute, difficili. Alle prime appartengono le opere di Porta e di
Rossini, alle altre quelle di Richter. - Contro questa opinione si può però
citare la confessione dì Béranger, le cui poesie sembrano il trionfo della
spontaneità. Egli infatti scrisse che ogni sua ode gli costava uno sforzo e una
sofferenza.
4929.
Rov. Rovani diceva al marchese F. Villani, marito della sua amante e
brutto come l'orco della favola: mi piaci, marchese, perchè sei l'anello di
congiunzione tra l'uomo e il chimpanzé.
4930.
G.F. - La notte dell'Epifania (a Roma). Tutte le finestre
guernite di scarpine, di cestellini, di calzettine. A mezzanotte in punto passa
la processione della Befana - illuminata dalla luce elettrica. La Befana,
vecchierella rubizza, vestita alla rococò, siede nel suo carozzone dorato,
tirato da somari bianchi, guardando coll'occhialetto dallo sportello. Ha presso
il suo segretario particolare, un uccelletto dal becco gentile che le confida
all'orecchio i desideri ed i sogni delle bambine e dei bambini che si
raccomandano a lei. Essa ha ricevuto in quel giorno mucchi di letterine dai
bimbi, su carta rosea ed azzurra. Dinanzi alla carrozza, una musica di zufoli e
di trombettine di latta. Seguono molti carri zeppi di balocchi, di libri, di
dolci. Intorno ai carri, angioli vestiti di bianco, colle ali di cigno. Ad ogni
casa la processione si arresta. L'uccellino dice una parolina alla Befana -
essa fa un cenno, e tosto un angiolo prende dai carri o confetti, o giocatoli o
volumi e vola a deporli sulle finestre nelle scarpine, nei pedalini, nei
panierini, dei bambini boni. Talvolta però la Befana fa un altro segno.
Ai carri bianchi sussegue un carretto tutto nero, tirato da caproni - con
diavoletti rossi per cocchiere e servitori. Il carretto è pieno di cenere e di
carboni. I diavoletti ne pigliano manate e vanno ad empirne le calze ecc. dei
bambini cattivi. E qualche volta, anzi, non prendono nulla dal carrettino. Si
tratta allora di un bimbo cattivissimo. Un diavoletto dalle ali di pipistrello,
più brutto degli altri, vola alla finestra indicata, vi si acchiocciola, e vi
lascia uno stronzino.
4931.
dupl. R.U. - “La mano felice”
bozzetto sulle due classi di uomini ad una delle quali riesce tutto bene e
all'altra tutto male. Non è questione di ingegno perchè anche gli sfortunati ne
hanno, e talora, ne hanno anzi più de' fortunati; non è questione di onestà
poichè nessuna delle due classi ne è priva; non di previdenza ragionata, poichè
spesso i fortunati ne difettano e gli altri ne fanno professione. Di che dunque?
E quì osservare come vi sia qualcosa che sfugge ai calcoli ed ai compassi: vi è
il cosidetto colpo d'occhio sicuro, la cosidetta mano felice che non si
apprende da nessuna scuola e per nessuna esperienza. Descrizione delle due
sorta di uomini. I primi entrano per es. la prima volta in una città, e senza
alcuna indicazione trovano tosto il migliore albergo, e le migliori botteghe e
sanno scegliere, quasi per istinto, il piatto migliore e la miglior merce. Gli
altri, gira e rigira, dopo molti ragionamenti, si fermano alla peggiore bettola
o al più birbo negozio e comprano il capo più avariato, o si allogano nella
stanza peggiore. Così se c'è una bella e buona donnina, ricca per giunta, cade
nelle mani de' primi. Gli altri cadono invece nelle unghie di donne briccone e
puttane. Mentre poi i primi mettono i loro denari in banche che non falliscono
mai; gli altri vendono i propri titoli di rendita quando questi sono in ribasso
e ne comperano quando sono in rialzo... ecc. ecc.
4932.
La malvagità è disgraziatamente più appiccaticcia della bontà. Un briccone ne
fà cento: un buono... resta solo. È il destino della roba cattiva che tutti
cercano di affibbiare ad altri, mentre la buona ciascuna la tiene per sè. Che
un briccone ne faccia cento, anzi mille, anzi un numero infinito, lo si impara,
per es., osservando - talvolta a nostre spese - che, quando un debitore manca
verso noi al suo debito, noi siamo spesso obbligati a mancare, per la mancanza
sua, verso i nostri creditori, e così di seguito.
4933.
Tipi umani. - Donnone pingue che mangia per quattro e beve per otto. Nei
momenti perduti fa la pittrice o la letterata. E poi posa in artista e,
sospirando, racconta agli amici i suoi patemi artistici, i suoi dolori per la
vita del pensiero, dicendo che l'arte la consuma ecc. - Uomo nervosissimo, che
ha bisogno per vivere, com'egli afferma, di continue scosse e ne cerca
dapertutto, ecc. -
4934.
Rov. - diceva a tale: tu non arrivi nemmeno ad essere una carogna: sei
una carognetta, una carognettina. - Si discorreva di Leopardi. Altri lo
magnificava oltre il suo giusto valore. Rov. che aveva talvolta lo spirito
della contraddizione si mise ad inveire contro Leopardi finendo col dire “se
Leopardi fosse nato a Sparta, sarebbe stato buttato nel... navili”. E
della poesia di Leopardi diceva “è bella ma ci [si] sente il gobbo”.
4935.
In molta parte dei letterati italiani del giorno, anche in voga, domina lo
scrocco e la turpitudine morale. E si noti, sono letterati che fanno
professione di virtù nei loro versi. C'è il * che si lascia mantenere dalle
amanti altrui, ed a Parigi tiene così mi è raccontato, con una locandiera ruffiana, casa di meretricio, e scrocca pranzi e
denari e domanda sussidi al Governo per giornali che non fonderà mai. - C'è
Milelli, poeta petroliere, che dà fuori una circolare a stampa in cui invoca la
pietà cittadina per un illustre poeta che muore di fame (e quì incensa sè
stesso) poi firma abusivamente la circolare coi nomi di Cavallotti, Righetti e
d'altri, e la dirama, lui repubblicano, ai più spiccati moderati della città,
alcuni de' quali gli mandano venti, trenta lire. Donde una lettera di
Cavallotti contro Milelli che sconfessa, indignato, complicità e di Righetti ecc.
