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IV.
Per tutto quel mese di luglio
milleottocento ottantasette, uno spettacolo di saltimbanchi e una passeggiata
notturna furon le sole digressioni nella gran calma felice della nostra vita.
All'albergo eran sopravvenuti altri
forastieri, i soliti dogliosi in cerca d'oblio; ma noi li vedevamo di rado, non
intervenendo alla mensa comune. Intuivo parecchi intorno a noi che sorridevano
del nostro appartarci; quei due francesi incontrati pei primi, dovevan
filosofare mirabilmente sull'idillio che presentavamo loro, e una vecchia dama
bisbetica sogguardava Lidia con qualche acredine, incolpandola d'essere nata
cinquantacinque anni dopo di lei.
Ciò non era molto doloroso e noi
gustavamo con tanta intensità il nostro egoismo a due, che per tutti gli altri
ci sentivamo feroci.
V'erano e vi sono, in quell'angolo
delizioso dei Graubünden, lunghissimi tratti di strada quasi per null'affatto
frequentati e secretissimi e riparati fra la verzura e simiglianti a certi
selvatici e vergini paesaggi, dal pennello più presto imaginati che riprodotti
fedelmente; ora chiusi come interminabili chioschi, ora aperti come giardino
signorile, dove la vigile attenzione dei paesani ha collocati opportunamente i
sedili pei rari passanti.
Noi sceglievamo sempre quelle vie,
procedendo fin che il Reno sopraggiungeva ad accompagnarci, scapigliato di
schiuma, e spesso, non contenti dell'impreveduto e del mistero, lasciavamo la
via segnata, inoltrandoci pei boschi, salendo pei greppi che i lichéni avevan
ricoperti di morbidissimi tappeti naturali, qualche volta anche arrischiandoci
su rocce a picco, dalle quali si poteva veder sotto il ruinar vertiginoso del
fiume.
Lidia, cogli abiti a chiare tinte,
formava in quella varietà di cose belle per dolcezza o per orrore, un
inarrivabile complemento, che io ammirava col rammarico di non sapere in modo
alcuno descrivere. Quando, - pel timore che le crittogame delle rocce non
nascondessero qualche falla del terreno, - Lidia s'attaccava alla mia mano e
camminava così a capo chino, studiando il passo, sorridendo un po' nervosa,
aiutandosi col bastone ferrato e chiedendomi cogli occhi una parola
incoraggiante, io non trovava altra parola che il bacio, dato sulle labbra
fresche, volonterose.
Qualche incontro inaspettato
animava le nostre escursioni; dei camosci, a gruppi di tre o quattro,
s'allontanavan lentamente, rivolgendo la testa a guardarci coi neri occhi
oblunghi; degli scoiattoli bruni fuggivan d'albero in albero, la coda ritta, le
piccole orecchie calate per la paura; ed eran graziose macchie sullo sfondo
verdastro dei tronchi antichi.
Talora, alti cumuli edificati
pazientemente con fuscelli di pino, c'indicavano il soggiorno delle formiche
rosse, e innanzi a quei meravigliosi risultati dell'intelligenza animale, Lidia
ed io ci soffermavamo a lungo. Quelle formiche, d'un'audacia e d'un coraggio
diabolici, si rizzavan sull'addome appena tocche, s'avventavano con furore
contro la punta del mio bastone, eran tremendi guerrieri capaci dei più
inauditi eroismi; se io gettava loro qualche insetto, era un accorrere da ogni
dove, un fermarlo, un assalirlo per quanto esso potesse sembrare smisurato al
confronto degli assalitori; se scoperchiavo il formicaio, le abnegative
abitatrici del luogo correvan tosto a nascondere e a riseppellire le uova così
esposte, e si rizzavano a guardar donde venisse l'attacco, e senza frapporre
indugio rimediavano alla catastrofe, ricostruivano immediatamente le abitazioni
distrutte. Spettacoli non poco umilianti pel mio orgoglio d'homo sapiens.
Fu giusto al ritorno da una di quelle passeggiate istruttive, che, seguendo un
sentiero in mezzo ai campi, protetto su un lato da un filar d'ontani, Lidia
s'arrestò ad osservar le incisure che mani ignote avevan fatte nel tronco degli
alni; eran lettere intrecciate, numeri e motti stentatamente segnati nella corteccia,
ricordi sentimentali.
