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CITTÀ
VENEZIA
A
Venezia l'Adriatico
Perde
gli impeti fatali
E si
adagia, addormentandosi,
Nei
pacifici canali.
Campi,
calli e sottoportici
Han
susurri misteriosi
E le
mura antiche, a sgretoli,
Parlan
d'ombre e di riposi.
Dalle
gondole, che guizzano
Sotto i
ponti arabescati,
Esce un
gemito monotono
Che par
quel dei trapassati.
Presso
il mostro leggendario,
Grave il
capo di memorie,
Siede il
cinico Silenzio
Schernitor
di lutti e glorie.
Lunghe e
cupe, come ciglia
Di
vegliardi impensieriti,
Le
tettoie lascian piovere
Pochi
raggi scoloriti,
E dei
vacui palagi
Le
finestre a sesto acuto
Sembran
occhi, che sonnecchiano
Sul
canal verdastro e muto.
Tutto
tace. - Plebi e nobili,
Venturieri
e mercatanti
Giù, nel
cupo sen dell'acque,
Sembran
scesi tutti quanti;
E i
nepoti, come attoniti
Sovra il
mobil sepolcreto,
Serban
l'attica abitudine
Del
bisbiglio arguto e lieto.
Ma le
pietre, che dei secoli
Hanno i
baci consacrate,
Degli
artisti ancor favellano
Alle
menti estasïate.
Amorini,
mostri e grappoli,
Graffi e
serpi, fauni e uccelli,
Fregi e
fior, vi cesellarono
Divinissimi
scalpelli;
E,
talora, come il cranio
Di
persona sitibonda,
Quel
d'un drago o quel d'un satiro
Viene a
spingersi sull'onda.
*
O
Venezia, io t'assomiglio
A una
donna innamorata,
Che
trasforma aspetti e linee
Mille
volte alla giornata.
Veggo
l'albe, che ti avvolgono
Nei
zendadi trasparenti,
In cui
scoppian, - fiocchi aerei, -
Note
dolci e note ardenti.
La
laguna, allora, è immobile
Come un
uom che, ansioso, aspetti;
Quà e
colà, con qualche brivido
Pien di
toni vïoletti,
Par che
ammicchi; ma son rapidi
Scintillii;
- l'acqua compatta,
Al
riflesso della nebbia,
È ambra
sporca liquefatta.
*
Così
resti, finchè il fulgido
Sol, dal
regno ampio dei cieli,
A te
scende. - Egli, nell'impeto
Del suo
amor, ti strappa i veli;
E tu,
allor, visione magica
Tutta
appari. - In quell'istante
Sembra
il mare immensa tavola
Di
zaffiro fiammeggiante;
Dei tuoi
Mori intorno echeggiano
I
rintocchi alla distesa;
Ti
cinguettan inni e laudi
Le
campane d'ogni chiesa;
E i
piccioni leggendarii,
Teso il
collo e l'ali in arco,
Piomban
giù nel refettorio
Della
piazza di San Marco.
*
Poscia
il Vespro. - La gran cupola
Del tuo
tempio è un nimbro d'oro,
Mentre
l'Ombra invade l'abside,
Le
navate ardite e il coro;
E,
dinnanzi al vasto incendio
Del
tramonto - apoteosi
Di
piropo, cui si elevano
Mille
incensi luminosi, -
Della
luna il disco tremola,
E
all'azzurro assorge e sale,
Nel
poema del crepuscolo
Strofa
pallida d'opale.
*
Piove
allor come una musica
Dalle
sfere radïanti;
Filtran
morbidi delirii
Nelle
vene degli amanti;
E i
poeti, nelle gondole,
Fino
all'ave mattutina,
Pensan
cantici ineffabili
Senza
metro. - Una divina
Febbre
evoca suoni e imagini
E la
notte, al par di fata,
Li
ripete e li delinea
Dentro
l'ombra vellutata.
Venezia,
settembre 1879
ROMA
Roma
sgomenta - I ruderi
Han
tremendi sarcasmi!
Sul
labbro muor la facile
Canzon
degli entusiasmi;
E
silenziosa e trepida
La mente
dentro i secoli,
Come in
abisso, guata.
Statue,
edifizi e lapidi.
Con
unanime scherno,
Non han
che un motto: «Polvere,
«Rifletti
al nulla eterno!»