- C'è l'**, fatto conte dal Governo della sinistra forse perchè
appartenente ai primi baroni del Regno, il quale col suo “Dizionario de'
contemporanei” carpisce associazione e denaro dai laudandi oltre la
collaborazione gratuita. In questo dizionario - mentre si tace di Gorini -
appajono le più note zucche d'Italia. Per colmo di sfacciataggine, ** si fà la
sua adulatoria biografia e la pone come prefazione del libro. Dice in essa di
vergognarsi di essere stato altra volta repubblicano. E per provare che, nel
1859, lo era ancora aggiunge di non avere voluto combattere le battaglie
dell'Indipendenza per non militare sotto bandiera monarchica!
4936.
Correnti, a differenza di Rovani, legge malissimo ad alta voce, sia le sue che
le altrui cose.
4937.
Il progetto di tenere un fanciullo fin dalla sua nascita fuori dal contatto
umano affine di scoprire se vi siano o no idee innate, incontrerebbe nella sua
esecuzione gravi difficoltà. Difatti, per conoscere se questo fanciullo avrebbe
idee, bisognerebbe dargli anzitutto una lingua già fatta. Ora, una lingua,
anche la più semplice, è un complesso d'idee dette parole e però per sapere se
egli ha o no idee, occorrerebbe instillargliene alcune. Chi non sa che una idea
ne figlia mille?
4938.
In una stanza dove passò una donna - amante provvisoria - rimangono nell'aria
il viperino odore di muschio e sul suolo le forcelle accusatrici.
4939.
Del senatore Torrigiani, mezzo scemo, Correnti dice: pareva che nel suo capo ci
fosse un po' di farina, ma era uno spolvero. Soffiata-via, sotto era tutta
crusca. - Correnti, oggi (1882), è di quelle persone che si debbono visitare il
2 novembre - il giorno della visita ai morti.
4940.
G.F. - “Pasqua”. Sotto il Governo pontificio, la comunione era un mezzo
di polizia per conoscere l'animo de' sudditi. Guai a chi non poteva presentare
i suoi biglietti pasquali in perfetta regola. Questi erano richiesti per
ottenere passaporti, licenze ecc. per essere ammessi agli esami, ai concorsi,
agli impieghi, per maritarsi ecc. Tale ragazzo dodicenne doveva partire per
raggiungere il padre, in esiglio, a Torino, ma la polizia papale non gli voleva
accordare la licenza di andarsene, che a patto di comunicarsi. Era la prima
comunione che quel ragazzo facesse. Dopo un pajo di giorni di esercizi
spirituali e di confessioni, si arriva alla vigilia della cerimonia. È notte.
Egli è a letto, in casa di una sua ava, donna bigotta, che lo aveva raccolto a
Roma. È a letto col ventre che gli brontola pel digiuno impostogli, sognando
costolette e bistecche. L'ava che sta nella stanza vicina, entra e lo desta.
“Sai” gli dice “mi è venuto un dubbio che non mi lascia dormire. È la prima
volta che ti comunichi e non so se saprai prendere come si deve la santa Ostia.
Se l'Ostia ti toccasse i denti, sarebbe un sacrilegio. Sarà bene quindi di far
qualche prova” - E difatti, la nonna va a pigliare delle cialde, le taglia
colla forbice a forma d'ostia e comincia a fare le prove. “È andata giù?”
domanda - “Sì, risponde mezzo assonnato il ragazzo, ma ha toccato nei denti”. -
“Proviamo ancora”, dice l'ava, e così via si passa un'oretta a fare esperienze,
chè l'ostia toccava sempre nei denti. Finalmente, il ragazzo riesce a
ingollarla secondo la prammatica e l'ava se ne ritorna tutta contenta nella sua
camera. Il ragazzo sta per riappiccare il suo sonno, quand'ecco un grido
dell'ava, e la voce di questa che dice lagrimosamente: “ahimè, che ho fatto!
che ho fatto! La mezzanotte era già suonata”. In altre parole, il digiuno del
comunicando era rotto e la comunione pel giorno appresso impossibile, ecc.
4941.
Dispute medioevali: quanti angeli possono stare sulla punta di un ago? - Se in
paradiso ci sono escrementi, ecc.
4942.
Un capitano napoleonico, in una sortita notturna, gridò a' suoi soldati “i
nemici sono tremila! addosso!” - I soldati caricarono valorosamente e i nemici
fuggirono. Ma i nemici non erano che 300. Rimproverato quel capitano perchè
avesse esagerato il numero degli avversari, rispose: i miei valorosi per 300
nemici non avrebbero combattuto col valore con cui combatterono i presunti
tremila.
4943.
Ad un tale era stato da un medico omeopatico ordinata la cura dell'jodio per
guarire di un principio di gozzo. Fa la cura e gli compajono delle macchie nere
alle mani. Va dal medico. Questi sfoglia certi suoi trattati e gli mostra che
appunto l’jodio era la causa di quelle macchie - per ciò gli diminuisce la
dose. Ma le macchie non diminuiscono - Si seppe poi che quelle macchie
nerognole provenivano da un pajo di calzoni nuovi che colui indossava, le
saccoccie de' quali erano di una tela cotone nera che perdeva facilmente il
colore. Se il sarto avesse adoperato altra tela, i trattati del medico
restavano sbugiardati. E chissà anche che l'osservazione fatta dagli scrittori
di que' trattati non poggiasse sovra una base altrettanto sicura!
4944.
Una commissione di notabili milanesi dovette, nell'epoca austriaca, recarsi a
Vienna per presentare non so quale supplica all'Imperatore Francesco I. Nella
commissione era il panciuto Sebregondi, il quale tremava di trovarsi dinanzi al
sovrano. Giunto il giorno e l'ora dell'udienza, la commissione è introdotta
nell'aula dove stava Francesco I, vecchio e burbero. Tutti s'inchinano
profondamente al monarca, ed anche Sebregondi. Ma nel chinarsi, che è che non
è, ...Sebregondi teneva nel saccoccino del panciotto uno di que' grossi orologi
che allora si usavano nel quale, oltre il congegno per le ore, era un
gariglione. Il bottone del quale, premuto contro la pancia nell'atto
dell'inchino quasi fino a terra, mise in moto il relativo organetto. E lì si
sentì ad un tratto risuonare in mezzo alla commissione una musichetta allegra
che mal contrastava colla severità dell'ambiente. Francesco I si accipigliò.
