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VIII.
Mi occupai sùbito a stabilire la
gravità di quanto avveniva e a capire il significato d'una recrudescenza di
sogni che supponevo decisamente snebbiati dal mio animo e invece eran
ricomparsi cogliendo la prima occasione favorevole.
I due termini estremi della
situazione eran chiari per quanto dolorosi: un lasso di sei mesi aveva
trasformato Gian Luigi Sideri in un uomo che ambiva alla fama e dilatava la
propria personalità utilmente; un lasso eguale di tempo nella mia vita non
aveva concluso che a mutarmi da scapolo in marito.
L'enorme abisso fra l'una condizion
di cose e l'altra, era appena intravedibile e perciò tanto più capace
d'impressionarmi. Gian Luigi ed io, avevamo nel medesimo tempo, nel medesimo
giorno forse, spalancate due porte sulla nostra via; lui dirigendosi a lotte
d'intelligenza, a febbri di concezione, a godimenti e ad amarezze non comuni, e
tali da raffinarlo e da toglierlo alla greggia umana; io sottoscrivendo al mio
volgarissimo avvenire, rinunciando a sogni smisurati, collo sposare una
fanciulla, che amavo indubbiamente, ma che ancor dopo sei mesi d'intimità non
sapevo se fosse quella la quale m'abbisognava.
Intuivo di questo fatto le
conseguenze. Un matrimonio non è mai stato barriera al lavoro intellettuale, ma
per me, pel mio bizzarro carattere, assumeva l'aspetto d'una barriera
insuperabile; anzi, come altri aveva bisogno della famiglia per lavorare, io
aveva invece necessità della vita libera, capricciosa, retta dal mio solo
arbitrio. Le angustie derivate dalla casa, gli obblighi assunti, le convenzioni
tacite che il matrimonio chiudeva in sè numerosissime, formavano il veleno più
potente, più letale, più immedicabile alla mia attività, anche senza tener
conto delle obiezioni e dell'atteggiamento ostile che nel mio caso speciale
poteva assumere Lidia per un tentativo, molto problematico, di darmi finalmente
alla letteratura.
No; se v'era stata ancora speranza
a qualche cosa, se il destino aveva riserbata nel mio animo una miracolosa
potenzialità di scuotermi e d'agire, - io aveva distrutta quella speranza,
avevo stremata quella potenzialità, fatalmente, il giorno in cui m'ero legato a
Lidia. L'avevo guastato io, il mio destino, come al più degli uomini succede; e
m'ero scelto l'avvenire del buon padre di famiglia, quand'era forse pronto per
me l'avvenire d'un artista!
Chi m'aveva tratto in inganno?
Lidia, colla sua fresca bellezza? i parenti di lei, colle loro cortesie?
Nessuno: una succession di casi, una forza sottile d'attrazione al pericolo.
Onde, non avevo contro chi volgere
il mio malcontento e l'angoscia della delusione; gli altri, eran vittime; io
era vittima; eravamo vittime tutti quanti di quelle leggi necessarie e assurde,
che ad ottener Lidia corpo ed anima m'avevan vincolato a lei per l'esistenza
intera.
Nel mio studio, l'ombra del
pomeriggio calava rapida fra scrosci di pioggia; a momenti non ci si vedeva
più, ma non sapevo muovermi dalla poltrona, nè deporre il libro che avevo
mandato a comperare e che tenevo ancora intonso fra le mani, come un testimonio
vivo e straziante di quanto si poteva fare e di quanto non avevo fatto.
Dalla camera attigua mi veniva il
romor dei passi di Lidia, e mi figuravo la donna pensosa, a testa china, le
mani entro le tasche della vestaglia, passeggiando come un automa pel salotto.
Lidia era tutto il mio destino; io
doveva cooperare a renderla felice, e raccogliere in questo còmpito non facile
ogni facoltà dello spirito; inutile guardare di là da simile stretta cerchia,
oltre la famiglia e la casa.
A poco a poco, il romor di quei
passi mi divenne intollerabile; forse Lidia piangeva per il modo brusco e
inusato con cui m'ero sottratto a quanto ella voleva dirmi.... A che stava
pensando, ora? Alla triste scoperta della mia indole, a' miei torti, alle sue
speranze di quiete, inutili.... Giovane, elegante, bella, voleva ben più
attente cure di quelle che io non le prestassi; poteva ben dolersi de' miei
sogni ridicoli i quali creavano una rivalità inafferrabile per lei.... Ma
intanto, quei passi mi causavano un rimbombo doloroso nel cervello; il fruscìo
della veste m'irritava; il contegno silenziosamente corrucciato di Lidia mi
pareva un rimprovero sproporzionato alla colpa....
