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XIII.
L'irritazione che m'aveva preso al
rinascer della primavera, s'era infiltrata nello spirito e nel corpo come un
letargo triste e pesante, dovuto al sole, al tepore inusato, alla folla che
usciva per le strade a sorbir l'aria mite.
Io vedeva ripetersi in Lidia
l'identico processo d'inerzia, facendola debole e apatica.
S'alzava presto la mattina perchè
il letto le diveniva intollerabile, e sonnecchiava distesa sul divano, parlando
a monosillabi; o ingannata dall'aspetto fallace del giorno, voleva uscire a
passeggio e ne ritornava colle membra rotte, pensando forse che la nostra vita
senz'angustie finanziarie, senza obblighi eguali, senza occupazioni grevi, era
infinitamente più odiosa di quella che conducevan le famigliuole incontrate per
via, beate del sole, gaudenti di poche ore libere.
Non ricamava più; leggeva spesso i
libri inviatile da Ettore Caccianimico, ma saltandone molte pagine per seguire
il nudo fatto raccontatovi, come un viaggiatore che fra l'erba folta cerchi il
sentiero diritto e meno faticoso, poco importandogli d'osservare il verde
circostante.
Le finestre spalancate
l'infastidivano; per di là entravan la luce, i romori, l'accidia fino al
dopopranzo, non confortato dai lumi se non tardi, e segnato invece da odiosi
tramonti, schiacciati sui muri a illividirli e a renderli più volgari.
Avevo lasciati i signori Folengo da
un istante, e uscendo da quella casa, pensavo come nessuna stagione avesse la
potenza di mutarvi l'umore e le abitudini. Donna Teresa era inalterabile,
agucchiando d'inverno e d'autunno, e in villa d'estate e di primavera; Pietro
amava i suoi registri e vi spendeva attorno la vita, quando nevicava e quando
v'era il sole di luglio.
Essi non soffrivano alcuna esterna
influenza più che gli animali imbalsamati del loro salotto; il matrimonio aveva
finito per cementar le due indifferenze, costituendone un solito ordine di
vita; ma con molto rammarico cercavo invano nel mio spirito un'ammirazione per
quegli eccellenti campioni della monogamia.
Mi rasentavan sul marciapiede le
signore eleganti; qualcuna accompagnata dallo sposo, sorridendogli
compostamente e sbirciando se l'equilibrio del suo sorriso fosse notato
all'intorno; delle vecchie signore colle figlie, così identiche alla madre
sebben giovani, che un amatore del genere poteva, sposando la figlia, già farsi
un quadro di quel che sarebbe diventata fra trent'anni; e tipi esotici, come
inglesi dal passo chilometrico, seguìti da qualche orribile cane, dilettissimo
al padrone.
C'eran più donne che uomini, a
zonzo. (V'è mai stato un giorno dell'anno in cui una signora non trovi la
necessità d'uscire a guardare le vetrine, e a furia di guardarle, non finisca
per entrar nel negozio a far delle spese inutili?) Mi ricordavo che già mia
madre m'aveva raccontato come a' suoi tempi le donne, le fanciulle specialmente,
restassero tappate in casa tutta la settimana e non si permettessero
passeggiate se non alla domenica, a fianco del marito o del padre; ma con
quella cognizione del domestico focolare che avevo ultimamente acquisita,
dubitavo qual moglie fosse più sopportabile: se l'antica, sempre innanzi al
cuscinetto da lavoro, o la moderna, sempre innanzi ai magazzini di mode....
Là dove la gente era fitta, sul
corso Manzoni pel quale m'avviavo, era un'allegria di colori vivaci, che, man
mano avvicinandosi, prendevan forma d'abiti chiassosi e di cappellini
insolenti, più notevoli delle signore che li portavano....
A un tratto, da un gruppo
d'incognite, vidi uno di questi abiti, uno di questi cappellini, farmisi
incontro lentamente; e dentro l'abito e sotto il cappellaio riconobbi Laura
Uglio, senza dubbio incamminata essa pure a una passeggiata inutile ma
dispendiosa.