La donna mi domandò il coltellino
per aggiungere i nostri nomi all'elenco sospiroso; girò intorno al tronco per
trovarne una faccia priva di segni, e vedendo una S circondata da mirabili
ghirigori, mi chiese:
- Quando hai inciso questo, Sergio?
- Mai, cara, - risposi. - Lo vedo
ora per la prima volta. -
Più sotto alla S, v'era un'A, e più
sotto ancora, la S e l'A s'univano in un monogramma, come due amanti che dopo
battuta diversa via, si ritrovano e si congiungono per sempre.
Lidia mi restituì il coltellino,
prese il mio braccio e s'incamminò meco senza far parola.
- Via, bambina; - dissi. - Che cosa
c'è? Tutte le S indicheranno Sergio e tutti i Sergi non potranno essere altri
che io? Ti ho già detto come io sia sempre venuto solo in questi luoghi.
- Sei diventato pallido, - osservò
Lidia.
- Pallido no, - risposi; - triste
sì, pel tuo sospetto ingiusto. -
E sciogliendomi dal braccio della
donna, mi fermai. Provavo un tormento, improvviso, crudele.
Come mai Lidia mi credeva abbastanza
vano e vile da condurla dove avevo condotte le mie amanti, da permetterle di
scrivere il nostro nome sotto il nome d'un'altra donna ch'era stata mia?
- Perchè mi giudichi così male? -
domandai, guardando la donna fissamente. - Chi ti ha parlato di me?
- Nessuno mi ha parlato di te,
Sergio, - ella rispose, ritta, immobile come un'accusata. - Ho creduto io; ma
non ti ho detto niente, non ti avrei detto niente mai. -
La sera calava con quella solita
maestà non priva di tristezza che i grandi paesaggi posseggono. Di fronte a
noi, sull'altra strada che conduceva ad Andeer, risonavano le campanelle delle
mandre reduci dal pascolo; le foreste di pini, stese lungo i fianchi dei monti,
ispessivano il loro verde fino a diventar nere e lucide.
- Mi credi, dunque? - domandai,
avvicinandomi a Lidia.
- E tu, mi perdoni? - ella rispose.
Procedemmo in silenzio; il
brevissimo episodio m'aveva ancor rammentato ch'io nulla aveva detto a Lidia
de' miei anni precedenti, e simile lacuna poteva ben giustificar nella donna qualunque
sospetto. Infine, ella m'aveva sposato perchè mi amava, i suoi m'avean data
Lidia perchè io conveniva loro; ma sapevano essi chi io era, non riguardo al
mondo, non riguardo alla vita vissuta, ma in faccia alla coscienza e alla vita
dei sentimenti? Nulla sapevano essi; potevo esser un cinico, un corrotto, un
libertino, un ipocrita che avesse trascinata l'esistenza senz'infamia e senza
lode, sol perchè gli eran mancate le occasioni di far diversamente.
Rimaneva perciò un malessere tra me
e Lidia, prodotto da quel velo steso sul mio passato, e bisognava rimediarvi,
presto, sùbito, perchè non si prolungassero oltre i motivi a sospetti e a
dubbi.
Quella sera medesima, dopo cena,
quando Lidia fu nella sua camera, io ve la raggiunsi. La serata aveva chiuso
con un acquazzone formidabile, dando un tracollo alla temperatura, divenuta
quasi fredda; nel nostro appartamento le stufe russavano.
Trovai Lidia ben disposta ad
ascoltarmi, seduta in una poltrona con dei giornali sulle ginocchia. C'illuminava
chiaramente una lucerna posta a fianco di Lidia, sopra una piccola tavola. Mi
sedetti presso la donna, le presi le mani, e le dissi:
- Vuoi ascoltarmi, amica mia? Debbo
parlarti a lungo. -
Dal movimento di viva attenzione
che seguì in Lidia a queste parole, compresi ch'ero arrivato a tempo e che
s'ella non aveva osato mai chiedere, non aveva per ciò men desiderato
quell'istante di confidenza. Quanto a me, studiai di dare alla mia voce
l'inflessione più affabile di cui era capace, e per la durata dell'esordio, non
abbandonai le mani della donna, fattasi grave subitamente.
- Debbo dirti chi sono io, -
cominciai sorridendo, - e come ho vissuto fino al giorno del nostro incontro.