Gettai il libro di Gian Luigi, d'un
tratto; mi levai, mi diressi all'uscio che metteva nel salotto: volevo pregar
la donna di non più tormentarmi.... Di non più tormentarmi? Ella m'avrebbe
giudicato pazzo; che tormento mi dava?...
Restai così un attimo innanzi
all'uscio, studiando la frase meno incomprensibile; e non trovandola, e temendo
di veder per davvero le lagrime supposte di Lidia, ritornai alla poltrona, ma
l'oscurità era ormai densa nella camera, e non interrotta se non dallo
spiraglio di luce che appariva alla bocca della stufa.
Come le sei suonavano all'orologio
della chiesa vicina, mi recai nel tinello, ove rimasi stupito vedendo preparata
la tavola con una sola posata.
Geltrude - la cameriera che aveva
lasciati i signori Folengo per passare al nostro servizio - accendeva il
candelabro a gas, nel mezzo del soffitto; e allo stropiccìo de' miei passi si
volse, dicendomi:
- La signora è indisposta e prega
il signore a voler pranzare da solo. -
Credo che così male io non abbia
pranzato mai, in tutta la mia vita. Un'ira sorda m'aveva preso contro Lidia e
la sua indisposizione pretestata; il far partecipe la servitù di quanto
avveniva tra noi, mi pareva l'atto più stupidamente borghese che Lidia potesse
commettere, e rivestiva a' miei occhi un carattere d'ostilità assoluta poichè
la donna conosceva benissimo le mie opinioni in proposito.
Neppure un istante mi balenò alla
mente il pensiero ch'ella avesse sperato in una mia sollecitudine per il suo
malessere, in una mia comparsa nella camera da letto ov'ella rimaneva.
A Geltrude non chiesi spiegazioni;
pranzai male, ma pranzai, col giornale spiegato innanzi a me; poscia accesi un
sigaro e mi accomodai sul divano a fianco del caminetto, studiando con enorme
attenzione i ricami della fiamma sulle legna.
Verso le nove, uscii di casa; io
non m'accorgeva d'agire non per volontà mia, ma per fare meccanicamente ciò che
avevo visto fare agli altri in simili casi: gli altri si divertivano o
cercavano divertirsi; io entrai al teatro Dal Verme, ove un Circo equestre
attirava folla discreta.
Nell'atrio scansai tre o quattro
conoscenze: un marito con seimila lire di rendita, nient'affatto sorpreso che
la moglie ne spendesse diecimila per la casa; un vedovo in procinto di sposare
sua cognata, quantunque la sapesse, come la sorella, già condannata per etica
dai medici; uno scapolo, che manteneva una ragazza della quale si vergognava e
per la quale ostentava la massima indifferenza; ed altri, che mi riuscivano
stranamente antipatici a un tratto, mentre m'erano appena indifferenti per lo
passato.
Da quanti, invece, appressai fra i
miei amici, ricevetti quella sera un'accoglienza curiosa e significante; erano
saluti e strette di mano sincere, ma diverse dalle consuete; era un
atteggiamento quasi grave che costoro assumevano alla mia presenza; un gruppo
di celibi, noto pe' suoi discorsi pornologici, troncò una discussione, quand'io
l'avvicinai, e ne cominciò un'altra di politica.... Si aveva riguardo per la
mia mutata condizione, e pareva s'aspettasse di definirmi e di classificarmi
fra le diverse specie di mariti, prima di scegliere un contegno deciso.
Fu l'ultimo colpo all'irritazione
che mi ribolliva dentro; ero dunque ben morto per quegli uomini, bene straniero
ormai al loro consorzio, se si trattenevano dal mostrarsi cinici e scapati
quali erano, e indossavano una cappa di convenienza, pesante a me più che a
loro medesimi?
Domandai di Gian Luigi Sideri. Era
a Sestri a lavorare, solo.
- Com'è stato accolto il suo Lastrico
dell'Inferno? - chiesi.
- Assai bene; ne hanno parlato
anche all'estero, - mi si rispose. - Una rivelazione! -
Me ne andai, verso le undici. Gli
altri si recavano a cena.
- Tu non verrai, non è vero? -
domandò uno.
- Grazie; vado a casa, - risposi
dopo un lampo d'esitazione.