- Andavo dai vostri suoceri, - ella
disse, mentre rispondeva al mio saluto.
- Io ne vengo ora; stanno
benissimo, e non sentono la primavera....
- Allora risparmio la visita. Mi
accompagnate fino ai giardini? -
Nell'atto in cui s'incamminava,
l'osservai con attenzione, mettendomele a fianco.
L'insolita espressione d'umiltà era
cresciuta in Laura, fino a diventar dolorosa; in quel volto bianco non vedevo
che le occhiaie, assolutamente livide, incavate; occhiaie prodotte da
sofferenze indicibili, continue, roditrici. Quand'ella si mosse, potei rilevare
che Laura procedeva curva, ma così insensibilmente da non esser notato se non
da chi sapeva tutta l'elastica sveltezza di quell'andatura, tutta l'abituale
superbia di quel portamento....
- Più adagio, - ella disse con un
fievole sorriso. - Non posso affrettarmi io.
- Perdonate, - risposi, rallentando
il passo. - Non siete guarita?
- Colle vostre cure assidue? -
mormorò Laura in tono di corruccio. - Non sono guarita; faccio la disperazione
del mio medico. -
Tornai a guardarla, preso da un
senso di paura. Laura decadeva con rapidità; nelle due settimane scorse dalla
mia visita, aveva dato un terribile tracollo, anche meglio accentuato
dall'abito nero ch'ella portava.
- Sono brutta, non è vero? -
domandò. E senza lasciarmi il tempo di rispondere, aggiunse: - Ho da dirti una
cosa. Giorgio pare geloso di te; s'è messo a fare il geloso, dacchè sono
malata, per rendermi più allegra l'esistenza. Quando sei venuto a trovarmi
ultimamente, egli t'ha visto mentre uscivi e lui tornava dal suo ufficio; mi ha
fatta una scenata; ha detto che non dovevo riceverti, dopo le scortesie di Pallanza....
Non aveva torto, in fondo, ma io ho capito che tu gli dài ombra.... -
Il passaggio repentino dal voi al
tu mi spiacque; la notizia m'indispettì....
- Io lo imaginava, - risposi. -
Ecco perchè non son venuto oltre da voi....
- Eppure, poichè sono sempre sola,
bisognerà che tu venga a trovarmi, almeno quando c'è Giorgio....
- Brava! - esclamai ridendo. - È
affatto impossibile. Io parto a giorni....
- Per dove? - chiese Laura, con
tale accento d'apprensione, che l'idea d'essere amato da lei soverchiò
l'angoscia di vederla sofferente e mi richiamò un fugace sorriso di trionfo.
- Per dove, non so. Me l'hanno
rammentato or ora i miei suoceri: colla primavera si doveva riprendere il
viaggio in Italia....
- Il viaggio? Quale viaggio?
- Il viaggio di nozze, - mormorai a
denti stretti.
Eravamo giunti all'entrata dei
giardini. Passammo i cancelli senz'aggiungere parola, io guardando la gente,
Laura a testa bassa.
- C'è la musica laggiù, - diss'ella
accennando una folla immobile di persone.
Piegammo verso sinistra, dov'era il
piccolo lago, per un viale disadorno e povero di piante. Sùbito, un'aria più
dolce sembrò spirare beneficamente.
Laura sedette sopra una banchina a
ridosso d'un gruppo di tufo e segnò per terra delle orribili teste colla punta
dell'ombrellino. Io restai in piedi, innanzi a lei, appoggiandomi col bastone
al tronco d'una pianta.
- Allora, questa è l'ultima volta
che ci vediamo? - domandò Laura sollevando il capo all'improvvisa.
Ormai, ero certo. Laura mi riamava,
per una di quelle recrudescenze di passione, che afferrano talvolta anche le
anime stanche: me lo dicevano la sua voce non sicura, i suoi occhi, nei quali,
s'io avessi continuato a indagare, avrei scorte delle lagrime rattenute.
La vanità del maschio, assai più
adescabile della vanità femminile, ebbe un giocondo sobbalzo nel mio animo.