Io ne ho il dovere, ma ti parlo piuttosto per desiderio d'una piena confidenza,
che per stimolo di soddisfazione ad un obbligo. Sai che io ho perduto mia madre
a vent'anni e che d'allora, fino all'altra dolorosa scomparsa di mio padre, io
sono stato sempre con questi, accompagnandolo in tutt'i suoi viaggi per
l'Italia e fuori; ma non sai quale notevolissima influenza sulla mia indole
abbia esercitato questo genere di vita. Mio padre, vecchio colonnello di
cavalleria, era di quegli uomini maravigliosi che han conosciuto l'entusiasmo e
che, dopo essere stati eroi in tempo di guerra, non s'eran dimenticati d'essere
onesti in tempo di pace. Per me aveva una benevolenza sollecita, e io credo
d'aver destata in lui compassione non meno che affetto; ero esile, gracile, e
presso l'uomo che aveva scritta la propria storia a colpi di sciabola, parevo
un virgulto, non abbastanza bello per essere interessante e non abbastanza
interessante per essere perdonato della sua gracilità. Quindi, mio padre
credette ottima idea d'evitarmi le noie e le ansie degli studî, supplendovi coi
viaggi, ed io confortai questi col tuffarmi a corpo perduto nella lettura di
qualunque libro, di qualunque giornale, di qualunque opera pesante od allegra
mi fosse dato trovare. Ciò non era grave, alla fine; conobbi molte cose
superficialmente e nessuna con profondità, ma non dovendo votarmi ad alcuna
professione, la cultura saltuaria mi rese eguali servigi, nelle conversazioni,
dove tutta la scienza si limita ad un accenno.... Gravissime, invece, furono le
conseguenze morali di quella vita febbrile e diffusa. Io non ebbi abitudini,
perdetti la nozione della famiglia, non amai nulla di quanto si conveniva alla
mia età; come i viaggi m'insegnavano che non v'era luogo così bello da
escluderne altri migliori, la vita mi si presentava quasi un viaggio lungo, ed
ogni avvenimento quasi un incidente di via, che al primo gomito della strada si
sarebbe dimenticato. Perciò, io dispersi le forze intellettuali e non potei
indirizzarle ad un determinato scopo; dispersi le forze affettive, non
raccogliendole sopra alcuno oggetto.
Feci una pausa. Lidia osservò con
voce tranquilla:
- Io non vedo gran male in tutto
questo. Avrai avuta una giovinezza molto fredda e senza peripezie.
- No, - risposi. - Allora pareva
anche a me che non vi fosse gran male, perchè ero assai giovane, e quello
stesso metodo di vita m'era d'ostacolo ad interrogarmi, a studiare se in fondo
all'animo io non sentissi qualche irrimediabile amarezza. Ma quando mio padre
morì, m'accorsi tosto d'essere straordinariamente solo nel mondo, inutile al
punto che la mia vita e la mia morte dovevan riuscire indifferenti fenomeni
agli altri, non pure, ma a me stesso. Non avevo alcuno scopo, non avevo amici,
non rappresentavo nulla, non ero una forza, considerevole o mediocre, nella,
meccanica della società; se fossi sparito, nessuno si sarebbe doluto della mia
scomparsa. A tale idea io soffersi molto, e fui così malcontento, così
irritato, che invece di tentar qualche cosa, venni in questo paese a rodermi
internamente de' miei anni sciupati. Capisci questo, amica mia? Lo spettacolo
dell'attività altrui, invece di spingermi all'emulazione, mi stremò di forze e
mi tolse ogni speranza di poter fare.
- Come mai? - domandò Lidia,
rizzando la testa a guardarmi.
Nel mentre andavo parlando,
m'accorgevo che, diversamente da tutte le aspettative, la confessione mi
riusciva facile, e che enunciando e sintetizzando il mio passato, illuminavo me
stesso su cose prima oscure. Avevo anche avvertita una certa impazienza in
Lidia, e me ne davo ragione sapendo che la donna non poteva contentarsi di
quelle linee generali, ma voleva la confessione di argomenti assai più vicini a
lei e più pericolosi.
- Come? - ripetei. - Non so.
Saranno effetti nervosi, ma certo senz'alcun rimedio; avrei avuto bisogno di
trovare gli altri molto addietro; li vidi al contrario molto innanzi, e lo
spazio che mi separava da essi, mi diede un vero spavento, quasi una vertigine.
- Così, tu non hai fatto bene e non
hai fatto male? - chiese Lidia.
