II.
UNO SCAPIGLIATO
Avea nome Temistocle.
Quand'io lo conobbi la prima volta correva rigido il Gennajo del
milleottocento e tanti; ed ei se ne stava sdrajato sopra un sofà verde,
avvolto nel suo plaid a scaccato bianco e nero... e leggeva la Bibbia
del Diodati.
Mi par di vederlo.
Abitava in Santa Radegonda una stanza a camera dove regnava un
freddo moscovita; e un Reaumur, che pendeva da un chiodino infisso nella
intelajatura dei cristalli, faceva l'effetto come di un'ironia; segnava un
grado sotto lo zero.
Eppure nella stanza c'era il caminetto, e la cassa era piena di
legna; ma Temistocle lo avea acceso quando il freddo era sopportabile, poi
s'era dimenticato anche di aver freddo, talchè, alla lettera, si gelava.
Nel suo genere quella stanza era un vero modello. La gretta
mobiglia e gli sgraziati addobbi del riaffittatore sparivano, per così dire,
nello spaventevole disordine delle robe di Temistocle; non un filo a suo luogo;
si avrebbe anzi detto che in un eccesso di furore ei le avesse sbalestrate pei
quattro angoli; tra l'altre un solino da collo caduto in bilico sul capo della
statuetta di Masaniello che chiama il popolo alla riscossa, mi fe' sorridere
entrando.
Io era venuto da lui per affari di caricature; stemmo un pajo
d'ore a colloquio, poi uscimmo insieme a far colezione.
Da quel giorno fummo più amici che se ci fossimo conosciuti da due
anni.
Temistocle era bello come può essere bello un giovino tarchiato,
di cinque piedi e dieci pollici, in mezzo alla generazione rachitica e strema
del giorno d'oggi. Il suo portamento, la foggia del vestire e l'aria un po'
desolata del viso fermavano la gente in istrada; la sua barba a ventaglio
arieggiava quella posticcia di un gran sacerdote da palcoscenico.
Egli aveva studiato di medicina; ma dagli ultimi esami in poi non
gli era mai più passato per il capo che ci fossero al mondo malati, e mezzi di
mandarli più presto al cimitero. Era nato artista, e artista divenne. Forse,
qualora suo padre lo avesse voluto artista, ci si sarebbe gettato con fervore
alla medicina, giacchè in queste nature, predestinate alla sventura e al
suicidio, la contradizione è pertinace e indispensabile.
Temistocle un bel giorno dunque s'era messo a schizzar delle
figure; e, quand'ebbe gettato sulla carta quei primi abbozzi, scoprì di possedere
il tratto felice e il così detto chic dell'artista contemporaneo. Nella
inesperienza della matita, sotto le crudezze di quelle linee da dilettante
c'era un non so che di così ben trovato e un'audacia di genio che tenea del
portento.
Allora egli fece l'entrata nel mondo artistico a colpi di
litografia, e passò le sue giovani ore a tormentare la mano sulla pietra e la
fantasia nelle scene dolorose della vita di miseria.
La sua camera divenne convegno di tre o quattro amici, nati
artisti come lui per grazia di Dio, che pensavano tutti come una persona sola,
e si parlavano un mistico linguaggio, tutto pieno di reminiscenze, di poesia e
di frizzi, e si rispondevano in rime colte al volo con accompagnamento di
franchi scoppi di risa dei quali nessuno, tranne essi, avrebbe il più delle
volte capita la ragione; e talvolta un'idea dell'amico ispirava il disegno a
Temistocle, e il disegno di Temistocle infiammava la musa dell'amico, che alla
sua volta facea fremere la matita nella destra del povero scapigliato.
In quelle ore di feconda follia spesso i turaccioli dello
spuntante francese volavano alla soffitta, col lieto scoppio che fa stendere i
calici a chi mesce. Temistocle di vini non amava che lo Sciampagna,
l'ispiratore della cortese allegria, diceva lui, e alla peggio, l'autore della
nobile ubbriachezza; ma non disdegnava il punch per la sua fiamma
turchina; e, quando si dava fuoco alla miscela, nel vapore opalino che si
svolgeva in leggerissimi globi dall'ardente bole, una sfilata fantastica
intrecciava le sue danze innanzi a' suoi occhi, e gli dettava i nuvolosi
soggetti de' suoi disegni.
Ma egli avea soprattutto l'umor nero che gli tormentava
l'esistenza e gli schiantava l'energia del fare nella disperata conclusione
dell': a che scopo? Allora le sue lugubri pensate parevano pronostici della sua
fine miseranda; litografie desolanti, vere imagini di quell'anima desolata.
Qua una povera fanciulla scalza, morente di fame e di freddo, che
invoca un tozzo di pane per l'amore della Vergine ad un banchiere che corre alla
borsa e la ributta con una ignobile parola, perché, col capo nell'Augusta,
non s'accorge neppure che la povera creatura è bella e che la elemosina gli
potrebbe fruttare l'interesse della... infamia.
Là una bara che esce a mattino dalla portaccia di un miserabile
morto di stento, che s'incontra in due domini coperti di trine e di diamanti
che mettono il piede calzato di raso sul predellino di una carrozza dorata, e
vanno a riposare dall'orgia della notte.
