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HOMO
SUM
CONTEMPLAZIONE
Ah!..
S'io potessi credere!.. S'io potessi pregare!
Se un
torrente di lacrime, lavacro salutare,
M'innondasse
le gote! - Se alla bocca commossa
Il
sospir mi venisse sussultando, e del petto
I
singhiozzi irrompenti mi schiantassero l'ossa!
S'io
potessi rinascere questa notte e, reietto
Fino ad
ora, nel buio popolato da incubi,
E,
bersaglio alla grandine di misteriose nubi,
E, preda
ai freddi morsi dei venti aquilonari,
Pellegrino
errabondo dalle tumide nari
Sbuffanti
in mezzo all'ombra la febbre e la tempesta,
Io
trovassi un giaciglio su cui posar la testa!
Di qual
inno far lieto quell'istante vorrei!
Con qual
gioia in ginocchio mi lascerei cadere,
E il mio
fardel di vipere alle tenebre nere
Io
lancerei, gridando: «Itene, o dubbi miei!»
Come un
bimbo assonnato congiungerei le mani,
Scorderei
la stanchezza del mio tetro vïaggio,
Penserei
sorridendo al sol dell'indomani,
Crederei
nei profumi d'un sempiterno maggio;
Poi,
soffusa di gaudio questa pallida faccia,
Sull'acquetato
petto incrociando le braccia,
Mi
stenderei sul letto di quell'immenso oblio
Che i
semplici ed i santi chiaman fiducia in Dio!
Invece
io son dannato alla notte profonda,
Ad un
cielo di piombo dal lividor frequente;
L'aura
dell'infinito mi avviluppa com'onda
Che con
sè mi trasporti vertiginosamente;
Una
negra pianura, da fantasmi solcata,
Si
distende al mio sguardo; ho l'orbita incavata,
Ho il
fuoco nelle viscere; ho i pié che mi fan sangue
E i fil
d'erba, induriti da sempiterne brine,
Mi
pungon la caviglia come i denti d'un angue.
Del
bïeco orizzonte sull'estremo confine
Io cerco
il lume fioco d'un casolare; io guardo
Se
scintilla una stella nel ciel pesante; e un tardo
Rimorso
in cor mi stride: «Ah!.. Stolta crëatura
«Il lume
che tu cerchi in fondo alla pianura,
«Il
raggio, che tu invochi dalle stelle, è la Fede!
«E tu lo
chiedi invano se in te stesso non l'hai!
«Ma tu
non l'hai... Tu pensi; e chi pensa non crede!
«Tu non
speri; desideri. - Tu non ti fermi; vai.
«Qual da
inconscio poeta il sonante peana,
«Così
balza la Fede fuor dell'anima umana!..
«Tu...
nascesti Aristarco! - Tu non canti; tu scandi
«Le
sillabe e ragioni le pure estasi grandi
«Col
commento tarlato d'una carta erudita;
«Tu
misuri le strofe coi piedi e colle dita,
«E al
dramma palpitante notomizzi una scena,
«E
confondi col Nume le chiese e le pagode,
«E non
vedi che stile dove l'estro balena,
«E non
senti che rime nella febbre d'un'ode!»
Ah
Signor!.. S'io t'invoco gli è per dirti il martiro,
Che mi
rode e consuma, di non credere in te;
Gli è
per dirti ch'io spasimo, perchè so che sospiro
Una fe'
che, in eterno, non può accendersi in me;
Gli è
per dirti lo strazio della povera creta,
Che,
foggiata a Aristarco, intravede il poeta;
Gli è
per dirti l'angoscia di chi freme d'amore
Per la
donna di marmo; gli è per dirti, o Signore,
Ch'io
passai delle notti come fuor dei viventi
E che,
nella bilancia del mio doppio pensiero,
Io pesai
quel che gli uomini chiaman menzogna e vero
E
dovetti confonderli nella essenza fatale,
E al Ben
gridai: «Tu esisti, sol perchè esiste il Male,»
E al Mal
gridai: «Tu esisti, perchè il Bene sussiste:»
E,
freneticamente, chiesi ad ambi: «Chi siete?»
Io ti
dico, o Natura, Sfinge immortale e triste,
Vigilante
alla soglia delle cose segrete,
Che è
delitto il sussistere. - Prepotenza infinita
Quella
non ha che d'essere altra ragion la vita;
E, come
eterna, assidua, è la forza (il suo dritto
Di mutar
coll'uccidere), così eterno è il delitto.