Sebregondi divenne di rosso, violetto. La musica continuava, sempre più
galoppante. Nessuno osava dire parola. E Francesco I, esasperato “fuori tutti”
gridò “impertinenti”. Uscirono tutti, tremando, a suono di musica.
4950.
In un collegio di ragazze diretto da monache, le educande, quando uscivano a
passeggio, dovevano turarsi le orecchie con bambagia. C'era una monaca appositamente
incaricata d'ispezionare le loro orecchie. Quanto poi agli occhi, esse dovevano
guardarsi sempre la punta delle scarpe. Tornate a casa, altra ispezione alle
orecchie. Le ragazze che se le erano stappate in istrada si affannavano allora
a chiedere qualche po' di bambagia a quelle fra le loro compagne che, più
obbedienti, s'erano tenuto le loro zeppe riparatrici delle parole insidiose. Le
monache contavano alle ragazze che la bambagia nelle orecchie manteneva sano
l'udito, tenendolo sgombro dalla polvere, impedendo agli insetti d'introdursi
nel meato uditivo: in altre parole, quelle monache, per assicurare l'uso delle
orecchie alle loro scolare, ne toglievano l'uso stesso.
4951.
Nelle colonne coclidi di Marco Aurelio e di Trajano si osserva che il
bassorilievo che le circonda a spirale da piedi a cima è ineguale in altezza, e
che la corda che si aggira con esso intorno al maschio della colonna ora si
abbassa, ed ora si alza. La presumibile ragione di ciò sarebbe che l'artista volle
raffigurato il bassorilievo come se fosse dipinto su di un papiro che avvolga
la colonna, sostenuto da un cordone. Non è imperizia dunque ma amore del vero
la diseguaglianza della striscia scolpita. E certamente, nella base, debbono
esser stati scolpiti, e se ne vedono ancora traccia, i nodi della corda.
4952.
Tale, vecchio militare, raccontando di una certa battaglia nella quale aveva
pugnato: “Figuratevi” diceva, alludendo al gran fuoco di moschetteria che vi
s'era fatto - “c'era un tal caldo... che il giorno appresso, benchè si fosse
ancora in marzo, si trovarono tutte le ciliegie, che erano sul campo di
battaglia, maturate”. - Millanterie, quasi militarie.
4953.
Nel L.d.B. - o nella Milano archeologica (archeologia minuta)
inserire un bozzetto in cui si descrivano artisticamente sentimentalmente e
storicamente i visucci e le testine trecentesche e quattrocentistiche scolpite
sul basamento del Duomo di Milano. Alcuni di essi rappresentano evidentemente
architetti e sono probabilmente i ritratti dei costruttori del Duomo: altri
sono caricature, forse delle persone più note in Milano nelle varie epoche in
cui vissero i detti costruttori, i quali, com'era costume del tempo, erano
anche scultori. Pei nomi ecc. vedi annali della fabbrica del Duomo, che si
vanno pubblicando dalla fabbriceria della Metropolitana. Considerazioni sulle
generazioni dei loro concittadini che quei visucci hanno veduto a passarsi
dinanzi - e sulle invasioni forastiere in Milano, l'ultima special. (dopo il
1859) affaristica e giornalistica.
4954.
Collegio di ragazze. Assentatasi la maestra (monaca), una bruna, più ardita
delle altre ed anche più grande, promette di far vedere le sue gambe alle
compagne se queste le faranno vedere prima le loro. Le compagne credule alzano
l'una dopo l'altra le sottane. Grande esposizione di polpacci e ginocchi.
Descrizioni. Chi le ha belle alza tosto il vestito, chi magre o storte fa la
pudica e non le alza che a mezzo. La bruna guarda e ride. Visto tutto, alle
compagne che le si affollano intorno, dimandandole di mantener la promessa, fa
il noto cenno del “cippen i merli”, e se la cava. Comica ira delle
ragazze - Nello stesso collegio una ragazza, che insiste perchè le bambine più
piccole le piscino nelle mani tenute a scodella e piglia in ciò un gusto di
strana libidine (storico).
4955.
Le notizie che dovrebbero rimaner segrete ma che trapelano dalle più gelose
amministrazioni pubbliche, si raccolgono più nel basso che nell'alto. Il vino
si spilla dall'imo, non dal sommo della botte.
4956.
Rov. a Padova, studente, buttava le svanziche della mesata alla rinfusa nei
tiretti del canterano (coumod) nè le contava mai nè calcolava quante gliene
potesser restare, per così conservarsi la speranza di trovarne sempre. cf. con Tranquillo Cremona che faceva
egualmente.
4957.