Scene di miseria, che non si danno o ben di rado a Milano, ma che
pure faceano pensare e fremere.
Eppure egli era il più grande affettatore, il più grande
millantatore di cinismo e di insensibilità ch'io mi abbia mai conosciuto.
Povero entusiasta, pieno di cuore!
In campagna per esempio gli si poteva sorprendere delle ingenuità,
dei moti di gioja, delle contemplazioni degne di un fanciullo di dieci anni;
era buono di star dei quarti d'ora a rimirar un pollo d'india far la rota, o
due galli azzuffarsi sulla concimaja, e sorrideva come chi non ha in cuore che
delle speranze.
Fu a Venezia, e ne andava pazzo; colà dopo veglia in teatro, dopo
aver fatto il diavolo a quattro in maschera, quasi morto di stanchezza e di
sonno pur non rientrava in casa se non era camminato qualche ora su e giù per
le calli ad ammirar la superba dei Dogi sepolta nella quiete delle ultime ore
di notte.
Tutto in lui era contradizione; tutto in lui riusciva a formar il
tipo del giovane condannato alla Lombardia forzata della seconda metà del
secolo decimonono.
Povera natura ardente! Il suolo della tua terra non ebbe per te
abbastanza emozioni; tu eri nato per vivere nel cratere di un vulcano.
- Avanti i pierrots! Viva i pierrots!! Largo ai pierrots!!!
- Viva l'allegria.....e le maschere nazionali!
- Viva le spalle d'avorio e le labbra di corallo!
E la prima coppia della pazza fila irrompendo dall'arco della
scalea che dal corridojo scende nell'atrio cozzava nella folla che tentava a
furia di gomiti di entrare in platea.
Il varco è fatto, e la bianca lunghiera binata penetra tortuosa
fra la ressa, in mezzo agli applausi dei circostanti ed alle grida sfrenate
delle pierrettes strillanti come anime del purgatorio.
- Viva i pierrots. Viva il carnevale che arriva una volta
all'anno.
- Olà la musica. Orsù una polka. Viva la danza e la follia.
Il preludio rimbomba sulla gran cassa; i clarinetti attaccano
sull'ultima battuta, e la polka spigliata e scorrente cresce come onda
armoniosa e si propaga elettrizzante e veloce nell'immensa sala.
Da ogni parte si balza dai sedili, da ogni parte si corre agli
amplessi, e la ridda scapigliata incomincia.
- Buona sera Arrighi? Anche lei al veglione? Che miracolo! Ha
sentito di quel povero diavolo che poco fa s'è gettato dalla finestra?
- No... dove? - chiesi io con una stretta al cuore.
- In contrada di Santa Radegonda.
- Cristo sacrato!! Sarebbe mai Temistocle!
E piantando sui due piedi quel nuncio di malaugurio, mi precipitai
fuori di teatro, e via come un energumeno per S. Paolo verso la casa di lui.
Il presentimento era così forte che non m'avea neppur lasciato il
tempo di chiedere il nome dello sventurato.
C'è nella notizia di un suicidio, per quanto sconosciuto o
indifferente ti sia chi si troncò la vita, c'è sempre, dico, un qualche cosa di
terribile e di fatale; e tanto più fatale quanto più la notizia è secca, senza
commento, senza compianto. Io credo che non v'abbia scena o capitolo di dramma
e di romanzo che possa agir con tanta potenza sull'immaginazione di un uomo di
cuore come queste poche e ghiacciate parole, lette forse nel Nuovo Emporio o
nei Faits divers d'un giornale Parigino:
«Jeri una povera fanciulla di diciott'anni abbandonata
dall'amante s'è asfissiata col carbone nella sua soffitta.»
A chiunque non sia un rettile privo di sentimento balenerà
attraverso la fantasia un poema di dolore e di amore tradito nella vita di
quella povera creatura stroncata al primo aprirsi ai raggi del sole.
Quante notti di pianto, ruggito colla faccia prona sui guanciali
del povero lettuccio, prima che la tremenda determinazione le si sia impiantata
nell'anima riluttante!
Che uragano implacabile fra l'ultima speranza perduta e la
completa disperazione!
Ma quando lo sventurato tu lo conosci, quando poche ore prima gli
hai stretto la destra con un: a rivederci, pregno di simpatia reciproca e
forte, quando credi che, giovane qual è, sano, agiato, pieno di talento e di
avvenire egli sia felice.....Dio mio! che tremendo mistero di dolore nascosto
nel più profondo del cuore deve essere stato quello che lo spinse all'atto
disperato!
Giunto a capo della via, vidi da lontano un crocchio di gente; ma
non era sotto il balcone di Temistocle; sperai, e rallentai la corsa; sentivo
nel cuore uno sgomento indicibile.
Arrivai al crocchio.
- Dov'è quel meschino? - chiesi a un operajo che andava sciamando:
La provvidenza! Un giovane di quella fatta! E dicono che c'è la provvidenza!!
- L'hanno trasportato in quella bottega - mi rispose.
Vi andai, e passando quella soglia credetti di cadere d'emozione.
Un cadavere sanguinoso e sconciato stava disteso su una tavola....
me gli appressai, guatandolo al lume incerto d'una candela di sego.
Era Temistocle.
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