La voce della donna s'oscurò di
tristezza, e mi penetrò in fondo al cuore.
- No, - confessai, - no, io non ho
fatto alcun bene....
- Non hai amato? - incalzò Lidia,
rizzandosi sul busto e stringendomi le mani.
- Non ho fatto alcun bene, - dissi
nuovamente. - Ero preso da quella specie di malattia della volontà, e divenni
maligno, contro di me e contro gli altri; fui dei più pronti a schernire, dei
più volonterosi a negare; fui un essere colmo d'odio, perchè invece d'incolpar
me della mia vuotaggine, incolpai non so quale fatalità avversa.
- E le donne non riuscirono a
toglierti quell'asprezza, a consolarti? -
Appena pronunciate queste parole,
Lidia arrossì vivamente; ma nel medesimo tempo, il mio viso ebbe forse
un'espressione così dolorosa, che la donna porse la destra sulla mia bocca,
aggiungendo:
- No, no, non dir nulla, se non
vuoi, Sergio! -
E si chinò a baciarmi.
Nell'atto ch'ella avanzava e
serrava le labbra contro le mie, io chiusi gli occhi ed ebbi come un'immensa
visione di tutta l'impossibilità a parlare. Lidia era ancora, una fanciulla;
donna solo fisicamente; il suo animo era incontaminato, il suo pensiero casto,
i suoi costumi ingenui. In che modo potevo io dire?... Perchè bisognava farsi
comprendere, cioè sviscerare i fatti, analizzarli....
Quando Lidia staccò la bocca dalla
mia, io aveva già divisato di non parlare.
Mi diedi a passeggiare per la
camera, comprendendo che non potevo tacermi immediatamente, se non col pericolo
d'ingenerar nello spirito di Lidia chi sa quale stranissimo sospetto di
mistero. La donna mi seguiva dello sguardo, e per la prima volta s'insinuò fra
noi il dolore di non sentir le nostre anime sopra una medesima via.
- A che giovano i fatti? - io
ripresi, avvicinandomi a Lidia e sedendomi sullo sgabello a' suoi piedi. - In
amore e per l'amore, sono stato un perverso. Non mi chiedere altro, amica mia;
non ti dirò di non avere amata alcuna donna prima di te; la cosa, più che
mirabile, sarebbe ridicola. Ma è certo, è vero, è sacro che dal primo giorno
del nostro incontro, ogni altro amore cessò e ho voluto mutarmi.
- Sono contenta, - disse Lidia con
semplicità. - Sono contenta e ti credo: però.... -
Tacque un istante, esitando; poi si
chinò fino al mio orecchio e soggiunse a bassa voce:
- Però.... vorrei sapere se fra le
donne ch'io conosco, ch'io conoscerò e che ci verranno in casa, vi sia qualcuna
che tu hai amata. -
Non era ancora finita la frase, che
Lidia se ne pentì, poichè corresse:
- No, no, in casa; non dubito; ma
v'è qualcuna ch'io conosca?
- Nessuna, - risposi prestamente, e
volsi il capo perchè Lidia non mi leggesse in viso la menzogna.
Una, ve n'era; ben conosciuta da
Lidia, che l'ammirava per la superbia e l'eleganza; una, che frequentava la
casa Folengo, e m'aveva irritato colle carezze finte prodigate alla fanciulla.
Ma perchè dir questo a Lidia? Non era inutile e pericoloso?
- Vedi, - continuai dominandomi. -
Vedi ch'io non ho nulla di buono nel mio passato e ch'io ti debbo una totale
rigenerazione? Sono un vagabondo arrestato dalla tua potenza.
- E tu mi ami quanto non hai amato
alcuna donna, è vero? - domandò Lidia, ancor dubitosa.
- Puoi ben crederlo, - esclamai, -
se a te lego tutta la mia vita! -
Vagamente e con un'indefinita
paura, io rilevava uno strano fatto; che la mia confessione era inutile, perchè
non poteva esser chiara, e che, lasciando Lidia più calma di quanto io non
m'aspettassi, aveva invece turbato me oltre ogni previsione. La colpa era mia,
non avendo io il coraggio necessario a spingermi fin dov'era possibile; la
colpa era anche di Lidia, la quale, sorvolando ai miei mali dello spirito,
aveva voluto giungere sùbito ai fatti, agli amori, alle donne, alle persone che
da un istante all'altro ella poteva incontrare.