Ricordi infantili di Carlo Dossi. - Da bimbo era cattivissimo. Di 3, o quattro
anni il Dossi aveva istinti di rapacità e quando vedeva nelle mani di qualche
altro bimbo qualche bel giochetto, glielo strappava appropriandoselo. Perciò,
la mamma, rimproverandolo, gli fece imparare che non doveva prendere se non
quelle cose che altri gli offriva. E il Dossi, per mettere in pratica il
precetto di mamma, prese l'abitudine, quando vedeva nelle mani di altro bimbo
un oggetto che gli talentava, di dire a questo bimbo “fà tè” (fa: prendi). “Tè”
diceva ingenuamente il bimbo. Allora il piccolo Dossi si pigliava l'oggetto
desiderato, e non lo cedeva più, col pretesto che glielo avevano offerto. -
Così, al Carletto piaceva, ai giardini pubblici, di far chiudere gli occhi a'
suoi piccoli compagni - messi in fila - dicendo loro “voi fate i orbitt
(i piccoli ciechi) ed io sarò il vostro cane barbino”, e infatti, prendendoli a
mano li conduceva... contro qualche pianta. - Si divertiva anche a richiamare
una folla di villanelli sotto il poggiolo della casa paterna di campagna
(Balsamo) o dinanzi al portone di cui teneva aperta la postierla, sia facendo
bolle di sapone, sia giocando ai bussolotti. Quando poi vedeva intenti e colle
bocche in su i villanelli o gettava loro ad un tratto sul capo il catino
dell'aqua saponata, o, dicendo loro: attenti all'ultimo gioco, li inaffiava
colla pompa dell'aqua apparecchiata preventivamente. I villanelli si
vendicavano - ed avevano ben ragione - gettando pietre sul suo poggiolo o
sterco bovino contro il suo portone. - Nascondeva spesso gli occhiali della
nonna e quando sentiva la nonna promettere una lira a chi glieli avesse
trovati, li andava con molto affanno a cercare e li scopriva, beccandosi la
lira. - Col crescere degli anni, gli diminuì la cattiveria ma gli si accrebbero
le manie. S'innamorava di un gioco, di uno studio, non c'era più verso di tenerlo,
voleva sagrificar tutto per quel gioco o per quello studio, salvo poi ad
abbandonarlo di punto in bianco. Così giocando ai soldatini di stagno non
gliene bastava una sola scatola, ma spogliava la bottega del baloccajo di tutto
l'assortimento; giocando alle marionette, ne empiva la casa; prendendo passione
per le monete antiche, se ne portava a casa sacchi ecc. - Scrisse la sua prima
lettera d'amore a 7 anni, ad una fanciullina di 6 colla quale giocava a correre
nei giardini pubblici - certa Restelli, figlia di un pubblico impiegato, credo,
di prefettura - Dai 10
ai 15 anni - periodo d'innocente quanto sciocca vanità. La lettura di alcune
antiche carte di famiglia gli ispirò una esagerata idea della sua gentilizia
nobiltà. Ebbe anche coraggio (a 15 anni) di farsi stampare il biglietto da
visita con scritto su “Il Cavaliere Alberto Pisani-Dossi” - Arrivò a casa il
pacchetto e cadde nelle mani di sua madre. Era inverno. Il camino fiammeggiava.
Sua madre non fece altro che gettare il pacchetto nel fuoco, dando al Dossi
un'occhiata severa. A 16
anni cadde nelle ombre della malinconia, dalle quali non uscì mai interamente.
Si raggruppava negli angoli della camera - piangeva per ore ed ore. Poi vennero
gli assalti nervosi ed ipocondriaci. Leggeva di un male, se ne sentiva tutti i
fenomeni. I versi di Mascheroni dell'invito a Lesbia ne' quali si parla della
pecora che impazzisce e si getta dall'alto della rupe per il verme che gli si
annida nel cervello, gli fecero sentire nel capo - e ciò per molti e molti mesi
- delle semoventisi biscie. Poi s'imaginò di non poter più mangiare e nutrirsi,
perchè il cibo ed il bere gli passavano pel canale della respirazione (!). E
difatti, a forza di digiuni, si ridusse quasi uno scheletro. Lo salvò sua madre
che lo strappò dalla di lui camera e gli fece fare con essa un viaggetto. Il
mutamento d'aria lo guarì. - A scuola non fu mai il primo, ma neppur l'ultimo.
Primeggiava nei componimenti italiani. Compromise però talvolta il buon
successo degli esami per stramberie fuori di luogo. Nell'esame di licenza
liceale si permise, per es., di dare una forma umoristica alla dimostrazione
scritta di fisica, chiamando in essa la luna “del padellon del ciel la gran
frittata” ecc. Naturalmente dovette ripetere l'esame. - Finite le scuole
cominciò ad imparare. Apprese facilmente il latino, il greco (antico e moderno), il francese, il tedesco,
l'inglese, lo spagnolo, il portoghese, l'olandese, e si pose a studiare il
russo ma si fermò a mezzo. Lesse moltissimo, ma dimenticò molto - Da cattivo,
diventò per progetto buono, ed ebbe tratti di vera generosità, di cui Perelli
conosce alcuni.
4958.
Amore gentilizio dei milanesi pei salumai. Correnti quando cammina a piedi per
Roma, si ferma non di rado dinanzi alle vetrine dei salsamentari a farci delle
meditazioni gastronomiche. Un giorno passeggiava, ozieggiando, con Maraini e
tratto tratto si arrestavano alle sopradette vetrine. Dinanzi ad una delle
quali videro, profondamente assorto, un omaccione. Scommetto che è un milanese
- esclamò Correnti. Era infatti - ed era l'avv.to Mosca.
4959.
Gli invidiosi della fortuna di Correnti (fortuna ben meritata), lo tacciano di
non aver fatto altro a questo mondo che dormite ed hanno corretto, per lui, il
proverbio “fortuna e dormi” in “Correnti e dormi”.
4960.
I ministeri * sono celebri per le iniquità, le ladrerie, i favoritismi. Siamo
nel 1872. Un subeconomo e parroco del milanese, egregia persona e bel uomo, si
aquista disgraziatamente le simpatie di una brutta ed antica marchesa, signora
del luogo e sua patronessa. Egli entra anche nelle grazie del marchese marito,
cavaliere dell'Annunziata, il quale gli fà dare la croce della Corona d'Italia.
La marchesa lo tenta. Egli, nuovo Giuseppe, rifiuta - probabilmente meno per
castità che per ribrezzo. Comunque, la marchesa oltraggiata, giura di perderlo.
Marchese e marchesa sommovono mezzo mondo per scacciarlo dal posto. La Curia
però non cede loro. Non c'è nota canonica contro il dabben sacerdote. Allora
tentano di levargli il subeconomato... Neppure. L'economo generale Senatore
Robecchi, che conosce la cosa, difende il calunniato. I calunniatori si
rivolgono al ministro. Si fa pressione dal Ministero sul Robecchi. Robecchi
risponde nobilissimamente una lettera che comincia “mi trema la mano nel
rispondere alla sua ecc. La mia coscienza vieta di aderire ai suoi desideri -
Suo devotissimo Robecchi”. Ma gli iniqui non si scoraggiano. Mettono in moto
anche casa reale ed il senatore **, gran segretario dell'ordine Mauriziano (un
insigne villano). Il ** scrive lui stesso al Robecchi. Nuova ripulsa - e
l'affare resta lì. - Passano alcuni anni: muore Robecchi: si ritorna alla
carica sotto il ministro Vigliani; senonchè questi sta fermo come i suoi antecessori
nella giustizia. Finalmente ecco il ministro *. Si riagita l'affare, e il
subeconomo è destituito. Tanto è lo scandalo fra gli onesti, che il nominato in
suo luogo non accetta. - (Si noti che Robecchi prima di morire consegnò le
carte in proposito al S.r Emilio Bignami caposezione del M.ro
di G[razia] e G[iustizia] raccomandandogli la rivendicazione del giusto). -
Sempre sotto *, il progetto di bilancio pel M.ro di G[razia] e
G[iustizial mancava della firma del ministro e però non poteva esser presentato.