- Ci rivedremo al ritorno, - dissi.
- Oh.... al ritorno! - esclamò
Laura tristemente. - Chi sa?...
Colla punta dell'ombrellino
cancellò sulla sabbia le teste orribili disponendosi a tracciarne delle peggio;
ma aveva appena preparato lo spazio, che richiese le ore.
- Sono le tre! - risposi, guardando
l'orologio.
- Ho un appuntamento alle tre e
mezzo colla sarta, - ella fece, alzandosi con qualche fatica. - Vuoi
riaccompagnarmi? -
Notai di nuovo l'andatura incerta e
greve della donna; osservandola bene, io la vedevo adesso veramente curva, e il
sentimento d'angoscia mi riprese, fugò qualunque altro pensiero.
Presso l'uscita dei giardini,
mormorò:
- Te beato, che dopo un anno puoi
ancora intraprendere un viaggio di nozze! -
Con quale sarcastica inflessione
avrebbe ella pronunciate quelle parole, pochi mesi addietro! Ora, non vi trovai
che il desiderio spossato.
S'apriva il giorno lentamente a una
serenità profonda, col disciogliersi delle nuvole bianche, scoprenti all'occhio
nuovi azzurri infiniti ed eguali; di là veniva il sole tepido che
c'intorpidiva, quasi svegliati da una notte amorosa fra caldissime piume.
Quando fummo presso una carrozza
chiusa, domandai a Laura:
- Volete dirmi l'indirizzo?
- Piazza del duomo, - ella rispose,
mentre saliva nella vettura. - Poi, indicherò io.... -
M'inchinai salutando.
Un collegio di fanciulle,
numerosissimo, mi passava accanto in lunga colonna; quante si preparavan là
dentro al martirio della vita? quante avrebbe perdute l'amore e sciupate il
matrimonio?
Avevano illanguidita la loro tinta
nell'ombra delle camerate; sotto abiti senza linea avevano contraffatta la loro
freschezza; ma dovevano da quel periodo severo e umile sbucar nella vita,
svelare le loro facoltà, edificare o distruggere una famiglia. In questo senso,
la lunga colonna di fanciulle m'appariva assai interessante; da un'altra simile
colonna femminile, s'eran tolte Laura e Lidia, con sì diverse idee, con sì
diversi intendimenti.... E chi poteva assicurare che i primi passi dell'una e
dell'altra non avessero avuto un oscuro impulso da memorie di collegio, da
circostanze di fatto, dalla vicinanza d'una compagna o dall'intimità d'una
maestra?
Lidie e Laure si preparavano in
silenzio, ripetendo per un'ennesima volta il processo psicologico di altre, e
di altre e di altre, infinite.
Io poteva ben comprendere o almeno
intuire il divario fra quelle due anime di donna, stretto com'era da qualche
tempo fra la prima e la seconda, sovrapponendo o cancellando le impressioni dell'una
colle impressioni dell'altra.
Un quarto d'ora dopo lasciata
Laura, ero a casa, dominato dal brusco urto, che la presenza di Lidia mi
produceva. S'era mutata, in quella breve mia assenza, colla rapidità con cui
mutava d'abiti.
La piccola ombra d'umiliazione che
le offuscava il viso nel mattino e l'accidia che ne spossava il corpo,
lasciavano il posto a un aspetto calmo, consolato, sano fisicamente e
moralmente, come dopo una confidenza in cui il cuore avesse rotte per un
istante le dighe della rassegnazione e liberando il dolore, l'avesse diminuito
di profondità.
Fenomeno già notato in Lidia, di
quei giorni; perciò pericoloso; che cosa confidava ella, e a chi si confidava?
Non v'era presso di lei, quand'io
vi giunsi, che Ettore Caccianimico, del quale tutto si poteva sospettare,
fuorchè d'esser capace di consolare alcuno.
- Sei stato a passeggio? - domandò
Lidia, seduta davanti al tavolino da lavoro presso la finestra.
- Sono stato da tua madre e poi ai
Giardini, - risposi. - Donna Teresa mi ha rammentato un vecchio debito; quel
viaggio interrotto, o meglio non intrapreso, per l'Italia, e rimandato alla
migliore stagione....
