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Carlo Dossi
I mattoidi

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POSTILLE

 

(1) È notèvole infatti come la più parte de' concorrenti abbia saccheggiato senza pietà i monumenti più cèlebri del mondo, traducèndone, deturpate, ne' suòi bozzetti le idèe e le forme. Incontriamo quindi ad ogni passo la Mole Adriana e il sepolcro di Cecilia Metella ridotti a stufa, il Pàntheon schiacciato a panettone, il tempio tiburtino della Sibilla con su una calotta cattòlica, ed archi di Tito, di Costantino, e dell'Étoile, e colonne trajane ed antonine senza nùmero. Nè manca il Pandrosio nè il tempio di Arminio nella Selva Nera nè il monumento di Pietro il Grande a Pietroburgo. Alcuni poi, che, dall'accoppiare due furti, crèdono forse di non passare per ladri, han sovrapposto all'arco di Settimio Severo la colonna Trajana, che viene quindi col pieno della sua mole a poggiare sul vuoto della porta di mezzo, con quale spàsimo del buon senso è fàcile di capire (V. bozz. n. 51, Iddio lo volle e la stella d'Italia si fermò su Roma, - n. 218. L'Aurora, - n. 271 Estremo Oriente e n. 28 Rega Gherardo); oppure, capovolgendo quel pensiero rettòrico assài ma non illògico dal punto di vista della allegorìa, della statuaria antica, che pone in mano alle immàgini dei suòi gloriosi guerrieri la figuretta della Vittoria, fanno Vittorie di bronzo che règgono in palma statue del defunto sovrano grandi e grosse appressapoco come la sostenitrice. (V. ad. es. il bozz. n. 29 Vincenzo Falcioni).

Notèvole è pure come talune pensate - nuove se vuolsi, ma che non sèmbrano le più sensate - sieno, se non furate da concorrente a concorrente, sorte contemporaneamente in diversi cervelli. Di archi trionfali sorreggenti colonne, ne abbiamo, salvo errore, contati quattro: così, l'idèa di adoprare il mappamondo a foggia di cùpola con tracciata nel mezzo la penisola itàlica e nella penìsola Roma e sovra Roma, a guisa di perno, l'effige del Re, la troviamo nei bozzetti 153 (Giordano Edoardo) 218 (L'Italia è pace e civiltà) 219 (Vis unita fortior 1°) e 254 (Tutto è poco per tanta memoria); così, i gironi del purgatorio dantesco si riscòntrano in Amèndola (n. 130) e in Ximènes-Gallori (n. 209) due bozzetti però che appartèngono all'arte; mentre la piràmide a scalinate colle statuette che vi si arràmpicano - imitazione, pare, di un grosso pangiallo coperto di mosche bianche - si ripete al n. 188 (Macdonald Alessandro) e 229 (Landi Guido) e la colonna di mandorlato da cui spùntano, a guisa di furòncoli, innùmeri testoline, appare ai bozzetti 119 (Ignazio Perricci) e 221 (Di Pinto Domenico).

(2) Questo telegrafista di Avigliana Basilicata ha progettato una colonna di stile, dirèbbesi, burocràtico, da illuminarsi elettricamente. L'ingrediente della luce elèttrica fà parte anche di altri progetti, come ad esempio di quello del dottore Depraz (n. 21) che cangerebbe la mole Adriana in un gran faro, di quello del S.r Falcioni (n. 30), e di quello del S.r Anteri Pomar (n. 195) consistente in un mucchio di cùpole e pòrtici con un reggimento di bronzea cavalleria sul tetto ed un angelone. «Cento saranno le colonne - dice l'autore con drammàtica foga - e ogni città scolpirà la sua. Al sòrgere della notte, sulla fronte dell'Angelo splenderà la stella d'Italia...»

(3) Il Sig. Camillo Ferrara, ex-ufficiale in ritiro (bozz. n. 22) vorrebbe, non un monumento di bronzo o di marmo, ma un opificio dove poter impiegare moltissimi lavoranti. Nell'opificio sarebbe poi collocata una fontana coll'erma del Re. L'autore chiama sè stesso (a torto) un matto che non sragiona.