E negli augurî di «Buona notte!» che
m'accompagnarono, volli trovare ironia, invidia, rispetto comico per la fedeltà
con cui osservavo i miei doveri di sposo felice; e l'irritazione si riversò
allora infine, decisamente, contro costoro, contro la buaggine del mondo. Se si
fosse indovinato che già tra me e Lidia cominciavan gli screzî!... Screzî i
quali davan ragione alle ironie sottintese, e avrebbero fatto esultare quei
filosofi da marciapiede.... Ebbene, no!
Lidia era a letto; dormiva, quando
rincasai. La scossi leggiermente, la pregai di voler dimenticare, l'ottenni ben
facile, e l'alba dell'indomani sorse tranquillissima per noi, smemorata d'ogni
chiaroscuro spiacevole. Tornando, però, durante quella notte, al primo
malinteso che aveva prodotto il nostro broncio, Lidia espresse di nuovo il
desiderio di non partire; non aveva voglia di soffrire i disagi di un viaggio
lungo; voleva attendere la migliore stagione, e nel frattempo occuparsi della
sua casa, far visite e riceverne, andare a teatro, godere del carnevale
prossimo; tutto coll'impazienza della donna nuova, che brucia dal desiderio di
mostrare al mondo quale splendida farfalla sia sbucata dalla crisalide.
Per non toglierle illusioni circa
quei divertimenti che il suo nuovo stato le permetteva, ascoltai il programma
di Lidia con animo sereno e mi compiacqui a far disegni sull'argomento. Nei
giorni successivi la presentai a quante famiglie conoscevo e mi parevan degne
della sua amicizia....
Spesso in quelle case, dov'io
entrava una volta preceduto da impaziente attesa e circondato da cortesie
eccezionali, trovai un'accoglienza compitissima e tuttavia diversa da quella
del passato; le madri mi serbavan qualche rancore per non aver fatta cader la
mia scelta sulla signorina, speranza e tormento della famiglia; ero per esse
una fresca tomba di illusioni.
Altrove, era la signorina che usava
un po' d'astio contro Lidia e un po' di sprezzo contro me; occhiate traducibili
con un: «Tanto, non avrei saputo che farmi di voi!»
Eran più schietti e cortesi gli
uomini, quegli stessi uomini, i quali diventavan terribili di satira e acuti di
negazione non appena si trovavano in crocchio, al teatro o al caffè.
Difficile stabilire il numero
esatto di quelli che al veder Lidia si proponevano di sedurla in otto giorni e
stringendomi la mano si rallegravan seco stessi d'aver io preparata una nuova
preda per loro; certo, dovevan essere molti e non tutti scapoli; certo, anche,
Lidia produceva comunemente un effetto d'ammirazione per la sua bellezza, e di
simpatia viva per un'ingenuità graziosa, per una semplicità pura di modi, che
alla bellezza eran fortissimi ausiliari.
E in grazia di tali ausiliari, le
madri più arcigne e le fanciulle deluse, dopo quindici giorni gareggiarono a
diventar l'amica intima di Lidia, come gli uomini tutti studiaron di farsi
amici intimi miei; del che ero meno lusingato.
Lidia aveva stabilito il martedì
pe' suoi ricevimenti; io v'assisteva sempre, quantunque i discorsi delle
signore mi facessero sui nervi l'effetto d'uno strider di lima e non fossi
compensato se non dallo spettacolo delle manovre tattiche ivi usate. La
simulazione e la dissimulazione vi giuocavano aspre battaglie; vedevo le
nemiche sorridersi, darsi la mano, baciarsi e lodarsi, con un'abilità che un
diplomatico avrebbe pagata un occhio; ascoltavo le più calunniose insinuazioni
fatte col più idilliaco dei sorrisi; notavo la gara tacita e accanita di
soverchiarsi in eleganza, in bellezza, in ispirito, e rilevavo come le più
maligne parlassero sempre della malignità altrui, dichiarandosi aliene da ogni
vanità umana e inorridite dalla maldicenza, la quale pur troppo non rispetta
alcuno.
Io mi diceva frattanto che se si
fosse scoperto ch'io era adultero, giuocatore od ubbriacone, tutte le amiche di
Lidia avrebbero esultato, in omaggio all'amicizia femminile.
Avevan trovato, quelle eleganti
femmine, un tema che si prestava mirabile a piccoli colpi, a punture di spillo,
a ferocie squisitamente melate; ed era, il tema, l'infecondità di Lidia. Non
poteva ella avere un'emicrania, un malessere passeggero, un pallor più
accentuato, o una leggierissima tinta azzurra sotto gli occhi, senza che le
amiche vi trovassero qualche significato riposto, qualche preavviso della
venuta di un bimbo; di quel bimbo, il quale, secondo loro, era indispensabile
al coronamento della nostra unione, mentre io non vi aveva manco pensato.