Il Ministero mancava intanto di fondi, ma il Ministro, nei suoi ozi di
Capodimonte, non aveva tempo di occuparsene e resisteva, tacendo, ad ogni
sollecitazione, benchè gli fosse fatta dagli stessi direttori generali. Ora,
sapete come fu data la firma? Si presenta un avvocato, genero del ministro, e
che l'Amministrazione adopera, per farsi pagare una sua unta specifica. Gli si
risponde che non ci son fondi, perchè il bilancio non è ancora firmato.
L'avvocato risponde: sarà firmato - e telegrafa a Capodimonte. Il giorno
appresso, il bilancio arriva al Ministero colla firma desiderata.
4961.
*, falsa celebrità - parolajo senza pensieri - asinissimo - devastato dalla
sifilide - viziatore delle proprie figlie -
4962.
A Campo de' Fiori (Roma) tutti i mercoledì c'è mercato di libri vecchi. Sono
libri solitamente di teologia - roba ponderosa e di nessun valore. Molti preti
bazzicano intorno alle carriuole dei rivendùglioli. Ma non si creda che
comperino tutti per leggere. Un giorno ne vidi due che stavano esaminando un
mucchio di volumi rilegati. Ed uno diceva all'altro: che ti pare di questo? ci
starà? - Sì, mi pare, rispondeva l'altro; lascia che lo misuri, e lo misurava
colla spanna. In conclusione, essi fecero un grand'aquisto di libri legati e
scompagnati, senza pure aprirli, ma soltanto soppesandoli e misurandoli.
Avevano comprato due o tre librerie e le volevano empire di volumi, qualunque
questi si fossero, pur di dare alla stanza l'aria di uno studio, ed imbrogliare
la gente.
4963.
Il cosidetto divertimento della caccia, spogliato dalle sue lusinghiere
apparenze, non è altro che la soddisfazione del perfido istinto dell'uomo di
spargere sangue e di distruggere. Esclusi i cacciatori di professione che hanno
una valida scusa nel bisogno di procurarsi il vitto o quelli che caccian le bestie
feroci - feroci beninteso per l'uomo -, tutti gli altri che cacciano per
semplice gusto non sono che assassini. Che se si vuol scusare la caccia colle
passeggiate, spec. alpine, che la caccia provoca e giovano alla salute, le
passeggiate si possono fare egualmente anche senza fucile, e se si vuol
scusarle come un mezzo di apprendere a colpire al segno, vi sono bersagli
inanimati da tutte le parti, senza abbattere gli innocenti augellini e le
timide lepri.
4964.
cf. spanna - misura della
mano tesa, con spanned (ingl.), teso -
4965.
Tipi umani. - Tale dotato di robusti muscoli e vanitoso della sua robustezza la
esagera e cerca di porla in ogni minimo atto in mostra. - Raccogliere un filo
d'erba è per lui un pretesto di far spiccare il suo biceps, stringer la
mano è per lui un'occasione di far delle dita tanaglia. Donde, sedie rotte,
bicchieri spezzati ecc. I suoi amici si lagnano di slogature ecc.
4966.
1878. 17. gennajo. Funerali di Vittorio Emanuele II. Il convoglio sfilò due ore
dinanzi al balcone dove mi trovavo al Palazzo Simonetti (Corso). Si era
proibito di erigere palchi sulle piazze, e s'impedì anche alla gente di
affollarsi nelle vie: donde la quasi solitudine per le strade da cui passava il
corteo. Il funerale riuscì, come ogni cosa puramente ufficiale, freddissimo. In
nessun viso si leggeva il dolore. Le rappresentanze ciarlavano. Al passaggio
del feretro pochissimi si scoprivano il capo. - La via percorsa dal corteo era
chiusa dai due lati da una siepe di soldati. Precedeva un campione di tutte le
armi - cavalleria, fanteria, artiglieria, bersaglieri, alpini, marinai, guardie
marine, collegi militari - poi, i municipi di Torino e di Roma - poi la
magistratura (toghe nere e rosse rappezzate, e di tutte le gradazioni di colore
- faccie in generale briccone) con a lato i mazzieri - poi moltissima
ufficialità - rappresentanze dei ministeri circondate da uscieri - quindi i
deputati e i senatori in massa - quì la truppa presentò le armi - poi scarso
clero con una crocettina - niente frati - e i principi stranieri in grande
uniforme tra i quali si distinguevano il germanico Fritz e il principino di
Portogallo in monturina di cavalleria. - Erano circondati da corazzieri a piedi
e dagli staffieri regi in livrea rossa e colle torcie in mano. Seguiva il carro
coperto di fiori; lo stesso carro, dicevasi, che aveva servito pei funerali
della moglie e della madre di Vittorio. Dopo il carro, il gran scudiero colla
spada del re. Dietro il carro, Correnti in uniforme di ministro, reggendo su un
cuscino rosso posato sulla pancia e attaccato con cordicelle alle spalle la
corona ferrea. Pareva un baronetto colla cassetta della merceria; la
casa civile e militare del re e il vecchio cavallo di Vittorio. Dietro ancora
le rappresentanze municipali - i corpi scientifici - gli studenti - le società
ecc. - Mancava Garibaldi.
4967.
I giornali esteri scrissero una folla di spropositi su Vittorio Emanuele II e i
suoi funerali - per es. “le cortège était ouvert par deux cent tambours” e non
ce n'era uno, “il carro era alto sei metri” e non era più di [salto di
parola] metri. Sulla “Montagsreview” si disse che il Re conosceva non solo
perfettamente il tedesco ma leggeva correntemente gli antichi poeti germanici
nella lezione originale: si disse inoltre che nella sua camera teneva i
ritratti di Heine e di Schiller dei quali spesso aveva in mano le opere. Eppure
Vittorio non conosceva una sillaba di tedesco, tanto è vero, che quando fu a
Berlino e gli si presentarono le varie missioni diplomatiche cui egli rivolgeva
la parola in francese - come gli venne introdotto il capomissione giapponese
che non conosceva se non la lingua tedesca, cosicchè il colonello interprete si
diede a tradurre le parole francesi di Vittorio in tedesco, Vittorio,
rivolgendosi al colonnello “comment? - chiese a questi - vous parlez aussi le
japonais?”. Di più, la “Montagsreview” aggiunse che Schiller salvò la vita a
Vittorio nella battaglia di Novara, e ciò per avere egli sul petto il volumetto
rilegato del Guglielmo Tell che rimase colpito da una palla - volumetto
che si costudirebbe ora come una reliquia nell'armeria di Torino!
