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III.
Parecchi anni addietro, al buon
signor Pfaff, io aveva domandato un giorno:
- Perchè non mettete un'epigrafe
sul vostro ricovero di pace e di salute?
Il signor Pfaff m'aveva guardato
senza rispondere, ed era stata la figlia a spiegargli il mio concetto.
La signorina Silesia Pfaff, dopo
aver discusso alcun poco in dialetto grigione col padre, mi s'era rivolta
dicendomi in italiano sgangherato che il padre non capiva e che se volevo porre
un'epigrafe sul piccolo albergo, la dettassi a lei.
Fu così che sul ricovero di pace e
di salute lampeggiò in lettere d'oro l'iscrizione:
VENITE, DOLENTES.
E i dolenti venivano, uscendo dalla
ressa delle città, pallidi e smunti, e cercavano il silenzio, la vita semplice,
l'armistizio di pochi mesi nella battaglia rabbiosa di tutto l'anno. E v'ero
venuto io medesimo, ora curvo per la morte di mia madre, indimenticabile figura
di donna bruna e nobile; ora freddo, caustico, per l'opprimente perizia degli
inganni; ora scosso e attonito per la morte inaspettata di mio padre; ora vuoto
ed aspro per diffidenza degli altri e di me stesso; e ogni volta, l'anima aveva
ricongiunte le ferite, s'era dilatata nel silenzio, s'era compiaciuta di quella
grande e libera solitudine.
Al caro luogo avevo prestata quasi
una simbolica potenza di farmaco. Vi sognavo bene, come in città non era
possibile, e vi attingevo preziosi cumuli d'energia morale; talchè nelle gioje
lo desideravo per meglio compenetrarle, e nei grandi dolori per essere umile
innanzi a superbi spettacoli di paesaggio.
L'albergo del signor Pfaff era
situato fra Splügen e Andeer, sulla via per Coira, in posizione così felice che
sempre, quando la diligenza vi si fermava dinanzi, erano esclamazioni
ammirative fra i viaggiatori. Poichè, dietro la casa, i prati si stendevan verdemente
fino al Reno, indomato ancora e ruinoso; davanti eran la strada postale e la
lunga serie di pinete che costeggian quella strada per notevole tratto; la
conca nella quale l'albergo ha fondamento, è formata da montagne, alcune ricche
d'abeti e di lecci, altre brulle quasi il fuoco vi sia passato con indileguabil
traccia di devastazione. Intorno, vie numerose conducono ai boschi, ai
villaggi, ai monti; una, poco aperta allo sguardo, dietro la casa del signor
Pfaff, costeggia il Reno, avvallata fra gli alberi fitti, e conserva l'indole
selvaggia delle strade raramente percorse.
Più in alto, al disopra
dell'albergo, il villaggio di Sufers, con quelle case metà di legno e metà di
pietra, che danno sùbito l'imagine della Svizzera, come le pagode caratterizzano
l'India e gli edifici a più tetti e a sesto acuto indicano la Cina. Spesso, in
quel villaggio di Sufers, preziosamente conservati sul davanzale delle
finestre, alcuni vasi di geranî e di garofani, risvegliano una nota d'allegria
gentile.
Noi eravamo diretti al ricovero di
pace, non dolenti, ma lieti anzi d'inesprimibile contentezza.
Avevo pregata io Lidia di seguirmi
lassù, perchè mi pareva ed era triste cosa di non aver raccolte in un sol luogo
ed in un successivo spazio di tempo le più pure nostre memorie.
Un po' di vanità femminile aveva
forse giovato a convincer Lidia del mio disegno; l'idea di varcare il confine e
di veder costumi nuovi, le era parsa men comune e preferibile a un
pellegrinaggio per città italiane, notissime a tutti; ne' suoi viaggi colla
famiglia, non s'era mai spinta oltre il lago di Como o il lago Maggiore.