In fondo, Lidia non aveva capita
l'amarezza della mia esistenza, tormentata da un inutile desiderio di fare e di
lavorare: non aveva viste che delle rivali, non aveva tremato che di gelosia.
Così, mentre io credeva la mia confessione dovesse prolungarsi, era invece
finita d'un tratto, proprio sul limitare della piena confidenza.
Io guardai la donna; delicatissime
apparivano la bianchezza rosea del suo volto, l'espressione degli occhi lunghi,
ombrati da palpebre simili a minuscoli ventagli, coronati da ciglia simili a
leggiere strisce arcuate di pennello.
Ed io poteva condannarla, s'ella
non comprendeva l'infinita melanconia, l'infinita vacuità dell'uomo che le
parlava? Anche troppo presto se ne sarebbe avveduta quando la nostra casa si
fosse aperta agli amici miei, agli uomini che seguivano una via ben chiara,
incontro a una meta ben decisa. Lidia era, del resto, come tutte le donne,
chiusa entro i limiti della vita pratica; non poteva supporre occupazioni oltre
la famiglia, o supponendole non le avrebbe trovate necessarie.
Io solo, che avevo sognato di
giungere alla fama, ero giudice della rovina che al sogno aveva tenuto dietro
invece della realtà.
Non avevo mai saputo chiuder la
vita entro limiti così precisi che arginassero le incomposte tendenze,
dirigendole robustamente a un fine; proclive a più cose ed avido di conoscere,
avevo dispersa l'energia creativa, atrofizzandola in un vuoto compiacimento di
sapere; privo di vanità nella sua forma più eletta ch'è l'ambizione, m'ero
limitato ad ammirar l'opera altrui, spesso semplicemente induttiva, e m'ero
sfiduciato al pensiero di muovere i passi dove uomini eminenti avevan talora
dubitato ed erano anche caduti numerosi; e se di tanto in tanto il peso
dell'inerzia vergognosa mi diveniva intollerabile, - guardandomi intorno e
vedendo i già noti e battaglieri preparar nuove opere e nuove battaglie, la mia
nervosità suggestionabile soffriva d'un contraccolpo mortale, la mia volontà si
rannicchiava al cospetto di volontà più illuminate e più esperte.
Rimaneva poi verissimo quanto io
avevo detto a Lidia: che al vuoto del quale arrossivo avevo sempre trovate
altrettante giustificazioni, considerandomi vittima di complicate e malaugurose
vicende; e il tempo, la solitudine, l'incontentabilità, le difficoltà materiali
per farmi conoscere, la lenta progressività dell'esito futuro, mi sbigottirono
e mi relegarono decisamente fra l'immensa caterva di coloro che vivono come
possono e che una tomba inonorata accoglie e dissolve.
Nei giorni susseguenti a quel
colloquio con Lidia, io ebbi più volte l'opportunità di spiegare alla donna
quanto fossi insoddisfatto dell'indirizzo preposto alla mia giovanezza. Lidia
accoglieva questi discorsi con una duplice espressione: lieta, perchè notava
come le donne del mio passato fossero totalmente scomparse dalla memoria;
triste, perchè avrebbe voluto altrettale oblio de' miei sogni e dei
proponimenti frustanei. V'era nel suo modo di rispondere, nell'angoscia
rinnovellata ad ogni apparire de' miei rimorsi, - un chiarissimo sottinteso,
ch'io aveva sùbito spiegato così:
- «Non ti basta la realtà del mio
amore? Non ti basta la vita ch'io ti offro?» -
Ora, quando in addietro lottavo,
cercando di dedicarmi alla letteratura per la quale credevo di aver qualche
disposizione, - m'ero sempre tolto a quelle spaventose lotte col medesimo
pensiero: tuffarmi nella vita reale, godere quanto era più vicino e più facile
ad ogni uomo.
E quel pensiero d'allora, germinato
spontaneo, e quel sottinteso d'adesso, nascosto nelle parole di Lidia,
concludevano in un'egual rinuncia, avviandomi sulla strada comune, dove non si
trova gloria, ma la calma è solenne, l'indifferenza grande, il benessere
sicuro. E poichè questa volta l'esortazione alla rinuncia veniva da una bocca
giovanile e cara, io credetti poterla obbedire, e per lungo tempo i rimorsi
della vanità delusa tacquero, mortalmente.
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