(4) Dal canto suo, il francese dott. Depraz si propone principalmente di lavare gli italiani, e i romani in ispecie. Suggerisce quindi di fabbricare le Terme Vittorio Emanuele intorno alla mole Adriana, cangiando questa in un gran faro elèttrico. Il Depraz osserva, con francese modestia, che tale idèa è superiore a tutti i progetti di marmo che pittori, scultori ed architetti potrebbero presentare. Egli desidera anzitutto «la rigenerazione igiènica del pòpolo

Al signor Depraz e all'altro citato nella precedente nota nùmero 3, sarebbe anche da aggiùngersi il signor Elia Rapetti (bozz. 34) che, in una relazione non scritta male, osserva che il Mausolèo di Adriano o altro consìmile dell'antichità non potrebbe servir di modello pel monumento a Vittorio Emanuele, rappresentando esso la morte scèttica. Il primo Re d'Italia avendo invece fatto una fine cristiana, è necessario, secondo il Rapetti, che il monumento raffiguri una morte munita dai conforti religiosi. Propone quindi l'erezione d'una chiesa, una specie di chiuso cassone lombardesco.

(5) Questi bozzetti rècano rispettivamente i seguenti motti e si presèntano come qui appresso: - (Quella parte di noi che intende e vuole) Arco di trionfo - (Una casa bianca) Tempietto bianco con cùpola di stile àrabo-burlesco - (Artibus ingenuis quaesita est gloria multis). Chiosco da giardino con una stella a vari colori pendente nel mezzo - (Virtus) Pàntheon con tre sediette fuori di prospettiva sul dinanzi - (Rijssens de Lauw) Torre monumentale barocca in mezzo ad un parco aquàtico - (Wheeller Richard) Tempietto gòtico-còmico - (Savoja) Tela cerata con su dipinto un monumento a gruppi e statue equestri, e molti visitatori - (Baldassare Peruzzi) Monumento con statue equestri e pòrtici. Vi dòmina il colore spinaci - (B) Ricalco del tempio d'Arminio - (L'attuàbile) Sovrapposizione di monumenti. La relazione comincia: Vittorio Emanuele superati vari ostàcoli polìtici e militari... - (Italiae cassis) Lùcido del monumento a Pietro il Grande in Pietroburgo - (Asch Harry) Tempietto indiano - (Vis) Fontana con figurine di terra cotta e cascate di striscie di vesciche - (Persevere) Tempietto - (Almeno un omaggio alla dinastia di Savoja) Tempio greco con su un castello medioevale e sopra un palazzo del rinascimento che termina con un pinàcolo barocco.

(6) Come delle condizioni e professioni dei singoli esponenti, così riesce difficilissimo di accertarsi della patria dei medèsimi a chi, come noi, non fu presente al ricevimento dei loro bozzetti e deve accontentarsi di prènder norma dai motti genèrici e dai nùmeri progressivi, che, in generale, ne sono l'ùnico contrassegno.

Limitando però le nostre osservazioni ai soli mattòidi e cretini, e tentando d'indovinarne l'origine, sia dalla desinenza dei nomi, nei pochi casi in cui lèggesi nome, sia dalla lingua nella quale il manoscritto è redatto o dal luogo donde è datato, troviamo che, fra totalmente e parzialmente alienati:

 

l'Inghilterra e l'America settentrionale avrebbero mandato al

concorso............n. 11 individui

la Germania........» 8 id.

la Francia...........» 4 id.

la Russia............» 1 id.

il Belgio.............» 1 id.

 

(7) Se si volessero riportare tutte le incongruenze, le divagazioni, gli spropòsiti di ogni dimensione che invàdono i disegni e i manoscritti di tre quarti buoni dei concorrenti, non finirèbbesi più. Per esempio, il n.47 (Benincasa) - fabbricato a ricetta un monumento di stile opprimente - lo chiama di stile di buon effetto; mentre il n. 116 (Artibus ingenuis quaesita est gloria multis, 2°) messo insieme una contraffazione di tempio e piràmide, ci avverte che ha creduto di riuscir molto piacèvole nell'imitare la bellezza dello stile greco, la grandiosità del romano e il gòtico nella sveltezza. Nè manca chi ci disegna un Vittorio Emanuele in àbito borghese e cappello basso (n. 91, S.P.Q.R.) o, peggio ancora, un Re vestito da guerriero romano con elmo e pennacchio (n. 139, In hoc signo vinces) nè manca chi ad un tempio sovrappone un pàntheon e per aggiuntino una colonna (n. 68, L'unione fà la forza) o ricama una cùpola come un pangiallo di lusso (n. 67. Labor improbus omnia vincit). Così, benchè sia contrario all'òrdine composito, il n.289 (Buonini) assicura di aver preso a modello l'Arco di Tito e la Colonna Trajana, e il bello si è che non ha imitato nè l'uno nè l'altra; così il n. 259 (Alleanza) che fu premiato con 20,000 lire (bene spese davvero!) raddoppia il Palazzo di Venezia per farne una specie di tetro cassone intorno ad un cadàvere di monumento, ecc. ecc.

