5001.
L.d.B. - Vita artificiale - Descrizione di un ambiente e di persone che
non sussistono se non per mezzi artificiali: dalla terra l'uomo ha spremuto
tutto il succo che essa poteva dare, la esagerata produzione l'ha esaurita e
così anche l'abuso dei nervi e dei muscoli ha esaurito l'uomo. Non si procede
quindi che a forza di eccitanti e di succedanei. Al sole per così dire bianco,
è sostituito il sole nero (carbone) -: il cibo si fabbrica non più dal vegetale
e dall'animale, ma dal solo minerale (ferro, arsenico, ecc.): nelle case, ne'
giardini vedi fiori che non si adaquano ma si spolverano: dentiere di metallo,
stomaci di guttaperca, apparecchi ortopedici fanno da gambe e da braccia ecc.
ecc.
5002.
“Degli intimi rapporti fra la costituzione fisica e l'espressione letteraria o
morale”. Sarebbe questo un tema, il cui svolgimento interesserebbe in pari
misura la medicina e la letteratura. Per es. dalla maggiore o minore celerità
del circolo sanguigno, dalle sue intermittenze o dalla sua continuità, può
ricavarsi il vero ritratto dello stile di uno scrittore e delle idee di un
pensatore. Opere lunghe, eguali, tornite, non le può dare che uno in cui la
vita fluisce pacatamente costante. Opere a sbalzi, di corto fiato le offre chi
va soggetto a ineguaglianze nella circolazione. Reciprocamente nella diagnosi
delle malattie che affliggono gli uomini di lettere, i medici potrebbero
ottenere preziose indicazioni - indicazioni assai più sicure di quelle che può
dar loro l'auscultazione e la percussione - dalla meditata lettura degli
scritti di quelli stessi letterati, ecc. Rovani, parlando della poesia di Leopardi, concludeva
spesso: La sent semper el goeub.
5003.
R.F. I miei vecchi avevano non solo la debolezza di ber molte bottiglie di
vino, ma di riporne rilevanti quantità in nascondigli. A Montecalvo dura
tuttora la tradizione che D.na Luigia, moglie del nonno, abbia fatto
murare ne' sotterranei del Castello 10.000 bottiglie di. moscato bianco. A Pavia,
nel palazzo già nostro in via Corti, l'Arnaboldi suo attuale possessore, nel
fare abbattere un muro scoperse un deposito di un migliajo di bottiglie di
Bordeaux, celatevi a quanto sembra da una cinquantina d'anni. La vecchiezza
aveva però fatta svanire ogni forza a quel vino, diventato aqua cattiva.
5003 [bis]. Mio zio paterno, Gaetano Pisani, gran bevitore come
suo padre Carlo [rasura]. Di notte capitava in camera de' suoi figli (ne
aveva quattro e maschi) li svegliava, e lor teneva in camicia de' predicozzi
politici sui partiti e si scaldava e se la pigliava con avversari imaginari,
ecc. E guai a chi de' suoi forzati ascoltatori si appisolasse. “Vergogna!
“gridava D.n Gaetano - “Un figlio dormire mentre suo padre parla” -
e giù uno scapellotto.
5004.
Gor. La sorella di Gorini, moglie del D.r Arpesani di Milano,
era anch'essa, come il marito e il fratello, donna forte e patriotica.
Essendole stato il marito, per delitti politici, condannato ai lavori forzati e
trasportato a Mantova, essa si recò col figliolino Ercole in questa città e
tanto fece pubblicamente per mostrare che divideva i sentimenti del marito, che
venne incarcerata pur essa e potè così passare un mese per condanna de'
giudici, nell'ergastolo, e per pietà de' secondini nel medesimo carcere
del D.r Arpesani.
5005.
Fu un'epoca in Italia dal 1820 al 1860 circa che tutto quanto vi ha
di più sgraziato nel gusto e di peggiore nella fabbricazione si era introdotto
nell'arte o nelle industrie paesane. Le foggie degli abiti erano quanto mai
ridicole. I mobili, gli addobbi di quel tempo fanno, oggi, schifo. Basterebbe
descrivere un appartamento d'allora, con certe tendine da parrucchiere, certe
forme di divani e sedie incomodissime, certe litografie appese alle pareti ecc.
- basterebbe sfogliare una di quelle strenne dorate che il Ripamonti Carpano
dava allora alla luce al principio di ogni anno, per persuadersene -
5006.
T. Cremona dipinse anche, a tempera, una colossale Fama per una sala destinata
ad una occasionale premiazione: fu poi, dopo una dozzina di anni, ritrovata dai
Grubicy, i quali l'aquistarono col solo compenso di una mancia al facchino che
la recò nel loro magazzino, e vendettero per 500 lire allo scultore Barzaghi. E dipinse (a fresco?) due
personaggi medio[e]vali pel Duca Scotti di Milano - Cremona, miniò sull'avorio
parecchi magnifici ritratti; fra gli altri, uno dell'Erminia Mayor, or
posseduto (1882) dal S.r Emilio Civelli, uno di Gina Possenti,
posseduto prima da Guido Pisani e ora da me (1906), uno di Maria Marozzi, di
proprietà di questa ecc. - Nello studio di T. Cremona, era per terra un mucchio
di disegni e aqueforti, sul quale spesso egli o i suoi amici si gettavano, in
mancanza di letti, a dormire. Certo Fontana, approfittando dei molti momenti di
miseria di Tranquillo, gli offerse 40 lire per quel mucchio. E Tranquillo
glielo cedette allegramente. Solo in aquaforti di Rembrandt, di cui Tranquillo
aveva la quasi completa collezione, quel cumulo valeva cinquanta volte più
delle 40 lire pagate. Comprendeva pure molti studi di costumi delineati da
Cornienti, interessantissimi. Fontana fece una scelta accurata delle cose di
Cremona e con esse mise insieme un magnifico album, che oggi può dirsi
inestimabile. C. si
recava a mangiare con la moglie e la sorella di questa in un'osteria in via
Solferino. Col manzo usava prendere una salsa verde di prezzemolo. Nella
salsiera un giorno trovò un bacherozzo. - Non fece altro che tirarlo un po' in disparte
e poi si servì, indifferente, della salsa, e così ne' giorni seguenti, finchè
lo scarafaggio non rimase al secco.
5007.
Di grossi lavori di appalto che promettono pingui lucri, gl'imprenditori
romaneschi dicono: è lavoro che ce se magna co la forchetta d'argento - Fra i
costruttori di case della nuova Roma, corse poi il proverbio, per le case che
appena murate vengono, benchè non asciutte, affittate: er primo anno, è pe' li
nemici, er sicondo pe' li amici, er terzo pe' noi.
5008.
Pensieri di epigrafi ed epitafi. - Dedicando i Ritratti di famiglia alla
memoria del babbo mio, v'inscriverei queste parole “A colui che mi diede la
vita - e cui la ridò” - Altre dediche di altri libri potrebbero essere queste “a
chi mi compra” - “Ai pochi - che mi vogliono bene - ed ai moltissimi - cui ne
voglio io” - “A Tranquillo Cremona - pittore d'affetti” - “A Lei che verrà” -
“A mio zio Alberto - che mi fece del bene - quantunque parente” - “Ai neri tuoi
occhi che rapirono i miei”.
5009.
Il giorno 17 segna in questa parte della mia vita [rasura] avvenimenti
importanti [rasura] - Il 17 dicembre 1875 - nascita di Ida
Carlotta figlia di Guido Pisani Dossi mio fratello - il 17 maggio 1882 morte di
Ida Pisani Quinterio, mia mamma. [rasura] 17 marzo 1851 nascita di Edmondo
Mayor mio amicissimo. 17 giugno 1886 † del bambino di Mayor che io con Bodio
avevo presentato all'ufficio di Stato civile. 17 sett. 87 mio passaggio nelle
Legazioni - 27 sez. del d[iritt]o. Purtroppo, non definitiva!
5010.
Rovani l'elegante, portava nel '57 “cravatta coi ballonitt, e calzon color
mognaga”.
5011.
L.d.B. - La voce del furto - Se ciascuna cosa dicesse ad alta voce la
sua provenienza furtiva qual grido, qual muggito si eleverebbe dal mondo! Non
vi sarebbe periodo di libro che non strillasse - Negli edifici romani composti
di marmi antichi si sentirebbero voci greche, latine, egizie - E quanti
altarini si scoprirebbero! Il piatto che tu hai pagato per lepre, griderebbe
“gnao” - la stoffa che ti vendettero per seta, farebbe bee! ecc.
ecc.
5012.
R.U. Parte Ufficiale - Gli Impiegati (v. sparsim) - Il padrone di casa,
Travet, ha le brettelle fatte colle fasciette degli incartamenti - Sua moglie
lega qualunque pacchetto, fa i lacci delle camicie de' bimbi ecc. con nastrini
di seta dai 3 colori… La ceralacca ufficiale serve per le bottiglie, o sciolta
nello spirito, pure dell'ufficio, è usata come vernice pei mobili ecc.
5013.
(rip. al 5080) marzo 1883 - Il S.r Emilio
Bignami, caposezione al M[iniste]ro di Grazia e Giustizia possiede una
bellissima testina a olio, di paggio, opera di T. Cremona. Fu guadagnata da suo
zio Monsignor Bignami alla lotteria annuale della Società di Belle Arti di
Milano, nell'estrazione del 1860. Sul catalogo di quella Società era segnata
col prezzo di Lire 200. È della prima maniera di Tranquillo. Aquistata da A. Pisani Dossi nel
1897 per Lire 400.
5014.
L'animo del neonato, borsa vuota. Giornalmente, vi cadono entro gli spiccioli
della memoria, e il borsello comincia a gonfiarsi - e tintinna. Crescono le
memorie e il borsello suona più ancora. Ma la borsa è zeppa. Non suona più. La
volontà tenta di forzarvi entro nuove memorie: la borsa scoppia - e tutte le
memorie si effondono, nè c'è più filo al rammendo - Il nascente animo dell'uomo
potrebbe poi anche assomigliarsi o ad un trasparentissimo vetro o ad un aere
permeabilissimo. Le imagini, che sul veicolo della luce entrano nell'uomo per
la strada degli occhi, o su quello de' suoni per la via delle orecchie, passano
dapprincipio senza quasi fermarsi attraverso il vetro, attraverso l'aere. Ma, a
forza di esser solcato - e per così dire frustato da imagini, il vetro prende
qualche opacità, l'aere qualche consistenza. Donde un primo lievissimo ostacolo
alle imagini che si presentano per oltrepassare e una sosta di queste, non
vinta senza che le imagini rimettano di sè qualche frammento. Il vetro comincia
allora a diventare uno specchio, l'aere, solidificandosi, una parete contro di
cui si ripercuotono, si attaccano le imagini. Così si forma un primo sedimento
d'idee nell'uomo, così ha origine la nostra coscienza. La coscienza umana si
può credere quindi fatta della stessa materia con cui sono costituite le
imagini che si presentano al di lei giudizio: il che viene a dire che è sempre
giudice e parte. E però la coscienza, sia individuale che nazionale od
umanitaria, sarebbe una fallacissima guida.
5015.
Schema di figura rappresentante le relazioni di vicinanza e di proporzione, tra
il genio, la follia, il cretinismo e la mediocrità.
1 Follia - 2 Cretinismo - 3 Genio - 4 Mediocrità.
I dati
statistici che si raccoglieranno nel corso di qualche generazione avvenire
potranno dare le proporzioni approssimative di ciascuno dei sudetti campi
rispetto all'altro.
5016.
tripl. Un governo, perchè sussista, non
può essere, almeno nella grandissima parte de' suoi atti, che conservatore.
Volerlo senza fine progressivo anzi rivoluzionario è un sogno. Distruggerebbe
sè stesso. Qualunque governo che esista rappresenta infatti il progresso o la
rivoluzione ad esso anteriori, iniziate e condotte dagli uomini e dai discendenti
degli uomini che lo compongono, i quali sono quindi interessati, una volta
raggiunto il loro scopo, a mantenerlo. Progresso e Governo sono due termini
contradditori, il primo è moto, l'altro è stato. Il progresso attivo non può
verificarsi che al di fuori del Governo, e siccome è legge ineluttabile e
destinata sempre a trionfare, i suoi aderenti finiscono a prendere il posto e
il potere di chi contrastava loro, e diventano allora, alla lor volta,
conservatori delle idee proprie. Negli Stati dove non vi sono partiti, il
progresso governativo non si ottiene che colle rivolte e coi cambiamenti di
forma di governo. Dove esistano, basta l'alternarsi dei medesimi al governo, il
quale può quindi durare nelle sue forme esterne (monarchia, repubblica ecc.)
per lunghissimo tempo, inalterato.
5017.
Non rado, la bugia è una verità anticipata - e ciò tanto nei rapporti generali
che nei personali. Nei generali, si affermano spesso conquiste della mente
umana che si ottennero poi. Nei particolari, valga il seg. esempio. Tale deve
eseguire un lavoro. Il committente glielo chiede. “È fatto” risponde l'artefice
- Il lavoro non è fatto ancora ma l'indomani lo sarà. L'artefice colla sua
risposta ha fatto quindi una anticipazione sulla verità.
5018.
P.O. Le religioni, e le filosofie, dicono ed impongono di fare il bene e
di non fare il male - di seguire la virtù, di fuggire il vizio. Ora finchè si
tratta di bene o di male, per così dire, intero, di virtù o di vizio per dir
così completo, facile è il giudizio e la condotta cui attenersi. Senonchè - e
questo specialmente coll'affinarsi dell'umano intelletto - sono atti che non si
potrebbero completamente chiamare buoni o malvagi, sonvi qualità che non si
potrebbero ricisamente tacciar di viziose o lodare di buone. Inoltre uno stesso
atto, a chi guarda le cose con filosofica equità, può per le circostanze che lo
accompagnano, apparire diversissimo. Non bastano quindi i decaloghi e i
precetti delle religioni e i consigli delle filosofie per giudicare e condursi
come si deve nel mondo: ma ci vuole il criterio della opportunità ecc. Ora nel P.
dell'O. il Dossi vorrebbe appunto occuparsi di quelle mezze tinte, tutte
moderne, tra il vizio e la virtù, tra il bene ed il male etc.
5019.
“La Ghiaia di Roma” (V. 4842). Il mosaico antico romano generalmente bianco e
nero, a pezzetti minutissimi e legatissimi dà al piede la grata sensazione di
un tappeto, mollemente stagno. Pare, su di esso, di camminare su pelle di
guanto. Si direbbe che tenga caldo. Per farne lo sperimento basta una
passeggiatella nelle sale vaticane. Se il piede non ha scarpa elastica o
delicatezza da burrino, avvertirà la differenza dai gelidi campi di marmo ai
tiepidi prati di mosaico.
5020.
A proposito degli uomini di genio, i quali solitamente veggono benissimo le
cose lontane e poco le vicine, differentemente agli uomini di semplice ingegno
che scorgendo perfettamente le cose vicine, mal distinguono le lontane, si
ripete il fenomeno fisico della presbiopia che esclude l'altro della miopia.
5021.
I libri di minuta scrittura, almeno per me, sono più spiritualmente
intelligibili di quelli a caratteri grossi. Attribuisco di ciò la causa alla
maggior tensione che i nervi dell'occhio debbono recare allo stampato per
leggerlo, quindi alla maggior copia di sangue che richiamano a sè - per
prossimità, al cervello sede della coscienza.
5022.
L.B. Riflessioni di un proletario affamato che vede sulle cinque ore
entrare i ricchi in una liquoreria per farsi venir appetito - gente questa che
va a comperarsi la fame, mentr'egli gliela venderebbe loro così volontieri.
5023.
Manzoni a Brusuglio, vecchio già cadente, seduto sotto piante pur vecchie ma
prosperose dicea a Perelli: vede; queste piante le ho messe io: più invecchiano
e più diventano belle: io, invecchiando, peggioro. cfr. lett. di Voltaire a M.r
d'Argence de Dirac (31 ott. 1777) Les arbres qu'on a plantés demeurent et nous
nous en allons; e cfr. l'altra
celebre lettera di Seneca (Ep. mor. XII) (v. n.° 247 e 3979).
5024.
Non vi ha uomo sedicente liberale che non maledica al campanilismo, al
municipalismo, e non predichi l'unità di aspirazioni a tutte le parti di uno
stato. Tale uomo costituisce uno dei cosidetti veri patrioti. Eppure il
patriotismo è un modo anch'esso di campanilismo, un po' più largo se si vuole,
ma sempre in opposizione agli interessi dell'umanità, presa nel suo complesso.
A noi sembra di aver fatto molto sbarazzandoci di piccoli errori pur mantenendo
i grossi.
5025.
[La nota, di circa 12 righe, è abrasa dal ms.].
5026.
Voltaire scriveva nel 1777 a M.r d'Argence: je vous aimerai jusqu'à
ce que mon corps soit rendu aux quatre éléments et l'âme à rien de tout ou à
peu de chose, e poco tempo appresso dettava la sua ritrattazione religiosa
(almeno a quanto ne dicono alcuni suoi biografi) je sous-signé, déclare
qu'étant attaqué d'un vomissement de sang à l'âge de 84 ans ecc.
5027.
Quando Gorini tenne una conferenza sul suo sistema geologico nella sala della
Società di lettura a Genova e fu applauditissimo, la S.ra Maria
Raiberti donna hommasse che vi assisteva si fece la via tra i molti
spettatori, si gettò fra le braccia di Gorini e baciandolo entusiasta: bravo,
Paolino, sclamò, sono proprio contenta di te -Dopo quella scenetta burlesca,
Gorini non fece più buon viso - e a ragione - alla Raiberti.
5028.
La critica delle cornici. Durante la prima esposizione
nazionale di Belle Arti in Roma (1883) mi era saltata l'idea di fare uno studio
e di pubblicare una critica, non sui quadri esposti, ma sulle loro cornici.
Tutti parlano de' quadri; perchè non si dirà parola delle cornici? Eppure, vi
ha spesso un legame tra l'una e l'altro, anche se l'autore non abbia cercato di
ostentarlo, come fa il Michetti e più ancora i michettisti. Tra i michettisti, uno avendo
ritratti dei cavalli ad un abbeveratojo, foggiò intorno al suo quadro una
cornice fatta a ferri equini. - Un altro, dipinto un bosco, vi pose intorno una
cornice di corteccia d'abete ecc. - Un quadro senza cornice è spesso come una donna, anche bella, ma senza
capelli o parucca. Elevando poi le mie note a campi più generali, avrei toccato
delle cornici morali che si ravvisano in ogni fatto umano ecc. ecc. Ma
l'ingegno mi fallì, e l'idea rimase allo stato di seme.
5029.
L.B. Supposizioni storiche. Dati certi grandi avvenimenti non successi,
indagare umoristicamente quali ne sarebbero state le conseguenze. Se p. es.
Colombo avesse, scoprendo l'America, trovato invece di un popolo inferiore
all'europeo, uno superiore, per civiltà - che sarebbe accaduto? Descrizione di
un'accoglienza con fucili ad ago invece che con freccie - etc.
5030.
dupl. Nella prima parte de' Ritratti
di famiglia, comprendere tutti coloro che, di nome Pisani o Dossi,
furono celebri. Di alcuni indicare “i ricapiti” che provano la mia discendenza.
Degli altri, osservare che in quell'incrociamento di adulteri ecc. che
costituisce la storia di tutte le famiglie del mondo grandi e piccole, è più
probabile che i nostri antichi parenti sieno quelli che non appajono
sull'albero genealogico. E se guardiamo alla prima origine, siamo tutti
parenti. E quì descrivere la vita intima dei secoli X. XI. XII. ecc. Pietro da
Pisa, lettore di Carlomagno - Tomaso Pisani professore di Bologna astrologo di
Filippo il Bello ecc. - La galera di Vettore - Lo studio di scoltura di Nicola
Pisano - ecc. ecc.
5031.
R.U. La Camaraderie - Descriz. della casa di mio fratello Guido a
Milano, casa bivacco dove tutti gli amici la facevano da padrone, senza neppur
domandarne licenza ai padroni veri. L'amico B. entrava stanco e si gettava
vestito a dormire sul letto della signora, l'amico C. mandava a prender vino di
Guido dalla serva di Guido e se lo beveva senza neppur ringraziare, l'amico D.
si faceva prestare un abito di mio fratello, nè più lo restituiva. Tutti
sapevano gli interessi della casa, ci si immischiavano, ne accrescevano i
debiti ecc. ecc.
5032.
Se anche i medici non fossero, la mortalità non segnerebbe una cifra diversa da
quella che segna oggi, in cui sono. I medici, infatti, se guariscono spesso
chi, lasciato alle sole risorse della natura, non potrebbe campare, uccidono
con eguale frequenza chi riuscirebbe a cavarsi dai più insidiosi mali solo che
fosse abbandonato alle naturali sue forze.
5033.
[La nota, di circa 10 righe, è abrasa dal ms.]
5034.
Di chi, consumata tutta la vita in istudi, non lascia opera alcuna, può dirsi,
che ha speso tutto il suo capitale a comperare i mattoni e le pietre per una
casa che intendeva costrurre e che però non gli è rimasto più un soldo per la
costruzione stessa.
5035.
Dei medici che amano di fare consulti e non cure, può dirsi che sono i concertisti
non i suonatori d'orchestra della medicina.
5036.
dupl. Rovani, studente a Padova (?),
buttava alla rinfusa le svanziche dell'anticipata mesata paterna (?) nei
tiretti dei coumod, nei cassetti dei diversi tavoli ecc., poi tutti i
giorni ne prendeva ora una da un luogo ora da un altro, per conservarsi la speranza
di trovarne sempre fino alla fine del mese.
5037.
Gorini, quando prevedeva di non aver tempo di far colazione e pranzo, faceva i
due pasti uno dopo l'altro alla stessa ora e alla stessa tavola d'osteria.
5038.
Tomaso Moro, la cui beatificazione stette, si dice, più volte in causa presso
la Corte Romana - approva nella sua Utopia il suicidio nei casi di
infermità disperata o lunga tanto da potere arrecare incomodi ai parenti e agli
amici. Così lo stesso Moro si mostra fautore del divorzio, regolato però
da prudenti leggi, del matrimonio de' preti, della massima tolleranza
religiosa e della perfetta libertà di coscienza, della cremazione
cf. Campanella - Le spoglie
de' defunti non si sepelliscano ma si abbrucino perchè non cagionino pesti, sconsiglia la pena di morte
ecc. Nè solo nel campo delle grandi idee, il Moro è precursore delle teorie di
oggi (1883) ma anche nel piccolo delle scoperte industriali, ne previde
qualcuna che oggi è un fatto compiuto, come p. es. l'apparecchio per far
nascere le ova delle galline (Lib. 2° dell'Utopia) ecc. Passi notevoli
nella sua Utopia sono i seguenti (Ediz. Daelli, trad. dal latino). Si
determinano contra i ladri gravi supplizi, quando era da provvedere che
avessero onde guadagnarsi il vivere, perchè non venissero a così strana
necessità di rubare e poi perdervi la vita - Sono gli assassini buoni soldati e
i soldati gagliardi assassini, tanto queste arti si rassomigliano insieme - Se
non provvedete a questi mali, invano si commenda la severa giustizia contra i
ladri, piuttosto bella che onesta ed utile. Perchè allevarli pessimamente in
corrotti costumi e volerli punire quando sono cresciuti nel vizio altro non è
che farli ladri per appiccarli. - Chi è convinto di furto, lo rende al padrone
di quello, non al principe, come si fa altrove, parendo loro che tanta ragione
abbia il principe nella cosa rubata quanta vi ha il ladro - …nei Consigli de'
principi dove si trattano grandi cose con grande autorità, giuste cose non hanno
luogo - Non potendo ridurre le cose a bene, studia almeno che sieno men
cattive, perchè non possono esser le cose al tutto buone se non sono tutti
buoni e questo io non aspetto fin a molti anni - Ma perchè la città non venga
meno di cittadini nè cresca oltre modo, vietasi che niuna famiglia abbia meno
di dieci o più che sedici fanciulli, poichè negli adulti non si può trovar
misura. E fassi questo agevolmente dando nelle famiglie più rare quei figliuoli
che nascono nelle più copiose - E credono aver causa giustissima di
guerreggiare e trattar da nemici coloro, i quali non lasciano lavorare ad altri
quel terreno che ad essi avanza e di cui si possono nodrire molti - La natura
ci ammonisce e detta, che cerchiamo di vivere lietamente con minore ansietà che
si può e che ajutiamo gli altri ad ottenere questo bene, per la naturale
compagnia che è tra noi - Che naturale diletto porge che alcuno si cavi la
berretta o pieghi le ginocchia ad onorarti? Ti gioverà forse questo a levarti
il dolore del capo o dei ginocchi? (e segue una magnifica pagina 55-56
dell'ediz. Daelli) - …dovresti piuttosto moverti a pietà mirando la lepre
impotente fuggitiva, timida ed innocente esser stracciata dal cane gagliardo e
feroce. Così gli Utopiensi hanno rifiutato al tutto quest'esercizio del
cacciare, come arte conveniente ai beccai, la quale hanno commessa ai servi -
Alle voluttà intellettuali, vi aggiungono la gioconda memoria di aver vissuto
bene - …Ma sprezzare la bellezza, diminuire le forze, mutare la destrezza in
pigrizia, estenuare con digiuni il corpo, fare ingiuria alla sanità e rifiutare
gli altri sollazzi dalla natura a noi concessi, se non fosse per giovare alla
repubblica, reputano una sciocchezza e che questo nasce da un animo crudele e
ingrato alla natura, i cui benefici rifiuta, come sdegnandosi di essergliene
debitore, e specialmente facendosi questo per una vana ombra di virtù, ovvero
per sopportare con minor dispiacere le avversità, le quali forse non mai
verranno - Nell'eleggere le mogli tengono un modo a mio parere ridicoloso, ma
riputato da loro prudentissimo. Una onesta matrona mostra la vergine o vedova
che sia, nuda allo sposo; e parimenti un uomo di gravità mostra il giovane nudo
alla giovinetta ecc. - Hanno poche leggi e biasimano gli altri popoli che
empiono di leggi e d'interpreti smisurati volumi… Non ammettono avvocati… Appo
loro ciascuno è giureconsulto, perchè hanno pochissime leggi e commendano
sommamente la più semplice interpretazione che loro si dia. Perchè la sottile
interpretazione non può esser da tutti intesa; il che è contra la intenzione
delle leggi, le quali si danno acciocchè siano a tutti manifeste. cf. Campanella. Le leggi di
questi popoli sono poche, brevi, chiare. - Non tanto sprezzano la vita che la gettino, nè tanto
l'hanno cara che, richiedendo onesta causa di esporla alla morte, se la
vogliano avaramente e con biasimo conservare - Considerando tutte le
repubbliche che ora fioriscono, così mi ami Dio, che non veggo altro che una
congiura di ricchi la quale tratta de' propri comodi.
5039.
Campanella - Città del Sole - …L'impiego delle facoltà intellettuali
indebolendo gli spiriti animali, lor toglie che possano trasmettere l'energia
del cerebro e quindi osservasi sovente esser fiacca di corpo e tarda d'ingegno
la prole di simile gente - Tutte le azioni fatte dalle differenti parti del
corpo sono egualmente onorevoli.
5042.
Il libro di Campanella fu scritto dopo quello di Moro e colla coscienza di
questo. Moro però è più pratico e sensato di Campanella.
5043.
Per bocca degli abitanti della sua Città del Sole, Campanella crede che
il mondo non sia eterno e che il cielo sia unico: nega il vuoto; pensa il mondo
come lo imaginava pure Bruno, quale un grande animale e noi vivere nel suo
ventre come i vermi nel nostro. -
5045.
Opinano (i Solari) i padri trasmettere ai figli più il male della pena che
della colpa e potere questa risalire dai figli ai padri in quanto neglessero la
generazione o la educazione de' figli. cf.
Dante oh quanti figli piansero le colpe dei padri (corregg. la citaz.).
5047.
Campanella, framezzo ad osservazioni sensatissime e ad utopie politiche di cui
taluna è ora già realtà ed altre sono per diventarlo, accoglie, a differenza di
Tomaso Moro, tutte le bambinerie astrologiche de' tempi suoi. Le congiunzioni
degli abitanti della sua città debbono essere determinate dalle congiunzioni
degli astri; ed il suo opuscolo termina colla ricetta per preservarsi dal Fato
sidereo, ricetta che consiste “di chiudere il minacciato dentro case bianche
impregnandone l'ambiente d'odori e d'aceto rosato, accendendo sette torchi
composti di cera ed aromi, ed aggiungendo allegra musica ed ilari
conversazioni…” Sul che, più sensatamente dell'Ammiraglio che racconta tali
melensaggini come da lui viste nel suo viaggio alla città del Sole, il gran
Maestro che le sta ad ascoltare, esce a dire: “Capperi! queste cose sono tutte
eccellenti e ben applicate medicine… pur non mi garba il numero delle
candele quasichè la virtù sanatrice risiedesse in un dato numero, cosa che sa
di superstizione”.
5050.
Campanella, ha qualche momento di felice umorismo, p. es., quando nelle sue
“Questioni sull'Ottima repubblica” parlando dell'amore nella comunità che non
sarebbe, com'egli dice, una goccia di miele in molt'aqua, ma un picciol fuoco
in molta stoppa, osserva: “quantunque ciascuno non sia figlio che di un solo,
può esser dunque amato da tutti quando formano uno solo nella carità. Onde lo
zio ama i nipoti quantunque da lui non generati, perchè si considera di una
stessa famiglia. E il papa e i cardinali, chi non vede quanto amino i nipoti
e i consanguinei che pure non hanno generati?” - Erano allora i tempi - di
ladra fama - dei Borghesi e dei Barberini.
5051.
26 luglio 1883 - Giorno di S. Anna. Morte di una gentilissima passerina che
possedevo da 3 anni, e che mi era capitata in casa dalla finestra, mezzo
spennacchiata e probabilmente fuggita da qualche malvagio bambino o da qualche
adulto scienziato sperimentalista. Prendeva il cibo di bocca nostra, veniva a
noi quando chiamata e ci faceva intorno colle ali e col becco la più matta
festa del mondo.
5052.
P.O. Il rimorso - insegna la morale convenzionale - è la punizione del
malvagio. Invece il rimorso è spesso la controprova del galantomismo, poichè
suppone il sentimento dell'onestà. Il rimorso non è tanto il compagno delle
grandi colpe quanto de' piccoli falli: è in altre parole “il tormento del
galantuomo”.
5053.
Nel P.O. - occuparsi anche del cosidetto corpo diplomatico:
mostrando come i veri artefici delle migliori congiunture o fasi politiche, gli
eruditi nel diritto internazionale ecc. sieno generalmente celati negli uffici,
innavertiti dal mondo esterno, modestissimi nelle abitudini ecc. Le lodi e i
premi dell'opera loro sono invece raccolti e conseguiti da un certo numero di
fanulloni, che, sotto il nome di ministri plenipotenziari o di addetti, fa vita
grassa presso le Corti. Descrivere qualcuno di quest'ultimi, prendendo per tipo
il Conte * - ignorantissimo, fino a non saper scrivere quattro righe in
italiano senz'otto spropositi di sintassi, sprovvisto del più ovvio buon senso,
indelicato tanto da valersi della sua posizione per concludere affari di suo
tornaconto, ecc. ecc. Citare anche i Consoli affaristi come il **, etc.
5054.
Quando, nel 1883, mi fu riferito che Enrico Cernuschi aveva assicurato un suo
amico di aver messo il mio nome, non so ancora se fra gli eredi o i legatari,
nel suo testamento, ero in una posizione, finanziariamente, difficilissima. E
ideai un bozzetto sul curioso conforto che un uomo in perfetta bolletta può
trarre dal sapersi sul testamento di un arcimilionario.
5055.
Tranquillo Cremona e Faruffini, tutti e due sommi pittori e scopritori di nuove
vie - tutti e due pavesi - amicissimi uno dell'altro e fratelli di egregi
matematici, tutti e due calunniati e combattuti e perseguitatissimi -, tutti e
due morti in giovane età - tutti e due oggetto dell'ammirazione attuale e
immortali.
5056.
Tr. Cremona e Bernardo Celentano. - Il primo pittore principalmente
d'ispirazione, l'altro di studio. Cremona cominciò proponendosi a sommo scopo
della sua pittura il soggetto del quadro e finì mettendo in prima linea la
fattura: Celentano all'opposto. I quadri di Cremona si direbbero fusi in un
getto solo; quelli di Celentano tradiscono la lima.
5057.
Cremona tendeva a limitare il campo della sua arte per poter riuscire in essa
perfetto.
5058.
Cremona conosceva e trattava mirabilmente-matematicamente il disegno. Era qualità di famiglia, lo
spirito matematico. L. Cremona, fratello di Tranquillo, è noto a Europa pe'
suoi lavori di geometria ecc. Coloro che vedendo i suoi quadri in cui l'onda poetica del colorito
predomina, sentenziano ch'egli dipingesse a macchia per non saper disegnare,
s'ingannano. Si ricrederebbero però facilmente sol che dessero un'occhiata ai
meravigliosi suoi schizzi a penna e a matita. Ogni suo nero e bianco è a posto
perfetto. Cremona non faceva distinzione tra forma e colore. Egli disegnava
dipingendo: non empiva cioè di colore figurine previamente orlate di nero, non
scriveva le parole degli inni suoi sulla falsariga.
5059.
Nell'esposizione di arte retrospettiva alla prima mostra internazionale di
Roma, i soli che si salvarono dal naufragio furono Cremona, Faruffini e
Celentano. Quando l'Edera di
Cremona entrò nella sala dell'Arte retrospettiva, fredda ed uggiosa, parve vi
entrasse il sole. Ed era spettacolo significantissimo il vedere gli attuali
mestieranti della piccola arte romana fermarsi - pallidi d'invidia - dinanzi
quel quadro per cercar di rubare il segreto de' suoi colori, e non potendolo
comprendere, allontanarsi dicendone… male.
5060.
Cremona e Michetti, tutti e due artisti grandissimi, tutti e due innamorati del
colore, ossia veri pittori. Il primo però è pittore per dir così aristocratico,
l'altro democratico. Poeti, in ogni modo, ambedue, uno della campagna, l'altro
dei salotti. E, curioso a notare, la loro vita sta appunto al rovescio della
loro inclinazione artistica. Cremona, pinge faccie divine, e intanto caccia
fiati e dice sudicerie. Michetti erge alla ganga un altare (V. il Voto),
e nessuno è più elegante giovinotto di lui. Entrambi si rifacevano, nella vita
artistica, della reale.
5061.
Le bizzarrie di Cremona avrebbero fatto la fortuna di dieci Vasari.
Innumerevoli sono i tiri spiritosi e maligni da lui giocati a chi gli dava ne'
nervi. Per citarne uno, ad un risotto masqué della Società milanese
degli Artisti, il pittore De Albertis, abbigliato da bebè, saltava
intorno al Principe Umberto facendogli sciocche moine e cercando
d'ingraziarselo. De Albertis, benchè allora già quarantenne, teneva molto a
mostrare le sue forme femminili e provocanti. Cremona, colto il destro, prese
un lembo del camicione del De Albertis e lo immerse nel salmì del cervo che lo
stesso principe Umberto aveva donato alla Società. De Albertis parve quindi un
grosso putto che s'avesse cacato sotto. Non accorgendosene continuò a fare
intorno al principe ereditario que' suoi lazzi che da sciocchi, sembrarono
allora, con quell'appendice, diventati sudici. E il Principe Umberto, nauseato
finì col ritirarsi dalla sala. - (Vedi sullo spirito di Cremona ecc. sparsim).
5062.
Ad una festa carnovalesca degli Artisti di Milano si rappresentò la famosa cena
di Baldassare - con analoga architettura e costumi. Cremona, che era entrato a
far parte dei decoratori della gran sala, scrisse sulla parete principale fra
ghirigori fosforescenti le famose parole Mane, Tekel, Phares nella seguente
versione “Mano toca l'afares”.
5063.
Tra i principali fattori di civiltà, pongono gli storici… la polvere di
cannone, la quale facendo mutare i sistemi delle guerre, rese queste più
spiccie. Lasciamo stare che, se più spiccie, le guerre odierne sono anche più
sanguinose delle antiche e però occorre un tempo maggiore per sanarne le
piaghe; chiediamo solo, dato che la polvere di fucile sia un mezzo di
progresso, che sarà mai la dinamite, la nitroglicerina e altre simili materie
ben più esplosive della polvere? E, davvero, è per essa che noi possiamo non
solo materialmente ma anche moralmente far saltare in aria il cumulo di rovine
de' vecchi tempi che c'ingombra il cammino - è per esse che foriamo le alpi
facendo così la strada alla comunanza degli interessi ed alla fratellanza
universale, [rasura].
5064.
Nel Vol. 2° dei Ritratti Umani (Dal Calamajo di un medico) scrivo
che fra Medicina e Letteratura corse sempre amicizia. Infatti hanno un punto
significantissimo di congiunzione: la menzogna. E mentono entrambe, la prima
per far del bene, l'altra per far del bello.
5065.
Ho stima altissima di molti medici, non ne ho alcuna nella medicina - arte orba
- che, se forse talora guarisce chi senza di lei creperebbe, rimborsa tosto la
morte uccidendo chi, senza il suo ajuto, si salverebbe. La medicina potrebbe
definirsi: la scienza dell'ignoranza.
5066.
A fare il bene come si deve, non basta avere bontà, occorre ingegno; e quindi
il bene è raramente ben fatto. Un manualetto che insegnasse, non già il bene,
ma i mille modi di farlo sarebbe utilissimo. Quanto ai buoni da dozzina,
veggono una sola forma possibile di bene, quella della elemosina.
5067.
Aglio, cipria, sudore - ecco il profumo delle puttane.
5069.
Pier Ambrogio Curti era di tale abilità nel comporre gli affari de' suoi
clienti indebitati, che Rovani diceva - di propria scienza - di lui che: sotto
la sua parlantina i creditori si cambiavano in debitori.
5070.
Politica esterna italiana - (1882-83). Passi anche l'abbigliare il leone di
pelle agnellina, benchè sia più dignitoso che il leone sembri un leone:
senonchè noi, governativamente, vestiamo l'agnello… di coniglio.
5071.
1882. Quando scrivo note ufficiali in cui si domanda soddisfazione di qualcuno
dei molti insulti che si fanno all'estero ai nostri connazionali, mi sento in
corpo il “Dandolo” e il “Duilio”. Peccato che poi i miei capi più o meno alti,
leggendo le note mie, si sentano invece in corpo, quanto dovrebbero sentirsi
coloro cui sono indirizzate, cioè l'aqua di Sedlitz e la scialappa, e si
affrettino ad adoperare le mie dignitose e patriotiche espressioni per forbirsi
le traccie della loro paura.
5072.
- 1883 agosto - E. Scarfoglio, giovine di poche speranze letterarie, pur
tuttavia pagato dall'editore Sommaruga a fare della réclame intorno alla
mia Colonia Felice, presenta un articolo, in complesso laudativo,
su me al “Fanfulla della Domenica” e gli è rifiutato, perchè parla di me. I
fanfullisti non vogliono neppure udire il nome del Dossi.
5073.
Rov. Rovani accoglieva sempre con squisite maniere, talvolta anzi con
festa, i suoi creditori. Serviva loro la migliore bottiglia: li inaffiava di
Barolo e di lodi, cosichè, da ingrugnati e duri quali gli si presentavano,
diventavano al suo cospetto umili e miti, e finivano ad andarsene ilari o quasi
lusingati di essere creditori di un tant'uomo e di esserne ancora perchè così
avrebber potuto tornare da lui. E un giorno ad uno che gli chiedeva la
restituzione di non so qual danaro “Vede” disse Rovani “l'è question
d'ingranagg: anche a me c'è chi ne deve; se si combina il momento in
cui me ne danno con quello nel quale Lei me ne chiede, Ella è soddisfatto, combinaa
on dent, tutti combinen… - e faceva l'atto colle mani - El ved donca, come
disi, che l'è tutta question d'ingranagg”.
5074.
(settembre 1883) Posso oggi dire che i soli momenti di benessere fisico che
ancora gusto, sono quelli durante la concezione intellettuale. E la ragione mi
par di vederla in ciò, che il capo è uno de' massimi serbatoi e regolatori
della salute del corpo. Quando il capo sta bene, anche il resto va pure, solitamente,
non male. Ma il capo, perchè possa star bene richiede una quantità di sangue
necessaria a riempiere tutti i suoi vasi, nonchè vivacità e rinnovabilità dello
stesso sangue. Colla congenita anemia e col sangue che s'assottiglia
continuamente delle parti generatrici di pensiero, il mio capo soffre oggi, per
due terzi della giornata, d'ischeemia, specialmente nelle ore della seconda
digestione. Gli è solo sotto la sferza della prima eccitazione del cibo appena
inghiottito e della insolazione della volontà che ambisce al pensiero che il
flusso sanguigno mi risale ancora in sufficente dose al cervello e allora posso
ancora pensare e riaquisto per qualche momento la salute intellettuale e
corporale di un tempo. Senonchè i pensieri nel prodursi distruggono le parti
vitali del sangue che li hanno prodotti, e il mio stato di anemia e di
prostrazione peggiora. È un circolo vizioso da cui non potrò uscire se non
colla morte. Per star bene, bisogna che sforzi il sangue al cervello colla
volontà di pensare: ma pensando il sangue mi si consuma e torno nello stato
fondamentale di abattimento. -
5075.
È la natura, non la società che distribuisce inegualmente i suoi favori.
Prendete esempio dalla cresciuta di una pianta di zucche, la quale si dirama
celeremente in centinaja di aquose fistole, ciascuna delle quali mette fiore e
dà il suo frutto. Ma di tutti questi frutti, uno solo per pianta raggiungerà il
suo pieno sviluppo - rimanendo gli altri o affatto allo stato embrionale o a
metà strada. Egli è che il beniamino della natura cresce a spese degli altri
tutti. E così avviene nella società umana.
5076.
L.B. La razza umana tende, almeno in Italia, da mezzo secolo in qua ad
impicciolirsi. Nelle ultime leve militari, la statistica consigliò di abbassare
di parecchi centimetri il limite minimo della statura de' coscribendi.
Troverei, in parte, la ragione di questo impicciolimento negli ambienti morali
e fisici in cui viviamo i quali si vanno ogni dì più restringendo, specialmente
nelle case colla fede di miserabilità di cui si coprono le nostre città,
massime Roma. Le ragioni del lucro usurajo conducono gli imprenditori ad
usufruire più che si possa lo spazio, quindi a costrurre appartamenti piccini e
stanze minime: le piccole stanze richiamano del loro canto mobili minuti,
sedioline, tavolucci, roba quasi da bambole. Non c'è più caso di vedere que'
lettoni matrimoniali de' nostri nonni, piazze d'armi nelle quali si
combattevano napoleoniche battaglie d'amore. L'amplesso maritale avviene oggi
nelle più strozzate ed incomode posizioni. Entrano gli sposi nei cieli d'amore
sempre colla preoccupazione e il timore di mettere una gamba in fallo e di
rotolare nel pitale, vigile sentinella appiè del letto. Non più i “bene scossi abbracciamenti”
danno prole robusta. Troppo entusiasmo farebbe sfasciare il letto e
scricchiolare la casa: e la polizia urbana accorrerebbe coi pompieri a
temperare gli ardori fecondatori. Aggiungasi a questo il caro prezzo de' viveri che obbliga a ridurre la quotidiana
biada e quindi restringe a poco a poco le budella, aggiungasi gli abiti
stretti, per economia, alla pelle, etc. etc. e si capirà come le nuove
generazioni, seminate spilorciamente, debbono crescere mingherline, rachitiche,
in una parola, adattate ad abitare questo nuovo lilipuziano monduccio di
scatole da fiammiferi detti appartamenti, da chincaglieria detta mobiglia, da
codardie dette idee.
5077.
(R.U.) “Individui pericolosi”. Negli archivi dei ministeri dell'Estero e
dell'Interno si trovano file di carte a proposito d'individui trattati come
soggetti incendiari, sovvertitori di costumi e di leggi, permanente minaccia
agli Stati. Costoro sono frugati dapertutto come gatti arrabbiati. Eppure, in
generale, sono la gente più innocua e melensa del mondo. Dimostrare ciò con
esempi. Cit. Ippolito Pederzolli, rubricato e tenuto d'occhio per repubblicano,
nemico dell'unità italiana. Ha barba folta, figura atletica, voce altitonante:
parebbe, quando parla, voler mangiarsi re ed imperatori; mentre è lepre in
forma d'uomo, morigerato ecc. E dopo di aver mangiato qualche dozzina di principi al caffè, Pederzolli,
quando si fa tardi, si fa accompagnare a casa se è notte (ha casa fuori di
Lugano) dal domestico dello stesso caffè - per paura dell'oscurità e de' ladri.
Se poi la notte è inoltrata, si ferma a dormire a Lugano. A Pederzolli basta di tuonare un
pajo d'ore al caffè Straub di Lugano, mettendo in vetrina qualche fascicolo del
suo repertorio di professore o sulla costituzione delle repubbliche antiche o
circa un raffronto fra la monarchia e lo stato repubblicano ecc. ecc.
Pederzolli non ama che ascoltare sè stesso: egli si proclama l'uomo felice per
eccellenza; buon stomaco, grossa voce, fortuna sufficente, ecc. Scrisse la sua
biografia pel dizionario di De Gubernatis, che finisce: (Pederzolli) “celebre
pel Giuramento d'Annibale”. - Cit. gli internazionalisti, i nichilisti ecc.
rifugiati a Lugano - per es. il Bakounin - sempre vestito di tela russa - buon
uomo in fondo - soltanto, diceva lui, non ammetto la famiglia. - Cit. per es.
il Matteucci, che se in gioventù appartenne a Società dette provvisoriamente
sovversive, diventò poi un tranquillissimo uomo. E viveva da 7 od 8 anni a
Lugano onestamente colla sua famigliola, guadagnandosi tre lire al giorno. Ma
fu sorpreso dalla polizia italiana. I famosi incartamenti del Ministero
d'Italia parlavano contro di lui. Fu quindi arrestato, processato, condannato.
La famiglia di lui in miseria. Si dovette a Clemente Maraini e ad un lucido
intervallo di Depretis la sua liberazione - condizionata alla partenza per
l'America (1885) - dove, speriamo, farà fortuna.
5078.
Sul gradino interno di una sedia di coro nella chiesa di S. Rocco a Lugano si
trova rozzamente intagliata una tavola a molino. I preti o i chierichetti
mentre attendevano colla voce a far bordone agli ufficianti, col piede
giocavano a tavola e molino.
5079.
Titoli di carte, esistenti nell'Archivio municipale di Lugano - Miscellanea -
n. XVI. 2. - Pace e remissione fatta tra gente di Porlezza per avere un certo
Meneghino ammazzato una donna che gli aveva messo le mani nei calzoni e preso
pei coglioni secondo l'uso di que' tempi - 1535 - Misc. XVI. 7. Diverse
dichiarazioni del Sindacato obbligante le grida per la vendemmia e proibente ai
forastieri di portare calzoni larghi, a tutti di far debiti nelle ostarie, ecc.
1570 -
5080.
rip. al 5013 Di Cremona Tranquillo esiste
(1885) un dipinto giovanile presso il S.r Emilio Bignami, capo
sezione al Ministero di Grazia e Giustizia, abitante in Via Napoli a Roma.
Rappresenta un paggio giovanissimo (gli fu modello una ragazzetta) a mezza
figura: era iscritto al n. 431 del catalogo dell'Esposizione a Brera del 1860,
essendogli attribuito il valore di Lire 200, ed era stato vinto da Monsignor
Bignami zio di Emilio. È una tela pregevolissima e meritevole di trovarsi in
migliori mani.
5081.
Rov. Rovani scrisse anche nel 1837 un libretto per opera intitolato “Don
Garzia” che fu musicato dal maestro Costamagna. L'opera fu data a Genova nel
1838 in Carnevale per 11 volte ed applaudita. Ricerche fatte per avere il
libretto riuscirono fino ad oggi (1885) infruttuose. Poi, trovato nell'archivio
Ricordi e trascritto. Vedi nelle cartelle 16 Arch. Dossi.
5082.
R.F. Sul gusto cattivo della moda dal 1820 al 1860 - e Mobili ed abiti.
La cosidetta manifattura nazionale - Aranci di lana, fiori di pezza, quadri di
margheritine, scatole di conchigliette, frutta d'alabastro, puttini di cera
ecc.
5083.
Correnti è tale per natura che, mentre rifiuterebbe anche un milione che gli
fosse offerto per compiere un'azione meno che onesta, si lascerebbe indurre ad
una grossa indelicatezza dal dono di un tartufo. - Con un tartufo o un pajo di
fagiani o qualche dozzina d'ostriche ciascuno può tirarsi dietro a sè Correnti
come, con un pezzo di pane, un cane affamato.
5084.
Clemente Maraini, l'Eminence grise di Depretis, già direttore del Diritto,
uomo dotto e conoscentissimo di tutto il dietro-scena della politica
parlamentare italiana, studiò nel collegio dei Somaschi di Lugano. Sedette nel
banco, anzi al medesimo posto, in cui, prima di lui, aveva studiato e dormito
Alessandro Manzoni e dove lo stesso Manzoni aveva intagliato con un temperino
il proprio nome. Tornato ricco a Lugano, Maraini cercò il prezioso banco di
scuola, prezioso s'intende pel ricordo di Manzoni, ma non lo potè più trovare.
5085.
Fabrizi e Cialdini trovaronsi, nello stesso tempo, in Ispagna esuli e soldati.
E in una marcia Cialdini che avea diciassettanni si arrestò stanchissimo e si
addormentò sotto un albero. Fabrizi, maggiore di lui di 5 o 6 anni, lo coprì
del suo mantello e gli sedette vicino a vegliarlo. È tema che potrebbe
inspirare un pittore.
5086.
Tranquillo Cremona disegnò anche nello “Spirito Folletto” di Milano, giornale
umoristico stampato dai Sonzogno. Una tavola litografica da lui preparata per lo Spirito Folletto, e
rappresentante maestri ed allievi del Conservatorio di musica fu rifiutata
dall'editore sciocco. Se ne tirò una sola copia, la quale poi finì perduta
nella litografia Danesi incaricata di riprodurne una piccola parte (che si
trova inserita in una piccola strenna dell'associazione della Stampa, credo del
1885).
5087.
In metafisica, come in aereonautica, si trovò il modo di alzarsi di terra, ma
non ancora di dirigersi nel cielo.
5088.
Gli incomodi della troppa comodità. Citarne alcuni: gli scalini troppo bassi, i
letti troppo molli. Il telegrafo che ci dà le notizie tristi non appena avviene
il relativo fatto, mentre una volta non ci giungevano che dopo mesi ecc. ecc.
5089.
[La nota, di due righe, è stata abrasa].
5090.
Al curato di Bren[n]o (Varese), persona avarissima, si presentò tale
commettendogli una dozzina di messe da dirsi secondo la sua intenzione. Il
curato le disse, poi ne chiese il pagamento al committente. Questi, fattosi più
volte pregare, rispose: la mia intenzione era di non pagarle. Ella le ha dette
secondo tale intenzione: quindi non le debbo nulla. - Allo stesso curato fu
rubata una cesta di polli mentr'era uscito a processione. E i ladri gli si
inginocchiarono innanzi (mentr'egli passava) colla cesta dinanzi,
semicoprendola colle vesti di certe donne vicine. Il Curato se ne accorse ma
nulla potè dire perchè in cappa magna e col Santissimo in mano. Come fu
passato, i ladri se la cavarono nè si poterono più cogliere.
5091.
Novelle pei generosi. Una donna maritata ed un amico di suo marito -
entrambi nobilissimi cuori - s'innamorano. Ma nè quella, per non tradire il
marito, nè l'amico per non tradire l'amico, pur conoscendo di amarsi, si
confessano il loro amore. La donna ha una figlia a lei somigliantissima. Essa
imagina di darla in isposa al tacito amante, quasi l'unica parte libera del suo
amore, e la figlia, altro nobile cuore, che indovina l'amor della madre, si
presta volenterosa, benchè ami in cuor suo altri, a secondare la madre.
Senonchè l'amico, pur generoso, dissuade la giovinetta da questo che egli
reputa un sagrificio e anzi concorre a formarne la felicità unendola al giovine
amato. Tra la donna e l'amico continua il silenzioso innamoramento e la
felicità del puro desiderio.
5092.
Natale - Raff. fra il presepio italiano e l'albero germanico. Come il
primo sia più poetico. Che c'entra il pino in Italia? - Altro tema: “Il Natale
de' tomi scompagnati” - cioè dei celibi, delle sentinelle, dei conduttori di
omnibus e di ferrovia, de' poveri, ecc. Io, a Natale, amo recarmi a trovare e
portar fiori a' miei morti.
5093.
Natale 1884. Maraini va a visitare Correnti. Lo trova inquieto. Correnti gli
rimprovera le sue lunghe assenze: si dice abbandonato dagli amici, ecc. Finisce
però la lamentazione chiamando un servitore e domandando “hin vegnuu sti
benedetti ostregh de Napoli?” E Maraini: “Vedo che vi sta a cuore il cibo
dell'anima ed anche quello del corpo”. Correnti risponde che ha invitato a
pranzo alcuni amici e vuol trattarli bene. Il discorso continua. Correnti
ritorna sull'argomento delle defezioni, della solitudine, e diventa, a frasi,
poeticissimo e nell'aspetto malinconicissimo. Ma entra un altro domestico, gli
si avvicina con mistero e gli dice: hiin vegnuu, Eccellenza - Chi? - domanda
Correnti soprapensiero. E il servitore, dando un'occhiata di traverso a Maraini
quasi temesse che, compreso il segreto, Maraini ne approfittasse: “quii de
Napoli”. La gioja illumina il volto del grande o, a meglio dire, del grosso
uomo.
5094.
Penso che la più grande punizione in un altro mondo, per quelli che in questo
non si condussero bene, vuoi con sè, vuoi con altri, potrebbe forse esser
quella di vedersi rappresentare dinanzi, come in una lanterna magica, la vita
che avrebbero potuto e dovuto fare in terra se quì si fossero guidati secondo
migliori o più opportuni consigli.
5095.
Un dotto scrisse un grosso volume sulle comodità del sedere, misurando le curve
di migliaia di culi e gli angoli di migliaja di sedie, e finì per concludere
che il più comodo modo di sedere era quello di mettersi per terra.
5096.
Rimedi popolari - (G.F.) Pel male di gola - Due candele in croce sotto
la gola, pregando nella chiesa di S. Calimero - Per gli orzajoli agli occhi -
11 punture (guai se 12) con uno stecco oppure guardare fisamente nell'ampollina
dell'olio.
5097.
Spesso gli scrittori ignoranti scrivono molto più spigliatamente, e quindi
simpaticamente, dei dotti. Cammina infatti più svelto chi ha sulle spalle minor
bagaglio.
5098.
Regola fratesca e raccomandabile a chi vuol passare nel mondo, senza nome, ma
senza fastidi: bene dicere de priore - facere officium suum taliter qualiter
-sinere mundum ire quomodo vadit.
5099.
L.d.B. Lingua internazionale - Mazzini profetizzava una letteratura
europea. Com'essa esiga una unica lingua: quale sarà questa? Non l'italiana,
non la francese ecc. Mistura di tutte. Esempi di una lingua internazionale. Vedi il Blaja Zimondal del
Meriggi e il Volapük dello Schleyer e l'Esperanto.
5100.
Nei mobili, ecc. val sempre meglio povertà scelta che lusso da dozzina.
5101.
La parola italiana “impiombatura” nel senso di cosa che non muta, parola già
felicissima nella lingua milanese, venne per la prima volta usata da Carlo
Cattaneo - Scritti vari Vol. 2°, 1a ediz. pag. 146 - la
espressione “tessuto cangiante” alludendo a stile fu usata prima da Cattaneo (Scritti
vari Vol. 2° pag. 183) poi da Rovani.
5102.
Leggendo Quételet -: la regolarità colla quale il Delitto si riproduce
annualmente, se incoraggia la statistica nelle sue ricerche, fa cascar le
braccia al filantropo. Nè la scuola, nè la chiesa, nè il codice, sono promessa
e danno fiducia di estinguerlo. Così è della pazzia. Ma forse le nostre
osservazioni hanno ancora troppo breve suffragio di anni - Fra qualche secolo,
la Statistica rivelerà se l'uomo migliori davvero. E chissà che la distinzione
fra vizio e virtù non appaja affatto convenzionale e che i due termini non si
manifestino come necessario complemento l'uno dell'altro. - L'epoca dell'uomo individuo
e quindi delle monarchie è finita. Si sta oggi passando per mezzo dei
sistemi rappresentativi e degli spedienti internazionali ecc. a quella
dell'umanità. La statistica, è la più potente preparatrice del periodo anarchico.
5103.
A teatro, lo spettacolo che mi ha, sempre, interessato di più… sono gli
spettatori. La platea e specialmente i palchi mi rappresentano altrettante
vetrine, dove veggo esposta - in vive stampe - la merce umana. L'attenzione,
per quanto poca, che ogni spettatore presta al palcoscenico, gli conferisce una
transitoria immobilità, indispensabile a me, come a fotografo, per coglierne la
fisionomia. E lì osservo che tutti gli uomini politici sono brutti e
aggrondati, e così gli uomini d'affari. Vestiti di fustagno e incontrati in un
bosco, si potrebbero pigliare per grassatori. La fisionomia burocratica pende
invece al cretino. Vedo le belle donne e quelle che si credono belle, ecc. ecc.
5104.
R.U. Spostati. - Vedete quella moglie atticciata, dal viso petulante e
provocante, dalla voce grossa, dai peli duri? La sorte l'ha congiunta ad un
giovine mingherlino, delicatissimo, che la perseguita colla finezza del suo
humour, coi salti mortali delle sue idee, e vorrebbe farne il suo
azzurro ideale e tenersela quasi in uno scatolino di bambagia. Ora quella
moglie è infelicissima. Ella non comprende le lambiccature dello spirito, le
gentilezze del cuore: ella non chiederebbe che molto cazzo dinanzi e didietro,
e pugni e ceffoni e parolacce. Toglietela da quel giovine poetico anzi molto
etico, dandola ad un facchino di dogana, graveolente di sudore e d'aglio e
perpetuamente ubbriaco. Quella donna, battuta, presa a calci nel sedere…
sarebbe felice.
5105.
Ghiaja di Roma. Dapertutto hanno frugato gli archeologi per trovare per
rintracciare i germi delle usanze e delle idee attuali, eppure hanno lasciato
intatto un campo - quello delle cose destinate alla subita distruzione cioè de'
cibi. Intendiamoci. Gli archeologi hanno sì descritto e commentate le cene e le
vivande degli antichi e ne hanno raccolto qualche frustolo a Pompei ma non più.
In molti, invece, de' cibi quali si mangiano ancora oggi, noi possiamo trovare
- per così dire viventi - l'arte e gli usi de' nostri antichi. Nei girometta
del milanese, e nelle figurine di pasta della Ciociaria troviamo i profili
e le forme dei tempi andati. Le figurine della Ciociaria che si comperano alla
festa della Madonna di settembre a Genazzano sembrano staccate dai dipinti
delle tombe etrusche e latine. Le confetture di Giarre in Sicilia riproducono
le scolture (antefisse ecc.) dell'epoca greco-sicula, ecc. (Quì citare altri
molti esempi). È specialmente nei dolci che si mangiano a certe feste che si
conservano le forme tradizionali antiche. Purtroppo le feste scompajono e con
esse i dolci caratteristici. Occorrerebbe quindi di fare senza ritardo una
collezione di questi e di collocarli in qualche museo. - Cit. i pani
itifallici, un ricordo de' quali dura oggi ancora nei bastoni e nelle offelle.
Cit. le panatheneìa o panatuneja, feste ateniesi in onore di
Minerva, durante le quali si mangiavano certe focaccie e dolci, e il nostro
panettone ecc.
5106.
Cattaneo - Alcuni francesi repubblicani, venuti in Italia durante la
dominazione austriaca e trovatisi con Cattaneo, Maestri, Correnti ecc., si
meravigliavano come la Lombardia potesse sopportare gli austriaci e facevano
uno scialaquo di promesse, dicendo: verremo noi a liberarvi ecc. ecc. Cattaneo
irritato dalle spampanate di costoro, uscì a dire: “Ma noi stiamo benissimo
come stiamo. Questi austriaci ci fanno il soldato, ci guardano dai ladri,
pensano a riscuotere le imposte, e noi non abbiamo a far altro che a grattarci,
con nostro comodo, i coglioni. Vi accorgerete voi - aggiunse rivolgendosi agli
amici - quando ci toccherà di fare el todesch!” - Cattaneo,
eletto deputato, si recò a Firenze. Colà stette un mese indeciso tra il giurare
e il non giurare. Di carattere timido, uomo più di studio che d'azione, egli
diceva agli amici: che vado a fare in mezzo a quii bagoloni? mi
metterebbero facilmente in un sacco - e diceva anche: Sti napoletan che
quand scriven ben, scriven inscì mal. Ti consegni poeu quand scriven mal! Ah,
mi torni a Castagnoeula - Sull'ampia e bella fronte di Cattaneo, si poteva,
per così dire, passeggiare col tiro a quattro.
5107.
R.U. Parte Ufficiale - Impiegati - Pref. Sulla soglia dell'impiego. In
Italia quasi tutti i giovani, si può dire, sieno di zappa o di penna, sieno o
no laureati, sappiano o non sappiano, ambiscono un impiego governativo. Basta
che un impiegato dello Stato non assassini, non assalti una diligenza, non
faccia qualche cosa di simile, è sicuro di non essere mai licenziato e di arrivare
pacificamente all'età della pensione. Il giovine comincia quindi a
raccomandarsi ai suoi e agli altrui deputati, i quali lo raccomandano ai
ministri. Il giovine - come si presenta - è pronto a tutto, non desidera che di
prestare i propri servizi allo Stato, per lo Stato ammazzerebbe quasi suo
padre: egli accetta qualunque destinazione, qualsiasi tenue ufficio, fosse pur
quello “di far animo agli altri a lavorare” (frase testuale di una petizione).
Ecco, il decreto di ammissione in carriera è firmato. La scena, tosto, si muta.
Cominciano le pretese del nuovo impiegato. Egli ha genitori vecchi, madre
inferma, padre imbecille ecc. che vogliono la sua assistenza continua, quindi
chiede un cambiamento di residenza: come biasimare questi suoi sentimenti figliali?
- Da due mesi nell'impiego già accampa titoli di promozione, onorificenze ecc.,
sparla male de' capi, lavora meno che può ecc. - Secondo un arguto mio amico,
la burocrazia italiana differirebbe dalla germanica in ciò. Nella germanica,
chiunque arriva ad ottenere un piccolo comando, pone in questo tutta la sua
ambizione. Per es. il sotto-vice-fraiter tiene d'occhio a' due uomini posti
sotto ai suoi ordini, non pensa che ad essi, a farli ben manovrare ecc.: il
caporale, dal canto suo, non vede che i vicefraiter, il sargente i caporali, e
così via. Il Ministro poi, sicuro che ciascuno si occupa de' propri subalterni
e si contenta, comandandoli, può volgere altrove lo sguardo, e vedere le grandi
linee della sua amministrazione, i rapporti di essa colle altre, ecc. In Italia
succede invece tutto il contrario. Il caporale non vede che il sargente, lo
invidia, vorrebbe essere al suo posto, e così, via via fino al generale, al
ministro. L'attività individuale è diretta quindi, non a provvedere ai propri
inferiori, ma a minare il superiore. Arrivati al ministro, succede ancora il
fatto opposto che in Germania. Il ministro italiano vedendo come tutti i suoi
impiegati guardino a lui, non ha tempo nè modo di occuparsi se non di essi. La
piccola lotta giornaliera per resistere alle raccomandazioni o per secondarle,
lo assorbe. E, intanto, i grandi interessi dello stato, specialmente quelli
all'esterno, vanno a gambe levate.
5108.
Nel Varesotto al confine svizzero-italiano, i contrabbandieri, per introdurre
tabacco in Italia, usano anche di caricarlo, per mezzo di piccole selle
appositamente costruite, sul dorso di cani italiani da caccia che sequestrano
temporariamente ai loro padroni e conducono in Svizzera. Il cane, lasciato
libero, torna a carriera col carico proibito, a casa sua: e lì sulla porta
trova il compare del contrabbandiere che lo libera del peso dei sigari e delle
boette.
5109.
Modificazione nei desideri. I primi desideri di cui mi ricordo (avevo 7 anni)
erano di comandare. La mia professione dovea essere per lo meno quella di re e
fantasiavo eserciti e regni comandando intanto a bacchetta i miei condiscepoli.
- Ingrandendo, i sogni di potenza materiale passarono nel campo morale. Di
qualche cosa volevo essere ancora re e allora m'illusi di essere nato alla
gloria e imaginai e desiderai letterarie corone - Fu un nuovo errore. Le corone
caddero sovr'altre teste. I miei desideri si ridussero quindi un'altra volta.
Io sogno ora una piccola casa in campagna, in riva al mare, tra i fiori e i
libri. Ma anche la casetta non vuol comparire - Chissà dunque che non finisca a
semplificare ancora una volta le mie ambizioni, confinandole ad una sepoltura
tranquilla! Questa almeno, speriamo, non mi mancherà. Sed habent sua quoque fata
sepulchra.
5110.
L.d.B. Igiene della religione cattolica. - [rasura] Es. Il digiuno
ad intervalli aggiusta lo stomaco, guastato dalle scorpacciate, meglio degli
amari e de' purganti, e gli aguzza l'appetito per nuovi banchetti - l'utilità di alternare i cibi di
magro coi cibi di grasso - il disabbiglio della casa durante la settimana santa, provoca e
favorisce una completa scopatura, lavatura delle tende ecc. - il cavarsi il
cappello dinanzi le imagini giova ad una migliore respirazione dei pori
capillari - le lampade accese dinanzi alle imagini de' santi, rischiarano molte
vie che altrimenti resterebbero oscure con pericolo delle nostre gambe - ecc.
Vantaggi di un ordine più elevato li dà, p. es., l'“estrema unzione”, che tacitamente
avverte il malato, senza torgli ogni speranza, che sta per andarsene. Al libero
pensatore si usa invece celare la prossima morte e questo è talora di
gravissimo danno pe' suoi interessi ecc.
5111.
La moglie di un avvocato Benvenuti da Venezia era bellissima donna ma larga
incoronatrice di corni al marito. Una caricatura, appesa sotto le procuratie,
la rappresentò in atto di alzar le sottane, mentre tutt'intorno volavano a lei
uccelli d'ogni qualità e grandezza - merli, tordi, piccioni, barbagianni… - E
sotto era la scritta “ben venuti! ben venuti!”
5112.
La scienza della statistica è trovata. Per farla procedere non si tratta che di
raccogliere moltissimi e sinceri dati. Alla prima condizione è necessario che
intervengano i secoli, alla seconda che il modo di riunir le notizie diventi
facile e di applicazione quotidiana a qualsiasi evento della vita. Meglio di un
nuovo libro che annaqui il vino di Quételet o di altro autore, giova ora la
redazione accorta di popolari questionari. - La statistica è inoltre il metodo
con cui dovrebbero essere guidate tutte le scienze per farle davvero progredire
ed ottenere risultati efficaci. Finchè la medicina non si varrà seriamente
della statistica, sarà sempre una scienza da Dulcamara e da Baccelli. -
5113.
Raiberti definì il dizionario - un cimitero in dì di festa - confusione di vivi
e di morti.
5114.
Un sacco pieno di biscie, in cui c'è una anguilla sola: ecco la sorte matrimoniale.
5115.
L.d.B. Lingua universale. Il commercio e la telegrafia la formerà. Intanto
si potrebbe unificare la espressione grafica di tutte le lingue. Come si fece
la Convenzione pel metro se ne potrebbe far una per la grafia, per fissare con
segni uniformi le voci che l'uomo pronuncia nelle varie lingue.
5116.
L.d.B. Rapporti tra i suoni, i colori, gli odori e i tocchi. Verrà tempo in
cui si stabiliranno tavole di equivalenza tra essi. Già la letteratura, che
nella divinazione precede ogni altra scienza, adopra le imagini di un senso per
esprimere gli effetti dell'altro. Così, ne' libri si sentono stridere i colori,
gli odori concertarsi ecc. I ciechi già toccano i colori. Verrà tempo in cui si
suonerà un mazzo di fiori e si udirà un discorso di odori. Col migliorarsi e l'affinarsi
delle tinture i ciechi oggi (1885) col tatto conoscono meno i colori di prima.
5117.
A Verona - in via Dante Allighieri, già Lovera, lessi (agosto 1885) contro
il palazzo della Ragione la seguente iscrizione, incisa su di una pietra di
circa 40 cent. in quadro con un rospo nel mezzo per lettere che formava bocca
ad una faccia diavolesca - Denuncie secrete contro - contrabbandieri
de sede (sete) - e chi tenesse cavaleri - o fornelli - di
tirar seda senza bolletta. Caratteri della fine del XVI o del principio del
XVII secolo.
5118.
- R.U. (App.) Bestie - Il cane, quando, in cerca del padrone, si trova
ad un bivio fiuta una delle due strade, e, se non sente su quella l'odor del
padrone, si mette tosto per l'altra senza più fiutare. È dunque un ragionamento
che fa.
5119.
