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Ferdinando Fontana
Parigi Nuove poesie e Ellenia moderna

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  • POESIE VARIE
    • HOMO SUM
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HOMO SUM

CONTEMPLAZIONE

 

Ah!.. S'io potessi credere!.. S'io potessi pregare!

Se un torrente di lacrime, lavacro salutare,

M'innondasse le gote! - Se alla bocca commossa

Il sospir mi venisse sussultando, e del petto

I singhiozzi irrompenti mi schiantassero l'ossa!

S'io potessi rinascere questa notte e, reietto

Fino ad ora, nel buio popolato da incubi,

E, bersaglio alla grandine di misteriose nubi,

E, preda ai freddi morsi dei venti aquilonari,

Pellegrino errabondo dalle tumide nari

Sbuffanti in mezzo all'ombra la febbre e la tempesta,

Io trovassi un giaciglio su cui posar la testa!

 

Di qual inno far lieto quell'istante vorrei!

Con qual gioia in ginocchio mi lascerei cadere,

E il mio fardel di vipere alle tenebre nere

Io lancerei, gridando: «Itene, o dubbi miei!»

Come un bimbo assonnato congiungerei le mani,

Scorderei la stanchezza del mio tetro vïaggio,

Penserei sorridendo al sol dell'indomani,

Crederei nei profumi d'un sempiterno maggio;

Poi, soffusa di gaudio questa pallida faccia,

Sull'acquetato petto incrociando le braccia,

Mi stenderei sul letto di quell'immenso oblio

Che i semplici ed i santi chiaman fiducia in Dio!

 

Invece io son dannato alla notte profonda,

Ad un cielo di piombo dal lividor frequente;

L'aura dell'infinito mi avviluppa com'onda

Che con mi trasporti vertiginosamente;

Una negra pianura, da fantasmi solcata,

Si distende al mio sguardo; ho l'orbita incavata,

Ho il fuoco nelle viscere; ho i pié che mi fan sangue

E i fil d'erba, induriti da sempiterne brine,

Mi pungon la caviglia come i denti d'un angue.

Del bïeco orizzonte sull'estremo confine

Io cerco il lume fioco d'un casolare; io guardo

Se scintilla una stella nel ciel pesante; e un tardo

Rimorso in cor mi stride: «Ah!.. Stolta crëatura

«Il lume che tu cerchi in fondo alla pianura,

«Il raggio, che tu invochi dalle stelle, è la Fede!

«E tu lo chiedi invano se in te stesso non l'hai!

«Ma tu non l'hai... Tu pensi; e chi pensa non crede!

 

«Tu non speri; desideri. - Tu non ti fermi; vai.

«Qual da inconscio poeta il sonante peana,

«Così balza la Fede fuor dell'anima umana!..

«Tu... nascesti Aristarco! - Tu non canti; tu scandi

«Le sillabe e ragioni le pure estasi grandi

«Col commento tarlato d'una carta erudita;

«Tu misuri le strofe coi piedi e colle dita,

«E al dramma palpitante notomizzi una scena,

«E confondi col Nume le chiese e le pagode,

«E non vedi che stile dove l'estro balena,

«E non senti che rime nella febbre d'un'ode

 

Ah Signor!.. S'io t'invoco gli è per dirti il martiro,

Che mi rode e consuma, di non credere in te;

Gli è per dirti ch'io spasimo, perchè so che sospiro

Una fe' che, in eterno, non può accendersi in me;

Gli è per dirti lo strazio della povera creta,

Che, foggiata a Aristarco, intravede il poeta;

Gli è per dirti l'angoscia di chi freme d'amore

Per la donna di marmo; gli è per dirti, o Signore,

Ch'io passai delle notti come fuor dei viventi

E che, nella bilancia del mio doppio pensiero,

Io pesai quel che gli uomini chiaman menzogna e vero

E dovetti confonderli nella essenza fatale,

E al Ben gridai: «Tu esisti, sol perchè esiste il Male

E al Mal gridai: «Tu esisti, perchè il Bene sussiste

E, freneticamente, chiesi ad ambi: «Chi siete?»

 

Io ti dico, o Natura, Sfinge immortale e triste,

Vigilante alla soglia delle cose segrete,

Che è delitto il sussistere. - Prepotenza infinita

Quella non ha che d'essere altra ragion la vita;

E, come eterna, assidua, è la forza (il suo dritto

Di mutar coll'uccidere), così eterno è il delitto.