E poichè il bimbo pareva farsi
aspettare, le osservazioni s'inoltravan più ardite:
- «Lei, dunque, non si tedia mai?
- «Mai, cara signora.
- «Ciò è stranissimo.
- «Perchè?...
- «Sempre così soli, senza una
testolina bionda da accarezzare, senza le cure deliziose per un innocente....»
-
Le parole non producevano in Lidia
alcun effetto doloroso; ella non aveva nè propensione nè repulsione per la
maternità; forse non ne aveva una chiara idea, e ciò faceva sì ch'ella
rispondesse colla sua ingenuità quieta alle sollecite visitatrici, frustrando
in loro ogni speranza d'esser riuscite ad amareggiarla.
- Assolutamente, si vuol vedere un
frutto del nostro amore, - dissi una volta a Lidia. - Se non ci riusciamo,
bisognerà adottare un trovatello per far piacere agli amici. -
Lidia scoppiò a ridere, e mi tolse
ogni inquietudine circa l'esito sortito da quelle insinuazioni.
Più di quanto io non m'aspettassi,
era ella abile a giudicar le persone e a sottrarsi da ogni influenza. Una
vecchia signora, assidua ai martedì, s'era proposta una tutela gratuita su di
noi; voleva insegnarci a vivere, e s'interessava della servitù, dell'andamento
della casa, dando consigli non cercati perfin sulla disposizione dei mobili.
Lidia non era in questo affatto
indulgente, e un giorno in cui la signora si lamentava perchè avevamo
licenziata la cuoca, Lidia le fece capire che sarebbe stata ottima cosa non si
fosse più fatta vedere, nè ai martedì, nè in altri giorni della settimana.
Era donna, Lidia oramai; così donna
da inquietarmi un poco per la seduzione inconscia ch'ella esercitava sui miei
amici. Io non poteva più contar quelli che la desideravano; erano tutti,
giovani e vecchi, ammogliati e celibi; gli ammogliati non m'avrebbero ceduta
volentieri e per un lasso di tempo indeterminato, la loro sposa fedele in
cambio della mia? Sì, certo; son cose che si fanno, salvando naturalmente le
apparenze.
Dovevo essere odiato quanto era
desiderata Lidia, da costoro.
La mia presenza immancabile li
urtava come un'offesa personale; entravan nel salotto strisciando, la schiena
curva, il sorriso rutilante; trovavan Lidia, coi piedini sulla proda del
caminetto, un libro pesante alla mano; fuori c'era l'aria grigia di dicembre;
un complesso di cose molto propizie a discorsi sentimentali, a preliminari
d'attacco.
Ma se domandavano:
- «E Sergio, il nostro caro Sergio,
come sta?» - e si sentivan rispondere da Lidia:
- «Bene, grazie. È nello studio;
ora lo faccio chiamare,» -
addio speranze, addio preliminari e
discorsi sentimentali!...
Però, quando compariva io, le
strette di mano eran così calorose come tornassi da un viaggio di
circumnavigazione.
Io mi meravigliava di una cosa
sola: che quei furbi seduttori, quegli esperti ladri onorabili, non
s'accorgessero, nella loro furberia, come la mia presenza fosse affatto
superflua a sventar le loro arti; come Lidia, anche sola, anche triste, anche
corrucciata contro di me, non fosse donna da cascar fra le loro braccia.
Ma essi mi trovavan troppo brutto
al loro confronto, per ammettere simile verità; non so chi, aveva loro
insegnato che necessariamente una donna deve cadere; oggi, domani, fra un mese
o fra un anno, la caduta avviene; e nell'aspettazione, essi frequentavano la mia
casa, e si sedevano alla mia mensa, come già io aveva fatto con Giorgio Uglio.
Nessuno di quei visitatori, per
altro, aveva ancor preso un atteggiamento perspicuo; venivano ai martedì, a
qualche pranzo, a qualche festa che dava Lidia. Nessuno aveva ancor trovata
l'occasione di scriverle un biglietto o d'inviarle un libro o d'addentrarla
nella conoscenza dei buoni autori contemporanei; ma io non mi nascondeva che
fra la turba doveva trovarsi già l'audace, e mi chiedevo con una certa ansia se
avrei potuto io stesso scoprirlo.