Censimento. Ad un governo che voglia regolare le proprie leggi e le proprie
azioni secondo ragione (che è quanto dire, secondo natura) è indispensabile di
levare a determinati periodi e con metodi acconci l'inventario di tutti i beni
della nazione, primo tra i quali è la popolazione. Incompleto è però quel
censimento che si occupa delle sole persone e non delle cose.
5120.
Rovani era affetto da fimosi. Gorini assomigliava il pene colpito da tale
disturbo alla bocca di un sacco da caffè che si torca nel chiudersi.
5121.
Nello scrivere la storia è già molto evitare le grandi menzogne. Delle piccole
è impossibile sbarazzarsi.
5122.
I Ministeri a Copenaghen (Danimarca) si trovano in un sol palazzo, anzi in [un]
unico corritojo. Per questa parte si va dal ministro dell'Interno, per quella prossima
al ministro della Giustizia ecc. Così appressapoco in Svizzera. In Svizzera
nessuno si accorge del Governo: on est prié de fermer doucement les portes -
sta scritto nei pochi e piccoli uffici elvetici. Da noi e in Francia, vi ha
invece scialaquo di burocrazia e di affari inutili. Si può anche fare qualche
raffronto tra i nostri e i Ministeri inglesi. Persino i mobili esprimono i due
sistemi. Semplice, severo e massiccio è il mobiglio del Board of trade,
fastoso, di cattivo gusto, ingannatore è quello del nostro ministero delle
finanze.
5123.
(Principio di testamento, steso nel 1879 a Roma - dicembre:) La morte ha già
segnato colla sua scure il tronco della mia vita. Non è un solo nemico che mi
circonda: son mille e tutti senza remissione. Lo stomaco male si piega al suo
ufficio: il piede mi si è fatto briaco: la vista appannata: svaporò la memoria;
e il cervello, nonostante ogni sforzo ed ogni irritamento non mi dà più che
scarse ed infeconde ejaculazioni di pensiero. Caddi, insomma, preda della
paralisi progressiva che mi consuma strato a strato. Più non spero che essa
s'arresti: altro non bramo se non che accelerar il suo lavoro e che i materiali
che ora compongono il corpo mio ritornino presto, attraverso le fiamme purificatrici,
alla terra, immenso serbatojo di vita. Nel mio stato d'oggi, non può essermi
l'esistenza che dolorosissima. Nato alle lettere, gustatone le prime voluttà,
dovetti, per rovesci economici, fatti inguaribili dagli stolti rimedi che
cercai d'apportarvi, sottopormi al giogo di un ufficio governativo, dovetti,
per sussistere, cessare d'esistere ed il lavoro a contraggenio, a contracuore,
stancandomi doppiamente la intelligenza del volontario, me la esaurì. Nè andrà
molto che sarò pur costretto ad abbandonare l'impiego forzato ma pagato e a
ridurmi in un letto, aspettando il becchino. Povera mamma mia! I bisogni e i
capricci del suo malato struggeranno allora il pochissimo che ancora le resta,
e la mia morte, per quanto sollecita, giungerà sempre tarda per salvar le
reliquie della fortuna di lei. Fossi stato veramente onesto, avrei già dovuto
sopprimermi!…
5124.
L'economia è l'igiene del galateo - Per es. il precetto di adoperar forchetta e
coltello in ogni vivanda, perfino nel mangiar salame. Il sistema che ritarda la
distruzione del cibo. Se si adoperassero, come natura insegna, le comode mani,
si mangerebbe il doppio con danno dell'anfitrione e dello stomaco nostro.
5125.
In una nuova edizione de' Ritratti Umani - dal calamajo di un medico (e
sarebbe ora la III) si aggiunga una 2a prefazione intitolata L'arte
della medicina. Scopo della maggior parte de' medici, almeno rispetto ai
ricchi ammalati, è di coltivare le malattie. Cit. le finissime adulazioni dei
medici. Anche l'infermo più coraggioso ama di essere illuso. La fama di
ruvidezza e di dire, a qualunque costo, la verità, da alcuni medici conseguita
(beninteso diagnosticando la povera gente), conspira nell'aquistare loro
simpatie e credito e lauti salari, quando, sfacciatamente mentendo, trovano i
colori della salute in chi giallo e verde galoppa verso l'eternità… ecc. Cit.
il medico ruffiano (D.r *) - lo sgrassatore (Prof.r **)
che si fa pagare prima delle operazioni e poi uccide senza riguardo - il
calunniatore ecc. Concludere, caldeggiando il sistema giapponese di appaltare
l'opera di un medico ad anno, in modo che non appena il cliente cade malato, il
salario del medico è sospeso e così resta finchè l'ammalato guarisce. Per
conseguenza, il medico ha tutto l'interesse di mantener sano il suo cliente.
5126.
Altri in gola ha la voce, io nella penna.
5127.
Nel 1882, salvo errore, fu polemica tra i due poeti Carducci e Rapisardi che si
copersero vicendevolmente, in prosa e in versi, di contumelie che avrebbero
fatto arrossire due beceri. “E poi li dicono poeti civili!” esclamava allora
stupita la gente educata. “Il Poeta civile” sarebbe tema di un buon brano di satira.
5128.
È l'enfant gaté della conversazione, si dice spesso di persona che
improvvisa asinaggini in società, che l'ammira, mentre dovrebbesi dire invece è
un enfant bâté (col basto).
5129.
Adamo, bandito dal paradiso quia de ligno comederit (apò toù xýlou).
5130.
(da Grozio) Video consentire Hebreos Regi - in eas leges, quae de officio Regis
extabant - peccanti inflicti verbera. Sed apud illos infamia carebant (verbera)
- perchè mancava la pubblica opinione la quale oggi sostituisce sul dorso dei
re le antiche sferzate.
5131.
Gli orologi non vanno mai completamente insieme proprio come le umane opinioni.
Un principe tedesco, che avea appreso come sua arte manuale, secondo il costume
di tedescheria, l'orologeria, tentava da anni inutilmente di far andar di
conserva un centinajo d'orologi. Un dì, alzatosi spazientito, urtò nel tavolo
di lavoro e lo rovesciò. Tutti gli orologi rotolarono in terra. “Finalmente!” -
sclamò il principe - “sono andati una buona volta insieme.”
5132.
(Principio d'articolo contro il sepelimento di Re V.E. nel Pantheon. - Non
finito). “Roma d'Italia, fu lo scopo della vita gloriosa di Vittorio Emanuele:
in Roma l'ottimo Re chiuse trionfante gli occhi; è in Roma che la sua salma
deve eternamente restare.” Rettorica! quì si esclama. Sia! Auguro al nostro
paese molta di questa rettorica, fatta non solo di grandi frasi ma di
grandissime opere. Essa, accennando con quella della parola, la magnificenza
delle idee, la rende a tutti perspicua e muta spesso il sogno in realtà. Non il
calcolo gramaticale ma l'entusiasmo inspirarono a Cattaneo, a Tommaseo, a
Garibaldi, a Mazzini, a Crispi, a Correnti que' proclami patriotici - detti
oggi rettorici dai deputati affaristi - che sollevarono le popolazioni
italiane contro la tirannia straniera e le trascinarono alla vittoria… ecc. -
5133.
Pisanus Albertus, generale dei Francescani, nato a Pisa, morto nel 1239 - Vedi Dizionario
dei nomi e pseudonimi latini del Franklin.
5134.
Sulla Porta del Popolo a Roma, quando fu allargata, si incise la seguente
iscrizione: Urbs - Italiae vindicata - auctis civibus - duplicem fornicem
extruxit - L'autore dell'iscrizione intendeva dire che Roma, rivendicata all'Italia,
cresciuti i suoi cittadini, avea costrutta una duplice porta - Letteralmente
però e filologicamente la iscrizione significava invece che Roma rivendicata
all'Italia, cresciuti i suoi cittadini (quì mancava però l'espressione numero)
costrusse due postriboli.
5135.
“Ha il sangue debole” - dicono i contadini della Varesina per indicare chi ha
sangue povero di globuli rossi, e soffre il freddo - ecc. - “Più curioso di un
orinale” altra frase degli stessi contadini per indicare chi vuol sapere tutti
i segreti del prossimo - “Parlava rose e fiori” - altra frase che allude ai
complimenti di un amante alla sua bella ecc.
5136.
Per le virtù delle donne Vedi in Plutarco Ediz. latina Opuscoli Vol. III
pag. 300 - Mulierum virtutes. Recog. Theod. Doehner Vol. 5 Parisiis - Didot 1857 e seg.
5137.
Progetti letterari. Un libriccino che raccogliesse i molti versi volanti di
argomento transitorio, politico ecc. - epigrammi, distici, sonetti, stanze ecc.
che si scrissero spesso l'un contro l'altro molte persone di riputazione
nell'epoca nostra, a cominciare dai versi di Manzoni contro Monti e Bonaparte,
di Correnti contro Cantù, di Rovani contro Maffei; a finire con quelli di
Occioni, Prati, Guerrieri Gonzaga ecc. pubblicati in parte sul “Fanfulla”
contro Minghetti, Bonghi, Luzzatti, ecc.
5138.
Pallidezza color di genio e amore.
5139.
Non vi ha che una medicina efficace; quella di regolare la vita in modo da non
aver mai bisogno di rimedi.
5140.
Nella Descrizione di una inondazione, non dimenticare un cimitero di campagna
travolto dalla furia delle aque - le casse schiodate suornotanti - i morti di
fresco, nella fiumana o impigliati negli alberi, le croci di legno ecc.
5141.
Un uomo il cui ingegno e le cui opere gli diano promessa che l'avvenire lo
ricorderà deve desiderare di morire in età giovine. Così egli lascia alla
posterità la sua imagine non corrotta dalla vecchiaja. - cf. tra i bei vecchi
dell'antichità e i brutti dei ns. tempi. Tasso, Foscolo, Rovani ecc. ci si presentano alla mente
aitanti e belli e la scoltura e la pittura ne riproducono con orgoglio le
forme. Manzoni, Mamiani ed altri ci passano invece dinanzi come valetudinari,
fiacchi di corpo, di cuore, di testa e le arti figurative non ci san dare di
essi che scheletri e mummie.
5142.
Chissà in mezzo a quanti libri ha scritto lei la Giovinezza di Giulio Cesare,
diceva a Rovani un ammiratore della sua profonda dottrina archeologica e
storica - Ch'el disa in mezz a quanti liter - rispose Rovani - e dirà più
giusto.
5143.
Sì - io e te abbiamo detta la stessa cosa, ma io con un venti lire d'oro, tu
con uno stajo di quattrinacci di rame.
5144.
Per la “Ghiaja di Roma” Vedi le Quaestiones romanae, negli opuscoli di
Plutarco (Ediz. Didot - Parigi in 5 vol.- 1857 ecc.)
5145.
Il costume romano, secondo Plutarco, voleva che la sposa si unisse la prima
volta allo sposo nelle tenebre e dopo di aver masticata una mela cidonia - Ciò
per celare i difetti suoi, compreso quello dell'alito. A Sparta (Athenei lib. XIII)
usavasi di rinserrare sotto catenaccio le vergini e i giovani celibi e questi
facevano a piglia a piglia, dovendosi poi ciascuno accontentare di quanto la
sorte gli avesse dato in mano. I nostri matrimoni non si fanno diversamente. -
5148.
Quaest. 79 Plut. (opusc.) Cur Quirinalia festum stultorum appellant? -
Vedi Quaest. 10. - sul coprirsi la testa entrando in chiesa e nel pregare,
costumanza ancora viva in Roma.
5149.
Arch. milanese - A Pasqua, qualunque tempo facesse, bisognava mettersi in abito
d'estate - vestito di nankin, cappellino di paglia e scarpette lucide.
5150.
Le palle che uccisero Misdea lacerarono la riputazione di Mancini.
5151.
Le sostanze che i dottori prescrivono come medicamenti, sono in gran parte
venefiche e atte a provocare malanni. Nella libreria medica molti sono i libri
che trattano de' Rimedi de' mali - non uno ch'io sappia, che si occupi dei Mali
de' rimedi.
5152.
La scoperta della locomozione aerea coinciderà colla fratellanza universale.
Nell'aria infatti, non ci sarebbe possibilità di serbare i confini. Via i
confini, cessano gli Stati.
5153.
Di persona che, paralitica o vecchia, cammini barcollando, può dirsi: “ha
bevuta troppa vita: ne è ubbriaca”.
5154.
Compiendo i quarant'anni, la moglie di Manzoni si avvicinò al marito, e secondo
la frase e l'uso milanese, gli disse: set (sai), Lisander, dervi (apro) on'anta
- E Manzoni: e mi sari la gelosia. -
5155.
Goriniana. Mot[ivo] della prefazione. In quella maniera che le opere
scientifiche di Gorini possono servire a formare dei pensatori e ad ispirare
nuove scoperte, la sua vita, ove fosse fedelmente raccontata, gioverebbe a fare
gli uomini virtuosi e loro insegnerebbe le vie dei veraci godimenti. Il
cittadino universale dell'Utopia di Moro trovavasi in Gorini. Non ispida
era la filosofia di lui, etc.
5156.
Nel 1884 a Frascati un padre ed un figlio trovaronsi implicati in una rissa che
finì coll'uccisione di un terzo. Gli indizi accusatori erano tanto a carico
dell'uno quanto dell'altro, e però entrambi vennero arrestati. Il padre chiamò
a sè il suo avvocato e gli disse: chi uccise è mio figlio, ma io vi scongiuro,
e sono ai piè vostri, fate condannare me. Mio figlio è giovane, è la forza
della famiglia - di mia moglie e della sua - e de' miei nipotini. Io vecchio:
che mi fanno tre o quattro anni più o meno al mondo? - L'avvocato si commove,
si persuade e conduce le cose in modo che il tribunale condanna il padre
assolvendo il figlio. La sentenza fu accolta con uno scoppio di gioja dal padre
e di pianto dal figlio e con generale commozione nel pubblico. Vittima del suo
eroismo, il vecchio va in galera per venti anni. E non era che un contadino!
5157.
Quando i liberali, nel Canton Ticino, arrivarono al potere, Carlo Cattaneo
disse, forse più sul serio che per celia, a qualcuno di loro: “ora saprete
almeno fare in modo che i tribunali vi dieno ragione”. - Nel Canton Ticino, ad
ogni cambiamento di partito al potere, i vincitori sopprimono moralmente tutti
gli aderenti de' vinti, sostituendoli in tutte le cariche, persino le più umili
coi loro partigiani. È un sistema che ricorda il Ciman in cui ogni mutamento di
sovrano non avviene che colla totale distruzione di tutti i competitori
possibili al trono - Quando in Isvizzera qualcuno non paga le dovute imposte
federali, la Confederazione ritiene responsabile solidariamente tutto il comune
cui appartiene il debitore, e fa sequestrare a mano armata la proprietà del più
ricco, salvo a questi di rivalersi sul comune. -
5158.
3-10-85 - Zanardelli, ex ministro, a pranzo di Maraini a Lugano, tra parecchi
repubblicani del Cantone, affermò di non essere monarchico - (strana
confessione per un ex ministro del re) ed aggiunse (e in ciò aveva ragione) che
la forma di un governo non gli faceva nè caldo nè freddo. - Tutti i viaggi
all'estero dell'on. Zanardelli si riducono a quelli di Lugano fatti nel 58,
credo, e nel 85. Che idee larghe possa avere un avvocato che ha sì poco
viaggiato - nè viaggiò pure sui libri - è facile a capire. - Zanardelli chiama il cancelliere
dell'Impero germanico: quell'antipatico di Bismarck. Zanardelli è poi ignorantissimo
in tutto quanto non s'attenga alla politica parlamentare e al garbuglio
forense. Gli citai qualche nome illustre di letterato, di artista, di
scienziato contemporaneo: non l'aveva sentito mai a nominare. Che razza
d'uomini di stato ha l'Italia!
5159.
Al tempo delle elezioni nel Canton Ticino, mentre la lotta ferveva, anche a
schioppettate, fra i liberali e i codini, Vincenzo Vela passeggiava con un
grosso randello. Passa un uomo a corsa, quasi in fuga, e Vela, giù una
randellata, che lo manda a gambe levate. “Lo conosci?” gli si chiede. Risponde
Vela: se l'è on oreggion (clericale) ghe l'hoo ben dada: se l'è on liberal mei
anmò perchè el scappava - e i liberai deven scappà no.
5160.
Conelli, sindaco di Belgirate, celebre sciocco e degno sindaco del Comune dove
villeggia Cairoli. Cairoli fa uno dei soliti discorsi conviviali. Conelli tutto
ammira e applaude. Finito il discorso: “Gran belle parole ha detto Cairoli” -
fa agli amici - “Col popolo ci vuole pane e stangate”.
5161.
Filosofia e utilità dei “racconti da fate”. Quando nell'ufficio o fuori
m'incombe qualche lavoro materiale, antipatico, confuso, grave, penso a quella
fanciulla dei contes des fées costretta da una fata cattiva (ossia da
qualche sorte - fata lat[ina]mente - avversa) a lavori pressochè
impossibili. Ma la buona volontà, rappresentata nella fiaba dalla fata buona,
le dà una mano e il lavoro è fatto. Vinta la prova, compare il meritato premio,
che il ricordo della fatica rende più grato. - Così incoraggio me stesso e
compio il dovere mio, per quanto pesante.
5162.
Rapporti d'intima amicizia fra i cosidetti fisico e morale. Una madre, quando
vedeva qualcuno de' suoi bimbi cattivo contro il solito o più del solito non si
perdeva ad infliggergli castighi o sermoni sulla bontà, ecc. ma gli
somministrava tosto un piccolo purgante. Disoppilato l'intestino, il bimbo
tornava buono, o, come dicono i catechisti, sulla strada della virtù. Così io,
allorchè mi manca l'inspirazione, non mi metto già a cercarla nè in Omero nè in
Virgilio nè in altri simili scrittori, ma prendo un buon cucchiajo di magnesia.
Una abbondante scarica alvina equivale per me una pagina di poeta divino: il
mio spirito riaquista la sua elasticità e torna a pensare generose cose e a
trovar belle forme.
5163.
R.F. - Tra i colori d'abito che furono di moda all'epoca
napoleonica, uno gialliccio ebbe il nome di “caca du roi de Rome”, un altro
violetto pallido di “vin-vomi” - Mia nonna Luigia chiamava il suo ragioniere
Biancardi “sa machine à lire”. Nonna Luigia era capricciosissima. Si faceva
venire da Parigi gli abiti e i cappellini, e quando non gli andavano ai versi
li stracciava e schiacciava sotto i piedi.
5164.
(1885) Il castello di Montecalvo si trova oggi in possesso,
credo, di certi Fiora cugini, vinajoli, che l'hanno comperato dai Brignole-Sale
per 22.000 lire. È quasi in isfascio. Valgono però qualchecosa le vigne
circostanti, calcolandosi il loro reddito a circa 1000 lire all'anno. - È fra i
miei sogni di ricomperarlo: bisognerebbe però, oggi, pagarlo almeno il doppio -
Sul pozzo che sta sulla spianata del castello copiai le due seguenti
iscrizioni: Suae utilitati posterumque - usui jugem puteum alte - fodientem eundemque
ext - ruendum Federicus Bec - caria Annibalis filius - suis sumptibus curavit -
Anno MDXCVI. - E sotto: Provexit ornavit aquarumque - copiae consuluit -
pluviales immittens - Aloisia Caroli Pisani uxor A. MDCCCXXIII - In un muro
interno era incastrata la seguente lapide: Hanc ecclesiam Divo - Rocho dicatam
Anni - ball Beccaria suis pr - opriis expensis a fundamentis erexit Anno - 1580.
Sopra la lapide è
scolpito lo stemma dei Beccaria Ora la lapide dell'oratorio è in mia mano, a Corbetta - Montecalvo, come le rocche e i
paesi circostanti era antico feudo dei Beccaria signori di Pavia: passò poi ai
marchesi Pietragrossa, quindi ai Pisani Dossi e finalmente ai Brignole Sale -
Nella famiglia Pisani Dossi scorre però anche il sangue dei Beccaria. -
5165.
(1885) Su un uscio interno della sala erano ancora, a matita, de'
segni che indicavano le diverse stature dei ragazzi Pisani, Pippo, Gaetano,
Antonio ecc. nel 1835.
5166.
Mia gita a Montecalvo ai 14 e 15 ottobre 1885. Accolto con festa da D.n
Giacomo Patri, il simpatico prevosto da me nominato nel 1877; riverito
dal sindaco, ecc. Dolore mio che il castello si trovi in mano di gente rozza,
mio intenso desiderio di ricomprarlo e di restaurarlo. - Sogni inutili!
5167.
L.d.B. L'abuso del pensiero va minando le facoltà cerebrali dell'uomo. I
casi di pazzia sono ora assai più frequenti di una volta. Una volta erano così
rari, che la pazzia era detta sacra e il pazzo guardato con rispetto. Per
impedire che il male faccia progressi, il Congresso degli Stati Uniti del Mondo
determina con legge, fortificata da severissime pene, che l'umanità sospenda
per lo spazio di 100 anni ogni lavoro mentale. Sospesi quindi gli studi,
suggellate le biblioteche, chiuse le scuole ecc. affine di ridonare all'uomo la
tempra forte e lo spirito equanime di un tempo - ecc. -
5168.
È certo che quando si sarà maggiormente studiata e conosciuta la natura fisica
del pensiero, si troverà il modo di migliorare ed anche di suscitare le
distinte intelligenze con opportuni cibi o apparecchi.
5169.
La morte dell'uomo-individuo è condizione indispensabile al progresso delle
idee. L'individuo che reca nuove idee al magazzino comune o migliora le già
ammucchiate, vi si attacca poi sifattamente che, mentre fu, prima, cagione di
progresso, riesce poi di sosta. La natura quindi dispose le cose in modo di
sostituire gli individui non più atti a progredire con sempre nuovi individui
ecc.
5170.
L.d.B. Il mondo è pieno. Alla generazione naturale, gli scienziati hanno saputo aggiungere anche la
maledizione della generazione artificiale. Mentre la medicina trovò finalmente
le vie per guarire, e diventò, da arte della malattia, arte della salute, la
filantropia, fattasi sovrana dei mondo, abolì definitivamente la guerra, colle
conseguenti distruzioni di vite, e il benessere economico, resosi universale,
tolse pressochè tutte le spinte ai delitti di sangue, d'altronde già quasi
estirpati da una educazione scientifica del cervello fisico. Anche i pericoli
naturali rimossi. Strade dapertutto, colmati gli abissi, costretto il cielo a
non far più che l'ufficio di benefico inaffiatojo, distribuita la brutale forza
del mare e della terra (maremoti e terremoti) ad usi domestici, adoperati i
vulcani come colossali stufe russe, ecc. Inoltre, l'elettricità, sostituendo il
vapore, rese sicuri i viaggi. Progredendo l'istruzione, il minimo macchinista
aquistò la dottrina di un Eddison ecc. - In conclusione riuscì quasi
impossibile di morire prima dei 90 anni. Aumentati solo i suicidi per
sovrabbondanza di felicità. Il caldo fiato dell'umanità ha sciolto i ghiacci del polo: il formicajo
d'Adamo nereggia sulla fulva arena del deserto libico. Nè solo la terra è
occupata, ma l'aqua. I laghi sono coperti di zattere: l'oceano è diventato un
porto, gli aereostati offuscano il sole. Il lavoro ha domato ogni più sterile
piaga, ecc. - Preoccupazione degli Stati Uniti del Mondo di questa esagerata prosperità.
- Mezzi che si propongono per mitigarla. - La decimazione - Il ritorno alle
guerre, alle epidemie, all'antropofagia. - Dichiarazione di guerra ai Lunari
(abitanti della Luna) etc.
5171.
Non vi ha uomo politico, come non vi ha cantante od artista, che dica bene del
collega. I ministri caduti sono poi nemicissimi dei ministri che rimangono a
posto. Lanza chiamava Sella “quel birichino” - e Sella chiamava Lanza
“quell'imbecille”. Correnti era per Cattaneo “el cagon” e Bonghi per Correnti -
“una cloaca massima”. E così è di Mancini, Baccarini, Minghetti, Crispi ecc.
che si odiano con perfetta reciprocità.
5172.
Il maestro elementare Repossi usava di recarsi, ogni giovedì, dal paesello dove
faceva scuola, a Milano per visitare Rovani. L'ultimo giovedì che precedette la
morte del grande scrittore, Repossi lo trovò a letto alla Casa di salute (ora demolita) in P[or]ta Nuova. Accomiatandosi da lui, gli
disse che sarebbe tornato, come al solito, il giovedì prossimo. E Rovani,
stringendogli la mano “a buon conto, torna domenica”.
5173.
Importanza del tavolo comune pel buon esito di un congresso o di una
conversazione. Èquestione di fluido e di simpatia nervosa. Quando si deve
parlare ad altri senza il medium di un tavolo ossia quando fra due o più
interlocutori non intercede che una parete d'aria cosicchè i loro occhi possono
esser distratti dalla vista delle gambe, la corrente di simpatia fra chi dice e
chi ascolta non si formerà così presto come nell'altro caso. Egli è perciò che
i discorsi nei salotti, senza tavoli in mezzo, riescono generalmente
sconclusionati o freddi. Mettete invece una dozzina di persone intorno ad un
tavolo, possibilmente in modo che i gomiti dell'una sfiorino quelli dell'altra,
e coi piedi che talvolta s'incontrino e talvolta si ricerchino: si formerà
tosto un ambiente unico di simpatia e il narratore troverà più facile ed
efficace la parola, l'uditorio comprenderà più uniformemente il discorso, e vi
si interesserà, vi si entusiasmerà ecc.
5176.
Il “Deipnosofista” di Ateneo può considerarsi un dizionario in forma di
narrazioni, di dialoghi ecc.
5178.
Fra le prove della fraternità delle tre arti (letteraria, figurativa, musicale)
ce n'è una storica. La scrittura, espressione dell'arte letteraria, era in
origine plastica e pittura (scrittura geroglifica o letteratura rebus).
Più tardi, la scrittura rappresentò, invece del segno, il suono (scrittura
fonetica) donde il legame colla musica. - La scrittura è la più antica delle
arti plastiche.
5179.
Tutti i grandi guerrieri, conduttori di popoli armati, furono anche grandi
edificatori. Nabucodonosor, Ramses, Cesare, Napoleone - raccomandarono la loro
celebrità, non solo a colossali distruzioni di vite ma anche a sterminate
creazioni architettoniche, stradali ecc. Si direbbe che volessero compensare
l'annientamento di que' piccoli edifici d'ossa e di carne che si chiamano
uomini, suscitando enormi corpi di pietra e calce, oppure che sopprimendo le
mille vocine di maledizione di que' minimi esseri volessero sostituirvi una
voce immensa in lode loro, qual'è quella delle preci e delle cronache scolpite
e dipinte sui palazzi assiri o egiziani, sulli archi romani o napoleonici ecc.
5180.
Vincenzo Vela diceva. - “Non vi sono in Italia se non due città dove si possa
vivere bene - Milano e Roma. Pare impossibile che Michelangiolo sia nato a
Firenze. Dev'esserci qualche errore in proposito. Guardate p. es. Quando si
passeggia, la mattina, sui bastioni di Milano, incontrate cacate tanto fatte -
senza risparmio - olimpiche. Passeggiate invece pei prati intorno a Firenze.
Vedrete cacherelle misere misere (stremii stremii) stronzetti da cani e non da
cristiani”.
5181.
Certo Minetti di Lugano, uomo coraggioso e gran mangiatore, nelle parecchie
battaglie garibaldine a cui prese parte, si portava sempre con sè qualche
salsicciotto. Anche le fucilate gli aguzzavano l'appetito, per il che, nel
mezzo del combattimento, si metteva spesso a tagliare colla daga fette dei suoi
salami. Chi però mangia caca, e il nostro Minetti provava non rado il bisogno
di vuotarsi per poi riempirsi. E allora scendeva in qualche fosso a fare le
occorrenze sue. Ma, mentre era in simile posizione, fu visto un giorno da un
ufficialetto, il quale, brandendo il suo spadino, si pose a gridargli
“vigliacco! hai paura!” - “Mi paura?” gli rispose il Minetti - “ch'el vegna chì
e ch'el tasta se l'è molla o l'è dura” -
5182.
Appunti biografici su Clemente Maraini - Luganese, di famiglia oriunda però di
Como. Forse da Maraino -
paesello presso Cernobbio. Era il maggiore di 14 figli, di cui 9 ancor vivono (1885). Prestiti fatti
dal padre di lui ad amici e non restituiti cambiarono l'agiatezza della
famiglia in una quasi povertà. Clemente si diede a tutt'uomo al lavoro. Aveva
un parente ingegnere a Costantinopoli: questi gli fece proposte: Clemente
ragrannellò 500 lire e disse a sua madre Maria che voleva recarsi in Turchia
dal cugino. La madre gli annunciò che il cugino era morto. Cl. non si smosse
dal suo proposito. Sul piroscafo che lo trasportava a Cos[tantino]poli fece
conoscenza con un inglese, certo Moore che simpatizzò presto con lui. Scesero
allo stesso albergo. A C. non rimanevano che 200 lire. Moore gli chiese se
aveva trovato occupazione e, alla sua risposta negativa, gli domandò se voleva
stendere una relazione in francese su una concessione di telegrafi in Bulgaria
stata data al Moore. Maraini accettò e in 5 o 6 giorni stese la relazione che
gli venne pagata 15 sterline. La relazione lo fece conoscere nel mondo
burocratico turco ed entrare in rapporti con un bey, che gli ottenne l'incarico
di andare a misurare tra il Mar Nero e l'Asia Minore il corso di non so che
fiume. Lo stipendio era 1000 franchi al mese, pagate tutte le spese. Maraini,
con una squadra di trabuccanti, fece su una zattera il fiume e i rilievi.
Dormiva sulla zattera e sotto la tenda. Una sera si addormentò invece a terra,
su di una terrazza. Una violentissima febbre lo colse. Cercò di combatterla,
non vi riuscì. Si fece allora legare su un cavallo e disse: al mare - portatemi
anche cadavere - Dopo 6 giorni fu al mare. A Cos[tantino]poli sopportò una
fiera malattia, ma la vinse. Completato il lavoro che gli era stato affidato,
ebbe proposte per la ferrovia dell'India. Era già sulla strada per recarvisi,
quando ad Aden ricevette lettere di casa che gli parlavano delle faccende
d'Italia, delle vittorie contro gli austriaci, del risveglio intellettuale ed
economico che si credeva imminente. Tornò quindi in Italia. Fece da segretario
a Bertani, presso la Dittatura di Sicilia. Poi lasciò l'impiego e sposò (23
febbrajo 1862) l'Adelaide Pandiani colla quale si era promesso fino da bimbo - era un sabato grasso. Sposò l'A.
a Milano e partì con essa per Torino. Si recò quindi in Abbruzzo ai lavori di quella ferrovia.
Dall'Abbruzzo pensava di passare a Parigi, e già aveva colà, per mezzo
dell'avv. Zaccheroni, accaparrate due stanzette. Voleva a Parigi fare un corso
alla scuola di arti industriali. Passando però da Torino vi fu trattenuto dagli
amici collaboratori del “Diritto”. E quì comincia la carriera politica di
Maraini.
5183.
Il “Diritto” giornale politico, organo della democrazia, passò per più mani.
Ecco la lista delle sue incarnazioni fino al 1879 - (I) Fondato da Depretis, De
Boni ecc. in sostituzione del “Progresso” stato soppresso. - (II) Scissasi la
sinistra, il “Diritto” rimase a Depretis - (III) Poi fu comprato da Bertani,
quand'era alla Dittatura di Sicilia (IV) poi passò al Lemmi. - In seguito, per
aver preso le parti dei piemontesi, nel fatto di [lacuna] decadde e vide
caduta la sua tiratura da diecimila copie a duemila. Essendone direttore
Bargoni, vi fu persino un momento che Bargoni dovette vendere l'orologio e la
catena d'oro della moglie per stampare il numero: avanzategli 30 lire si recò a
Belgirate, dove ottenne da Cairoli 500 lire. I collaboratori del “Diritto”
pensando che Maraini avesse molti denari (aveva allora circa 75.000 l.) lo
eccitarono a comprare il giornale: essi vi avrebbero lavorato gratuitamente,
ecc. Maraini si lasciò persuadere e comprò il “Diritto” (V) per 30.000 lire. Ma
appena fatta la compera, gli antichi collaboratori cominciarono ad avanzare
pretese: questi non v'avrebbe più scritto se non gli si pagavano i debiti,
quello voleva anticipazioni di tre o quattro mila lire, ecc. Maraini, per non
perdere tutto, si diede, com'egli si esprime, a fare da boja e da appiccato,
ossia da direttore, redattore ecc. Cercò collaboratori di poco prezzo (e si
dovrebbe anche aggiungere, di poco valore) e trovò il Mussi Giovanni, allora
impiegato postale a 120 lire al mese ed oggi prefetto. Maraini dominò il
“Diritto” fino 1879, cioè 16. - Lo vendette in seguito al Civelli (VI) per
200.000 lire pagabili a rate, per cui, avuto riguardo agli sconti, non ne prese
che 180.000. Civelli lo trasmise ad Oblieght (VII) e questi lo ritornò a
Civelli (VIII) - Otto quindi sarebbero a tutt'oggi (1884) le incarnazioni del
“Diritto”.
5184.
P.U. L'attuale rettore (1885) dell'Università di * (secondo ne dice il Prof. Onorato
Occioni) e che fu altre volte
rettore della stessa Università - certo sig.**, scontò sotto l'Austria (35 anni
fa), cinque anni di galera a Capodistria per falsificazione di firma. La
famiglia ** è composta tutta di persone che ebbero sempre a fare colla polizia
e colla questura in qualità o di malfattori o di spie - Contuttociò, il ** è
rettore, è presidente dell'Accademia scientifico-letteraria di Venezia, fu
premiato dall'Accademia de' Lincei per una sua Storia di Carlo V. - roba
abboracciata ecc. -
5185.
(maggio 1885) Mommsen, invitato ad una pomposa colazione, data in suo onore,
dal principe di Venosa (Ludovisi-Boncompagni) si mostrò a tavola, contro il suo
solito, taciturno e aggrondato. Dopo colazione, il principe circondato da
archeologi ed altri scienziati, presentò a Mommsen parecchie fotografie
pregandolo di accettarle. Erano le fotografie della celebre villa Ludovisi,
dalle piante trisecolari - “villa, che, come sa” - così disse il Venosa allo
storico tedesco - “dovrà presto scomparire”. Venduta, aggiungo io, dal
Ludovisi per farne inconditi falansteri di 6 piani. E vedendo che Mommsen rifiutava,
accigliato, colla mano, quelle imagini “ma le prenda, professore, è un
ricordo…” - “Non sapevo - rispose severamente Mommsen - che i principi Ludovisi
si facessero fotografare le proprie vergogne.” Il Venosa rimase a bocca aperta.
Pareva fulminato.
5186.
Don Giuseppe (Don Giuspin), prete che andava a dir messa a Villa-lunga
possedimento di casa Pisani Dossi, aveva le saccoccie lunghissime e foderate di
cuojo. In esse finiva tutto quanto su cui metteva mano; vi versava perfino la
minestra di riso e fagioli preparata pel desinare dei contadini - Altro prete,
tra il pedagogo e il servitore, era il sacerdote Amaretti, che dava
settimanalmente le classificazioni alle sue allieve, Elena, Angioletta e
Carlotta Pisani, in versi.
5187.
In mezzo alle coercizioni più odiose e alle continue offese alla libertà e alla
dignità umana, la polizia pontificia di Pio IX concedeva in Roma agli artisti
licenza sfrenata. Gli artisti potevano impunemente raccogliersi in piazza vestiti
nelle foggie più strambe e traversare le vie, schiamazzando ed urlando e
facendo persino le fucilate di gioja.
5188.
Uno fra i molti tratti antipatici del mediocrissimo Depretis è quello di
obbligare la moglie, ancora giovine e bella, a dormire nella sua stanza.
Vecchio, pieno d'acciacchi e di sudiciume, Depretis passa il giorno e la notte
tra i fazzoletti intabaccati, gli sputini, i cataplasmi, i pitali, e la sua
signora deve subirseli.
5189.
*, già segretario nel Ministero di grazia e giustizia, gran protettore delle
ballerine e delle cantanti, appassionato de' viaggi in pallone, e fornitore di
carne fresca a Vittorio Emanuele. Frequentando, sempre per ragione della sua
duplice professione, il palcoscenico dell'Apollo, venne un ordine del Sindaco
di non lasciare più entrare sul palcoscenico persone estranee. Che fa lo *? Si
arruola come pompiere (notisi che a Roma, pel modo raccogliticcio con cui il
corpo de' pompieri è formato, non è difficile di farvisi inscrivere) e si fa
destinare al Teatro Apollo. - L'uniforme de' vigili gli giovò poi anche per
salvarsi dai creditori quando era ancora in vigore la prigione pei debitori. E
ciò, perchè la legge non permetteva che un cittadino in uniforme fosse
arrestato. Cosicchè * si recava sempre all'Ufficio vestito da pompiere. -
Scomparve in seguito da Roma, e dopo non molto tempo lo si vide al Cairo
d'Egitto, guidando una magnifica pariglia di cavalli attaccati ad uno splendido
phaéton, di cui forse non era suo neppure il pignone d'una ruota.
5190.
Nonno Carlo e suo figlio Gaetano discutevano taluna volta di diversi argomenti
e si trovavano spesso in disaccordo. Bevendo tutti e due largamente mentre
discutevano, le loro dispute si facevano rumorose e letichine. E un dì il cozzo
delle opinioni fu tale, che nonno Carlo si alzò di botto, dicendo: sfidiamoci.
E prese due fioretti senza bottone e ne offerse risoluto uno al figlio - Se
questi non fosse stato allora colto da un accesso di riso, la lite sarebbe
finita in un parricidio -
5191.
Quando la Sinistra arrivò al potere nel 1876, fu un allarme fra tutti
gli impiegati appartenenti alla Destra. Giacomo Malvano era allora direttore
della sezione commerciale al Ministero degli Affari Esteri. Abitava al foro
Trajano nella casa dove teneva i suoi uffici “Il Diritto”. Si recò - come al
solito - piagnucolando e spaventato da Maraini, chiedendogli chi sarebbe stato
il ministro e raccomandandoglisi. Maraini gli annunciò come ministro dell'estero
Melegari; poi parlò di Malvano a Depretis. Anzi, dovendo Melegari arrivare la
mattina seguente, Maraini si recò a prenderlo alla stazione e gli tenne subito
parola di Malvano. Melegari promise di tirarselo presso e infatti fece così - e
Malvano diventò capo-divisione degli Affari politici - Quando poi Cairoli fu
assunto al Ministero dell'Estero, eccoti ancora Malvano da Maraini a
raccomandarsi, esprimendogli il desiderio di presentarsi in un collegio
elettorale e di ottenere il segretariato generale degli Esteri. Maraini ne
parlò tosto a Cairoli. Ma questi rispose di avere già precedenti impegni col
conte Maffei, il noto sciocco. Data la risposta a Malvano, costui si pose letteralmente
a piangere. Maraini ritentò la raccomandazione con Cairoli, e allora, allo
scopo di aquietare Malvano, si creò per lui la direzione degli affari politici.
- Non fu crisi politica dal 76 al 85 in cui Malvano non si recasse a
piagnucolare giudaicamente da Maraini.
5192.
Quando * - altra fama usurpata - è incaricato di missioni dal governo per
l'estero, usa farsele pagare da due o tre ministeri. Approfitta della missione
per rimontare di vesti e d'oggetti sè e tutta la sua famiglia. Ogni volta,
compera nuove sacche e bauli, sempre a conto dello Stato, poi giunto sul luogo
della missione, aquista parapioggia, orologi, abiti ecc. per tutti quelli di
casa, sempre a conto, come sopra. Gode di forti diarie e con tutto ciò lascia
la nota dell'albergo a carico dello Stato - Il *, inoltre, è vanitosissimo. Per
un articolo di giornale, leccherebbe le scarpe del giornalista laudatore. Ed è
per gli articoli da gazzetta, che nonostante la sua avarizia giudaica, cede a
ricatti d'ogni genere.
5193.
Cesare Correnti - Gli era morta l'unica figlia già grandicella. Stette undici
anni senza poterne mettere insieme un'altra, avendo inutilmente ricorso alle
aque più prolifiche di Europa. Finalmente - avvenne una rivoluzione
parlamentare (dicembre 1867) in cui, Correnti, contrariamente a quanto aveva
fatto sino allora, votò coll'opposizione. E il Ministero cadde, per un solo
voto di maggioranza contraria, il suo. Correnti ne restò sì sorpreso, confuso,
indispettito e venne ad una tale agitazione d'animo - come se non il Ministero
ma l'intero mondo fosse caduto - che… - 9 mesi dopo, sua moglie partorì
l'Adelaidina.
5194.
Correnti, incoerentissimo. Frequentava i convegni del “Diritto”. Stavasi per
comporre un nuovo ministero. Correnti scrisse un articolo contro tale
combinazione, così violento che Maraini dovette temperarlo sulle bozze. Di ciò
Correnti si offese e l'articolo non si pubblicò. Ma che avvenne? Il giorno
appresso Correnti accettava scetticamente di entrare - come ministro della
pubblica istruzione - nel Gabinetto da lui osteggiato - Pressapoco successe
così all'epoca del macinato. Correnti, strettosi con Maraini e Depretis lesse
loro un discorso contro la nuova imposta. Il discorso era denso di forti frasi
e per la forma felice dovea fare grande impressione nell'animo degli
ascoltatori. Del che Correnti si accorse leggendolo e se ne spaventò: disse
quindi: sarà meglio che io non parli - e offerse il ms. a Depretis. Depretis lo
prese tosto e lo intascò. Mancavano due giorni alla discussione parlamentare -
due giorni di continui pentimenti e ripentimenti da parte di Correnti. Venuta
la discussione, il deputato Depretis tenne, contro il macinato, un discorso in
cui erano tutte le idee di Correnti ed anche le frasi. Finito che ebbe,
Correnti domandò la parola, e disse, a sua volta, un discorso in confutazione
di quello di Depretis, ossia del suo, e votò a favore del Macinato e del
Ministero.
5195.
Epoca degli agostiniani - e del terzo partito (novembre 1876) - Una sera erano riuniti
nell'ufficio del “Diritto” Depretis, Medici, Bixio, tutti pezzi d'uomini grandi
e grossi. Si annunciò una rappresentanza del terzo partito per concertarsi.
Entrò. Era composta dei deputati Salvagnoli, Alippi e Pasquali, tre omettini.
Il contrasto suscitò l'ilarità. Salvagnoli cominciò a parlare di certa erba che
egli adoperava per guarire certi dolori in un braccio: Depretis parlò di non so
quali altri rimedi per le gambe: Bixio citò uno specifico per il culo e così si
parlò di malanni e cerotti sino a mezza notte, ora in cui la radunanza si
sciolse. Il giorno dopo, tutti i giornali si occupavano su tutti i toni della
famosa intervista e delle importanti vedute che vi si erano scambiate.
5196.
Ad un ispettore di p.s. di Milano mio conoscente, si presentò un dì una donna,
lagnandosi di suo marito parrucchiere che la trascurava, lei e i suoi quattro
figli, per una altra femmina più giovine. L'ispettore chiamò il parrucchiere e
gli fece un predicozzo, rammentandogli i suoi doveri maritali ecc. Il
parrucchiere si mostrò meravigliato delle lagnanze della moglie, dicendo che
questa sapeva benissimo che aveva sempre qualche altra donna per le mani e ne
aveva già passate quaranta o cinquanta. L'ispettore non arrivava a capire che
razza di difese facesse di sè il parrucchiere: “ma si spieghi” gli fece. “È
subito spiegato - rispose l'interpellato con calma - capirà benissimo, S.r
Ispettore, che colla forbice non c'è troppo da guadagnare. Ora, io ho moglie e
quattro figli e bisogna che li mantenga. Ho però anche la fortuna - non faccio
per vantarmi - di un cazzo a tutta prova. Ci sono tante vecchie che ne hanno
bisogno, poverette! ed io vado - mediante un congruo pagamento, a contentarle.
Posso assicurarle in coscienza - signor Ispettore (aggiunse il parrucchiere,
mettendosi la mano sul petto) che i miei quattro figli li ho tutti tirati-su
“colla punta dell'uccello” - Il parrucchiere infatti faceva il chiavatore di
vecchie. Ne aveva 4 o 5. Serviva una al lunedì, l'altra al martedì ecc. e
prendeva qua due, là tre lire. Da una cinquantenne levatrice si recava tutti i
venerdì. Entrava rispettosamente nella sua camera. “Come sta, Signora?”
chiedeva ecc. La vecchia era [a] letto. Egli le sollevava le coperte. Era già
pronta con le gambe allargate. Il parrucchiere la contentava in pochi minuti,
poi si pigliava le tre lire, già preparate sul comodino: la salutava
ossequiosamente e spariva - La gelosia improvvisa di sua moglie dipendeva solo
da ciò, che lei, sapendo come tra la di lui clientela di vecchie fosse entrata
una giovine, temeva che si sciupasse pel gusto di paidopoeìn con essa
l'istrumento de' suoi guadagni domestici.
5197.
Correnti non vuole amici, ma servitori. Non riescono con lui che le persone
sfacciate e avariate.
5198.
Thalak, interprete di lingue orientali presso il Ministero degli Esteri, di
nazionalità croata e già al servizio dell'Austria. Quando fu a Vienna,
imperando Ferdinando, fu multato dal governatore della città, come reo di
portare un nome che non poteva, secondo il d[etto] governatore, che essere
preso a prestito (!). Thalak gli osservò che, in croato come in sanscrito, il
suo nome era onomatopea del rumore della spola del tessitore e significava
appunto quanto in tedesco si chiama “Weber”. “Et alors - gli disse il conte -
pourquoi ne vous appellez pas Weber?”
5199.
Un vecchio milanese non era mai, ne' suoi settant'anni, uscito dal “dazio”
ch'egli considerava come le colonne d'Ercole, di là di cui c'era la terra
ignota. Arrendendosi finalmente alle preghiere insistenti di alcuni suoi amici
che gli dicevano che almeno una volta, prima di morire, doveva vedere la sua
città anche dal di fuori, il vecchio si recò con essi a fare un pranzetto all'Isola
Bella. Usciti dalla trattoria, scoppiò un temporale con tuoni, lampi,
grandini e un rovescio di pioggia. I suoi amici, più giovani e più svelti, si
posero a correre verso la porta della città e si ripararono sotto l'arco. Il
vecchio tutto spaventato, borbottando, bestemmiando, zoppicando, tenne lor
dietro e li raggiunse sotto il voltone. E le sue prime parole furono: “Ah per
me non mi lascio più prendere a viaggiare per l'Europa!” L'aneddoto si potrebbe
applicare alla farsa attuale (1885) di Massaua, di cui si parla come se si
trattasse del globo intero e da cui il governo italiano, che vi andò a
contraggenio, non vedrebbe l'ora di ritirarsi.
5200.
L'avv.to Francesco Crispi-Genova, esule a Torino, scriveva nel
“Progresso”. Direttore del giornale era Correnti con 100 lire al mese:
amministratore Depretis. Crispi prendeva 50 lire al mese per la cronaca e le
notizie varie: Seismit-Doda, 5 lire per articolo e Spaventa 10. I libri
d'amministrazione del “Progresso” sono oggi (1884) posseduti da Maraini. Fu
Crispi che fece decidere l'impresa di Sicilia, mostrando dispacci falsi da
Marsala che annunciavano la continuazione, anzi l'aumento della rivoluzione
siciliana, mentre, in verità, era già cessata. L'impresa riuscì poi per un
complesso di circostanze casuali. A Napoli si conoscevano per filo e per segno
i preparativi della spedizione: il nome de' due piroscafi ad essa destinati
(“Piemonte” e “Lombardo”) e il numero dei componenti la spedizione (Fonte della notizia - il capo di
gabinetto del Principe di Castelcicala che fu vicerè di Sicilia dal 1854 al
1860). Il fratello dell'Acton,
che fu ministro della marina del regno d'Italia, trovavasi nei mari di Sicilia
con tre corvette, pronto a calare a fondo le due navi garibaldine. A Trapani si
accasermavano 2000 Soldati borbonici e 2000 a Messina. Altri 3000 a Napoli -
(truppa bavarese) stavano preparati a recarsi nel punto necessario sia della
Sicilia, sia della Calabria, poichè un telegramma avvertiva che la spedizione
sarebbe sbarcata sulle coste càlabre. Ora, mentre attendevasi a Napoli la
notizia dell'affondamento delle due navi garibaldine, giunse quella che due
bastimenti da guerra inglesi si erano messi fra le caravelle di Acton e il
“Piemonte” e il “Lombardo”. Furono tosto spedite truppe da Napoli. Il generale
Lanza (?) che le comandava partì dicendo “coi rivoluzionari avrei combattuto…
ma, cogli inglesi, come si fa? avremo tutta l'Europa addosso”. Protetti dalle
navi inglesi, i garibaldini sbarcarono a Marsala. Accoglienza glaciale. Si
diressero alle parti montuose dell'isola. A Calatafimi incontrarono le truppe
di Lanza e di altri. Grandinavano le palle. Si comandò ai garibaldini di
gettarsi a faccia in terra. Unico Garibaldi stette in piedi. Ciò contribuì alla
vittoria. Un successo chiamò l'altro. Il panico cominciò a propagarsi fra le
truppe borboniche. A Palermo, il panico fece, in una quindicina di giorni,
sparare inutilmente centomila fucilate. Le cause del panico, erano talvolta
ridicole. Un giorno, per es., un soldato d'ordinanza puliva un fucile carico,
il quale sparò. Al colpo rispose, dalla vicina caserma, un fuoco di fila: e ne
seguì uno dal corpo di guardia del Palazzo Reale, e così si seguitò tutto il
giorno. - Il Borbone voleva mandare altre truppe in Sicilia. Nunziante lo
dissuase additandogli il pericolo di uno sbarco nel napoletano. - Il ministero
del borbone d'allora era mite, compreso Maniscalco, amatissimo dal popolo. Esso
non fece fucilare che il Bentivegna (?) soldato ribelle preso colle armi alla
mano e si noti che ciò avvenne soltanto per ordine di un ministro, il
Filangeri, duca di Satriano, inclinando il resto del ministero alla grazia. Gli
italiani invece, cogli abusi della legge Pica, fucilarono ben 7000 contadini
napoletani, parte, è vero, briganti, ma parte innocentissimi. Non si fucilò mai
tanto dai governi tiranni dei 7 stati d'Italia negli ultimi cinquant'anni,
quanto dal governo italiano nella campagna contro il brigantaggio.
5201.
Fino al 1860, Crispi non fu che una figura secondaria. - A Torino, Nicotera,
Corte e Crispi erano riuniti a tavola in casa di Crispi colla 2a
moglie di questi, la Montmasson, per mangiare dei maccheroni che lo stesso
Nicotera aveva cucinati. La zuppiera era appena in tavola e già Nicotera stava
colle due forchette per servire i maccheroni, quando si apre a un tratto la
porta ed appare infuriata una donna. Era una siciliana, antecedente amante di
Crispi e dicono moglie. Essa prese a due mani la zuppiera e la scaraventò in
faccia a Crispi, che restò lì - tutto confuso - coi maccheroni appiccicati alla
barba (Fonte Maraini).
5202.
Essendo ministro in Francia Casimiro Périer (1838) si trattò di istituire un
consolato francese a Milano. La proposta trovò opposizione da parte del governo
austriaco, il quale temendo che quel consolato non servisse a fomentare le idee
liberali in Lombardia, scriveva: “non capire come si pensasse ad istituire un
simile consolato in Milano, città che non era mai stata, nè era, nè sarebbe mai
commerciale. Metterne uno a Trieste, poteva andare, ma a Milano!” ecc.
5203.
Si potrebbe fare uno studio di raffronto tra il principe di Metternich e
Agostino Depretis. Sono entrambi politici dai piccoli mezzi che essi reputano
valere quanto i grandi. In essi la furbizia fa sufficentemente bene le parti
del genio.
5204.
Artisti. - Loro ignoranza crassa. - Giuseppe Grandi chiama per es. la
Venere di Milo - la Venere dei Mille. - Lo scultore Magni a malapena sapeva
scrivere il suo nome e si firmava Magnani etc.
5205.
Luigi Bodio - statistico. Suo padre era chincagliere e teneva negozio sotto il
Portico dei Figini, sull'attuale piazza del Duomo di Milano. Era uomo tagliato
all'antica, rigidissimo, di una onestà eccezionale. Di que' mercanti che
credono, vendendo, di fare un favore agli avventori, egli trattava sempre
d'alto in basso i suoi clienti. Nello stesso tempo si affannava a mostrar loro
i difetti dell'oggetto che essi avevano scelto. Atterrato il “coperto” de'
Figini, si trovò uomo perduto e non riaprì più bottega. Pur, tutti i giorni si
recava in Piazza del Duomo a guardare il luogo dove già sorgeva il suo negozio
e lì volle esser trasportato poco tempo prima di morire per darvi un'ultima
occhiata - Il padre Bodio era poi uomo che faceva conti mentali (proporzioni,
equazioni di I° grado, ecc.) con una straordinaria facilità. Avea una mezza
dozzina di aforismi che gli servivano per tutti i bisogni della vita morale;
fuori, oltre ad essi non andava. E tenea una superstiziosa venerazione per la
teologia, che, naturalmente, non sapeva manco che fosse. Quando suo figlio
Luigi tentava di persuaderlo di qualche cosa nuova, egli rispondeva: Provati a
domandar questo a un teologo - Ogni abitudine gli s'inveterava sifattamente che
messosi un vestito non trovava mai il momento opportuno per smetterlo, cosichè
spesso finiva a trovarsi, d'estate, col paletot col pelo, d'inverno in
tela e col cappellino di paglia. - Luigi Bodio e il fratello abbandonarono
presto la casa paterna. Bodio, che avea la vocazione per le matematiche, voleva
far l'ingegnere. Essendosi a ciò opposto il padre, cominciò la carriera delle
lettere, poi si addottorò in leggi e procedette per la carriera
dell'insegnamento. E scelse l'insegnamento della statistica, cosichè, per la
via di questa tornò alle matematiche, sua vocazione - Quanto al nonno di Bodio,
egli voleva che studiassero i soli suoi figli che dovevano andare a prete; per
gli altri doveva bastare un po' d'abachino e un po' di gramatichetta. - Bodio
ha due manie, quella di far regali, e di aver belle serve.
5207.
Mariano, filosofo di professione, vanitosissimo - la cui scienza è piombo per
il peso e flati per la consistenza, ha uno staffile con cui somministra egli
stesso le correzioni alla figlioletta, una cara bambina - E la batte
crudelissimamente, facendole denudare le chiappine. La bimba ha terrore del
filosofo padre.
5208.
* - altro professore di filosofia morale all'Università di ** (1884)
chiacchierone senza fondo e senza sostanza. Chiede 600 lire a prestito da un
collega (De Ruggiero) domandandogli di lasciargliele prendere sulla somma di
stipendio che il collega ha ancora nella cassa dell'università. Il collega gli
risponde per lettera che è spiacente di non potere esaudire il suo desiderio
poichè ha il fitto che scade, ecc. * colla lettera di De Ruggiero va di filato
dal cassiere e gli dice “il collega Ruggiero mi ha autorizzato come vede (e gli
squaderna la lettera sotto il naso senza dargli tempo di leggerla) a prendere
le 600 lire che ha nella cassa” - Il cassiere, contentandosi di vedere la firma
del Ruggiero e trovandosi dinanzi ad una affermazione di un professore di
università - gli paga la somma. - Lo stesso *, quando Baccelli ordinò lo
scioglimento del Museo didattico esistente nell'Università e il suo riparto fra
altri istituti, si prese per sè dal museo parecchi oggetti - e tra questi, un
pendolo e un tappeto - *, seccantissimo ne' suoi discorsi, li comincia spesso
con questa frase “non farò parole inutili”. Allora taccia - gli disse una volta
Occioni.
5209.
*, giornalista, professore, deputato - di facile parola ma di poca dottrina e
di minore ingegno - uomo senza carattere, avido, sfacciatissimo. Cambia parere
a seconda di chi lo paga e piglia da tutti. Oggi scrive a Mancini lettere
servili per essere scelto come rappresentante tecnico dell'Italia alla
conferenza del Congo e perchè Mancini non lo può scegliere, 15 giorni dopo
attacca alla Camera il ministro e gli dà dell'asino, parlando di lui. Quando
Telfener il milionario comparve a Roma, * lo circondò e gli fece fondare con
40.000 lire la Sezione commerciale (presso la società Geografica), la quale
avrebbe dovuto inaugurarsi con una mostra di campioni. Questa mostra era fatta
per render necessario, prima un magazzino, poi un apposito edificio, il cui
secondo piano doveva naturalmente esser riservato all'abitazione del direttore
del Museo cioè di *. Come primi
campioni, fece venire casse di carbon fossile (mentre ne sarebbero bastati de'
pezzetti) tronchi d'albero ecc., e tutto a grande velocità con una spesa
enorme. Da Parigi fece arrivare 10 fazzoletti di nessun valore, racchiusi in un
armadio a vetri con raggere d'ottone ecc. - Quando si trattò della Riforma del
codice commerciale, * si fece incaricare di raccogliere termini di paragone tra
i vari codici stranieri. *, sfacciatamente, presentò un lavoro tutto cifre ed
indicazioni… errate. Mancò poco che il Ministro Zanardelli non basasse sullo
stesso la sua relazione. Il caso fece scoprire un errore. Rimesso ad esame il
lavoro di *, si dovette interamente rifarlo. - * era direttore del “Giornale
**” . Persuase *** ad aquistarlo, dopo di aver riscosso per sè tutti gli
abbonamenti dell'anno che stava per cominciare.
5210.
Il ritratto di Ernesto Cairoli, disegnato a matita da Faruffini - di cui io
posseggo (1885) l'originale - fu litografato dalla Lit. Armanino di Genova.
Reca la data del 26 luglio 1859 e la dedica: Alla Nobil Donna Adelaide Bono
Cairoli - madre affettuosa di quattro propugnatori dell'Italica Libertà -
questa imagine del figlio Ernesto eroicamente caduto - alla battaglia di
Varese, 26 maggio 1859 - Ing. Giovanni Ferrari d. d. d. - La litografia non
porta la firma di Faruffini.
5211.
Molte scoperte che l'archeologo francese signor Mariette diede per sue e che
appajono pur troppo come tali anche nei libri stampati dall'italiano Luigi
Vassalli sotto il geloso controllo di Mariette, furono invece di Vassalli. Tra
queste scoperte, c'è da annoverare quella della tavola funeraria di Zacarah che
fu un avvenimento nel mondo degli egittiologi facendo conoscere cartelli reali
sconosciuti della 4a dinastia. Il trovamento così avvenne. Si
lavorava a Zacarah per sgombrare non so qual tempio. A sera, le squadre dei lavoranti
e insieme a loro i due direttori, Mariette e Vassalli (quest'ultimo subalterno
del primo), lasciavano il luogo del lavoro e si recavano agli alloggi. La
strada era scoscesa, piena di pozzi e di buche. Una sera, Vassalli, precedendo
di qualche centinaja di passi Mariette inciampò in una pietra. Si chinò e vide
il frammento di un cartello reale che lesse. Trattavasi del nome di un re della
IV dinastia. Chiamò con un grido Mariette annunciandogli la importante
scoperta. Si riunirono tosto, quanti si potè, degli operai che tornavano a casa
e scavando presso al frammento scoperto, se ne trovarono altri. Ripreso poi lo
scavo la mattina seguente, la celebre tavola di Zacarah era, prima di sera,
tutta in luce. - Eppure Mariette nelle sue opere non cita nemmeno Vassalli,
quantunque non faccia in gran parte che riprodurre relazioni e memorie di
questi. Non solo - ma le 120 tavole che corredano l'opera francese furono,
salvo le poche fatte dal Deveria, disegnate tutte dal Vassalli, mentre il nome
del pittore - ed archeologo nostro non figura che nelle ultime otto. E figura
in queste, perchè un giorno, a pranzo, avendo Mariette chiesto a Deveria se
fosse contento di come erano riusciti litograficamente i suoi disegni, Deveria
rispose mancarvi il suo nome. Che però, avendo fatti que' disegni sotto la sua
responsabilità, voleva che il nome vi apparisse, anzi minacciando di un
processo Mariette se non ce lo metteva - Mariette si trovò dunque obbligato a
far rifare le tavole di Deveria, e, nello stesso tempo, per ogni buon conto,
pose anche il nome di Vassalli nelle ultime tavole che restavano ancora a
stamparsi. - Mariette in Egitto non faceva che l'interesse della Francia.
Vassalli tentò dal suo canto, quanto potè, per contrabilanciarlo facendo
l'interesse dell'Italia. Difatti, i migliori crani di mummia raccolti da
Vassalli si trovano al Museo Civico di Milano. Vassalli era stato pregato da
Cornalia di raccogliergliene. Egli ne aveva chiesto il permesso a Mariette,
che, non comprendendo l'importanza di simili collezioni, glielo aveva
facilmente dato. Senonchè la cosa fu avvertita da uno scienziato francese che
la segnalò a Quatrefages. Piovvero lettere dal Governo francese e dallo stesso
Napoleone III al Kedive con invito di serbare tutti i crani che si trovassero, pel
Museo antropologico di Parigi. Vassalli dovette restituire tutti quelli che
avea già raccolti e classificati (e li restituì dopo di averli spogliati da
ogni indicazione scritta) ma ne sottrasse i migliori che mandò a Milano e così
continuò a raccoglierne per conto suo, pagandoli ½ tallero ciascuno - Quando
poi, nel 1870, Parigi si trovava assediata dai prussiani e i francesi avevano
momentaneamente perduta ogni influenza in Egitto, Vassalli scrisse al suo amico
Maraini di Roma, dicendogli che se il governo italiano esprimesse al Kedive il
desiderio di completare i suoi musei di antichità egizie, egli impegnavasi di
mandare in Italia una nave carica della miglior roba esistente nei magazzini
archeologici di Boulag. E ciò non sarebbe costato un soldo all'Italia. Maraini
si affrettò di presentare e caldeggiare la proposta di Vassalli a Correnti e a
Visconti Venosta che l'approvarono ma… non fecero nulla. Scioltosi poi
l'assedio di Parigi, Mariette tornò in Egitto, e non vi fu più possibilità per
la spedizione ideata da Vassalli. Notisi che il console Drouet, anteriormente,
dopo di aver offerto una sua raccolta di antichità egizie alla Francia che la
rifiutò, la offrì al Piemonte, il quale la comperò subito per 300.000 lire,
formando con essa quel Museo torinese che oggi vale molti e molti milioni. -
5213.
Vassalli, sovrintendente agli scavi in Egitto, cavò da una piramide a Menfi,
due statue di calcare colorato di due principi della III dinastia. Si trovavano
nel cuore della piramide e ad esse si giungeva per un lungo corritojo.
Atterrate le pietre che chiudevano la porta del corritojo, apparvero in fondo
le due statue sedute che parevano vive, poichè i loro occhi di cristallo di
rocca, raccogliendo la luce che veniva dall'esterno, sembrava guardassero. Gli
operai arabi si diedero a fuggire, gridando che c'era il diavolo. Vassalli
entrò solo. Estratte quelle statue furono fatte fotografare. Qualche anno dopo,
il prof. Panceri, egittiologo, trovavasi al teatro del Fondo a Napoli. Vi
cantava la Selene Bignami Rebora. A Panceri sembrò di averla già vista altra
volta ma non sapeva racapezzarsi dove. Tornato a casa, ito a letto, rifrugando
nella mente, si ricordò della fotografia della statua della principessa Nefrid,
che gli aveva data Vassalli. Si fece allora presentare alla Bignami e la
persuase a lasciarsi fotografare con una acconciatura simile a quella della
statua. La rassomiglianza tra le due faccie apparve nella sua pienezza. La
statua di Nefrid di 6000 anni prima sembrava il ritratto della Selene Bignami.
5214.
(R.F.) Can, paisan, Pisan, sara mai i port coi man - proverbio
dell'Oltrepò. - Dall'album delle pubbl. matrimoniali di Milano (11 ott. 1885)
“Oleario de Bellagente Ercole con Volpi Marcellina, agiata” - Una Oleario de
Bellagente nobildonna di famiglia decurionale pavese sposò il nonno di mio
nonno -
5215.
(1885) Secondo lo Statuto del Regno d'Italia, ci dovrebbe essere un re. Oggi ne
abbiamo due, come nello Siam. Il secondo è Depretis. Come l'altro, difatti,
egli è al sicuro d'ogni voto parlamentare, sia questo pure contrario: non cade
al cadere dei Ministeri, anzi ci pensa lui a farli cadere, si volge a destra o
a sinistra secondo il vento della maggioranza parlamentare, nomina i ministri,
è inviolabile rispetto alle pubbliche stampe, e già si dà aria di tirannello e
di reazionario. E questo secondo re è più potente del primo.
5216.
Nel 1849, salvo errore, fu ministro dell'interno in Piemonte un s.r
Pernati, che impose il riposo festivo ai negozianti. S'iniziò allora in Torino
il costume e qualche tempo durò, ossia finchè durò il decreto Pernati, di
aprire alla festa la porticina posteriore delle botteghe, acciocchè gli
avventori vi potessero entrare a fare egualmente le loro spese. I giornali
umoristici fecero grandi risa intorno al Pernati che apriva il didietro ai
torinesi, e le porticine postiche dei negozi si chiamarono per qualche tempo le
“pernatiche”.
5217.
(1884-85). Intorno a Depretis si formò il cosidetto quadrilatero napoletano,
composto da Nicotera - De Zerbi - Bernardino (Grimaldi) e San Donato. Tra essi
si muove come sensale il Fàzzari. Se potessero arrivare al potere,
spadroneggerebbero il napoletano e lo spoglierebbero come lupi affamati.
5218.
L'agosto 1885 lo passai a Roncegno nel Trentino. Vi ho fatto qualche bagno
d'aqua arsenicale che non mi giovò. - Il Trentino è schiettamente italiano
nella lingua, nel costume, nelle aspirazioni, nei prodotti stessi del suolo. Vi
si odia l'austriaco come prima del 1859 in Lombardia. Nelle solennità di casa
d'Austria (onomastico od anniversario dell'imperatore ecc.) la popolazione,
benchè di sentimenti religiosi, diserta la chiesa e lascia che i preti vi
sacramentino da soli il tedeum. La popolazione è simpatica e intelligentissima.
Incontrai però non pochi campioni di rachitismo e di storture. Le donne vi sono
brutte, condizione indispensabile per potere, con successo, fare una cura
ricostituente la quale prescrive anzitutto l'allontanamento degli eccitamenti
sessuali. Tornando all'odio contro l'Austria, in Trentino quando si pronuncia
il nome di Francesco Giuseppe, lo si accompagna solitamente colla frase “per la
disgrazia di Dio e distruzione de' suoi popoli imperatore”. Vi ha rivalità fra
trentini e tirolesi. I primi non vogliono saperne dell'espressione “Tirolo
orientale” con cui si battezzò il loro territorio: e negli avvisi, ecc. mettono
sempre “stabilimento… tale - nel Trentino”, non mai “nel Tirolo”. I cacciatori
così detti tirolesi che formano il nucleo della guarnigione in Trentino, sono
per la metà del paese, e sarebbero pronti, alle prime fucilate cogli italiani,
a far fuoco addosso all'altra metà, i tirolesi. A Borgo, il teatro è
solitamente vuoto. Le compagnie comiche quando vogliono riempirlo hanno però un
mezzo infallibile: dare cioè una produzione in cui o si tratti di cose italiane
o il cui autore sia un patriota. Così fu data a pieno teatro rimbombante di
applausi l'Agnese perchè di Cavallotti, la Disfida di Barletta,
perchè ricordava una battosta agli stranieri e sopratutto il Disastro
di Casamicciola, perchè, nell'ultima scena, come in una apoteosi, appariva
la figura di Re Umberto che distribuiva soccorsi. La polizia più non permise
poi questa produzione che nelle ultimissime sere della residenza di una
compagnia drammatica. - Nel Trentino il suolo dà grano bastante per 5 mesi e
vino per tre o quattro anni. La viticoltura va quindi sostituendosi alla
coltura de' cereali. Altrevolte vi fioriva la filatura delle sete: oggi le
filande sono quasi tutte chiuse. C'è una vena di carbon fossile a Castelnuovo -
Caratteristiche esterne, i campanili a foggia di turbante turco e coperti di
zinco, lucicanti come soli a grandi distanze; stufe grandissime di mattoni verniciati.
Lenzuoli e coperte impossibili per la scarsezza. Arrosto colle prugne allo
zucchero per contorno ecc. - Le contadine di Roncegno, quando hanno chiesto
qualche soldo al forastiero che passa (e generalmente lo chiedono tutte) e
vedono che il passante cava il borsello, non baciano la mano al benefattore ma
a sè stesse - A Borgo (Arena Unione) il 20 agosto 1885 si rappresentava oltre
l'Agnese di Cavallotti un “grazioso balletto figurato con 20 signorine
di Borgo che gentilmente si prestano”. - A Borgo “Vendita di carne fina e di
salami”. - A Pergine è un manicomio che raccoglie tutti i pazzi del Trentino e
del Tirolo e ne guarisce molti. - Al Confine italo-austriaco, tra Peri ed Ala
(31 agosto 1885) gli austriaci hanno piantato il loro bravo palo dipinto di
giallo e di nero: noi non abbiamo osato pingere il nostro che in rosso - rosso
di vergogna.