Tutto è
lotta! - Dal pargolo, combattente neonato
Che
uccide, respirandola, l'aura col primo fiato,
Alla
tigre che lacera viscere palpitanti;
Dal
nibbio che, cogli occhi come fuoco avvampanti,
Sulla
rondine piomba, ai grami moscerini
Che la
rondine fulmina pei suoi nudi piccini;
Dall'ape
infaticabile, che strugge i fuchi, al fiore
Che ruba
al suol coi petali l'olezzo ed il colore;
Dalla
formica, l'ultima demolitrice, al lupo
Che sul
gregge, nei pascoli, irrompe dal dirupo;
Dagli
amanti che uccidono l'illusïone, all'ora
Che il
tempo sferra e, rapida, ci strascina e divora;
Tutti,
occhio per occhio, tutti, dente per dente,
Combattiamo
per vivere una lotta incosciente.
Io ti
dico, o Natura, triste Sfinge immortale,
Cinica
guardïana e del Bene e del Male,
Che il
Creato è una vittima coronata di rose!
La tua
man negli effluvî i veleni depose;
E stese
i cieli glauchi sovra le umane teste
Per far
che più terribili sembrasser le tempeste;
E fe'
che gli ampi oceani dividesser le genti
Per
seppellir nei gorghi i nocchieri fidenti;
E die'
alle verdi membra della Terra i sussulti,
E al
Tempo allettatore gli intendimenti occulti,
E i
bïechi miraggi al deserto, ed ai venti
Gli
aliti della peste, e all'amore i tormenti!
Io ti
dico, che, lampada dal sempiterno raggio,
Tu
trucemente illumini ogni vital vïaggio;
Che,
madre che si abbevera del sangue della prole,
Tu,
dall'informe cellula al gran disco del sole,
Innestasti
negli esseri fecondati, l'istinto
Fatale,
ineluttabile del delitto: del vinto
E di chi
vince!
Addio,
sogni d'amore immenso!
Io
v'abbrucio alla logica, o granelli d'incenso!
Attila,
io ti perdono; Cesare, io ti comprendo;
Io piú
non vi disprezzo, o voi tutti, che in terra
Proseguiste
una meta, attraverso l'orrendo
Rigagnolo
del sangue! - Delinquenti di guerra
O di
Corte d'Assise, lottatori incoscienti,
Voi non
foste che foglie abbandonate ai venti
Che la
torva Natura sul Creato scatena!
Voi non
foste che attori di quest'orrida scena
Ove, e
tragico Cosmo, i tuoi drammi presenti!
Noi
dinanzi all'infamia di te, immensa Natura,
Troppmann
o Bonaparte, noi non siam che innocenti!
Noi
talor lagrimiamo per fraterna sventura;
Noi,
quando un suon di trombe ci sospinge all'assalto,
Vi
andiam la fronte al sole, baldi, col ferro in alto,
A dar
morte o a morire, comprando la vittoria
Col
sangue nostro; noi veneriam la memoria
Di chi
per noi sofferse; noi l'ingenuo desio
Di men
triste esistenza qualche volta tormenta;
Noi
sappiam che uccidendo un altr'uomo, la sera,
Sul
canto d'una via, affrontiam la galera;
Noi
pensiamo ai feriti finita una battaglia;
Noi
l'abbiamo il coraggio di chiamarci: Canaglia!
Ma tu, o
scettica Eumenide dagli inconsulti sdegni,
Tu, che
scateni i turbini; tu, che inabissi i regni;
Tu, che
allunghi dei naufraghi l'agonia colla speme;
Tu, che
imperversi, rabida, sul ferito che geme;
Tu che
squassi i maniaci tra fantasmi e paure;
Tu, che
al bimbo innocente, che chiamasti alla vita,
Dài per
vagito un rantolo, e alla madre allibita
Per
germoglio un cadavere; tu, che accendi nei petti
Dei
vegliardi le fiamme dei giovanili affetti;
Tu, che
del nulla inutile del par, sussister brami
E fin
l'idea ne struggi; tu, che nè odî, nè ami;
Tu, che
esigi, obbligandoci all'inonesta pugna,
Per te
tutte le spade, per noi soltanto un'ugna;
Tu, che,
quasi giuocando, muti il corso dei fiumi;
Tu, che
sferri la grandine sulle bacche d'aprile;
Tu, che,
impunita sempre, la gran colpa consumi;
Tu sei
di noi men logica, tu sei di noi più vile!
Or, che
importa! - Ed io vivo! - E non vo' che m'irrida,
Col
pietoso sogghigno, il credente! - Ei riposi
Dentro
il suo casolare! - A me l'orride strida
Dell'immane
bufera, e il tônar dei marosi,
E le
folgori, e il gelo! - Per la tetra vallea,
Fra gli
scrosci beffardi d'ogni torbida idea,
Me ne
andrò senza voce. - Io di lui son più forte
E più
buono. - Egli dorme; ed il sonno è una morte;
Ed io
veglio. - Egli fugge; e il fuggire è codardo;
Io
m'avanzo. - Egli prega od impreca; e retaggio
Son del
vinto la prece e il blasfema; ed io guardo
Il mio
cielo spietato con silente coraggio...
E lo
vinco; chè sento l'amarezza infinita
Dei suoi
cinici oltraggi, e perdono alla vita.
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