4968.
R.U. Parte ufficiale - Descrizione dell'“antro dei sollecitatori” nel
palazzo del Parlamento. C'è chi ne fa la sua abituale dimora, e passa la
giornata annojando successivamente tutti i deputati. Gli uscieri hanno un bel
dire “non c'è, non c'è” il tale o tal'altro deputato. Il sollecitatore non si
stanca mai. Sollecita per sè e per altri - domanda per istinto, per passione. -
I creditori che cercano di farsi pagare da qualche loro debitore deputato.
L'aureola di sovranità che circonda in quelle sale il capo del più indebitato
rappresentante della nazione e che fa sì che il creditore venuto per esigere un
credito esce dopo di averlo raddoppiato. Tipi diversi di sollecitatori,
creditori, mantenute, amici ecc. di deputati ecc.
4969.
La maggior parte degli uomini teme la morte. Eppure nessuno rammenta quante e
quante volte già morì. Mira, o vecchio, quel ritrattino in miniatura che pende
presso il tuo caminetto: vedi quel visuccio roseo e paffuto di bimbo. Chi lo
direbbe? Sei tu di cinque anni - o a meglio dire, eri tu. Or che resta di quel
fanciullo? Non una molecola. Passa quindi coll'occhio su quel quadro a olio. È
uomo aitante, di capelli e di barba nerissimo - E anche colui eri tu - tu di 30
anni - Or che ne rimane?... ecc. Noi quotidianamente moriamo di migliaja di
morti.
4970.
“Donna nana, granda tana” prov. mil. che Tranquillo Cremona illustrava col
seguente commento. Dio aveva creato la donna senza taglio. Per
farglielo, piantò un bastone con sovra infisso un coltello e disse alle donne
di saltarlo. Le donne grandi saltarono facilmente non facendosi che una piccola
scalfittura tra le gambe; le nane invece, saltando, si fecero de' profondi
tagli.
4971.
I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi.
4972.
Lo sforzo per suscitare nuove idee nel nostro capo, sieno esse di scienza o
d'arte, mette il cervello in uno stato di esaltamento che di poco è discosto
dalla pazzia. Talora però l'esaltazione geniosa si produce spontaneamente,
quasi un incendio che investe una selva senza che alcuno lo abbia appiccato, e
allora le nuove idee ci si presentano benchè non volute e non cercate, e ci
obbligano a trovar loro una forma per annunciarle al mondo. Fama è antica e
giusta che i poeti siano pazzi. L'invasamento delle pitonesse, il fuoco sacro
d'Apollo, il cosidetto estro non sono che espressioni di tale stato
straordinario, il quale se si manifesta in un cervello angusto o difettato lo
uccide, se in uno ampio e ben costituito gli dà la completa salute
intellettuale ed anche fisica, la potenza, la gloria - Mente misurata non creò
mai nulla di grande.
4972 [bis]. (L.d.B.)
Asta d'idee fuor d'uso. Il ferravecchio d'idee col suo botteghino sul mercato
del mondo - Idee di Platone, atomi di Democrito, mente di Anassagora, lite e
amicizia di Empedocle, materia prima di Aristotile, forma della corporalità o
unità d'intelletto d'Averroè, ecc.
4973.
R.U. Fra Gerolamo Savonarola teneva per disperata la conversione dei
tiepidi.
4974.
T. Tasso intravide in una sua lettera il sistema della giuria nelle cause
penali. Egli dice: “onde, se nel tribunale della giustizia talora sedessero,
non i rigidi e indotti assicuratori della legge scritta ma i correttori della
sua severità e gli interpretatori della maestà dei legislatori e gli imitatori
della divina giustizia, molte fiate i dannati sarebbero gli assoluti e gli
assoluti i dannati”.
4975.
Quella stessa squisita sensibilità che mi fà avvertire del mondo esteriore
sentimenti ed espressioni cui altri non giunge, il che forma la mia
intellettuale fortuna, mi fa pure avvertire qualunque più lieve fenomeno della
mia interna compagine, e ciò fa la massima mia disgrazia e disperazione. (? Tasso?)
4976.
Un vero grande uomo non può essere che umile. Egli conosce quanta pochissima
parte abbia la volontà sua ne' concepimenti di lui, quanto egli debba tutto ad
un incontrollabile estro che non si sà, fino ad oggi, donde venga, come
esploda, perchè fugga.
4977.
Dopo lo sforzo costatogli dalla “Desinenza in A” il mio ingegno ha dormito
quattro anni di profondissimo sonno. Ora sembra riconflagrare (nov. 1882). Ma è
forse l'ultimo lampo dell'esaurito mio lume.
4978.
La politica internazionale attuale dell'Italia non è che politica di rimorchio.
L'Italia governativa non ha più propria opinione, nè ardisce mai d'iniziare un
affare o un'impresa, anche se vantaggiosa. Essa si accosta sempre al parere
altrui. E neppure osa aderirvi schiettamente. Piglia busse, tace ed ubbidisce.
4979.
Paesaggio di Roma. Miriadi di corvi passano gracchiando sulla immensa carogna di
Roma.
4980.
Nel laboratorio di Gorini, come in quello di altri studiosi di cose naturali si
vedevano sorci, gatti, cani - da lui cibati. Ma Gorini non li cibava per fare
poi su di essi crudeli sperienze, bensì per studiare la vita nei vivi. Una sola
volta sospese la vita ad un serpe; ma nel vederselo dinanzi irrigidito, fu
preso da un'invincibile compassione e s'affrettò a restituirgli la vitalità.
4981.
Tento di usufruire gli accessi congestizi al capo, che certamente sono di
pazzia, a scopi letterari e scrivo. La ejaculazione del pensiero mi calma.
4982.