5219.
Cinque o sei anni or fa (1885) fu trovato presso Tevere un anello d'oro
massiccio a foggia di una dàga piegata e di uno scudo, coll'iscrizione M. V. Agrippae e sotto Maecenas -.
Il V.
Il V.
Il V
Il V. (Vipsanius) posto
dopo M. - darebbe forse qualche sospetto sull'autenticità dell'anello,
essendo noto che M. Agrippa non amava di ricordare la famiglia oscura dalla
quale era uscito (Vedi Seneca, controversie). L'anello, trafugato, passò,
pare, nelle mani del celebre ricettatore di roba archeologica * ma, per quanto
il M[iniste]ro della P.I. facesse, non potè più rinvenirlo. Passò, dicesi,
all'estero, benchè un orefice affinatore, presso il quale era corsa la voce trovarsi
l'anello, abbia risposto alla giustizia inquirente, di averlo liquefatto… (squagliato). Esiste ancora però la forma in
gesso dell'anello presso un tale Bajocchi. Io ne ebbi in mano un esemplare di
cera. Fiorelli - al quale feci
mostrare l'impronta cerea dell'anello, lo giudicò bellissimo e singolarissimo e
sincero. Maraini che ne aveva
pure un esemplare intendeva di farlo fondere in bronzo dalla fonderia Nelli.
5220.
Epitafi dettati dal Dossi nel nov. 1885. - Pel maestro Edoardo Perelli: Edoardo
di Giovanni Perelli - milanese - dalle musicali terrene armonie - di cui fu
interprete, compositore, maestro - egualmente insigne - passò alle armonie del
cielo - il XXVII giorno del luglio - MDCCCLXXXV - (linea) La moglie Maddalena Tencajoli
- e il fratello Luigi - quì ne composero lagrimando la cara spoglia - Per la
mamma del mio Conconi: Amalia Conconi Gamba - moglie e madre elettissima - quì
nella pace riposa - che a' suoi tolse morendo - (linea) N. il [lacuna] -
M. il [lacuna] MDCCCLXXXV.
5221.
1885 maggio-giugno. Amici comuni tentano, in previsione di una uscita di
Mancini dal Ministero, una combinazione Depretis, Crispi, Zanardelli. Crispi è
però sospettoso e a ragione. Difatti, qualche anno prima, Correnti erasi recato
da lui per proporgli, a nome di Depretis, di entrare nel Ministero e gli aveva
fatto promesse. Ma nulla avvenne. Crispi credette di essere stato scientemente
ingannato e andò su tutte le furie. Era stato Correnti, che, forse a fin di
bene, aveva fabbricato un romanzo a spese di Crispi.
5222.
Nella storia millenale dell'Umanità, il lavoro di un genio, per quanto grande,
non è che una lettera di una parola, di una linea di una pagina di un volume di
un'opera che il genio non ha letto benchè talora confusamente preveduta. La
moltitudine poi costituisce la parte bianca del foglio su cui la lettera e le
parole e le linee sono impresse. La moltitudine non esprime nulla ma serve a
rendere visibile l'espressione del genio.
5223.
Ogni autore ha presso il suo scrittojo o sulle ginocchia, come dice la frase
convenzionale, la Musa (che qualche volta è la serva). Io invece mi
contento del “musino”. Parlo cioè del piccolo muso del mio Gniff, canino
terrigno, che mi sta in grembo mentre scrivo, e mi scalda il basso ventre e con
questo il sangue e le idee.
5224.
La mia vita ebbe un circolo più ristretto della comune, ma il circolo si svolse
e si chiuse completamente. Invece di 9, stetti 7 mesi nel seno di mia madre.
Cominciai a pensare a cinque anni, e a scrivere a 7. A 16 anni stampavo. [rasura
nel ms.] Ai 37 ero già entrato in vecchiaja con disturbi visivi,
essiccamento di pelle, ateroma ecc. [rasura nel ms.]
5225.
(R.F.) Nel “Saggio d'Iscrizioni italiane. Mantova. Dalla tipografia
dell'Aquila all'Apollo di Fr. Branchisi - 1833” - si legge un epitafio in
brutti versi relativi ad una delle parecchie sorelle di mia nonna Luigia -
“Questo sasso d'amor verace pegno - D'Antonietta Milesia il fral racchiude -
L'alma, volata a più sublime regno - Miglior vi compie eterna gioventude. -
Ricca di prole, di beltà, d'ingegno - vivendo in cuor de' suoi, morte delude. -
O tu che leggi, oh, se sapessi quanto - a una suora gentil costò di pianto!” -
e sotto: Diletta sposa a Francesco Gabrini - gli fu tolta al 17 d'agosto 1815 -
(Cav. Angelo Petracchi).
5226.
Correnti parlandomi (7. VIII. 85) d'incisori di cui ha molte “prove d'artisti”
e “avanti lettere” ricordò Juvara siciliano, che, nominato direttore
dell'officina calcografica di Roma sollevò invidie e clamori tra gli artisti
romani insofferenti di vedersi posposti ad un siciliano. Juvara tanto si accorò
della mossagli guerra, che, mentre il suo luogo natìo lo invitava a feste e
trionfi, rinchiusosi in una stanza e buttati al suolo tutti i suoi disegni, si
segò le vene e sedette aspettando la morte. E di cinque in cinque minuti notava
su un foglio le sensazioni che provava. Pochi istanti prima di morire si pentì del
fiero proposito e scrisse domandando perdono agli amici della irreparabile
risoluzione. Poi morì.
5227.
Pucinotti, se non erro, altro egregio incisore, giovanissimo, mandato dal
governo a Parigi per perfezionarsi nella sua arte, si trovò in quella città nel
1870. Entrati i versagliesi, degli amici gli attaccarono all'abito una croce
rossa suggerendogli di recarsi a curare i feriti. Ma i versagliesi se ne
impadronirono egualmente e riconosciutolo per italiano - nè per altra causa - lo
fucilarono. Era allora ministro della P. I. Correnti. Chiestosi per via
diplomatica di Pucinotti, Thiers che sapeva com'era andato a finire, tirò in
lungo finchè potè a rispondere, sotto la scusa che Pucinotti era stato in
isbaglio deportato in un lontano possedimento. Altro che lontano!
5228.
Un popolo che già fu guida di altri, una volta che si è lasciato fuggire di
mano le redini, non le riaquista più. La supremazia italiana è finita.
L'apparenza di vitalità attuale non è, in lei, che un'estate di San Martino.
5229.
R.U. Uno “studio sull'uomo attraverso le bestie” sarebbe
interessantissimo. Nelle bestie noi troviamo difatti, allo stato semplice,
ossia non adulterato dagli usi, dalle abitudini, dal progresso, tutte le virtù
ed i vizi che compongono l'uomo.
5230.
C'era poco a desinare - e si mangiava e si beveva fame e sete. Dissi al mio
commensale (il nipotino Alberto): Imaginiamoci di essere invitati a pranzo da
un ricco signore.
5231.
Annibale Cressoni, comasco spirito bizzarro, visse in mezzo agli usurai e morì
indebitatissimo. Trasportato miseramente al cimitero, non vi si trovò preparata
alcuna fossa a riceverlo. Indignazione negli astanti. Una signora del corteggio
prende generosamente le parti del morto e “se non ha la fossa - dice - io gli
cedo un posto nella mia tomba di famiglia”. La signora è presa in parola: ella
non può più ritirarsi e Cressoni è collocato nella tomba della famiglia *. Ora,
il *, marito della signora che aveva fatto l'offerta, era uno de' principali
strozzini del Cressoni, il quale, così, anche morto passò in pegno a' suoi
creditori.
5232.
La storia del risorgimento italiano sino al 1849, nelle sue particolarità e ne'
suoi aspetti umoristici non fu ancora fatta. Potrebbe trovar posto ne' R. d.
F. L'idea della unificazione d'Italia e della sua costituzione a regno fu
principalmente sparsa dai militari napoleonici, che, sciolto il grande
esercito, tornarono ai loro focolari. I mazziniani non erano che una setta, di
poco seguito, solo accessibile ad un nucleo di pensatori. Il mazzinismo giovò
certo anch'esso, ma nel risveglio del 1848 fu come la pulce che essendo indosso
al leone si attribuisce la forza del leone. Più che il Mazzinismo giovò la
letteratura romantica: la Disfida di Barletta del d'Azeglio, i romanzi
di Guerrazzi, la Storia convenzionale della Germania in cui si vedeva
Barbarossa seminar di sale Milano; giovarono i quadri rappresentanti gli
ostaggi di Brescia ed il resto; giovò sovratutto la musica di Verdi con versi
scellerati, ma patriotici (Finchè d'Ezio rimane la spada ecc. - Ma noi, noi
donne italiche, cinte di ferro il seno ecc.). - La parte grottesca del 1848 è
rappresentata dai tentativi di ritorno, nelle forme esterne, alla città
municipale. Non pochi passeggiavano tronfi col cappello a piume, il vestito di
velluto nero e lo stiletto al fianco. Si risurrezionò la Compagnia della morte.
Uno della compagnia, certo Luigi Perelli Paradisi, rifugiatosi a Lugano e colà
richiesto che significasse il “cranio” di latta sul suo berretto, rispose con
accento meneghino e col suo comico balbettamento: “è pe…erchè dobbiamo o vi…
vere o mo… orire”. - E intanto stava a Lugano. Un altro della stessa compagnia,
descriveva così la campagna degli austroitalici: “Se semm solevaa - i todesch
han daa indree - e nun avanti (e quì batteva colla mano sinistra
sull'avambraccio destro) e i todesch indree - e nun avanti. Ma i todesch
(aggiungeva con sorpresa) s'hin fermaa. E nun indree. E i todesch avanti… e nun
indree… finchè semm rivaa a… Lugan”.
5233.
Il cane lupetto di un albergo di S. Rocco in Val d'Intelvi amava un mio amico
(Benedetto Giussani), d'alloggio a quell'albergo. I padroni del cane, gente
ignorante e cattiva, non volevano che stesse con quel mio e suo amico. Questi,
di notte, calava una cesta dalla finestra; il cane vi si accucciava e passava
la notte col suo amico, poi di prima mattina scendeva coll'istesso mezzo ed
andava pe' fatti suoi. Partitosi l'amico dall'albergo, ogniqualvolta vi passava
dinanzi e il cane lo vedeva, non si moveva il cane, ma non appena l'amico si
era dilungato dall'albergo in una strada fuori dalla vista dell'albergo correva
per una scorciatoja a lui e gli faceva un mondo di carezze. Tentò il mio amico
di comperare il cane, offrendo somme, per lui che era poverissimo, forti, ma
gli albergatori, malvagi sin nel midollo, non ne vollero sapere, anzi gli
risposero uccidendo vigliaccamente il povero cane.
5234.
“Opera - di - Bartolomeo Scappi - mastro dell'arte del cucinare - con la quale
si può ammaestrare qualsivoglia cuoco, scalco, trinciante o mastro di casa
(fig.) - In Venetia - Per Alessandro De Vecchi MDCXXII”. Precede un breve di
Pio V. (tertio kal. Aprilis Anno V) in cui è dato privilegio per 10 anni a
Francesco e Michele Tramezino librai di Venezia di stampare il libro, non prima
impresso, dello Scappi “ex intimis coquis vaticanis” ed è minacciato di
scomunica e di multa di 200 ducati d'oro chiunque altri lo stampasse. - Una
parte non piccola è dedicata ai piatti di magro e in essa si scorge come
graziosamente i signori papi e cardinali fan penitenza. - Interessantissima la
lista de' piatti secondo i giorni. Che razza di pacchi facevano i preti vaticani!
- Il pranzo si divideva in servizio di credenza e di cucina con due, tre, sei
ecc. scalchi e trincianti. Cominciava un servizio di credenza (biscotti,
mostacciuoli, offelle ecc.) poi seguiva un primo servizio di cucina (animelle,
testa di capretto, polpette ecc.) poi un altro di credenza (torte, caci, neve
di latte ecc.) finchè si stava per iscoppiare. E allora “levata la tovaglia et
data l'acqua alle mani si muteranno le salviette bianche” - e si metteva sempre
in tavola - finocchio dolce fresco - stecchi in piatti con aqua di rose,
mazzetti di fiori, canditi e confetioni a beneplacito - In occasione di pranzi
di lusso i finocchi avevano mondo il gambo, gli stecchi erano profumati, i
mazzetti di fiori lavorato il piede di seta e d'oro - Nei pranzi solenni poi,
si levava parecchie volte la tovaglia e si dava aqua alle mani e si mutavano le
salviette candide “lavorate a diverse foggie” (“Levossi le salviette et se ne
rimesse delle altre candide con diversi uccelletti vivi dentro con cocchiari
d'oro & d'argento”). Ecco ora la descrizione di una colazione, tra prelati,
fatta in Transtevere l'ultimo maggio 1536 il giorno di Venere, in un giardino.
“Era posta la tavola con tre tovaglie, adornata con diversi fiori & fronde,
la Bottiglieria con diversi vini dolci & garbi, la credenza ben fornita di
varie sorti di tazze d'oro, d'argento, di majolica e di vetro, e prima che
fosse data l'aqua odorifera alle mani, fu posto sotto ciascuna salvietta una
ciambella grossa, fatta con latte, ova e zuccaro & butiro e fu servita a
otto piatti con otto Scalchi & 4 Trincianti, e ogni volta si levò la
tovaglia, si mutò salviette candide & per li canditi si messe forcine d'oro
e d'argento con coltelli. Per le confettioni si messe cocchiari & a ogni
servitio si messe sulla tavola sei statue di rilievo in piedi; le prime erano
di zuccaro, le seconde di butiro e le terze di pasta reale & tale
collezione fu fatta dopo il vespero con varie sorta di strumenti e musiche.” -
Ora, le statue erano, nel primo servizio, “Diana con la luna in fronte, con
l'arco et canni al laccio, con cinque Ninfe - Prima Ninfa, con un dardo in
mano; seconda con l'arco & la faretra; terza con la viola; quarta con
cornetta; quinta con un cembalo” - Nel 2° servizio - “Sei statue di butiro: un
elefante con un castello sulla schiena - Hercole che sbrana la bocca al leone;
un gran villano di Campidoglio, un cammello con un re moro sopra, un alicorno
che ha il corno in bocca al serpente, il cignale di Meleagro con la frezza in
petto” - Nel 3° ed ultimo servizio: “Paride con un pomo d'oro in mano, Pallade
ignuda, Giunone ignuda, Venere ignuda; Elena trojana adornata di veste &
capelli d'oro, Europa sul toro con le mani alle corna” - E tutto questo per una
colazione di preti.
5235.
Gorini nutriva i topi che abbondavano nel suo laboratorio, ma confidenzialmente
diceva agli amici: non è tutta benevolenza per le bestie la mia; con pochi
soldi di pane al giorno io salvo i miei cadaveri, che sarebbero, altrimenti,
consumati dai topi.
5236.
Quando Francesco Giuseppe venne in Lombardia corse un'ottava in milanese
attribuita a Raiberti. È questa: Corii gent de Milan, gent de defoeura - Corii
frances, todesch, russi, biftecch - L'è chì l'imperator de la niscioeura -
accompagnaa de Bruck, Bach, Burger e Kubeck - El vedaremm in mezz ai so todesch
- Cont i baffi insevaa per tanta festa - El vedaremm Peppin cavalleresch - a
passà sott i arch de carta pesta - Coll'istessa bontaa del papà grand - e col
mus de porscell de Ferdinand. - Alcuni burloni fecero poi recitare a F. G. da
un credulo maestro di scuola una lunga filastrocca delle più stolte, colle rime
le più grottesche - L'imperatore avito - domato il reo partito - è giunto in
questo sito - mostro e segnato a dito ecc. E poi: e le populee strade - mentre
il colera invade - e vostra maestade… ecc. - E dicesi che il redattore della
pappolata sia stato il Giovanni Visconti Venosta autore della “Partenza del
crociato” e della “Morte di un milite in Crimea” due parodie nate in Milano e
stampate del giornale carnovalesco il Rabadan (1876-80?).
5237.
Quelle différence il y a entre un ministre et un journaliste? - chiese un
giorno il barone di Malaret, ministro francese a Ruggero Bonghi - Voilà,
monsieur le baron - le ministre est un journaliste qui ne fait pas o qui ne sait pas écrire ses articles.
5238.
Quando si trattasse di rivendicare diplomaticamente Trento all'Italia si
potrebbe citare a sostegno della tesi nostra anche questo fatto, quasi sconosciuto
- il fatto del riconoscimento della italianità di Trento per parte nientemeno
che di un imperatore tedesco. Difatti, Macchiavelli e Vettori ebbero incarico
dalla Repubblica fiorentina di recarsi dall'imperatore di Lamagna per indurlo a
venire in Italia a dare una pettinata a paesi nemici di Fiorenza. Sapendo che
l'imperatore era in bisogno di denaro gli dovevano offrire 25.000 fiorini con
facoltà di aumentare l'offerta fino ai 50 mila. La legazione riuscì.
L'imperatore si mise in viaggio. Metà della somma doveva, credo, pagarsi al
momento della prima entrata in campagna, e l'altra metà alla prima città
d'Italia che si fosse toccata. Arrivarono a Trento. L'imperatore chiese subito
il resto della somma. I legati fiorentini s'informarono accortamente se si
trovassero in terra italiana: risultò loro che il confine era a parecchie
miglia da Trento verso Lamagna. E allora pagarono e l'imperatore fece
probabilmente la sua brava ricevuta, riconoscendo così implicitamente
l'italianità di Trento.
5239.
Sinecure. C'è un tal Romolo Querini, di professione patriota. Vantando servigi
- non prestati - alla causa italiana riuscì a farsi mettere “in pianta” nelle
Ferrovie romane col titolo di Bibliotecario-capo delle stesse ferrovie a lire
6000 all'anno. Ora, sapete qual'è l'ufficio del Bibliotecario? È quello di
sorvegliare i panchi dei libri che si vendono nelle stazioni di quelle
ferrovie.
5240.
L'autore del bozzetto pazzesco (descritto nei “Mattoidi al Concorso pel Mon[umento]
a V. E.”) intitolato “Dante, Vittorio Emanuele e l'Unità italiana” era di
Palermo. Giovane di non mediocri qualità artistiche, fu allievo di Tenerani.
Ebbe però sempre tendenze bizzarre. Essendo a studiare a Roma e tornando da una
scampagnata con amici, fece scommessa di cacciare la testa sotto il getto
d'aqua della fontana dell'Aqua felice a Termini, dinanzi la quale stavano
appunto passando. E difatti pose la testa sotto la gelida aqua e cadde come
fulminato. Gli tenne dietro una lunga malattia di tre anni, si riebbe
fisicamente ma non riuscì più nulla a connettere nè colla mano nè colla testa.
Diceva sembrargli che un globo di cristallo gli fosse caduto in capo e
continuamente lo minacciasse. Tornato a Palermo si rimesse alquanto. Ora dicono
che egli ricominci a modellare non del tutto pazzescamente.
5241.
La marcia progressiva dell'umanità è ordinata come quella di un esercito. C'è
l'avanguardia e la retroguardia, e, in mezzo, il grosso delle truppe.
Retroguardia e avanguardia (chi vede indietro e chi vede innanzi) sono composte
di pochi militi, indispensabili. L'avanguardia guadagna il nuovo terreno, il
grosso dell'esercito lo occupa, la retroguardia non lo perde.
5242.
Non c'è uomo che non odii a morte altro uomo (compreso le donne). Se il
desiderio bastasse per ottenere lo scopo, la schiatta umana, uccisa dai
reciproci odii, scomparirebbe in un giorno, in un atimo solo.
5243.
Oggi, i viaggi non allettano più. Non ci sono più terre veramente incognite.
Nel nostro studiolo possiamo percorrere il mondo sulle riviste e le fotografie.
Soltanto un viaggio alla Luna o a qualche altro pianeta o stella mi
adescherebbe. Così, mi contento di viaggiare nei regni della fantasia, dove
almeno ci sono ancora sorprese.
5244.
(1885) Sciupio del pubblico denaro in Italia. V. i volumi dell'Inchiesta
mercantile, specialmente le conclusioni - Vol. VII - e in modo particolare la
pag. 403. Per la intromissione di quattro o cinque deputati, il Governo nelle
nuove convenzioni colla Società generale di navigazione le impose una fermata a
Pisciotta (Calabria). La sovvenzione garantita è di lire 121 mila e più.
Pisciotta in 11 mesi ha dato per l'importazione 7 tonnellate, quasi tutto tabacco
della regia; per l'esportazione 120 chilog.: i passeggieri 85, di cui soli 5 di
1a classe. L'onere della Società è di circa 100.000 lire annue. Per
ogni somma di 19 lire e centesimi che ciascun viaggio a Pisciotta rende alla
Società, questa e lo Stato spendono annualmente 300 mila lire. Contro due
Pisciotte si potrebbe avere una linea bimensile per l'India con il che si
usufruirebbe a ns. vantaggio l'apertura del Gottardo, mentre oggi le merci
estere per l'India vanno ad imbarcarsi a Marsiglia. Ma a Bombay non ci sono
deputati mentre ve ne sono nei contorni di Pisciotta. E così vanno gli affari
in Italia.
5245.
Bastiat è uno de' principali contradittori del sistema proibitivo, vulgo
protettore - “Il protezionismo doganale - scrive Bastiat - non è che comunismo
applicato: l'uno e l'altro equivalgono a spogliazione” -
5246.
La beneficenza pubblica e la carità legale hanno per effetto di mantenere e di
aumentare in un paese l'indigenza. La regìa della carità (carità legale) è
esiziale come ogni altra regìa.
5247.
Il blocco continentale napoleonico (1806) fu una colossale sciocchezza solo
pareggiata dalla sciocchezza inglese del blocco marittimo, ultima eco del mare
clausum di Seldeno.
5248.
Gli antichi regolamenti delle corporazioni strozzavano ogni genio inventivo e
quindi concorrevano a mantenere, colla immobilità industriale, la politica e la
morale. Per lo statuto degli apprendisti del V anno di Elisabetta d'Inghilterra,
il fabbricatore di carrozze non ne poteva fabbricare le ruote, per le quali
doveva rivolgersi ad un operajo di ruote.
5249.
Filippo il bello, nella Francia medioevale sarebbe stato come lo chiama il
Bodin - “premier affaiblisseur (alteratore) de la monnaie” - Bodino (1530)
appartiene agli utopisti, benefica falange d'uomini, come Moro, Campanella etc.
5250.
In Francia non dura lungamente che il provvisorio.
5251.
Le architetture in generale prendono il motivo dominante dalla conformazione
della natura che circonda l'occhio dell'artista. Le spianate della Mesopotamia
che terminano in monti orizzontali, dentati, ebbero la loro eco nel palazzo
babilonese ed assiro - quadrato, merlato - i monti puntuti e le foreste di pino
inspirarono la cattedrale gotica etc. Le relazioni tra le parti piene e le
vuote negli edifici ha poi stretto rapporto col clima più o meno caldo, col
cielo più o meno nebuloso. Nella grigia Olanda le finestre sono più numerose
che in una casa parigina, in questa più che in una italiana. -
5252.
I fenici si potrebbero chiamare gli inglesi dell'antichità.
5253.
Secondo i bigotti ignoranti la letteratura così detta invereconda od immonda
sarebbe una invenzione de' giorni nostri. I nostri vecchi e i nostri antichi
sarebbero stati immuni da tanta lebbra. Eppure è tutto il contrario. A paragone
della letteratura de' tempi passati non ce n'è una più casta, più corretta
della presente. Leggete i greci, i latini, i cinquecentisti, i secentisti ecc.
quale sconcezza nelle espressioni, che turpiloquio! L'ingrediente delle
oscenità era indispensabile alla novella del 400 ed alla produzione teatrale
del 500. Ma veniamo ai tempi più vicini ai nostri. Nessun ritegno nelle frasi.
Si parlava a una dama come non si parlerebbe oggi ad una baldracca. I giuochi
di società facevano schifo. Possiedo un pitale di Faenza del 1700 con scritto
intorno per uso della conversazione, e sopra: “io sono alla mancina
l'orinale chi quì non la sa far è un gran stivale” - fabbricato in modo che chi
non pisciasse servendosi della mano sinistra, spandeva orina dapertutto. E
questo bel ordigno era messo sotto il letto degli ospiti dalle contessine di
casa, per fare uno scherzo. Bel scherzo! La sconcezza aveva invaso anche i
libri di orazione, che equivalevano pressapoco ai famosi Livres des heures
delle nobildonne medioevali, alluminati con lettera capitale in cui si vedevano
scimmiotti che stupravano frati. Un mio amico possiede fra gli altri un
libriccino stampato in Verona per Francesco Rossi 1641 con licenza de'
superiori e s'intitola “Vita di Maria - nel ventre di Sant'Anna, offerta
all'anime divote come Cibo di vera divotione, stimolo alla Santità, Specchio di
perfectione, Esemplare d'ogni virtù e Manna di delicie spirituali e divine”. Il
libro è dedicato con una prima lettera alli Santissimi genitori di - Maria -
Gioachino & Anna, e con una seconda “Alla molto Rev. madre - Anna Maria -
Pirovano - Priora del monastero di S. Paolo di Milano ed alle sue figliuole
spirituali che angeliche di titolo faccia il Signore anche di virtù”. Il libro
ha tutte le approvazioni imaginabili. Si divide in 63 capitoli. Citiamo
l'intestazione di alcuni che basterà a dare una idea del libro. V Per mezzo
dell'orazione fu concepita Maria - VI Maria concepita da Anna sterile - VII
Allegrezza di S.ta Anna in quel momento che nel suo ventre l'anima
di Maria fu unita al corpo - XI A Maria nel ventre di sua madre fu accelerato
l'uso della ragione - XIV Santità di Maria nel ventre di sua madre - XVI
Eccellenza della vita di Maria nel ventre di S.ta Anna - XVII Merito
di Maria stando ancora nel ventre di sua madre - XXIX Contemplazione di Maria
nel ventre di S.ta Anna - XXXIV Maria con quanta purità d'intenzione
cominciasse a servire il suo Dio stando ancora nel ventre di S.ta
Anna - XXXVI Nel ventre di S.ta Anna fece la Vergine voto di
verginità - XLIII Delizie ineffabili che godeva l'anima di Maria mentre ancora
era nelle viscere di sua madre - XLVIII Compiacimenti dello Spirito Santo per
la vita di Maria mentre ancora stava nel ventre di sua madre - XLVIIII
Quant'allegrezza recasse agli angeli Maria stando ancora nel ventre di sua
madre - L Quante grazie partorisse la Vergine a suo padre S. Gioachino avanti
ancora ch'ella fosse da S.ta Anna partorita - LII Carità verso il
prossimo esercitata da Maria nel ventre di S.ta Anna - LVIII Nel
ventre di S.ta Anna comincia Maria ad esser terrore e freno dei
demoni - LX Desiderio di Maria di uscir dal ventre di sua madre e venir alla
luce di questo mondo - LXIII Maria subito uscita dal ventre materno comincia ad
impiegarsi in servizio di Dio.
5254.
Il comm. Cerboni costa 170 mila lire annue allo Stato. Ha inventato un sistema
che già esisteva di ragioneria e lo chiamò logismografia. La sua è mania e
crede che la Nazione gli dovrebbe decretare una pubblica ricompensa. Cerboni ha
fatto, tra le altre scioccaggini, stampare a migliaja di esemplari un certo suo
modulo diviso in 19 colonne raffigurante i 19 secoli del mondo storico
latino-italiano: la prima colonna è intestata “avanti l'era volgare…”. Quali
calcoli da ragioniere si possano piantare in queste 19 colonne neppure Cerboni
lo sa. Nè basta il maestro, ma vi sono i cerboniani esageratori del suo metodo.
Tra questi un S.r Bonalumi che applica la logismografia alle
questioni morali e teologiche e fa le partite di dare ed avere coi sentimenti.
Il Bonalumi mette p. es. su un foglio intitolato Partita fra Dio e l'uomo -
Nell'avere è la vita, la salute ecc. nel dare la nostra
riconoscenza al creatore, l'amore al nostro simile ecc. - Il Bonalumi si
esprime poi nel modo il più buffo. Per dire per es. che il sistema
logismografico è solidissimo, scrive “questo è un sistema imperniato su due fulcri”.
A spropositi il Bonalumi non può essere forse pareggiato che dallo Stoppani, il
geologo-abate nemico di Gorini, che nel suo trattato di Geologia scrive la perpendicolare
orizzontale per dire normale.
5255.
Hanno scritto tanti trattati sull'armonia che non sarebbe inutile scriverne uno
sulle stonature. Anch'esse hanno importanza, e potrebbero, come i vizi, esser
guidate a fin di bene. Una musica tutta di scientifiche stonature potrebbe dare
un'impressione al nostro sistema nervoso, se non piacevole, qualche volta
medicinale. Le stonature corrispondono alle puzze. Non c'è peggiore odore
dell'assafetida, eppure giova.
5256.
Filopanti (prof. Barile) mattoide - Si crede inviato da Dio - Nel suo Dio
liberale, un librone pieno di scioccaggini molte, certe linee pitagoriche
che fanno discendere suo padre da Manco Capuc e sua madre dalla moglie di Manco
Capuc. Chiama il padre Berillo falegname, e la madre Berilla. In altro
opuscolo stato ritirato dagli amici confidò poi la sua discendenza spirituale
incominciando da Dio e passando da Gesù ecc. - Scrisse anche in inglese un
volume intitolato Miranda or stars, souls, numbers, che ha per tema
appunto la sua missione divina. E per provar questa con solidi argomenti dice che
nell'anno della sua nascita fu una strepitosa vendemmia in Francia. E perchè?
perchè il cielo voleva copertamente annunciare che stava per nascere “Barile
divino” ossia lui Filopanti!
5257.
Nella letteratura da salotto dei nostri bisnonni imperavano i romanzi
dell'abate Chiari (1770) scimunitaggini della forza appressapoco di quelle di
Giulio Carcano ecc. Tra questi vi ha “La Bella Pellegrina ossia memorie di una
donna moscovita - scritta da lei medesima e pubblicata dall'ab. Chiari poeta di
S. A. S. - In Venezia 1775” - Il libro ha vignette allegoriche e l'epigrafe
“Bellezza, gioventù, sdegno e dolore - Pietà domanda e quì ritrova amore” - La
moscovita cominciando le sue memorie così si esprime “non ho mai
categoricamente studiato” - e tira innanzi di questo stile… Un altro libro è
“Il merlotto spennacchiato - ossia storia piacevole - del conte Enea P.
friulano - pubblicata dall'abate Pietro Chiari, in Napoli 1775”. E così scrive
il Chiari nella prefazione: “nel giro di pochissimi anni scrissi tante
avventure lugubri ch'hanno esaurito di flebili concetti e di funeste imagini
l'animo mio per condizioni di natura inclinato alle occupazioni malinconiche e
tetre” - Altre produzioni di quest'epoca divoratrice di romanzi come la nostra avevano
per es. i seguenti titoli - La filosofante italiana - tomi 4 - La
ballerina onorata - La commediante in fortuna - Il soldato
ingentilito - L'Artaserse e Achille in Sciro e Zenobia tradotti in
ridicolo - Il filosofo inglese - La francese in Italia - La
nuova Marianna - Lo specchio del disinganno tra una dama e un parroco -
Memorie di un uomo di qualità - Lo sfortunato napoletano - Il
cappuccino suezzese - Storia di Madino contrabbandiere di Francia -
Nuovo viaggio all'intorno del mondo gentile - La cicceide legittima -
Istoria delle immaginazioni stravaganti del signor Oufle - Memorie ed
avventure di una dama di qualità ecc. - Nella lunga filza di libri non
troviamo se non uno che si sia salvato dall'oblio, ossia il Tom Jones
del Fielding.
5258.
Sepelendomisi in Roma nella tomba di mia mamma (come può farsi mediante una
piccola tassa, credo, di 25 lire) si potrebbero incidere nella base di
travertino del monumento le seguenti parole - ALLA TERRA, DOPO… ANNI DA CHE NE
ERA GERMOGLIATO - ALLA MADRE, DOPO… ANNI DA CHE NE ERA STATO DISGIUNTO -
ALBERTO PISANI DOSSI - TORNÒ - IL… DEL…
5259.
Conferenza di Berlino (dicembre 1884), per gli affari dell'Africa equatoriale -
De Launay fece una dichiarazione per stabilire che l'Italia avrebbe considerato
come caso di guerra ogni atto di qualunque Potenza per impadronirsi della
Tripolitania. Cristoforo Negri, delegato tecnico alla Conferenza con
Mantegazza, voleva a tutti i costi dire ciò che a lui sembravano verità, e all'Ambasciatore
inopportunità. Era esasperato di come le cose procedevano per l'inettezza
dell'Ambasciatore. Fu da Mantegazza e da De Launay chiuso in camera
all'albergo, e Mantegazza prese la parola anche a nome di Negri per dichiarare
che nelle tali e tali altre questioni (sulle quali Negri voleva suscitare un
vespajo) l'Italia non aveva niente da dire - Negri, secondo il suo pettegolo
collega Mantegazza, intramezzò i suoi discorsi alla Conferenza di… peti. Ma
Negri essendo sordo tirava innanzi imperturbabilmente mentre i conferenzieri
trattenevano a stento le risa.
5260.
Raoul Spifane (1500) nella sua Dicearchiae Henrici II proponeva alcune
riforme poi eseguite come l'unificazione de' pesi e misure, la proibizione di
accumular impieghi ecc.
5263.
A San Vito, a due ore di salita da Genazzano, vi ha una lunga strada che
attraversa il paese. Sul crepuscolo, quando dal pezzo di cielo che si presenta
a uno sbocco di questa strada si vede il sole scendere rutilante, chi sta allo
sbocco opposto scorge una gran massa nera apparire sul fondo giallo del cielo e
procedere sovrammontonandosi, grufolando. Sono i majali che ritornano dalla
pastura. E trottano a quattro a quattro come tanti soldati disciplinati. Ad
ogni casa, ad ogni viuzza traversale, due, tre, quattro si staccano dal
battaglione e scompajono negli angiporti e nelle porticine; chi sale per una
scaletta di legno, chi scende per una di pietra in cantina. Ciascuno annusa
casa sua e la trova. I pochi majali che arrivano alla fine del paese, prendono
la corsa, sparpagliandosi nelle vicine cascine. Seguono poi i ritardatari, che
hanno qualche callo, gli ammalati. Poi i porcari colle aste. - Molti bambini,
aspettano sulle porte de' loro tuguri il reduce porco, e gli vanno incontro, e
gli fanno festa e ne sono ricambiati con majalesche moine, come se si trattasse
di cagnoletti. - Alla mattina poi, altro interessante spettacolo. I porcari
attraversano la lunga via, vociando in una conchiglia marina. Tutti i porci
scendono dalle loro case, appajono dalle viuzze, dagli angiporti, si attruppano
militarmente e s'incamminano in schiere ordinate verso la pastura.
5264.
Sovente, Tranquillo Cremona, Giuseppe Grandi, Luigi Perelli, Ranzoni ed altri,
artisti e giornalisti in eguale bolletta, giocavano alla sera al bigliardo o
alle carte. Quando non avevano più danaro, giocavano i bottoni degli abiti. Una
sera Grandi li perdette tutti, compresi quelli delle mutande, della camicia, e
tornò a casa (fortuna che era notte!) in uno stato il più comicamente
compassionevole del mondo.
5265.
(18 dic. 1883) In casa di Luigi Cremona, direttore dell'Istituto politecnico di
Roma, la maggioranza è di matematici. Che faccie cretine! L'arte anche a' suoi
più scadenti cultori dà un riflesso di simpatia, la scienza, fuorchè talvolta
nei sommi, imprime il marchio del cretino. Nè solo l'aspetto, ma le idee che si
esprimono in quella casa sono sciape, meschine, vigliacche. Due soli visi
brillano di luce geniale, quello di Luigi Cremona, e del giovine architetto
Basile, siciliano.
5266.
Durante il Congresso di Verona (1818), si trovò scritto sui muri - Qui si
tratta il grande affare - che la terra fa tremare - dall'occaso sino all'orto -
Là se un cazzo è dritto o storto.
5267.
Nella inchiesta generale sullo stato del personale della Compagnia di
navigazione italiana Florio-Rubattino (1884-85) fatta da Maraini e da Cagnola,
gli inquirenti, a Palermo, ebbero a udire che il direttore della Compagnia,
Comm. Laganà, percepiva il 5 per % su tutti i noli ecc. Ciò parve enorme, ma
stante la persona di Laganà, gli inquirenti si trovavano imbarazzati di come
avvertirne Florio, principale azionista. Cagnola assunse l'incarico e si recò
una mattina da Florio e con molte circonlocuzioni gli espose il fatto da essi
constatato. E Florio ad accogliere la narrazione come la cosa più naturale del
mondo, dicendo semplicemente che si trattava di un uso di piazza, che forse il
5% era un po' forte, ma che si sarebbe trovato modo di ridurlo. Florio
evidentemente non capiva la sconvenienza di una simile percentuale pagata dal
pubblico ad un impiegato pagato dalla Società. - In una seduta poi del
Consiglio della navigazione, vedendosi in lista, tra gli stipendiati della
Società, certo Comm.r Cimino di Napoli per 12.000 lire annue,
Maraini ed altri ingenui osservarono che tale stipendio pareva un po' grosso
per un semplice agente. Ma Laganà sorse a difendere lo stanziamento. “Non sanno
loro chi è il Comm.r Cimino? La Società non potrebbe trovare uno
migliore di lui per curarle i suoi interessi. Come si farebbe per es. senza il
Comm.r Cimino a far figurare alle Dogane un carico mentre in realtà
ce n'è un altro? Cimino è in relazione con tutti gli impiegati doganali e sa
dare opportune mancie e regalare…” e così via di questo tono credendo di
affermare le cose più oneste del mondo. Bisogna dunque dire che in Italia ci
sieno delle ben curiose sorta di onestà.
5268.
Il teatro napoletano è la schietta espressione del mezzogiorno d'Italia. Nelle
sue comedie non vi si rappresenta che una società di scrocconi, di mentitori
sfacciati, di stupratori ecc. È un teatro che, a noi del Settentrione per
quanto corrotti la nostra parte, fà nausea.
5269.
Come in amore, in amicizia il primo periodo, che è il più bello, è il periodo
degli entusiasmi e delle espansioni. Il secondo è quello della analisi:
comincia quando i due cuori si trovano più vicini. È periodo pericoloso. Gli è
allora infatti che i vizi che da lontano sembravano nei, appajono nelle loro
naturali proporzioni. Se si resiste a questa seconda prova l'amicizia, come
l'amore, ha certezza e lunghezza di vita.
5270.
Federico Faruffini, di spiriti mazziniani, discorreva un giorno al caffè Greco
col conte Ignazio Crivelli - monarchico puro - sul memorandum di Cavour
al Congresso di Parigi e diceva che non bisognava fidarsi dei piemontesi,
l'altro sosteneva il contrario. Faruffini, colto da subita ira, appoggiò un
gran pugno al Crivelli che gli rispose con un altro pugno. - S'interposero gli
amici e il tutto finì, come al solito, con una bicchierata. - Un altro dì,
Faruffini tornò a casa, colla pelle tutta tagliata da temperinate - La brigata
di Faruffini e compagni passava solitamente la sera al caffè Greco. Uscendone
facevano parte della strada saltandosi vicendevolmente l'un l'altro. La brigata
usava anche recarsi a Porta S. Sebastiano in una vigna dov'erano stati allora
scoperti due bellissimi colombari. E scendevano in essi a banchettare, ravvolti
in bianche lenzuola che figuravano i lenzuoli funebri e posando le bottiglie
nei loculi. Il padrone della vigna e dei colombari, certo Piero, era chiamato
da essi Pier dalle Vigne.
5271.
Tranquillo Cremona disegnò anche parecchie copertine per le musiche della Ditta
Ricordi di Milano. Tra queste, una che ricordava Anacreonte in mezzo alle
ragazze. Il disegno doveva esser fatto dal decrepito Hayez. Hayez segnò colla
mano tremolante - uno sgorbio impossibile. Ricordi consegnò allora lo schizzo a
Tranquillo perchè lo aggiustasse, e Tranquillo lo rifece, si può dire, di
pianta. Sotto il disegno, ai due lati vi è il nome di Hayez e di Cremona.
Dicono che Hayez se ne compiacesse assai, imaginandoselo suo.
5272.
Frasi fatte - camminare coi tempi - I tempi sono fatti di ciò che cammina e di
ciò che non cammina. A determinare il progresso degli uomini è necessario che
una parte di essi stia ferma. Non si avanza se qualche cosa non resta indietro.
Camminare coi tempi è frase senza significato.
5273.
La biblioteca reale del palazzo di Ninive era composta di tavolette di terra
cotta. Sulla creta umida erano incisi i caratteri cuneiformi: poi la creta era
fatta cuocere. Le tavolette recavano segnature d'ordine come i nostri libri.
5274.
Un bambino è colto dinanzi un tavolato di bachi da seta che stanno per salire
al bosco, mangiandoli golosamente, la bocca tutta piena e impiastricciata di
glutine e di bave. E il bambino, punito, dice che sono dolcissimi. Non
avrebbero quindi i cinesi che fanno frittarelli di bachi da seta cattivo gusto.
5275.
Il tatto della Signora Maraini appare anche nelle minime cose; per es. quando
colloca a tavola i suoi ospiti. Ciascuno si trova, mercè sua, vicino alla
persona che preferisce. Io per es., a fianco della S.ra Adelaide.
5276.
(1885) - (Montecalvo) Don Pasquale Cartasegna ex cappuccino, in religione Padre
Ilario, mi racconta lepidamente le sue avventure - di quando specialmente
recavasi in giro pel collettemur. E un dì si portò da un avvocato che
possedeva un grosso cane di fiera fama. Entrato nel cortile del villino, il
cane gli fu subito incontro latrando. Che fare? Padre Ilario con una
straordinaria prontezza di spirito, si coprì col cappuccio, ritrasse le mani
nelle maniche della tonaca e si gettò a terra sulle quattro zampe, movendo a
balzelloni incontro al mastino. Il quale all'inaspettata trasformazione in
bestia del cappuccino, prese paura e corse in casa, colla coda in mezzo alle
gambe. Uscito sulla soglia l'avvocato e visto il curioso spettacolo, ammirò lo
spirito di Padre Ilario e comandò gli si desse un sacco di grano. - Nel gergo
cappuccinesco la sottana color terra d'ombra del frate è chiamata il campanone
-
5277.
- Gli autori dal vero, come Manzoni, Shakespeare, Dante, Rovani, Foscolo
ecc. furono oggi sostituiti dagli amanuensi dal vero.
5278.
- Dicono, la letteratura è l'arte che costa meno. Basta un quaderno di carta,
un po' d'inchiostro e una penna. Va bene. Ma sapete quanto ci vuole perchè,
accoppiati, quell'inchiostro, quella penna, quella carta, producano un libro?
Ci vogliono studi - e questi costano -: ci vuole una sostanziosa nutrizione, e
costa -: ci vuole tranquillità, e costa più che tutto. L'inchiostro dello
scrittore peserà nella bilancia celeste quanto il sangue del guerriero - dice
il Corano e ben dice. Scrivere è un consumar sangue.
5279.
Ghiaja di Roma. Le preghiere a Roma. È sera. Passo da un vecchio
monastero. Mi arriva l'eco di un canto religioso. In quel monastero anticamente
sorgeva una chiesa bizantina, e prima un tempio romano. Penso a tutte le preci
che s'innalzarono in Roma dalla sua fondazione. Roma fu sempre la città delle
chiese e de' sacerdoti e delle cerimonie. Calcolo statistico [parola abrasa].
Tutta Roma prega. E Roma è la città più peccatrice del mondo.
5280.
R.U. Impiegati (Parte ufficiale) Urrah! accettarono le mie dimissioni.
Riprendo i coglioni, che col mio primo giuramento, ho deposto rispettosamente
nelle mani de' miei superiori, e torno uomo, etc.
5281.
Un conduttore d'omnibus a Milano, vecchio e alquanto brillo, borbottava contro
l'attuale governo dicendo: Viva la faccia dei tedeschi! quelli sì che erano
tempi ecc. ecc. Per un po' lo si lasciò mormorare, ma poi vedendo che
seguitava, uno nell'omnibus, saltò su a dire “ma che diavolo borbotti! che cosa
c'era di bello a quel maledetto tempo dei tedeschi”. Il conduttore gli diede
una sguardatina di traverso e rispose: Allora mi tirava (sottointen[den]do il
cazzo).
5282.
Composizioni che si direbbero non scritte colla penna, ma, come la musica degli
organetti, sonate col manubrio.
5283.
La. morte è condizione indispensabile della vita. E tu vedi che per poter
fingere di vivere il giorno, bisogna fingere di morire tutte le notti.
5284.
Zöllner, tedesco, distinto professore di matematiche, morto, credo nel 1882,
scrisse volumi sullo spiritismo di cui fu ardente credente, pubblicando
fotografie di spiriti ecc. Definì gli spiriti “esseri che vivono nella quarta
dimensione”. Per concepire metafisicamente questa dimensione, suppongasi un
mondo di due dimensioni larghezza e lunghezza - e (fatta astrazione da noi)
s'imaginino esseri che si movano limitatamente in queste due sole dimensioni.
Noi, dalle tre dimensioni si potrebbe stare ai medesimi come gli esseri dalle
quattro dimensioni rispetto a noi, etc. - Anche il prof.re Crookes,
inglese, distinto fisico, credeva fermamente nel mondo spiritico, non solo, ma
gli volle applicare il metodo sperimentale. Una traduzione delle sue pazzie fu
stampata a Locarno nel 1877 - Tip. lit. cantonale - ed ha per titolo “Indagini
sperimentali intorno allo spiritualismo di William Crookes membro della Società
Reale di Londra”.
5285.
Tale, credo di nome Grünhardt, già corrispondente del giornale “La Rassegna” a
Berlino, insigne briccone, spacciavasi (nel 1878-79) come amico di Bismarck,
frequentava i circoli di corte e si diceva agente della Ambasciata italiana a
Berlino, anzi sul suo biglietto di visita recava queste parole: Gurko Grünhardt
agente segreto della Amb. d'Italia! - E il ministro Cairoli lo fece
cavaliere.
5286.
Un improvvisatore domandava una rima in amore. Gridò uno dal loggione: felicità.
5287.
Il capitano Celso Cesare * - mattoide. Tutte le più grandi scoperte ed imprese
de' nostri tempi le ha lui ideate o prevedute - tagli d'istmi, annessione di
terre ecc. La sua vita fu avventurosissima. Fu ministro - dice egli - del Re
Kalakana di Hawai; fu direttore delle poste a Bangkok (dove pare abbia lasciato
un vuoto di cassa) ecc. C. C. * propone di tempo in tempo ai governi europei
progetti di conquiste. Al Gabinetto Ricasoli aveva presentato un piano per
l'occupazione di parte di Sumatra, non ancora invasa dagli olandesi. Chiedeva 300
soldati colla barba nera, perchè gli indigeni non li pigliassero per inglesi od
olandesi. Egli aveva sposato - contava egli - non so se la sorella o la nipote
del re di Accin. Occupato il regno accinese si sarebbe pel momento
incoronato re dei luogo, nominando vicerè il S.r Cuttierez di
Milano: poi avrebbe ceduto il regno all'Italia. In casa Maraini avvenne una
disputa vivacissima fra * e Guttierez sulla forma della corona che il primo si
sarebbe fatta fabbricare. * chiedeva poi al Governo parecchie botti di olio di
cocco per ungere i suoi soldati e così renderli atti a sopportare il clima de'
luoghi. Ricasoli inclinava ad accettare la proposta. Si nominò una commissione
per esaminare la proposta, e la commissione, nella maggioranza, pareva non ci
dissentisse. Senonchè il * si accapigliò con Nino Bixio, uno della commissione,
il quale negava l'esattezza di certe relazioni di * su Sumatra e i contorni -
cosicchè l'idea di C. Cesare rimase arenata. - Tra * e Cristoforo Negri ebbe
pur luogo una graziosa scenetta - un buffo diverbio - a proposito della
lunghezza dell'Irawaddy che Negri diceva, credo, di 1000 leghe sull'appoggio di
una carta geografica e * di 12.000 fondato sul ricordo de' propri piedi.
5288.
Lo Stato, come esprime anche etimologicamente il suo nome, rappresenta
l'immobilità. Stato è cosa che non si muove.
5289.
Che la gente sia in generale riluttante ad accogliere le novità, a sostituire
il nuovo al vecchio, e ciò, fatta anche astrazione di ogni particolare
interesse, religioso o politico, per la nuda forza dell'abitudine, ce lo prova
un minimo fatto che ricorre tutti gli anni, quello cioè della data delle
lettere nei primi giorni d'ogni anno, data, che per quanto riguarda l'anno, si
trova indicata colla cifra dell'anno spirato. Su cento lettere, una buona metà
presenta questo errore. E sì che il primo d'ogni anno è contrassegnato da
speciali solennità.
5290.
P. Uff. - Gli Impiegati - “L'incontro quotidiano”. Traccia di bozzetto. Tutte
le mattine, recandomi all'ufficio, incontro un vecchietto, anche lui pubblico
impiegato che va all'ufficio suo. Ci guardiamo, e, senza conoscerci,
simpatizziamo. Reciproca invidia: egli forse pensa ch'io sono giovine e potrei
lasciare da un momento all'altro l'uggiosa carriera e vivere di vita vera; io,
ch'egli è quasi sul punto di lasciarla e di essere giubilato. Fortunato
quell'impiegato che tocca la giubilazione, senza prima scivolare nel manicomio.
Il vecchietto non sa ch'io sono più vecchio, che il mio cuore ha più rughe del
suo viso. Sappiamo solo ambedue di essere due infelici ecc.
5291.
Il sogno è un tacito delirio.
5292.
Il sonno - Modi con cui i vari popoli dormono. Taluni placidamente distesi, sicuri.
Altri, come i boemi, più seduti sul letto che giacenti, con su le mutande ecc.
Ricordano questi i barbari nel loro accampamento, ecc.
5293.
Impiegati. - Nella casa dell'impiegato le donne si recingono i fianchi colle
cinghie delle posizioni; il bambino si fa il ghitarrino colle punte delle penne
d'acciajo; la ceralacca fine serve per incatramare le bottiglie, ecc.
5294.
L'uomo che dice male delle donne dice male di sua madre.
5295.
Andar contro alla corrente nel mondo fisico come nel mondo morale ha i suoi
inconvenienti e i suoi vantaggi. Inconvenienti, la maggior fatica nel
procedere; vantaggi, veder meglio dove si va, quindi di conoscere meglio il
mondo contemporaneo e di essere visti.
5296.
Guadagnerai il pane col sudore della tua fronte - disse Dio all'uomo - ma
soltanto all'uomo. Alla donna, invece, aggiunse sottovoce “e tu mangerai
comodamente il pane guadagnato dall'uomo”.
5297.
In cerca di un amico - tema per bozzetto - Difficoltà non solo morale, ma
fisica per trovarlo. Fin dove la divergenza delle opinioni giovi alla concordia
degli animi: divergenze inconciliabili e divergenze-legami. I patrimoni. La
statura: una vera amicizia parebbe impossibile tra due di differente statura:
la passeggiata discorrendo è una delle cause, e insieme dei vantaggi delle
buone amicizie. Impossibile di scambiare comodamente idee e di assorellarsi le
anime fra persone di cui l'una sia alta un metro e l'altra due. Il torcicollo è
contrario all'amicizia, ecc.
5298.
Ghiaja di Roma. Le statue oziose ne' musei, mentre dovrebbero esser
sparse nelle città anzi ne' villaggi a suscitare o a mantenere il sentimento
dell'arte. Scolture decorative, fatte per le strade e per i culmini degli
edifici, confinate fra quattro pareti. Statue colossali in un gabinetto. Lo
scopo de' nuovi “conservatori” de' musei è quello semplicemente di decorar
stanze. Sono le statue ne' musei disposte come la chincaglia sul canterano
della portinara - un candeliere di qua e uno di là, in mezzo la pendola, poi
due vasetti. I restauri, fatti da mestieranti: gli archeologi che al naso
trovato aggiungono la statua… -
5299.
Ghiaja di Roma - Fisionomia de' nomi greci e romani. Gli antichissimi:
quelli dell'epoca media: quelli dell'epoca di decadenza. Come nel nome risuoni
l'eco della condizione dell'arte.
5300.
Bibliografia artistica. I libri considerati dal punto di vista non del contenuto
ma del contenente. - Colore della carta, caratteri di stampa, Rilegature. Gli
antichi messali, le lettere capitali, i frontispizi del 600. Come il gusto vada
oggi peggiorando.
5301.
*, letterato esimio, uomo volgare. Come l'Aretino egli tutto accetta, anche
presenti che sa rovinosi per chi glieli fà e naturalmente i suoi favori
diventano “a pagamento”. Quando sa che qualche conoscente è per partire per
paese straniero, gli dà commissioni, spesso gravi per il borsello, guardandosi
però bene di consegnargli il necessario denaro. Avuto l'oggetto che desiderava,
si dimentica facilmente di pagarlo. Umile, strisciante coi potenti, * è
burbanzoso cogli inferiori. Nella sua casa non si riceve che l'adulazione e la
stecca. Accettò da un tal conte polacco, di ristrettissime finanze, il dono di
un pianoforte di 2000 lire. I suoi favori mauriziani e lazzaroni sono quindi
sparsi sul capo di gente immeritevole, e intanto l'ingegno langue. Il falegname
Noci gli mobigliò la casa; * lo incavalierò, così saldando il conto. Ci vuol
altro, o Cesare ambrosiano, che coniar belle frasi; onestà ci vuole.
5302.
La luna, specialmente la piena, ha una fisica influenza sulle mie glandule
lacrimarie. La luna mi evoca la marea del sentimento e della malinconia e mi fà
piangere.
5303.
(luglio 1884) Quando avvenne l'incidente Pidal - quando cioè questo ministro
spagnuolo fece pubblicamente voti per la ristorazione del potere temporale de'
papi e Mancini che allora reggeva il Ministero degli esteri italiano non seppe
nè far ritrattare Pidal nè ottenere altra qualsiasi soddisfazione - corsero i
seguenti versi: giace quì Mancin Pasqual - che vissuto in peste rea - ebbe fin
come dovea - annegato in un pital.
5304.
Modello di réclame farmaceutico-religiosa. “Gli stessi angioli per mantenersi
così diafani e leggieri e candidi si purgano settimanalmente coll'olio di
ricino che si fabbrica nel nostro stabilimento in via di ecc.”
5305.
Mi sento abitualmente sì male, che quando uno spiraglio di benessere m'illumina
brevi istanti quasi per sbaglio, mi spavento.
5306.
Ghiaja di Roma. Archeologia alla buona e in manica di camicia. Non
temino le signore e non si meraviglino li signori. Parleremo di archeologia
senza tirar fuori testi greci, latini, oschi ecc., tutt'al più citeremo qualche
classico in lingua meneghina. Gli unici passi che citeremo saranno quelli che
abbiamo fatto noi stessi camminando per Roma - e son molti - per mettere
insieme le nostre collezioni. Le nostre impressioni le trarremo non dai
classici, non dai numismatici, dagli sfragistici, dagli Enni Q. Visconti, dai
Borghesi ecc., ma dagli oggetti. - Un fatto ci ha generalmente sorpreso nella
lettura degli archeologi, quello cioè che nella interpretazione delle
iscrizioni e degli oggetti antichi, dimentichino completamente il tempo
moderno, ossia gli oggetti che li circondano nella stessa lor casa e
corrispondono non raramente agli antichi, anzi ne sono una figliazione
legittima. Abbiamo così degli archeologi che fanno le più strane ipotesi
intorno alle cose di più facile significato: trovano per es. un vaso che è un
perfetto orinale e lo interpretano con una lunga dissertazione irta di latino e
di greco per un vaso sacro. Basterebbe che codesti archeologi prendessero per
collaboratore la loro serva per colpir giusto. - Gli archeologi non vedono che
mitologia ecc. Cit. i Fasti d'Ovidio che se non fossero scritti in
latino si direbbero descrizioni di cose moderne.
5307.
Ghiaja di Roma. Lampadine antiche e pipe moderne. Come gli antichi si
sbizzarissero a foggiare le terrecotte delle loro lampaduccie. Cit. alcuni tipi
di lampade - la pigna, l'oca, il piede, il membro virile - Cit. i vari nomi dei
figuli ecc. E così i moderni nel foggiare le terrecotte e la schiuma marina
delle loro pipe. La pipa moderna come il lampadino antico era l'oggetto
artistico di tutti, dal ricco più sfondato al povero più miserabile. Paragonare
alla spicciolata, il gessino colle lampadine plebee e vie via arrivare
fino alle lampade auree polilicne ed alle pipe turche ornate di gemme.
5309.
Le decorazioni e ogni altra onorificenza esterna furono inventate o devono
essere riservate per la gente senza valore, come le gualdrappe e i finimenti
pomposi e abbondosi sono fatti per le rozze.
5310.
Quando Luigi Bonaparte era esule in Isvizzera, trovandosi ne' Grigioni, gli fu
regalata un'aquila addomesticata. Ed egli, continuando l'educazione della
bestia, le apprese a volargli sulla spalla per prendere il cibo, come su un
paletto. Si portava poi l'aquila con sè in una gabbia e a Boulogne-sur-Mer,
mentre sbarcava come riconquistatore del trono dello zio, se la fece, per mezzo
di un compare, volar sulle spalle in mezzo allo stupore della moltitudine
ciurmata.
5311.
Napoleone III fece due grandi benefici all'Italia, il primo d'inaugurarne la
sua liberazione dallo Straniero, l'altro, a Mentana, di liberarla dal debito
della riconoscenza.
5312.
Nella mia vita fui generoso, come di denaro, d'ingegno; e molti ne
approfittarono. Parecchi bozzetti miei passano sotto il nome di Perelli e vi
passa la critica da me fatta al Giulio Cesare di Rovani e una comedia in
milanese. - Le relazioni sul bilancio degli affari esteri dell'on. Damiani sono
mie. Molte idee nate da me e da me nudrite col mio sangue mi furono poi prese
da altri che le vantarono per loro: ciò mi accadde frequentissimamente in burocrazia.
Certo R. mio vicino di tavolo non faceva altro che svaligiarmi. - Ideai pel
primo un regolamento internazionale fra l'Austria e l'Italia che proteggesse i
nostri pescatori nell'Adriatico: lo propugnai sui giornali e avviai felicemente
le pratiche per mezzo di Robilant a Vienna: sul più bello, intervenne R. - che
fu mandato alla Conferenza di Gorizia come segretario per la conclusione di
tale regolamento e tornò decorato, ecc. Risollevai la quistione di una
convenzione sanitaria internazionale, ma mi fermai - compren[den]do le gravi
difficoltà che vi si opponevano: il polypràgmatos collega mio se ne
impossessò e tanto fece che una conferenza si riunì a Roma. La Conferenza fece
naturalmente fiasco, ma egli ne uscì con altra decorazione ecc. - Scrissi
memorie diligentissime e ampie sulla questione danubiana. R. le lesse per sue
all'Istituto veneto di scienze e lettere e le fece stampare col suo nome. Il
Governo deve a me se non fece una brutta figura nell'affare di emigrazione di
Port Breton; segnalai io pel primo gli inganni dell'avventuriero * ecc. R.
confiscò tutto il mio lavoro, e se ne valse per tenere una conferenza alla
Società geografica, dove
neppure mi citò. Delle imitazioni a parecchi miei scritti, dico in altra nota.
5313.
Censura politica. - La censura letteraria, ai tempi delle dominazioni straniere
in Italia era certo una cosa iniqua ma avea anche un lato non cattivissimo. Lo
scrittore con quello spauracchio dinanzi non scriveva, come oggi si fa, senza
pensarci più che tanto ma pesava e vagliava le sue frasi: e tutti sanno che
novanta volte su cento il secondo pensiero, a non parlare de' successivi, è migliore del primo. Si
aggiunga che nel lavoro di revisione in polizia s'incontravano non sempre, ma
meno raramente di quanto si creda, censori che con una critica anticipata e non
solo politica, utile assai, miglioravano i lavori. Il desiderio poi di dir
tutto quanto si aveva in animo di patriotico e grande, nonostante gli occhiali
e le forbici delle censure, faceva trovare agli scrittori finezze di frase che
altrimenti non avrebbero pure cercate.
5314.
Un cronista dice che la Leonora andata sposa a Borso d'Este aveva faciam
pictam, dotem fictam, vulvam non strictam.
5315.
Lambertini salì al pontificato sotto il nome di Benedetto XIV colle idee più
vaste e nobili. In soglio si mostrò inettissimo. Rimproverato da un amico,
rispose che una volta seduti su quella “sedia di pelle di coglioni” si rimaneva
come istupiditi. cf. col sonetto
di Belli, che parlando dell'incoronazione del papa, finisce “co' quello
straccio de strumento (la tiara) - je danno, fio mio, l’intontimento”.
5316.
A migliorare l'umanità e gli ordini sociali, noi abbiamo preso la peggiore e più
lunga via, quella di voler persuadere moralmente gli uomini ad essere
onesti sia per convenienza, sia per soddisfazione intima. I soli studi fisici
potranno migliorare la specie umana sino a renderla capace di reggersi
anarchicamente. Conosciuta esattamente la composizione chimica e la meccanica
organica dell'uomo, si potrà ajutare e forzare la natura a produrre uomini che
non possano essere se non onesti. Ciò ottenuto, sarà possibile di abolire tutte
le coazioni legali e governative e l'umanità potrà diventare il pacifico
armento senza pastore del poeta.
5317.
Il galateo l'ho letto, ma non vi appresi che quando s'incontra un somaro in
istrada, bisogna salutarlo - Ad un nuovo coinquilino che cerca d'entrare in
subita relazione con noi “non mancherò di avere rapporti con Lei in caso
d'incendio”.
5318.
A Milano i cocchieri delle case signorili sentono l'odor di muschio e le loro
padrone quello del fieno.
5319.
[Nota di circa tre righe abrasa]
5320.
[Nota di tre righe abrasa]
5321.
(25-VIII-1884) Visita con Bodio e Mayor al manicomio romano della Lungara,
diretto dal d.r Fiordespini. In Roma dove la maggior parte dei
pubblici istituti va alla peggio, questo fa onorevole eccezione. Il manicomio
vecchio dai cameroni attuffati, va scomparendo a poco a poco dinanzi al nuovo,
a case staccate ed ariose in mezzo a un giardino. L'impressione generale è di
veder gente non malcontenta del suo stato. Hanno pressochè tutti la coscienza
di essere al manicomio. Appare chiaramente come la stessa pazzia sia anch'essa
un tessuto di saviezza con qualche scucitura. In generale i pazzi, concentrati
nella loro idea fissa, vivono ciascuno a sè. Pochi tra loro fanno crocchio. Coi
visitatori si mostrano invece più socievoli. Il lavoro, mentre li distrae dalla
loro idea fissa, utilizza forze talora ragguardevoli - Vi ha però casi in cui
la vera filantropia consiglierebbe la distruzione. I sucidi. Le epilettiche. La
maniaca di suicidio per paura di morte - I pazzi si possono distinguere in due
grandi classi. I nati-pazzi per anormalità di costruzione cerebrale, spinale
ecc., e i diventati pazzi per abusi alcoolici o sessuali. Fra gli impazziti
quasi nessuno diventa pazzo per troppo studio. - Nella manifestazione della
pazzia ha gran parte la forma della vanità. La marchesa di Rosà che si crede
czarina. Il teologo Vercellese che si crede il vero papa. - I furiosi, quando
sentono l'avvicinarsi dell'estro maniaco chiedono essi stessi la camicia e i
polsini di forza. - In mezzo a tanta onda di pazzia il visitatore savio dubita
a volte di essere lui il pazzo.
5322.
Il nome del villaggio dove naqui, tra i colli dell'Oltrepò pavese, predisse il
mio carattere: “Zenevredo” ossia Ginepreto - odoroso ed ispido.
5323.
(Roma, 16-III-1889) Primo ricevimento a Palazzo Farnese dell'ambasciatore
francese Mariani. L'ambasciatore non è ufficiale della Legion d'onore: porta
però il gran cordone rosso dell'ordine del Cristo di Portogallo in modo da far
credere che sia quello della legion d'onore. Dal canto suo il pubblicista
tedesco Weidemann porta la croce di cavaliere della corona d'Italia al collo
perchè abbia aspetto di una commenda. Le sigarette Caporal dell'ambasciata sono
di quelle considerate di contrabbando in Francia perchè fabbricate privatamente
contro il divieto del Governo.
5324.
La pace giova ai progressi della medicina - disse in un suo discorso il
ciarlatano dott.r Semmola. Poteva aggiungere: e la guerra giova a
quelli della chirurgia.
5325.
(luglio 1890) Emin Tazi, amministratore del Sultano del Marocco, al seguito
dell'Ambasciatore straordinario Hagi el Maati, parlando degli ebrei, mi diceva
“quando dai la mano ad un giudeo contane prima le dita”.
5326.
L'architettura antica italiana (dopo il 1400) ricordava l'ospitalità, tetti
sporgenti, sedili sulle vie, grandi atrii. L'architettura odierna - tutta
cancelli, punte, nessun spazio lasciato al pubblico dimostra dapertutto
ostilità.
5327.
- Errori di stampa. Un articolo di fondo in un giornale friulano che ineggiava
all'arrivo in Cadore della Regina d'Italia, fu per errore di stampa intitolato
“la regina in Calore” - Così in altri articoli parlavasi de reggimenti scoglionati
per scaglionati, beni indemoniati per indemaniati, Rovani si diede ai
generi più disperati per disparati, ecc.
5328.
Iscrizione da me composta per la tomba del generale Ribotti, eretta a spese
principalmente di Crispi (1888) - Ignazio Ribotti conte di Molières -
italianissimo fra i nizzardi - che allo stemma avito - la gloria aggiunse delle
pugne - in Sicilia, in Calabria, in Romagna, in Portogallo, in Ispagna per la
libertà combattente - e, non minor gloria - nove anni di borbonica carcere e
dieci di esiglio - quì è sepolto, non morto. - Al soldato, al deputato,
all'amico - dedicò questo marmo - per religione di patria - Francesco Crispi -
n. a Nizza il [lacuna] 1809 - M. a [lacuna] il 25 settembre 1884.
5329.
(1887-91) Strana sorte la mia di esser diventato io - io, l'amante,
l'entusiasta di ogni nuovo principio o forma avvenire - il collaboratore di un
uomo il cui pensiero e la cui dottrina è tutta roba da rigattiere, roba vecchia
senz'essere antica, stracca ed usata.
5330.
Chi semina benefici, miete ingratitudine.
5331.
Il “Giornale senza titolo” - che uscì in Milano dall'agosto 1797 al dicembre
1798 era un gazzettino pieno di vituperi, aperto alle ingiurie ed alle calunnie
di tutta la canaglia. Ne furono successivamente direttori Nova, Costa,
Bianchini, Barrelle. A pag. 202, invece di porre il numero esatto pose per
errore di stampa il 102 e così continuò senza accorgersi sino alla fine
dell'annata. Fu ucciso dalla legge del bollo. Io ne posseggo un esemplare
completo (All. a Cart. A) che può considerarsi unico. È da porsi tra i
precursori delle sozze Forche Caudine del mattoide Sbarbaro. - Vedi nel
“Giornale senza titolo” per la famiglia Pisani di Pavia e famiglie ad essa
congiunte, a pag. 31. 43. 80. 83. 118. 184. - Per Pavia e i pavesi, a pag. 19.
31. 32. 59. 64. 76. 80. 84. 86. 87. 91. 94. 97. 106. 124. 128. 131. 134. 143.
147. 152. 163. 175. 180. 182. 247 (147). 248 (148). 361 (261). 392 (292). 396
(296). Per nonno Carlo - 46. 68. 75. 78. 87. 98. - Per Salvador 45. 115. Per
anarchia 53. Per due coccarde genovesi 19 - Per Monti 16. 82. 88. 90. -
Per notizie utili 75. 152 - 8 (II anno) - Descrizione di Milano 381 (281) -
Articolo di Foscolo e polemica con Lattanzi N.i 101 e 105 - “foglio
forbiculario”.
5332.
Misc. I rimorsi di un Macbeth burocratico. Parodiando la creazione di
Shakespeare, fare un monologo in cui parlo alle ombre dei diplomatici e
prefetti cretini, licenziati da Crispi. Evocare il Conte *, cocotte fanée,
Corti senza naso, Barbolani, Oldoini ecc. La macchia d'inchiostro che non vuol
scomparire, nonostante l'acetosella, ecc.
5333.
Visite illustri. La prima mia visita al padre Luigi Tosti a S. Calisto (Roma, 4
giugno 1887). Vedi nella Cart. IV2 Vaticano - Tentativo di
conciliazione. - 1a visita a Crispi (1877) mentre si fa fare la
barba. 7 del mattino. Descrizione della barba crispina, ispida, monumentale.
Prosopopea del piccolo barbiere paziente, taciturno. L'operazione dura una o
due ore. Tutti i momenti è interrotta. Crispi, col viso insaponato, legge la
sua corrispondenza e i giornali del mattino, riceve amici e sollecitatori, detta
relazioni a' suoi segretari, è scocciato dalla moglie, dà ordini al mastro di
casa, fa le barzellette ecc. I modi rovaneschi di Crispi. La barba di Crispi ricorda
l'aneddoto del diavolo quando vestito da forastiere andò dal barbiere che si
era fatto beffe di lui e gli porse la guancia. Il barbiere gli disfece la barba
da una parte, poi cominciò dall'altra. Senonchè finita questa trovò che la
barba dall'altra parte era ricresciuta subito. E così via, finchè il barbiere
scappò facendosi il segno di croce.