Salimmo nella carrozza da posta
verso mezzogiorno. L'antico veicolo dipinto in giallo e rosso e tirato da
quattro cavalli, ci poteva illudere un istante di non vivere in un'età insopportabilmente
civile e meccanica. Noi avevamo agio a gustare la bellezza dei luoghi e ad
aspirare una purissima aria montanina, comecchè il giorno fosse ricco d'azzurro
e di sole.
Nella scossa che il veicolo ci
comunicò mettendosi in moto, Lidia mi si appoggiò tutta, ridendo, ed io le
strinsi le mani. D'improvviso, mi ricordavo una molestia patita il mattino
stesso durante il viaggio in battello da Como a Colico. V'era salito un giovane
elegante, il quale non aveva smesso di guardar Lidia con occhiate da scapolo
esperto, date a tempo e in modo che la persona osservata non se ne avvedesse.
Per l'insistenza stupida
dell'ammiratore, avevo sofferto con ridicola intensità, e pretestando l'aria
troppo fresca, avevo finito per invitar Lidia a discender meco sotto-coperta.
Era un principio di gelosia vaga?
Senza dubbio, quantunque incoerente col mio intero passato; non ero mai stato
geloso d'alcuna donna, o perchè non ne valeva la pena, o perchè sapevo allora
dominarmi. Ma indubitabilmente d'ora innanzi, gli sguardi, i sorrisi, le parole
dirette a Lidia, m'avrebbero fatto male; potevo affermarlo con sicurezza quasi
matematica.
Ciò era necessario e illogico
siccome ogni paradosso di sentimento. Lidia era bella, e non d'una bellezza
così capricciosa da risvegliar l'attenzione di pochi intelligenti; ma d'una
bellezza fresca, ingenua, assai pura, che avrebbe stimolato il desiderio
perverso, quel desiderio del male, del corrompere, dell'insozzare un'anima il
quale è peggiore di gran lunga d'ogni desiderio sensuale, e pur s'annida in
fondo al cuore di molti uomini.
Si sarebbe annidato fors'anco in
fondo al mio cuore, se io fossi stato estraneo a Lidia; anzi, peggio, vi s'era
annidato già, in altri tempi, ed io aveva commesso il delitto di pervertire qualcuna,
pel solo piacere di pervertirla, d'eccitarla malamente e di mutare una superba
in una donna come tutte le altre.
La cattiva esperienza m'insegnava
che le anime chiarissime, incitano e richiamano la malvagità; la fede provoca
la negazione, quasi processo di fenomeno elettrico. Forse non è lo stesso dei
corpi femminili, tanto più procaci quanto più velati allo sguardo in vesti
ondeggianti, con linea severa?
Lidia, dopo le prime esclamazioni
di gioja al cospetto della vallata che si offriva alla nostra manca, - parlava
con inflessioni carezzanti della voce colorita, e parlava d'ogni cosa, ora
sorridendo alla figura burbera del cocchiere appollajato e mutolo sul suo
sedile, ora intenerendosi alla vista dei monelli cenciosi che ne seguivano in
cerca d'un soldo. Come la carrozza, per la salita, andava al passo, i monelli
si facevano audaci, gettavano mazzolini d'edelweiss sulle ginocchia di
Lidia, senza cessare dalla loro nenia mendicante. Lidia, che credeva
liberarsene coll'offrir loro qualche moneta, se li vedeva comparir più
numerosi.
V'era una bambina coi capelli
arruffati, sudicia, scalza, insistentissima; non appena un soldo veniva
gettato, ella si slanciava e lo disputava ai maschi, rotolandosi con loro per
terra; la scena crudelmente selvaggia stupiva Lidia, la quale non riusciva a
persuadersi che la monella appartenesse al medesimo sesso di lei.
Al riprender del trotto, i monelli
rimasero, addietro, sparvero ad un gomito della strada e in un nugolo di
polvere. La carrozza procedeva robustamente, e il vetturale, curvo, indifferente
al paesaggio di cui doveva conoscere ormai ogni anfrattuosità, spingeva i
cavalli a esortazioni e a tocchi di frusta.