Sicchè
nella tetraggine
La
fantasia si logora,
Pria di
volar, stremata.
Mai,
come qui, la cinica
Filosofia
ti afferra,
E ti
spegne nel sangue
D'ogni
passion la guerra.
Mai,
come qui, si sognano
Quïeti e
solitudini
Ove
obliar si possa.
Mai,
come qui, si interroga
Sè
stesso; e pare immensa
Stranezza
quella d'essere
Un, che
ancor vive e pensa;
Tanto,
nel vasto tumulo
Del
vecchio mondo, pènetra
Di morte
un gel nell'ossa!
Roma, -
nidiata d'aquile
Del
rostro vincitore
O
focolar d'anatemi, -
Roma
vuol dir: terrore.
Roma
conquistò i popoli,
Poi
conquistò gli spiriti,
Or le
menti conquide.
Te
benedetta, o stolida
Turba
visitatrice,
Che, in
mezzo alle macerie,
Passi
inconscia e felice!
Chi le
contempla e medita,
Chi ne
subisce il fascino.
No, non
folleggia e ride!
V'ha,
fra i dolori, un ultimo
Dolor,
che tutti avanza:
È il
diventar tetragoni
Al
pianto e alla speranza;
È il
perder, nella mistica
Battaglia,
il solo balsamo
Che fu
al mortal concesso;
È il
diventar la gocciola
Dei
secoli nel mare;
È,
nell'immenso cantico,
Nota
insulsa, sfumare;
È il
surrogar dell'atomo
Il nome,
al nome proprio;
È il
cancellar sè stesso!
Noi
tutti un santuario
Nel nostro
cor portiamo,
Ove,
preziosa cenere
Dei
corsi dì, serbiamo
Qualche
soave lagrima,
Qualche
ideale effluvio,
Qualche
non sazia brama.
È in
questo asil che scendere
Possiam
nei tristi giorni,
A
ritemprar la logora
Natura,
o in fin che torni
Men
cruda un'alba a splendere,
O venga,
a farci liberi,
Della
Morte la lama.
Ma qui,
fra questi ruderi,
Ove ogni
fregio è storia,
Uom, se
tu l'osi, agli uomini
Narra
una tua memoria!
Fra
questo immane cumulo
Di
delitti e di angoscie,
Di
glorie e di sozzure,
Vieni,
pigmeo ridicolo,
Racconta
un tuo dolore!
Vieni!..
E ci canta, un odio
O una
storia d'amore!
Vieni!..
E rifà l'iliade
Grottesca
dei tuoi gaudî
E delle
tue paure!
Ahi
tutto muore! - È insania
L'arte!..
La fama è polve!
La
scienza è oscura nebbia
Cui sole
non dissolve!
Il fiore
muor coll'attimo;
Gli
astri muoion coi secoli;
E l'uomo
muor cogli anni!
E passan
tutti... Effluvii,
Splendori
e imprecazioni,
Tutti un
oscuro baratro
Raccoglie!
- Oh! aberrazioni
Umane! -
Oh triste e inutile
Tregenda!
- Oh detestabile
Universo
d'inganni!
Deh!..
non fuggirmi, o pallido
Raggio
della mia vita,
O
Fantasia, dal libero
Vol,
dalla fronte ardita!
Dispensatrice
d'estasi
Di
colori, di linee,
E
d'illusioni care,
Versa su
questi ruderi
La luce
tua; li allieta;
Uccidi
in me il filosofo,
Risuscita
il poeta;
Fa che
su questa polvere
Io possa
ancora piangere,
E
fremere, e cantare!..
Roma,
agosto 1878.
BERLINO
(A CARLO BORGHI)
Vecchia
Europa, metropoli
Dei
continenti, culla
Che fu
tomba dell'Asia,
Non ti
manca più nulla!
Hai
Londra, il bigio fondaco
Per le
tue mercanzie;
Hai
Parigi, il postribolo
Dalle
grandi follie;
Roma, il
Tempio, che gli idoli
Mutò pel
mesto ebreo,
E a
nuovi Numi apprestasi;
Hai
Atene, il Museo;
Hai le
tue bische, Monaco;
Napoli,
i tuoi giardini;
Hai
Madrid, di decrepiti
Asilo, o
di bambini.