5334.
Negli ultimi giorni di sua vita, Fabrizi quando aveva già quasi perduta
interamente la memoria e la percezione e la parola, la riebbe ad un tratto per
pochi istanti, sentendo instintivamente entrare nella stanza Cialdini al quale
disse con una voce di tenerezza, d'angoscia, di gioia “Oh Enrico!” - Sotto
Corelia (?) in Ispagna, Enrico Cialdini era stato messo agli arresti. Le truppe
muovono arditamente all'assalto; fra i primi è Borso dei Carminati uno dei
capi. Sta per salire primo la breccia, quando, sulla breccia stessa si trova
dinanzi, a porgergli la mano, Cialdini. Cialdini che fuggito dagli arresti,
s'era cacciato davanti a tutti nella mischia.
5335.
Si corregga l'ultima parte del mio bozzetto “Un prode” (Luigi Vassalli)
pubblicato nel 1886 (?) sul Capitan Fracassa di Roma. Si tratta
dell'episodio del mantello. Fu nella ritirata da Rimini che, inseguito dai
tedeschi, Fabrizi stanco a non potere più reggersi, si gettò sul nudo terreno
per dormire, disposto anche a cadere nelle mani degli inseguitori ed a farsi
fucilare. Svegliatosi dopo qualche ora, si trovò coperto da un mantello e
videsi presso, a vegliarlo, un giovanetto. Era Enrico Cialdini, che si era
tolto di dosso il suo mantello per coprirne il suo capitano. - Fabrizi
rincontrò poi in Ispagna il giovine del mantello e divennero amici.
5336.
P.U. “Consiglio di ministri”. Descrivere gli uscieri in anticamera,
mentre i ministri sono riuniti a consiglio. Parodia di una discussione di alta
politica. Tipi d'uscieri. L'usciere della presidenza che si crede più degli
altri: il presidente gli ha detto ti prego di fare la tal cosa ecc. Egli spacca
sentenze ecc. L'usciere della guerra ecc. - P.U. “L'Antro dei
sollecitatori” alla Camera. L'elettore influente - Il ferito delle patrie
battaglie - Gli stoccatori ecc.
5337.
Gerghi. V. nel dizionario della Langue verte di Delvau. Abat-faim, plat
de résistance - Abcès, uomo il cui viso somiglia a un tumore “la sua
faccia enfiata e violetta sembrava un tumore lì per scoppiare” - abigotir,
diventar bigotto - imbigottirsi - absinthe (l'heure d') dalle 4 alle 6
ore - accomoder quelqu'un en sauce piquante = batterlo - accomoder
quelqu'un au beurre noir = lui pocher les yeux à coups de poing - Aller
à la chasse avec un fusil de toile, mendicare, portar la bisaccia - Allumer
son pétrole, la sua fantasia. Amandes de pain d'épices, denti neri e
radi - Arlequin - piatto dei poveri, composto dei residui delle tavole
dei ricchi - avoir le compas dans l’oeil, veder esattamente - N'avoir
pas inventé le fil pour tailler le beurre = être niais - Banque,
escroquerie - faire une banque, imaginer un expédient d'une honnéteté
douteuse pour gagner de l'argent, ecc. Nei dizionari di gergo, molti scrittori
potrebbero trovare nuovi colori per le loro stracche tavolozze.
5338.
Progetti librari. Si potrebbe illustrare splendidamente e umoristicamente la
Cabala (Gabola) con 90 tavole fatte da artisti e descritte da poeti satirici
- Un'altra illustrazione interessante sarebbe quella del Marchionn di gamb
avert del Porta.
5339.
Miei numeri, 17 e 27. - Il 27 [lacuna] del 1851 naque Edmondo Mayor che
fu mio carissimo amico e tornerà tale. - Il 17 luglio 1886 morì il figlietto di
Mayor, dopo pochi dì dalla sua nascita e che io insieme a Bodio avevo
dichiarato all'Ufficio di Stato civile, imponendogli i nomi di Carlo (Dossi) e
Luigi (Bodio) - Il 27 agosto 1891 conobbi Carlotta Borsani - or quasi mia (18
sett. 91).
5340.
Montecalvo. Trascrizioni di lapidi - Stemma Beccaria. I° Hanc ecclesiam - divo
Rocho - dedicatam (?) - Annibal Beccaria suis propriis expensis a fundamentis
erexit anno 1580 - 2° Suae utilitati posterumque usui jugem puteum alte
fodiendum eundemque extruendum Federicus Beccaria Annibalis filius suis
sumptibus curavit MDXCVI - 3° Provexit ornavit aquarumque copiae consuluit
pluviales immittens - Aloisia Caroli Pisani uxor. An. MDCCCXXIII. -
5341.
(7-X-1886). Sono, oggi, un orologio i cui congegni - di buona fabbrica - si
trovano ancora in buon stato. Ma se l'orologio cammina, gli manca il pendolo,
quindi corre precipitoso o si arresta improvvisamente. E il pendolo non
potrebbe essere che una creatura femmina amante ed amata.
5342.
Il comm.re Cerboni logismografo e mattoide, già ragioniere generale
dello Stato. Scrisse una voluminosa opera nei cui prolegomeni fa la storia de'
Fenici e degli Egizi ecc. per concludere che essendo essi commercianti dovevano
necessariamente tenere una contabilità. Scrive poi che in qualunque atto della
vita vi sono tre momenti cioè il giuridico, l'amministrativo e il contabile.
(Anche nel pisciare?) Ciascuno poi di questi momenti è composto di 16 categorie.
- Tra le sue espressioni: “Questo fatto s'impernia su due fulcri” (!)
5343.
Nel soffitto di una camera di Casa Pisani Dossi in Via dell'Aqua a Pavia era
una decorazione del 1800 che rappresentava un intreccio di culi di bambini e di
serviziali in azione.
5344.
Un ricco milanese, dopo una corpacciata diceva gaudente “piena la panscia oh
che bella vita! Peccaa (aggiungeva con un rutto) che se pò minga fà digerì dai
noster servitor!”
5345.
Sbarco a Marsala nel '60, secondo la narrazione di Crispi fattami nel 1887
recandoci a Friedrichsruh. - Si doveva scendere in altro luogo. S'incontrò una
nave: alla domanda rispose: “English steamer”. Si seppe che la squadra
napoletana volgeva a levante. Videsi una barca peschereccia diretta a Marsala:
si pensò allora di volgersi a questo porto. Detto fatto, vi si entra colle due
navi. Una, quella di Bixio, s'incaglia. Scende, primo fra tutti, Crispi,
seguito da 60 uomini. Entrano nella città. Il primo incontrato è un frate che
grida “Viva l'Italia!”. Si va al municipio. Il decurione fuggito.
S'impadronisce Crispi della cassa comunale, 6000 ducati. Si arresta il secondo
assessore per redigere con esso il verbale del sequestro della Cassa. Intanto,
si ode un cannoneggiamento. Spavento nel decurione e sua moglie. Crispi dice
loro che sono cannonate di festa. Si era la squadra napoletana appostata dietro
il molo. Ma i suoi colpi o andavano troppo alti o si perdevano nell'aqua. Due
navi mercantili inglesi postesi per caso dall'altra parte impedivano che la
squadra napoletana colpisse i garibaldini. L'unico ucciso dalle palle
borboniche fu un povero cane.
5346.
Burrini - in lingua romanesca sono i contadini dell'agro romano. Scrive Festo: burrhum
dicebant antiqui quod nunc dicimus rufum, unde rustici burrham appellant
buculam quae rostrum habet rufum, quomodo rubens cibo ac potione ex prandio
burrhus appellatur. - Bardus seu stultus a tarditate ingeni appellatur.
5347.
In Buganda, paese selvaggio nell'Africa equatoriale, una specie di topo
comestibile si chiama musa (cfr.
mus lat.) e i vasi da bere - ebibia (cfr.
ebibere) - Mangiare un paese in Buganda, significa governarlo. “Il
mangiatore di Buganda” cioè il suo sovrano.
5348.
Cave à liqueur potrebbe con utile comicità tradursi in latino Cave a
liquoribus.
5349.
Gergo. Quartier souffrant = quartiere dei poveri - spia de' ladri = la luna -
philosophie = povertà. (cfr.
povera e nuda vai filosofia) - consolation = aquavite - Sorbonne, boussole = il
cervello - oeil aux anchois = occhio dalle palpebre rosse e prive di ciglia -
andouille = persona senza energia - les anglais ont débarqués = la donna ebbe
il suo incomodo mensile - panier à deux anses = uomo che ha una donna a ciascun
braccio - boire son perroquet = bere il suo bicchiere di assenzio verde - avoir
une araignée dans le plafond = sragionare.
5350.
Di Buridano non rimase che l'asino. - Raide comme la iustice (cfr. mil. ciôcch come la giustizia) -
Redimerò dal peccato la ricchezza tua (uomo onesto e generoso che sta per
sposare la figlia di un usurajo) - Cagnolina la cui lingua vibra continuamente
incerta fra le labbra della padrona e il proprio deretano. - Aria corretta col
“mistrà” (di atmosfera leggermente nebbiosa).
5351.
Programma di un viaggio allo scopo di perdersi. Non occorre recarsi in Africa o
in Polinesia: basta rimanere in Italia. Bisogna anzitutto far uno studio preparatorio
per dimenticare qualunque nozione geografica che possa esser rimasta in noi.
Dimenticare completamente dove sia il nord e il sud, da che parte spunti e dove
cali il sole: lasciare a casa la bussola, l'orario delle ferrovie ed anche
l'orologio. Si va naturalmente nelle più inospiti regioni meridionali: là si
prende il primo treno o la prima vettura che capita e si scende alla stazione
di un luogo che non si conosce. Ci si mette a camminare senza mai domandare
dove si è, e dove si va, senza mai guardare quando ve ne siano le mete colle
indicazioni dei chilometri e delle direzioni… In un viaggio fatto col suddetto
sistema si possono avere sorprese ed emozioni equivalenti a quelle di un
viaggio in Africa e ciò senza i pericoli, ecc.
5352.
Progetti letterari. Periodico settimanale intitolato “La contraddizione”. Suo
scopo: trovar sempre in ogni questione la nota discorde da quella seguita dalla
gran maggioranza, nota però non d'invidia ma di analisi acuta. C'è un'opera che
tutti fischiano. Mostrarne i lati buoni. C'è un'opera che tutti applaudono:
scoprirne i lati cattivi. Napoleone è alle Tuileries: fulminarlo; è a
Sant'Elena, esaltarlo… Il giornale dovrebbe avere un carattere eccezionalmente
letterario. Esso non potrebbe fare assegnamento che su un pubblico molto scelto
e molto scettico. Parigi sarebbe il suo ambiente naturale. - Il programma del
giornale potrebbe figurare nel L.d.B. e si trova già abbozzato (Vedi
relativa cartella).
5353.
E. Mayor colla sua monografia psicologica sui ritratti dei Cesari non fece che
eseguire un progetto e accogliere una ispirazione del Dossi. Questi raccontò a
Mayor che voleva suggerire a Lombroso uno studio di statistica psichiatrica
sulle teste de' grandi uomini. Le verità statistiche non appajono che per mezzo
delle grosse cifre. Se non è difficile di raccogliere fin d'ora molti dati per
ciò che riguarda le qualità comuni degli uomini, stante la vastissima massa dei
soggetti mediocri, non sarebbe possibile che fra molti secoli di avere un
corredo sufficente di dati relativi alle qualità straordinarie ossia a quelle
che costituiscono il genio. I geni non sorgono che ad intervalli ed in numero
scarso. I geni passati restituirono alla terra le loro spoglie senza che
nessuno le misurasse e pesasse e analizzasse. È un tesoro che sembra
irremisibilmente perduto. Eppure qualche cosa ne fu salvato, grazie all'arte. A
tacere che dall'attento studio cranico ecc. dei geni nuovi si saprà entrare
nella segreta compagine dei geni vecchi, perchè a pari causa, effetti pari,
l'arte antica ci ha lasciato sculture e ritratti che, interpretati a dovere,
possono, se non sostituire la sperienza effettiva, attenuare in certo qual modo
il danno della sua deficienza. L'arte antica specialmente romana se usciva dai
confini della realtà scolpendo o dipingendo esseri fuori dal vero come gli
Iddii, attenevasi scrupolosamente alle forme reali nei ritratti degli uomini,
specialmente nel busto. La serie dei busti capitolini (principi e filosofi) è
una splendida prova di ciò. Vedi anche busti vaticani, busti del Museo Torlonia alla Lungara ecc. Qui l'arte è sinceramente umana:
non è un modello ideale unico che guida la mano dell'artista ma la varietà
infinita. Ogni busto è una biografia. Nella testa di Catone leggiamo la
cocciutaggine, in quella di Marco Aurelio la solenne bontà, in quella di Cajo
Caligola la vanitosa pazzia, ecc. È una miniera, questa, inesplorata ch'io
sappia di cranioscopia. Credo che su quelle teste di marmo si potrebbero
misurare gli indici cefalici e far studi come su teste vere ecc. ecc.
5354.
Progetti letterari. Nuove preghiere, in cui si trovino unitamente alla
elevazione alla Divinità i sentimenti moderni. Monsignor Bignami tentò il
lavoro ma non riuscì. Aveva la più pura volontà; gli mancavano idee e stile.
Prendere per temi delle preghiere gli stessi del libro di Bignami. Vedi Cart.
dei Progetti - Altro libro utile sarebbe uno di “Nuove prediche”. I parroci
delle nostre campagne fanno dal pergamo ai loro parochiani disquisizioni
teologiche incomprensibili non rado a loro stessi. Quanto invece gioverebbe una
predica umana, a consigli morali, a eccitazioni di bontà, intermezzata anche
d'insegnamenti igienici e agricoli, secondo i paesi e i momenti! Suggerii tal
lavoro al mio buon amico Don Jacopo Patri, parroco di Montecalvo, persona colta
e buona ma egli, nelle strettoje della prestidigitazione teologica e del
bizantinismo pontificio, non sa risolversi a mostrarsi com'è semplice e
sincero.
5355.
(1887) Motivi di poesia. - I. L'aspettata. - Da bambino io l'attendo. Ne' sogni
della mia infanzia era il grembo della donna che avrebbe raccolto il mio
delicato corpicino e riscaldato e dolcemente addormentato: giovane la sognai
incendiatrice di poesia, guida all'immortalità. Uomo, vedevo in essa la mia
fedele compagna, la madre de' miei figliuoli: vecchio la figlia amante sulla
quale mi appoggio come Re Lear sul braccio di Cordelia, e prega Iddio con me.
Passò l'infanzia, la gioventù, la virilità, e la donna ideale non mi apparve.
Eccola infine. È la madre nel grembo di cui riposerò la stanca mia testa, è
l'amante nelle cui braccia avrò immortalità, è la sposa che mi darà figli non
perituri, è la figlia che mi condurrà a Dio. È la pallida e cara morte.
5356.
Amo la luna e il sol non ne è geloso… - La mia volontà è ne' tuoi occhi -
Quante fanciulle amai, nessuna mai mi amò -
5357.
La morte del cuore (1887). Tema per versi. Dal primo
battere delle sue ali, il mio cuore cominciò a vagare cercando il cuore gemello
al quale congiungersi. Tutti i cuori che incontrava o erano già accoppiati o
erano troppo differenti da lui. Uno troppo piccolo, l'altro troppo grosso, uno
troppo acceso, l'altro troppo gelato. Finalmente ne scoperse uno che pareva lo
attendesse. Era un cuor virginale e che fremeva musicalmente. Gli si pose a
lato, le loro ali sfioraronsi: per un istante credette di non esser più solo.
Ma il nuovo cuore si stacca improvvisamente da lui e fugge. Il povero mio cuore
si ritrova solo. Tenta riaprire le ali e tornare al suo malinconico volo.
Impossibile! Inutili sforzi. La stanca ala gli cede. Non può più alzarsi. Si
trascina malamente sul terreno come colomba ferita e scoppia rigando il suolo
di sangue e lagrime.
5358.
Preghiera ad Elvira (1887). Se difesi - o adolescente
Elvira - le tue ossa dalla massa villana e copersi di fiori la breve tua tomba
e di baci la tua imagine e d'immortale affetto il tuo ricordo oh vola, vola, a
colei che adoro e di amarmi le inspira. - Non vi ha giovinetta più di lei
modesta e cara. La sua anima musicale è una corda di quell'arpa di cui fosti tu
pure minugia ed io sono. - E la tua anima scenda sul suo violino o sorga dai
tasti del suo pianoforte dond'ella evoca suoni con mano maestra e a lei ricordi
il mio nome e le renda grato il mio viso, incendendola della mia fiamma. - Oh
Elvira mi sia tu misericordiosa e propizia. Se da te inspirato, il cuore di
quella gentile volgerà verso il mio, se io potrò nelle sue braccia placare
l'amore che mi consuma, e coprirla tutta di baci come io copersi la tua
imagine, non mancheranno mai fiori freschi alla tua tomba. Io e lei, vi
appenderemo intorno corone piangendo di dolore per te e di gioja per noi.
5359.
Desiderio. Baciando i baci di fanciulla amante e posando sul fragrante suo seno
e nella sua voce soave vorrei l'amore che tocca il cielo ed è dal cielo
abbracciato - O almeno vorrei, scambiando con una gentil lontana fiori e
sospiri desiderosi e
guardando insieme all'ora stessa la luna, l'amor che guarda il cielo e il ciel lo guarda - O
almeno, inginocchiato dinanzi a donna che adoro e non mi guarda, che supplico e
non m'ascolta donna
che adoro e passa fredda e sdegnosa senza farmi la carità di uno sguardo e mi
lascia ginocchioni colle mani giunte in mezzo la via, vorrei l'amore che prega il
cielo e il cielo gli è muto. - O almeno ancora, odiato da una donna amante,
bellissima e senza pietà, vorrei l'amore che ha il cielo irato e n'è percosso -
Ma l'amore mio non ha sul labbro baci - nè lontani sospiri - nè sdegni - nè
odi. Nè rose nè almeno spine circondano il mio cuore. Egli batte disperatamente
solo e muore deserto.
5360.
Hoc est factum monumentum - Maarco Caicilio - Hospes gratum est quom ad meas
restitieis sedes - Bene rem geras, valeas et dormias sine qura (Via Appia).
5361.
Sotto un brutto dipinto di Cristo in un quadrivio campestre: O passeggier
benchè ti sembri un mostro - io sono Gesù Cristo Signor nostro -
5362.
Il nome di Duomo (domm in milanese) per indicare la chiesa maggiore può
essere derivato o da domus = casa (la casa per eccellenza) od anche dalle 3
lettere D.O.M che si leggono sul frontone dei templi (Deo optimo maximo)
o come le interpretava quel parroco dell'epoca napoleonica “Demanius omnia
manducavit”.
5363.
Nel 1849, credo, a Roma erano tre generali francesi: Cacaud, Saint-Malo, Maury.
Il popolo romano li chiamava tutti e tre insieme. Cacò, s'ammalò, morì. (cfr. col veni, vidi, vici)
5364.
Nel 1859 in Lombardia, dopo gli entusiasmi specialmente femminili per
l'esercito francese sedicente liberatore, i bambini lombardi (così contava un
burlone) non gridavano più nascendo oè, oè, ma oui, oui.
5365
Una principessa Sciarra romana, ignorantissima, passando dalla casa di una sua
amica francese le lasciò scritto “Chère amie, je suis constipée, je ne
puis salir l’echelle”.
5366.
Bacio a marmitta (kýtra) prendendo per le orecchie il bambino a baciare
(Polluce X. 100 - Plutarco, de auditu - Tibullo II. V). Giuoco del bacio
(kynetìnda) presso i greci. Giovanette e giovincelli danzavano a tondo,
intorno ad una ragazza che sceglieva con un bacio a marmitta il garzone col
quale accompagnarsi.
5367.
(Da Burton, Anathomy of melancoly) Lucifer delivered into chains of
darkness - L'origine della medicina omeopatica può rintracciarsi nella famosa
lancia di Achille che feriva e sanava: una eademque manus vulnus opemque feret
- Ut filii non tam possessionum quam morborum haeredes sint. - And sure it hath
been ordered by God's especial providence that in all ages there should be (as
usually there is) once in 600 years a transmigration of nations to mend and
purify the blood of families, as we after seed upon our land. - Malinconico
come il bimbo di un vecchio - (della birra) Stygiae monstrum conforme paludi -
…Nil spissius illa - dum bibitur, nil clarius dum mingitur, unde - constat quod
multas faeces in corpore linquat - Offellius Bibulus, qui, dum vixit aut bibit
aut minxit - Burton scrive seriamente degli angeli e dei diavoli buoni e
cattivi, citando autorità, e li divide in classi e sottoclassi e parla delle
loro dignità, operazioni, studi ecc. (I diavoli) jactant se laedere quando non
laedunt.
5368.
Una signora dicevami che da ragazza era tanto delicata che si sentiva stancare
solo nel veder gli altri a lavorare.
5369.
La Svizzera battè pur essa bandiere di mare. Quando il Giappone aperse i suoi
porti all'Europa, gli Stati Uniti d'America furono i primi a stipulare trattati
con esso, credo nel 1862. Poi seguì la Svizzera. Aimé Humbert, plenipotenziario
elvetico, noleggiò un treponti in Olanda, vi issò la bandiera della
Confederazione e recatosi in Giappone vi concluse uno de' migliori trattati. -
L'emigrazione dal Canton Ticino è di circa 15 o 20000 persone ed è subito
sostituita da altrettanta immigrazione italiana. Esce chi è adatto a lavori di
fatica; entra solitamente il terrazziere. I ticinesi vanno a fare il
caffettiere, il pasticcere ecc. a Londra, il bronzista, lo stuccatore a Parigi,
il caldarrostaio e il cappellajo in Lombardia. Molti tornano ricchi. Un
Bernasconi recatosi in America rincasò in età ancor fresca con parecchi
milioni: si fa venire ancora il cuojo dall'Argentina per farsene scarpe - roba
grossa, da Alpigiano: il Bernasconi frodò anche le dogane italiane, a tiro di
quattro, col legno imbottito d'orologi. - In talune valli del lago di Lugano
troviamo il tipo romano, ultime immagini del centurione antico, presso il tipo
sbiadito germanico. I carbonai e gli s'ceppa legna delle valli luganesi davano
il dialetto per le canzoni carnevalesche milanesi antiche. — Meestar Hagadel,
uno dei condannati nel processo politico del 1821 fatto dall'Austria,
rifugiatosi a Lugano lasciò parecchie migliaja di lire di reddito alla
Repubblica italiana. Sin qui l'esecutore testamentario (Gabrini) non riuscì di
ottenere che il Governo italiano - governo regio - accettasse il legato per
l'espressione usata dal testatore. - Propaganda evangelica nel Canton Ticino. A
Biasca ecc. si predica sulle piazze in mezzo al generale rispetto. E ciò mentre
il Cantone è in mano del partito degli oreggiatt (orecchioni) - i
clericali.
5370.
Conconi dice - il mare! cosa è infine questo mare - on navili senza sponda.
5371.
(1891). Zia Elena, sorella di mio padre, oggi ottantatreenne, si ricorda ancora
di quando, bimba di 3 anni, fu presa una notte nuda dal suo lettino e portata
in sala e baciata da Ugo Foscolo che ammirò la sua bellezza.
5372.
Un Pisani Alessandro scrisse - Lettres sur divers endroits de l'Europe, Asie et
Afrique parcourues en 1788-89 - Londres Dennelt 1793 - Viaggio pittorico per
alcune parti d'Europa, Asia ed Africa con osservazioni sullo stato attuale
della società e degli avanzi di antichi edifici - Londra, 1793, con i disegni
di J. Stuart (in inglese).
5373.
Nella Chiesa di Montecalvo di patronato Pisani Dossi si vedono ancora scolpiti
nei due panchi di sinistra dinanzi l'altare gli stemmi Pisani. - Una strada che
scende ripida dal castello si chiama strada Pisana. - Nel 1891, A. Pisani Dossi,
patrono, ottenne per la Chiesa di Montecalvo un breve del papa che accorda
l'indulgenzia plenaria ad septennium il giorno della festa di S. Alessandro
Martire (26 agosto celebranda la prima domenica di settembre) - Presentò pure
alla Chiesa, a nome del Cardinale e Principe di Hohenlohe un reliquiario co[n]
34 reliquie de' maggiori santi, già della famiglia romana Colonna, poi
conservato nella cappella della tiburtina Villa d'Este.
5374.
(1891 - 10 sett.). Conosco un signor Amati, agente di casa Arnaboldi, dimorante
a Casco presso Montecalvo. Mi narra che fu presentato nel 1848 a Garibaldi da
mio nonno Don Carlo. Garibaldi era appena reduce dall'America. Andarono a bere
insieme. Trova ch'io sono somigliantissimo al nonno. Don Carlo regalò a sua
moglie un bel anello antico con cameo nero.
5375.
Il S.r Amati (V. n. 5374) racconta parecchi aneddoti sul [parola
abrasa] della famiglia Cairoli. [rasura] Benedetto era praticante
nello studio del pavese avvocato Mai, il quale, sperimentatolo per citrullo, si
meravigliava poi come sifatta bestia fosse giunta ad aquistarsi tanto credito e
popolarità. Essendo stati sequestrati i beni dei Cairoli, per poterli riavere
si doveva come d'uso fare un'istanza all'I. R. Governo. Benedetto la fece, Mai
la tradusse in tedesco. Presentata, fu subito esaudita. Causa della insolita
premura fu l'esservi stato unito un attestato del generale D'Aspre, intimo
amico di D.na Adelaide, da cui il generale diceva di esser sempre
stato trattato con ogni riguardo ed onore in casa Cairoli, anche
recentissimamente. - Il giorno in cui abortì la congiura Barsanti (così
asserisce Amati) B. Cairoli era sulla porta della sua casa di Groppello
attendendo ansioso l'annuncio della proclamazione della repubblica italiana.
5376.
Tranquillo Cremona ajutò talvolta il pittore Lazzari a fare le sue marine. Il
Lazzari pittore in miseria portava sempre un cappellaccio. A chi chiedeva
perché il Lazzari non mettesse nelle sue marine in burrasca che due dita di
cielo, Tranquillo rispose: Lazzari non ne vede di più perchè è impedito di più
vederne dell'ala del cappello.
5377.
(1886-15 luglio) Visito Cantù nell'Archivio di Stato di Milano e gli presento
un permesso del Ministro Depretis per prender visione ed appunti sul processo
politico 1821 e sul mio nonno C. P. D. Cantù ha una faccia sospettosa e
arrovesciata. Pure, mi accompagna nell'archivio segreto. Dice che poca fede va
data a simili processi perchè “allora abbiamo tutti mentito”. Vuol dare ad
intendere di essere stato anche lui cospiratore. Grazioso quel suo atteggiarsi
ad ex-martire.
5378.
Luigi Bodio, statistico. Il nonno paterno di Bodio (milanese del vecchio
stampo) aveva per massima che quelli soli che volevano fare il prete dovevano
studiare: gli altri non avevano, secondo lui, tal bisogno. Perciò si limitava a
far apprendere a' suoi figliuoli il leggere, lo scrivere e il conteggio. - Il
padre di Bodio, chincagliere, aveva bottega sotto i portici dei Figini. Quando
i portici furono demoliti per allargare la piazza del Duomo, sembrò demolito
egli pure: chiuse bottega e non seppe più darsi pace. Tutti i giorni si recava
sulla piazza del Duomo, sull'area dove sorgevano i portici e indugiava malinconicamente
sul posto dello scomparso negozio - Il padre di Bodio era di una onestà unica.
Vendendo certi bastoncini di canna di zucchero, si compiaceva di mostrare
all'aquirente la loro elasticità. Ne prendeva uno, lo piegava contro terra -
tac - il bastoncino si spezzava. Allora diceva: quest l'è per mì - ne prendeva
un altro, ripeteva l'esperimento: e la canna sottile si rompeva ancora. “E
anche quest l'è per mì” - e così via finchè trovava un bastoncino che vinceva
la prova. Offrendo il quale all'aquirente diceva tutto contento “E quest l'è
per lu”, nè glielo faceva pagare più del prezzo usuale. - Arrivavano di tempo
in tempo in negozio casse di balocchi. Del coperchio restava aperto qualche
piccolo vano. Il piccolo Gigi Bodio e i suoi fratellini v'introducevano dentro
le curiose ditina e ne cavavano fuori a sorte, ora una marionetta, ora una
pecorella ecc. Gigi Bodio si ricorda specialmente una certa cassa sulla quale
era scritto “cani e gatti” - Bodio aveva conosciuto Matteucci a Milano in una
conversazione. Sapendo Bodio il tedesco, Matteucci l'aveva chiamato in un
angolo della sala pregandolo di volergli a voce tradurre alcuni passi di un
libro che teneva fra le mani. Era un libro di uno scienziato tedesco in cui si
dicevano corna di Matteucci come fisico ecc. Passò qualche mese. Matteucci,
nominato ministro della Istruzione Pubblica, chiamò tosto Bodio al suo
gabinetto. Capo di questi era nominalmente Cesare Donati, di fatto Bodio.
L'orario di Matteucci era stranissimo perchè il Ministro si metteva talvolta al
lavoro alle 3 dopo mezzanotte, cosicchè i suoi segretari dovevano essere in
piedi a quell'ora. Ma la maggior parte, salvo Bodio, dormiva. Bodio lavorò 7
mesi con Matteucci, senza un soldo di paga.
5379.
Il padre di Adelaide Maraini era Giovanni Pandiani, scultore. Aveva la malattia
morale della “controvolontà”. Ogni sera, lasciando lo studio, nel far girare la
chiave nella serratura non sapeva mai precisamente se chiudeva o no. “L'è
avert, l'è saraa”, diceva a mezza voce, volgendo e rivolgendo la chiave finchè
non sapeva più se fosse aperto o chiuso. E in istrada, tornando a casa colla
moglie o la figlia continuava a fare calmee se la porta era o no chiusa,
finchè, nel dubbio, finiva a tornare allo studio e lo trovava aperto -
Pandiani, prima di andar a letto, barricava la porta. Non c'era nulla da portar
via, salvo le statue difese dal loro peso, ma, si sa mai! Tutte le sere
era uno strascicare di mobili contro l'uscio. Vi metteva contro il pesante coumod,
poi su, una sedia, poi, sulla sedia un catino e nel catino un lume. E diceva
“se i ladri vengono, il lume cadrà nel catino e farà rumore”. Alla mattina poi,
quando il lattivendolo picchiava all'uscio, la scenetta di disfare la barricata
era comicissima. Così pure, inchiavando la porta interna dello studio, Pandiani
vi applicava una stanga e posava su questa il candeliere acceso. E diceva alla
moglie e alla figlia: vedete, se il candeliere sta sulla stanga, è segno che la
stanga c'è. Se la stanga non fosse, il candeliere cadrebbe. Giurate che il
candeliere sta sulla stanga ecc. - Pandiani era sempre all'asciutto, nonostante
i grossi guadagni che faceva come scultore. Portando a casa il sacchetto del
denaro, la prima impresa era quella di contare le svanziche. Fatto il
primo conto, gridava tutto giulivo alla moglie: si sono sbagliati; cento
svanziche di più; stasera andremo al teatro - La moglie gli suggeriva
sommessamente di rifare il conto. Pandiani, brontolando, lo rifaceva e trovava
cento lire di meno. Allora si disperava. “Bricconi, ladri” diceva. - Insomma
non gli riusciva mai di avere la somma esatta. E col denaro voleva subito
pagare tutti i debiti. La moglie lo consigliava a dare degli acconti, perchè
altrimenti non sarebbe loro rimasto abbastanza per tirare innanzi. Ma che! egli
voleva pagare i debiti - Paga e paga, rimaneva a mani vuote - Altra impresa
difficile per il Pandiani, come per tutti gli scultori, era quella di scrivere
una lettera. Consumava solitamente per ogni lettera un pajo di dozzine di
fogli, poichè sbagliava sempre o il nome della persona cui scrivere o la data o
il ragionamento. Ricopiando poi in bella la minuta, ometteva sempre qualche
pajo di linee. - Il Pandiani amava le decorazioni e ne aveva parecchie. Quando
si metteva in marsina per recarsi a qualche festa o ricevimento, tutta la casa
era sossopra. Faceva correre tutti a prendere questo o quello: poi
s'impazientava se la moglie o le figlie gli giravano intorno. “Non movetevi,
diceva, che me fee sudà.” Quindi usciva: ma subito rientrava tutto
scalmanato. Aveva dimenticato le decorazioni. “E la cadenella! - gridava - e la
cadenella!” - Pandiani aveva delle innocenti furberie. Tornando a casa tardi,
camminava svelto brandendo allegramente la sua canna. Appena alla soglia della
porta di casa, si faceva zoppo, appoggiandosi dogliosamente sul bastoncino. Ma
la moglie e le figlie lo avevano già visto, sano, dalla finestra. - Adelaide
figlia di Gio. Pandiani moglie di Clemente Maraini uomo di grande ingegno. A 16
anni Adelaide mal conteneva la sincerità de' suoi moti. Tale ch'era stato in
America veniva spesso in sua casa e tediava tutti colla sua voce e i suoi
racconti monotoni. Narrava sempre dell'America e ripeteva in maniera
asfissiante la frase “facciamo un passo indietro”. Or un giorno, incominciando egli
a dire “per fà on pass indree” la giovinetta Adelaide non seppe più tenersi e
preso un cuscino dal canapè si pose a darlo addosso senza pietà al seccatore,
il quale sotto la improvvisa tempesta, più non sapeva che fare e dire. Adelaide
non cessò che all'ingiunzione della madre e si rimase tutta confusa - Altra
volta giocavasi in casa sua a far girare una tafferia (basletta). I
giovani dovevano uno appresso all'altro raccoglierla prima che cadesse. Venne
la volta di certo francese, grosso, che aveva un culo tondo e colossale, il
quale francese nel chinarsi in fretta s'ebbe spaccati i calzoni sul deretano.
Adelaide non potè trattenersi di dargli con la mano una rumorosa sculacciata. -
Adelaide diventata Maraini era un dì a passeggio, modestamente vestita come al
solito della sua giacca. Ricordò una conoscente, la prefettessa Gadda, e così,
com'era, si recò a visitarla. Nella sala prefettizia era circolo. Dame
abbigliate in gran lusso. Entrando la Maraini vestita alla buona, fu accolta da
occhiate di traverso. La Gadda non le rivolse che qualche parola, non
parlandole che d'arte. Allora la Maraini si accorse d'esser vestita male e si
congedò. Giunse a casa infuriata: voleva ad ogni costo mandare alla Gadda uno
de' suoi manichini, abbigliati in gran lusso, si diede anzi premurosamente a
pulirne e vestirne uno. Avrebbe dato seguito al suo proposito se il marito
Clemente non vi si fosse opposto.
5380.
(1886 giugno) Fra le due Adelaidi Maraini. Non so se più amo la figlia o la
madre. Ma ahimè! per la prima naqui troppo tardi e per l'altra troppo presto.
Rimango tra esse dando una mano all'una, e l'altra all'altra senza poter
abbracciare nessuna delle due.
5381.
[Nota, di circa quattro righe, abrasa]
5382.
Carlo Cattaneo diceva scherzando: mi capissi propri nò perchè ghe l'avii sù
tant coi todesch che ve fann inveci inscì comod. Guardee: lor ne fann de
giudes, lor ne ciappen i lader: ven la guerra, hin lor che ne fann i soldaa
ecc. Ve accorgiarii quand dovrii fà vialter i todesch!
5383.
Edmondo Mayor, già mio amico e che tornerà, spero, amico mio, aveva 6 anni e si
trovava sul lago di Ginevra a Montreux nella vecchia casa Mayor. Un dì chiese
al babbo non so quanti centesimi. Il babbo glieli negò. Allora Edmondo si
propose di guadagnarseli. Detto fatto, scappa di casa, va all'imbarcadero del
lago, e si offre a portare la sacca a chi scende dal battello a vapore. Una
signora gli dà la sua valigetta. Edmondo gliela porta a casa e si guadagna
dodici soldi. Il dì appresso la signora, amica della mamma di Edinondo, va a
far visita a questa e riconosce nel bambino della S.ra Mayor il suo
piccolo facchino - Altra volta, Edmondo, sentendo che lo si voleva condurre in
collegio, si asserragliò in una certa capanna fatta di assi del giardino di
casa, e vi si difese sifattamente che non potè esser preso se non dopo che ebbe
consumata tutta la sua provvisione di ciottoli e di assi.
5384.
Agostino Bertani mandò il suo ritratto a Paolo Gorini con questa epigrafe. - A
Paolo Gorini - conservatore e distruttore della carogna umana - L'amico
Agostino Bertani - offre e raccomanda questa imagine sua - perchè, ricordandolo
affettuosamente - come suo ammiratore - gli propizii i misteriosi fuochi - che
combureranno la logorata carcassa - 24 febbrajo 1879 -
5385.
Gorini era amantissimo dell'“Ars amandi” di Ovidio e ne citava spesso i versi.
E difatti è un poemetto pieno di sapienza - Fra gli amici di Gorini, porre
Carlo Francesco Nocca di Pavia, morto nell'agosto 1886. Studiava chimica e
geologia sperimentale, ma tutto il suo edificio scientifico si ridusse alla
fabbrica di una gran torre nella quale aveva fatto il suo laboratorio più da
negromante che da chimico. Eresse anche, a sue spese, una statua a Volta nel
cortile dell'Università.
5386.
L'umore milanese o lombardo oggi è quasi irremissibilmente perduto. Invano
cerchi qualche scampolo di quella stoffa ambrosiana che diede Manzoni, Cattaneo,
Bertani, Gorini, Vassalli, Rovani, e molti minori. Era gente di alto ingegno e
insieme cavalleresca, amabile e bonariamente spiritosa. Nutriti di Rossini e di
Porta, erano amanti della gonnella, senz'essere puttanieri, erano giocondi
senza mai essere sguajati. Oggi si è loro sostituita la volgarità,
l'ingrugnatura, il portinarismo del Secolo, il bohemismo
scimiottescamente francese ed odioso; l'ubbriaco che rece al brillo che canta,
ecc.
5387.
Certo Manara, bel tipo milanese l'aveva coi provvedimenti contro l'idrofobia.
Diceva “tutti moeuren de tifo, de fever acutta… nissun de idrofobia. E tutti se
scalmanen contra i pover can. Ghè on tifo che porta via mezza la contrada, e
ven nanca foeura el mazzacan”.
5388.
Arme Marozzi di Pavia (parenti miei)
d'azzurro alla stella d'oro a sei raggi cimato d'oro con
aquila nera ali spiegate - coronata - Arme Quinterio di Lodi (famiglia di mia
madre)
d'argento al leone quadripartito di rosso e azzurro
tenente un anello d'oro. - Altro stemma Marozzi: 1 d'oro all'aquila nera linguata di rosso e coronata
d'oro
- 2 d'azzurro alle fiamme di rosso - 3 d'azzurro al
cavallo bianco (rozza) uscente dal mare al naturale tenuto da mano con
briglie rosse. È un rebus araldico Mar-Rozza
5389.
All'aneddoto già registrato del villano bidello dell'Ambrosiana al quale Rovani
disse che “non sarebbe più tornato in biblioteca finchè egli ci fosse stato e
sarebbe tornato presto” “Non tornerò più quì finchè ci sarete voi e tornerò presto” come avvenne infatti per la
morte, quasi subita, del bidello - si aggiunga - che Rovani si vide venire a
casa gli eredi a portargli danaro con vivi ringraziamenti. Il morto bidello era
ricco, avaro e cattivo. Naturalmente Rovani rifiutò, ma gli eredi gli vollero
dare ad ogni costo un pranzo.
5390.
Far ricerca di una canzone di A. Ghislanzoni, pubblicata in uno de' suoi
giornaletti (o Capriccio, o Giornale per ridere ecc.) e
descrittiva di Rovani. Ricordo questi versi. È Rovani che parla. “In riva del
naviglio - io naqui e trassi i dì - il soldo d'applicato - consumo
dall'Hagy - …Quando i ronzini trottano -
e il carro non traballa - può rimanere in stalla - il nobile corsier - …La
storia de' cent'anni - ad intervalli scrivo - se un altro secol vivo - la
leggerete un dì. - …del vecchio Lambertin (?)…
5391.
(Dal Vol. I delle opere di Mazzini) Nella Prefazione, Mazzini scrive “non ho
serbato mai note, copie di lettere o memorie di date”. 1821, aprile. Mazzini in
Genova, d'anni 13 - 1827, prime pagine scritte da Mazzini pella Antologia
di Firenze che non le pubblicò - “Io non credevo allora (quando scrisse la
lettera a Carlo Alberto) nè credo oggi che possa dalla monarchia, venir salute
all'Italia, cioè all'Italia come io la intendo o come la intendevamo tutti
pochi anni addietro, una, libera, forte, indipendente da ogni supremazia
straniera e morale e degna della propria missione”. - “Noi siamo di quel popolo
che Bonaparte ricusava di unire perchè lo temeva conquistatore di Francia e
d'Europa” (1831 - Lett. a C. Alberto) - Nello statuto della Giovane Italia
(1831) Mazzini parlava per le isole italiane di una organizzazione
amministrativa speciale. Con l'Italia unita voleva però la libertà comunale.
Nel giuramento d'iniziazione, gran sciupio della parola “Dio”. Nel giuramento:
“giuro di consacrarmi tutto e per sempre a costituire l'Italia in nazione una,
indipendente, libera, repubblicana”. La Giovane Italia chiudeva il periodo delle
sette ed apriva quello delle Associazioni educatrici (V. in Bianca Milesi Mojon
- Processo del 1821) - “Io piego la testa, dolente, alla sovranità
nazionale, ma la monarchia non m'avrà impiegato nè servo”. -
5392.
Bianca Milesi Mojon sorella di mia nonna, diede, nel 1831, commendatizia a
Mazzini che recavasi a Parigi in esiglio, per Sismondi. Sismondi, ai molti
esuli italiani che gli stavano intorno e pendevano dalle sue inspirazioni,
predicava il federalismo.
5393.
Nel 1831 in un Comitato che stava preparando un'invasione dalla Savoja entrava
un Pisani. - Tra i fondatori della Giovine Italia (Marsiglia, 1831) Nicola
Fabrizi, Gustavo Modena, Melegari, ecc.
5394.
Per comprendere interamente la critica rovaniana vuol esser letto Mazzini. La
letteratura del primo cinquantennio del secolo XIX aveva certamente intenti più
nobili della attuale: l'attuale ha migliori forme di quella. Quando si
riuniranno i due elementi?
5395.
Agostino Depretis deputato di Stradella sedeva a sinistra nelle file
dell'opposizione. Parlava di rado, ma con vigore e con senno. Poco splendido ma
molto succoso. Benchè ardente democratico, il suo contegno era d'uomo freddo e
riservato; più caldo forse nelle opere che ne' consigli. La democrazia, che
capitani non vuole perchè indomita e riottosa, gli mostrava molta deferenza,
non disputata che da Lorenzo Valerio, benchè in sostanza nè l'uno nè l'altro
fossero veracemente seguiti mai… Nuovi tempi lo attendevano. Governatore in
Brescia con Garibaldi, ministro a Torino con Rattazzi, ecc. (brano trascritto,
da chi?).
5396.
Nel 1848 erano stati eletti deputati Gabrio Casati ed Alessandro Manzoni ma
cessarono dal mandato. Gabrio Casati fu poi ministro, nato da una crisi
provocata dalla Lombardia, in un ministero composto interamente di lombardi.
Non destò in Piemonte molta confidenza e non ebbe alcun prestigio.
5397.
La polizia sarda, dopo il 1849, sembrava agli stipendi dell'Austria.
5398.
Elezioni del 1886. Cesare Correnti invitato dagli elettori di Milano di far
conoscere le proprie idee, dopo che già tante volte le aveva espresse, preparò,
irritato, una lettera che incominciava: Chi sieto? dove andee? che mestee fee
diceto!... continuando poi in lingua italiana. Mostrò poi la lettera a Depretis
Maraini dice che la
mostrò a lui, che
gli suggerì di levare la frase milanese perchè avrebbe consigliato come
risposta il successivo verso “foo el cavalier (o meglio foo i cavalier) vivi
d'entrada” etc. - Correnti chiamò poi Maraini cui lesse la lettera,
avvertendolo come a preambolo che in essa non si vantava che di due cose, del
traforo del Gottardo, e de' nuovi quartieri di Milano. Per questi ultimi
chiedeva a Maraini la concessione morale del suo privilegio, che Maraini (il
quale fu il vero primo ideatore della nuova Milano) gli accordò ridendo, mentre
Correnti dei nuovi quartieri di Milano non si era mai occupato, neppure in
sogno.
5399.
Nel discorso letto da S. E. Correnti, ministro della Pubblica Istruzione, per
l'apertura del Museo Etrusco a Firenze, 12 marzo 1871 - (volume stampato a
Firenze coi tipi Lemonnier, 1871) è scritto testualmente: E in questo caso
sopratutto non mi è difficile nè ingrato il ricordare che nell'uso del popolo
fiorentino, balio, dicono, della lingua nazionale, tanto vale ministro quanto
esecutore e serviziale...
5400.
La “giornada del bò” (giornata del bue) frase dell'Oltrepò pavese per dinotare
un giorno senza nube. Due proprietari avevano scommesso, il primo, di dare
all'altro un bue ogni dì perfettamente sereno, l'altro di dare al primo una
pecorella ogni dì in cui ci fosse qualche nuvola, per quanto piccola. Il bue non
fu dato mai. Quello delle pecore si rovinò completamente.
5401.
1878. Crispi, ministro dell'Interno, sposa la 3a moglie, dopo di
aver presentata la seconda (la Montmasson) a Corte. La regina, ricevendo una
mattina i ministri salutò tutti, salvo Crispi cui volse le spalle. Quella
stessa mattina la regina aveva trovato sulla sua toeletta una copia fotografata
dell'atto del matrimonio religioso celebrato a Malta tra Crispi e la
Montmasson. E chi l'aveva messo sotto gli occhi della regina era stato -
Nicotera. - Nel marzo 1887 Depretis offerse a Crispi un portafogli. Crispi pose
come condizione l'entrata di Zanardelli nel Ministero. Depretis inclinava ad
accettare, ma Zanardelli avendo chiesto consiglio a Cairoli, questi pose il veto.
- (9 marzo 1887) Vigilia della riapertura della Camera: sono alle 6 p. nel
gabinetto di D.na Amalia Depretis. Nella stanza da letto vicino a
noi è raccolto il consiglio dei ministri intorno al letto del Presidente
Depretis, malato. Donna Amalia si sfoga con me a dir male di parecchi ministri
e specialmente dell'altezzoso e ignorante Robilant. Io patrocino la causa di
Crispi e mi si ascolta con piacere.
5402.
(Frammenti di note della 1a visita a Friedrichsruh con Crispi. Mayor
tenne e avrà certo ancora un diario particolareggiato). 1 ottobre 1887. Nel
nostro vagone-salon, noleggiato dai Fratelli Gondrand e mezzo sconquassato, si
giunge la sera a Luneburgo. Con treno espresso mandatoci da Bismarck si arriva
a Buchen dove troviamo il conte Erberto di Bismarck. Il conte sale nel nostro
vagone assieme al suo segretario conte di Pourtales. Si giunge a
Friedric[h]sruh. Il principe-cancelliere è alla stazione a ricevere Crispi.
Accoglienza affettuosa. Si va in carrozza a casa distante cinque minuti dalla
stazione. Casa signorilmente modesta. Cena. Il principe e la principessa
amabilissimi. Ricordi antichi. Avendo Crispi rammentato il trattato di Parigi
quasi tutto morto, Bismarck ricorda quello di Berlino osservando che anche di
esso “il n'en reste pas grande chose”. Si parla della piccola Prussia, quando
Manteuffel ambasciatore prussiano fu lungamente fatto aspettare a Parigi. “Se
fossi stato io” dice Bismarck “non avrei certo aspettato”. Si accenna al
sistema parlamentare, si parla degli interruzionisti alle Camere. Crispi
ricorda di aver detto a uno di essi “qui interrompt ne sait pas parler”. La principessa non fu mai alla
Camera. Dopo pranzo Bismarck
offre sigari e fa portare bottiglie di birra. Colla sua lunga pipa in bocca il
principe loda i benefici fisici e morali del tabacco. Il principe fuma tre pipe ogni
sera. Essendo un soporifero,
rende più calmi i discorsi: poi la preoccupazione di chi ha in mano uno sigaro
o in bocca una pipa, perchè non si spenga, dà modo di calcolare e di far risaltare
le proprie frasi. - Bism.
si meraviglia che Crispi non fumi nè beva. Salvatore, servo di Crispi, mi
riferisce che il cuoco di Bism. gli ha chiesto che cosa il ministro sia venuto
a fare a Friedric[h]sruh. - 2 ottobre 1887. Il principe entra alle 10½ nella
camera di Crispi dove mi trovavo. Bismarck domanda scusa di essersi levato
tardi. Domanda a Crispi se ha preso il suo latte. Cr. gli chiede se non va più
a caccia. Risponde: “j'ai pitié de ces pauvres bêtes”. Bism. domanda il
permesso di andare ad aprire il suo corriere, dicendo che tornerà da Cr. Dopo
un'ora un cameriere viene ad invitar Cr. a nome del principe di passare nel suo
studio. I° lungo colloquio col Cancelliere. - Nella giornata passeggiata nel
parco. Pioviggina. Il principe e Cr. in una carrozzella. La principessa avvolge
Cr. nel mantello del cancelliere - un mantello che aveva veduto la guerra del
1870. A tavola il dott.r Schweninger, medico fidato di Bismarck, che
lo aveva salvato da un esaurimento nervoso gravissimo colla cura specialmente
delle arringhe salate. Schweninger fa un po' come quel segretario di Sancio
Pancia all'isola Barataria che gli inibisce il tale o tal altro piatto. Oggi
però Bismarck si trova lontano di posto da Schweninger, e a me che gli sto a
sinistra dice mostrandomi una vivanda di cui si serve largamente: “de ceci je
ne devrais pas goûter. Mais, le soir, le docteur ne voit pas. Profitons-en”. -
Sentendo che io era milanese, Bismarck aveva fatto imbandire quella sera un
gran risotto. Mi domandò come mi sembrava. Lo lodai - ma mancava di zafferano.
(Le altre note, fatte a matita, sono smarrite).
5403.
(1889. IX. 8) Dal cardinale di Hohenlohe. Mi racconta della duchessa di
Hamilton, madre della moglie del principe ereditario di Monaco, che quando fu a
Roma per la questione del divorzio della figlia, venutolo a visitare a ora
tarda e facendosi bujo ed essendo già l'ora della cena del Cardinale, che gli
arrivava per mezzo di un ascensore dalla cucina a terreno, l'ascensore
movendosi dava di tanto in tanto de' piccoli fischi. E la duchessa se ne
allarmava, dicendo “Eminence, on me siffle”. La stessa duchessa contò ad
Hohenlohe che sua figlia non voleva saperne del principe Alberto perchè gli
puzzava il fiato. Sposatolo a controcuore, le prime due sere la principessa gli
rifiutò l'amplesso, fuggendo. Il principe ricorse alla duchessa madre la quale
disse “state tranquillo, stasera ci sarò io”. E difatti fu nella camera
nuziale, e comandando militarmente, uno, due, tre, obbligò la figlia a farsi fottere,
lei presente, dal principe.
5404.
(1890-V-16) Da Hohenlohe a colazione col canonico Coccanari. È venerdì; pranzo
di puro grasso, con sciampagna ecc. Si parla delle missioni francesi in Africa.
Il missionario si sforza di far capire i dogmi che non capisce neppure lui
stesso e la storia sacra ai selvaggi, sui quali getta di tempo in tempo qualche
secchio d'aqua per potere poi dire di averli battezzati. Il missionario mostra
ai selvaggi una gran tabella illustrata. “Madeleine pécheresse!” I selvaggi
rispondono a coro, sbagliandosi “tant mieux!” E il missionario, mostrando loro
un'altra figura “Madeleine pénitente!” al che i selvaggi “tant pis!” -
Hohenlohe, quando abitava in Vaticano, possedeva nel suo appartamento un
ritratto di papa Ganganelli, dipinto da Raph. Mengs, che poi donò al duca di
Sassonia Coburgo, proprietario di Villa Carlotta sul lago di Como. Allorchè il
generale dei gesuiti veniva a visitare Hohenlohe, questi lo faceva sempre
sedere di faccia al ritratto del papa antigesuita. Il generale faceva allora
continuamente dei profondi inchini, meno per salutare Hohenlohe che per non
vedere l'effigie del pontefice nemico -
5405.
Hohenlohe si trovò spesso in famigliare conversazione col principe Enrico di
Prussia e sua moglie. Si parlava una volta di Roma. La principessa diceva:
Guglielmo regalò tanti bei diamanti a quel vecchiaccio (alludeva al papa) che
avrebbero tanto piaciuto a me. - Domandò poi a H. “Come mai avete potuto
mettervi insieme a quella cattiva gente di preti romani?” - Il principe,
ammiraglio tedesco, diceva poi scherzando che Re Umberto aveva voluto fargli
cosa grata, mettendolo vicino alla marchesa di Villamarina, essendo egli
marinaro.
5406.
A Tivoli, presso Villa d'Este, nel demolire il muro di una cella di frate, si
trovò una nicchia ed in essa una scatola di tartaruga con entro calce e due
scheletri di canarini. L'iscrizione sulla scatola diceva Frat. Theodosius,
1621. Nella scatola era una pergamena coll'arme di un papa e i nomi di parecchi
cardinali.
5407.
Nella politica è come sul teatro. Vi ha gli autori che scrivono le opere da
recitarsi e non appajono sul palco; e gli attori che le recitano pubblicamente
e non le hanno scritte.
5408.
(1886 genn.) Il generale Menabrea, ambasciatore d'Italia a Parigi, si trovava
ad un pranzo ufficiale dov'erano parecchi generali francesi. Dopo pranzo si
fece circolo. I francesi si posero a discorrere dello stato dell'esercito della
Repubblica. Dimenticandosi della presenza dell'ambasciatore italiano uno saltò
fuori a dire “nous ferons nos épreuves sur les italiens”. Menabrea fece le
mostre di non accorgersi della frase, ma ne informò tosto il Ministero, poi, a
voce, il re.
5409.
(Durante il lungo Ministero Depretis - fino all'86) La giovine Italia, bollente
d'entusiasmo, costretta a starsi al passo dell'acciacosa e paurosa politica del
vecchio di Stradella, ricorda una giovine sposa, piena di vita, obbligata a
dormire con un vecchio [puzzolente ed a fasciargli le ferite di vergognose
battaglie in cui essa non ha combattuto.]
5410.
Anche i bambini - di condizione civile - quando sono malvestiti in mezzo ad
altri bambini vestiti bene si sentono come avviliti. Il ragazzino
coll'abituccio pezzato, che a scuola era chiamato dai compagni “il signor
Pezzoli”.
5411.
Nel giro delle idee capita spesso come in quello delle strade. Quando ci si
comincia ad abituare, nella nostra quotidiana passeggiata, a prendere una via,
non si sa più mutarla.
5412.
Crispi ha una virtù massima = la celerità: e un massimo difetto = la fretta.
5413.
Le piante topografiche, più che agevolare la retta conoscenza di un edificio o
di una città, la confondono. Sono guide spesso traditrici. Un edificio
dev'essere considerato nel suo alzato perchè se ne possa avere una idea esatta.
Le irregolarità sue che, nella pianta, spesso offendono la vista sono talvolta la
condizione della sua bellezza nella realtà.
5414.
I migliori (o per dir meglio i peggiori) gesuiti sono quelli che non sembrano
tali. Chi ti si presenta col tradizionale collo torto, collo sguardo basso,
colla parola untuosa e adulatrice non è che un mezzo gesuita, perchè si fa
scorgere; inganna a metà. Il gesuita, invece, di gran stile ti viene incontro
con piglio franco, con parola generosa, con occhi che cercano simpaticamente i
tuoi... E questi inganna completamente.
5415.
Dormire si può quasi sempre: basta chiudere gli occhi. Mangiare, no; non basta
aprire gli occhi.
5416.
Veggo due uomini seduti ad un medesimo tavolo colle gambe nascoste dal tappeto.
Uno sembra un omaccione. Sopravanza con molta parte del busto. Ha grosso
testone, grosse mani. L'altro, oligocefalo, di poco eccede l'altezza del tavolo
e si direbbe che le sue gambe non tocchino terra. Si alzano insieme. L'uomo
grosso ha corte le gambe ed appare nano, l'altro le ha lunghissime e si mostra
uno spilungone.
5417.
Per riuscire in cose d'arte bisogna essere milionari o bohémiens.
5418.
L'arte non imita, interpreta.
5419.
Il “Journal de Stendhal” (Henri Beyle) 1801-1814 è cosa mediocre specialmente
pei primi due terzi dei cahiers, negli ultimi si rialza. Dimostra specialmente
la vanità di Beyle. Preoccupazione
continua di Beyle di essere bene o mal vestito. Non è confessione sincera di una
vita perchè vi sono taciuti alcuni fatti, sui quali non vi sarebbe poi niente
da arrossire come l'impiego di Beyle in un negozio di Marsiglia. Dimostra però
anche l'amore dello scrittore per l'Italia e principalmente per Milano e
contiene preziosi passi sui francesi - P. es. Tonnerre 29 août 1811. Je
craignais d'avoir pour compagnons des militaires français garnis de leurs croix
et rejoignant leurs corps en Italie, bêtes, insolents, hâbleurs et criards, ce
qui m'aurait obligé à blaguer. Heureusement
j'at été quitte de cette engeance dont on ne relève point les ridicules mais on
les relèvera - Milan, 8 sept. 1811. Dirai-je ce qui m'a ému le plus, en arrivant à Milan! on
va bien voir que ceci n'est écrit que pour moi. C'est une certaine odeur de fumier particulière à ses rues. Cela, plus que tout le
reste me prouvait apparemment que j'étais à Milan - (cfr. la città della merda per indicare Milano, di U.
Foscolo). - (Parlando di sè quand'era giovine di 18 anni): j'étais dévoré de
sensibilité, timide, fier et méconnu - Paris, 2 mai 1810. Entendu dire hier à
la queue. Pour corriger cette Nation (France) il faut discréditer, ridiculiser
si l'on peut la gloire militaire - Pour connaître l'homme il suffit de
s'étudier soi même; pour connaître les hommes il faut les pratiquer. je connais
très peu les hommes; mes études ont été sur l'homme.
5420.
Vi ha persone che si potrebbero assomigliare all'Etna, fuoco dentro: neve
fuori; altre ad un dolce, freddo dentro, fuori ardente di una pellicola di
cognac. Tra quelle Carlotta, tra queste Alberto.
5421.
Montecarlo (28-29 sett. 1891). Benchè io preferisca i paesaggi selvaggi è luogo
incantevole per la situazione e sorprendente per le cure che vi hanno posto gli
uomini. L'intero principato si può considerare un giardino. Piante che hanno
per patria regioni le più distanti fra loro che vogliono terreni
differentissimi si
trovano vicino e formano talora un bosco solo e prosperano. Rendono imagine dei
forastieri che quì convengono da tutte le parti, salvo che questi ultimi non
prosperano. È un museo pratico e vivente di botanica. Forse il giardino è un
po' troppo pettinato. Vidi un giardiniere a ginocchioni su un prato con una
bottiglietta vicino, e, pareva, un pennelletto nelle mani. Si sarebbe detto che
stesse pingendo un filo d'erba che fosse smontato di verde. - Il casino
costruzione faragginosa, una insalata di tutti gli stili, brutta se si vuole ma
utile per la storia dell'arte e simbolo del secolo ecclettico e Christophle. La
sala della rollina e del trente et quarante. Le descrizioni de' romanzieri
tutte false. I giocatori vi si mostrano tutti correttissimi, quanto al
contegno. Tutte fandonie le smanie della cupidigia, le provocazioni delle
cocotte, le disperazioni de' perdenti, ecc. Posto l'innato amore all'azzardo,
questo di Montecarlo sotto forma di giuoco è utile
fonticolo. Si aggiunga che il gioco vi si fa in condizioni molto più eque di
quelle del lotto in altri paesi. Quì difatti la probabilità nella rollina è 1
contro 35 e nel 30 e 40 è circa eguale fra il banco e il giocatore, mentre
all'onesto lotto nell'estratto semplice si gioca 1 contro 89. Poi è scuola di
contegno. Vi s'impara a frenare le proprie emozioni. Giocai e perdetti qualche
napoleone. Nulla sentii, nè dispiacere per la perdita nè smania di rivincita.
Si aggiunga ancora che i guadagni del Banco sono in molta parte destinati a
mantenere comoda, pulita e bella la città. - Il principe, unico superstite di
tutti i feudatari imperiali della costa ligure s'è salvato mercè la rollina. Se
questa non fosse, Monaco sarebbe stato incorporato prima alla Italia poi alla
Francia. Poichè la rollina dà il benessere a tutto il principato: ma nè
Francia, nè Italia, benchè per un falso pregiudizio, potrebbero mantenerla. Il
benessere del principato difende dunque l'istituzione della rollina e questa il
principato. Monaco dovrebbe erigere un tempio a Santa Rollina e ai Santi Trenta
e Quaranta.
5422.
Elena Pisani Dossi sorella di mio babbo, nata nei primi anni del secolo (1808) ballava
il minuetto e la gavotta come una ballerina.
5423.
Don Sisto Pisani, frate, fratello di nonno Carlo, uomo di grande ingegno, aveva
villa propria a Mairano presso Casteggio dove abitava con una monaca in odore
di santità. Tutta la nobiltà pavese si recava a visitarlo e a domandargli
consigli e a bere la sua cioccolata che era squisita. Aveva pure casa propria a
Pavia sulla piazza del Collegio Ghislieri. Lasciò quest'ultima a don Carlo Ruta
figlio di una sorella sua (Teresa). Al letto di morte, in tarda età, disse ad
Emilio Marozzi marito di Elena Pisani nipote sua “ora andiamo a vedere l'ultima
scena” - Delle due sorelle Hölly di Niedersmensdorff figlie del barone
Federico, slesiano, e di una Beccaria d'Arena di Pavia, una andò sposa a
Gelasio Pisani padre di D.n Carlo - l'altra al maresciallo austriaco Re. - Teresa Pisani sorella di
don Carlo sposò don Pio Ruta ed ebbe per figlio don Camillo Ruta - Maria
sorella di Teresa e di don Carlo sposò il consigliere nobile Della Porta. Ebbe
una figlia Carolina che sposò il conte Del Mayno milanese. Da Carolina 2 maschi
(Luchino generale, marito ad una Simonetta - Cesare marito ad una Vassalli) e 1 femmina, Marianna moglie al
generale Incisa Beccaria di S.to Stefano - I due maschi non ebbero figli.
5424.
Antonio Gabrini, figlio putativo di Camillo Gabrini marito di Antonia (?)
Milesi sorella di mia nonna Luigia, ma in verità figlio del generale
Mazzuchelli. Il padre non volle mai riconoscerlo. Fu raccolto dalla vecchia
Elena Milesi Viscontini madre di mia nonna e da lei educato. Poi mandato in
Isvizzera, dove dovette rimanere non essendo tornato in Italia per la leva.
Negli anni di povertà, fu distinto medico. Ereditò da Ciani. Diventò
ricchissimo ma rimase avaro.
5425.
Zia Elena sarebbe stata baciata, nuda, da Foscolo a 3 anni e non a sette.
Correggere l'analoga nota.
5426.
Molti anni prima che un pittore francese rappresentasse l'apparizione di Cristo
nel suo vestito convenzionale in mezzo ad una cena di personaggi in abito 1890,
Luigi Conconi aveva ideato una crocifissione con costumi moderni. I giudei
vestiti da guardie di questura, Cristo cogli stivali ecc. - Così, Conconi
voleva dipingere alcuni quadretti applicando letteralmente le ricette di
Leonardo da Vinci per fare la mattina, il giorno ecc.
5427.
(1883) Quando la gioventù e la salute correvano rubiconde ed ilari per le mie
vene la morte sembravami una vecchiaccia dall'aspetto spaventoso. Ma la salute
e la gioventù cominciarono a pulsare meno forti nel mio sangue, e la morte mi
apparve fredda, malinconica, pur non paurosa. Oggi la malattia e la nausea
morale e la povertà hanno invaso la mia esistenza: veggo ancora la morte e ci
sorridiamo. Essa mi appare giovinetta coronata di rose, liberatrice da questo
dolorosissimo peso che si chiama vita.
5428.
(1888) Il mio nome non ha bisogna di titoli. È edificio che sta ritto senza
necessità di puntelli. E con tanti bei fiori da mettersi all'occhiello, perchè
appendervi il cencio e il metallo malsagomato di una decorazione?
5429.
Cani tascabili (terrier o pinch).
5430.
[Nota, di circa due righe, abrasa]
5431.
Un poeta indirizzando un sonetto al ministro Vacca incominciava “Tu che della
giustizia, Vacca, ministro sei...”.
5432.
Le malinconie di Adelaide Maraini. Il mare, il cielo stellato le evocano il
desiderio della morte. Da ragazzina pregò spesso la morte. Una volta mangiò una
tavoletta di color verde all'aquarello credendo di trovare in essa la morte
desiderata.
5433.
L.d.B. Museo etnologico. Sezione X. Selvaggi dell'Europa civile. Secoli
XVIII. XIX. XX. - Nelle vetrine decorazioni, arredi sacri, pennacchi da
generali, ordinamenti ecc.
5434.
Descrizione comica del Paradiso cattolico convenzionale. Il premio dei giusti.
Disgraziato colui al quale è messo in mano un violino, obbligato a suonarlo per
tutta l'eternità!
5435.
aria corretta col mistrà = di tempo nebbioso.
5436.
Un pedante notò come contraria alla buona italianità l'intitolazione della
comedia “L'egoista per progetto” e suggerì di mutarla in quella di “L'Amante
smoderato di sè medesimo a disegno”.
5437.
Artisti (Roma). Tal Micoletta brutto magogo che faceva da segretario a molti
pittori, fu adoperato da uno di questi come modello per la “Immacolata
Concezione” - A Roma ci sono pittori che dipingono decine di metri quadrati di
tela con scene di miracoli di santi etc. per le repubbliche dell'America
meridionale.
5438.
Ghiaja di Roma. Siccome dell'antichità non ci sono rimaste che le
rovine degli oggetti fatti di materie dure, c'imaginiamo ambienti tutti di
marmo e metallo. Completiamo quel mondo coll'imaginazione. Copriamo le sue
stanze di lacunari di legno, i suoi pavimenti di tappeti, le sue sedie di
cuscini, disponiamo sui tavoli i vasi di vetro, sulle muraglie le tavole
dipinte ecc. lo vedremo totalmente cangiato. Le dimore che sembravano degli
Dei, ridiventeranno degli uomini.
5439.
Ipnotismo. Trasmissione del pensiero senza bisogno della parola, dello scritto
e della vista ma solo della volontà. Realtà dei fenomeni magnetici ed ipnotici.
All'obbiezione perchè non avvertiti e coltivati prima si può rispondere: perchè
il cervello umano non era ancora, mercè la successione migliorantesi delle
generazioni, preparato abbastanza per produrre tali fenomeni. - La suggestione
ipnotica non riesce che sovra colui che è poco padrone di sè, o per dir meglio
non riesce che sovra persona che abbia volontà più fiacca del suggestionante.
Giulio Carcano non riuscirebbe mai ad ipnotizzare Tomaso Grossi, nè questi
Manzoni. Nessuno potrebbe ipnotizzare Dante. L'influenza magnetica viene dagli
sguardi, che sono la via del cuore più che la lingua. Ed è influenza che si
conosce perchè si teme. La maggior parte delle persone sfugge col suo lo sguardo
del prossimo: il gesuitismo fa anzi un precetto di tener bassi gli occhi.
Persona scettica o di controvolontà dovrebbe potere difficilmente imporre collo
sguardo una suggestione. Sarei anzi tentato a credere che la generalità degli
scettici non abbia eguale la potenza visiva de' due occhi. L.d.B. Ove
tutti conoscessero la forza del proprio sguardo se ne vedrebbero delle belle.
Si vedrebbe il debitore che guardando fissamente il suo creditore, lo costringe
a rimettergli il debito ed anzi a confessarsene debitore lui: si vedrebbe lo
spazzaturajo obbligare il sovrano a cavargli il cappello e a domandargli
umilmente la scopa in cambio dello scettro. - Cit. l'etichetta spagnola che
impone al sovrano ed ai grandi di fissare con intensità di sguardo i piccoli.
5440.
La contraddizione morale che spesso si verifica in taluni uomini, i quali,
poeticissimi e nobilissimi di sentimento scivolano spesso nelle lordure della
vita potrebbe in certo qual modo, se non spiegarsi, illustrarsi con una metafora.
Chi cammina collo sguardo volto al cielo, ha più probabilità di un altro di
porre il piede nel sudicio.
5441.
“Dans l'âme de chaque homme - Il y a un cochon qui sommeille - gare, gare s'il
se réveille!” - Si potrebbe parafrasare, per le donne. “Dans l’âme de chaque
femme - il y a un ange qui sommeille - Dieu fasse qu'il se réveille” -
5442.