Sui fianchi delle montagne si
vedevamo sparsi poledri e giovenche, intenti al pascolo, volgendo appena la
testa al passaggio del veicolo romoroso. Alcune fra le giovenche, piantate in
mezzo alla strada con bruta apatia, costringevano il vetturale a frustarle
perchè facessero largo, e oltrepassata la carrozza, riprendevano, la loro
immobilità, coll'occhio atono e fisso, come animali di bronzo.
Dopo il cambio dei cavalli a
Campodolcino, - collocato graziosamente in un'estesa verde di praterie, -
l'aria si fece più viva, il paesaggio intorno più tetro per maestosità di
montagne, la salita più decisa. M'ero lasciato prender volentieri dalla
vivacità di Lidia; era impossibile non esultare alla soddisfazione complessa
che illuminava la donna e le brillava negli occhi.
Discesi dalla vettura, noi le
camminavamo a fianco, studiando di precorrerla quando il terreno ce lo
permettesse. La strada, scavata a giri nel fianco della montagna, ci offriva
d'accorciar di molto il cammino che il veicolo doveva seguir tutto e ci
arrampicavamo sui rialzi per balzar dall'altro lato della strada. Lidia,
coll'abito corto da viaggio, i piccoli piedi calzati in forti stivaletti di
cuojo giallo, svelta, agile, s'appoggiava alla mia mano e spiccava il salto con
arditezza. Ma si stancò presto e dovemmo attender la carrozza, che avevamo
vantaggiosamente distanziata, per risalirvi. Il vetturale ci guardava con
occhio tenero, quasi paterno e non riprendeva il viaggio se non certo ch'io
avessi ben collocata Lidia.
Una pigra ma sicura mutazione mi
faceva sentire, man mano procedendo, che le memorie dei luoghi noti m'entravan
nell'animo spalancato, ne cacciavano ogni imagine faticosa della città, mi
davano una superbia di possesso quasi io solo fossi passato di là e solo
conoscessi le voci sonore e profonde dell'altitudini; poi, guardando Lidia, -
ora avvolta in uno sciallo da viaggio per ripararsi dall'aria pungente, -
provavo un fremito leggiero, nulla giudicando più dolce di simile amore in
simili plaghe.
A un tratto, Lidia volse il capo
verso di me, i nostri sguardi s'incontrarono, e la donna intuì il mio pensiero
dilettosamente soggettivo.
- Sei venuto spesso qui? - ella
chiese.
- Cinque anni di séguito, in questa
medesima stagione.
- Solo? - ribattè ella, con qualche
esitanza.
- Sempre solo.... Puoi supporre?...
Ma no. Lidia non mi supponeva
capace di condurla dove altre memorie di donne vivessero, e mi pentii del
sospetto, e per cancellarlo le narrai in quali condizioni avessi scelto quel
ricovero tranquillo, le dissi dell'epigrafe sulla casa, e ormai mutabile in
quest'altra: «Venite, gaudentes» se gaudente non avesse una
significazione materiale e volgare.
Le brevi domande, però, mi
ricordarono ch'io doveva la storia del mio passato a Lidia.
Non sapeva io tutto di lei? La sua
vita fino al mio incontro era stata così semplice, così eguale, che ponendo
piede in casa Folengo, avevo capito come ogni giorno vi fosse monotono e puro,
perchè Lidia non aveva amiche. Soffersi quindi, nuovamente, una curiosa
molestia dacchè il mio passato era ben diverso, inutilmente ricco d'intenzioni
variate e inesorabilmente vuoto di bene e di male grande; ero stato un uomo
allegro e triste, malvagio o beffardo, a seconda dei casi, e per questo, nel
mentre nulla avevo fatto che mi distinguesse da qualunque altro scapolo, -
nulla, nel medesimo tempo, era più increscioso a narrarsi di quegli anni
desolati, infingardi; chiusi nella ricerca di commozioni, comunque fossero,
anche bassamente colpose.
