Non Voi - amico LOMBROSO -
ma molti di quelli egregi signori che scrìvon giornali, cioè libri che hanno la
vita di un giorno, e parecchi di quelli, non meno egregi, che scrìvono libri
senza affatto vita perchè senza lettori; soffermàndosi al tìtolo del presente
studio, lo incolperanno d'inattualità, e però, senza lèggerlo manco, lo
porranno tra i letti ossìa tra i dimenticati.
Che dirò loro? Un anno e mezzo aspettài che qualcuno, per
dir così, del mestiere, compiesse il lavoro che io ho quì, solo da orecchiante,
adombrato. Ma inutilmente aspettài. Pochi avvertìrono, nessuno dei crìtici
nostri si occupò del contingente enorme che il cretinismo e la pazzìa, hanno
dato al primo concorso pel monumento al defunto Sovrano.
Io non appresi mai scienze mèdiche, e nemmeno insegnài, in
alcuna Università, nè a disposizione de' mièi sperimenti psichiàtrici tengo
alcun manicomio, salvo quello dei libri. A rigore quindi di etichetta
professionale, non apparterrèbbesi a mè di parlare di cosa che esce dalla
giurisdizione della letteratura - ma che farò se tàciono tutti? Nel silenzio
de' dotti è permesso, presumo, ad un ignorante di avventurar la sua voce, il
suo aqua alle corde.
In ogni modo, se questo sunto o commento foss'anche spoglio
di ogni valore scientìfico, avrà sempre quello di attirare lo sguardo degli
uòmini competenti sovra un soggetto, per loro e per lo studio dell'umano
cervello, interessantissimo. Non c'è libro, per quanto imperfetto, dal quale
non si possa cavar qualche bene. Perfino dalle patate l'industria sa stillare
lo spìrito.
E quanto poi a quella attualità di cui si accusasse mancante
il presente lavoro, mi limiterò ad osservare che la follìa è il suo tema, E
dirò con Voi - insigne LOMBROSO - qual tema più eternamente attuale della
follìa?
Roma, 1° agosto 1888.
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