Nell'arte, come nel coito, se hai dinanzi un bel tema o una bella donna ti
senti acceso, inspirato, esaltato e nasce il figlio artistico o carnale: se il
tema è vecchio, brutto; se la donna è sgradevole, nulla fai, nulla nasce.
5443.
“Our viceregal life” - giornale di Lady Dufferin moglie dell'Ambasciatore
d'Inghilterra (1889-90-91) è libro in generale fatuo vera imagine della società dove
vive la nobile signora,
salvato solo da qualche frase o mezza pagina di buon umorismo. Da cima a fondo,
Lady D. è hantée dalla preoccupazione delle correnti d'aria e della
ricerca del luogo per il long tennis. Il D. significa Lord Dufferin. “31
colpi di cannone which are now D's due”. A pag. 18 è umoristica la descrizione
di S. E. D. in uniforme costellato di decorazioni. Buona la descrizione di un
combattimento di parata “the killed and wounded who lay in our path and who
looked very pictoresque and comfortable ecc.” Lady D. ci racconta che scarrozza
quasi sempre a tiro di quattro con postiglioni e lacchè e scorta in livree
scarlatte ed oro, che si è tagliata un dito, che hanno pranzato, che hanno
preso il thè, che hanno giocato al tennis, che D. ebbe tanto da
lavorare, che non si vestì pel pranzo ecc. Il libro è di qualche utilità (e
qual libro è interamente inutile?) per studiare come i ricevimenti e le feste
fatte ai grandi appajono agli occhi di questi.
5444.
Una parte degli uomini è fatta di paurosi che non ha forza di reagire alle
offese. Molti di essi hanno però bastevole dignità per sentire l'offesa. Sono
costoro, che inventarono l'abito fratesco che loro permette di sopportare le ingiurie
senza che loro ne venga discredito, traendo anzi vanto dalle ingiurie.
5445.
In campagna. - Il prete buono non vuol ricevere il compenso della messa
fattagli dire da persone che non hanno di che mangiare. Ma le poverelle non gli
chiedono più messe e ricorrono invece ai preti che le fanno pagare. La messa
gratuita non la credono buona.
5446.
Il torto di molti ladri in faccia al pubblico e alla giustizia è quello di non
aver rubato abbastanza per celare il furto.
5447.
Racconti d'amore. Un giovane ed una giovane si amavano ardentemente,
tacitamente. Il giovane, non osando altre vie per dichiarare la sua passione,
scrisse un biglietto a lei in cui diceva che se ella, la prima sera in cui si
sarebbero incontrati, si fosse messa al collo un nastrino azzurro, quel segno
lo avrebbe incoraggiato a chiederla in isposa a' suoi parenti; altrimenti
sarebbe senz'altro partito per lontani paesi. Nascose quindi il biglietto in un
mazzolino di fiori e l'offerse alla giovane. Venne la sera desiderata e
s'incontrarono. Ella non aveva al collo il nastro invocato. Il giovane non si
fece più vedere e partì - come aveva giurato - per remote plaghe. -
Quarant'anni passarono per tutti due di silenzioso dolore. Un giorno, ella che
aveva conservato gelosamente tutti i mazzolini donatile dall'amato suo e
piangeva spesso su di essi, trovò in uno l'amoroso biglietto. Quanta gioja era
in quel mazzolino rinchiusa! Quanto dolore ne usciva! L'antico amante rimpatriò.
Si sposarono. Ma la gioventù era per sempre passata e per lui e per lei.
5448.
Dalle opere di Mazzini vol. I°. “Poche parole mutate qua e là dal lettore
basterebbero a fare degli scritti che seguono una insistente chiamata alla gioventù
per sorgere e fondare colle armi la patria...”- Fino allora l'arte descriveva o
pregava. Con Manzoni, Mazzini, Rovani cominciò a combattere.
5449.
Lo Zajotti criticò “i Promessi Sposi” di Manzoni dicendolo partecipare al
difetto degli altri romanzi cioè mancanza d'interesse e calore (Mazzini) - Le
teoriche di Rovani sui Promessi sono in gran parte tolte di peso da
Mazzini. Le critiche rovaniane sentono in generale di quelle di Mazzini e
Cattaneo, non solo per le idee ma per il modo.
5450.
Le lotte tra il Q e il K in Francia verso il 1600. I kamkamisti e i quamquamisti.
5451.
La civiltà cammina per una spirale e non retrocede mai che nelle apparenze
(Mazzini) - Quando grandi pensieri sono grandi presentimenti, fruttano
lentamente e solo dopo le esequie dell'uomo che li ha raccolti primo;... e però
qualunque, proponendosi un alto intento accarezzi le ali di una speranza che ei
potrà vederlo compito, morrà scettico o fatalista (Mazzini).
5452.
Pellegrini, toscano che aveva per madre una donna dell'antica famiglia Medici e
teneva i lineamenti di quella famiglia, dopo di aver consumato tutto il suo
patrimonio si recò nel 1860 (?) a Londra. Si presentò in miseria alla Legazione italiana. Il
vecchio portiere, un italiano, gli dava giornalmente dei pezzi di pane con
entro i ritagli di carne avanzati ai pranzi del ministro. Un giorno fu
incontrato da un addetto, Catalani, che gli domandò che sapesse fare. Scrivere?
No, non aveva neppure buona calligrafia. Musica? niente. Lingua? nemmeno.
Pellegrini disse che alle volte gli era riuscita qualche caricatura. Si provò a
disegnarne una. Bellissima. Gli addetti della delegazione lo presentarono al
direttore del Vanity fair giornale allora poco conosciuto. Disegnò una
caricatura da pubblicarsi che gli fu pagata una ghinea. Pellegrini portò ad
impegnare la ghinea, prima guadagnata, per conservarsela. Da quella prima
caricatura la sua fortuna. Entrò in voga. Le sue caricature settimanali,
colorate con un processo speciale, gli erano pagate 2, 3, 6, 8 ghinee la
settimana e si giunse a dargli perfin 50 sterline. Ma Pellegrini volle allora
darsi alla pittura a olio, abbandonando la caricatura. Fece fiasco e ricadde in
miseria. Inoltre, egli che nei primi tempi della sua voga aveva aquistato
simpatie nell'alta società inglese e presso il principe di Galles, venne a
perderle abusando della famigliarità che gli si dimostrava, passando p. es. un
braccio sulla spalla del principe, parlando sboccato ecc. E arrivò al punto che
in un club aristocratico, incontrandosi con un signore, inglesamente attillato,
serio, duro, gli domandò a bruciapelo “scommette che io posso presentarle quì
sui due piedi un piatto con due uova?” E si fece dare un piatto dal domestico,
poi sbottonandosi e mettendo i suoi coglioni sul piatto “Ecco il piatto e le
uova” - Finì, come aveva cominciato, in miseria.
5453.
La Trattoria di zio, taverna romana dove convenivano gli artisti,
e dove per vedere gli artisti traevano pure personaggi forastieri (1840-70).
Completava il Caffè Greco di via Condotti, altro ritrovo di artisti.
Bicchierate di Faruffini ed altri bizzarri artisti nei colombari di via Appia.
Tornandone, si drappeggiavano intorno le tovaglie ad uso toga e passeggiavano
in processione entrando nel Colosseo e cantando canzoni patriotiche. Precedeva
Faruffini con un palo e sul palo era messa una tovaglia bianca, ed una
inzuppata di vino rosso con un fascio di erba verde in cima. Così si raffigurava
la bandiera nazionale. Il popolo applaudiva. E la polizia papale lasciava
correre.
5454.
Amici vecchi. Quando dopo venti, trent'anni c'incontriamo in amici d'infanzia
od anche di gioventù, qual disinganno! Li avevamo conosciuti allegri,
spensierati, buoni, li ritroviamo tristi, interessati, cattivi. “Beviamone un
goccio”. “Che! il vino! peuh! fa male alla pancia” - “Tratteniamoci un po'
stasera...” “Di sera? con questa umidità? sei matto” - “Guarda, ci sarebbe una
povera famiglia da soccorrere...” “Non parlarmi dei poveri. Tutti falsari. Ti
arrivo a dire che muojono persino di fame finta. Accidenti ai poveri...!” ecc.
ecc.
5455.
R.U. (Parte ufficiale) Lamento dell'impiegato diligente - Oppresso
dal lavoro. Tutti gli passano il loro e siccome egli fa tutto, così tutti i
rimproveri sono per lui. È indispensabile nell'ufficio, quindi gli
negano i congedi e gli ritardano le promozioni. Nessuna probabilità di
migliorare la propria posizione perchè ciò sarebbe di danno al servizio - Per
giunta si parla di lui, come di un coglione. Inno dell'impiegato negligente.
Suo decalogo: I° non farsi mai trovare in ufficio, essere tutt'al
più l'ultimo a venire e il primo ad andarsene, o come diceva Rovani “arrivare
all'ufficio appena a tempo di mettersi in coda ai colleghi che escono”. 2° Far
male è l'unico modo di progredire sollecitamente: ogni ufficio vuol sbarazzarsi
dell'impiegato negligente, e siccome, salvo il caso di aver assassinato suo
padre, non si fa luogo a destituzioni, così si manda quell'impiegato a sempre
migliori sedi. 3° non sbrigare mai nessun affare. C'è una provvidenza per la
quale le cose si accomodano da sè stesse. Gli affari si svolgono nelle
“posizioni” per conto loro. Tale per es. domanda un sussidio dicendo che sta
per morire di fame. Lasciate passare 15 giorni. O è morto e allora non occorre
più sussidio, o è vivo ancora, come è probabile, e allora vuol dire che il
sussidio era superfluo - Cit. come modello l'amministrazione turca e
l'egiziana. Quest'ultima, seguendo il Chedive si trasportava tutti gli anni da
Alessandria al Cairo e viceversa. A date epoche dell'anno si caricavano i
camelli colle carte dei vari ministeri. La carovana si metteva in viaggio e
lungo la strada perdeva metà delle carte. Così avveniva nel ritorno. Il che
semplificava grandemente l'amministrazione. - Semplice era pure
l'amministrazione papale che sbrigava gli affari “cestinandoli”. cf. Belli... e strappà tutt'er giorno i
mormoriali e buttà li pezzetti nel cestino. L'Imperatore di Etiopia in cui si
concentrano tutti gli affari, tiene le carte in sacchi di pelle bovina. Quando
occorre cercarne una si slacciano tutti i sacchi. Si rovesciano alla rinfusa le
carte, si cerca la carta necessaria, che non si trova pressochè mai, parte delle
carte sono disperse: si ricaccia il resto confusamente nei sacchi, vi si zeppa
coi piedi sudici, e buona notte; i tarli, le cimici ecc. compiono l'opera
archivistica.
5456.
P.U. Il Re nostro (Umberto I)
obbligato all'ossessione continua della sua fanfara. La provvidenza, però,
sempre sollecita per i sovrani, gli ha negato l'orecchio musicale. Il perpetuo
cavarsi di cappello ecc. - Circolo della regina per le presentazioni pei balli
di corte. Fatto di signori e signore disposti intorno alla sala dai
cerimonieri. La Regina ha imparato a memoria le parole da dire alle diverse
persone, sono cenni biografici fornitile dalle sue dame. Comincia il giro.
Manca il primo invitato. S. M. rivolgendo la parola al secondo, ripete la
lezione che aveva imparato pel primo, e così via. Situazione comica. I celibi
scambiati per maritati, i matematici per poeti ecc. Le regine parlano senza mai
ascoltare. - I cortigiani tutti
sciocchi. Necessità di esser tali, perchè nessun uomo di valore potrebbe adattarsi
a far da domestico, per quanto gallonato. Adulatori smaccati degli uomini in
favore, calunniatori di quelli in disgrazia.
5457.
I cibi giudicati dagli occhi.- Vi ha cibi estetici ed altri inestetici sia pei
colori sia per la forma. I cibi dei preraffaelisti, spec. verdure dai colori
teneri. Il pranzo dato da Cattaneo per riconciliare classici e romantici. A un
piatto classico (per es. il bove omerico) ne seguiva uno romantico (p. es. un flan
d'indivia in forma di torre gotica) ecc. - Il pranzo ideale del racconto
nelle Mille e una notti, cioè piatti senza cibi. Il mecenate
invita un affamato a pranzo. Tavola sontuosamente preparata di vasellame vuoto.
Il mecenate finge mangiare incoraggiando l'affamato a farsi onore, magnifica l'odore
e la squisitezza dei cibi e dei vini ecc. L'affamato per non disgustare il
mecenate finge anche lui di mangiare e di bere e di lodare.
5458.
Non cercavo nè potenza nè ricchezza; cercavo solo l'amore. Venne invece
ricchezza e potenza; e allora senza che più lo cercassi, venne anche l'amore.
Ma di sifatto amore, non so che farmi.
5459.
La formica. Alberto è fallito in amore e in fortuna. Dopo lungo desiderio aveva
trovato un cuore che aveva compreso il suo, dopo intenso lavoro si era messo
insieme una fortuna. Un colpo di vento bancario gli fece naufragar questa, e a
lui povero, l'amante fu dal padre negata. Alberto fugge di casa colla
rivoltella in tasca, si reca in un bosco. Piange, si dispera: cade vinto dal
duolo. Ma, guardando nella fissità della profonda angoscia a terra, vede una
processione di formiche. Una di esse con un granello di miglio in bocca era
arrivata faticosamente per via difficilissima alla sua alta dimora. Ma la
corteccia su cui posava si smuove e la formica cade dove aveva preso le mosse.
Tanto fa, ricerca il suo chicco di miglio, lo riprende e si rimette
pazientemente in cammino fino a raggiunger la meta. Il cuore di Alberto si
rialza. Torna calmo in città, vende la rivoltella al primo armajolo che gli
capita. Ricomincia coraggiosamente con nuova vita la sua fortuna e il suo
amore.
5460.
Orta Novarese (ottobre 1891). Vedo incorniciato e sotto il vetro nella sala
dell'albergo un mezzo foglio del registro dei viaggiatori, come segue - di
pugno di Cavour - Agosto 1856 - C. Cavour dichiara essere l'albergo Ronchetti
uno dei migliori alberghi dello Stato, epperciò augura all'attivissimo e
intelligente suo proprietario un ognor crescente concorso di avventori.
5461.
A Milano quando in consiglio municipale si propose di dare il nome di Rovani ad
una via della città, Gino Visconti Venosta consigliere, anima pallida, si
oppose dicendo che si sarebbe dato il cattivo esempio di onorare pubblicamente
l’ubbriachezza. Alla gogna Rovani che col vino e i liquori eccitando la mente
stanca creava tanti capolavori. Viva coloro che fanno bieche opere, ma bevono
aqua!
5462.
Autunno in Lombardia. Le pannocchie di grano giallo stese o pendenti dalle
loggie dei contadini.
5463.
Alcuni amici pranzavano da un parroco che aveva una bella serva e la voce
correva che amoreggiasse con lei. Il giorno appresso il parroco trova mancante
una posata d'argento. Dubita uno scherzo da parte di qualcuno dei convitati,
capi bizzarri. Ridomanda la sua posata. Gli amici credono che chi l'abbia presa
sia un tale. Questi non nega, ma afferma che non l'ha seco. Dirò, aggiunge,
dove si trova, se il nostro parroco ci darà un altro pranzo. Il pranzo è
promesso e dato. Alle frutta il parroco insiste nuovamente per riavere la
posata. Dopo qualche scherma l'amico dichiara che la posata non è uscita dalla
casa del parroco e invita tutti a seguirlo. Vanno in processione nella camera
della bella serva. L'amico solleva le coltri del letto e tra le lenzuola appare
la posata. Da quindici notti vi giaceva in tranquilla solitudine. Dove aveva
intanto dormito la serva? Confusione di questa e del parroco. Risa che non sono
finite ancora oggi.
5464.
Moncalvo, celebre attore meneghino e patriota, la sera recitava, il giorno lo
passava in carcere perchè non perdeva occasione di fare sulla scena allusioni
antiaustriache. Per es. ordinando un risotto diceva “demmel minga giald” - e
dopo una pausa “e nanca negher”.
5465.
All'epoca di Carlo Porta, a Milano, “i pret vicciuritt” solevano stare sotto i
Portici dei Figini in piazza del Duomo “a sbatt la frusta” cioè ad aspettare
gli avventori. Con loro si contrattavano messe, battesimi, funerali come se si
trattasse di porci e di buoi.
5466.
Da San Francesco venne così gran numero di ordini (francescani, minori
osservanti ecc.), che volendo, una volta, tutti questi ordini insieme
solennizzare il centenario del loro fondatore commisero a un pittore un gran
quadro. Senonchè ciascuno voleva che San Francesco fosse vestito col suo
speciale abito. Il pittore per non scontentare alcuno dipinse il Santo a letto
in una cella sulle cui pareti stavano appesi tutti gli abiti de' diversi
ordini. E disse: quando si leverà, sceglierà l'abito che più gli accomodi.
5467.
(da Hohenlohe, 22 marzo 91) Litzt, in un concerto, stava sedendosi al piano.
Entra il Re di Prussia. Tutti si alzano. Il re accenna che si continui. Litzt,
si guarda intorno impacciato e non comincia. Il re gli chiede la cagione del
suo imbarazzo. Il maestro più a cenni che colla voce gli fa capire che una
grossa baronessa berlinese si era seduta sulla partitura che Litzt aveva
deposta sopra una poltrona. Guglielmo I si avvicina galantemente alla baronessa
e le dice: Pardon baronessa, la partitura che ella ha sotto non è per
istrumenti da fiato.
5468.
Il ruggito di Shakespeare in Carcano (suo traduttore) diventa belato.
5469.
Nelle “Visite illustri” porre le seguenti - Paolo Gorini (suo laboratorio,
topi, passeri) - Francesco Crispi (suo gabinetto, il barbiere, sue istruzioni
ai segretari ecc.) - Pietro Antonelli (Villa Mirafiori, Maconén) - Ottone di
Bismarck (Friedrichsruh, il bosco, i cani) - Cletto Arrighi (Teatro milanese) -
Tranquillo Cremona (Studio giardino, la neve, gli stronzi, sua moglie) - Padre
Tosti (San Calisto) - Luigi Anelli (San Francesco) - C.no Casati
(pranzo con Filonardi, Dal Verme, Antonelli ecc.) - Cesare Lombroso
(presentazione di A. P. fatta da C. D.) - Stanley (in casa Correnti) - A.
Depretis (Colloquio con Saracco sui calli, la S.ra Amalia) -
Francesco Durante (visita sua a me) - Cesare Cantù (archivio segreto) - Gustavo
di Hohenlohe (S.ta Maria Maggiore, i due appartamenti).
5470.
Nell'articolo “Les colonies italiennes de l'Amérique du sud” (E. des Planches E. Mayor pag. 648 del tomo X, fascicolo
V, 25 maggio 1886 della Revue internationale, Rome, si cita
spesso il nome di A. P. D. e la sua opera sul censimento degli italiani
all'estero.
5471.
Il sistema costituzionale parlamentare è il peggiore di tutti per condurre a
buon fine molte imprese di utilità pubblica, per es. una strada. Logicamente,
infatti, il quesito di una strada si porrebbe così: dato due località da
collegare, tanti corsi d'aqua da traversare, tanti monti da varcare, tanti
metri cubi di terra da scavare e tanti di terrapieno da erigere ecc. fare una
strada. I termini invece della questione sono i seguenti: dato un Parlamento da
corrompere, date esigenze di collegi elettorali da soddisfare, dato un
ministero al quale occorrono puntelli, fare una strada. E così del resto. Per
il che, furono oggi inventate le ferrovie elettorali che costano il doppio di
quelle semplicemente necessarie al commercio e rimuneratrici.
5472.
Le mie lingue sono tutte, per così dire, a mezza cottura. Basta però che io le
rimetta, quando occorre, qualche minuto sul fornello per finire di cuocerle.
5473.
Le muse - la nera, quella di Voltaire, il caffè - la rossa, di Carducci, il
vino - la gialla, di Byron, il cognac - la verde, di Rovani, l'assenzio - la
bianca, di Maupassant, l'etere.
5474.
Dottor Francesco Mussi, zio di Carlotta Borsani, mia moglie. Vecchio scapolo,
lavoratore assiduo nella amministrazione de' propri beni, avaro in piccolo e
generoso in grande. Raccoglie i piedi dei bicchieri rotti e se ne serve di “pressepapiers”,
fa da suoi contadini sceverare l'immondezza che proviene dalle fogne della sua
casa di Milano per cavarne i pezzetti, le pallottoline di gomme, tutti i
detriti di cautciu che vi getta il fabbricante Halphen di oggetti di gomma
elastica, abitante in sua casa. Nel tempo stesso erige un asilo per bambini che
gli costa centinaja di mille lire. - In casa sua, tutti vecchi - cavalli e
domestici. Il Mussi tenne per 8 anni sua nipote Carlotta [parola cassata]
in prigione. Non le lasciava respirare altra aria che quella del balcone. E
stava presso la nipote, facendo la critica di coloro che passavano in istrada e
specialmente de' giovani. - Ha una speciale paura e insieme odio contro i
framassoni.
5475.
Carlotta baciata la prima volta da un cugino stette per molto tempo impaurita,
credendo che il bacio l'avesse ingravidata.
5476.
15 novembre 1871. Osteria del pino a Porta Furba - Roma. Siamo a far colazione.
Ci si presenta un vecchio in cattivo arnese con un rotoletto in mano il quale
si mette a recitare in una cantilena stonata una filastrocca di versi
sbagliati, poi chiede l'elemosina. Gli diamo qualche soldo e da bere. Ci narra
che se lo si conoscesse bene, godrebbe più celebrità di Garibaldi. Ha trovato
un sistema per arricchire l'Italia, la quale non ha altro bisogno che di essere
concimata. Ora egli saprebbe trar concime da tutto e specialmente da certi
vegetali. Soltanto da parte sua s'impegnerebbe a fornire 1500 quintali di merda
al giorno. Ha presentato molte volte delle memorie ai ministri, ma questi lo
trattano da pazzo. Le scuole attuali di agricoltura non servono a nulla. Invece
d'impararvi a far concime, vi s'impara la musica! Se la piglia contro i preti e
gli avvocati; per far pagare a un debitore 5 lire bisogna darne 10 agli
avvocati e 15 al tribunale. C'informa che naque a Cossogno sul lago Maggiore e
che si chiama Stramba Agnisetta Gian Giacomo meccanico fumista. Possedeva, dice
lui, una rendita di 70 mila lire al giorno. Comincia a leggerci un ms. in cui
parla di Papa Stefano II nato nel mandamento di Pallanza. Ad ogni tratto
ricorda gli antichi romani. Mi viene il sospetto ch'egli sia il Bosisio nemico
pazzesco dei trafori alpini e che gira l'Italia vestito da antico romano, salvo
quando viaggia com'egli dice “in incognito” ossia in borghese. Il Bosisio dell'Italia
settentrionale mattoide grafomane - codino - abbaja contro i pitocchi come un
cane contro la gente mal vestita.
5477.
(Anno 1888) Prima
di Carlotta “Ti amo” queste maghe
parole che, annunciate da un labbro o da uno sguardo adorato, hanno aperto
tanti cieli di gloria e spalancato tanti abissi d'infamia, queste parole che
plutonizzano il sangue e gli riaccendono la virtù genitrice delle idee e de'
figli, queste parole di cui il più disavventurato tra gli uomini, l'ultimo de'
mortali, fu almeno in sua vita beneficato, io mai non udii. Lunghi anni le
attesi, spiandole nelle nere tempeste e nella calma cilestrina, nelle grigie
malizie o nella bruna pietà de' begli occhi che rapivano i miei, arrossendo,
impallidendo al loro presenso; e non vennero mai. La mia giovinezza sparve
intanto, ed eccomi ancora seduto, fatto quasi pietra con esso, su questo
scoglio oceanino che par da lontano sì superbo ed è dapresso sì misero, scoglio
vestito di cardi e d'ortiche che sembrano a chi non li vede vicino fiori e
foglie, ancor solo, sempre solo, inutilmente stancando lo sguardo pregno di
lagrime verso l'estremo orizzonte, avidamente cercando nel mare azzurro la
bianca vela, che mai non appare, della mia salvazione -
5478.
Il governo cosidetto costituzionale fondato sul suffragio dei molti è il
peggiore de' governi. Statisticamente può difendersi, intellettualmente no. Più
il suffragio allarga e più il suo frutto è la mediocrità. Il Governo
costituzionale composto dunque necessariamente dei mediocri, non ha fatto mai
nè potrebbe far mai progredire, neppure di un passo, un paese. È governo di
piccole corruzioni, di meschini spedienti, di bassi interessi. L'autocratismo
di genio è il solo governo che possa far grande uno Stato. È vero che l'uomo di
genio al potere facilmente trasmoda, ma almeno un paese non sfinisce di
vigliaccheria.
5479.
L'avvocato Carotti di Torino (1892) possiede una collezione di 4500 libretti
d'opera a cominciare da uno del 1600 “Il rapimento di Cefalo” del Caccia.
5480.
Una donna di Corbetta, durante una processione, aveva smarrito il suo bimbo. Lo
cercava affannosamente senza trovarlo. Finalmente lo trova. Descrivendo
l'emozione che provò nel vederlo, diceva: l'hoo quattaa de bott e basin; basin
e bott!
5481.
Milano. Quando la processione di S. Ambrogio passava dinanzi la Chiesa di S.
Satiro, le porte di questa si chiudevano in ricordo della rivalità fra i due
fratelli - tutti e due santi - Ambrogio e Satiro. [rasura]
5482.
La floricoltura in Colombia. - Floricoltura è parola che dovrebbe esser quasi
sinonimo di gentilezza, di amore verso i fiori. Orbene in Colombia, in Bogotà,
vi ha il detto che sembra essere la parodia di quello di Salomone (Chi ben ama
ben batte) che più i fiori si trattano male e più crescono bene. Difatti la
coltivazione delle rose si fa con frusta e staffile con le quali si battono i
rosai, fino a lasciarli rotti e sfogliati.
5483.
Mattoidi letterari italiani. S'incontrano specialmente dove c'è maggior
ignoranza come nel Napoletano. Cit. il comm. Nobili autore di un subbisso di
libri uno più stupido dell'altro. Altro uomo, il *, presidente della Società
dei Salvatori d'Italia (così s'intitola modestamente) e traduttore della Divina
Comedia in dialetto napoletano - Il Carbone, commissario di governo in Sicilia,
scrittore di tragedie e comedie pazzesche - il Guglielmuzzi che ha trovato
tutte le cose introvabili ecc. - Fra i cretini, il Pancaldi del Lago maggiore.
Scrive e stampa e gira pel lago a distribuire un suo giornale. Nel giornale si
fanno specialmente dissertazioni di politica estera. Quando Paolo Mantegazza
capitò sul lago maggiore, l'omonimo giornale stampò: È arrivato Paolo
Mantegazza, il celebre propagatore della generazione spontanea.
5484.
Solertia animalium. - Il Dottor Facai (1884) mi assicurava di aver conosciuto
una signora, che, trovatasi per la morte del marito poverissima, si pose ad
educare un cagnolino “terrier” che le si era da poco regalato e con esso riuscì
a guadagnarsi la vita, anzi a mettersi assieme un patrimonietto. Ed ecco come.
Quella signora aveva osservato che quando, sfogando il suo dolore, parlava al
suo cagnolino, questi la guardava fiso e pareva la comprendesse. E il cagnolino
intendeva i suoi cenni e quand'essa diceva di portarle la tal cosa, si metteva
a cercarla e spesso riusciva a trovargliela. Con una pazienza straordinaria,
quella signora potè, nello spazio di cinque anni, far imparare al suo cagnolino
l'alfabeto. Tagliati tanti pezzi di cartoncino quante le lettere, scriveva
sovra ciascuno di essi una di queste in grandi caratteri. Poi recava questi pezzetti
nelle conversazioni e li metteva sul tavolo. Pregava quindi qualcuno a scrivere
su un foglio di carta un nome, pure in grande carattere. La persona scriveva p.
es. il nome di Cavour. Il cagnolino lo guardava fiso, poi andava ai pezzetti di
cartoncino e prendeva in bocca la prima lettera del nome scritto, C., e così di
seguito finchè avesse composto tutto il nome. Lo stesso cagnolino distingueva
persino le fotografie. La signora ne poneva un mucchietto sul tavolo e diceva:
“va a prender Garibaldi”. Il cagnolino colla zampina cavava dal mucchietto la
fotografia chiesta e la recava alla padrona. E così via. S'intende che ad ogni
esercizio riuscito c'era, a premio, uno zuccherino. - In via Urbana a Roma
(1884) c'era un cane che chiamando la sua padrona articolava distintamente la
parola “mamma”.
5485.
“Viva il Re Pino!” gridavano i villani di casa Traversi invadendo la casa del
ministro Prina e saccheggiandola. Il generale Pino fu poi relegato a Cernobbio
colla ballerina Calderara.
5486.
In Italia tutti domandano croci, medaglie, pensione. Non c'è toscano che non
sia stato a Curtatone e Montanara: stando al numero delle pensioni chieste, una
cinquantina di mille uomini, un corpo adirittura di esercito avrebbe combattuto
in quelle battaglie. Non c'è milanese che non sia stato alle barricate delle 5
giornate ecc. Verrà un tempo in cui i bambini nasceranno reduci delle patrie
battaglie e pensionati.
5488.
Nel 1848 i militi patrioti marciando alla guerra dell'indipendenza dicevano,
guardandosi alle scarpe “In te sola confido” (sola ossia suola).
5489.
Vi ha prodotti che portano da secoli il nome di località dove non hanno mai
esistito. Per es.: Cacio parmigiano - mentre nel parmense non se ne
fabbrica, bensì nel lodigiano e nel pavese. Pepe di Cajenna. Ora a
Cajenna non ce n'è. Smeraldi del Perù. Gli smeraldi che giungono
a Parigi per la faccettazione provengono da cave colombiane. Il Perù non dà
smeraldi...
5490.
Dopo il 1848 il popolaccio di Milano cantava “Evviva Radetsky - evviva
Metternich - morte ai sciori - evviva i poveritt”. - Nell'odio ai “sciori”
[secondo] Carlo Cattaneo era la sincera espressione dell'opinione popolare
milanese.
5491.
- 1891-22 ottobre - Corneno. Per la prima volta ho baciato la mia Carlotta. [rasura]
- Vorrei scrivere 12 sonetti intitolati “Le bellezze di
Carlotta” cioè: 1 Siloetta intera - 2 Capelli - 3 Occhi - 4
Bocca e denti - 5 Nidos de amor (fossette nelle guancie e orecchie) - 6
Collo e seno - 7 Ventre (tronchino) - 8 Gamba, ginocchio, piede -
9 Braccio e mano - 10 Intelligenza - 11 Sentimento - 12
Cuore -
5492.
Il cardinale di Hohenlohe mi diceva: “Papa Leone incolpa sempre la massoneria
delle persecuzioni contro la chiesa. È la sua minchioneria, non la massoneria”.
5493.
Progetto di scuola libera di disegno, e pittura e scoltura da fondarsi a Milano
in contropposizione all'Academia governativa di Brera fatta su criteri
antiquati e cretini. La scuola, aperta a tutti, senza pagamento di tasse. I
migliori artisti giovani s'incaricherebbero di sorvegliarla per turno dando
succinti e gratuiti consigli e fornendo esempi di loro mano: potrebbero anche,
le domeniche, o la sera, tener conferenze d'arte. La lezione di uno
correggerebbe le tendenze di quella di un altro, e lo scolare imparando
l'originalità altrui troverebbe o conserverebbe la sua. Niente modelli
stereotipati: bando ai gessi stancati dalla riproduzione, ai nojosi solidi,
alla tanto vecchia quanto stupida collezione dal “campanello” innanzi.
Qualunque oggetto servirebbe da modello: un fiore vero, un frammento di
capitello antico (da Roma se ne potrebbero avere carettate), una brocca, una
scopa ecc. La spesa non dovrebbe esser grande. Gli artisti-consiglieri
presterebbero gratuitamente l'opera loro. Il municipio potrebbe egualmente
fornire il locale, mi basterebbe uno stanzone e un giardino. Con annuali sottoscrizioni si
potrebbe procurare alla scuola il corredo necessario di carta, colori, tele
ecc. Tutta la spesa si
ridurrebbe a quella dei panchi e dei tavoli, del riscaldamento in inverno, ed
eventualmente di un custode.
5494.
Progetti letterari. Se morirò ricco, lascierò una somma sufficente perchè si
fondi in Milano una cattedra di milanese. È un gran peccato che questa lingua
così efficace “pépinière”
di parole efficaci per la lingua italiana e che ha tanti scrittori di primo ordine vada
perdendosi. Vorrei evitare ai futuri milanesi la disgrazia di non poter più
comprendere e gustare Carlo Porta.
5495.
Rovaniana - (1891 ott. Racconto dell'avv.to
Della Chiesa, Varese). Lucio Tal[l]acchini, morto qualche anno prima, era
persona di molto ingegno e dottrina specialmente classica. Amico a Rovani e,
come questi, disordinatissimo nelle cose domestiche, finì nell'estrema miseria.
Scrisse tragedie, dicono buone. Aveva figura e portamento dignitoso, nobile.
Vestiva con una certa qual bizzarria. Portava sempre o un cilindro bianco
peloso, o un gran cappello di feltro nero pure col pelo. Ampi colli. Panciotto
bianco. Guanti in una mano, coi quali batteva sulla palma dell'altra. Negli
ultimi anni viveva di spedienti per carpir prestiti. Appena ottenesse un po' di
danaro, lo gettava subito in sciali. Della Chiesa fu più volte imbrogliato da
Tallacchini, il quale, del resto, non solo patrocinava la causa delle proprie
saccoccie asciutte ma quella anche degli amici in bolletta. - Un dì, a Milano,
Tallacchini invitò a pranzo un altro disperato, certo Ponti. Questi si recò da
lui, contento di aver provvisto per un giorno al suo stomaco latrante e
proponendosi di fare una scorpacciata. Casa di Tallacchini, ben messa con
mobili e quadri antichi, benchè tutto sotto sequestro. Tavola preparata.
Senonchè manca il pane. “E il pane? dov'è il pane?” chiede con voce baritonale
Tallacchini al ragazzo che gli faceva da domestico. E il ragazzo “L'ha ditt el
prestinee che se lu el paga no, el ghe dà pu pan”. “Screanzato!” esclama Lucio.
“Allora va a comprarne...” e si cerca nei taschini del panciotto. Ma pare che
nulla trovi - “Amico Ponti” - dice al convitato che attendeva impaziente di
precipitarsi sul cibo - “non ho moneta. Avresti tu qualche lira?” E il Ponti
gli dà due lire, con le quali l'anfitrione manda a prendere il pane. Pranzo
scarso, insufficente per uno. Poi Tallacchini accompagna l'ospite all'albergo
di questi dove ordina una bottiglia di vino, che lascia naturalmente da pagare
al Ponti. - Un'altra volta si doveva fare una esecuzione in casa della sorella
di Tallacchini, che si opponeva. Ma l'usciere non voleva partire senza averla
fatta. La signora, per indurre l'usciere ad andarsene, gli disse, presenti
Tallacchini e l'avv.to Della Chiesa “ecco el voster marengh che
l'avvocatt della Chiesa el tegnerà in deposit”. E rifiutandosi Della Chiesa a
riceverlo, Lucio stese la mano, lo acchiappò a mezza strada, dicendo “lo terrò
io in deposito”. Nessuno vide più quel marengo. - Lucio aveva parecchi figli in
giovane età. Un giorno li condusse all'Albergo di Robarello, sotto la Madonna
del Monte, e ve li lasciò non incaricandosene più. L'oste, aspetta e aspetta,
finì a reclamare, giustamente irritato, il suo credito. Pagò poi il fratello di
Tallacchini facendo figurare il curato di S. Ambrogio. - Lucio componeva
facilmente sonetti, e discorreva bene assai di letteratura. Ogni suo discorso
letterario finiva però sempre con una stoccata per denaro all'ammirato
ascoltante. - Un'altra volta un altro suo fratello, incaricò Lucio di ritirare
un certo deposito di 2000 lire. Tosto fu veduto Lucio a tiro di due in Varese
spendendo e scialaquando per qualche giorno. Erano i denari del deposito. Morì
abbandonato da tutti s'un giaciglio, colla bottiglia dell'aquavite sul
comodino, ultima ed unica sua compagna - Lucio Tallacchini, dicesi, conosceva i
versi endecasillabi del Carme all'Italia, che Rovani stava componendo negli
ultimi suoi anni.
5496.
Una monaca bigotta si diceva adoratrice di S. Giuseppe e lo pregava
continuamente per ogni minimo desiderio che le passasse pel capo. Il suo San
Giuseppe era rappresentato da una statuina di gesso verniciata a colori e
teneva in braccio un bimbo Gesù movibile. Quando il Santo non le faceva la
grazia che ella chiedeva, lo puniva togliendogli di braccio il bambino.
5497.
(29 ottobre 1891) - Milano, Annunciata 9 - Racconto della Signora Vassalli -
Nel 1860 (?), Luigi Vassalli trovavasi a Napoli dove conobbe * che guadagnava
una lira al giorno ed era pieno di debiti. Simpatizzarono perché * aveva molto
ingegno. Fecero partite di piacere insieme. Pressato dai creditori, * si
rivolse a Vassalli. Questi gli fece avere da Lemmi più di un migliajo di lire
per pagare i debiti urgenti. * si servì invece del denaro per cavarsela da
Napoli, e si recò a Milano dove dimorava **, di cui era innamorato. E Vassalli
dovette ripagare del suo i debiti di *. Tutto ciò risultava dalla
corrispondenza fra * e V. lasciata da quest'ultimo e che la vedova Vassalli
ebbe la dabbenaggine di chiudere in una delle tre casse (contenenti libri,
manoscritti di opere sulle antichità egizie ecc.) che mandò in consegna a * a
Lugano. Oggi * afferma di aver ricevuto due casse solo, mentre la S.ra
Vassalli ha la ricevuta ferroviaria di tutte e tre. E la cassa che manca è
proprio quella che conteneva le lettere di * confermanti il fatto. La signora
Vassalli tiene ancora la chiave della cassa perduta o, a meglio dire, fatta
sparire da *. Ma Vassalli ben aveva più volte letta la corrispondenza
compromettente a sua moglie, e questa se la ricorda ne' suoi particolari. - *,
il sensale di ministeri, el marossee de ministeri.
5498.
Dal volumetto - “Le Camere nel 1858 e nel 1859 - Schizzi parlamentari di uno
sconosciuto - (Pinerolo. Coi tipi di Giuseppe Lobelli Bedoni - 1859)” LXXIV.
Gallini avvocato (Collegio di Voghera). Indole calma e raccolta, rigor di
coscienza nello studiare le questioni, larghezza di principii ma ferma
moderazione nel cercarne l'applicazione, mente elevata, parola severa: ecco le
doti che segnalano questo deputato a cui se per la vita politica manca
qualchecosa è la scorrevolezza e l'espansione. In qualunque occorrenza però si
può esser certi che il suo voto non verrà mai meno alla causa della libertà.
5499.
Quando si allargava in Milano la Corsia dei servi (Corsia di serv) Carlo
Cattaneo disse il seguente epigramma. “Invece de slargà quella di serv - el
sarav mei de strengela ai padronn”.
5500.
Nonno Carlo “morosatt”. La moglie del suo amico e ragioniere Biancardi. La
Gabriella de Gallay - la Malgarita Scazzosi, albergatrice della Gran
Bretagna. - “Sempre per strade e sentieri, in cabriolé”.
5501.
Quesito se sia preferibile che le lingue si vadano sempre modificando fino a
mutarsi in altre o rimangano stabili. Da una parte parrebbe migliore la
fissità. Quando una lingua sia giunta a certa consistenza, i posteri possedendo
la stessa parlata dei loro antecessori hanno meno difficoltà a conservarne e
comprenderne i documenti ecc. Sotto questo punto di vista sono perciò utili le
grammatiche, i dizionari, le academie. Senonchè in qual momento si può dire che
una lingua è fissata? D'altra parte fra i compiti di una lingua è quello di
scrivere, per sè stessa, la storia di un popolo. I nomi di qualche fiume o di
qualche monte, sono talvolta gli unici documenti che ci rivelino l'esistenza di
una società umana. Lo sviluppo e la decadenza di una lingua rispecchiano il
progresso e il decadimento della popolazione che la parlava e la scriveva. In
ogni modo, una lingua immobile, è un assurdo smentito dalla storia e dalla
giornaliera esperienza.
5502.
R.U. Nei ciarlatani, prendere dai tipi di Leone e Leonardo
Carpi, padre e figlio - Angelo De Gubernatis - Pierantoni - Esperson - Abele
Damiani - etc.
5503.
Non fare agli altri quello che non vorresti che fosse fatto a te. Sono in una
casa d'affitto piena di topi e di altre maledizioni. Vorrei subaffittarla.
Vengono a visitarla altri candidati all'inquilinatura. Mi chiedono come vi si
abita. Che debbo rispondere? Secondo il precetto evangelico, dovrei, in
riguardo al padrone di casa, rispondere che vi si sta benissimo; in riguardo
all'aspirante inquilino che non vi si può vivere. In questo caso la ricetta
evangelica è inapplicabile.
5504.
Carlo Quinterio nonno di mia madre era notajo collegiato e nobile. Morì il I
giugno 1822, vedovo di Giuseppa Ghezzi. Suo figlio Felice sposò, il I agosto
1818, Maddalena Pelosi, dopo di averne avuto un anno prima (27 marzo 1817) un
bambino, Alberto Quinterio.
5505.
Non è vero che le spese per l'esercito e l'armata, quando fatte in paese, sieno
utili all'economia nazionale, come dicono i proprietari delle grandi fonderie,
acciajerie, cantieri, ecc. Tu fabbrichi una marra, la dai a un lavoratore e
questi lavora con essa la terra e la marra produce grano, cavoli ecc. Fabbrichi
invece un fucile e lo dai a un soldato. Il ferro fu estratto in paese come
quello della marra, lo schioppo fu fucinato in paese come la marra, ma dallo
schioppo nulla ottieni che distruzione e morte.
5506.
A Venezia, quando c'è la luna, par di passeggiare in una aquaforte - A Venezia
l'architettura dà le emozioni della musica.
5507.
Sistema costituzionale. L.B. “Della retta applicazione dei principii
costituzionali”. La Camera dovrebbe rappresentare il paese, il più
schiettamente possibile. Ora, dovrebbe logicamente contenere un tanto per cento
d'ogni classe e d'ogni grado d'intelligenza. E siccome gli ignoranti superano i
dotti, i bricconi i galantuomini, i pazzi i savi, dovrebbe nella sua gran
maggioranza, esser composta (e forse è) di pazzi, di bricconi, d'ignoranti.
5508.
V. I. - “Il primo viaggio all'estero dell'on. Zanardelli” (A
Lugano - Nè vide altro. - È naturale che, parlando di Bismarck, Zanardelli lo
chiami “quello sciocco”!)
5509.
La madre di Giuditta Pasta fece la Dea Ragione a Saronno.
5510.
Bianca Milesi era in molta relazione con Melchiorre Gioja. - Si trovano poesie
politiche ms. (1821-50) presso la Signora Corbetta Tenca Maddalena.
5512.
La principessa austriaca Windischgratz (i milanesi dicevano Vint-disgrazi)
amica di Listz invitava spesso a pranzo, poi si dimenticava dell'invito fatto.
Un giorno invitò il P. inquisitore e il Padre dei Cappuccini a colazione.
Vennero. Intavolò con essi discorsi teologici. Giunse il mezzodì. Niente colazione.
Uno dei due si era purgato il dì prima per prepararsi meglio lo stomaco. Alla
una capitò un maestro di musica. La principessa gli fece sonare musica sacra
pei due visitatori. Si sentivano mancare. La principessa fece portare dei
bicchieretti di vermouth. Bevutili a stomaco vuoto, si sentirono peggio. Si
accomiatarono verso le quattro. Sulla scala il padre cappuccino cadde sfinito.
Fu portato in botticella al convento. E i padri cappuccini venendogli incontro,
gli chiedevano se aveva ben pranzato. I due infelici gridavano, “salame, cacio,
pane, ova ... tutto quanto avete ... portate ma subito ...” - La principessa
scrisse un'opera in 29 volumi “Causes intérieures de la décadence extérieure de
l'Eglise” o come corresse il cardinale Hohenlohe “de madame la Princesse de
Windischgratz”. L'opera stampata in parecchie migliaja di esemplari giace in
una cantina di un castello della principessa, ora posseduto da un erede.
Scrisse anche un libro sugli angeli. - Nelle sue disposizioni funerarie,
prescrisse drappi bianchi, fiori bianchi, tutto bianco. Proibizione assoluta a
tutti di piangere. - Ita a visitare la Certosa dei camaldolesi, pose il
convento tutto sossopra. Voleva legare un monaco ad una pianta. Ad un altro
spaventò e quasi accoppò l'uccelletto che gli faceva compagnia ecc.
5513.
La virtù è come la cimice. Perchè esali il suo odore bisogna schiacciarla.
5514.
R.U. Bimbi. Un maschietto faceva da medico alla bambola della sua
sorellina. Un dì, tastatole il ventre, le ordinò e le applicò una polentina di
seme di lino scottante. La popattola ne ebbe la pancia bucata. - Un altro
maschietto Beppe Marozzi si pose un giorno a galoppare
pel giardino dicendo che voleva fare come i cavalli. E difatti slacciatosi i
calzoncini, trottava e galoppava facendosela sotto e insudiciandosi fin nelle
scarpe.
5515.
Quando nel 1888 parve che il Papa, sollecitato dagli Intransigenti, ruminasse
il progetto di abbandonar Roma quasi ne fosse cacciato dal Governo usurpatore,
il cardinale di Hohenlohe gli chiese una udienza. Essendo questa stata negata Hohenlohe scrisse e fece rimettere al papa dal cameriere pontificio Centra
una lettera in cui gli esponeva le ragioni della udienza chiesta che erano di
persuadere Leone XIII a non partire. La lettera cominciava “mando le fotografie
promesse...” (Erano le fotografie del viaggio di Re Umberto a Berlino che io
aveva donato a Hohenlohe) e finiva “Ecco quanto Le dovevo dire”. Copia della lettera deve trovarsi
nell'Archivio Crispi. Sua
Santità, pochi dì poi, mandò al Cardinale Monsignor Salua, piemontese,
commissario del S. Offizio, già vicario di S. Maria Maggiore e amico di
Hohenlohe. Salua disse che il papa era molto afflitto per la lettera sulla
partenza. H. rispose che era piuttosto lui che doveva lamentarsi della condotta
del Papa verso lui. Leone XIII avrebbe invece dovuto ringraziare Hoh. che gli
aveva fatto conoscere la verità sulla situazione attuale. Anche gli altri
governi erano dell'opinione espressa da Crispi, che cioè nessuno si sarebbe
inquietato della partenza del papa. “Il non volermi ammettere all'udienza -
soggiunse Hoh. - è un voler provocarmi, ma io non darò la soddisfazione a lui e
a' miei nemici di fare passi inconsiderati. La partenza è una scenata che
disgusta molta parte di clero e scuote la fede della moltitudine pia. Ringrazi Dio se io mi conduco
con tanta moderazione, e lo ringrazi anche se diventai cardinale, perchè Pio IX
nel 1852 non lo voleva nemmeno vedere, e fui io, io solo, che seppi mitigare lo
sdegno di Pio IX contro il Pecci. Gli dica poi che sarebbe ora di finirla con
quella bugia della prigione.” Monsignor Salua si fece pallido e si pose a
piangere. Scusava il papa citando la sua vecchia età... E Hoh. “Lo scuso bene -
Leone è nelle mani di pochi intriganti e di agenti del cardinal Monaco che è un
villano di scarpe grosse e di cervello fino che spaventa il papa colla
dipintura dell'inferno”. - In ogni modo Hoh. crede che la sua lettera ha
giovato.
5516.
Rudinì e i suoi - rappresentarono un periodo, fortunatamente breve, della
politica italiana in cui si cercava di farci più umili, e poveri, e spregiati
che fosse possibile. Essi avevano la vanità della vigliaccheria.
5517.
Progetti letterari - Lettere alla mia ignota amante. È aprile. Tutto ama. Io
solo senza speranze e senza memoria di amore. Nessuna donna mi ha mai sorriso -
Ma è necessario proprio di vedersi per amarsi? E mi divido spiritualmente in
due. Ho una voce: l'eco mi risponderà. Ho due occhi: la fonte rifletterà in
essi la mia imagine. Chissà se fra le mie leggitrici non sia la mia futura
amante? - Tutte sono mie - Scrivere 10 lettere, domande e risposte - dove
l'amore, gradino a gradino si espande dalla donna fisica all'umanità e all'universo.
- Capitoli - degli sguardi - delle carezze - dei baci - etc.
5518.
La villa di Walter Fol a [lacuna] - Vera imagine del suo cervello
disordinato. Il Fol era svizzero, di Ginevra. Dotato di un certo ingegno a base
artistica, ricco e generoso, si stabilì a Roma dove si circondò di artisti
pittori e scultori e si creò un ambiente di buon gusto. Andatigli male gli
affari, si ritirò a [lacuna] dove raccolse “les épaves” del suo
naufragio artistico. Il talento intanto gli marciva in follia. Mutò la cascina
in cui s'era ridotto in una villa con successive costruzioni una addosso
all'altra, una più sconclusionata dell'altra. Egli stesso faceva da architetto.
Adoperava mattoni vuoti, ma aveva cura di empirli di cemento prima di metterli
in opra. Scalette strettissime ed egli era uomo corpulento. Alle finestre tende
fatte di paglia tolta dalle sedie di Vienna. Al soffitto inchiodati preziosi
arazzi, bordati di bordura da livrea - cornici di conchigliette attorno ad una
fotografia, aquarelli di Villegas e Fortuny incollati sovra ante di armadi,
oleografie orrende in cornici intagliate e dorate. - Piede di marmo, con su una
statuina dell'impero e sopra questa una tazza araba - Cassepanche con centinaja
di mille pezzetti di stoffa - Aquila colossale di gesso sotto una tettoja di
zinco fabbricata apposta - migliaja di quadranti d'orologio - Nelle terre che
circondavano la casa non permetteva che si mietesse, o si facesse vendemmia.
Così, diceva, si risparmierà l'anno venturo la fatica di seminare. - Un giorno
un suo servitore, al quale egli aveva detto una mala parola, gli appoggiò uno
schiaffo. Fol gli mise tosto in mano un mezzo marengo, dicendogli: bravo. -
Ingravidata una donna, diede una somma al suo cuoco perchè la sposasse col bimbo
in pancia. Scrisse studi critici su Fortuny ed altri. Regalò la sua splendida
raccolta di antichità al museo di Ginevra che oggi porta il suo nome. Del museo
stampò un catalogo illustrato. Molti fra i più illustri artisti stranieri che
abitarono Roma dal 50 al 60 furono in corrispondenza con lui.
5519.
L.B. Si è oggi trovato il modo d'immagazzinare i suoni, di renderli
perpetui, mediante il fonografo, come si era già trovato quello di conservare
le imagini mercè la fotografia. A poco a poco si sapranno fissare le
espressioni di tutti gli altri sensi dell'uomo. E potremmo, dopo cento anni,
non solo udire la voce di una data persona, ma vederla, sentirla ecc. E così si
riuscirà poi a riunire tutte queste qualità umane. E si potrà anche costruire
l'uomo perfetto, colle sembianze di un Apollo, la forza di un Ercole, la voce
di un Garibaldi ecc.
5520.
Uno scolaretto descrivendo la vita della Tebaide, diceva: “I deserti popolati
di solitari...” -
5521.
Una volta Manzoni, essendo terzo in una conversazione che si aggirava su un
tema astruso, diede ragione ad uno degli interlocutori, poi, alla replica
dell'altro, oppositore, diede ragione anche a questi. Un suo nipotino che lo
udiva, gli osservò, “Ma... gran papà, te ghe daa reson a tutt e duu”. “E
anca tì te ghe reson” rispose a lui il grand'uomo. E difatti la ragione non
solo non è mai tutta da una parte e niente dall'altra, ma più di uno, opposti
fra loro nelle idee, possono parimenti aver ragione.
5522.
Rov. - “El par un car de lavandee” diceva Rovani di letterati che fanno
un gran rumore per nulla.
5523.
L.d.B. A S. E. il Ministro della Guerra - Istanza di X.Y.Z. diplomatico
senza posto. I giornali annunciano la nomina del generale Calabrache al posto
di ambasciatore del nostro augusto sovrano presso l'imperatore del Tolu: la
savia determinazione ha raccolto l'approvazione universale. I diplomatici di
carriera - uomini di pace - non fanno che compromettere la pace dell'Europa:
bisogna bene ricorrere, per ristabilirla, agli uomini di guerra. S'aggiunga che
la missione di un ambasciatore è quella di seguire, dapertutto, come una moglie
il marito, il sovrano presso il quale è accreditato. Se questo sovrano va a
cavallo come volete che l'ambasciatore lo segua soltanto su due piedi? Ci vuole
quindi uno che monti a cavallo e i generali, almeno, sanno stare a cavallo.
Quando il sovrano sarà automobilista, ci vorrà un chauffeur. Un generale saprà
poche lingue, da quella all'infuori del bugianen, che par francese. Ma in
compenso ha una bella uniforme. Aggiungetevi un buon cuoco e l'ambasciatore è
perfetto. Al resto pensano i segretari. La nomina dell'illustre Calabrache ad
ambasciatore e le molte altre che si prevedono, m'incoraggiano, Eccellenza, a
domandarle un posto di generale. Premetto che io nulla so d'arte militare ma è
questo appunto il mio maggior titolo. Per perdere le battaglie o per vincerle
in isbaglio non sarò secondo a nessuno. Ho poi tanta finezza gesuitica da
disgradarne un ufficiale di Stato Maggiore. Lasciate che mi capiti sotto
qualche innocente Dreyfus e vedrete. E chissà poi che non vinca davvero qualche
battaglia… È appunto la strategia inaspettata, improvvisata che
scompiglia gli avversari. Datemi quindi con sicurezza un posto di comandante
d'esercito. Non mi mostrerò da meno del mio collega generale fatto
ambasciatore. Anzi sarebbe forse il caso - pel maggior bene del paese - di
elevare a norma generale simile eccezione, nominando sempre ai posti vacanti le
persone dotate di ogni qualità negativa per quel posto. Quando non si sa,
s'inventa. È l'ignoranza che produce il genio. Se i giurati di pitture e
sculture fossero ciechi, se quelli musicali fossero sordi, vedreste che scelte
felici! etc. etc. Sviluppare umoristicamente il tema.
5524.
“Ob magnam delectationem habitam cum Adelaide X”, il conte * di Novara le
lasciò per testamento 2 oncie d’aqua in perpetuo ne’ suoi fondi. I contadini
del luogo chiamano il relativo condotto “bocchell del fottisterio” oggi
proprietà dell'ospitale di Novara.
5525.
(11 giugno 1899) Cletto Arrighi pubblicò i suoi primi articoli nel giornale “La
Solitudine” del Redaelli (1845-46); scrisse poi nell'Eco della Borsa del
Battaglia (prima del 48) e dopo il 48 nel Fuggilozio: poi fondò l'Uomo
di pietra. Scrisse nel [lacuna] di Rattazzi, diretto dal
Biffi e nell'Unione di Civelli in cui tutto era inventato, a
cominciare dai telegrammi.
5526.
Società umana della fine del XIX secolo. Predominano il ristauro, la raccolta,
il catalogo delle cose passate, piuttostochè le opere originali. Si direbbe che
il secolo XIX e fors'anche l'umanità stia per fare l'inventario delle sue
sostanze, di fatti e pensieri, il suo testamento.
5527.
Rovani, scongiurato dagli amici che temevano per la sua salute, promise di non
bere più assenzio. Difatti, un giorno passa dinanzi al liquorista dove usava di
berne, e non si ferma. Passa fiero e continua la sua strada, felice di aver
vinto la tentazione. Ma, giunto in fondo della via, si arresta ad un tratto e
dice: “Bravo, Rovani, meriti un premio”. E rifà la strada e va a bere il suo
assenzio.
5528.
(1897. 21 nov.) Alla fiera di Sant'Ambrogio di Milano (detta degli “oh bei! oh
bei!”) trovo presso un rigattiere una tela che da lungo tempo cercavo di
riavere, andata travolta nel naufragio finanziario di mio fratello Guido, cioè
il ritratto di donna Elena Viscontini Milesi (la sura Lenin di Carlo Porta)
fatto da sua figlia Bianca - ritratto che era già in casa di mia nonna Luigia
Milesi Pisani sorella della Bianca. La tela è sdrucita, ma fortunatamente
riparabile. Vi riconosco, tra i buchi, quello fatto da una stecca di bigliardo
poichè il ritratto si trovava nella sala del bigliardo a Milano. Manca della
cornice. Compro il ritratto per 15 lire. Sul ritratto, nel foglio che tiene in
mano Elena Milesi è scritto “È pur dolce conforto al duol che sente - La
figlia, della sua madre lontana - Sempre tener l'imagine presente - Bianca
Milesi pinse per la sorella Luisa. 1820”. - (24 nov. 97) Il rigattiere (certo
Magni, via Gorani 5) che mi vendette il quadro, dice di averlo avuto 6 o 7 anni
fa dal Napoleone, nipote del Bertini (?). Soggiunge che il ritratto è opera del
Palagi. Invece è di Bianca Milesi scolara di Hayez che vi mise pure del suo,
come si diceva in casa nostra.
5529.
Nel settembre 1897, un nobile Gaetano Pisani di Messina si sposò in
Monza ad una signora Uboldi de' Caprei. Nessuna parentela, almeno prossima, con
noi.
5530.
(Dalla Memoria sul Reale Tenimento di Polenzo, Torino, Tipi
Fontana 1843 a pag. 10:) La terza pezza (del tenimento) il San Marco, abbonda
più d'argilla, sebbene, scorrendovi alla roversa il rivo di Pocapaglia, v'abbia
trascinato tanta arena che in molti siti l'abbia reso appena atto alla
coltivazione della segale e dei legumi. Il sottosuolo, da quanto si può
riconoscere, è un terreno eminentemente argilloso. Ed è forse quì dove l'antica
città romana fabbricava i tanto stimati suoi vasi fittili dei quali faceva sì
lontano smercio...
5531.
Progetti letterari. Libro intitolato “Mirabilia”. Campione: un treno di
festanti, in occasione della fondazione di una società atea, scomunicata dal
parroco del luogo, entra a tutto vapore in un tunnel. E il tunnel
miracolosamente non finisce mai. I gitanti, prima in chiassosa allegria, uomini
e donne, bestemmianti, cominciano ad impensierirsi e ammutoliscono. E il treno
continua nel bujo. Lo spavento si fa generale. E il treno va e va per anni
finchè arriva alla fornace dell'Inferno dov'è ricevuto dal signor Diavolo in
marsina rossa di fuoco.
5532.
Preti greci. Pressochè tutti analfabeti e tutti simoniaci. Purchè si paghi al
vescovo quanto chiede dopo tirato di prezzo il più rozzo contadino può essere
ordinato prete. Un “pope” per assolvere, non bada ai peccati confessati ma al
mucchietto dei soldi sulla mano che li offre. A Tine (in marzo) gran festa di una
Panegia (Madonna) miracolosissima; e qualche dì prima si stampa ad Atene un
gazzettino dei miracoli che farà quella imagine.
5533.
Giuseppe Grandi scultore, seccato dai veterani delle patrie battaglie del 48 (o
sedicenti tali) che volevano dargli consigli mentre attendeva al suo
monumentale gruppo delle 5 giornate, e venivano a seccarlo nel suo studio,
diceva “sti veterani, sti veterani! on quai dì, metti un barettin de croat su
un pal, e scappen tucc” - Si vantava a Grandi, una statua del D'Orsi di Napoli
e gli si domandava se fosse andato a vederla. Rispose “g'hoo mandaa el me
pontador”. Grandi, parlando di certi
scultori che avevano bottega di statue fabbricate col braccio de' loro
puntatori, diceva “quand moeuren, va inanz la vedova”. Di certe cattive scolture che
non valevano il marmo in cui erano fatte, Grandi diceva che si sarebbero dovute
rompere in minuti pezzetti “per faa disimparà ai can el vizi de mangià el
zuccher”. Ultimi momenti di Giuseppe Grandi (dicembre 1894, da racconto di
Monsignor Pietro Bignami). L'ultima frase caratteristica che disse, due giorni
prima di morire, fu al suo infermiere, un mezzo contadino di Ganna “i dottor
hin tutti asen. Se guarissi, te faroo on monument; se mo[eu]ri, te faroo fà
vescov dal Signor”. L'ultima persona che riconobbe fu Monsignor Bignami, allora
a Bregazzana, che andava a visitarlo quotidianamente. Grandi, il dì prima di
morire, non ripeteva che il suo solito intercalare “già... già...”. Chiamato ad
alta voce da Bignami “Peppin!” Grandi aperse gli occhi e tosto li rinchiuse. -
Le cure dei medici furono savie ed affettuose, ma la malattia era mortale. Ed
anche se fosse quella volta guarito, la morte l'avrebbe poco dopo vinto, perchè
aveva polmoni tubercolotici. La famiglia sua era tutta di rachitici. Grandi
prese dalla famiglia circa lire 30/m. che teneva in un libretto comune di
risparmio. La scienza scultoria di Grandi, fondata sul solo suo genio. Grandi
non aveva fatto alcun studio. Il genio lo creò scultore in marmo e fonditore in
bronzo.
5534.
Presso gli eredi di Giuditta Pasta a Blevio (figlio della figlia) si conservano
le carte del divino usignuolo, che Giuditta teneva in perfetto ordine. Vi si
trovano lettere di molte celebrità dell'epoca, di Carlo Porta, Grossi, di
principi, generali ecc. La Pasta conservava tutti gli articoli di giornale che
parlavano di lei e tutti i figurini dei personaggi da lei rappresentati. Non
solo, ma nella guardaroba, già sua, esistono ancora (22-9-98) le vesti di
Norma, di Romeo ecc.
5535.
(16-8-96). A Longone al Segrino, in casa Tagliasacchi visito alcuni oggetti
gallo romani. Furono cavati, una ventina d'anni fa, da tombe scoperte nel
giardino della stessa famiglia - braccialetti di bronzo, pezzi di vaso... Mi si
mostrarono due buche nel giardino, rivestite di ciottoloni e coperte di due
grosse lastre di sarizzo. In una si trovarono le ossa di 12 cadaveri,
nell'altra di due. Insieme a queste ultime, era (mi si disse) un rotoletto di
metallo con iscrizione, non saputa decifrare da Mommsen (?) e che ora trovasi
nel Museo archeologico di Como insieme a fibule ecc.
Nella
copia dell'iscrizione parmi di avervi letto la parola SVI. Vidi pure in casa Tagliasacchi
due dei soliti piatti rossi romani (di cattiva vernice) con marca in uno
e due piccole scodelle pure rosse trovate presso
Proserpio -; e una forchetta e un cucchiajo di bronzo, forse medioevali.
5536.
Una principessa di sangue reale aveva dedicato un monumento alla regina sua madre
con questa iscrizione: “matri magnae
filia grata” che fu tradotto da un romanesco, così: “la madre magna e la
figlia se gratta” (dal cardinale di Hohenlohe).
5537.
Toselli, che fu grande attore nel Teatro piemontese, era attore pessimo della
Real Compagnia dramatica al Servizio di S. M. Sarda. Non vi faceva che le parti
di servitore e destava l'ilarità sol che aprisse la bocca, per la sua goffa
pronuncia.
5538.
Radesky, maresciallo austriaco, nel 1849 entrò in Novara dopo la battaglia con
4 bande musicali in testa che suonavano l'inno patriotico italiano “Su, figli
d'Italia - l'Italia s'è desta” etc. Poi seguiva lui con uno splendido stato
maggiore, circondato dalla guardia czeca in gran lusso.
5539.
Il rispetto al passato, che in questa fine di secolo, si manifesta nei ristauri
architettonici, negli studi storici, fa risorgere idee antiquate e non giova
troppo al rapido sviluppo dell'umanità. I nostri vecchi che distruggevano i
monumenti del passato o li rivestivano di forme alla lor moda servivano meglio
di noi al progresso del pensiero. E difatti il ristauro delle chiese cattoliche
portò seco il ristauro del culto, la rifabrica dei castelli, il ritorno a
titoli nobiliari e feudali, la ripulitura di tavole antiche al prerafaellismo
etc.: condusse insomma ad un risorgimento al rovescio.
5540.
faccia de mezz franc sbiavaa - faccia scialba, da vizioso.
5541.
Epigrafi da scolpire sul dorso di sedie e seggioloni in una sala da pranzo:
“Leves tibi somni, et digestio facilis” - “Un bel seder tutta la vita
onora” - “Invitato quì sei, non inchiodato” - “Chi ben siede ben pensa” - “Post
prandium stabis” - “After dinner sit awhile” etc.
5542.
Fra i bizzarri progetti di quadri del pittore Luigi Conconi, porre questi:
Un'Elena greca splendida, e a traverso di essa, i piedi e le scarpe lacere del
pittore che l'ha dipinta e che la sta ammirando. Il pittore, s'intende,
sottinteso - Una finestra aperta in una casa da contadino, con un paesaggio
magnifico. Ma, appeso a metà della finestra, è uno specchietto nel quale si
scorge il viso del contadino che si fà la barba.
5543.
Morì nel gennajo 1895 a Strevi (Alessandria) il sacerdote Giovanni Pisani di 77
anni che fu per lungo tempo maestro in quel comune. Nessuna parentela con noi,
almeno recente.
5543 bis. Il cavaliere Ceresa del Ministero della Guerra, lodigiano, nipote
della Signora Caterina Bignami amicissima di Paolo Gorini conosce molti
annedoti su questi. Mi raccontò che a Torino, un inverno, Gorini, soffrendo
molto il freddo vide nella mostra di un sarto un bel soprabito. Vi passò
innanzi per parecchi giorni; finalmente si decise ad entrare nella bottega e
chiese al sarto il prezzo del soprabito. Udita la cifra, chiese di provarlo, e
si cavò di dosso il suo più leggero. “Come vuole” fece il sarto con un sorriso.
E Gorini si toccava il petto, dicendo, “mi pare quì davanti un po' comodo: è anche
un po' lunghetto davanti...” E il sarto: ma, se è un paletot da donna! - E
Gorini non s'era accorto! - I segreti e le carte di Gorini sono oggi (1895
dic.) posseduti dal dott. Ezio Omboni, medico condotto a Palazzolo sull'Oglio,
nipote di Gorini, cioè figlio di un Omboni che aveva per madre una sorella di
Gorini e di una Vignati nipote a sua volta di Cesare Vignati lo storico. Il
dottor Rovida di Lodi insegnò poi al giovane Omboni anche il principio della
conservazione goriniana de' cadaveri. Per le materie vulcanica e plutonica il
processo è meno chiaro.
5544.
V. 5731 Tre quarti della
vita di un uomo civile va in complimenti, congratulazioni, condoglianze, e
difatti, ogni giorno, ci arrivano lettere e biglietti di visita inutili che
obbligano a risposte ancora più inutili. Oh venisse una legge ad abolire,
almeno per un secolo, l'uso dell'alfabeto!
5545.
bombe, grosse pillole per purgare l'umanità, secondo il sistema degli
anarchici.
5546.
Bottero violonista dormiva col suo contrabasso, e
lo copriva amorosamente di flanella l'inverno.
5547.
Grecia. (Dalle lettere di Thouvenel pag. 271.279 ecc.) Nel 1850 si parlava italiano
dagli inglesi nei rapporti fra il corpo diplomatico e il Ministero degli affari
esteri d'Atene - La Grèce en banqueroute dès sa naissance - toujours à la
veille ou au lendemain d'une crise ministérielle - Le pays fait en avant tous
les pas que le Gouvernement fait en arrière... -
5548.
Quando si allargò la cosidetta contrada o corsia dei servi in Milano, un tale
D'Alberti chirurgo all'Ospitale Maggiore, scrisse “Sur podestaa, ch'el senta,
cossa serv - fà slargà i strad e fa spes bozzaronn? - Invece de slargà quella
di serv - ch'el ne strengia on poo quella di padronn!” - Questi versi furono
anche attribuiti, pare a torto, a Carlo Cattaneo (V. in altra nota n. 5499).
5549.(22-9-1896).
Vignati mi racconta che Giusti gli dettò, al Caffè Doney, una poesia
satirico-politica che poi Vignati, per timore di persecuzioni, distrusse. Era
il lamento di un tedesco per la morte di Pio IX. Se ne trova uno analogo
stampato nelle raccolte giustiane ma non è lo stesso. Vignati si ricorda che
finiva “Sto a veder se Lambruschini - gli vuol dar l'arsenico” - Altri versi:
su date l'amnistia - sono cose da principe...
5550.
Le capanne coniche di pietre ammonticchiate dei contadini baresi ricordano, per
la forma, la tenda. È la tenda che s'è pietrificata. E potrebbe dirsi: quando
la tenda si mutò in casa, la pastorizia randagia cedette alla stabile
agricoltura. Naque la proprietà immobiliare.
5551.
Vi ha bottegai e professionisti che portano il nome del loro mestiere: per es.
- un Fromage che è un mercante di formaggi ricchissimo a Parigi - Decotti,
farmacista a Londra - Resegotti, chirurgo a Como - Shraps (doct.) medico a
Londra (Shraps vuol dire Cassa da morto) - Porcellini, salumajo a Milano -
Lumière, fabbricante di lastre fotografiche.