Tutti questi, però - mediocrissimi - nonchè altrettali, quantunque àbbiano scivolato nella stoltezza, non prèsentano segni abbastanza certi per poter dire che vi stanno di casa.

(8) Sarebbe interessantissimo di poter anche dare una descrizione psichica di questo battaglione di mattòidi, ma a far ciò occorrerebbe anzitutto di conòscerli personalmente. Quanto alle loro fisionomie, si può essere certi che nulla li distingue dall'uomo medio. La signora,: Tarnoswky, dottrice di grido che voltò in lingua russa il «Genio e follìa» di Cèsare Lombroso, opinerebbe che i mattòidi debbono avere una faccia diversa delle sòlite: gli studi, però, fatti dallo stesso Lombroso e da altri, pròvano invece che le fisionomìe pazzesche s'incòntrano più per eccezione che per regola, il che si comprende per due ragioni: la prima, perchè i mattòidi non sono mai pazzi negli atti e sono tutti compresi della propria importanza, la qual cosa, se mai influisce sulle loro fisionomìe, dà loro un'aria grave, serena, come di chi è pieno e persuaso di sè; l'altra, che, nella più parte, non sono tali per eredità, per malattie cerebrali ecc. ma solo perchè sulla piazza del mondo, con una forza come di 3 vògliono figurare per 300, quindi deviano dal sentiero battuto ed anche dal giusto, non avendo, in ogni caso, di morboso che una vanità sconfinata, unita ad un ìnfimo ingegno.

(9) Notiamo con soddisfazione come questo concetto ragionevolissimo di quanto il monumento sarebbe tenuto ad esprimere, dòmini nella quasi totalità dei bozzetti presentati al concorso. Alla grandissima parte dei concorrenti la formazione dell'Italia parve òpera, non di un uomo solo, ma di una schiera d'incliti patrioti, appartenenti a tutte le classi ed a più generazioni. Tre o quattro progettisti soltanto non videro che l'isolata personalità di Vittorio; come, ad esempio, il n. 207 (Raffaele d'Alpino) che, erigendo graficamente una brutta torre sul Monte Pincio con un colossale stemma nel mezzo sullo stile di quello de' tabaccài, la intitola Torre Sabàuda, e scrive: ai precursori, ai collaboratori di Vittorio Emanuele le colonne, gli stilòbati, le statue equestri; ma il monumento a lui solo!

(10) Questa idèa di ricordare l'unità italiana con qualche segno materiale è comunissima nei concorrenti. I più si vàlgono della colonna, fregiata degli stemmi delle provincie d'Italia o delle principali città. Distinguesi però fra tutti il n.62 (Infin che il veltro verrà che la farà morir di doglia) il quale, erigendo un arco greco-romano in mezzo ad una pozzànghera d'aqua, le fontane - egli dice - alimenteranno l'allegòrica unità del laghetto.

(11) Tra i mattòidi stranieri sarebbe pure da annoverarsi il francese autore dei progetti n. 37 A e B (L'art gothique). È un concorrente la cui fantasia è tutta occupata da un intrico di ogive ed aguglie, le più esagerate. Ci rincresce di non poterne qui riprodurre uno schizzo. La sola proposta di erigere - oggi ed in Roma - un monumento di stile gòtico, dà già indizio di mente non completamente ordinata. Come poi sia possibile di fare, in questo stile, òpera originale, lo domanderemo anche a quel n. 108 (J'attends mon astre) che sceglie appunto lo stile gòtico dopo di aver dichiarato che il monumento non deve èssere copia di altro Questo n. 108 è inoltre quel desso che fà riposare il suo edificio su parecchi scaglioni, i più elevati de' quali sono lisci e gli inferiori rozzi, a dinotare - così egli scrive - le prime difficoltà che incontrò la formazione dell'unità nazionale.

(12) Cf. bozz. n.7 (Fisò in seno all'avvenire), ecc., a pag. 56-57.

(13) Cf. a pag. 43, bozz. n. 168 (Dante, Vittorio Emanuele e l'Unità Italiana) il cui autore è amante anch'esso dei monumenti con luminarie e bandiere e, come le scàtole germaniche a cariglione, con mùsica.

 

 

 





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