L.d.B. Progetto per un perfetto principe costituzionale-economico. In un
vero sistema costituzionale il re regna, non governa -: la sua parola non
dev'essere che l'espressione del pensiero de' ministri responsabili, che a lui
sono indicati dalla maggioranza dei deputati come questi sono eletti dalla
maggioranza della Nazione. Il re non fa decreti, ma si limita a firmarli ecc.
in altre parole la sua missione è quella di un semplice automa. Ora, giacchè
siamo nell'epoche delle macchine, perchè mai non si saprà, non si potrà
costrurre un principe costituzionale-macchina che firma appunto le carte che
gli si mettono dinanzi, che ripete le parole che gli si suggeriscono, e cavi
ritmicamente il cappello e cavalchi anche ecc.? Egli non farebbe nè più nè meno
di un vero sovrano costituzionale e sarebbe tolto ogni pericolo che violasse lo
statuto. Quanto economico poi, tutti veggono! Qualche bulletta a tempo, un po'
d'olio alle ruote, un giro quotidiano di chiave, ecco tutta la spesa di
manutenzione del perfetto principe! - Venga anche una rivoluzione che lo
distrugga: non sarebbe sparso alcun sangue; venga una ristorazione:
basterebbero a riporlo sul trono un abile fabbro e poche migliaja di lire ecc.
4983.
[Nota di 2 righe abrasa].
4984.
In un trattato d'igiene, fra i modi di mantenersi la salute o di riaquistarla,
io porrei quello di beneficare altrui. La maggior parte infatti de' mali nostri
è creata ed esagerata dalla nostra imaginazione, dal nostro “io” che non pensa
se non alle sue miserie e dimentica il mondo esteriore, senza cui non vi ha
possibile perfezione per l'uomo. Dimenticare sè stesso negli altri, trarre dal
nostro beneficio le intime soddisfazioni della coscienza, ecco il gran precetto
medico che vince, in efficacia, tutte le ricette degli Ippocrati alti e bassi
del mondo intero.
4985.
Tra i progetti artistici di T. Cremona era pur quello di un quadro storico, e
nello stesso tempo romantico, rappresentante Ariosto fanciullo, che
stava, in piedi, attentamente leggendo un libro presso una siepe di rose. E,
intorno ad esso, un nuvolo di ragazzini spensierati che cercavano disturbarlo
gettandogli manate di rose. L'idea gli era venuta leggendo l'abbozzo infantile della comediola del
Dossi - Lodovico Ariosto - di cui egli aveva dipinti i figurini. Per una bizzaria che gli faceva
preferire i titoli francesi, Cremona voleva poi chiamare quel quadro “N'étudiez
pas trop”. Così, ad un suo
bellissimo aquerello diede il titolo di page boudeur. Luigi Conconi, dal canto suo,
accarezzerebbe l'idea di perpetuare, in una gran tela - lo studio di Tranquillo
Cremona. L'artista starebbe, nella sua posizione favorita, mezzo
acchiocciolato, dinanzi e distante un metro dal quadro che pinge, co' suoi
lunghi pennelli. Intorno a lui i suoi favoriti amici: il Conconi stesso, il
Ranzoni, il Grandi, il Dossi, il Rovani ecc. Sfondo del quadro un gruppo di due
donne e di una bimba in posa ossia sua moglie Carlotta, sua cognata Lisa, sua
figlia Ada.
4986.
Soggetto di una comedia che forse farebbe fiasco ma che saprei comporre di
certa scienza col fondamento di autosperienze, sarebbe quella dei Nevrotici.
Si tratterebbe il terna delle malattie nervose, le quali, bene usufruite
producono gli uomini di genio; abbandonate invece a sè scompigliano le case e
rovinano le famiglie. Molti tipi vi si potrebbero passare in rivista, l'isterica,
l'esagerato, il volubile, l'ipocondriaco, l'irascibile, lo strambo ed anche il
lipemaniaco. -
4987.
Fortuna delle parole. La loggia (laubia, “lobbia” mil.) era, negli
edifici medio[e]vali, privilegio delle famiglie nobili. A Siena le famiglie dei
magnati erano dette di torre e loggia. Oggi, specialmente a Milano, la loggia è
l'appendice delle case di molto vicinato ossia di povera gente. “Gent de
lobbia” a Milano significa gentaglia misera, ignorante, pettegola.
4988.
Rovani colla sua persuadentissima e colorita dialettica, vinceva in qualunque
discussione i suoi contradditori. Quando però si accorgeva che questi cedevano
al fascino della sua parola e al peso delle sue ragioni, si arrestava talora di
botto e cambiando tuono, dicea, con immancabile sorpresa dell'avversario.
Ma.... signore... io sono della sua opinione.
4989.
Nel giorno del giudizio universale - così sta scritto nel Corano - tanto peserà
il sangue del guerriero, quanto l'inchiostro dello scrittore.
4990.
28 agosto 1882 - Morte di Tea, gentilissima cagnolina terrier, già della mia
mamma. Aveva 12 anni. Morì pugnando valorosamente con un grosso rospo e
uccidendolo. Il veleno del rospo, che essa aveva inghiottito, la freddò in
pochi minuti. Il 16
gennaio 1902, tumulai in cassetta di zinco la salma imbalsamata di Tea nel
boschetto dei pini del Dosso dinanzi al masso erratico e vi posi il seguente
epitafio:
TEA
Bianca - nera - nocciuola
Dodici anni vissuta con Alberto Pisani
Modello di fedeltà, più che umana, canina.
mdccclxxxii - mdccccii.
4991.
Il genio cammina sempre sull'orlo dell'abisso della pazzia. Scivolatogli il
piede, finisce spesso a precipitarvi. - Gli accessi geniosi e gli accessi
maniaci sono di eguale natura, esaltazione entrambi dei nervi della
intelligenza, colla differenza però che i primi sono produttivi e gli altri no.
- La pazzia potrebbe chiamarsi un tetano morale.
4992.
A Viareggio (1882) vedevo in distanza la gittata del molo piena di gente. E
questa gente sembrava tutta di un colore e di un'altezza. Quante diverse
stature, quanti vari colori, invece, da vicino! - Così, delle cifre raccolte
dalla scienza statistica. Mentre migliaja di differenti conclusioni si possono
trarre dalle piccole, le grandi non ne danno che una sola - che è la verità.
4993.