Stabilii, dietro la rapida sintesi,
di non parlare e d'attendere che Lidia desiderasse o in qualsivoglia modo mi
ricercasse quella storia, un po' fosca, un po' grigia.
Pel momento, la donna era assorta
nella contemplazione della cascata di Madesimo, presso Pianazzo, balzante rivo
d'acqua bianchissima, spumosa, lunga e molle, che rallegrava d'un tratto la
montagna nera e nel silenzio della strada deserta mormorava con liquida
cadenza. Madesimo, l'elegante ritrovo, era alla nostra destra e larghi affissi
sopra una casa cantoniera ne indicavan la via; ma pel bisogno di calma ch'io
sentiva, per il tepido fiorir dell'amore di Lidia, il luogo riusciva troppo
chiassoso e vivace.
Più oltre, e a più fresca altezza,
attirò gli sguardi della donna il villaggio d'Isola, giù nella vallata,
disperso a gruppi di capanne brune, dal tetto acuto, e arrampicate pel versante
dell'opposta montagna in notevole estensione e in una mutezza desolante di
luce, anche malinconica per la nudità del monte sul quale eran disseminate.
Assai piccole e quasi immobili, si scorgevan qua e là delle gregge di mucche. E
tutto appariva traverso il fogliame degli alberi che avevamo a fianco della
diligenza e che sembrava un immenso ornato, frapposto al villaggio da un
artista bizzarro.
Una particolarità del cammino erano
ora le gallerie, attraversanti il ventre della montagna, e sotto le quali
passavamo. Istintivamente, Lidia si curvò, come temesse d'urtar la testa nelle
travi che sostenevan l'opera ardita, dalle vôlte umide, stillanti, le cui
aperture, intervallate a guisa di finestre verso il fianco sinistro del monte,
illuminavano con regolar quadrato di luce.
V'eravamo giunti per una via
serpentina, talchè, volgendoci, potevamo ritrovar coll'occhio il percorso
fatto.
Lidia, nella quale l'incontro delle
gallerie aveva ridestata la maraviglia graziosamente loquace delle prime tappe,
si lamentava del freddo, soffiato coll'aria violenta, che trovandoci in abiti estivi
aveva buon giuoco anche sulle coperte da viaggio cui eravamo ricorsi. La
molestia durò poco, perchè oltrepassata la vetta dello Spluga e l'ultima
cantoniera italiana, cominciò la discesa, prima quasi insensibile, poi rapida
così che i cavalli di timone dovevan resistere all'impeto del veicolo piuttosto
che favorirlo, e quelli di volata si piegavano abilmente sul fianco per
mantener l'equilibrio.
Era una bella e potente sensazione,
questa della discesa. Il paesaggio svizzero si presentava foltissimo di pini,
cosicchè pareva vi ci tuffassimo, e il profumo di resina, l'aria nitida
venissero ad incontrarci, penetrandoci beneficamente nei polmoni.
Lidia non mostrava d'essere stanca
più di quanto fosse al principio del viaggio e come il sole andava riprendendo
calore, ella si toglieva le coperte, sorridendo alla corsa piacevole, colle
mani appoggiate allo sportello e il busto eretto; l'onda d'ossigeno le prestava
nuove forze; la fatica, lo sbalordimento del viaggio, i mutamenti improvvisi di
temperatura, di cui avevo temuto per la fragile donna, svanivano innanzi al
bisogno nervoso di giungere, dal quale ella appariva animata.
La discesa continuava veloce;
vedevamo, come già prima la via percorsa, in basso tutta la via da percorrere,
a nastro, bianca e soleggiata, ombrosa di tanto in tanto, - e lontana, diritta,
eguale, la strada che da Splügen conduce a Nufenen e a Hinterrhein. Lidia
m'interrogava sulla situazione della casa Pfaff, dimostrandosi felice del mio
disegno effettuato, sentendo inconscia ella pure la voluttà d'una solitudine
amorosa, senz'occhi indiscreti.