5552.
I Greci ebbero sempre fama di corridori. Il “piè veloce” Achille. Il vincitore
ai giochi olimpici restaurati nello Stadio di Atene del 96, ricostruito a spese
del banchiere greco d'Alessandria Averoff, fu un greco. Nella guerra
turco-ellenica che poi seguì, i greci si segnalarono per le fughe precipitose.
Essi stessi, parlando de' fuggenti, dicono: Anér o pheùgon pàlin machésetai
- uomo che fugge combatterà ancora.
5553.
Menandro scrisse ton eutychoùnton eisì pàntes syngheneìs - Fortunatorum
omnes sunt cognati.
5554.
Chi offende, rado perdona all'offeso.
5555.
Moncalvo, attore che faceva il “meneghino” nelle comedie milanesi all'epoca
della dominazione austriaca 1818-1848. - Spesso passava le notti in prigione
per le sue allusioni politiche, recitando. Parlando, per es., della polenta e
del pajolo li diceva tanto belli e buoni, salvo nel colore (giallo e nero,
bandiera austriaca). E frequentemente, al calar della tela si volgeva al
pubblico, dicendo “stanott, pò dass, paghi no el fitt de casa” e faceva colle
braccia l'atto di aver le manette. Fra gli attori patrioti, citare
principalmente Gustavo Modena.
5556.
Cognomi greci. Quelli che finiscono in “poulo” indicano l'origine
peloponesiaca; quelli in “akis” l'origine cipriota. Molti cognomi greci
cominciano, in papa e finiscono in pollo (poulo): Paparigopoulo,
Papadopoulo, Papadiamantopoulo...
5557.
Cappuccini italiani. Il padre Sommaripa, missionario in Atene, mi raccontava
(1895) di aver visto novizi comandati, per mortificazione, a cibarsi col viso a
terra nel piatto de' gatti. Un cappuccino non mangiava che broccoli con su un
palmo di muffa. “La muffa gli teneva luogo”, diceva, “dell'aceto”.
5558.
Porta e Pulci. cfr. il “Miserere”
di Porta (per quanto riguarda il motivo) con un sonetto di Pulci, citato nella Menagiana
(vol. III pag. 258 della mia edizione - V. in Libreria di Corbetta),
specialmente colla imitazione dello stesso sonetto (pag. 259).
5559.
La canzone oggi detta di La Palisse, nella Menagiana reca il nome di
Galisse.
5560.
I libri, specialmente di letteratura, debbono essere pensati e scritti
piuttosto pel pubblico che pei letterati. “Caenae fercula nostrae - malim
conviviis quam placuisse cocis” (Marziale).
5561.
I lanzichenecchi tagliavano orecchi e testicoli ai preti. “Colliones sacros Pretis Monachisque revellunt - deque
illis faciunt andouillas atque bodinos - aut cervellatos pratico de more
Milani” (Remy Belleau Dictamen metrificum).
5562.
“A che serve?” Titolo e motivo di articolo dove si dovrebbe dimostrare
l'utilità vera di molti studi e ricerche apparentemente oziose per non dir
pazze. A che serve la spedizione di André? a che certe collezioni di muffe? a
che le speculazioni metafisiche? ecc. E già si domandò nei tempi passati “a che
lo studiare il fluido elettrico nelle rane?” L'articolo potrebbe servire di
prefazione al libro-catalogo della mia raccolta di bolli figulini.
5563.
Scene elleniche (1894). Il bosco di Cefisia e il presidente Euclide. Una
signora italiana passeggiava in quel bosco: ad un tratto sbucò fuori un uomo
attempato coi calzoni sbottonati e il veretro in mano. La signora si diede a
fuggire e lui dietro. Ma sopravennero persone ed ella si salvò. Seppesi che
quel satiro era il presidente di tribunale Euclide. Disse per scusarsi che siccome
la signora era italiana, così l'avea creduta una prostituta.
5564.
(Ad Atene). Tale Acmet, segretario della legazione ottomana, invitato ad una
colazione sull'erba fra amici vi si recò, e si mostrò allegrissimo. Nel
ritorno, diventò, di subito, malinconico e cupo. Richiestolo del perchè,
rispose con aria tragicamente comica: “Ma femme crevée, moi boeuf! (veuf)”. La
notizia l'aveva saputa fin dalla mattina, ma aveva sospeso il suo dolore sin
dopo la colazione, salvo a riprenderlo alla digestione.
5565.
Macchiette umane. - La signora Speluzzi moglie del decoratore milanese, era una
indiana olivastra dai capelli neri lunghissimi. Aveva braccia così lunghe che
poteva grattarsi i piedi senza chinarsi. Era madre di cinque o sei bimbi, se li
metteva dinanzi ad un tavolo per sorvegliarli mentre facevano il loro compito
di scuola. E li guardava, coi gomiti ossuti poggiati al tavolo e le palme sulle
guancie. Quando un bimbo faceva male, essa, senza allungare tutto il braccio,
lo colpiva stendendo il solo avambraccio. E se il bimbo faceva peggio, essa si
alzava e lo mordeva sul coppino (nuca) come una vera scimietta.
5566.
Grecia 1895. Iscrizione esistente sovra una casa al Pireo: “Questa casa fu edificata
colle economie fatte nel non fumare”.
5567.
Errori tipografici - letti in giornali. La Regina in Calore, per la
Regina in Cadore (titolo di articolo) - Provveditore agli stupri (studi)
- Questa egregia cantante soddisferà a tutte le esigenze del coito pubblico (colto
pubblico) - si diede ai più disperati generi di studio (disparati). E si
parlava di Rovani.
5568.
Ai molti citati nel Manuale di enimmistica (Hoepli) si potrebbero
aggiungere questi: Bernardo Tanlongo = Gran ladro ben noto - Perseveranza =
serve e pranza - madraperla e ceralacca = la par merda e l'era cacca.
5569.
Invecchiando, nell'uomo tutto si ossifica, compreso il sentimento. Da
giovanetti piangiamo anche sulle sventure ideali: vecchi rimaniamo indifferenti
alle reali.
5570.
Mattoidi - criminali-nati. * dell'Italia meridionale, credo tranese, maestro di
musica in Atene 1895, già indiziato di complicità in
assassinio, scrive un “Areòpagos - valse” che vuol dedicare al Re. Me ne
mostra il manoscritto. Il valzer, secondo il *, dovrà essere preceduto da una
prefazione giuridico-filosofica “la giustizia della coscienza e la coscienza
della giustizia”. Nell'introduzione musicale, è scritto fra i righi: “La séance
est ouverte - Discours du Président - Harangue du plaignant - L'avocat de
l'accusé - Questions aux témoins - L'accusé parle en pleurant - Sanglots - La
cour se retire - La cour délibère - Condamnation à mort” - E quì 4 valses
brillantes, che cominciano abbastanza bene perchè il motivo è rubato,
continuano male, e finiscono peggio perchè il resto è roba del maestro, poi -
(sempre fra i righi) Exécution du condamné - Coup de poignard - Suicide (del
boja) - Coup de pistolet. - Sopratutto, la parte “condanna ed esecuzione”, è un
sintomo psichico della vocazione criminale del *. E al * che mi chiedeva il mio
parere sul suo lavoro risposi che mi ero divertito.
5571.
(Dalle confidenze del Cardinale Gustavo di Hohenlohe - 17-8-91) Pio IX
riposava. Hohenlohe, allora semplice monsignore stava nell'antisala leggendo un
libro. Comparve alla porta un brutto figuro, magro, allampanato che chiese di
vedere il papa. Hohenlohe rispose che non si poteva, perchè stanco. L'altro
insistette dicendo che aveva una lettera del cardinale Lambruschini e che era
il vescovo di Perugia, Pecci. Sedette anzi presso Hohenlohe infilzando una
serqua di spropositi. Hohenlohe va all'appartamento di Pio IX. Bussa all'uscio.
“Che c'è?” fa il papa di malumore. Hohenlohe gli dice il nome del “petente”. Ah
quel birbaccione! quell'infingardo! quel... grida Pio IX, ma alle insistenze di
Hohenlohe finisce col dire che lo riceverà ma intanto aspetti. E il futuro
Leone XIII aspettò un pajo d'ore con gran noja e dispetto di Hohenlohe.
5572.
(da Hohenlohe) Pio IX favoriva in cuor suo Rosmini, anzi lo approvava
interamente. Combattuto poi questi dai gesuiti, non si stancava di sottoporre
le proposizioni rosminiane a sempre nuovi esami. Le diede anche da esaminare a
certo Padre Secchi-Muro, chiamato il “gobbo di San Marcello”, uomo onesto il
quale si convertì alla fede di Rosmini. Il Secchi Muro, scrisse anche la
seguente epigrafe per Pio IX. “Pius Nonus - Italiam nolens fecit”.
5573.
Gorini - Era sempre quasi sfornito di abiti perchè dava tutto per carità. Oggi
i preti lo combattono collo sciocco pretesto ch'egli fosse “massone” mentre non
lo era. Gorini invece fu sempre in buoni rapporti con moltissimi sacerdoti,
specialmente Anelli e Vignati. Le sue Origini delle montagne furono
copiate in seminario da alcuni chierici (che copiarono, fra l'altro, il
“potente cataclisma” per “potente catechismo”). Concorse in varie opere di
carità col vescovo di Lodi, Bersani. - Manzoni, a Gorini che offrivagli il suo
libro, dicendo: forse, don Alessandro, vi troverà qualche cosa che non va
completamente d'accordo colla storia del mondo secondo i cattolici, scuserà…,
rispose: Chi non crede al progresso della scienza, non ha fede. È Manzoni che dedicò
un suo volume a Gorini colle parole “A Paolo Gorini in segno di una ammirazione
non dotta, ma non cieca” - Mettendosi a scrivere le sue “Montagne” Gorini
confidò a Cesare Vignati i suoi dubbi di non conoscere sufficentemente la
lingua italiana e però il suo proposito di scrivere il libro in francese.
Vignati allora gli diede una grammatica italiana. - Ezio Omboni a Palazzolo
sull'Oglio ha molte carte e libri di Gorini. Alcuni mss. sono vergati nella
speciale crittografia di lui. C'è anche un libretto di stenografia
convenzionale che dovrebbe contenere le poesie di Berchet. Esso potrebbe dare
la chiave del resto. - Lettere di uomini illustri a Gorini furono
arbitrariamente trattenute presso di sè dal d.re Dossena di Lodi.
5574.
La diligenza che ribaltava, allo scultore Grandi, che ne era sbalzato e giaceva
a terra col viso all'insù, pareva (secondo la frase dello stesso Grandi) “un
soffitto del Tiepolo”.
5576.
Dicono gli psichiatri grafologi che dalla scrittura si conosce l'animo
dell'individuo, che il carattere grafico rivela quello dell'uomo. E infilzano
esempi, presentando scritture di uomini di cui già conoscono vita, morte e
miracoli. Grafologi, profeti spesso
a posteriori.
Eppure, nella scrittura ha spesso più parte l'insegnamento generale del
calligrafo che non l'impulso dell'animo individuale. Spesso è anche questione
non di mano ma di penna. Per que' grafologi, cambia la penna e diventi galantuomo. Vi ha intere burocrazie i cui
impiegati scrivono tutti ad un modo, tradizionalmente, da anni, per es. le
cancellerie inglese e tedesca.
5577.
Catalani, nel 1894, fu mandato a Londra da Crispi per ottenere da Herz la
restituzione di alcuni documenti compromettenti. Ivi andò con Palumbo Cardella
segretario particolare di Crispi, e raggiunse lo scopo con fatiche indicibili
ed ambascie, tanto più che si sapeva pedinato dalla polizia turca. Tornato a
Costantinopoli, dov'era ambasciatore, dopo pochi giorni, improvvisamente morì.
La moglie di lui, conscia di tutto attribuì la sua morte a veleno. Forse i
turchi, insospettiti che la sua gita avesse uno scopo politico a loro avverso,
vollero sopprimerlo. Io ne attribuisco invece la morte ad un attacco di “angina
pectoris” di cui già aveva sofferto un attacco l'anno prima a Roma in casa mia.
5578.
“Pòlis kechenaìon” di Aristofane, ossia Atene, l'antica Parigi. Ville
des badauds, ossia Parigi, la nuova Atene. -
5579.
R.U. - Bimbi - La mamma diceva al suo bimbo mentre gli uccellini
cantavano alla mattina “Senti, gli uccellini dicono le loro orazioni al
Signore”. E il bambino: È un grande uccello, il Signore? - Mamma e bimbo
entrano in una chiesa nella settimana santa. Bujo e silenzio. Sono i sepolcri.
“Il Signore è morto” dice la mamma. “Ma, non è nato jeri?” fa il bimbo. E
vedendolo effigiato colla barba “era già tanto vecchio?!... che sia forse suo
papà!?” - “Chi è Dio?” gli chiedeva la mamma. E il bimbo: il sindaco. - Questo
bimbo apriva talvolta lo sportello della stufa donde esce il calore, e
fantasiava di vedere il Duomo coi preti in coro che cantavano ed anch'egli
cantava: poi, ad un tratto chiudeva lo sportello, dicendo “ciao, Madonna,
ciao”.
5580.
Un contadinello di Corbetta andò a confessarsi. Il prete gli chiese che
mestiere facesse. Rispose che conduceva le vacche a pascolare. E il prete a
domandargli se lasciasse andare la vacca sul prato degli altri. Rispose “quai
volta, ma l'è la vacca”. E il confessore a dirgli che doveva opporvisi. Ma il
ragazzo: “I (sì) ma, vidii. Vu sii la vaca (e accennava al confessore) quel rob
che ghii al col (il collarino) l'è ol soghett (la corda che tiene la vacca). Va
tiri (vi tiro...) voerì vignì no (non volete venire) andee a mangià l'erba di
oltri (andate a mangiare l'erba degli altri)”.
5581.
Difficilissimo per non dire impossibile è di fare bene il bene ad un ministro
di Stato e ad un Sovrano, impediti come sono dall'ambiente di opposte tendenze
in cui sono, se neanche un uomo privato, che non ha da dar conto a nessuno, e
che quindi è più potente di un re, non ne può fare (ed io sono in grado di
attestarlo) di fronte agli stessi suoi dipendenti.
5582.(1897) FRANCISCO PISO NAE
CIVI NOBILISSIM O
INVIDA MORT
…….VS FV
.
………... BET
…........ ERITO
….. ER
...... VS
Frammento
d'iscrizione letta (probabilmente male) in una bottega di scalpellino in via S.
Maria Fulcorina di Milano.
5583.
Levate le maschere sceniche, con le quali si lusingano e si allettano le plebi,
i partiti politici dominanti in un paese non possono fondamentalmente essere
che tre cioè quello che vuole ordinamenti più stretti degli esistenti
(retrogradi), quello che li vuole più larghi (progressisti), quello infine che
si contenta degli ordinamenti in vigore (conservatori o moderati). Gli attuali
così detti socialisti, se giungessero domani al potere, come
giungeranno, diverrebbero issofatto conservatori, conservatori
s'intende dello stato di cose al quale aspiravano e che hanno ottenuto, nonchè moderati,
cioè colle idee intermedie fra il nuovo partito che tosto si formerebbe per
più larghi ordinamenti ed il partito vinto - Il cristianesimo d'oggi,
eminentemente conservatore e temperato, era, al suo nascere, partito di
rivoluzione. - La rivoluzione che diventa perpetuamente Stato è la storia del
mondo politico.
5584.
Fra i prigionieri lombardi fatti da Federico nella battaglia di Cortenova (27
nov. 1237) si cita anche un Pisani da Lugnare (?) dato in custodia a Berengario
de Bizano (V. Historia diplomatica Frederici Secundi par J. L. A.
Huilard Bréholles - 1857) .
5585.
Sulla villa già di Bernardino Biondelli, distinto numismatico, filologo,
archeologo, è la seguente iscrizione: “O beata solitudo, o sola beatitudo”.
5586.
(1895-1900) Momento attuale di generale insoddisfazione ed inquietudine. Tutti,
di qualsiasi parte, desiderano qualche cosa di diverso senza sapere precisamente
che. I timidi vorrebbero tornare all'antico, ma quale antico non sanno; gli
ardenti sospirano avveniri che non veggono. In nessuna altra epoca si è tanto
studiato ed esaminato quanto oggi; in nessuna si è tanto ipotecato l'avvenire,
in arte, in morale, in finanza, come nella presente. Tutti si attendono e
fors'anche invocano universale miscuglio e confusione, sperando che dal
nebbione delle idee presenti sorga il nuovo giorno, che dal caos di mezzi vizi
e mezze virtù erompa la forma ben netta del tempo avvenire. - E il miscuglio
delle attuali contraddizioni potrebbe segnare anche il momento che precede la
mondiale follia.
5587.
(1895 marzo 26). Arrivo alle 5 a Patrasso. Ricevuto dal V. Console Toscani.
Cani vaganti, mangianti in cassettine rimasugli di cibo. Torello che gira
ballonzolando per le strade e strappa la paglia da un mucchio di sedie
accatastate dinanzi un caffè. Greci in fustanella che si puliscono il naso
colle dita - In ferrovia per Atene. Il paese tutto olivi. Aigïon. Prendo
un caffè. Il caffettiere mi ruba 1 dramma sul minimo conto. So che me la ruba,
ma piacemi constatarlo. Guardo con Gigi Perelli che mi è compagno di viaggio la
carta di Grecia della Guida Bedaecker. Egli traduce “Mer de Candie” (merda
candita). Ad una stazione vedo un lustrascarpe col suo bravo numero. E chi mai
lucida le scarpe? Scarpe col fiocco sulla punta. Perelli osserva che quì si
possono dar “piedate coi fiocchi”. Vediamo molti cani. Perelli vi cerca
inutilmente il cane d'Alcibiade, perchè nessuno è privo di coda. Seguendo il
viaggio in ferrovia, vediamo continuamente viti e olivi, olivi e viti. Il golfo
di Corinto si allarga intensamente azzurro. Scorgiamo nelle varie stazioni
Greci col rosario in mano, sgranandone le avemarie. In lontananza l'isola di
Salamina. Perelli proporrebbe di coltivarla a cavoli (verze - Salamin coi verz)
e chiamerebbe il suo versante, verzante. Si giunge ad Atene. Alla
stazione, Cariati segretario della Legazione, Revel console al Pireo, Serpieri,
Rossi, Lifonti, La Barbera, Bacci, Cervi, italiani. Passeggiata alla sera in
carrozza. - 27-3 Atene. Acropoli. Partenone. Spettacolo indescrivibile. - 28-3
Asilo d'infanzia e scuole italiane. - Partenone. Teatro di Bacco, Odeo[n] di
Erode Attico etc. - 29-3 A Kefisia - Aria marina e di montagna. Vedo casa
Boltazz, e casa Limbritis per prendervi l'alloggio. - 30-3 Ricevuto dal Re e
dalla Regina.
5588.
(Grecia 1895) Angelo Maino, di 75 anni di età, medico, milanese, fu il primo
che, nel 1848, insieme a Paolo Arpesani e ad altri cinque “fidegh san”
s'impadronisse del palazzo del Governo in via Monforte (Milano) uccidendo la
sentinella austriaca e facendo fuggire il corpo di guardia. Mentre Maino e i suoi compagni
andavano verso il palazzo del Governo, “quasi a gatton” cioè facendosi più
piccoli che potevano, videro comparire sul balcone di una casetta, oggi
inglobata nella Casa Cicogna, tre donne, cioè una madre colle sue due figlie,
la prima vestita di bianco, e le due altre rispettivamente di rosso e di verde. Trovò, nel palazzo, il
Governatore O'Donnel esterefatto. Capitava in quel momento, in carrozza,
l'arcivescovo Romilli, in fama di austriacante. Maino fece tagliare i finimenti
dei cavalli, e la carrozza, rovesciata, fu il primo materiale della prima
barricata milanese. - Maino conobbe molti patrioti, Correnti, Fabrizi, Manin,
Vela, etc. Vela gli raccontò di Vittorio Emanuele che si recò a posare da lui
per un monumento che una città del Piemonte voleva erigere a quel sovrano. Un
giorno, V. E., entrando nello studio dello scultore, gittò il cappello sulla
sedia dicendo “gran brutto mestiere quello di fare il Re!” E Vela: Ella può
lasciarlo quando vuole. Ma Vittorio fiammeggiando negli occhi: “No. Voglio
prima fare l'Italia” - E un altro giorno V. E. disse a Vela, che era di fede
repubblicana: “Anch'io sono repubblicano. Veda” e, sfoderando la sciabola, che
fu già quella di Massena, gli fece leggere sulla lama le parole: liberté,
égalité, fraternité. -
5589.
Piace lo svegliarsi, ma anche l'addormentarsi; si gode introducendosi cibo, ma
si gode pure smaltendolo; è gioja il cominciamento di un amore, ma è anche
gioja la sua fine; è godimento la vita, perchè non sarà tale la cessazione di
questa?
5590.
I poeti. Ferdinando Fontana, poeta di maniera. Ci arriva ad Induno Olona (1874)
dove villeggiavo con mia madre. Aveva fatto il tifo, s'era accorciato la
convenzionale chioma poetica ed aveva un formidabile appetito. Profitta della
nostra ospitalità, mangiando e bevendo come un orco. Va a dormire e la mattina
se la cava, “insalutato hospite”. Dopo qualche giorno, guidato dal tanfo, il
nostro domestico scopre, nella camera dove aveva dormito il poeta, il suo
saluto di ringraziamento, dico un vaso ricolmo di quanto gli era già entrato
dalla bocca, regalo-ricordo del poeta. D'allora in poi le poesie di Fontana,
che i critici dicono odoranti d'ambrosia, mi puzzano sempre di sterco.
5591.
Fede greca (Atene 1895-96). Certo uomo d'affari ateniese disse un giorno
all'italiano signor Pontremoli, per scusarsi di non avere adempiuto a un suo
impegno verbale: “La parola che v'ho data era mia, non vostra, e quindi potevo
riprendermela”.
5592.
Les sauvages de la civilisation - ossia gli americani del Nord che non vivono,
non pensano, non fanno nulla che per l'interesse materiale, tutto valutando a
tariffa monetaria.
5593.
Parte Ufficiale. Un consiglio di ministri. Descrivere un
consiglio degli usceri dei vari ministri che aspettano in anticamera i loro
principali riuniti. L'usciere del presidente, fa naturalmente da presidente.
C'è chi si mostra più informato degli altri ecc. discussioni, battibecchi ecc.
insomma una parodia di quanto avviene sul serio nella sala vicina. Eppure anche
il vero Consiglio ministeriale è forse più ancora comico e risibile di quello
scimioteggiato dagli uscieri. - Sul tappeto verde del Consiglio ministeriale si
raccolgono pezzetti di carta con figurine scollate disegnate dal ministro
donnajolo Grimaldi, ricette di Bacelli, caricature di Brin ecc.
5594.
Epitafio progettato per Giuseppe Sacchetti medico mio ed amico, e non eseguito:
lagrime e benedizioni a giuseppe
sacchetti medico - che dal… 18… al… 1896, - di ritorno alla vita de’ cieli -
attraverso’ questa terrena - sanando e consolando.
5595.
(dicembre 1897) Conducendo in tram a Milano la cinquenne Angioletta, figlia
della balia asciutta della mia Elenina, le dico che a Natale mangerà in casa
nostra il panettone e il tacchino. “E tu che hai mangiato a Natale l'anno
scorso?”, le chiedo. Risponde: “hoo mangiaa ol gatt!” E dice questo con un fare
orgoglioso, quasi avesse fatto un pasto da re, la poveretta!
5596.
Ta-fu = (in cinese) ministri (?) cfr.
con Cafù, milanese, uomo d'importanza.
5597.
(Atene 3-11-95 - Da racconto della Signora Cassandra Catalani Musurus)
Telepatia - Essendo a Londra, giovinetta di 15 anni, mentre suo padre, Musurus
pascià, vi risiedeva come ambasciatore di Turchia, una notte Cassandra sognò di
vedere sua madre (la quale era fuori di casa, ad una festa da ballo) morta e
distesa su un materasso. Si svegliò gettando un grido acutissimo. Poi si
riaddormentò. Verso mattina, sentì bussare alla porta. Una cameriera le
annunciò che sua madre si sentiva male - poi malissimo - e finì col dirle che
era già morta. La principessa Musurus madre soffriva malattia di cuore. Mentre
saliva, ansando, uno scalone assai erto, al braccio del Granduca di Hesse, che
camminava in fretta, si sentì ad un tratto a soffocare e cadde rovescia. Il
marito Musurus le tagliò colla sciabola i lacci del corsetto, ma inutilmente. E
la povera signora fu adagiata morta, vestita da ballo, nell'anticamera su un materasso
- come la figlia Cassandra avevala esattamente veduta in sogno. V. 5780
5598.
(21- 10-99) La Madonna del Bisbino (Lago di Como) è chiamata da questi
contadini la Madrona. La relativa statuetta fu trovata in una
vicina valletta e fatta portare sulla cima da un signore del luogo che vi
edificò una cappella. cf. le matronae
protettrici degli antichi pagi (p. es. Vimodrone, Vicus Matronae ecc.)
colle Madonne de' nuovi. Sarebbe bene recarsi sul Bisbino per esaminare
davvicino quella statua forse pagana.
5599.
P.U. Il discorso del Re. I molti che vi mettono mano. Lo si disegna in
consiglio de' ministri, poi s'incarica uno dei ministri di cucire insieme le
varie membra. Membra solitamente di bestie di speci assolutamente diverse.
Piedi d'elefante, su ventri di scimia e teste d'oca. Il ministro ci si prova ma
non riesce. E il
lavoro urge perchè fra un pajo di giorni il discorso dev'essere imbeccato a S.
M. Chiama il suo sottosegretario di Stato e gli affida il compito. Il
sottosegretario ha quella sera un convegno dolce, nè vuol perderlo. Chiama a
sua volta il segretario particolare e gli passa note e appunti. Ma anche il
segretario ha il suo appuntamento. Si sfoga colla fantesca, una vecchia fidata.
Questa gli fa animo e gli suggerisce il nome di un giovanotto vicino d'uscio
che sa scrivere. Difatti, scrive in un botteghino del lotto. La fantesca anzi
glielo presenta, ed il segretario gli passa “la fatta” o meglio “il da farsi” e
gli promette qualche decina di lire. E il lottajolo si mette al lavoro e alla
mattina consegna il discorso, in bella calligrafia, al segretario, che lo
rimette al sottosegretario di Stato che lo presenta al Ministro che lo umilia a
S. M. che lo legge alle Camere!
5600.
R.U. I preti. Fare anche un capitolo sui preti di spirito, come
Hohenlohe, Bignami (Monsignor), Curato dei 3 Ronchetti, Coccanari, Mamos ecc.
pieni d'arguzia. Citare le frecciate del cardinale Hohenlohe. Si discorreva del
papa Leone, poco favorevolmente. Uno diceva: Eppure, c'è il caso di Castelar
che uscì dalla visita al papa ammirato, innamorato di S. S. - E il cardinale
“Anche S. Antonio era innamorato del suo porco” - Parlando di Leone XIII,
Hohenlohe esce talvolta a dire, come per isbaglio “quel cane...”, ma,
riprendendosi subito, “quel santo uomo...” - Monsignor Coccanari di Tivoli non
poteva dormire perchè tale gli cantava, per ore, sotto la finestra, con voce
stonata, la frase dell'Ebrea di Halévy “Dio mi guida...Dio mi guida...!”
finchè, furente, Monsignore aperse la finestra, gridandogli “va al diavolo tu e
il cocchiere!” - Monsignor Bignami, canonico “ordinario” della Metropolitana di
Milano (ma assai fino d'intelligenza), amava far burle dove passava. Una
mattina, in un albergo svizzero, alzatosi di presta ora e scorgendo sovra una
tavola tutte le scarpe dei forastieri, pulite e pronte ad esser portate dinanzi
ai vari usci, le spajò, ricomponendo ogni pajo con scarpe diverse. Fu una
indescrivibile confusione tra i forastieri che non sapevano più calzarsi,
mentre il treno stava per partire.
5601.
R.U. Preti. Grotteschi ecclesiastici. In parecchi comuni di Lombardia
(1892-93) si distribuivano e vendevano dai preti fogliolini ascetici del Sacro
Cuore alcuni in forma di biglietti ferroviari o di tram con su stampato “Linea
del Paradiso”. E nel biglietto era indicato se di classe I o II o III,
naturalmente con diversi prezzi, oltre l'avvertenza che non si davano biglietti
d'andata e ritorno. - A Cremona uscirono fogli rappresentanti il diavolo colla
gerla che raccoglieva le bestemmie dei peccatori. E le bestemmie più sconcie vi
erano letteralmente scritte. Uscì pure un libretto di certo teologo, insegnando
un modo spiccio e poco visibile per dire il benedicite ed altre preghiere nella
giornata. Diceva che basta intendersi con Dio, combinando mentalmente con lui
che con alzare per es. il mignolo s'intende recitato il Pater noster, alzando
la gamba sinistra, l'avemaria e così di seguito
5602.
Mattoidi (15-11-1891). Mi si presenta al Ministero certo Agnisetta Stramba
(così, almeno si chiama lui stesso) domiciliato all'Osteria del Pino - Roma -
già fumista meccanico di specialità a Issogne sul lago Maggiore e ora filosofo,
sociologo, il quale viene a confidarmi in gran segreto che la salvezza
dell'Italia sta sola nel concime e che egli s'impegna di poterne da solo
produrre ed offrire al Governo 150 quintali al giorno. V. altra consimile nota.
5603.
R.U. - I Papi. Non è un papa solo, cioè il successore di Pietro, il capo
della cattolicità, ma molti. Persone che sentenziano sempre ex cathedra,
che si reputano in buona fede infallibili, in arte, in politica, in scienza
ecc. Citare l'Adriano Lemmi, Gran maestro della Massoneria, il professore Ellero,
il Filopanti, il senatore o seccatore Damiani, Primo Levi etc. etc. e tutti gli
altri “infallibili”.
5604.
Motivi di quadri (Stile conconiano). Una ragnatela col ragno e la solita mosca
sul punto di essere tragicamente divorata. A traverso la ragnatela si vede in
lontananza un immenso paese, con montagne, boschi, città ecc.
5605.
Tipi di spirito. Sullo spirito di Cova milanese V. sparsim. La storia, ch'egli
raccontava, del guerriero “catafratto”. Guerriero a coke, serve anche da stufa.
Il guerriero piglia la ruggine. Reso terso (“sgurato”) colla cenere: venduto
col rame di cucina. V. n.°
5675
5606.
Bimbi. “Qual'è il gioco che più ti piace?” si chiedeva ad un bimbo. Rispose: il
rompere.
5607.
Contenzioso diplomatico. In una questione colla Turchia, sottoposta al
Consiglio del Contenzioso diplomatico si parlava della legge sacra musulmana.
Per svista di amanuense, la legge diventò sarda. Il relatore tessè un elaboratissimo
studio (che nessuno lesse) su questa legge sarda e riportò vittoria.
5608.
(1894-11-3) Il ministro dei lavori pubblici Saracco ha sottoposto oggi alla
firma reale un decreto che mette in aspettativa un impiegato per le troppe
raccomandazioni che si faceva fare a prò suo.
5609.
Trattato di Berlino. Un giorno De Launay ambasciatore d'Italia a Berlino chiamò
il maggiore Luchino del Mayno addetto militare all'Ambasciata e gli annunciò
che sarebbe stato nominato delegato per lo stabilimento dei confini insieme ad
altri ufficiali d'altre potenze. Del Mayno nulla conosceva dei Balcani, e poco
più di lui gli altri delegati, salvo il turco Mehemet Alì e un capitano
inglese. Comprò alcune carte di Kiepert e studiacchiò la questione come meglio
poteva. E siccome Launay gli aveva detto che i tre delegati francese, inglese
ed italiano, come i meno interessati, dovevano far come da sensale fra i
delegati interessati, turco, austriaco, russo, Del Mayno chiese quale direzione
dovesse seguire. Launay rispose con sapienza ministeriale “Faccia Lei”. E tutto
fu fatto a casaccio. - E un giorno Mehemet Alì venne a trovare Del Mayno e a
dirgli “ajutatemi; se no, sono perduto. Nel confine che si attribuirebbe alla
Serbia, c'è il villaggio di (e disse un nome) dove si confeziona il tabacco
cosidetto del Serraglio, favorito dal Sultano. Se Sua M. I. viene a perdere
quella fabbrica, mi fa tagliare la testa. Offrite quel compenso che meglio vi
pare ma conservatemi le sigarette del Sultano”. E Del Mayno si adoperò in modo
da riuscire all'intento - (da Dal Verme (?) 20-11-1893).
5610.
Quando Crispi fu ministro degli esteri, per uno dei soliti grandi pranzi che si
davano alla Consulta il 14 marzo (compleanno del Re Umberto) fu telegrafato
nell'Alta Italia per avere trote. Giunsero magnifiche e furono mangiate da
Donna Lina Crispi.
5611.
Nel 1849, rioccupando gli austriaci Milano, il popolaccio cantava: Quei de
Milan - Sonee i campann de festa - Dervii la porta - Lassee passà i todesch =
Viva Radetsky e viva Metternich - E mort ai sciori - evviva i poveritt = Viva
Radetsky - che n'ha salvaa la vitta - Nanca el duca Litta - A Milan el chiga
pu. = I Milanes hin reussii - a mandà i pollin (gendarmi) a trii a trii. -
5612.
Il sistema parlamentare è il ricatto eretto a costituzione politica. Un
deputato, un partito intima a chi governa “o mi fate il tal favore, nominate il
tale alla tal carica etc. o vi voto contro...”.
5613.
Le navi formidabili ma di congegni complicatissimi dell'attuale marina
italiana, le quali destarono ammirazione nelle recenti riviste e festivals,
sono istrumenti di guerra fatti pei tempi di pace.
5614.
Onestà politica. Tema. Un grande diplomatico che ad una disonestà politica di
primo ordine riuniva una lealtà personale senza paragone. Esaminare se le due
qualità possano coesistere laudabilmente. Difficoltà di segnare il vero confine
fra il delitto politico e l'umano. Citare i cosidetti scandali bancari, le
soppressioni dei nemici di uno stato ecc.
5615.
Leggendo la storia del medioevo, dove le genti erano in perpetua lotta fra
loro, cercando reciprocamente di sopraffarsi, oggi alleate per abbattere un
terzo, domani nemiche dell'alleato, ed amiche del già nemico; il pensiero corre
spontaneamente agli attuali tempi che si potrebbero pur dire di mezzo, almeno
dal lato della imperante mediocrità, e vede gli intrighi dei politici, le
cabale parlamentari, le lotte elettorali, gli assassinii colle parole e le
stampe, tutti i delitti della odierna mediocrità, forse peggiori di quelli
medioevali di sangue. Combattere le istituzioni costituzionali che sono il
fulcro e il trionfo della mediocrità. È impossibile coi sistema dei voti e
della maggioranza che l'alto ingegno predomini. Possono, è vero, essere esclusi
i pessimi dalle cime sia del governo, che del pensiero artistico, letterario
ecc. ma sono esclusi anche gli ottimi. Tutto va per medie. Col socialismo
le cose anderanno anche peggio, poichè, allargandosi la cerchia dei chiamati al
governo, diminuirà la media dell'ingegno e degli studi, necessaria a toccare il
potere. Al trionfo del genio non può giovare che un sistema di monarchia
assoluta o di anarchia completa.
5616.
Le favole di La Fontaine e di altrettali apologhisti sono altrettanti
spropositi di Storia naturale.
5617.
Andrea Doria prima della battaglia di Lepanto emanò un proclama agli uomini delle
sue navi che è in genovese, ed è una serqua d'insolenze oscene all'indirizzo
de' turchi.
5618.
Cassiodoro fa onorevole menzione degli aurighi milanesi. V. in Scipione Maffei
Libro 7 Cap. 28 var. lib. 3. 29.
5619.
Scheggino (Umbria). Una dozzina di bambini, maschi e femmine, in processione si
avviano verso il ponte del fiume. A capo di tutti una bimba novenne con un
gattino appena nato in braccio. Gli altri bambini, tengono in mano ciascuno un
pugno di sassolini. Chiesto alla bimba che intendesse fare di quel gattino,
risponde con semplicità affettuosa, carezzando la bestiolina: la gattina sua
mamma ne ha fatto tre e non può allattarli tutti. Bisogna quindi gettarne uno a
fiume. E la processione continua sino a mezzo del ponte. Là si ferma. La bimba
bacia e carezza il gattino che passa di mano in mano carezzato e baciato
finchè, tornato alla bimba, questa lo lascia dolcemente cadere dal parapetto
nell'aqua. E ogni bambino getta i suoi sassolini nel luogo dove cadde il
gattino. Tutto avviene con compostezza rituale e affettuosa serenità. Così
dovevano celebrarsi le antiche primavere sacre, i religiosi sagrifizi umani,
non fatti per crudeltà ma pietà.
5620.
Le istituzioni parlamentari sono la causa dell'attuale pervertimento del senso
morale. Il popolo assiste ad un continuo mutamento di opinione, a base non di
ragionamenti ma d'interessi, vede il più accorto, non il più valoroso ed onesto
salire al potere, cosicchè dalla sfiducia passa presto allo sprezzo nel Governo
e quindi alla rivolta.
5621.
L'ultimo imperatore indigeno del Messico (Guacomosin?), condannato alla
graticola dagli Spagnoli e sollecitato a farsi cristiano perchè così sarebbe
andato in Paradiso, chiese ai frati della inquisizione se in Paradiso andassero
anche gli spagnoli. Essendogli stato risposto di sì, disse: e allora non mi
farò mai cristiano - per non trovarmi con essi, e si stese eroicamente sulla
graticola ardente.
5622.
(Da Lattuada Descrizione di Milano, vol. IV, pag. 386). Negli arredi
sacri già esistenti nella Chiesa di S. M. delle Grazie in Milano erano due
paramenti di garza d'oro ne' quali il duca (Lodovico Maria) e la moglie sua
(Beatrice Estense) scherzarono. Mentre cioè Lodovico faceva tessere nel Drappo
alcune serrature con chiave, la moglie pose nel suo paramento un crivello
scosso a due mani col motto: Ti a mi e mi a ti.
5623.
faccia de municipi antigh - espressione corbettina per indicare un uomo brutto
e brontolone.
5624.
cobbia-parpai = fabbricatore di seme bachi - casa con incomod de carrozza =
case che, con piccolo cortile, hanno scuderia e rimessa. I maistaa
(milanese) imagini di santi, derivano dalle vecchie imagini con su Dio e sotto
“sua divina maestà”.
5625.
R.F. 1848-49. Elena Pisani Dossi Marozzi. La polizia austriaca fece più
volte visite e perquisizioni, a Pavia, in casa Marozzi sospetta di patriotismo.
Donna Elena guidava accortamente i poliziotti a visitare la casa. La visita fu fatta di notte.
Emilio Marozzi, possessore di molti libri ed opuscoli rivoluzionari li fece
scomparire sotto il cartone di altri. Donna Elena disse sottovoce ad uno de'
commissari “ma non ha vergogna lei che è italiano di fare questo che fa?” E il
commissario “Non vede che non guardo”. Poi Elena sedette su una cassa che
sapeva piena di pubblicazioni proibite, dicendo “questa è già visitata”. Sotto l'imbottitura dei mobili,
erano carte compromettenti, ma non se ne avvidero. Un poliziotto trovò i libri
di scuola del figlio Camillo, testo ufficiale, dal frontispizio de' quali era
stata tagliata fuori l'aquila bicipite “Ecco - sclamò trionfante, come si
comincia! Fin dalla scuola!” Vedendo poi nella cucina un gufo, proprietà
del cuoco Lisander, uno dei perquisitori chiese che fosse. E donna
Elena, franca: vun de lor. Donna Elena si oppose poi che entrassero
nella camera delle figliole Elisa e Clementina, dicendo che dovevano passare
prima sul suo corpo. Quei poliziotti non insistettero. Erano, in fondo, di buon
carattere. La mattina appresso si
rifugiò nell'oltrepò pavese nella sua campagna di Mairano.
5626.
Le tre ragazze Pisani di Pavia, figlie di Don Carlo - Elena, Angioletta e
Carlotta - bellissime vivevano come tutte le signorine pavesi, conventualmente.
Un giorno passeggiando in carrozza chiusa, la carrozza venne circondata dagli
studenti della Università che la fermarono gridando “vogliamo vedere le belle
Pisani!” E le videro.
5627.
Quando, cacciati via gli austriaci nel [lacuna], il Governatore di Pavia
s'insediò per la prima volta nel palazzo del Governo (Palazzo Mezzabarba) e
diede una festa, Elena Marozzi Pisani fu tra le prime invitate. E vi fu anche
Donna Adelaide Cairoli Bono, la quale avvicinandosi alla Pisani, le disse:
Donn'Elena conoscerà già questi bei saloni - No, rispose Elena, li conoscerà
certo Lei, non io - E difatti la Bono li aveva assai frequentati all'epoca
austriaca.
5628.
Nel 1833, quando Emilio Marozzi fu improvvisamente arrestato a Mairano dal
Governo Sardo, sua moglie Elena Pisani lo seguì fino ad Alessandria in cuffia e
pantofole. Non la volevano lasciar salire nella carrozza del marito requisita
per tradurlo in carcere. Disse, la carrozza è mia e la prima ad entrarvi debbo
essere io. Ad Alessandria respinse più volte le profferte galanti del generale
Galateri, capo della fortezza, che la minacciava ogni tratto di farle fucilare
il marito e tanto fece e disse che riuscì a far liberare Emilio.
5629.
Portoni di P. Nuova. La Gazzetta di Milano in due articoli di Rovani ed
in uno di Y., il Crepuscolo, il Fotografo, e la Cronaca
d'Ignazio Cantù si chiarirono a favore dell'opinione che voleva conservare i
Portoni. L'Eco della Borsa, L'Universale e un articolo della Gazzetta
di Milano di A. Londonio stettero per la decisione comunale di abbatterli.
Già Cesare Cantù nell'opera “Milano e il suo territorio” e Giuseppe Sacchi
nelle “Veglie di famiglia”, oltre Carlo Cattaneo avevano levato la voce contro
il pensiero di atterramento che era già venuto in mente a taluno del Municipio
fin dal 1839. V. Articolo di P. A. Curti. Vol. 2 Fuggilozio pag. 376 - e
Politecnico Vol. I° pag. 66. Tip. Pirola, Milano, 1839.
5630.
L'Hagy - antico negozio di liquori in Milano è chiamato “el racanatt di
sciori”.
5631.
Portoni di Porta Nuova (Dal Fuggilozio, Anno 2° n. 25 - Milano, 21
giugno 1856). “Al Caffè Martini durò in questi giorni accanita la lotta fra i portonisti
e gli antiportonisti per avversare o sostenere la risoluzione municipale
di atterrare gli archi di Porta Nuova e vi fu chi propose di dare a Rovani in
benemerenza del suo zelo a propugnarne l'esistenza il titolo di Guardaportoni.
Il principe B. (Belgiojoso), intrepido antiportonista, dopo aver preso parte al
gioco degli spropositi (come il Rovani chiamava le ragioni de' suoi
avversari) inveì contro i giornalisti, affermando che essi per pochi talleri
scrivono pro e contro in qualunque controversia. Tutti gli diedero sulla voce e
qualcuno gli avrebbe volontieri insegnato a non fare d'ogni erba fascio.
Cessato il diverbio, un amico si accostò al Principe B. e gli domandò: Perchè
avete tanta ira coi giornalisti? - Perchè - rispose il Principe, la mania più
grande di mia moglie fu sempre quella di scrivere nei giornali.
5632.
Cajo Tantardini, nipote dello scultore, e per suo conto puntatore, era
un misto di generosità e di furfanteria “teppistica”. Rubava legna per scaldare
la stufa di Tranquillo Cremona di cui era ammiratore, rubava blocchi di marmo
allo zio scultore, per portarli a Giuseppe Grandi. I blocchi li rubava nelle
notti d'inverno, quando nevicava, accomodando poi la neve in modo che questa sembrasse
ricoprirli. Dileguandosi poi la neve, lo zio vedeva, con sorpresa, dileguarsi
anche i marmi.
5633.
Rovani chiamava la signora Giovannina Lucca moglie dell'editore di musica e
formoso donnone con cui
era famigliarissimo “il
bel granatiere di Slesia”, “cavalla normanna”.
5634.
Rov. Rovani aveva spesso alle coste certo Marini in perfetta bolletta.
Egli lo sopportava perchè figlio del celebre cantante Ignazio Marini, e lo
faceva sedere alla sua tavola, all'osteria. Il Marini, dopo un profondersi in
scuse, finiva a comandare come padrone ed a mangiare per quattro. E Rovani
sclamava, guardandolo con sprezzo “Si spinge fino all'amaretto!”
5635.
Rovani, da giovane, ebbe il vajolo nero. Convalescente, sua madre tenne la
pazienza e il coraggio di punzecchiargli una per una tutte le pustole, perchè
non restasse segnato. E ciò riconosceva Rovani, benchè memore anche delle
carezze calcate della madre, di cui diceva, che fra le sue disgrazie, contava
anche quella di aver avuto una madre tirolese. - Far ricerca di documenti
rovaniani a Castelleone presso la famiglia Albanese e Villani.
5636.
Rov. - Tale, incontratosi in una bettola con Rovani si diede ad
esprimergli in termini strampalati la sua ammirazione, dandogli dell'“illustre”
a brazza de pann. E fra l'altro, avendogli detto “io sono entusiasta di
Lei, signor Rovaglia...” - Vedo, interruppe Rovani, che bestia Ella è! che mi
ammira, e non sa neppure il mio nome. - Un giorno si venne a dire a Rovani che
una via di Milano portava il suo nome. Egli non ne parve malcontento. E volle
recarsi con Perelli a vedere dove la via si trovasse. La via era lontanissima,
nei sobborghi. Non vi era nessuna iscrizione. Era la via alla cascina “Rovana”.
Non ne fu lusingato.
5637.
Rov. La intensità dell'applicazione cerebrale, l'incendio della
fantasia, la gravezza della memoria, parevano, alle volte, esaurirlo e lo
obbligavano a ricorrer al suo giovane di studio, l'assenzio. Egli beveva liquori agitanti e
fantasiosi per amore dell'arte, e sebbene i medici lo supplicassero a smettere
quell'uso od abuso, a onta che sospettasse di dover essere vittima di
quell'abitudine, per amore dell'arte vi persistette. Ma i suoi sonni erano quelli del
leone o di Foscolo. Ogni suo lavoro, gli ultimi specialmente, gli devono esser
costati uno sforzo laceratore di nervi, come costarono i loro a Giusti e a
Béranger. Noi abbiamo nelle avvertenze intermezzate al “Giulio Cesare”, nelle Appendici
della Gazzetta di Milano un fedele diario della sua ipertrofia cerebrale
che già toccava al suo massimo. Quella lenta infiammazione cerebrale che è il genio. - Quando lo colse la morte,
Rovani stava meditando il Tiberio. Doveva riuscire in certo qual modo la
difesa del tiranno - e imaginava anche un Carme all'Italia. - Rov. morì
di 56 anni - Ariosto a 59, Dante a 56, Gray a 57, Pope a 56, Tasso a 52,
Camoens a 55 ecc
5638.
Rov. Il 25 dicembre 1873 (Natale) Rovani fu trasportato dall'Albergo del
Gallo alla Casa di Salute in corso di Porta Nuova. - Ricordò i versi: Casa di
salute vid'io scritto al sommo di una porta - da cui usciva una persona morta -
Allor chies'io a un tale: - è di salute eterna o temporale? - Il 21 gennajo 1874,
I° bollettino della malattia di Rovani - Il 26 gen[n]ajo 1874, Morte di Rovani.
Lasciò otto capi di vestiario e 2 fazzoletti bianchi found nothing left but poverty
and praise. - L'anno prima, ai 22
maggio 1873 era morto Alessandro Manzoni. - Rovani (sul suo letto di morte).
Solo, seduto sul letto, colle pupille tese e moventisi allora soltanto che ad
un pensiero succede un altro pensiero, e sul labbro di quando in quando un
tremito come a dimostrare che le parole vestono allora l'idea...
5639.
Carlo Cattaneo. Nel 1848 l'Istituto lombardo lo nominò segretario generale
perpetuo. Era per lui onniscente il suo vero posto. Rinsediatosi però il
Governo austriaco, Cattaneo dovette esulare e si ritirò a Castagnola sul lago
di Lugano ad insegnare filosofia. Venne il 59 e la libertà. L'Istituto lombardo
confermò la sua deliberazione del 1848. Senonchè, Cavour - e fu uno degli
ultimi atti del suo ministero - cancellò piemontesemente ossia cretinamente la
deliberazione. E così Cattaneo, splendore di Lombardia e d'Italia, venne
bandito dalla nuova Italia com'era stato dalla vecchia. Ciò lo afflisse
profondamente e forse determinò il suo atteggiamento politico. Ben fu cercato
poi e pregato da Matteucci ministro, per mezzo di Brioschi, perchè tornasse
alla vita dell'insegnamento italiano, la ferita era ancora aperta, si rifiutò -
Cattaneo direttore del Politecnico correggendo, col tocco magico della
sua penna, i più scadenti articoli degli altri autori, li rendeva attraenti.
5640.
I tre parucchini del Senatore Massarani. Uno è di capelli corti, come se appena
tagliati. Dopo una quindicina di giorni (Parr. n°. 2) i capelli diventano più
lunghi. Passa un'altra quindicina (Parr. n°. 3) Massarani ha la zazzera. E
subito dopo (Parr. n°. 1) si ripresenta con capelli corti, appena tagliati.
5641.
Carlo Cattaneo non volle mai lasciarsi ritrattare. Gaetano Strambio, medico
egregio, tentò più volte con pretesti di condurlo dal fotografo. Egli se ne
schermiva e sfuggivagli come un cane che presentisca l'accalappiacani. Non mi sono fatto fare il
ritratto - osserva - quando ero giovine ed avevo un bel faccino. Pensate se lo
debbo far ora con questo brutto muso. Ernesta Bisi, la pittrice che morì improvvisamente al Casino
così detto delle Streghe sopra Corneno gli aveva schizzato e donato un ritratto
a matita. Cattaneo non lo poteva soffrire e diceva: Vedete che faccia di
lecca-potta mi ha fatto.
5642.
“El carrozzon de ca Verra”. Quando si discorreva appassionatamente della
questione romana e dell'andata dell'Italia a Roma, Alessandro Manzoni,
ambrosianamente, così diceva: El vecc cont Verri el ghaveva on gran carrozzon
ch'el serviva a mandà la famiglia in campagna. Quand vegneva la stagion de tirall
foeura e l'era in cort cont i duu cavai attaccaa e la portera averta, el cont
Verr el cominciava a mandagh dent la contessa, poeu i tosann, poeu la camerera,
poeu el papagall, el can, i bors, i sciall, i scatolon. Dent, tutti, se saveva
minga come podeven stagh, e vosaven e diseven de spettà per comodass, ma el
cont Verr el sarava d'on colp la portera disend: “Andee. Ve giustarii in
strada...”. Andee a Roma. Ve giustarii poeu.
5643.
L.d.B. Temi. Proposta di Convenzione universale per abolire il
telegrafo, il telefono, le ferrovie etc. La nostra vita, oggimai è una corsa
affannosa, precipitosa alla morte, non abbiamo più tempo di assaporare il
piacere, di centellinare il dolce della vita e neppur di pensare, di riposare.
Già il Petrarca a' suoi tempi, scriveva “questa vita ch'è un correre alla
morte”. Che scriverebbe mai ora! Felici gli orientali che prendono le cose con pazienza, e sanno aspettare,
e dicono non già “time is money” come gli occidentali, ma “non fare oggi quello
che puoi fare domani.” -
Aboliti, del resto, tutti e per tutti, i nuovi mezzi di rapida vertiginosa
comunicazione, nessun interesse rimarrebbe leso. - Per la bizzarria “la terra è
piena” (Vedi a suo posto). Nel 2072, secondo il prof. Ravenstein, la terra per
il continuo crescere in numero de' suoi figli e l'assidua distruzione degli
avversari microbiotici della esistenza avrà raggiunto il massimo grado di
saturazione nel quale le sarà possibile di offrir loro bastante sussistenza
(5977 miliardi di abitanti) (Vedi nel “Malthusismo” di Lebrecht, pag. 33) -
“Semplificazione della macchina umana”. Tutto si va semplificando e
meccanizzandosi. La trasmissione elettrica degli oggetti visibili, udibili,
tattili; gli ascensori, i tapis roulants, le ferrovie, automobili
ecc. rendono a poco a poco superfluo l'uso delle gambe. Rimanendo nella propria
stanza si può assistere alle rappresentazioni teatrali, alle discussioni della
Camera ecc. quindi a molti le gambe, per inazione, vanno denutrendosi,
paralizzandosi, abolendosi come il cosidetto dente del giudizio grosso e potente nelle epoche
preistoriche che cessando il bisogno di romper le ossa delle carni comestibili
crude gradatamente va scomparendo. Sistemi scientifici per la propagazione della specie si sostituiranno ai
naturali; gli organi del coito e della generazione restano quindi inutilizzati
e si sopprimono. Intanto i grandi progressi della chimica e della chirurgia,
dimostrano la superfluità di molti visceri, e così si asportano senza pericolo,
anzi con vantaggio dell'organismo, glandole, fegato, milza, parte degli
intestini, polmoni ecc. Via via, taglia di qua, semplifica di là il corpo umano
si riduce ad un cervello su un piatto attaccato con fili elettrici al mondo
esteriore.
5644.
L.B. Teoria di Croll sui periodi glaciali di cui già molti apparvero
sulla terra, e per conseguenza, molti ancora torneranno ad intervalli di
centinaja di mille anni. Ciò perchè la terra continua allontanandosi, nella sua
orbita, dal sole per periodi quasi regolari. A ciascuna era della massima
eccentricità corrisponderebbe un periodo glaciale.
5645.
14 genn. 1892. Mio matrimonio con Carlotta Borsani. Fu un momento per me
fortunato, perchè colla caduta del Ministero Crispi e conseguente mio ozio,
tornavo ad aver tempo di far all'amore e di scrivere della letteratura.
Carlotta, in urto collo zio Mussi, era in un momento di solitudine e desiderava
chi s'interessasse di lei. Metto nel conto a mio favore, anche la corta sua
vista, dico fisica. Con una vista più lunga, Carlotta avrebbe scorto troppi
fili bianchi ne' miei capelli, troppe rughe nella mia pelle - Carlotta mi dice
che, maritata, le sembra di essersi con me raddoppiata, di aver quattro
braccia, quattro gambe, due teste, quattro occhi. Solo i cuori, da due, si son
fatti uno. - Carlotta, pregnante, in Colombia. Suo spirito. Si parlava dei
bimbi che appena nati sono rossi rossi, e che anche il suo che si attendeva
poteva nascer così. Disse: “el sarà on angiolin scalmanaa”. Stava facendo un
guantuccio in lana da bimbo. Cadutole in terra, lo raccolse premurosamente
dicendo “non dovete toccare il suolo colombiano. Stee sul milanes”, e si
toccava i ginocchi. - Quando vide i bimbi delle negre in braccio alle loro
mamme, disse: guarda Alberto, paren cornabò. - Era vero.
5646.
Don Giacomo Zaccheo, preposto di Corbetta e gran cacciatore mi racconta (11
giugno 1899) che trovandosi, fra i monti di Luino, in agguato di caccia, vide
un topolino che passava e ripassava portando delle castagne. Seguendolo senza
farsi scorgere, scoprì che aveva formato un grosso mucchio di magnifiche
castagne. E don Zaccheo si appropriò il mucchio mettendoselo nel carniere. Ma
il topolino, tornato con una castagna al suo mucchio, non trovando più questo,
fu preso dalla disperazione, si mise a correre come impazzito qua e là in cerca
del suo bottino, poi non trovandolo proprio più, si sbattè violentemente per
terra, tre, quattro volte, finchè restò morto. cf.
colla poesia milanese di Ventura “L'avarizia, storia de un ratt” - Vedi anche
in Lombroso dove parla del suicidio nelle bestie.
5647.
Kefissia (presso Atene) 1895 - Montagne rosse che sembrano evaporare
nell'atmosfera.
5648.
Un piacere che gli elettori greci usano chiedere ai loro deputati, è che questi
diventino compari al battesimo de' loro figlioli. S'intende che il piacere
costa parecchio a chi lo fa, in regali al figlioccio, alla puerpera, al prete
ecc. Ralli, capo di una parte dell'opposizione fu padrino a quest'ora (1895) di
circa 3000 figli di suoi elettori. Skonzes, ministro degli esteri, ne battezza
anch'esso quotidianamente e dice che non si fermerà sinchè non avrà superato il
numero raggiunto da Ralli.
5649.
Leggendo il libro di William Morris, “an history of nowhere”, una delle molte
“Utopie” descriventi tempi avvenire migliori del presente. La mia anima si
sente in parentela con quella di Morris. Come avrei fatto volentieri il libro
ch'egli fece! Come sono felice ch'egli mi abbia prevenuto! È una poetica
visione dell'avvenire, in cui ci troviamo tra un felice ed amante popolo che ha
“cast away riches and attained to wealth” in una vita di riposo e insieme di
energia, di lavoro che è piacere, di piacere che è lavoro. L'umanità non è più
triste: essa gode le gioje dell'infanzia; si compiace delle belle giornate,
segue con affezione il progressivo svilupparsi della natura, l'avvicendarsi
delle stagioni ecc. La
mente dell'autore pregusta i benefici della pace e della fratellanza
universale. Le grandi città ed anche
le piccole sono scomparse: il mondo è un parco seminato di cottages:
vive la gente scambiandosi servigi. Una donna, che in altri tempi si sarebbe
chiamata serva, curva sotto il peso dell'umiliazione, sta scopando, nell'Utopia
di Morris, felice come una regina perchè sente che scopa per l'umanità.
Naturalmente non vi sono più nè leggi, nè giudici, nè soldati. Il mondo di
Morris vive nella più pacifica ed armonica anarchia. - Dapertutto traspare la
buona e onesta anima dell'autore. È certo che se tutti fossero pari a lui, il
suo sogno sarebbe già realtà. Ma l'anarchia suppone uno stato di perfezione
morale, raggiungibile forse dall'individuo, non dall'intera umanità. -
Sott'altro punto di vista, il libro del Morris è una requisitoria contro la
società moderna (del XIX secolo) e in modo speciale contro il Governo inglese e
Londra. L'antica Parl[i]ament House, la si adopera nella nuova società come
Dung Market. Accenna al tempo in cui l'Africa era infestata da un uomo chiamato
Stanley: accenna agli ufficiali generali d'oggi “the stupidest men in the
country”, ai collegi antichi dove gli aristocratici mandavano i loro figli
maschi per liberarsene una parte dell'anno, al paesaggio odierno “cockneyfied
and sop[h]isticated” con gli odiosi ponti gotici di ferro fuso. Morris combatte
contro il commercialismo della Gran Bretagna, contro la produzione a basso
prezzo “wares were made to sell and not to use”. Artista per eccellenza,
vorrebbe che ogni opera dalla massima alla minima fosse fatta apposta, avesse
un'impronta personale. Nel suo sogno, gli uomini avendo tutto il tempo per
lavorar bene, farebbero artistico, anche a loro insaputa, ogni loro lavoro (del
che io dubito assai). L'arte
è l'eccellenza del lavoro. Nel libro però si riscontrano delle puerilità. Si direbbe che lo scopo
della nuova società è di vestirsi bene (vestirti di seta ricamata) e di
cogliere e di offrirsi reciprocamente fiori. Banditi i tristi abiti dal triste
secolo XIX, tutti sono gajamente abbigliati. I dipinti, in stile
preraffaelistico, non rappresentano che fiabe. - Dei molti progetti per un
nuovo stato della Società umana, quello di Morris è il più poetico e pratico.
Orribile sarebbe invece l'avvenire minacciatoci dagli incubi del Fournier,
fortunatamente impossibile. Il futuro del Morris, tutto serenità arte ed
abbondanza è però fatto per pochi. Difatti nel libro suo non è mai folla.
Eppure coll'amore spontaneo e libero, che vorrebbe Morris, la popolazione della
sua Utopia si dovrebbe moltiplicare più rapidamente che non oggi colle attuali
restrizioni legali, morali, fisiche. Avvenendo tale eccessiva moltiplicazione
tutto il castello suo di pace abbondanza e gioja sfumerebbe per inedia.
5650.
A spegnere il male e a fortificare il bene, più che l'opera morale, gioverà la
scientifica colla selezione del germe umano.
5651.
Secondo Cesare Lombroso, i geni debbono essere rachitici, gobbi o sciancati,
impotenti a procreare, mancanti di senso morale!
5652.
[Nota di 5 righe abrasa].
5653.
cf. il “Giovinetto” di Giusti
(1845) con la “Adolescencia” di Manuel Breton de los Herreros, pubblicata nel
giornale “La Risa”, pag. 84, Madrid 1843 e Bogotà 1852.
5654.
I peruviani antichi chiamavano “mama” la madre e “papa” il gran sacerdote
(Prescott, Conquest of Peru) - hidalgo ossia higo de algo o de
alguien, figlio di qualchecosa a differenza di un trovatello.
5655.
Corbetta. Festa del Perdono. 21 aprile. Quì operai e contadini si sprezzano
reciprocamente e non vogliono aver contatto fra loro. Alla mattina della festa,
i contadini si mettono in gala e vanno in chiesa a confessarsi e comunicarsi,
mentre gli operai, nei peggiori abiti possibili, si allontanano dalla festa.
Dopo mezzodì tutto cambia. Gli operai si mettono i migliori abiti e i contadini
tornano ai loro stracci. E la festa si chiama del perdono!
5656.
Com'è degli uomini, è delle bestie. Le più loquaci (p. es. i papagalli) sono le
meno intelligenti. Il quasi muto elefante è invece intelligentissimo.
5657.
R.U. Alla bassa. “In stoo ann”, dicevami un villano, “gh'hoo vuu (avuto)
do grazi dal Signor: m'è mort on fioeu e m'è guarii la vacca”.
5658.
Il curato di Laglio sul lago di Como, miserrimo, dà per penitenza alle donne
che si confessano da lui di fargli delle calzette. Nelle montagne, i curati
sono talvolta così poveri che le loro Perpetue li mantengono facendosi dare un
uovo dall'uno, un boccone di pane dall'altro etc. Quando qualche “forastiero”
arriva inopinatamente dove sono, fuggono come selvaggi. La mia Carlotta, in una
gita sui monti, ne vide scappar uno, vestito di verde (cioè il nero dell'abito
diventato verde per l'età, la pioggia etc) con ghette stracciate, e un berretto
rosso, fatto a calzetta.
5659.
Una nuova divisione teologica de' peccati (ne hanno imaginate tante i dottori e
sagristi della Chiesa!) sarebbe quella di peccati piacevoli e peccati
spiacevoli. Per es. la gola, l'adulterio, la fornicazione apparterrebbero
alla prima classe; l'invidia, l'ira... alla seconda. E ne verrebbe che tanto
gli uni che gli altri meriterebbero scuse: i piacevoli perchè è nella natura
umana di mirare al piacere, sfuggendo il dolore: gli spiacevoli, perchè
recherebbero in sè, col dolore che producono, l'espiazione e quindi il perdono.
Dio non avrebbe più nulla a vedere nei nostri peccati e potrebbe riposare
tranquillo.
5660.
Il duca * milanese, mattoide, bigotto spesso posto in burletta dagli
ambrosiani. Allevato dai gesuiti, per non esser distratto a passeggio da
qualche bel visetto, cammina, preoccupandosi di non mettere i piedi sulle
giunture delle pietre de' marciapiedi: donde il suo procedere a zig-zag, da
paralitico o da ubbriaco. Ricco a milioni faceva patire la fame ai suoi
figlioli, per dar denaro ai preti. In campagna i figli erano nudriti a sola
polenta e molti esercizi spirituali: di più la duchessa madre somministrava
loro tutte le settimane un purgante perchè evitassero le replezioni!
5661.
Il diritto dei morti - tema per un articolo contro i profanatori delle tombe
antiche per cercarvi gli oggetti che la pietà dei parenti e degli amici vi aveva
deposti. Prima le tombe si svaligiavano per cupidigia: oggi, dicono, è per
scienza, ma è sempre un furto. Il codice punisce i violatori dei sepolcri,
mentre il governo protegge gli archeologi saccheggiatori dei morti.
5662.
I vulcani = le bestie feroci dei monti - Casa del boton (occhiello) -
barriga de la pierna = polpaccio - moral (dial. lomellino) cesta dove si
pone il pesce che si prende pescando, cf.
lo spagnolo morral = custodia.
5663.
Del poeta Giovanni Ventura che scrisse splendidi e patriotici versi in milanese
nel Vesta Verde di Correnti (El passerin, la farfalla ecc.) sono anche i
seguenti frammenti (da completarsi:) Corrii gent de Milan, gent de defoeura -
Corrii frances, todesch, russi e bistecch - l'è chì l'Imperator de la
niscioeura - Accompagnaa de Bruck, Bach, Burger e Kubeck. - ...El vedaremm in
mezz ai so todesch - cont i baffi insevaa per tanta festa - el vedaremm Pepin
cavaleresch - a passà sott'ai arch de carta pesta - cont l'istessa bontaa del
papà grand - e col mus de porscell de Ferdinand -
5664.
Quando arrivò Francesco Giuseppe imperatore a Monza alcuni bontemponi scrissero
una poesia che doveva parere adulatoria ed era minchionatoria e la fecero
imparare ad un ingenuo maestro di scuola che la recitò con enfasi
all'imperatore. È una lunga tiritera, di cui ecco alcune strofe che hanno
desinenza in ito mentre altre l'hanno in ade ecc. “Maestade
riverito - che foste tanto ardito - di venire in questo sito - un popolo
infinito - anche del reo partito - a voi non favorito - ha visto ed ha sentito
- che in voi lo scettro avito - dell'Austria impero avito - non è fuori di sito
ecc. -
5665.
Certo Baratta, torinese, compose dal 1845 al 1855 epigrammi felicissimi. Non
furono, credo, mai stampati. Forse li ricorda ancora (1901) un suo amico, il
farmacista Mosca di Torino. Citerò fra gli altri, questo. Tale Romani,
gazzettiere, chiamò ruffiano il Baratta. Questi si vendicò, dicendo: Roman, nel
gazzettino - ruffian mi segna a dito - Oh ciel! qual dubbio atroce! - Sua
moglie m'ha tradito! - Il Baratta morì schiacciato da un albero divelto ad un
tratto da un colpo di vento mentr'egli passeggiava a Torino sotto una Allea.
Anche morendo, compose un epigramma sopra la sua strana morte.
5666.
I jankees, corruzione da ingles, inglese. A Lima, gli inglesi sono
chiamati gringo, perchè i marinai britannici, scesi a terra durante una
delle solite rivoluzioni, cantavano “gringogringos”.
5667.
Platà e ciciarà (milanese) da Platone e Cicerone.
5668.
Luigia Milesi Pisani, mia nonna paterna, donna bizzarra, morsicò sulle guancie
sua figlia Elena, bellissima, che si era recata col fratello a ballare il minuetto
e aveva fatto furore.
5669.
Si potrebbe suggerire a D'Annunzio, una corona di sonetti, degna del suo genio
poetico, [2 righe abrase] etc.
5670.
Fra i libri o capitoli che vorrei scrivere, uno sulla “Coltivazione della
volontà”; l'altro: “Ricordi diplomatici” cioè la descrizione di tutti gli
insetti che mi tormentarono nelle diverse residenze, compresi gli uomini
seccatori. Fare il raffr. tra la sporcizia africana e la colombiana.
5671.
Motivi di epitafi: X scultore riprodusse in questo marmo le sembianze mortali
di N. N. - Voi che ammirate, riproducete le immortali nel vivere vostro -
Questa pietra copre le spoglie mortali di Giuseppe Verdi. L'anima sua vive
eterna e lassù e quaggiù - Quì giace il tale: non è più uomo, ma pace - Quì
giace col tale la pace della sua famiglia - Quì X riposa nella pace, che tolse,
morendo, ai suoi - Quì giace la tale, morta a 25 anni di parto, lasciando al
marito un figlio e un eterno dolore - Quì riposa X. Visse a tutti ignoto e a sè
stesso.
5672.
Parlata corbettina “Debet de la soa ca” (debito casa sua), figlio di famiglia
che non vuol metter la testa a partito. - Quando nella campagna di Corbetta
avviene qualche disgrazia (per es. una grandinata) i villani dicono che “l'è
per i peccaa di sciori”.
5673.