Hai
l'Ospedale! - L'ultimo
Valzer
ivi tentenna
Gente
che sgozza, a infondersi
Nuovo
sangue: Vienna!
Hai il
Chiostro pacifico,
Venezia,
dove agogno
Di
morire, assopendomi
Nel suo
marmoreo sogno.
Stampi i
tuoi libri a Lipsia;
Francoforte
è il tuo ghetto;
A
Lourdes conii i miracoli;
Pietroburgo,
ricetto
Di
fosche moltitudini,
Ti sta
ai lembi del norte,
Qual
dell'urbe dei Cesari
La
Suburra alle porte.
Brami
Costantinopoli
Per
teatro; e di tristi
Drammi
lo fai spettacolo
Ogni
anno; e vi assisti
Sogguardando
alla Sarmata
Steppa,
selvaggia ed erma:
Ed hai
Berlino, rigida
Città:
la tua caserma.
Qui gli
edifici sembrano
Reggimenti
schierati;
Qui
monumenti e statue
Son
Vittorie e soldati.
Gli
ufficiali galoppano
Sotto i
Tigli; i cadetti,
Strascicando
le sciabole,
Minacciano
sgambietti;
I
fantaccini inarcano
Il
braccio, ad ogni passo
Salutando;
sui lastrici,
Con un
piglio gradasso,
Gli
sproni rumoreggiano
Della
cavalleria;
E,
dovunque, nei pubblici
Ritrovi
e nella via,
È un
luccicare d'aquile,
D'elmi a
punta, all'ulana,
Di nudo
acciaio, all'ussera,
Dalla
foggia più strana;
È un
torreggiar di solide
Spalle,
di volti audaci,
Di barbe
bionde e a riccioli,
E di
vasti toraci;
È un
incrociarsi assiduo
Di
mostre e d'uniformi
D'ogni
tinta; è uno scricchio
Di
stivaloni enormi;
È un
dondolar d'olimpici
Berrettoni
rotondi
Dietro a
tamburi rauci
E a
pifferi giocondi.
La
Sprea, tedesco Tevere
Dalla
belletta nera,
Volve
con flemma nordica
L'onda
sudicia e austera;
Quand'io
dai ponti lignei
La
guardo (oh aberrazioni!)
Parmi
miscèla bronzea
Per
fabbricar cannoni!
Quasi
covando i cranii
Delle
alemanne genti,
La
Guerra, immane aquila,
Librasi
ai freddi venti;
La
Guerra, il rude oroscopo
Che
saluta le culle!
La
Guerra, irresistibile
Fascino
alle fanciulle!
E sia! -
Non ha i suoi turbini
La Gran
Madre Natura?
Accuserà
l'artefice
La
propria creatura?
Non oggi
i tetri cantici
Mi
fremon nella testa!
Non
oggi, uomo, degli uomini
Imprecherò
alle gesta!
Soldato
anch'io dell'intime
Mie
pugne sulla terra,
A
dispregiar gli inutili
Lai
m'insegnò la Guerra!
Vivo e
combatto!.. E, reduce
Da una
battaglia, rido,
E fo
all'amore, e ai bacchici
Conviti
anch'io m'assido.
Forse,
diman, l'esercito
Dei miei
pensieri torvi
Mi
fiuterà cadavere,
Come un
nembo di corvi!
Forse
diman la Gloria
Mi
splenderà d'intorno!..
Quest'oggi
canto, e il cantico
È un
ordine del giorno:
«Soldati,
è il verno; è tiepido
«L'antro,
e la birra è fresca;
«Ha
bragie da turiboli
«La mia
pipa tedesca!
«Dimentichiam
le fisime
«Dei
figliuoli d'Adamo...
«Havvi
un assioma unico:
«Beviam?..
dunque viviamo!»
. . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . .
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Di
fuori, nel silenzio
Della
neve che cade;
Attraverso
le candide
Strofe
delle contrade;
Attraverso
le raffiche,
Sibilanti
peani,
E le
tossi, elegiache
Rime dei
petti umani;
Attraverso
gli idilli
Dei
viali del Parco,
Pencolanti
dal culmine
Dell'alte
selle in arco,
Argentini
e scherzevoli,
Come bei
ritornelli,
Delle
slitte, che passano,
Squillano
i campanelli.
Berlino,
gennaio 1879.
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