I cavalli trottavano ora in piano,
in direzione opposta a Nufenen. Erano le sei del pomeriggio e il sole si
ritraeva man mano, lumeggiando le case più alte, il cimitero e la chiesetta di
Splügen, senza malinconia, quasi con un senso largo di quiete abituale.
Al passo, traversammo il ponte di
Splügen e dal ponte ci arrestammo sulla piazzetta del villaggio, innanzi al Bodenhaus
Hôtel, dove un gruppo di contadini raccolto pel riposo della sera, ci salutò
con amichevol deferenza.
In un angolo della piazzetta, ci
aspettava la carrozzetta del signor Pfaff, linda e ripulita, colla giumenta
saura; e mentre ajutavo Lidia a scendere, il signor Pfaff, uscito dal Bodenhaus
Hôtel, mi si fece incontro tenendo il cappello tra le mani.
Piccolo, tozzo, formidabilmente
quadrato di spalle, col viso senza neppure i peli delle sopracciglia, con due
furbi occhi cilestri, - il signor Pfaff non era in nulla mutato dall'ultima
volta ch'io l'aveva visto, e dimostrava una diecina d'anni meno de' suoi
sessanta.
Egli mi strinse la mano,
felicitandosi del mio ritorno, in una specie di dialetto lombardo, da lui
imparato per frequenti corse nell'Alta Italia ad acquisti di vini e di
bestiame; poi guardò Lidia, ch'era presso di me, esile e dùttile figurina
d'adolescente.
- La mia signora! - dissi.
Egli s'inchinò sùbito, ma compresi
che Lidia non gli piaceva. Non era un tipo svizzero; le mancavano le allegre
tinte alle guance, il seno turgido, i fianchi rotondi, e una sola mano del
signor Pfaff sarebbe bastata a piegar Lidia come un virgulto. L'istinto, che in
quei paesi fa valutar la donna secondo la capacità a lavorare e a produrre
attestata dal suo corpo, dava una delusione al signor Pfaff. Lidia era un
essere inutile, a suo credere.
Quando fummo nella carrozzella,
guidata dal signor Pfaff e seguìta a distanza da un carro coi nostri bauli, io
approfittai della solitudine che si ritrovava appena fuori di Splügen, per
baciar lungamente la bocca di Lidia. Era una bocca sì viva di colore e così
perfetta di linea, ch'io mi compiaceva a serrarla e a riunirla fra le dita per
meglio sentirla sotto le mie labbra.
In quel momento, il signor Pfaff si
volse dal suo sedile verso di noi, ma rigirò sùbito la testa, allo spettacolo,
e la tenne poi ostinatamente fissa in avanti, per non disturbarci.
- Ho fatta posticipare la cena! -
egli disse, senza guardarci.
- Va bene. Avete molti viaggiatori
all'albergo? - domandai.
- Due francesi.
- Maschio e femmina?
- Maschi tutt'e due. -
Volevo chiedere se fossero giovani,
ma mi rattenni, vergognandomi dell'impulso. Pensai che fossero due solitarî
com'ero io qualche anno prima, e li compiansi; tutto quanto viveva all'infuori
del mio amore, estraneo a Lidia, mi giungeva perdutamente sconsolato, ed ero
già disposto a considerare i due francesi come anime in pena.
La strada, a sinistra di Splügen,
discendeva per breve tratto, poi saliva e si stendeva piana, a gomiti,
costeggiata quando dal Reno, quando dalle pinete, su ambo i lati. Il Reno, che
interessava Lidia, quasi un personaggio storico di cui si son lette e udite
mirabili gesta sanguinose, era nel tramonto quieto, assai sonoro; una lieve
brezza moveva le cime dei pini circostanti lambendoci il viso; il cielo, privo
di sole, pareva una gran vôlta sulle nostre teste, e mai quanto allora ne
compresi la maestosità.