L'Amico del Re - Progetto per un giornale, altamente patriotico e che
perciò potrebbe facilmente venir soffocato con sequestri dal governo. - Il Re
anche il più autocrata, non fa, non può fare sempre di testa sua. Le persone da
cui è circondato influiscono, anche indirettamente, sulla sua volontà. Da buoni
o da cattivi consiglieri ed influenzatori dipendono spesso le sue decisioni, i
suoi successi, quindi la sua fama. Napoleone I fu grande non solo per virtù
sua, ma per quella de' suoi collaboratori. Napoleone I nelle leggi si chiama
[lacuna], nelle scienze Volta, Cuvier, Arago, nella guerra i suoi
marescialli ecc. ecc. Ciò
non gli toglie il merito, anzi glielo aumenta, perchè il saper scoprire gli
uomini pel tale o tale scopo è una delle prime qualità di un reggitore di
popoli. L'occhio politico per un regnante è come l'occhio medico per un clinico
ecc. e sono qualità che si hanno principalmente per intuito. Coi buoni
consiglieri un re può essere insieme grande artista ecc. Ma se un re guarda e
ascolta soltanto le persone che per ragioni di nascita o grado o successione
gli si trovano intorno, ben raramente può accrescere il patrimonio del suo
ingegno e della sua dottrina. [Seguono tre righe abrase]. I
partiti parlamentari portano, è vero, al Governo elementi fuori della Corte, ma
purtroppo il Re poco ci guadagna, poichè il sistema parlamentare che è quello
delle medie, come non apre le porte della deputazione nè agli ottimi nè ai
pessimi, così non crea ministri che mediocrità. Soggiungiamo, che questa Italia
appena nata, è già colpita di senilità. Bene è giovane il Re attuale; bene è
istrutto; bene ha nobili e patriotici desideri: ma come - da solo - potrebbe superare
le pastoje burocratiche, le adulazioni cortigianesche, le vigliaccherie d'ogni
sorta da cui è circondato? Egli è per ciò che noi fondammo questo giornale,
chiamando a collaborarvi quante anime giovanili e patriotiche ardono ancora in
Italia. Non altro giornale potrebbe essere più monarchico del nostro. Nella
funzione dello Stato costituzionale il monarca non è superflua, irresponsabile
ruota come qualcuno la dice. Il re non dev'essere una macchina a semplice firma delle decisioni
ministeriali: dev'essere un esempio, una guida in tutto: non un pedissequo, ma
un iniziatore, un precursore. Noi ci chiamiamo amici del Re - amici veri, non vili adulatori, come altri
si chiamano amici del Popolo. Noi vogliamo essergli sempre vicino collo
spirito, quand'anche l'etichetta non ci permetta di oltrepassare le soglie del
suo palazzo - e senza chiedergli udienza, vogliamo sempre dirgli la verità ed
offrirgli quanto di meglio la nostra mente può imaginare. Nella ininterrotta
serie di avvenimenti per cui passa un paese, capitano occasioni, che, afferrate
a tempo, farebbero la fortuna e la gloria di un sovrano. Ma pochi sovrani le
vedono coi propri occhi, e la vigliaccheria cortigiana, quando pure le avverte,
non osa indicarle... - Il re d'Italia non è sovranuccio africano che può anche
far senza della gloria artistica, letteraria: egli è il successore della
dinastia, non solo dei guerreschi sabaudi, ma dei Medici, degli Sforza, dei
Gonzaga ecc. Perchè il Re d'Italia non fu al capezzale di Giuseppe Verdi, un
altro sovrano? perchè non rierge, come successore di Teodorico cristiano e dei
pontefici massimi pagani, la basilica palatina, recentemente scoperta al Foro
romano, riaffermando così la sua preminenza anche spirituale? Ma i suoi attuali
consiglieri non vedono altre utili riforme che la pizzarda pei generali invece
dell'elmo, e la risurrezione dei tamburi nei reggimenti, e dei Giolitti nel
governo ecc. ecc. A collaborare (sempre anonimamente nel giornale) si
potrebbero chiamare i più promettenti e originali e giovani ingegni d'Italia -
Il giornale dovrebbe publicarsi settimanalmente a Roma, sostenendo e
patrocinando l'iniziativa reale in tutte le questioni, indicandogli, appena si
presentino, le occasioni dove il Re potrebbe, col vantaggio del paese, aquistar
gloria per sè, richiamando la sua attenzione sui giovani ingegni o studi che
meritano ajuto, e sui vecchi nomi che vogliono essere riscattati dall'obblio,
svelandogli gli inganni e gli ingannatori che lo accerchiano, prestandogli, ove
occorra, intelligenza, spirito e cuore. - Lo stile dovrà essere il più piano e
perspicuo, il tono il più calmo e deferente. - Il giornale si potrebbe anche
stampare in una copia sola, pel Re.
5674.
Il maestro romano di piano Sgambati fu invitato da Riccardo Wagner, in casa di
questi, colla moglie e il figlio per le 7¼ . Vi si recarono in toilette da
pranzo, credendo pranzarvi. Invece, Wagner gli pose dinanzi uno spartito e lo
obbligò a suonare un pezzo di musica della durata di un pajo d'ore. I tre
arrivarono quasi allo svenimento per fame.
5675.
Cova, impiegato nel Municipio di Milano, morto nel 1899 (?), uomo pieno di uno
spirito tutto suo, che avrebbe potuto essere il Mark Twain italiano, se
invece di dire, avesse scritto. V. nell'Antologia milanese di F.
Fontana, sotto il nome di Cova e, sparsim, in queste note (per es. 5605). Per
es. egli raccontava di una festa da ballo a[l] 5° piano. Si manda a prendere un
organetto, ma non può passare dalla scala. Allora, lo si tira su dalle finestre
con corde e pezzi di lenzuola. Le donne [ai] vari piani, spingono fuori le
scope per allontanarlo dal muro. Tira tira è quasi all'ultimo piano, quando, ad
un tratto, si rompe la corda. L'organetto precipita, fracassandosi sul
selciato. Ma si vuol ballare ad ogni costo, e si va a prendere di premura la
compagnia del Tirazza (suonatori ambulanti di strumenti di fiato). C'è un
sonatore di que' tromboni che s'allungano e accorciano. La sala è stretta,
cosicchè, il sonatore, quando gli passa dinanzi, ballando, l'unica coppia che
può danzare, grida: oè, la vita! I ballerini abbassano la testa, passando sotto
il trombone - Cova diceva anche, col suo spirito paradossale, che invece di
eserciti d'uomini gagliardi, si dovevano creare eserciti... d'invalidi. In
tempo di guerra i forti starebbero a casa a lavorare e a figliare. Gli storpi,
i ciechi, i sordi, i tisici si manderebbero ad accopparsi per la difesa del
paese. Anche perdendo, il paese ci avrebbe guadagnato. E descriveva un
reggimento di ciechi cui il capitano comandava “andee semper drizz” - un
soldato cade in un fosso, l'altro batte la testa contro un albero. Poi, un
reggimento di sordi. Al comando “alla baionetta!” tutti mettono la mano
all'orecchio, chiedendosi “cosa l'ha ditt?” - Il generale, in un semicupio colle
rotelle e la manivella passa in rassegna la fronte delle sue truppe... Quando
poi uno guarisce, lo si manda subito a casa... in congedo illimitato. - Il Cova
dipinge anche l'impiegato municipale in modo insuperabile, facendo talvolta la
satira a sè stesso. Narrava dell'impiegato ritardatario e delle sue scuse.
Dovette sostare, dice, due ore in piazza della Scala, perchè al cocchiere del
tram s'è imbrogliata la frusta in un funerale - Graziosissima è anche la
storiella della frittata. Tale si picca di saper fare la frittata in modo
meraviglioso. Capita un amico all'ora del pranzo. Gli vanta il suo piatto.
Detto fatto, ravviva il fuoco, prende un lucente padellino - ova fresche -
burro fumante - la frittata si gonfia sotto la mano maestra - odore delizioso -
Aspettazione ansiosa - Siamo all'ultimo tocco, quello di voltar la frittata -
Egli dà un colpo secco al padellino. La frittata salta in su per
capovolgersi... Che è, che non è? il padellino rimane vuoto. La frittata non si
vede più - in nessuna parte. Ricerca affannosa, inutile, generale delusione...
La primavera appresso, venendo lo spazzacamino per pulir la cappa, si trova, a
metà di questa, i residui della frittata in un buco - pieno di fuliggine.
5676.
Progetti bizzarri. Un giornale “La Carota”. Non stamparvi il titolo, ma
l'imagine rossa della carota. Il giornale potrà intitolarsi “della verità
vera”. Vi si riprodurranno tutti i fatti narrati dagli altri giornali, ma in
senso opposto: per es. i delitti saranno compresi nella “cronaca del bene” etc.
Una Società (ad imitazione di quella americana dell'Edison per le idee
meccaniche) fra i letterati, artisti, musicisti per lo scambio delle loro idee.
Istituto destinato a sfruttare le trovate. Quante mai ne vanno perdute, per
mancanza di chi le raccolga e noti, nei caffè, nelle conversazioni! Occorre di
aver sempre sottomano persone d'ingegno che le afferrino, le sviluppino, le
sappiano usare. -
5677.
duplicato V. 4857 Progetti di quadri. - Pio IX che
gioca al bigliardo, in abito bianco, che sta per colpire la palla, una gamba in
aria. Dei cardinali, in abito rosso, presso il bigliardo, colla stecca in mano,
in alto, attenti al colpo. - Carducci che declama una sua poesia alla Regina
Margherita d'Italia.
5678.
Conconiana. Satira e critica d'arte in azione. Citare alcune delle sue
improvvisazioni pittoriche e burlesche contro le ridicolaggini della I° maniera
del Michetti, che incaricava le cornici de' suoi quadri di chiamare l'attenzione
del pubblico sulle tele. Conconi pinse p. es. dei bachi da seta, che uscivano
poi in rilievo sulla cornice e vi facevano il bozzolo, dei veri bozzoli in un
vero “bosco”. - Pinse pure una testa di donna colle guancie enfiate pel dolor
di denti. Stelle parte sulla tela e parte in rilievo e dorate sulla cornice:
illustrando la frase milanese “vedè i stell!”: e in un angolo della cornice un
grosso molare strappato. Il quadro era intitolato: “Contemplazione del
firmamento” - Pinse pure dell'erba e dei fiorellini sui quali erano impastate
delle margheritine di vetro di quelle che s'infilano, a simulare le goccioline della rugiada, col motto “come rugiada al
cespite” - E così un tramonto di sole, giallo d'uovo, rassomigliante ad una
gran “rossumata”, e sulla cornice, appeso un frullino. - C'era poi anche una
spiaggia di mare, con su impastate della vera sabbia e delle piccole conchiglie
ecc., satira dell'arte realista.
5679.
Descrizione di un appartamento dal 48 al 59 quando mobili e vesti, in
disaccordo colla poesia del patriotismo d'allora, erano brutti, incomodi,
orribilmente fatti.
5680.
Il primo Ministero Crispi, cominciato nel 1887 alla morte di Depretis aveva
sollevata l'Italia dalla depressione morale in cui era caduta per opera
principalmente dello scettico stradellino e del suo trasformismo. La politica
dei grandi concetti aveva sostituita quella dei piccoli spedienti, il proposito
di tener alta l'Italia e di farla camminare a pari delle grandi Potenze aveva preso
il posto della timida preoccupazione di prolungare una gretta vita di
ministero. Crispi vince diplomaticamente a Firenze, a Tunisi, a Massaua ecc.
(Vedi i vari incidenti). Sorgono le scuole italiane all'estero e sono gremite
di scolari. Nella ripartizione dell'Africa - il tesoro dell'avvenire - anche
l'Italia reclama la sua parte e l'ottiene. Animati dal genio di Crispi,
Antonelli in Etiopia e Filonardi nell'Africa orientale riprendono, a prò
dell'Italia, le tradizioni dell'antica Roma. E nel regno, una nuova primavera
d'idee. Citare la riforma sanitaria che fu l'ammirazione dell'Europa, il
riordinamento delle amministrazioni, l'allargamento del suffragio, la giustizia
anche per gli impiegati, colla nuova sezione al Consiglio di Stato, etc. etc.
(insomma, enumerare le leggi e i progetti del secondo periodo crispiano). -
Senonchè la turba dei microcefali, sulle prime scompigliata e fugata dalla
mente di Crispi, cominciò a poco a poco a risollevare gli occhi, a
riagrupparsi, a riatteggiarsi ad esercito. Essa, la feccia di tutti i più
differenti partiti, riunita sotto una bandiera unica, quella della
vigliaccheria, chiamata a raccolta da un solo grido “indietro!” tornava “a
rubare” il governo come si fura un fazzoletto [segue una riga abrasa] -
Alla parola d'ordine generale “fuggiamo” si abbandona l'Africa. Menelik allunga
un calcio all'Italia; questa gli presenta il sedere. Il Vaticano ci minaccia:
gli riconosciamo libera l'elezione de' Vescovi anche di r[egio] patronato. La
Triplice alleanza, nostra forza nella politica internazionale, ci fa paura, e
noi disarmiamo. I partiti estremi, debolezza dell'Italia, minacciano la
monarchia e, invece di domarli, ci mettiamo nelle loro mani. L'Italia ha
bisogno di credito e si grida al fallimento, affrettandolo con una intempestiva
proclamazione di miseria. Anche dalla scienza, perchè troppo costosa, si fugge.
Si abolisce l'indagine periodica demografica, si chiudono le scuole all'estero,
vendendo i banchi, i libri, e perfin la bandiera nazionale e i ritratti dei
Sovrani all'asta, si lasciano andare in rovina gli edifici monumentali, si
rinuncia alla linea di navigazione delle Indie, si tronca la mirabile riforma
sanitaria. - Insomma i nuovi nani hanno per unica meta di fare all'opposto di
quanto Crispi ha fatto. Apostoli di miseria e vergogna, preparatori di
sconfitte. E i capi di questa sollevazione di vigliacchi si chiamano *, il
Ninco Nanco della politica, **, il querelo giudeo, *** le cui tradizioni
gentilizie sono tutte di viltà e scempiaggine. E l'Italia racchiusa in sè
stessa tornò ad immobilizzarsi come un fachiro che rimane per anni instupidito
nella contemplazione del proprio umbilico.
5681.
Nel dialetto milanese l'ubbriacatura (ciocca) ha quattro stadii - cicciarina
(in cui si chiacchiera) - traversina (in cui si va di traverso) - betteghina
(in cui si balbetta e straparla) - pondet là (in cui se non [ci] si
appoggia, si va a gambe levate) - Nel dialetto pavese, si cammina più svelto e
si arriva alla perfetta ciocca in tre colpi - cirla -virla
e patarlaca.
5682.
Credo sia il pittor Elena, milanese, che in una satira contro il cavaliere
Pompeo Marchesi, scultore, scriveva “Era grande anche Prassitele - ma non era
cavalier!” -
5683.
R.F. Donna Bianca Sacchi, bisnonna di mia moglie Carlotta Borsani,
l'ultima sera in cui gli austriaci stettero in Milano (1848) temeva giustamente
una invasione nella sua casa di Milano (Via di Brera) presso il Comando
Militare. E i croati non scherzavano. Mentre la famiglia era tutta raccolta,
inginocchiata in una sala pregando e aspettando il saccheggio, D.na
Bianca, con un mucchio di sacchetti di svanziche stava nell'anticamera,
attendendo, colla speranza di ammansarli, i croati. I croati vennero ma si
fermarono in portineria allettati da un gran barattolo di marene allo spirito
che D.na Bianca aveva regalato ai portinai per inspirar loro
coraggio. Il tempo che i croati impiegarono a mangiarsi le marene bastò perchè
arrivasse l'ora della ritirata. I tamburi rullarono al Comando: la disciplina
austriaca era ferrea; e i croati dovettero lasciare ancor mezzo pieno il
barattolo ed intatta la casa. Un barattolo di marene allo spirito salvò così
Casa Mussi.
5684.
Certa signora Prina di Milano fece calzette per una sua bambina col pelo di una
bellissima cagnolina che possedeva. I cani correvano appresso a quella bambina,
pisciandole sui piedi.
5685.
All'epoca Napoleonica, quando naque il Re di Roma venne di moda certo colore
tra il giallo e il verde che prese il nome di caca roi de Rome.
5686.
Luigi Perelli, mio primo amico fin dal 1864, morì improvvisamente il 23 mattina
(agosto 1900) all'Albergo Milano di Milano,
nella stanza al n.° 38. Era nato nel 1848. La sera antecedente erasi sentito
male. Pranzando alla tavola dello Spatz, albergatore del Milano, aveva
rigettato. Uscì ciò nonostante nella serata e pare siasi trattenuto con
conoscenti giornalisti (Valera etc.) sino a tarda ora al caffè dell'Aspetti (Martini).
Perelli aveva il vizio del superbibere. La sua morte fu attribuita a
sincope. Fu trovato sul letto dalla parte dei piedi. Portava calze. Non si capì
se stesse per levarsele o mettersele. Il 23 stesso giunse Primo Levi che
villeggiava a Varese. Nella sera (non essendo io ancora arrivato dal Dosso,
dove Monsignor Bignami mi aveva telegrafato la dolorosa notizia) furono decisi
i suoi funerali civili, perchè ascritto alla Società per la cremazione de'
cadaveri. Al suo funebre che ebbe luogo alle 2 p. del 24 molti gli amici e le
corone di fiori. Pioveva. Ai lati del carro, io, Luca Beltrami, Spatz e Primo
Levi. C'era il senator De Angeli, il deputato Sormani, il pittore Conconi - Il
26 domenica fu cremato nel forno Gorini-Spaziani e le sue ossa religiosamente
raccolte da Primo e deposte nel tempio crematojo del Cimitero Monumentale di
Milano. - Perelli, il 21 agosto di sera era stato a trovare Cesare
Confalonieri, l'antico e celebre oboè della Scala, ridotto dalla paralisi
progressiva alla quasi immobilità su una poltrona. Era allegro come al solito
ed aveva promesso a Confalonieri di tornare due giorni dopo da lui per mangiare
il manzo allesso. Da circa due settimane era a Milano. Pochi dì prima della sua
morte, P., trovandosi a Cernobbio dallo Spatz proprietario dell'Hôtel Milano,
gli disse indicandogli il Dosso che si vedeva in distanza “in quella villa che
sta costruendo il mio amico Alberto c'è già la mia cameretta”. Forse meglio che
a Paul Louis Courier sulla tomba di Gigio Perelli si potrebbe incidere l'epi[te]to
di milanese. Vedi sparsim.
5687.
La letteratura, il romanzo cinetografico dello Zola.
5688.
1900. 27 novembre. Al Dosso Pisani, in loggiato, alle 9¼ di sera. Appare stella
filante, splendente (bolide), cadendo apparentemente dietro il Monte di
Brunate, della grossezza - alla vista - di una testa d'uomo. Ha coda fluttuante
simile a fiamma che esce dai camini degli alti forni.
5689.
- 1901. 11 aprile. Morte di Maria Righetti, di 67 anni, via Sant'Andrea, 16 -
già domestica di mia madre Ida (Quinterio Pisani)
ultimamente portinaja. Le passavo un piccolo sussidio di 50 lire ogni
trimestre. Curò devotamente e coraggiosamente mia mamma, quando questa fu
colpita da grave difterite.
5690.
Il Dossi è citato come umorista a pag. 45 e 125 del libro “Humour” di Paolo
Bellezza - Strenna a beneficio del Pio Istituto dei rachitici - Milano 1900.
Stampato a Milano da Pietro Agnelli.
5691.
- “Caterina fà el pan d'or” giuoco che facevano i ragazzi quando i torroni di
Cremona avevano la carta d'oro o d'argento. Con questa carta, che umettavano di
saliva, si coprivano il dorso della mano sinistra e battendosela colla palma
dell'altra mano, cantavano “Caterina fà el pan d'or” finchè rimaneva sulla mano
battuta l’argentatura o indoratura della carta.
5692.
Appunti per una prefazione al Catalogo dei sigilli fittili della collezione
Pisani Dossi, esistente a Corbetta. “Alle parole che sto per scrivere seguirà
un catalogo di nomi di antichi vasai. Dopo tante promesse letterarie - di
romanzi - di storie - di critiche d'arte - finire con un catalogo, parebbe
pochino: eppure non provai mai tanta soddisfazione quanta ne provo illustrando
i rossi coccetti della mia raccolta. La riconoscenza che io debbo a que' cari
frantumi scritti è molta. Essi mi rappresentano una mite consolazione, un
intimo piacere duratomi già, a quest'ora, una trentina di anni. Mentre la loro
ricerca m'indusse a salutari camminate, togliendomi dalla immobilità dello
scrittojo, la loro lettura mi apprese la virtù della pazienza, l'acutezza della
indagine epigrafica, la gioja della divinazione. Assorto nella ricostruzione di
un nome, che spesso aveva le apparenze di un piccolo rebus o sciarada,
dimenticai spesso reali fastidi, mi confortai del livore umano e delle
sventure. - La scoperta di qualsiasi cosa, sia essa un'America, sia un nuovo
microbo, una pianticina, un coccio, equivale ad una creazione e ne fa godere la
voluttà. - La ceramica sempre avuta in gran pregio dalla più remota antichità.
Suo primo autore se leggiamo la Bibbia lo stesso Dio che impastò la creta e ne
formò l'uomo. I monumenti più antichi sono di terra. Più solida e duratura del
bronzo e del granito, resistente al fuoco, all'aqua, alla cupidigia umana, la
terracotta è veramente destinata alla immortalità delle persone e de' fatti.
Cit. le biblioteche di Ninive ecc. i cui volumi sono scritti in tavolette
fittili. Nell'evo moderno continua la nobiltà delle ceramiche. Le fabbriche
cinesi, viennesi, sassoni, italiane in mano dello Stato, dei principi e
d'illustri famiglie (per es. Ginori) - La storia dell'umanità la più antica ha
per principale base i prodotti delle ceramiche arcaiche, scavate nelle tombe.
La tomba ha conservato la vita, più che la morte. La risurrezione dei cadaveri,
è, per così dire, in piena azione - La materia si presta a centinaja di volumi,
e infatti ne furono già scritti centinaja. Noi intendiamo limitarla alla
ceramica latina, detta volgarmente aretina, comprendendo in essa i prodotti
d'imitazione delle Gallie, della Bretagna, Germania ecc. - La ceramica italica
preesistente al vaso aretino. Probabilmente la origine di quest'ultima va
ripetuta da Samo, che diede il vaso e le forme un po' tozze. - Il vaso italico
a rilievi, a contatto del greco dipinto dovette cedere. In Grecia non potè
espandersi, benchè vi sia copia di esempi di vasi a rilievi, fabbricati però in
Grecia (tazze di Megara ecc.) - La terra sigillata latina interessantissima e
dal lato delle rappresentazioni figurate e da quello delle leggende de' figuli
e de' graffiti de' possessori. - Prima di entrare in argomento, ringraziamento ai piccoli cocci: poi
dividere la prefazione in 3 capitoli - I Impasto - forme e figure - II Sigilli
- III Graffiti. - I. I
vasi, cosidetti aretini, ci conservano in terracotta le forme e le figure dei
vasi potori e commissori in metallo. Era un lusso che poteva ornare le mense
dei poveri - era l'arte popolarizzata, l'arte democratica - La forma tozza
dovuta alla materia. cf. colle
coppe del tesoro di Micene, con quelle di Megara, Samo, e colle altre italiche.
Destinati quasi esclusivamente agli usi della tavola: donde la ragione del
trovarsi sempre rotti, mentre il vaso che si nascondeva nella tomba (dipinto, o
nero ecc.) si ritrova spesso intatto o almeno con tutti i suoi pezzi. -
Sull'impasto dei vasi. Esame chimico. Le varie crete. La creta aretina,
impressionabile come la cera. Vi ha frammenti in cui si avverte la tessitura
della pelle dei diti del figulo. - Si direbbe la creta tremoli ancora. - La
loro colorazione. Ricorda le lacche giapponesi e cinesi. Resiste agli acidi e
al coltello ed alle
imitazioni. Imitazioni antiche. Processo nella coloritura. (Vedi studio sulla polarizzazione magnetica
delle terre crete) - Circa le figure, alcune ricordano la pura arte greca.
Rappresentazioni mitologiche in genere, bacchiche, cacce e pugne, amorose,
comiche ecc. (V. Dragendorf, “Terra sigillata”) - frutta, fiori - ornati in
genere - Il vasellame originis externae, barbarico - II Sigilli.
Abbiamo detto che la ceramica era tenuta in gran pregio nell'antichità. Donde,
nei vasai latini, la gloriola d'imprimere il loro nome nei rispettivi prodotti.
Le fabbriche di vasellame dovevano essere molte - tutti i giorni si scopre
qualche nuovo nome - e gli operai (solitamente servi) numerosissimi. Troviamo
fra i padroni di fabbriche nomi gentilizii celebri (Corneli, Flavi ecc.).
Alcuni padroni sono associati: vi hanno famiglie i cui membri si succedono per
lunga serie di anni ecc. Il padrone lascia porre il suo nome anche al servo -
che talvolta lo mette anche da solo (sia che aprisse bottega da sè sia che si
distinguesse in modo speciale). I nomi gentilizii dei padroni sono generalmente
romani e latini, quelli dei servi, greci. Vi ha serie di servi numerate, per
così dire, (Primus, Secundus, Tertius, Quartus, Quintus, Sex, Septimius,
Octavius, Decimius ecc.) - I nomi sono inscritti in cornici di numerosissime
forme. Si vedono nel C.L.I. del Dressel, e non sono ancora tutte. La più
frequente è l'orma del piede ([lacuna] p. %). Opinioni su questa forma =
indizio di padronanza - Rarissima invece la forma della mano, mentre parrebbe
dovesse essere il contrario. Molti piedi, a mio avviso, dovrebbero ricordare la
parte superiore colle bende che si attaccano alla suola del calzare. Credo
anche che il figulo abbia, in alcuni stampi, disposte intenzionalmente quelle
bende, per far rappresentare da esse le lettere del suo nome (per es. MU di
Munati, TELIX di Felix ecc.). Spesso poi i figuli si compiacevano di porre il
loro nome nelle più strane maniere, in modo da costituire un vero indovinello e
rompicapo, sia rovesciando il nome, sia disponendone bizzarramente le lettere
etc. Es.
- La lettura dei sigilli fittili
coi loro innumeri nessi, abbreviazioni etc. specialmente l'interpretazione dei
male stampati o rotti equivale ad un corso pratico di epigrafia, e può farsi
facilmente in una stanza. Non studiamo iscrizioni già passate per la trafila
spesso infedele dei copisti e dei commentatori, ma il piccolo monumento
originale, vergine. I
servi debbono essere stati - se egregi - oggetto di reciproche invidie fra i
vasai e di gare per averli: si potrebbe desumere dai nomi optatus, cvpitvs, speratv[s], nactvs - Non
c'è, si può dire, fabbrica che non abbia il suo operajo favorito eros corneli - eros savfei - eros valeri
etc. In modo speciale ci tenevano ad esser considerati aretini, del quale aggettivo
fanno pompa nella leggenda. Alcuni anzi, si chiamano “tout court” aretinus
fig. - ed anche aretinus verus (da non confondersi cioè con
quell'altro che s'intitola aretino mentre non è). Così dicasi pel nome di Samia,
ecc. quantunque potrebbe anche essere che questo come Heraclia ecc. sia
un nome relativo alla fabbrica più che al fabbricatore (fictilia samia,
heraclia ecc.). - E trovo anche figuli che mettono per così dire l'insegna
della loro ditta, le loro armi parlanti, p. es. una pelle di lione (che
ricorderebbe la fabbrica Heraclia), un gallo, il fabbricatore gallvs etc. - III Graffiti. Oltre
il marchio del figulo i vasi rossi offrono l'interesse delle sigle, nomi ecc.
scolpitevi talvolta dai loro possessori. Quì però, a differenza del marchio, che
è sempre veramente antico, l'industria degli antiquari falsificatori ha
influito, specialmente in questi ultimi tempi, in cui il coccio rosso è
ricercato dagli studiosi anche per i graffiti. È quindi da mettere in
quarantena ogni scalfitura che si trovi su coccio che esca da un negozio di
anticaglie. A Roma, certo Scorcelletti antiquario si faceva graffire da un
archeologo di sua conoscenza ogni frammento di terracotta aretina che gli
capitasse, il quale così dal non valer nulla veniva ad aquistare il valore
almeno di un 15 centesimi. Quando si è sicuri che il graffito è ingenuo, allora
ci può dare notizie e modelli sulla scrittura volgare dell'epoca romana.
Esemp[lificare].
5693.
Quando nel 1900 fu demolito l'Arco dei fabbri a Milano (antica postierla della
città medioevale, l'unica rimasta) in odio alla storia patria e al decoro
architettonico e stradale, per accontentare ignobili speculatori che avevano
edificato case sui lati dell'arco, le pietre dell'arco di mezzo furono ritirate
in Castello dal Municipio; le mura di cotto sui fianchi, caddero in parte da sè
e i loro materiali furono manomessi o sparpagliati. Carlo Frisiani, patrizio
milanese, amante degli studi archeologici e storici, potè ricuperare qualche
parte del materiale che raccolse nella sua casa in Piazza S. Ambrogio. Una
ferriata di ballatojo del XVI secolo che correva sulla porta, la mandò a
collocare nella sua nuova villa di Carate Brianza. Nel materiale potè anche
trovare una
lapide quadrata, corniciata, ch'egli ritiene del 1300, di
marmo bianco (io non la vidi), sulla quale è un'aquila in bassorilievo e sotto
una porta con merli ghibellini - probabilmente rappresentante la stessa
postierla - fra le lettere F e R gotiche (Porta f[ab]r[um]). Sull'arco si trovò
anche una delle solite sigle del nome di Gesù. Forse era la stessa pietra sulla
quale, secondo il Giulini, stava l'imagine di Imeneo, origine dell'acclamazione
milanese a la minee in occasione d'uno sposalizio, imagine che fu
barbaramente scalpellata via nel 1700 per darvi posto alla suddetta sigla. L'effigie di Imeneo che si diceva
trovarsi anticamente sull'Arco de' fabbri, alla quale gli sposi novelli
solevano appendere corone di fiori, gridando i monelli la minee la minee
- effigie stata fatta ritirare dal podestà di Milano, come ricordante riti
pagani, si trova nel Cortile dell'Ambrosiana di Milano. È la testa di donna con
corona turrita e l'iscrizione di Asti, rappresentando infatti questa città. Fra i mattoni, ne fu pure
raccolto uno sesquipedale (ora, luglio 1901, presso Frisiani) coll'incavo, a
forma di mano, dove prenderlo.
In casa
di Frisiani a Sant'Ambrogio si trovano anche due rocchi di colonna, di una
breccia rosata, scavati nelle sue cantine e simili ad una colonna che si trova
nel vicino Sant'Ambrogio. Frisiani crede sieno colonne del Tempio di Bacco che
pare sorgesse lì presso. Hanno le incassature della cancellata.
5694.
Francesco Crispi (vedi nella cartella J del mio archivio personale e in queste
note) morì a Napoli (Villa Lina, Rione Amedeo) l’11 agosto 1901, domenica, alle
ore 19,40, dopo lunga agonia. Lasciò esecutori testamentari Abele Damiani,
Giuseppe Palumbo Cardella e l'avv. Giampietri, coll'incarico di esaminare e
disporre de' suoi documenti, sia per essere depositati in archivi pubblici, sia
per essere pubblicati, sia anche per esser distrutti. Morì pochi giorni dopo
l'anniversario del Re assassinato Umberto, e pochi giorni prima
dell'anniversario della morte di Luigi Perelli, che gli fu tra i più fedeli,
sino a compromettere le sue sostanze e rischiare la sua fama per lui. Mentre Crispi agonizzava, il
Ministero (Prinetti) fece firmare dal Re un decreto che mi collocava a riposo,
mentre non avevo ancora gli anni per la pensione e potevo rendere ancora
servigi allo Stato.
5695.
(Monza, 12-8-1901) Colloquio colla S.ra Angiola Gagliati vedova del
patriota ed archeologo Luigi Vassalli bey. Mi chiamò desiderando che gli
oggetti personali e cari di Vassalli, dopo la morte di questi sieno da me
raccolti, invece che da * falso amico suo e di suo marito. Mi racconta che
tutti gli oggetti del Museo egiziano che * tiene a Lugano furono dati gratuitamente
da Vassalli e non pagati da *, salvo le monete che furono pagate la metà del
loro valore... A Costantinopoli *, era nutrito e vestito da Vassalli coi
guadagni non sempre lauti che questi faceva nell'arte pittorica. Una volta
Vassalli, sulla somma di 500 lire avuta per un quadro, passò L. 300 a * perchè
si pagasse il conto dell'Albergo. * tornò invece col denaro in Italia,
lasciando ancora il conto da pagare all'Albergo. Tutto questo ed altro
risultava da lettere dello stesso * scritte a Vassalli e conservate da questi.
Alla morte di Vassalli, * riuscì ad averle dalla vedova e non le restituì più.
Così avrebbe sottratto molti documenti da una cassa affidatagli dalla stessa vedova
in deposito, di cui forzò la serratura. Compì l'opera, dimostrando, lui oramai
ricchissimo, la più completa indifferenza riguardo alla vedova che gli era
stata raccomandata da Vassalli che lo aveva beneficato. La Signora Angiola
confidò tutto all'abate A. Stoppani, pregandolo ad interessarsi di lei presso
*. Stoppani le rispose “che può sperare da quell'uomo dal cuore de scimes?”
5696.
(1901) [Nota di 7 righe abrasa].
5697.
“Mascotte e Guignon”. Sotto questi due nomi si potrebbe tracciare in forma di
novella fantastica la storia di uno nato, come si dice, col cavicchio e di un
altro nato colla disdetta. Il primo, per male che faccia, anzi peggio fa e più
la sorte gli è favorevole. All'altro tutto riesce a danno. Dove va il primo, va
la fortuna, impressiona uomini e bestie; si vincono lotterie, non cade
grandine; l'altro porta seco, aperto, il vaso di Pandora e se lo rovescia
adosso etc.
5698.
L'incompleto. Se descrivessi questo tipo, farei la mia autobiografia. Io
non riuscii a condurre a perfetta fine, nulla. In letteratura cominciai
arditamente; scrissi scrissi, dovevo essere un innovatore, mille progetti,
tutti saggi, essays, nessuna opera e, tanto meno, conclusione. L'oeuvre
non fu compiuta. In diplomazia, mille cose iniziate e bene, ma tutto troncato e
disfatto. La riforma del Ministero, le scuole all'estero, l'espansione in
Africa, Tripoli, il Marocco, la politica in Oriente ecc. - In Arte; mosso
dall'illusione d'incoraggiare i giovani promettenti, mi disgustai con tutti,
colpa certamente più di loro che mia. In ricchezza, ereditato, non saputo
mantenere un patrimonio. In architettura posto i fondamenti ad un palazzo,
dovuto lasciare a metà, simbolo della mia vita, che persino, nascendo,
pronosticava perchè settimestre.
5699.
1900. L'immediata conseguenza del così detto rialzamento delle nostre plebi
operaje e contadinesche fu quello che diventarono, se possibile, ancor più
villane di quanto erano. L'esagerata coscienza di avere riaquistati i loro
diritti le rese burbanzose e scortesi oltre ogni dire, anche per la falsa
persuasione che mostrandosi con qualche resto di gentilezza verso i superiori
di classe darebbero indizio di timidità. Anche il clero che venuto altre volte da classi gentili
portava una nota di carità e di Poesia nelle plebi; oggi venuto dai più bassi
fondi della società e nudrito soltanto d'odio e di teologia, diffonde
sentimenti di vendetta e di crudeltà. Nelle officine, nei campi, negli uffici si gareggia in
scortesia. Le arti fabbrili già dure per sè stesse perchè a contatto della
materia bruta,
aumentano, per lo spirito di rivolta, in durezza e brutalità. Il socialismo
male inteso conduce alla irreligione e alla distruzione della famiglia. Eppure
non era questo il socialismo fantasiato poeticamente da William Morris nella
sua “An history of Nowhere”!
5700.
1900. Passeggiata triste. Torno a Milano, la città della mia giovinezza, dopo
lunghi anni di assenza. È sera: desinai da solo; passeggio da solo. Il piede mi
porta dove molti anni prima correva: alla casa d'angolo tra via Ciovasso e
Carmine, dove abitava Luigi Perelli, mio primo amico. La casa, il terrazzino,
sul quale egli stava ad aspettarmi sono ancora, ma egli è scomparso: il suo
ingegno vivace, il suo sguardo ilare, la sua bontà senza fine sono cenere ed
ombra; [segue circa una riga abrasa]; mi fu negato perfino il suo
ritratto ch'egli intenzionalmente e testamentariamente mi lasciava. Abbandono
colle lagrime agli occhi la soglia della sua casa, e allungo il passo, verso la
via Solferino, al n. 11, dove abitava un altro amico. Anche quì, la casa non ha
subito modificazioni. Ma non vi abita più Tranquillo Cremona. Morto è lui,
morta è la sua bimba Ada che io tenni a battesimo. Sono pure spariti i suoi
vicini, il gajo fratello mio Guido, tempra d'artista, e la sua moglie - Fuggo
quasi da via Solferino, ed eccomi in Piazza Fontana, a quel numero 5, dove
Paolo Gorini, quando si recava a Milano, pranzava con una fetta di manzo e un
bicchier d'aqua. Ma anche Gorini non appare più da un pezzo in quella
trattoria. La sua anima vive immortale ne' suoi libri, ma il corpo è fatto
marmo in una piazza di Lodi... Mi trovo solo solo. Amici vecchi e giovani,
tutti si dipartirono. Ma no, non sono solo, intorno di me ondeggia la folla de'
miei cari morti che sempre cresce e mi chiama a sè. Tutti tutti i miei veri
grandi amici sono al di là. - Grandi - Crispi - Correnti - Hohenlohe - Camerini
- Antonelli… Spiriti eletti e immortali mi circondano, mi parlano, abbracciano.
5701.
(8.1.1886) Alle 10 di mattina mi si presenta improvvisamente in casa mia
l'editore Sommaruga, direttore della Cronaca bizantina. Dice che è
venuto da me, fidando della mia lealtà, per un consiglio. Vorrebbe, riparando
all'estero, cavarsela dinanzi la minaccia di una condanna che gli pende sul
capo, non so per quali pasticci cambiari. Chiede dove potrebbe andare per
mettersi al coperto d'ogni pericolo d'estradizione. Gli rispondo ch'egli mi chiede
un consiglio che non posso dargli. Egli insiste, mi supplica. Gli replico che
dapertutto abbiamo un trattato di estradizione. Egli obbietta che potrebbe
recarsi nell'Argentina. Gli ribatto che anche in Argentina non troverebbe
sicurezza. Lo consiglio a lasciare che la giustizia segua il suo corso e a
rassegnarsi. Non ha ammazzato nessuno. Se anche la Cassazione non annullasse la
sentenza, certo esagerata, potrà sempre ricorrere in grazia. Non è impossibile
che, dopo qualche anno, mutato ministero, sopiti i rancori contro di lui, egli
ottenga un abbreviamento di pena, tanto più, se, com'egli assicura, Michetti e
Carducci intendono d'intercedere presso il re. Se ne va poco soddisfatto. -
9.1.1886. Alla solita ora, S. torna da me. Si dice in gran dubbio di rimanere
in Italia. Crede che cavandosela, farebbe piacere al Governo, perchè questo,
colla libertà provvisoria che gli ha concesso larghissima, potrebbe desiderare,
più che altro, la sua fuga. Gli rispondo che dapertutto si esporrebbe alla
estradizione od alla espulsione od alla prigione - che il meglio è dunque di
restar quì, salvo a suo tempo di ricorrere in grazia. Risponde S. che tale è
anche il parere dell'avv. Panattoni. Discorrendo con lui circa la sua azienda,
metà letteraria e metà imbrogliona, mi racconta episodi relativi al Martini
deputato e al De Renzis - ecc.
5701 [bis]. 1901-18-9. Al Dosso. Uccido a colpi di pietra un aspide di una
specie velenosissima. Mi sembrò ad un tratto che l'aspide prendesse le
sembianze del giudeo Malvano.
5702.
A Como nel sett. 1901, poco prima dello svolto della via Maurizio Monti nella
via Giuseppe Brambilla lessi la seguente ditta: Osteria del Rovan, di Corti
Andrea. -
5703.
Le sue argomentazioni erano come i sentieri in un giardino, fatti per
allungare, non per accorciare la strada.
5704.
Lo scultore Giuseppe Grandi di Milano aveva comperato ad Amsterdam un leoncino
per servirsene di modello in un gruppo del suo Monumento delle 5 giornate, e
poichè gli occorreva che apparisse belva feroce e non pelle impagliata da Museo
zoologico, lo eccitava in ogni maniera. Inenarrabili i suoi tiri, i suoi
scherzi, che gli faceva attraverso le sbarre, gettandogli pezzi di scarpe e di
carbone e gomitoli di filo in bocca. A forza di questo trattamento il leone era
diventato adirittura feroce e... stitico. Allora si pensò a dargli un
serviziale per farlo evacuare. Imaginiamoci le difficoltà. Con un sistema
ingegnoso d'assi gli si circoscrisse gradatamente lo spazio libero, fino ad
arrivare al suo deretano e ad imboccarvi la canna di peltro, mentre gli si
teneva ferma la coda attraverso le sbarre. Il furore del Re del deserto di
trovarsi in simile ridicola posizione giunse al colmo. Squassò orrendamente la
gabbia, tanto che i somministratori del clistere, abbandonarono l'istrumento e
fuggirono.
5705.
Il lamento di un automobilista. Pareva già che il biciclo fosse il più incomodo
modo di viaggiare, ma oggi ha la palma l'automobile. Trepidazione continua,
polvere, vento, aqua, perpetuo pericolo e per i viaggianti e per i passanti,
pericolo di rovesciare, di saltar per aria. Maledizioni, ingiurie, lungo tutto
il percorso. Non si sa quando si può partire nè quando si può arrivare. Stragi
di cani e di oche. Bastonate dai villani. Soste di ore sotto la pioggia, in
strade isolate. L'automobilista fatica quanto un cocchiere e quanto una
pariglia. Non gli è permesso di parlare co' suoi compagni, di godere il
paesaggio ecc.
5706.
(Sett. 1901 - Dal pretore Vedovi del I° mand[amento] di Milano) - Iniquità
legali - Tale signora venuta a morte, dichiarò per testamento, come aveva già
in vita replicatamente affermato, e provò con documento il suo asserto, come il
suo unico figliolo non era del marito legale, ma lo aveva avuto da altri e
disse da chi. Il marito legale lo sostenne invece per suo, e il tribunale gli
diede ragione. Ma la generosità di questo marito aveva per motivo e scopo la
sostanza della moglie. Morta questa egli diventava, e divenne, l'amministratore
legale del figlio, di cui poteva impunemente consumare le sostanze ereditate
dalla madre.
5707.
Alla ricerca di un confessore. Motivo di bozzetto e potrebbe anche essere di
romanzo, per dimostrare quanto sia difficile per un'anima onesta e
intellettuale di avvenirsi in un buon prete. I sacerdoti di manica larga e
quelli implacabili. Quelli fatti ignorantissimi dalla teologia. Gli
antipatriotici, i sudici ecc.
5708.
Menagio opinava che il greco antico si dovesse leggere colla pronuncia del
moderno ed aveva ragione. Lo stesso (vol. I° pag. 240 Menagiana)
riteneva che le confessioni strappate dalla tortura erano inattendibili -
Depuis trente ans on ne rit plus que des bouts des lèvres. -
5709.
Aqua lanea (eriòdes) ossia neve.
5710.
(Dall'Archivio Storico lombardo Vol. VII pag. 571) - Nell'obituario della Cattedrale
di Cremona 1376. - Haec tibi summa dies perimit tua membra, sacerdos - De
Dossis, Jacobine, hujus canonice templi.
5711.
(Dall'Arch. storico lombardo pag. 574 vol. VII) V. Kal obit presbiter Christoforus de Mussis
hujus Ecclesiae mansonarius 1469.
5713.
Parlata corbettina - d'impissé = un momento fa.
5714.
Quando gli austriaci tornarono a Milano nel 1849 si misero loro in bocca i
seguenti versi “Ti credarà mi cojona - Mi sapera alfabeta -: ti scriverà Pio
nona - Mi meterà ti maneta” -
5715.
L.d.B. L'uomo pieno di colpe e delitti improvvisamente muore. In un
atimo l'anima sua si trova dinanzi al tribunale di Dio. La sfolgorante luce che
ne diraggia, scende a destargli, ed illuminargli, ad un tratto la coscienza
nelle celle le più recondite. Egli che, in terra, commetteva delitti quasi per
istinto e poi dormiva come il giusto i suoi sonni inorridisce da capo a piedi
di tutto sè stesso ed attende di essere sprofondato negli abissi infernali
senza fine. Ma una voce calma e solenne risuona nel maestoso silenzio delle
sfere. Essa enumera uno per uno i delitti dell'uomo, ma ad ogni accusa
aggiunge, essa stessa, una scusa, che trova nei diversi atomi che hanno
costituito l'uomo reo, o nelle circostanze occasionali e questo è dovuto alle vigne
bevute dal suo nonno - o alla morfina che s'injettarono i suoi genitori: va
quindi a debito del medico, ed a credito del farmacista. E una colpa dal suo registro
passa a quello di un suo antico progenitore, e un'altra va sul gran libro
mastro della Società irresponsabile come da questo trapassa ad altro ed altro registro sino a quello
primordiale. Mano a mano il peso
delle colpe si solleva dall'anima del reo e questa si rialza in sè come
fiammella - e purificata, rinnovata, si ricongiunge alla divinità.
5716.
La moglie di Rovani, bella ma disordinatissima - fin dai primordi del suo
matrimonio: dapertutto, nelle camere, lasciava vesti, stivaletti infangati ecc.
E Rovani la chiamava solitamente, non pel nome, ma coll'appellativo di
“cavallina selvaggia”.
5717.
È una ben cattiva speculazione quella di nascondere al confessore parte de'
suoi peccati, come all'avvocato proprio parte della verità.
5718.
Col libro sui “Rimedi dei Mali” bisognerebbe rilegar sempre quello “Sui mali
dei rimedi”. (Quì nella annotazione dei miei pensieri giornalieri lascio la
penna alla mia amata moglie Carlotta per un grave indebolimento dell'occhio
sinistro il solo con cui potessi leggere e scrivere. Spero però di potere
rieducare l'altro occhio che sino ad oggi non potendo vedere se non da lontano
s'è dato al buon tempo - 26 ottobre 1901).
5719.
Gli uccelli per meglio farli cantare talvolta si acciecano. Almeno la perdita
della vista mi facesse pensare letterariamente meglio!
5720.
A questo mondo nessuno è inutile e nessuno indispensabile.
5721.
“Niente è buono per gli occhi” detto probabilmente venuto dal nome dell'antico
rimedio per gli occhi malati “nihil albius” che era il solfato di piombo -
Variazioni sul mio occhio sinistro, malato e quasi spento, e sostituito
dall'altro, prima ozioso. “La collezione de' miei sigilli aretini m'è costata
un occhio” - “Vedo ora il mondo con un occhio diverso da quello con cui lo
vedevo da giovine” ecc.
5723.
Etimologie comiche. Mai-ale. Nel senso figurato per indicare il più vile degli
animali, sempre col naso nel brago (leggi, uomo), che non ha ali mai.
5724.
Monsignor Rossi di Milano, fortunato scopritore (o, come si scrive, inventore)
di ossa di santi, scrisse su sè stesso il seguente epigramma (di cui conservo
l'autografo donatomi da Don Carlo Frisiani) “Coss'en disii de sto Monsignor
Ross - ch'el cerca e el troeuva di nost Sant i oss? - Disi ch'el mèret l'è poeu
minga tant; - gh'è i can de triffol e ghè i can de Sant”.
5724 [bis]. 1902. Telepatia. Qualche anno fa, la moglie del signor Ravizza,
ragioniere nel Municipio di Milano, trovandosi a letto si destò per qualche
minuto, lamentandosi di un gran dolore alla gamba e gridando di mandarle subito
un medico. Poi si riaddormentò. Alla mattina, un messo venne ad annunciare ai
signori Ravizza che nella notte (e proprio all'ora in cui la signora si era
lamentata del forte dolore alla gamba) il loro figlio si era rotta la gamba
appunto nel posto dov'essa aveva sentito il dolore, dolore interamente
scomparso.
5725.
[Nota di circa 1 riga abrasa]
5726.
Il re costituzionale può essere paragonato ad una meretrice che è per così dire
proprietà di chi la paga, ossia del ministro al potere. Cambia il ministro ed
egli cambia di gusti, d'idee, di desideri, fossero pure contrari al programma
precedente. Liberale, clericale, radicale, socialista, volta a volta, anarchico
se occorre, il re costituzionale è sempre passivo, vigliacco sempre.
5727.
Anche i nomi hanno la loro fisionomia, ed anche dalla loro scelta si capisce il
gusto, il tatto dei loro autori, sia letterari sia naturali. Testimonio Manzoni
che trovò così appropriati nomi per i personaggi del suo romanzo (Renzo
Tramaglino e Lucia Mondella), testimonio l'attuale nostro Re che trovò sì male
quello della sua seconda figliola, Mafalda, che ricorda il nome di Marcolfa e
simili. E il popolo milanese, sempre arguto storpiò subito il nome della
principessina non desiderata in quello di Malfada (quasi a dire Mal-fatta). E
c'era il dantesco Matelda che significava con grazia lo stesso!
5728.
Ogni sovrano scelse ed ebbe sempre presso di sè consiglieri condegni del suo
cuore e del suo ingegno. Trajano ebbe Plinio e Nerone Sejano. Napoleone I una
plejade d'illustri. Vittorio Emanuele II il grande, ebbe Cavour; Vittorio
Emanuele III il piccolo, Giolitti e il microcefalo Brusati.
5729.
Telegrafia senza fili. La scoperta di Guglielmo Marconi ha per base
l'intonazione dell'apparecchio trasmettente col ricevente. Questo principio
potrà in avvenire essere fecondo di altre molte sorprendenti applicazioni,
anche nell'ordine morale. Esso rivelerà il segreto delle simpatie e delle
antipatie tra persona e persona, tra persone e cose, e ne troverà il correttivo
e il rimedio; scoprirà la fonte dell'ipnotismo, della dominazione di una
volontà sull'altra, delle divinazioni geniose, ci darà forse il veicolo del
pensiero da pianeta a pianeta: chissà anche servirà al rintraccio della così detta anima gemella
che ciascuno di noi dovrebbe avere. Nella vecchia frase l'unisono dei
cuori, era già preveduta, nel campo dell'anima, la scoperta dell'unisono.
5730.
Di tre ova di gallina, fatte, la prima la vigilia dell'Ascensione, la seconda
il giorno dell'Ascensione, la terza il dì dopo, e riposte - la prima e l'ultima
si corrompono, mentre quella dell'Ascensione resta incoruttibile. L'Ing.r
Olivares di Corbetta fece esperienza della verità di questa tradizione popolare
e mi assicura di essersene accertato.
5731.
Già reg. 5544. Una gran parte della nostra vita
va sciupata in complimenti - congratulazioni o condoglianze - lettere e
biglietti di visita inutili, che obbligano a risposte e ringraziamenti ancora
più inutili. Quanto sarebbe benefico un decreto periodico che proibisse a date
epoche l'insegnamento dell'alfabeto o almeno ne sospendesse l'uso.
5732.
Gian Pietro Lucini, letterato milanese di molto ingegno e di molta dottrina,
d'idee più che avanzate e onestamente anarchiche, dalla Natura condannato al
gobbo ed alla rachitide, come dal Genio alla fama, aveva carattere subitaneo,
iroso, e, benchè giusto, violento. Citerò due fatti. Da giovinetto, amava
tirare al bersaglio con una pistola. Assisteva ai suoi esercizi una servetta,
cresciuta compagna a' suoi giochi. Questa, per celia, gli gettava sassolini nel
bersaglio e gli faceva fallire i colpi. Lucini le disse: ti avverto ancora tre
volte, e se non smetti, tiro a te. La servetta non smise, e alla terza
avvertenza Lucini le tirò senz'altro un colpo, trapassandole la mano ch'essa si
era messa a riparo della faccia. Altra volta, in un caffè di Pavia, essendo
studente universitario, era seccato da un compagno che si ostinava a leggere ad
alta voce un insulso giornale. O smetti, gli disse Lucini, o se continui - alla
terza volta, ti rompo questo piatto sulla testa. Il compagno non smise, e
Lucini gli ruppe infatti il tondo sul capo. Il compagno era assai più robusto
di lui. Se altri non s'intrometteva, separando i contendenti, Lucini sarebbe
stato accoppato. Ma egli diceva: quando si promette, bisogna sempre mantenere.
5733.
Prendendo le mosse dal recente assassinio dei reali di Serbia (giugno 1903)
perpetrato dall'esercito vile di quel paese, ad eccitazione, pare, del
pretendente Pietro Caragiorgiovich, potrebbe essere tema interessante ad uno
studio “la criminalità dei sovrani d'Europa” poichè per quelli d'Africa ed Asia
il delitto è quasi una funzione, un attributo della regalità. Come,
fisicamente, un naso, una fronte, un orecchio si riproducono in una famiglia
attraverso i secoli, così ritornano nella stessa certe qualità psichiche,
specialmente le peggiori. Solo il genio raramente si rinnova, e tutt'al più si
corrompe in pazzia. “Le premier des rois fut un brigand heureux”. Le arti della
guerra, cioè dell'omicidio autorizzato e glorioso, piuttosto di quelle della
pace, hanno creato i primi sovrani: l'assassinio, il furto (leggi conquista,
bottino bellico, confisca) diventato abitudine in un uomo, si fa ereditario in
una famiglia. - Se ricerchiamo le origini di pressochè tutte le grandi famiglie
dominatrici, troviamo laghi di sangue umano che scendono poi in rivoletti
dissimulati fra sponde erbose e gaje dei fiori dell'arte e della poesia. Citare
quì partitamente i misfatti antichi e nuovi della più parte dei fondatori delle
dinastie europee e dei loro successori. - Concludere, ricordando quel paese
dello Stato pontificio che fu fatto distruggere per spegnere il mal seme del
brigantaggio ereditario; essere quindi la distruzione di tutte le famiglie
sovrane il mezzo più radicale per spegnerne la criminalità. Vero è che
bisognerebbe poi fare lo stesso con gli uccisori di quelle famiglie. Uccidi di
qua, uccidi di là, si finirebbe a sopprimere tutta l'umanità.
5734.
Gennaro Viscontini, ottantenne, mio lontano cugino, ultimo discendente della
famiglia di Elena Viscontini, maritata Milesi (la Sura Lenin del Porta mia bisavola) chiesto, a nome di Lucini che
sta scrivendo uno studio sullo Stendhal a Milano, mi risponde che non possiede
nè documenti nè memorie in proposito sui Viscontini, sui Dembowski, sui Milesi, che un signore francese (di cui
non ricordo il nome) e che
sta scrivendo un libro consimile fu da lui parecchie volte, ma che gli diede la stessa risposta. I
Viscontini sono discendenti da un figlio bastardo del magno Matteo Visconti -
Il nonno di Gennaro, Carlo, portava titolo nobiliare e così i suoi avi, ma
egli, benchè sollecitato da Felice Calvi della Commissione araldica non volle
mai far riconoscere il suo titolo, dicendo che non amava di essere ascritto fra
i discendenti di una famiglia di assassini. -
5735.
Due monache giravano questuando pei poveri. Entrate in una bottega di
pizzicagnolo, questi, uomo rozzo, si pose ad insultarle, chiamandole
sfaccendate, oziose ecc.: anzi diede un ceffone ad una di esse, dicendo “questo
è per voi”. Ed una delle monache, cristianamente rispose, “sì, questo è per me,
ma e per i miei poveri?” L'avaro villano, tocco dalla sublime risposta, arrossì
più che la guancia percossa della monaca, le chiese colle lagrime agli occhi
perdono, le riempì di doni il canestro, e divenne da quel giorno generosamente
caritatevole.
5736.
L.d.B. C'è un proverbio che dice “i morti hanno sempre torto”.
Riflettendovi bene si trova che la cosa sta precisamente così… al rovescio. Per
quanto i vivi facciano e dicano di buono, c'è sempre a traverso al loro cammino
qualche morto che li smentisce, che loro si oppone, che li fa naufragare.
Precedenti, leggi, frasi fatte, usi, tutta roba morta o quasi, soffoca,
strozza, od acciacca ogni idea nuova ed originale. Col nome di archeologia,
giurisprudenza, teologia l'opposizione de' morti prende credito e vince. I
morti hanno una grande, troppa importanza nella esistenza de' vivi. Aristotile
fermò il progresso per secoli, come Giosuè il sole. - Tramontato Aristotile,
sorsero mille altri piccoli aristoteli. Cimiteri di libri, detti biblioteche,
attaccano la putrefazione al cervello vivente. Il vivo per diventare qualcosa,
per aquistar credito ecc., non ha spesso altra via che quella di morire. Il
posto del vivo viene quotidianamente conteso e rubato da quello del morto, ecc.
5737.
Vita, morte e miracoli del mio occhio sinistro. È da premettersi che la natura
mi diè due occhi disimigliantissimi: il sinistro, miope; il dritto presbiope, e
che per circa 50 anni io usai anzi abusai del primo, lasciando quasi in
assoluto riposo l'altro. Male potevo adoperarli contemporaneamente. L'occhio
sinistro si stancò quindi orribilmente, specialmente per la lettura di
documenti paleografici e di minutissime epigrafi fittili (sigilli dei cocci
aretini). Nell'ottobre del 1901 ebbi i primi attacchi congestizi, lampi
nell'occhio e farfalloni neri - Poi, a Corbetta, impossibilità di leggere e
storture nella visione. La retina si era sollevata e staccata. Lainati e Denti
(il primo pessimista, l'altro ottimista) tentarono di rimediarvi con injezioni
di cloruro di sodio sottocongiuntivali, ma a nulla valsero. Il dott. Cicardi di
Monte Olimpino, medico di poca capacità, mi fece una injezione di calomelano
alla tempia (sistema Rampoldi) (febbrajo 1902): peggio - la poca vista che mi
era rimasta, scomparve. Seguì una infezione alla tempia con relativa febbre. Ne
guarii, mercè Trazzi e Lainati. Nell'agosto 1902 mi recai a Zurigo con
Carlotta, per consultare il d.r Banziger. Mi tolse ogni speranza per
l'occhio sinistro: mi assicurò che il dritto non correva pericolo e mi avrebbe
lungamente servito. Così continuai sino al gennajo 1904, con torpori, fastidio
ecc. Il 13 gennajo mi si manifestò congiuntivite bilaterale, che il d.r
Cicardi mi curò come al solito male. Venuto Lainati, mi persuase facilmente a
lasciarmi estirpare l'occhio malato per salvar l'altro. Una calma straordinaria
- sopranaturale, s'impossessò providenzialmente di tutto il mio essere. Il 18
lunedì gennajo ero a Milano nell'Asilo evangelico in via Monte Rosa, n. 12 - il
19 Lainati mi enucleava l'occhio, me dormente per somnio formio. Nessuna
febbre. Rapida convalescenza e guarigione. Il [lacuna] mi feci mettere
da Lainati un occhio artificiale. E l'occhio estirpato lo collocai in un
barattolo di alcool a Corbetta, in mezzo ai miei cocci rossi colle seguenti
iscrizioni:
I° Occhio
sinistro di Alberto Pisani Dossi che cominciò a vedere il 27 marzo 1849, lavorò
senza posa per circa anni cinquanta e finì collo spegnersi, abbacinato dai
rutilanti minutissimi caratteri dei sigilli rossi aretini, letti in pieno sole
a traverso lenti fortissime o al fioco lume di una candela; soppresso alfine
dal “ricamatore di bistouri”, Saverio Lainati, il 19 gennajo 1904 e quì deposto
il [lacuna] in mezzo alla collezione archeologica da lui iniziata e di
cui fu vittima, con meritato titolo d'imbecille.
2° Per
cinquanta e più anni, o mio povero occhietto sinistro, hai lavorato senza
riposo al mio servizio, dì e notte, nell'ombra, nel sole, nella luna, sempre da
solo, da nessuno soccorso, fuorchè da lenti affaticatrici, leggendo,
interpretando, indovinando migliaja di fittili epigrafi minutissime, finchè
stanco, esaurito, improvvisamente cessasti - ed eccoti qua, ucciso dai rossi
cocci che tu dominavi, invetrito, impetrito - esempio tu pure della triste
sorte che nella storia della umanità attende chi lavora. E intanto - ben
altrimenti rimunerato, ecco il fratello tuo, l'occhio dritto, che nulla ha mai
fatto salvo di godere la bella vista e sa appena leggere i caratteri delle
insegne e che, sano ed eretto come un corno, passeggia erede e padrone nei
campi non coltivati da lui - altro esempio non meno istruttivo della
distribuzione dei meriti e delle ricompense, eternamente iniqua, almeno in
terra.
5738.
Medici popolari. Ne esiste in ogni comune rurale. È il celtico druida, è lo
stregone medioevale. E qualche volta fanno vere e prodigiose cure. La fede dei
villani in essi non ha confine. Gli stessi medici diplomati, di buona fede,
riconoscono che talvolta l'ignorante ha più scienza del dotto. Corneo, medico
egregio di Corbetta cita vari fatti in proposito. Aveva uno zio malato di una
distorsione e non lo aveva mai saputo guarire. Lo zio ricorse ad un conciaossa
di Arluno e questi lo guarì perfettamente in brevissimo tempo. - Ad Albairate
vive (1903) un altro “medegh stobbiareu”. Nel cortile del dott. Corneo abitava
un povero fanciullo affetto da gonilite. Corneo non riuscì a guarirlo.
Il ragazzo si recò a consultare l'empirico ad Albairate e, non si sa per virtù
di quali fomenti, il ragazzo risanò - È notissima la contadina di Cassano
d'Adda che guarisce le sciatiche e il suo segreto si trasmette di generazione
in generazione - In non poche famiglie distinte ed antiche, che forse ebbero
qualche medico fra i loro antenati, sono rimedi e segreti medici che hanno fama
e sicurezza secolare. - Si può citare l'aqua di Casa Vidiserti di Milano per
gli occhi - l'anello di Casa Quinterio di Varedo (che figura anche nella zampa
del leone quadripartito dello stemma di quella Casa) - anello dalla pietra
color celeste, che si metteva negli occhi malati i quali lagrimavano e
guarivano. C'è anche in Casa Pisani di Besate certo osso di santo, di cui si
grattugiava la polvere, e, sciolta nell'aqua, e bevuta, guariva i pellegrini da
infiniti mali. Ora dell'osso non restano che poche briciole, ma la fede perdura
e guarisce ancora. I malati traggono tuttavia a Besate dalle più lontane
provincie della Lombardia e del Piemonte.
5739.
Cusani Francesco, marchese, compilatore di una storia di Milano, fu chiamato a
Reggio per riordinare quell'archivio. Tagliò via dalle carte tutti i sigilli
(di ceralacca, sull'ostia, di piombo ecc.) benchè i sigilli facessero parte
integrante del documento originale. E non ne faceva neppure una collezione a
sè: ma li bruciava. Fu sollevato finalmente dalla sua disastrosa missione.
Scrisse allora al sindaco di Reggio una lettera, dicendo che aveva la coscienza
di aver soddisfatto al suo mandato, riordinando l'archivio. “Poco più restava a
completare il lavoro, ma per far ciò bastava un usciere con una forbice!”
5740.
Il Cova (V. 5605.5675.5743) aveva in casa sua un solajo
pieno di ogni sorta di roba dalla quale cavava quanti costumi volesse. Fu
celebre il suo abito di babilonese. In testa si pose una scatola conica di
latta, da tonno. Intorno al mento dei turaccioli infilati, raffiguranti la
barba; sul petto e sulle spalle due tendine verdi col loro ferretto - Qualche
mese prima di morire per malattia di fegato (egli, così allegro!) passeggiava
lungo il Naviglio colla faccia giallo nera, pel male che lo minava. Gli si
chiese: che fai? “Faccio Lodovico il Moro” rispose alludendo al colore del suo
viso.
5741.
Arte pittorica. Diceva il pittore Casnedi ai suoi scolari: Voialtri, giovani,
cominciate un ritratto e se non vi riesce ne cavate fuori una marina. E capita
un amico, il quale vi dice: Voj, l'è bon: mèttela a l'esposizion. - Conconi,
pittore, vedendo, nel passare presso una campagna, tre preti neri neri, stretti
a colloquio vicino ad una macchia di alberi, disse “mettigh in bocca ona loeuva
de formenton, e hin trii merli”. - Si parlava di mostri da pingersi in un
quadro. Il pittore Carlo Agazzi, disse: la mei manera d'inventà di moster l'è
de tirà in grand i besti piccoi. On ragn ingrandii, el ve parirà la bestia la
pussee spettacolosa e terribil del mond - Nel collegio reale delle fanciulle di
Milano, fu nominata maestra di disegno certa Martignoni, in concorrenza col
pittore Mosè Bianchi. Questi non se ne adontò, ma disse semplicemente: L'è ona
bona dona. L'insegna un po' de disegn. E intanta i fioeu vegnen grand. - Nel
giorno che a Parigi chiamano del vernissage alcuni artisti malelingue
criticavano, a Brera, una tela di Mosè Bianchi rappresentante una marina con
una barca. E uno diceva che l'onda doveva agire a seconda del vento, cioè
piegarsi piuttosto da una parte che dall'altra. Compare improvvisamente Bianchi
che aveva udito la critica, e con voce tonante: Ma che vento! ma che vento! T'è
minga anmò de capii che tutt l'è piituraa? - Il critico interdetto, non seppe
più che rispondere.
5742.
Luigi Conconi pittore non aveva ancora visto il mare e non aveva alcun
desiderio di vederlo. E diceva: in fond cosa l'è sto mar. On gran Navili che
nol gha che ona sponda.
5743.
Il Cova (V. 5740) - bizzarro raccontatore diceva di quel tale che entrava da un
mercante di panno, come se dovesse fare un grande aquisto e si faceva portare
sul banco una montagna di pezze, e le guardava e le toccava e non pareva mai
contento, così il mercante sciorinandogli dinanzi sempre nuove pezze, gli
chiedeva, tanto per ajutarlo nella ricerca, a che doveva servire la pezza. E il
compratore raccontava al mercante che possedeva sul suo scrittojo un
nettapenne, con sù un leoncino di stagno colorato, il quale leoncino mostrava
un linguino rosso. Ma la serva nello spolverarlo aveva fatto cadere e perduto
il linguino: quindi doveva cercare un pezzetto di panno rosso per
rimetterglielo. Si trattava di un pajo di centimetri quadrati di panno rosso! -
Lo stesso Cova diceva che a Baltimora la gran comodità di trovare dapertutto
mezzi facili e a buon mercato di trasporto, aveva disusati gli abitanti dal
camminare colle proprie gambe. Le autorità cittadine per riabituare i cittadini
alle gambe escogitarono quindi dei trams i cui vagoni non avevano fondo. I
passeggieri, movendosi a corsa il tram, erano per ciò obbligati a correre a
precipizio entro le quattro pareti del carrozzone.
5744.
Nella seconda parte della vita umana, cioè nel mondo della retribuzione,
m'imagino che la pena più atroce e insieme la più giusta, sarebbe quella che
l'anima spogliata dalle sue vesti terrene si trovasse dinanzi a tutti gli atti
e fatti che l'avrebbero nobilitata ed innalzata verso regioni più alte, ma che
non si verificarono per ignavia sua, mentre per poco più di sua ferma volontà
avrebbero potuto essere a decoro suo e beneficio altrui. Vergogna infinita
dovrebbe allora pervadere la poveretta anima, rimpiangente inutilmente il
passato.
5745.
(1904. 1 dicembre) Se Dio mi concederà ancora qualche anno di vita, mi
proporrei il seguente programma. 1905 (età 56) Rovaniana, contratto
coll'editore e collo stampatore. 1200 copie. Vendita 1000 a L. 5, di cui 3 allo
stampatore, 1 all'editore, 1 all'autore. 100 copie giornali. 100 all'autore -
Compiere facciata Corbetta Scuderie al Dosso. Stampa Cilapponi - Aquisti
Museo Corbetta e scavi. Relazione su Verdesiacum. - Archivio Corbetta - 1906-07 (età 57-58) Libro
delle bizzarie - Commemorazione zia Elena - Stampa degli Intermezzi Cento
Anni - e Articoli critici 3 arti - Continuazione Dosso - (Affare
Casenove) - 1908-09 (59-60) Goriniana - Altri libri - Continuazione
Dosso - Compimento Casa Corbetta. -
5746.
A tratti, nella moda, c'è anche quella della merda e della piscia. Quando naque
il re di Roma, figlio di Napoleone I, venne in voga - proveniente da Parigi -
il colore caca du Roi de Rome, e mia nonna si ricordava una splendida
toletta di gioventù couleur caca du Roi de Rome. Parecchi anni dopo,
credo nel 1838, ebbero voga in Milano certi dolciumi, fatti, in principale
parte, di cioccolato - esposti in una offelleria sull'angolo di via Orso alla
Vedra (Vetera) raffiguranti stronzi umani e bestiali, d'ogni colore e forma. Si
facevano con essi i più graziosi scherzi, le più amene sorprese, mettendoli p.
es. nel letto delle proprie innamorate, sul tavolo da pranzo, offrendoli nei
palchetti, succhiandoli e mangiandoli deliziosamente nelle società ecc.
5747.
Pudore delle monache (Istituto delle Orsoline, 1905). Le monache ordinano alle
loro educande, quando s'incontrano in un uomo (fosse magari il loro fratello,
il loro padre), di farsi il segno della croce! A Capriolo, in un monastero, gli
uomini compreso il medico non potevano entrarvi che con due guandalini, uno
allacciato dinanzi e l'altro dietro. Così, l'ortolano del monastero è obbligato
a lavorare l'orto con quei due coprigambe, allacciati a foggia di sottana.
5748.