L'anno 1882 fu per me - il terribile anno. Esso mi segna la morte della mia
adorata mamma (17 maggio) - il disastro finanziario completo di mio fratello
Guido (novembre) - ed una gravissima nevrosi che mi condusse ai confini della
morte intellettuale ed anche della fisica (nov. dic. 82) - E segna pure sul mio
taccuino [rasura]. Il 1882 diede l'ultimo crollo al già compromesso
peculio mio, mi tolse la Tea, cagnolina carissima alla mia mamma ed a me, e per
gli avvenimenti politici che si succedettero contrari ai voti de' miei amici,
mi allontanò gran parte della speranza che mi si aveva fatto nascere in un
rapido e brillante progresso della mia carriera d'ufficio. -
4994.
(1882) È certo che un movimento rivoluzionario si va spandendo in Europa fra le
classi operaje e che tutto minaccia uno scoppio prossimo. Le comodità, anzi il
lusso dell'età odierna, lo hanno in gran parte provocato. L'operajo non può
dinanzi alle botteghe che ostentano gli agi e i piaceri aquisibili da una
classe ricca, sfuggire di paragonare quella classe e la sua. L'operajo, che non
ha letto Bastiat, ignora [che] quel lusso è solitamente comprato dal risparmio,
lavoro accumulato, e che i fanulloni d'oggi ebbero padri lavoratori e gli
agiati, nonni miserabili. Nè riflette che gli stessi suoi figli potrebbero,
mercè sua, assurgere alla classe che ora invidia e odia. Egli non scorge se non
il presente, egli non pensa che di raggiungere con colpo di mano quanto
desidera. Presta quindi orecchio obbediente alle lusinghiere teorie degli
scrittori di comunismo, e, sciolti i ritegni fittizi delle religioni, non
bastano a rattenerlo dalla strada che gli addita la sua cupidigia i precetti di
una morale imparata a memoria.
4995.
P.U. Nei Ministeri, quei signori capi che esigono dai loro amanuensi
copie delle loro spropositate note in magnifica scrittura, le sottoscrivono poi
col peggior carattere possibile. Vi ha anzi alcune aquile burocratiche che
fanno degli studi speciali per procurarsi una firma illeggibile. Tanto varebbe
la croce dell'illetterato! tanto varebbe inviar delle anonime! Non firmare
leggibilmente è atto di villania somma. E perchè mai, in tanto scialaquo di
circolari ministeriali, non se ne fa una per imporre la perspicua
sottoscrizione nelle note d'ufficio?
4996.
È un fatto purtroppo inconfutabile che, in generale, i bricconi trionfano e i
galantuomini vanno al fondo. Ora, [non potendo] la ragione ammettere
l'esistenza di una seconda vita dove si aggiustino i conti e avvengano
compensazioni, non si saprebbe come conciliare un tal fatto coll'eterno
principio dell'Universo che esige per mantenersi Giustizia e Amore. Sostiene
qualcuno che i buoni trovano il debito premio nella soddisfazione della propria
coscienza - soddisfazione negata ai bricconi. Sia pure. Ma intanto i malvagi
non possono, dalla privazione di un piacere che non hanno mai conosciuto nè
sono in grado di indovinare, sentire un equivalente dolore. Anzi, vi ha di più.
Chè la esecuzione del male provoca anch'essa nei loro animi un gusto - gusto
perverso, come dicono i galantuomini, ma che non è forse inferiore in realtà ed
intensità a quello sentito dai buoni. Al cane odora soave lo sterco come la
mammola alle fanciulle.
4997.
Le bontà di una donna cattivissima. Essa faceva l'elemosina buttando dalla
finestra i soldi ai poveri ciechi... per divertirsi a vederli affannosamente a
cercare dove il soldo fosse caduto. Non tradiva mai suo marito, Dio guardi! non
desiderava, non voleva che gli abbracciamenti di lui - e poichè questi abbracci
erano un po' tardi e radi li provocava amorosamente, somministrando di nascosto
al marito dosi... di cantaride. - Ecc. ecc.
4998.
Roma. - Via Sistina potrebbe chiamarsi la via della falsa, della convenzionale
Roma. Quì non incontri romani, ma tedeschi, inglesi, francesi, russi. Le
insegne delle botteghe sono in lingue straniere spropositate. Botteghe di roba
di scarto venduta per novità. Antichità che sentono l'inganno lontano un
miglio. Sculture orribili che ostentano di rappresentare l'arte italiana.
Fotografie, sempre quelle, della solita dozzina di punti di vista dei monumenti
di Roma. Gruppi di fanulloni abbigliati in costumi che non sono romani nè di
ciociaria - tutta roba teatrale: gente che fa il mestiere di fingere la
popolazione romana. Un ambiente insomma di falsità, di trattoria, di albergo.
4999.
Molte donne, che dicono di aver studiato, fanno le professore e le
conferenziere di calcolo sublime, di alta politica, di dogmi rivoluzionari.
Quanto più utile e più scientifico sarebbe invece che qualcuna fra esse
tenesse cattedra di cucina dal triplice punto di vista della chimica domestica,
della igiene, della economia! - Il nostro stomaco è ora in mano a cuoche ed a
cuochi che ce lo guastano, ce lo avvelenano per ignoranza.
5000.
L'originalissima pittura di T. Cremona è infalsificabile. Il solo Luigi
Conconi, che ha lungamente studiato la pennellata e l'animo cremoniano vedendo
Tranquillo lavorare e facendo vita assidua con lui può sufficentemente imitarla
- dico sufficentemente perchè Conconi ha tanta originalità per suo conto da non
potere interamente piegarsi al mestiere dell'imitatore. È una imitazione però
che non resiste allo sguardo dello scaltrito. All'esposizione delle opere di T.
Cremona, fatta dopo la morte di questi, figurò pure una testina adorabile,
dipinta però non da Tranquillo, ma da Conconi. Ciò sapevasi dagli ordinatori
della esposizione ma non si potè evitare, non volendosi, come si dice, scoprire
altarini. Essendosi infatti presentato allo studio di T. C. certo tale per
chiedergli seccantemente qualche cosa di suo - e il tale diceva che gli sarebbe
bastato qualunque minimo segno - T. C., additandogli una tela che Conconi aveva
appena abbozzata “se vuole - rispose, un mio segno, eccone uno” e gliela
appioppò.
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