- C'è ancora molto? - chiese Lidia.
- Tre chilometri, - rispose il
signor Pfaff, rigido al suo posto.
- Sei stanca? - domandai io alla
donna. Ella negò col capo e mi volse la bocca in modo ch'io fui costretto a
ribaciarla.
Traversando il primo dei ponti che
s'incontrano su quella strada, vedemmo il Reno orribilmente serrato fra due
montagne a picco, furioso di spuma. Il vecchio fiume balzava, tutto bianco,
irrompeva, accelerando la corsa verso i luoghi dove gli sarebbe stato possibile
allargarsi immortale e magnifico....
Anche oggi, mentre scrivo, il Reno
ulula così sotto quei monti; ma chi lo guarda cogli occhi amorosi coi quali noi
lo guardammo?
Il crepuscolo ci avvolgeva in un
manto cenerognolo, passandoci nell'animo il presentimento d'un gran riposo,
nella casetta bianca e ilare che ci aspettava a poca distanza; pareva
aleggiassero le sforate d'una ballata di Göthe fra i rami dei pini, inclinati
in uno stormir discreto. Non v'era altro che pace, all'intorno, e ombra, e
mitissimo grado di calore.
S'incontravan qualche contadino,
qualche addetto alla manutenzione della strada; levavano il cappello, augurando
buona sera. Non era il saluto al nostro amore? Buona sera, veramente, quella in
cui arrivammo all'albergo del signor Pfaff! Buona sera, che cancellava dallo
spirito anni dolorosi d'errori e mi offriva la fede in qualche cosa,
nell'avvenire, in me stesso!
Quando la casetta s'abbozzò
nell'ombra, la giumenta saura aumentò l'andatura, nitrendo; dalle finestre si
scorgevano i lumi accesi della sala di conversazione e della sala da pranzo,
unici fari in mezzo ai pini, ormai simili a spettri. Prima che la carrozzella
si fermasse, baciai di nuovo Lidia.
Sulla soglia, la signorina Silesia
Pfaff, coi capelli neri accuratamente ravviati e la tipica faccia rubiconda,
comparve insieme a Leo, il grosso cane di Terranova al quale ero
insoffribilmente antipatico.
La signorina mi porse la mano, Leo
m'abbajò contro, secondo il solito. Ancora, Lidia fu una delusione per Silesia,
per quanto questa s'affrettasse a salutare ossequentemente; ma certo pensò che
se avessi sposata lei, avrei fatto miglior negozio.
Ci avevano approntate al primo
piano due camere da letto comunicanti, un salottino e una specie di studio
colla scrivania, dove avrei potuto sognar di lavorare; luce e fiori
dappertutto, la quale particolarità mi parve assai gentile e mi obbligò a
ringraziar vivamente Silesia Pfaff che ci accompagnava.
Quando fummo nel tinello per la
cena, potei notare che le razze hanno istinti non mai fallaci e sconfessabili;
perchè, se Lidia aveva delusa l'aspettazione degli svizzeri tedeschi, provocò
l'ammirazione dei due francesi che ci avevano preceduti; un'ammirazione
rispettosa, ma chiara per qualche sguardo e per quell'impaccio quasi piacevole
che una bella donna ispira sempre ai giovani.
I due viaggiatori, sulla trentina,
eleganti per abitudine, compìti per esperienza di società, eccellenti
parlatori, si contentarono di discutere fra loro alcune questioni superficiali
di letteratura; ma in modo che se la buona volontà non mi fosse mancata, avrei
potuto io pure esprimere delle opinioni, concordi o contrarie, il che era
affatto indifferente a me e ai due francesi.
Io aveva ben più dolce esca alla
mia attenzione. Lidia, dai cupi occhi azzurri e dalle labbra vermiglie,
appariva serenissima, e la grande notte silvestre che calava, prometteva
un'immensa voluttà di silenzio.
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