L.d.B. - Fra le cause del poco smercio de' libri italiani, sarebbe il
mal vezzo, specialmente nelle signore, di farsi prestare i libri che leggono
invece di comperarseli. Ora si dovrebbe fare in modo che il libro, oltre di
servire alla lettura potesse essere impiegato in altri usi che ne affrettino la
distruzione. Uno, sarebbe quello del forbirsi. Proporrei quindi dì far stampare
i libri in carta da cesso, in modo che collocati nelle latrine si possano i
libri strappare foglio a foglio o svolgerli a pezzi da rotoletti. Così pure, si
potrebbero st[am]pare in carta da profumi, da accendere, o da sigarette ecc.
5749.
L'arte ufficiale in Italia segna in questo periodo (1900-1905) uno dei momenti
più deplorevoli. Si sperava coll'avvento a re del principe di Napoli
raccoglitore di monete vecchie che almeno ne fruissero la monetaria, i
francobolli, la carta bollata, ma fu peggio. La moneta italiana e il timbro
postale scaddero. Le medaglie che il governo fa coniare per distribuire come
premio diventarono così stoltamente burocratiche che commissioni artistiche che
dovevano aggiudicarle ad opere d'arte preferirono di non usarne - ed avvenne,
tal volta, che in un concorso per una medaglia artistica fosse[ro] messe a
premio medaglie governative, d'oro e d'argento, ma schifosamente antiestetiche.
5750.
Poemetti archeologici - In forma breve e poetica si potrebbero trattare i
seguenti argomenti. I. Verdesiacum. La piccola tomba della bambina (m. 0,93) di
frammenti di laterizio romano. Il coperchio in cotto e il tumulo di terra sembrano
appena scomposti per lasciar passare l'animicola nel suo volo verso il cielo.
Non traccia di ossicino. Sembra che il tenuissimo corpo si sia tutto sfumato. cf. colle ossa vecchie che durano ancora
a staccarsi dalla terra e a sciogliersi nell'etra. - II. Hic felicitas. - Motto
dipinto sull'anfora prima vinaria poi cineraria, circondato da pampani. La
felicità è in Lieo o in Lete? - III. M[A]ECENAS M. V. AGRI PPAE - L'anello
aureo donato da Mecenate al trionfatore d'Azio - coi fulmini di Giove, i
delfini, il lauro. Descrizione in lontananza del trionfo - colla libertà
incatenata e i disastri senza fine nei costumi etc. - IV. La sacerdotessa di
Plesio. Descriverla, ornata dei monili e delle collane che si scopersero nel
suo sepolcro mentre predice la scomparsa della sua gente e il prossimo avvento
dei romani - Scena: una foresta di roveri presso una gran pietra cupeliforme
ne' cui canaletti scorre ancora il sangue di una vittima umana - V. EUPROSINE
PIA - dotta nelle 9 muse e filosofa - La istitutrice liberta - morta a 25 anni.
I suoi patimenti ignorati. I bambini romani devono essere stati crudeli come i
nostri, come tutti i bambini - VI. Tertullus, il soldato veterano, che
diventato agricoltore per donazione di terre dell'imperatore, riposa colla sua
spada e il suo vasellame aretino nei campi di Verdesiacum finchè l'archeologo
non arriva a disturbarlo (la sua vita battagliera nelle campagne di Dacia ecc.)
e sopra gli passeggiano le orde longobarde ecc. che inutilmente egli combattè
ecc. - VII. Padre Alessio - (Canevaro del convento Olivetano) trovato ancora
colla chiave presso la sua mano dritta - ma anche con un coltello e la punta di
un giavellotto. La chiesa e il convento rasi al suolo. - VIII. Aretina rubra -
Descrizione dei vasi vinari e commissori. cf.
il vaso rosso allegro col nostro bianco triste, che ricorda la faccia e
il lenzuolo dei morti. Le scene liete intorno alle coppe. Quanto più gaja e
filosofica la vita antica! - IX. Le sante Matrone Concannianae - che proteggono
i cereali, le frutta e la genitura umana - Del pago di cellae concannianae. -
X. Lo specchio - di bronzo trovato in una anfora. Lo specchio riflette ancora:
chissà che begli occhi vi si guardavano ecc.; della donna di cui vi si
raccolsero le ceneri, non resta altro che la vanità. - XI. Sanctibus Faustino
et Jovitae - Far risorgere poeticamente l'antica chiesa del campo di S.
Faustino. Il litigio fra il prete di Albairate e l'abate di S. Vittore di
Corbetta ecc. - XII. La coppa itifallica. Gli antichi che non amavano le
ipocrisie etc. - Prima traccia di poemetti che potrebbero essere anche sonetti
- da completare, densificandoli ed individualizzandoli.
5751.
Traccie di fiabe, raccontate - inventandole - a' miei bambini in un giorno di
neve (1 febbrajo 1902). 1. Cinbichetti. Rosina possedeva una bellissima
bambola, che chiamava per nome Cinbichetti, e che passionatamente amava. E
spesso le diceva, e la pregava e scongiurava di parlare: almeno una parola, un
sospiro. E la bambola mosse un giorno gli occhi e le parlò. Ma l'avvertì che
era un segreto suo e di non tradirlo. Rosina promise. E Cinbichetti colle
parole le diede i più buoni consigli, e Rosina, fiera delle confidenze diventò
la più cara fanciulla del mondo, facendo la felicità di mamma e di babbo. Ogni
giorno sospirava il momento di trovarsi da sola colla sua piccola misteriosa
amica. Fatta buona buona, Cinbichetti si accomiatò da lei. E Rosina seguitò ad
essere buona. - 2. La fata della quercia. D'inverno presso Natale. Una
povera madre torna colla sua bambina dalla città al casale nativo per
raggiungervi il marito, tornato a sua volta con un ragazzino dall'essersi
recato a lavorare all'estero. Sorpresa dalla neve in una foresta, non può più
nè avanzare nè retrocedere. Si appiatta nel cavo tronco di una quercia secolare
aspettando la morte. I gelidi soffi del vento, le fanno stringere al petto la
bambina sofferente. Ad un tratto sente un lieve tepore sotto i suoi piedi.
Smove le zolle e avverte un filo nebuloso di luce. Fruga ancora nelle zolle e
solleva pezzi di asse marce. Appare il primo gradino di una scala di marmo, poi
un secondo vestito di tappeto. Essa comincia a scendere colla bambina, e il
tepore e la luce si fanno sempre maggiori. Arriva in una ricca sala, riscaldata
a tappezzerie e tappeti; poi in un'altra. Non incontrano nessuno. Silenzio
completo. Le viene il dubbio di essere morta colla bimba e di trovarsi in
paradiso. Nella sala è una tavola imbandita, profumata da cibi appetitosi,
sfolgorante di luce. Prima esita. Poi, mossa dalla fame e dalla stanchezza,
siede. La tavola è preparata per due. Dice “il padrone mi perdonerà”, e lo
ringrazia in cuor suo. Mangia, beve e fa mangiare la bimba. Poi passa in altra
camera dov'è un lettone, colle lenzuola rimboccate, riscaldato, col sentore di
lavanda. Sempre ringraziando e chiedendo scusa all'ignoto signore del luogo si
corica allacciata alla sua piccina ed entrambe si addormentano facendo sogni
felici. Di mattina si svegliano. Teme di aprire gli occhi per non ritrovarsi
nel freddo e nella miseria. Ma il sogno dura ancora ad occhi aperti. Vede nella
stanza forzieri aperti, zeppi d'oro e di gemme. Toccò il cibo ed il letto per
bisogno, ma le ricchezze non la muovono: queste non sono sue. Vede sul tavolo
un gran libro aperto. In esso è scritto: “Il Signore non abbandona mai i
buoni”. Ritrova colla bambina la via dell'uscita e il vestibolo della quercia.
La neve s'è sciolta. Uccellini cantano sulla quercia. Violette coprono i prati.
Un asinello li attende, con due bisaccie, vi [sale] colla bambina in braccio e
l'asinello le porta al casale natio dove il marito e il figliolo le accolgono
nelle loro braccia. Nelle bisaccie, oro e gemme. La vita è d'ora innanzi per
loro, col condimento della buona coscienza, felice. - 3. Il tamburino.
Un reggimento di granatieri sta per mettersi in marcia. Uomini alti due metri,
con cappelloni di pelo, baffuti, con sciaboloni, fuciloni ecc. Un bambino di
sette anni si presenta ad un soldato e chiede di parlare al colonnello. Questi,
più alto e grosso e terribile degli altri. Il bambino gli domanda di essere
arrolato nel reggimento come tamburino. Troppo piccolo. Il bimbo dice di no e
chiede un tamburo. Glie se ne dà uno. Lo suona splendidamente. Il colonnello
gli domanda come farà a tener dietro, senza stancarsi, ai lunghi passi in misura
dei suoi granatieri. Il tamburino risponde: provatemi. Lo vestono da tamburino.
Giubba gialla, calzoni rossi, uosa nere, berrettone con pelo. In pochi giorni
fa col suo tamburo marciare ritmicamente il reggimento, come non fece mai.
Ammirazione generale. S'incontra il nemico. Fucilate. Il pericolo incalza. I
granatieri soprafatti, stanno per voltare i tacchi. Ma un tratto si ode un
fragoroso rullìo. Il tamburino ha guadagnato un'altura e colla faccia verso il
nemico rulla e rulla con tale impeto e fragore che il coraggio rientra nelle
file già sgominate e il panico invade il nemico. Fuga generale. E i granatieri
trionfano. Il colonnello chiama in rassegna il reggimento e proclama il
tamburino come l'eroe e il trionfatore della giornata. Il tamburino risponde:
io non ho fatto che dimostrarti la mia riconoscenza. Forse tu non sovvieni, che
or fa un anno risparmiasti la vita a un piccolo ragno che era entrato nella tua
stanza e già stava per essere schiacciato dallo stivale del tuo attendente.
Quel minuscolo essere ero io. Nel corso delle mie metempsicosi dovevo passare
anche per quella forma, prima di vestire l'attuale di fanciullo e d'uomo. Chi
fa bene, trova bene. - 4. I due sposi di neve. Una turba di monelli -
fratelli e cugini, costruiscono nel giardino un grand'uomo di neve. Dalle
gambe, s'innalzano coll'ajuto anche di casse e scale alla testa. Gli fanno una
faccia truce. Bocca spalancata, occhi sbarrati. Gli mettono intorno un
grembialone, e, in mano, una scopa. Poi, si mettono intorno a motteggiarlo. Ma
l'uomo di neve muove ad un tratto gli occhiacci e la mano minacciandoli e
alzando il braccio colla scopa, ed intima loro di portargli, tutti, da
mangiare, perchè fa freddo ed ha fame. I bambini corrono tutti a prendere ed
offrirgli la loro colazione. Egli li saluta e dice di recarsi a fare una
passeggiata tanto da pigliar caldo, e comanda loro di preparargli il loro
pranzo se non vogliono essere mangiati crudi da lui. Partito l'orco di neve, i
bimbi restano spaventati. Fagiolino, il più piccolo ed il più arguto di tutti,
incuorò i compagni e loro suggerì di subito fabbricargli una moglie di neve e
di farlo fuggire con quella. Difatti, in poco tempo la moglie è pronta, moglie
col naso adunco e sospettoso, e nel fabbricarla le susurrano tutti i veleni
possibili contro l'assente marito mettendole in mano un pajo di molle. All'ora
indicata, il marito ritorna. La moglie si sveglia come di soprassalto e gli
corre incontro colle molle alzate, chiedendogli conto delle sue gesta. L'uomo
di neve le risponde con una scopata ed essa gli assesta un colpo di molle. Ne
nasce una baruffa indiavolata, il gelo è rotto, e tutti e due, in un feroce
amplesso conjugale, si sfasciano. I bimbi gridano Evviva! mangiando
cannibalescamente il naso dei loro nemici. - 5. La padellina. Un bimbo
povero povero fa servizietti per guadagnare un pane alla sua mamma ammalata. Va
alla stazione a portare le sacche ai forestieri e cambiare in pane i pochi
soldi che riceve. Vede un giorno scendere dal treno un vecchio con un involto.
Gli si offre. Risponde il vecchio che l'involto pesa troppo poco. Giovannino
risponde che qualche volta bisogna servire per nulla. Porta l'involto sino
all'angolo di una via, raccontando intanto al vecchio le sue peripezie e come
il suo unico desiderio sarebbe quello di poter sempre dar da mangiare un
pezzetto di pane e di carne alla mamma. E il vecchio, prima di lasciarlo, apre
l'involto. Ci si trova una padellina, un piccolo batticarne, un pezzetto di
carbone e un crostino di pane. E il vecchio gli dice che quando lui e la sua
mamma hanno fame, dica al carbone accendi accendi - al padellino friggi friggi
- al batticarne, batti - al pane scrocchia… poi scompare. A casa la mamma si
lamenta per la fame. Il bimbo piange, imaginandosi di non aver portato a casa
che giochetti. Tuttavia, quasi giocando, pronunzia le parole che gli insegnò il
vecchio. E il carbone si accende, e su una fiammata come se fosse di fascina -
e il padellino frigge come se pieno di burro, e vi si sentono a cader dentro
delle ova, e affritellarvisi, e il batticarne si trova sotto un grosso pezzo di
carne e il crostino diventato pagnotta scrocchia frag[r]ante come pane di
Vienna. Gioja. Col cibo abbondante torna la salute, la fortuna, la contentezza.
- 6. I capricci di Bianchina. C'era una bambina che faceva tanti tanti
capricci, dieci, dodici al giorno, tutto il giorno. Prometteva sempre alla
mamma di non farne più e ne faceva sempre. La mamma le perdonava spesso ed era
male ma qualche volta la castigava mettendola a sola minestra od anche
rinchiudendola in soffitta. E un giorno che aveva fatto più del solito e stava
naturalmente in solajo, piangendo, sentì due passeri sul tetto che pigolavano
di lei dicendo “quant'è capricciosa Bianchina! Ah se non viene la fata che
strappa i capricci colla pinzetta d'oro non diventa più savia quella bimba!” La
fata apparve nella soffitta in fondo in fondo: era bella, ma aveva un visetto
severo. Si avvicinò a Bianchina e le chiese perchè facesse tanti capricci.
Rispose, non so: sono forse i miei capelli ricciuti. E non ti rincresce? le
domandò la fata. - Sì, mi rincresce, ma ci ricasco sempre, perchè non ricordo
mai quanto prometto alla mamma. Non è il cuoricino che manca, ma la memoria.
Allora la fata le disse: ti regalerò qualche cosa che ti darà la memoria. E le
porse uno specchietto “quando farai un capriccio, guardati nello specchietto”.
Bianchina alla vista del bel oggetto, azzittì. La mamma che veniva di tempo in
tempo ad ascoltare all'uscio della soffitta, sentendo che la bambina taceva,
l'aperse. Bianchina l'abbracciò e la mamma, tutta felice, la condusse,
perdonata, a tavola. Il dì dopo, la bimba fu buona, come sempre le succedeva
dopo un castigo, ma poi fece un capriccio. Si guardò nello specchio e vide la
sua faccia diventata lunga e gialla come malata. Tornò subito savia e la mamma
ne fu contenta. Ma il giorno dopo, altro capriccio più grosso. Consultò lo
specchietto e vide che la sua faccia era diventata come quella di un morto -
testa pelata, occhiaje infossate… Così, di seguito per qualche dì, finchè un
giorno vedendosi nello specchietto più brutta del solito, gittò per terra e
ruppe lo specchietto. Non passò molto che la mamma fu costretta a rimetterla a
pane ed aqua e a ricorrere alla soffitta. E quì sentì ancora i passeri a
cippire de' suoi capricci e della necessità della pinzetta fatale
strappa-capricci. E la fata comparve e chiese a Bianchina perchè avesse rotto
lo specchietto e continuasse ne' suoi capricci nonostante i pentimenti e le
promesse. E Bianchina rispose: perchè non ricordo e quando lo specchio mi fa
memoria, è già troppo tardi. Allora la fata le porse un fiore che pareva una
rosa e le disse: porta questo fiore. Finchè sente soave è segno che sei buona;
quando comincia a sapere di altro odore, vuol dire che fai capricci mentre hai
promesso di non farne più. Bianchina ringraziò tutta contenta del fiore. La
mamma sentendola zitta, riaperse la soffitta e la condusse, perdonata, a
tavola. Col fiore le cose parvero mettersi bene, perchè quando la bimba si
metteva a far capricci il buon odore se ne andava e ne veniva uno cattivo in
suo luogo. Ma, prendendo confidenza anche col fiore, questo incominciò a
puzzare in pianta stabile finchè Bianchina se lo tolse gualcito dal seno e lo
gittò via. Si aprì dunque un terzo periodo di capricci e castighi col solito
pane e aqua e la solita soffitta. Nella quale, trovandosi un giorno e sentendo
gli uccellini lamentarsi delle sue cattiverie e delle pinzette della fata,
questa sopravvenne e le chiese ancora più vivacemente conto de' suoi inutili
doni. E Bianchina raccontò ingenuamente che cosa era successo, aggiungendo per
scusarsi che avendo avuto una infreddatura non era più capace di distinguere se
il fiore sapesse di buono o di cattivo odore. Allora la fata disse: farò
l'ultima prova, e le regalò un sonaglietto d'argento, dicendo: sentirai bene
quando stai per fare qualche capriccio. E il sonaglietto fu davvero miracoloso.
Appena cominciava un capriccio il sonaglino dava un piccolo suono; se il
capriccio continuava, il suono diventava più forte. Bianchina si sentì in
soggezione del campanello. Fors'anche coll'età erasi fatta più ragionevole.
Fatto è, che il sonaglietto a poco a poco cessò di suonare ed essa di fare
capricci e la sua mamma di porla in castigo. Pure, qualche capriccio, piccolo
piccolo, quasi inavvertibile c'era ancora, benchè il campanello non si movesse
quasi più. Ma Bianchina, la cui attenzione sovra sè stessa era diventata
finissima, lo sapeva, e non sapendo come disfarsene interamente supplicò un
giorno la fata di concederle le sue pinzette. Questi le disse la buona fata
sono capricci ben piccoli, indipendenti quasi dalla tua volontà. Dagli altri ti
sei corretta da te stessa. Di questi non si può guarire senza l'ajuto di una
fata. E toltasi di seno la pinzetta magica - tic-tic-tic - le strappò i tre ultimi
capriccetti che le erano rimasti fra i ricci. Bianchina parve allora diventata
l'ottava meraviglia, tanto che si veniva dai più lontani paesi per vederla ed
ammirarla. - Poichè di bambini senza capricci non se ne trovano che nei paesi
delle fate. - 7. I doni dell'Angelo. Gli angioli una volta scendevano in
terra più di frequente che non sogliono ora. Si mutavano di veste ripiegando e
nascondendo le loro candide ali sotto le giubbe o le gonne (poichè non si sa
ancora se gli angioli siano maschi o femmine) però qualche penna usciva loro
per di sotto e in ogni caso il loro viso sempre luminoso e femineo tradiva la
loro origine. E un giorno, Ariel, angelo della [lacuna] sfera celeste,
scese in terra in un paesaggio rurale e travestito da viandante passò di podere
in podere, movendo domande ai coltivatori. E ad uno che stava seminando chiese
dolcemente che seminasse. Il villano che putiva come un caprone rispose, semino corna, in modo
sì arcigno, che l'angelo non potè a meno di dirgli: e corna avrai. Poi passò ad
altro campicello dove un altro contadino piantava semi di zucca. Gli domandò se
fosse ammogliato, se avesse figli. Quello, ruvido pure, non tuttavia scortese
gli rispondeva asciutto e Ariel alla risposta che non aveva figli, gli richiese
se gli sarebbe piaciuto di averne uno. E il villano replicò alzando le spalle,
uno o cento è lo stesso. Al che, Ariel sorridendo, te ne accorgerai. Passò
qualche tempo, i frumenti cominciarono a spuntare e sul campo di Sor Taddeo, il
primo villano, si avvertirono dei pungiglioni rossi uscenti dal suolo e nel
campo di Sor Andrea cominciarono a manifestarsi protuberanze con una lanugine
come di pesca. E i mesi si aggiunsero ai mesi e i pungiglioni crebbero e
diventarono duri, prendendo forma, prima di capretto, poi di bue, poi di
bufalo, mentre nel campo di Sor Andrea le protuberanze aumentarono in
altrettanti capini e ai capini si attaccò un collo, poi un torso, poi delle
gambette. In breve, colla rapidità colla quale sorgono gli sparagi, apparvero
cento rosei puttini maschi e femminuccie, attaccati al suolo per la sola pelle
del tallone. Inenarrabile la sorpresa dei due compari, nel trovarsi Sor Taddeo
possessore di 100 formidabili corni e Sor Andrea papà di 100 bambini. E
ricordarono allora l'augurio dell'ignoto viandante. - Sor Andrea, però, dopo
tutto era un buon uomo. Si sentì toccare il cuore dinanzi a quei graziosi
visetti che dicevano, oè, oè, e non appena vennero a perfetta maturanza, li
staccò colla moglie delicatamente dal suolo e se li portò a casa a carrettate.
Sor Andrea aveva una casa sua ed una certa agiatezza. E lì la domestica mucca
alimentò le cento boccuccie. Ma l'impresa era vasta e Andrea e sua moglie
cominciavano ad impensierirsene, benchè la salute dei bambini fosse buonissima,
e tutti prosperassero fin troppo. Senonchè un giorno che Sor Andrea stava sulla
porta coll'idea fissa di rincontrarsi nel magico viandante, vide proprio costui
che passava, e lo supplicò di consigliarlo su come provvedere a quella numerosa
discendenza. Ariel gli rispose compiacendosi prima della sua grande bontà, e
poi suggerendogli di recarsi da Sor Taddeo e di comperargli tutti i corni della
sua messe, dandone poi uno a ciascun bambino. Sor Andrea aveva troppa
ammirazione pel prodigioso incognito per disobbedirgli. Si recò tosto da Sor
Taddeo che aveva i suoi magazzini riempiuti di corni, non avendone potuto
vender uno a nessun pettinajo, perchè ritenuta merce di provenienza diabolica,
e potè facilmente farsi cedere quelle robe di osso per una cinquantina di lire.
E come gli aveva consigliato l'Angelo ne diede uno a ciascun bambino. - Oh
magia! oh sorpresa! Ogni corno, come quello dell'Abbondanza, si riempì di
balocchi e sotto si rinvennero spalline di generali, mitrie arcivescovili,
borse d'oro, perfino una corona e un triregno. Ogni bambino vi trovò la sua
dote e il suo avvenire. - 8. Le briciole per gli uccellini del buon Dio.
Una mamma e due sue bambine (Edvige di 8 anni ed Elenina di 6, la prima
cattivella, la seconda buonissima). La mamma esce di prima mattina per recarsi
in casa altrui a far servizi e guadagnarsi la vita per sè e le sue bimbe. Torna
a sera tarda alla soffitta. Lascia anche, alla Edvige, calze da fare, e a tutte
e due per cibo un po' di pane e dell'olio in cui intingerlo. Appena uscita la
mamma, Edvige getta calza e ferri e si mette a far dispetti alla piccola
Elenina che raccoglie ferri e calzette, e si mette a lavorare come può. Edvige
mangia anche parte del pane della piccola. Quest'ultima si aquieta la fame col
poco che rimane e le briciole le dà agli uccellini che vengono a picchiettare i
loro beccucci ai vetri dell'abbaino. C'è una imagine della Madonna pinta sul
muro. Elenina raccoglie in cortile un alberello (beviroeu) di vetro, vi mette
del suo olio in cui dovrebbe intingere il pane, forma, con filaccie, una specie
di lucignolo, ed accende un lumino dinanzi la Madonna e prega fervorosamente la
Madre Celeste. Tornando a casa la mamma, Elenina nulla dice dei male
trattamenti della sorella, e delle sue lividure incolpa la sbadataggine propria
e le cadute. Edvige, mostra intanto alla mamma, come lavoro suo, quello della
sorella e ne ha tutte le carezze. Ma la piccola prega sempre. E la Madonna
viene a vederla in sogno, e la conforta e la carezza. Un giorno Edvige in uno
de' suoi malumori batte fortemente Elenina, ma oh meraviglia! il colpo colpisce
lei stessa, lei sola. Ritenta. Nuovo colpo, nuova lividura. Tornata a casa la
mamma, Edvige accusa Elenina. Un altro giorno, questa distribuisce le briciole
del suo pane ad un nugolo di uccellini, i quali poco dopo ritornano portando in
becco, ciascuno, un granello, color giallo dorato, che depongono nelle mani di
Elenina. La mamma lo mostra ad un orefice; è oro del più puro. Edvige racconta
alla mamma che gli uccellini lo portarono ad essa. Distribuite però le sue
briciole agli uccellini, questi portarono ad Edvige altrettanti cacherelli di
topo. Edvige finisce per confessare alla mamma la sua cattiveria e a chiedere
scusa alla sorella. Gli uccellini riempiono di chicchi d'oro il solajo.
L'agiatezza entra nella famiglia. La Madonna sorride dalla sua imagine. - 9. Nonorino.
C'era una volta un bel bimbo, biondo, ricciuto, pieno d'ingegno, che avrebbe
potuto essere l'amore di tutti se non avesse avuto il cattivo vezzo di
rispondere sempre sgarbatamente di no in ogni cosa che gli si offrisse o
chiedesse, anche se gradita da lui. Inutilmente, la mamma lo accarezzava per
persuaderlo a fare diversamente, inutilmente il papà lo castigava. No
era sempre sulla sua bocca, tantochè, in vece di Franchino com'era il suo nome,
veniva chiamato da tutti Nonorino. Un giorno, dopo di avere risposto un
brutto no alla mamma che lo pregava di rimanere in casa, perchè il tempo
minacciava tempesta, scappò in giardino e fuggì attraverso i campi e nei boschi
vicini. Il temporale scoppiò furioso. Lampi, tuoni, saette, fiumi d'aqua,
grandine. Nonorino senza mantello, senza cappello, correndo all'impazzata,
cercando dove salvarsi. E fuggi fuggi, si trovò in una parte della foresta dove
non era mai stato, un luogo che dicevano il sasso delle streghe (descrivere i sassi cupelliformi
della valletta di Rondineto presso Como). Scorse la fenditura di una grotta vi si rifugiò. Faceva
bujo. Fuori, la pioggia scrosciava, e il truono bombava e di tratto in tratto
il riflesso di un lampo illuminava la grotta. Egli tremava e piangeva. E in
fondo alla spelonca, apparve ad un tratto la figura di una donna vestita di
bianco dall'aria buona ma severa che s'avvicina a Nonorino e lo prende per mano
tirandolo con sè. Nonorino vorrebbe dire di no ma la signora bianca lo trae con
forza. E va e va lungo le pareti che sudano freddo si arriva infine ad una
altra grande apertura dove sono accolti dal sole e si trovano in un vasto prato
in mezzo del quale sorge un palazzo di marmo. Non aveva mai visto cosa più
bella. Entrato nel palazzo colla signora, questa dice: tu sei quì, perchè hai
sempre detto di no a chi ti vuol bene. E quì avrai la tua punizione. La donna
bianca lo conduce per le sale del palazzo e lo fa entrare in una bella sala
dove è un pranzo preparato che esala i profumi più appetitosi. Hai appetito?
gli chiede. Nonorino che ne aveva moltissimo, voleva dire di sì ma la lingua
abituata a rispondere diversamente risponde per una forza insuperabile, no. E
allora la signora bianca lo conduce in altra parte ed egli si muove di forza. E
dapertutto le stesse domande, e la identica risposta. Vede un magnifico letto.
Hai sonno? Ne ha volontà immensa. Risponde no. Nel giardino piante che gli
offrono le loro frutta più squisite, zampilli che lo tentano colle aque più pure.
Ed egli sempre no. E intanto piangeva piangeva. Ma la fata era buona,
voleva correggerlo no perderlo. Un giorno mostrò uno specchio a Nonorino. Che
vi desideri vedere? Rispose: la mamma. E vide infatti la mamma vestita di nero.
È vestita di nero - dice la signora bianca - perchè ti ha perduto. Perdono,
mamma, perdono! E la fata: “chiudi gli occhi”, disse. Li chiuse, ma riapertili
subito si trovò nella sua camera, nel suo lettuccio, con la mamma chinata su di
lui a baciarlo. Seppe poi che erano passate solo poche ore dalla sua scappata.
Era stato ritrovato nel bosco, sulla soglia della spelonca. Ma promise e giurò
alla mamma, che dopo quanto gli era capitato, non le avrebbe mai più risposto
che sì. - 10. Uomo allegro il ciel l'ajuta. C'era una famiglia, composta
di un padre vecchio di 9[0] anni e di 25 figlioli, dai 20 ai 50 anni.
Ventiquattro di questi figli oltre il padre erano di carattere sempre
arrovesciato e moroso e pareva che il loro naso aguzzo, volto all'ingiù,
minacciasse malanni a tutto il mondo, solo il figliolo minore era ilare e il
suo nasetto volgeva all'insù. La famiglia era perciò sopranominata “dei
nasoni”, meno il minore che era chiamato Allegria. Ma questo ultimo figliolo,
roseo di pelle e limpido negli occhi cerulei faceva pietà in mezzo di quella
gente muffa. Bisognava vederlo a tavola. Ogni suo tratto di spirito, ogni suo
motto gajo era accolto con un grugnito dal fratelli. Finalmente il vecchio
padre morì e i fratelli si divisero il piccolo peculio. Fatte 25 parti della
limitatissima torta, ne rimase a ciascuno una fetta ben insignificante.
Allegria disse subito ai fratelli: tenetevi pure la parte mia; io farò fortuna
girando il mondo: con voi, morirei di malinconia. E si partì portandosi seco
soltanto, al collo, il ritrattino della sua mamma, donna di buon umore come lui
ed anima generosa. I fratelli lo lasciarono naturalmente partir volontieri, e
rimasero nella loro musoneria. E va e va dopo tre giorni di cammino, Allegria
mangiando a' suoi pasti pane e formaggio e dissetandosi alle fonti giunse ad un
paesello presso il quale si ergeva un castello in rovina. Chiesto dove poteva
trovare alloggio, gli si rispose “il castello” se ne avesse avuto il cuore,
essendo fama che fosse abitato dagli spiriti. Ma siccome Allegria non si era
mai domandato che cosa fosse il coraggio salì francamente la strada che menava
al castello e vi entrò facilmente, perchè la porta era giù dai cardini. E
perchè la notte non era arrivata, si pose a girare, curiosando, di sala in
sala. Tutto, a cominciare dai muri, in disordine. L'aqua che vi era piovuta da
lunghi anni dai tetti e dai soffitti vi aveva fatte marcire e cadere le
tappezzerie: il vento che vi era sempre entrato liberamente, buttati giù i
vetri e le imposte: i topi ed il tarlo, bucati e sfondati i mobili ecc.
Allegria scelse la sua stanza da letto dov'era un lettone a colonne di legno.
Non c'erano coperte, nè caminetto, ma la luna poteva entrare liberamente dalle
finestre senza serramenti. Allegria si svegliò machinalmente e nel lume lunare
che entrava senza risparmio scorse come serpeggiare un movimento nei mobili
della ampia stanza. In pari tempo si udì una musica da ballo, in sordina, come
proveniente da una spinetta chiusa. Sedette sul letto e scorse un seggiolone
venire nel mezzo e chinarsi dinanzi ad una poltrona che gli viene incontro. Le
due sedie si accoppiano e si mettono a ballare: poi altre due le imitano, e
così fanno tutti i mobili della sala. La danza si fa sempre più vivace e
accelerata. Una sola rimane immobile: una vecchia poltrona a braccioli, coperta
di seta verde smontata vicino al suo letto. Sopra il dossale
era scolpita in legno una faccetta di nonna che pareva sospirasse e dicesse “chi si ricorda di me?” Allegria saltò giù dal letto, e,
sempre buono e gentile, ne prende un braccio e la invita a ballare. La faccetta
accenna di sì e le sue labbra si muovono a un grazie. Allegria balla di lena
colla vecchia poltrona e le sussurra gentilezze. Cessa la musica e gli scranni riconducono
le seggiole al loro posto. Ma la poltrona verde mormora ad Allegria, “attendi che ti debbo parlare”. E gli racconta che dugento
anni prima in quella casa dimorava una gaja
famiglia di ragazze e giovinotti che amava sovratutto di fare
all'amore e di danzare. Uno dopo l'altro morirono tutti e
l'anima di ciascuno entrò nel purgatorio
di un mobile. Avevano chiesto al Signore di ballare anche dopo morti. Così,
tutte le notti, salvo la settimana santa, ballano - attenuante
al purgatorio. Senonchè la vecchia padrona di casa,
la cui anima si rifugia nella poltrona di seta verde smontato non è mai chiesta
a
ballare da nessuno. E nessuno dei forastieri
che capitano nel castello ha la cortesia di ricordarsi di lei. Donde la gragnuola
di bastonate, invisibili ma pure dolorose, che si scaraventano sui forastieri e la fama dei cattivi
spiriti che abitano il castello. Ma Allegria col suo buon umore e la sua
cortesia ha rotto l'incanto e domani tutte le anime liberate dal purgatorio dei
mobili saliranno alle danze celesti. E
la vecchia prigioniera della poltrona verde salirà anche lei, ma prima vuol lasciare un ricordo ad Allegria e gli dice “aprimi il ventre”.
Allegria si rifiuta, si scusa. Ma la sua ballerina insiste ed egli finisce a tagliarle i
cuscini e i braccioli imbottiti trovando in essi un grosso mucchio di monete
d'oro. Con queste, Allegria compera il castello e i terreni circostanti e
diventa ricco. Torna a casa: trova i fratelli in miseria e in litigio, li
sovviene, li pacifica, si sposa la sua innamorata, ha molti figlioli e vive con
essi gli anni di Matusalemme - 11. La buona bambina di pasta frolla. cf. Con Cinbichetti, fiaba 1a. Quel giorno il Sig. Galbusera,
pasticciere all'insegna del croccante reale, premiato più volte, dopo di avere
lungamente meditato dinanzi a un tavolo di marmo, coperto di pastafrolla appena
rullata, pensò di creare come il buon Dio, non un esse, nè nuove stelle, nè un
bastoncino, ma una bambina minuscola. E colla mano maestra cavò infatti dalla
molle pasta la più graziosa pupazzetta che fosse mai uscita da uova e farina,
zucchero e sputa. La pupazzetta troneggia nella vetrina e tutti i bimbi del
quartiere le si affollano dinanzi, Nandino il figlio del parucchiere, che
possiede 50 centesimi tutti suoi, entra nel negozio del Sig. Galbusera
chiedendogli di aquistare il suo capolavoro. Teme che gli si domandi chissà
quale prezzo. Ma non sono che 50 centesimi. È tutto il suo patrimonio, ma
Nandino lo sacrifica volentieri, ed esce trionfante colla pupazzetta incartata
in carta bianca e legata con nastrino rosa. A casa, guarda la bimba tra
l'appetito e l'amore. Ma la bimba sembra aprire la boccuccia e, guardandolo con
occhio di uva di Corinto, dirgli: sono appena fatta: lasciami vivere. Ti vorrò
tanto bene. - Nandino, nonostante la gola, la lascia vivere. E la pupazzina,
per molto tempo riposta nel suo cassettone, gli parla, gli dà buoni consigli, tantochè Nandino,
da sventatello e infingardo diventa buono
ed attivo. Un giorno però, dopo cinque o sei mesi, aprendo il cassettone, un
odore più sollecitante del solito gli titilla le nari
e gli fà risvegliare la gola. Combatte, ma
finisce col cedere alla tentazione, mangiando antropofagamente
il capo della bambina. Grida di questa. Ma Nandino
è punito della sua ingratitudine. S'ammala e va in fine di vita. La pastafrolla
rafferma gli aveva fatto indigestione. Senonchè, all'ultimo,
gli appare in sogno la bambina divorata e dice che gli ha perdonato purchè gli prometta di seguire i suoi consigli e di non
mangiare più pasta frolla rafferma. - 12. Il prato degli asini. Cercare di ricordarsela -
5752.
Parole per musica. = I° T'amo! alfin del
dolce accento - mi fu fatto carità. - Frena, o core, il tuo contento -
sembra amore ed è pietà - Ma, stringendomi al suo petto - Ella, “t'amo” dice ancor - Sia
l'inganno benedetto - La pietade è anch'essa
amor = 2° Non te lo dissi mai - nè mai me lo dicesti -
ma che t'adoro, sai - e che tu m'ami, io so = Nè mai te lo dirò - nè tu lo dirai mai - ma sempre sentirai -
quello che io sento, amor =
l'anima mia è di un metal sifatto
- che vibra ad un sospiro e dà lamenti - e
splende ad un sorriso, come sol.
5753. - 1904-05 -
Aumentando il “furore” per gli automobili,
cagione di frequenti disgrazie e massacri di chi li guidava (solitamente della
classe ricca) il popolo milanese chiamava gli
automobili “i mazzasciori”.
5754.
Nei conti della famiglia Borri, una fra le più nobili di Corbetta, andata poi al disotto, ora estinta, si legge in
data 1816 (conto dello speziale) “per
dato un clistere
alla Signora Contessa”, e in pari data (conto del
falegname) “per aver fatto il coperchio al comodo
delle popole Borri”.
5755.
Nella notte dall'1
al 2 giugno 1902,
dopo che l'orologio del campanile di Corbetta
aveva sonato le 3¼ il campanile (stato recentemente sopralzato a straordinaria altezza) si sfasciò alla
altezza della parte vecchia, cedendo,
sedendo su sè stesso. Fece come un canocchiale che si ritira dentro sè.
Fu un rumore come di cento carri rovesciati, al quale
ne successe un altro quasi eguale, per una parte
della chiesa che parimenti si sfasciò. Nessuna disgrazia di persone. Notte
limpida e chiaro di luna (I° quarto). Alla mattina del 2 giunsero i costruttori, architetto Perrone e capomastro Gadola. Nel momento stesso in cui il campanile cadeva, Perrone a Milano in casa e nel letto suo si svegliò di soprasalto,
mentalmente pensando “cadde
il campanile di Corbetta”, poi riaddormentossi, e quando la mattina appresso fu svegliato,
perchè [lacuna] era venuto da Corbetta per annunciargli il fatto,
disse a questo prima che parlasse, so che cosa veniste per dirmi. Caso di
telepatia. - L'idea che il campanile stesse per cadere, era pur fissa in me, e coricandomi
la sera dell'1,
aspettavo, non so perchè, il fragore della rovina.
5756.
In molte località di origine antica, dura la tradizione di tesori nascosti.
Anche in Corbetta (Cellae
concannianae e poi Curia picta)
un tesoro si troverebbe presso il Pozzo vecchio o pozzo bianco (dove?) e Giuseppe Mussi, già deputato e senatore,
sindaco di Milano, uomo che possedeva molti libri e aveva letto molti frontispizi, “bottega
de pattee”, come lo chiamava il cugino suo
Francesco, citava il seguente passo latino, tolto secondo il Mussi dal cronista Prato: thesaurum apud
Puteum blancum seu campanam argenteam, auro
repletam. Si noti però che il Prato è
scritto in italiano e non in latino e che non vi si trova cenno neppure lontano
di tesoro in Corbetta.
5757.
Tale prete diceva sempre a chi lo invitava, sovente, a pranzo, “non s'incomodi troppo. Io mi accontento di quello che
c'è. A me basta il piatto di buona cera!”
Allora l'anfitrione fece
preparare un piatto con su dipinto a fuoco un faccione allegro e di buona cera
e quando il prete capitò da lui per pranzare, gli pose dinanzi il piatto vuoto senz'altro, dicendogli “eccovi
accontentato, col piatto che più desiderate”.
5758.
Agli edifici è prescritto dalla natura de' loro materiali e dalla data della
loro iniziale costruzione un limite di vita come agli uomini. Ed è entro quel
limite, che può ben essere prolungato con qualche cura ricostituente fatta a
tempo, ma non scongiurato, che debbono soccombere. A questa più che ad altra
cagione è da attribuire la contemporaneità
della morte di parecchi edifici, specialmente campanili, che hanno una data
d'origine approssimativamente eguale, come fu dei campanili di Corbetta e di Venezia,
caduti a poca distanza di tempo.
5759.
Ingegni precoci. Ettore Perrone di 11 anni (1902), nipote dell'architetto
Luigi, figlio di altro uomo d'ingegno, e di una siciliana, tipo arabo, di
temperamento matematico. Dimostra con frasi
scientifiche che la testa cammina più dei piedi, essendo la testa più lontana
dal centro della terra che non i piedi. Dice anche non esser vero che l'occhio
del bue, vedendo l'uomo più grande di quello che veramente è, crede l'uomo più
grande e ne ha paura, perchè ammessa la più grande
apparenza nell'apparato visivo, vede anche sè stesso e
i suoi simili maggiori di quello che sono, quindi tutto rimane nella relativa
apparenza di grandezza, nè l'uomo diventa più grande del bue, nè questo diminuisce di grandezza.
5760. Nel maggio 1889, feci un viaggio
con Crispi in Germania al seguito del Re. Presi
delle note, che smarrii in parte, non rimanendone che alcuni frammenti a
matita. Partiti il 19 maggio, traversando la
Svizzera, da Chiasso. In alcune stazioni, accoglienza cordiale: in altre
sospettosa. I gendarmi gravi ma con tenuta poco
militare. Chiamati dal popolino ammazzalucerte - Göschenen.
Compagnia d'onore; bella tenuta, ma faccie da guiba.
Il comandante nel momento in cui il Re Umberto passa
in rivista la compagnia, dice a voce alta “Je suis commandant corps d'honneur”.
Occhiata terribile del presidente della Confederazione che camminava a fianco
del re e dice “je vous infligerai
15 jours
de prison”. Il re, saputo poi che il
presidente aveva detto ciò non per burla, gli telegrafa dalla Germania
intercedendo in favore del comandante. - A Basilea, si presenta un generale con
due mazzi di fiori. 20
maggio. Si entra in Germania. Prima e generale impressione di pompa e
disciplina. I soldati, allineati,
ricordano le file dei soldatini di stagno. I tedeschi, anche se non
militari fanno tutto come se irregimentati ed impiegando tre,
quattro volte più muscoli di quanto occorrerebbe. Marciano lanciando innanzi i
piedi come se volessero gettar via le scarpe od i piedi, e battendo
rumorosamente i tacchi. Suonano fragorosamente, selvaggiamente la marcia reale
d'Italia come se picchiassero incudini. La marcia, già tanto brutta, diventa
orribile. Nella loro banda esiste ancora il tamtam
coi campanelli e lo stridulo piffero che predomina sugli altri strumenti. Sono
sempre i barbari invasori che calano con Attila
e Uraja. Del resto, bellissima gente. La folla,
essa pure reggimentata.
Saluta i sovrani con tre hoch, poi zitta e immobile.
Differenza fra Italia e Germania. Nella prima, tutti comandano, nella seconda tutti obbediscono…
5761.
Tale che aveva l'abitudine della sbornia, diceva, quando ben bevuto passeggiava
a sghembo le strade “Ah gli architetti del giorno fanno tutte storte le strade”.
5762.
Fra le bestie più feroci e crudeli, non parebbe
che una è… il coniglio. Ne studiai uno, ferocissimo, a Corbetta. Non lasciava mangiare il suo compagno di
gabbia. Questo poverino, mezzo affamato, quando
allungava lo zampino a qualche briciola di
cavolo, l'altro lo investiva, gli strappava il cibo e lo faceva fuggire. La
vittima con il pelo lacero, temeva persino lo sguardo del suo persecutore. Finì
cogli occhi strappati e il ventre forato ad unghiate. Non c'è furore che
eguagli quello di un pauroso al potere.
5763.
Di molte cose pare che non si possa far senza: poi quando si perdono o loro si
rinuncia, ci accorgiamo che si può far senza benissimo anche di esse. E così
dovrebbe essere anche per la vita che sembra, a chi la possiede,
indispensabile.
5764. Il socialismo ha finalmente
trionfato. Tutti i seggi parlamentari sono occupati da socialisti salvo una infinitesimale minoranza. L'individualità
umana ha cessato di esistere. I Re hanno rinunciato alle loro corone. Si è
proclamato la costituente socialistica e si discutono gli
articoli del nuovo Statuto. Stabilita, consacrata l'assoluta e perfetta
eguaglianza tra gli uomini, tutti gli articoli di quello Statuto mirano a
combattere il riprodursi di qualsiasi individualità ed eccezione. Queste sono
confiscate a prò della universalità. Appena
qualcuno nasca con qualche rara virtù, questi è
sequestrato dal resto dei cittadini, è nutrito a spese dello stato, ma deve dar
tutto allo stato. Il genio sarà obbligato a pensare, a far scoperte pel bene di tutti, non potrà farsi un patrimonio a sè e neppure una famiglia. Le più belle cittadine
generose saranno tenute a concedergli i loro favori, a tempo e luogo e secondo
le prescrizioni mediche: così saranno alimentati igienicamente a spese della
comunità, alla quale dovranno tutto… L'eguaglianza sarà sopratutto
basata, non sull'ottimo, ma sul pessimo ecc. -
Farne un capitolo pel L.d.B. Il tema che va
molto pensato e sviluppato.
5765.
Un libro curioso sarebbe quello in cui si raccogliessero le castronerie
della gente dotta a cominciare da quelle di Cesare Cantù,
segnalate in molta parte da Bianchi Giovini
e da Carlo Cattaneo
(vedi sparsim). Cantù
saccheggia come ladro e non come conquistatore da ogni parte. 7 od 8 pagine
della Encyclopédie catholique costituiscono la prefazione della sua
Storia Universale, ma gli spropositi sono specialmente del Cantù, benchè poi scomparissero nella
seconda edizione. Dal suo canto, Ignazio Cantù, il fratel degno, è celebre per le sue traduzioni e
riduzioni spropositate. V. p. es. i
cavalieri di Portogladio (porteglaive),
fece combattere Ezio
nei piani della Catalogna, scrisse
che il pittore francese Il Sudore (Le Sueur)
era negro ecc. G. B. Carta che tradusse e pubblicò un
libro di storia naturale, in una orazione pronunciata a Milano nel I° congresso
dei dotti, disse ch'egli era solo -
solo come un rettile nella sua chiocciola - Porro,
preside della Università di Torino, in un libro da lui scritto pei fanciulli, definiva l'ippopotamo “cavallo di mare e grosso pesce”, e chiamava il fegato “frittura”
- Schiapparelli, geografo,
insegnava che la terra è attraversata da masse di ferro. Don Margotti,
giornalista dell'Armonia (gazzetta
cattolica), stampava che sul campo di battaglia era improvvisamente capitato il
generale Tagbefehl (ordine del giorno) ecc.
5766.
Quando lo scultore Giuseppe Grandi, per guarire il suo leone vivo che teneva in
gabbia e serviva da modello pel suo
monumento delle 5 giornate (il leoncino avea fatto
una indigestione e soffriva di stitichezza), si decise a somministrargli un clistere, aspettò il momento in cui
gli volgesse il deretano e profittandone gli infilò d'improvviso la canna dei serviziale,
esclamando “Ah tu sei il re delle foreste!? Ciappa”.
5767.
Descrizione burlesca del sorger del sole. - Il nero
cominciò a diminuire. Poi arrossò, l'infiammazione aumentava: poi ingiallì. E il giallore diventando più chiaro, ad un tratto si aprì
in una macchia rossa di sangue. È un bubone che scoppia? No, è il sole che
sorge.
5768.
Franco il passo, il guardo, il cuore.
5769.
Non spandere aqua. - Dice il cartel “vietato
- è quì spandere aqua” - E il pisciator sorpreso - in flagrante
reato - “aqua non è ma piscia”.
5770.
[rasura] In generale la donna, è la genitrice e la
perpetua mantenitrice della umanità. Dicono alcuni,
che conserva anche e fomenta la vita intellettuale e che il capo del genio si conflagra spesso nel grembo della donna, [seguono
13 righe abrase].
5771.
Le frutta e i legumi, una volta marci, si gettano nel letamajo:
gli uomini, guasti e infraciditi, si mandano al Senato del
Regno.
5772.
Nella mia vita, ebbi parecchie volte periodi di esaurimento, e frequentemente
momenti di assenze cerebrali. Frugo nella memoria. A parte la difficoltà grande
di impadronirmi dei pensieri, e lo stento dello esprimermi, il primo lungo
periodo di esaurimento lo ebbi a' 17 anni. Per due mesi stetti chiuso nella mia
camera quasi senza toccar cibo. Il pensiero mi girava intorno al cervello,
senza, per così dire, entrarci. Per forza mia madre mi salvò, facendomi
viaggiare in Italia. A Venezia nel 1866 ebbi anche uno svenimento in gondola,
direi soffersi uno svenimento se invece non
mi fosse parsa cosa dolcissima. Mi rifeci colla cura idroterapica di Andorno. Il secondo lungo periodo di
esaurimento mi ritornò, a 33 anni, nel 1882 dopo la morte di mia madre. I miei
spiriti vitali stettero un istante per evanescere
in tenues auras. Il dr. Cardarelli
e Durante, mi rimisero in piedi. In quel periodo, l'eccitazione intellettuale
era molta, ma nulla la facoltà esplicativa. Dopo debbo arrivare al 1892 alla mia missione in Colombia, per conoscere una
breve ma forte assenza cerebrale. Una mattina, a Bogotà, a letto, cercavo di
dire l'ora che leggevo nell'orologio e ne dicevo un'altra. E più mi sforzavo, e più mi impacciavo, sinchè
vinto mi taqui. Manrique dottore colombiano l'attribuì ad una
transitoria paresi reumatica. La seconda assenza nel 1894 a Comeno, effetto del surmenage
intellettuale di Roma. La terza (con straparlio) al Dosso nel 1905. La
quarta nel 1906 in marzo sui campi della Faustina dove mi ero recato pei miei
scavi archeologici. Questa però più forte
delle altre. Colazione frettolosa: poi al sole - accoccolato.
Comincia formicolio nelle dita e perdita della sensibilità; poi friggio nel sangue - velo e caligine all'occhio
sano - e straparlio insistente. A casa, mi corico -
e mi rimetto a poco a poco - In tutti questi anni, specialmente negli ultimi,
il lavoro cerebrale mi si fa assai più lento. Senza che raggiunga lo stato
della allucinazione, della dormiveglia che talora è così propizio alla
generazione delle idee, vivo e penso con una mezza coscienza, sempre colla
preoccupazione e nell'attesa di perderla intera. Il
dr.
Trazzi attribuisce questi fatti a
disturbi di stomaco - il dr. Corneo
ad arterio sclerosi -Vedi nella cart. 1 dell'Epistolario
le note col titolo di “salutomania”, di dove
si possono cavare dati utili a chiarire questo tema in ciò che mi riguarda.
5773. (1906) Il mio figlioletto Franco di 13 anni dà sempre nuove prove
del suo vividissimo ingegno. In questi ultimi tempi, parlandosi di nobiltà
mostrò di avere su di essa un concetto ben meschino. E disse: che cosa sono
infine questi titoli di conti, di marchesi ecc.! Sono
quelli, che pei nostri contadini di Corbetta sono i sopranomi, come pioggiatt,
mascherpa, còdega,
sotterroo
ecc. ecc.
5774.
Dizione corbettina. Di chi è malato di cosa
che non si sa, neppure da lui, si dice “el
gha
la malatia
del pet-cavra” -
5775.
Cletto Arrighi,
morì nell'ospedale a pagamento di S. Vittore, il 3 novembre 1906 (Casa di S. Giuseppe) a ore 17½.
Qualche giornale parlò di lui. Negli ultimi tempi era decadutissimo.
Carlo Dossi lo soccorse parecchie volte. Una volta svenne in piazza della
Scala. Raccolto e trasportato all'ospedale maggiore
e facendosegli
coraggio e incoraggiandolo a non aver paura - rispose che non ne avea mai avuto, che era stato soldato, che avea avuto 5 duelli. Un cappellone
cialtrone lo insultò chiamandolo reduce
dalle patrie bottiglie - Qualche giorno prima di morire - desiderò di avere
un giovane che gli leggesse. Trovatogli il giovane, volle gli leggesse la Divina
Comedia, e Righetti
si entusiasmò.
5776.
Iscrizione sulla cantina dei monaci nel Convento di S. Giovanni Laterano in Milano, Inter alios hoc unum est necessarium - Sulla porta di entrata
nel convento di Voltorre: ingrediere
onustus non onerosus
amicus.
5777. - 22 nov. 1906. Da Vittore
Grubicy. Mi mostra un aquarello
di T. Cremona, da lui riaquistato dagli eredi del Sig. Forbes, che l'aveva comperato vivente Tranquillo. L'avrebbe ceduto a certo
Della Torre, parente di Giulio Pisa.
È l'aquarello intitolato Le curiose. Mi
mostra anche tre quadretti ad olio di piccoli paesaggi di Cremona. Li aquistò, per
mezzo di certo Tettamanti,
a Roma, da un signore che li aveva avuti da Tranquillo. Erano prima quattro, un
bosco per cui passa una processione col viatico, un
paesaggio con caprette
e una contadina,… Aggiunge che quando vede dipinti di Tranquillo, sente nel suo
cuore come un carillon che sonasse. Mi
mostra anche in due esemplari due aquarelli del Silenzio amoroso,
I° progetto, in cui è già architettato anche il secondo. Si vede che il quadro
era già stato trovato anche prima della apparizione della famiglia dei modelli,
Cagnoli, cioè dell'Esther e del
fratello della moglie - Mi mostra poi un abbozzo di Segantini,
che rappresenta il pittore, morto, nudo colla moglie che lo piange. Un altro consimile abbozzo lo aveva fatto,
rappresentante un guerriero morto, colle sue armi appese. La moglie volle che
lo dipingesse con capelli gialli per attenuare la figura del cadavere.
5778. Quando considero il mio
proprio io, l'intima coscienza, parmi
che questa debba essere eterna, senza diminuzione: se invece guardo la
personalità esterna, la memoria mi ricorda che ho avuto un principio, e quante
cause mi si affacciano di continuo, d'imminente disfacimento!
5779. Carlotta,
da bimba, in monastero aveva udito che dopo la comunione ci si sentiva più
leggeri, più aerei, e si sentiva correre un fresco per tutto lo stomaco. E
avendo detto ciò alla maestra, questa portò subito la bimba in refettorio e le
fece prendere subito in gran premura una tazza di cioccolata - Lia Marozzi,
di 9 anni, confessò di aver fatto adulterio. Naturalmente il confessore non le
credette. Lei credeva che l'aver fatto adulterio era di essersi gettata su un
canapè colle sottane in aria, perchè il catechismo, alla parola “adulterio”, la spiegava dicendo: far
cose indecenti.
5780.
Leggo un libro di Camillo
Flammarion sull'ignoto
e i problemi dell'anima, ricchissimo di casi di
telepatia, i quali mi ricordano alcuni capitati ad alcuni miei conoscenti e
specialmente alla famiglia del mio amico Catalani
V. 5597. A. Cassandra Musurus, che fu
poi moglie di Tomaso Catalani, mentre
ancora giovinetta di 14 anni, era a Londra
in casa del padre suo, l'ambasciatore Musurus, una
notte, dormendo, verso le due o tre della mattina, vide la madre sua, bella
signora di una cinquantina di anni, distesa su un letto in grande toeletta
di ballo, in un gran salone, che la benediva, e
pareva morta in quel momento. E la figliola piangeva disperatamente sì da far
svegliare la sorella minore che dormiva nella stessa stanza e che inutilmente
cercò di consolarla.
Verso mattina una cameriera battè all'uscio, e le portò la notizia che
nella notte ad un gran ballo che s'era dato a Corte era infatti morta
improvvisamente la signora Musurus salendo, a braccio del
granduca di Hess, lo scalone.
Musurus
pascià le tagliò colla sciabola il
busto e fu distesa su un materasso nell'anticamera (1867) - B. La istessa
signora Cassandra Musurus, maritata a Catalani, essendo il marito a Londra, sognò del
fratello che si trovava a Roma e che le annunciò di essersi salvato
miracolosamente da una malattia mortale. Si recò la mattina appresso all'ambasciata
turca e sentì riconfermata la notizia del fratello.
- C. Tomaso
Catalani,
tornato a Costantinopoli, dopo la missione che
aveva avuta da Crispi a Londra, raccontò una mattina
alla moglie di aver visto nella notte suo padre in sogno, nel lenzuolo funebre,
che gli preannunciava la morte e lo avvertiva che nulla gliela
avrebbe risparmiata. Difatti
tre giorni dopo morì, pare per angina pectoris. - D.
Cassandra
Catalani, trovandosi qualche anno
dopo a Palermo presso suo cognato, sognò di suo figlio che la avvertiva d'aver
un principio di mal d'occhi, e che questo lo avrebbe presto tormentato. Il che
avvenne.
5781.
Uno fra i libri che mi fecero più impressione e che mi consolarono nell'intimo dell'animo, e che mi parve vero o
molto prossimo alla verità, è di Vittorio Girard,
stampato a Parigi, (Perrin e C. 35 Grands Augustins). Non
ne conosco la data della pubblicazione. Vorrei, traendolo dalle mie memorie già
notate sulla carta e dal cervello, aggiungervi un commento, che potrebbe essere
utilissimo per me [e] per gli altri. Il tema fu anche trattato da
certo Giovanni Francesco Bartolini nel 1780 (Stamperia bonducciana) sotto il titolo “Della
rinnovazione de' cieli e della terra e de' suoi abitatori - libri tre”, ma tutto a citazioni bibliche ecc. V. anche Dean, Vicar
of
Middleton (1768), Saggio sulla vita futura
degli animali [… ].
5782.
Ricordo con mia moglie due casi che si ebbero nella sua vita che hanno
attinenza con apparizioni o sogni. Per mio conto, non ne posso
annoverare, almeno sinora, uno solo. Il primo le avvenne
in Colombia, nel primo anno del nostro matrimonio. Era a Bogotà, nella sua
stanza da letto, verso mattina. Ci era giunta la notizia della morte di suo zio
Francesco, che l'avea lasciata erede universale.
Sentì sollevarsi per tre volte le coperte dal letto come se vi passasse sotto
un soffio freddo, poi le coperte ricadere: nulla vide nè udì. Giunta
poi nel 1893 in Italia e a Milano (luglio), nella camera da letto dello zio
sognò dello zio Francesco. Lo vide sorgere presso la poltrona a capo il letto e
moversi lentamente colla sua andatura stanca. Lo
salutò chiedendogli come stesse. Rispose: bene, proprio bene… Carlotta si sentiva pressata a
parlargli. E gli disse, e di me sei contento? - Rispose: sì,
sono proprio contento - e si sciolse e sparì.
5783.
Ho 58 anni (e ne avrò 59 al 27 marzo) e sono in un continuo peggioramento. La
lenta e quasi nativa nevrastenia, alternata
da esaurimento cerebrale e da larvati
colpi apopletici, m'ha condotto alla quasi
imbecillità. Tra poco, forse questione d'anni o di mesi, mi dissiperò, e ridarò
le mie spoglie alla terra, speriamo per
una rinnovazione, e per riprendere la mia vita, sott'altre
forme, e completare le precedenti esistenze. Questa volta ero venuto al mondo
chiamato “terra” con una buona dote, ma gli
avvenimenti non mi furono favorevolissimi, o forse non ebbi sufficiente virtù
di domarli al mio servizio. - Ero nato alle lettere, alle
scienze specialmente archeologiche, ma non ebbi il
coraggio di tendere ad un unico scopo l'arco della mia mente. Chi leggerà
attentamente queste mie note potrà raccogliere una messe vasta di pensieri in
germe, e profittare di alcuni. - Io cominciai a morire colla morte di alcuni
illustri amici e che io reputo sempre grandissimi.
Paolo Gorini, Giuseppe Rovani,
Tranquillo Cremona, Giuseppe
Grandi… Anche Luigi Perelli amico mio, morendo (1900), portò con sè parte dell'anima mia. - Molte grandi, molte belle cose
disegnai, molte abbozzai, nessuna ho compiuta. Prego mia moglie, prego mio
figlio e le mie figliole di completarmi. Alla villa chiamata il Dosso Pisani, è affidata la mia memoria.
Vorrei (naturalmente
con quei temperamenti economici e di tempo che la cosa richiede) che la
compissero, cominciando dalle epigrafi che sono
preparate e si trovano nei cassetti del mio scrittojo
e che vanno scolpite sulle colonne di marmo. I portici dovranno essere anche
decorati dal monumento pei tre artisti -
Carlo Dossi - Luigi Perrone e Luigi Conconi, e così dalla lapide a mio nonno, Carlo Pisani Dossi. Sul gran terrazzo dovrà
sorgere il gruppo delle tre arti. Se il mio Franco diventerà, come gli auguro,
un buon artista in scultura, potrà decorarlo colle statue de' più grandi
italiani, specialmente scegliendo quelli che oltre di avere merito grandissimo
non furono raccomandati alla posterità da una degna fama in vita, come Gorini, Marzolo, Rovani etc.
5784. Il 16 febbraio 1907 - ore 1,28
della mattina, morì in Bologna nella casa a lui donata dalla Regina Margherita Giosue Carducci
- di un attacco d'influenza, che però avea trovato un
corpo già esaurito (fin dal 1884) pel
molto lavoro, per congestioni cerebrali parziali. - Era nato il 27 luglio 1835
-
5785.
Non posso prevedere se, prima di morire, avrò potuto compiere la capella gentilizia pe' miei morti nel cimitero di Corbetta per la quale, a tutt'oggi,
ho aquistato l'arca, e ho fatto preparare il
disegno dall'architetto Luigi Perrone, marito di mia nipote Ida Pisani
Dossi, ma in ogni caso, raccomando il suo compimento a mia moglie e a' miei
figli. Deve poter raccogliere, oltre le mie spoglie e quelle di mia moglie, le
spoglie di mia madre che riposano a Campo Verano
di Roma in tomba perpetua (V. per le carte nella Cart. B.
dell'archivio
di famiglia, e le spoglie devono essere richiamate di Roma, avvertendo che mia
madre desiderava che fossero cremate) e così le spoglie di mio padre, già in
vaso di cristallo nel crematojo di Milano, quelle di mia cognata
moglie di mio fratello Guido, sepelite
nel cimitero di Fornovo, quelle del detto mio fratello in bara di piombo
nel cimitero di Ancona (V. cart.
D dell'archivio
di famiglia). Se mi avanzasse del tempo, si
potrebbe tentare ricerche per i resti di mia nonna (Luigia Milesi
Pisani Dossi) sepelita
in un cimitero di Milano (morì in parochia di San Francesco di Paola
nel [lacuna]) e di mio nonno (Carlo Pisani
Dossi) che morì a Milano in via Zecca Vecchia n. 6,
casa Borsani, nel 1852: così anche i resti di Gelasio Pisani
Dossi padre di don Carlo che dovrebbero trovarsi non so se a Broni o Stradella
dove morì e degli altri antichi parenti (Vedi nelle cart.
dell'archivio
di famiglia dalla Cart. A).
5786.
La morte di G. Carducci
mi fa risovvenire quella di Giuseppe Rovani. Carducci
si spegne, nella sua massima gloria, da tutti riconosciuta -
con onori, pensioni, applausi. Rovani
in perfetta bolletta, sprezzato… E Rovani non è certo minore di Carducci, anzi, considerando i tempi
infelici, è qualche cosa di più. La fede che noi
abbiamo nella giustizia divina, ci conduce quindi a credere che l'avvenire di Rovani non è ancora giudicato e
otterrà il suo meritato guiderdone come già ebbero molti
sommi prima di lui, trattati in principio sconoscentemente
dalla posterità.
5787.
Alle 1½ ant. del 19 febbrajo, morì in Milano, via Circo, Casa Biandrà, la nostra buona amica Maddalena Campione, già dama di compagnia di mia moglie Carlotta, che tanto contribuì al nostro matrimonio
insieme a mia zia Elisa Marozzi
maritata Quinterio, e ci accompagnò in Colombia. Avea 75 anni. Molto sofferse,
essendogli stata tagliata una mano, divorata dal cancro. Temeva una agonia
spasmodica, finì invece placidamente. Sarà domani trasportata a Como e sepelita
nel cimitero montano di Lemna.
5788.
Fra qualche giorno si celebrerà il 25 anniversario della nascita del giornale
settimanale il Guerin Meschino, da me inaugurato con lettera che servì di programma.
Molti amici si riuniscono a festeggiarlo. Nessuno si ricordò del mio nome. Il
Pozza direttore, senza più ricordare, ch'egli non più
restituì neppure il disegno di Tranquillo da me prestatogli sub conditione di restituirmelo: e che si mostrò
ingrato verso mio fratello Guido, della cui casa e del cui ingegno fu amico
ladro, e lo abbandonò completamente, quando in miseria, mostra come sia
meritevole di tutto il mio disprezzo.
5789.
Parlo con Conconi
del motto pel camino della cucina del Dosso che
non riuscivo a trovare adatto. Disse: potresti mettere a similitudine
del cave canem,
del pavimento a Pompei - “cave gatum!” ricordando le devastazioni
dei gatti in cucina. E io porrò “cave felem!”
-
5790.
Conconi mi racconta del pittore Bertini, figlio del noto Pompeo, il
quale dice “sono uomo robusto perchè
mia madre è di Rhò e mio padre di Busto”. Pieno di debiti e sempre assediato dai creditori egli ha imaginato di comperarsi
una tigre, che gli costerà sempre meno della quantità de' suoi debiti. La
chiuderebbe in una stanza con porte senza maniglie all'interno,
e fuori farebbe scrivere cassa. Quando gli si presenteranno creditori, cosa
molto frequente, dopo aver liquidati con grandi riduzioni i loro conti,
l'inviterebbe a passare alla cassa. Dentro si troverebbero al tu per tu colla
tigre affamata e non potrebbero scappare, e finirebbero mangiati. Rimarrebbe un
mucchietto
di soldi, di bottoni, orologi, dentiere ecc. che si scoperebbero via. Per le indigestioni in cui sarebbe
continuamente la tigre, si dovrebbe di tanto in tanto purgarla. Bertini si creerebbe poi uno stemma -
in cui sarebbe un creditore
d'oro in campo d'oro. Bertini quando gli capita qualche nuova idea bizzarra,
pianta lì il suo lavoro di pittore, e va da tutti gli amici, uno dopo l'altro,
a contargliela e a riderne insieme.
5791.
Nel nuovo quartiere alle Casenove, già Mussi, si potrebbero intitolare parte delle vie coi
seguenti nomi. - Bartolomeo Arese
(presidente del senato di Milano) - Bianca Milesi -
Elena Milesi (nostre antenate) - Carlo Pisani Dossi (nostro nonno, patriota
cospiratore nel 21 contro il dominio austriaco) -
Francesco di Brossano Petrarca (che sposò la figlia di Petrarca,
antenato di mia moglie Carlotta)
- Francesco Mussi, uomo beneficente.
5793.
(ottobre 1907) In questi giorni ho letto e sto ancora leggendo tre libri di Léon Denys,
del quale autore non sapevo neppure il nome, comperati per desiderio della mia Carlotta, che mi fanno una indicibile
buona impressione: trattano di comunicazioni spiritiche,
delle rinnovazioni delle vite. Sono ispirati e vi
permea l'anima cristiana, restituita al progresso, messa a pari del tempo.
Consolano e fanno risorgere le forze già latenti per questa vita e l'avvenire.
È uno sguardo al di là e la coscienza mi dice che non erra. Nella mattina del
29, ripensando alla rinnovazione della vita, le
affinità della attuale mia personalità con quella delle precedenti vite che
avrò già trascorso mi tornano alla memoria. Non è senso spiritico
o di sognante, ma di cosciente. Mi sembra di essere stato prima Jean
Paul Richter,
poi Montaigne, poi Sant'Agostino, poi Luciano. Tra l'uno e l'altro trovo una genealogia di simpatia.
Credo, spero, che il tempo potrà scoprire tutti gli altri della catena. Anche
il Prof. Quirico Filopanti scoprì, tanti anni fà,
una simile genealogia, per riguardo alle sue
incarnazioni, e quando la conobbi mi rammento di aver riso. Prego Dio e gli
spiriti che mi circondano di proteggermi e di illuminarmi. - Raccoglierò e
studierò le opere delle anime che m'illudo essere state mie predecessore nella
scala dell'umanità.
5794. (1907) Un giorno mi lamentavo
colla mia Carlotta, dicendomi abbandonato
apparentemente da Dio. I miei amici che tanto confortavano la mia esistenza
erano pressochè tutti scomparsi.
Ero stato tolto immaturamente dalla carriera degli uffici. Altra volta, la
letteratura cui ricorrevo ne' miei sconforti e volentieri mi dava quanto gli
altri mi negavano: ingegno, freschezza d'idee, audacia. Oggi tutto è muto, a
cominciare dall'ingegno. Dio, dopo
molti anni di povertà, mi aveva finalmente dato quanto già aveva a
Salomone che gli chiedeva “sapienza”,
cioè l'oro. Con esso mi fabbricherei un mondo di opere buone, perchè farei tanti felici, sovvenendo
bisognosi, afflitti, infermi. Ma la disdetta mi segue anche in questo campo.
Solo mi resta quel tanto d'ingegno per accorgermi che non
ne ho più. Ma Carlotta
mi dice che Dio mostra di volermi ancora bene negandomi il compimento di quest'ultimo desiderio. Quì
in terra siamo tutti venuti per espiazione. Sta bene che io dedicherei la mia
fortuna alla carità, ma, a parte che il bisogno sarà sempre superiore ai mezzi,
Dio forse intende che io non sia soddisfatto anche in questa consolazione come
fui in altre, dovendo anch'io pagare la mia quota di debito
colla giustizia divina.
|