Tutto è lotta! - Dal pargolo, combattente neonato

Che uccide, respirandola, l'aura col primo fiato,

Alla tigre che lacera viscere palpitanti;

Dal nibbio che, cogli occhi come fuoco avvampanti,

Sulla rondine piomba, ai grami moscerini

Che la rondine fulmina pei suoi nudi piccini;

Dall'ape infaticabile, che strugge i fuchi, al fiore

Che ruba al suol coi petali l'olezzo ed il colore;

Dalla formica, l'ultima demolitrice, al lupo

Che sul gregge, nei pascoli, irrompe dal dirupo;

Dagli amanti che uccidono l'illusïone, all'ora

Che il tempo sferra e, rapida, ci strascina e divora;

Tutti, occhio per occhio, tutti, dente per dente,

Combattiamo per vivere una lotta incosciente.

 

Io ti dico, o Natura, triste Sfinge immortale,

Cinica guardïana e del Bene e del Male,

Che il Creato è una vittima coronata di rose!

La tua man negli effluvî i veleni depose;

E stese i cieli glauchi sovra le umane teste

Per far che più terribili sembrasser le tempeste;

E fe' che gli ampi oceani dividesser le genti

Per seppellir nei gorghi i nocchieri fidenti;

E die' alle verdi membra della Terra i sussulti,

E al Tempo allettatore gli intendimenti occulti,

E i bïechi miraggi al deserto, ed ai venti

Gli aliti della peste, e all'amore i tormenti!

Io ti dico, che, lampada dal sempiterno raggio,

Tu trucemente illumini ogni vital vïaggio;

Che, madre che si abbevera del sangue della prole,

Tu, dall'informe cellula al gran disco del sole,

Innestasti negli esseri fecondati, l'istinto

Fatale, ineluttabile del delitto: del vinto

E di chi vince!

 

Addio, sogni d'amore immenso!

Io v'abbrucio alla logica, o granelli d'incenso!

Attila, io ti perdono; Cesare, io ti comprendo;

Io piú non vi disprezzo, o voi tutti, che in terra

Proseguiste una meta, attraverso l'orrendo

Rigagnolo del sangue! - Delinquenti di guerra

O di Corte d'Assise, lottatori incoscienti,

Voi non foste che foglie abbandonate ai venti

Che la torva Natura sul Creato scatena!

Voi non foste che attori di quest'orrida scena

Ove, e tragico Cosmo, i tuoi drammi presenti!

Noi dinanzi all'infamia di te, immensa Natura,

Troppmann o Bonaparte, noi non siam che innocenti!

Noi talor lagrimiamo per fraterna sventura;

Noi, quando un suon di trombe ci sospinge all'assalto,

Vi andiam la fronte al sole, baldi, col ferro in alto,

A dar morte o a morire, comprando la vittoria

Col sangue nostro; noi veneriam la memoria

Di chi per noi sofferse; noi l'ingenuo desio

Di men triste esistenza qualche volta tormenta;

Noi sappiam che uccidendo un altr'uomo, la sera,

Sul canto d'una via, affrontiam la galera;

Noi pensiamo ai feriti finita una battaglia;

Noi l'abbiamo il coraggio di chiamarci: Canaglia!

 

Ma tu, o scettica Eumenide dagli inconsulti sdegni,

Tu, che scateni i turbini; tu, che inabissi i regni;

Tu, che allunghi dei naufraghi l'agonia colla speme;

Tu, che imperversi, rabida, sul ferito che geme;

Tu che squassi i maniaci tra fantasmi e paure;

Tu, che al bimbo innocente, che chiamasti alla vita,

Dài per vagito un rantolo, e alla madre allibita

Per germoglio un cadavere; tu, che accendi nei petti

Dei vegliardi le fiamme dei giovanili affetti;

Tu, che del nulla inutile del par, sussister brami

E fin l'idea ne struggi; tu, che odî, ami;

Tu, che esigi, obbligandoci all'inonesta pugna,

Per te tutte le spade, per noi soltanto un'ugna;

Tu, che, quasi giuocando, muti il corso dei fiumi;

Tu, che sferri la grandine sulle bacche d'aprile;

Tu, che, impunita sempre, la gran colpa consumi;

Tu sei di noi men logica, tu sei di noi più vile!

 

Or, che importa! - Ed io vivo! - E non vo' che m'irrida,

Col pietoso sogghigno, il credente! - Ei riposi

Dentro il suo casolare! - A me l'orride strida

Dell'immane bufera, e il tônar dei marosi,

E le folgori, e il gelo! - Per la tetra vallea,

Fra gli scrosci beffardi d'ogni torbida idea,

Me ne andrò senza voce. - Io di lui son più forte

E più buono. - Egli dorme; ed il sonno è una morte;

Ed io veglio. - Egli fugge; e il fuggire è codardo;

Io m'avanzo. - Egli prega od impreca; e retaggio

Son del vinto la prece e il blasfema; ed io guardo

Il mio cielo spietato con silente coraggio...

E lo vinco; chè sento l'amarezza infinita

Dei suoi cinici oltraggi, e perdono alla vita.

 

 

 




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