Il concetto che avevo
dell'intuizion dei mariti, non era ottimo, per vecchia esperienza. Ora, io era
un marito, dopo tutto, e tanto marito da pensare e da ragionare perfettamente
all'opposto di quanto ragionavo e pensavo un giorno. Sarei stato marito anche
nel sospetto? Anch'io come gli altri, sarei andato a investigar le cose più
assurde e a dubitar dell'amico sincero, quando ad ogni istante avrei avuto
sott'occhio il nemico? Era un dubbio affatto indipendente dalla gelosia per
Lidia; era un dubbio che il mio amor proprio sentiva crescere con immenso
dolore, perchè avvalorato da un piccolo falso allarme recentissimo.
Mi veniva per casa un giovanetto di
diciannove anni, poeta: alto, magro, biondo, lezioso; stabilito a Roma colla
famiglia, si tratteneva però volentieri a Milano; portando un bel nome, aveva
molte conoscenze; corteggiava le signore con arte precoce e con sonetti così
lacrimosi da farlo creder Geremia redivivo. Mi era anche antipatico; sentivo in
lui una certa forza di seduzione la quale, non apparendo giustificata da alcuna
dote particolare, se non da quei diciannove anni, che eran dote troppo caduca,
- m'inquietava.
Di Lidia non sembrava affatto
curarsi, pel senso pericoloso ch'io intendeva; ma era verso di lei
insinuantissimo, e così sobrio nella lode e nell'ammirazione, da ottener con
poche parole effetto doppio di quello che gli altri ottenevan con molte.
Io cominciai a sorvegliarlo, a
studiare il modo di non lasciargli dire nè molte parole nè poche all'indirizzo
di Lidia; se abitualmente ero vigile, del poeta sentimentale divenni
accortissimo e sospettoso, da un giorno all'altro aspettandomi qualche volume
de' suoi versi con opportuna dedica a Lidia, e poi un viglietto, e poi una
visita nelle ore in cui ero assente. Una sera che, al teatro aveva aiutata
Lidia a togliersi la pelliccia, quelle sue mani presso il collo della donna,
quel gesto di lui che pareva volesse abbracciarla, mi diedero una fitta al cuore,
mi svelarono che là stava il pericolo imminente.
Invece, all'improvviso, il poeta
partì, raggiunse la famiglia a Roma, ed io fui stranamente sorpreso venendo a
sapere com'egli si trattenesse a Milano per amor d'una vedova, alla quale non
offriva sonetti ma denari con sì lieta prodigalità, che i suoi lo avevan
richiamato al più presto.
Non saprei dire se da questo
episodio io ritraessi piacere o malcontento; senza dubbio, ne uscii molto
umiliato per la mia intelligenza, ch'era in altri tempi soddisfacentissima; e
verso il poeta serbai un atroce rancore, quasi m'avesse schernito nel modo più
villano.
Dicembre si chiuse per noi col
ritorno dei signori Folengo da Pallanza. Io dimenticava sempre che Pietro e
donna Teresa facevan parte della mia nuova famiglia, e perciò l'idea di
festeggiar con loro il Natale non mi parve eccessivamente allegra; avrei
preferito restare in casa, dove la presenza di Lidia mi confortava, e non
m'infastidiva l'assenza di quel bambino biondo che m'auguravano i conoscenti.
Donna Teresa lodò la figlia per la
sua decisione di non partire, quantunque osservasse che sarebbe stato bene
continuare il viaggio per rispetto alle abitudini generali; poi, ella e Pietro
ci annunciaron la novità già accennata nelle loro lettere.
Una casa commerciale
importantissima offriva a Pietro l'impiego di direttore e di procuratore, con
lauto stipendio e partecipazione ai vantaggi dell'azienda. Simile offerta si
doveva a un amico di Pietro, deputato, fatto Ministro in quei giorni, il quale
curava poco il benessere d'Italia, ma sufficientemente il proprio, quel dei
congiunti e degli amici; il che gli giungeva anche troppo grave soma.
Quando sentii che la casa
commerciale era stabilita al Cairo, mi dichiarai avverso a tale disegno, ma fui
stupito notando come Lidia l'avversasse molto meno di me, e cedesse alle
ragioni esposte da Pietro.
- In ogni modo, - concluse questi,
- è cosa che avverrebbe fra qualche tempo. -
Mentre ritornavamo a casa, domandai
a Lidia:
- Perchè non ti sei opposta a
quella pazza idea?
- Non so, - ella rispose. -
Così!... -
E poichè ella non agiva talora per
ragioni più convincenti, io mi trattenni dal chiedere altro.
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