- Ah, è vero! - disse Lidia, con
voce che pareva uno sbadiglio.
Al fenomeno psicologico s'univa
d'un tratto un fenomeno fisico, non meno degno di nota.
Lidia ingrassava; l'abito chiaro di
quel giorno svelava il fatto assai meglio di quel che non potesse la mia
continua esperienza. Sì, m'era parso di non abbracciar più le forme sottili ed
esatte, tanto amate in Lidia fanciulla; m'era parso che il suo seno fiorisse,
che i suoi fianchi s'espandessero lievemente, che la gola avesse un'insolita
rotondità; lento trapasso da una Psiche a una Giunone.... Ma, alla luce
sfacciata del sole, questa mutazione si rivelava d'un colpo, non lasciandomi
più dubbio; forse il confronto istintivo fra Lidia e Laura, debole, divorata
dal male, - cooperava a rendere più perspicuo lo sboccio formoso della
prima....
Perchè era così sana e lieta di
giovanezza Lidia quando Laura moriva?
Uscii bruscamente dal salotto,
lasciandovi mia moglie e il Caccianimico, nella ridicola speranza che un'altra
camera, un'altra luce, potessero calmarmi.
Passai dalla stanza da letto; il
letto di Lidia, bianco e vuoto, con un raggio di sole che cadeva diritto sui
guanciali, mi lievitò in mente un substrato di amare riflessioni; passai dalla
sala, ove rividi quelle signore brune, le quali mi compiacevo a desiderare, fra
il convenzionale chiacchierio dei mariti; passai dal tinello, ch'era già stato
testimonio di paci e di guerre, di pranzi muti o afflitti dalla retorica di
Pietro e di donna Teresa; la mia camera mi rammentò quella prima notte in cui
aspettavo l'ora di presentarmi a Lidia, mia ancora soltanto per un apparato di
formole; e lo studio, ove m'ero arrestato, strideva di sogni artistici svaniti,
di buoni propositi più deboli delle abitudini, di rinuncia al lavoro per
l'inutile speranza della felicità nella famiglia.
Tutto l'appartamento aveva uno
strano sapore di gioie irrancidite.
Ritornai nel salotto. Ettore
Caccianimico s'era posto di faccia a Lidia; s'egli avesse inclinata avanti la
sedia, le sue ginocchia avrebbero toccate quelle della donna. Diceva:
- Si potrebbe appunto far così.
Ella avrebbe la compagnia di mia moglie, quella de' suoi parenti.... -
Fece una pausa, e rivoltosi a me,
soggiunse quasi spiegando:
- Proponevo alla tua signora di
fare un breve soggiorno con sua madre, prima di lasciarci. Il tempo è bello e a
Pallanza ci dev'essere già molta gente.
- Non ho nulla in contrario, -
risposi, - quando ciò piaccia a Lidia. Tu, vieni pure laggiù?
- Sì, a Pallanza, con Clara.... -
disse Ettore, nominando sua moglie per la seconda volta, cosa affatto insolita
e curiosa.
Allora, fra Lidia ed Ettore si
studiarono i vantaggi d'un soggiorno sul lago; c'era la compagnia piacevole, la
vita calma e tuttavia allegra, il buon clima.
M'ero disteso in una larga
poltrona, con un libro fra le mani, assolutamente deciso a non prender parte
alla conversazione; Lidia volgeva il capo di tanto in tanto dal mio lato, con
quell'espressione di riposo, che mi dava qualche sospetto.
Perchè Lidia era così sana e lieta
di giovanezza, quando Laura moriva?
Passando lo sguardo al disopra del
libro, osservavo meglio le linee del viso e del busto; linee di profilo,
leggierissimamente, ma indubitabilmente avvantaggiate da qualche tempo; le mani
di Lidia, ch'ella posava sul tavolino, avevan pure una forma più grassoccia,
non aristocratica di soverchio.
Ella m'era piaciuta da fanciulla
perchè era fragile e sottile; certo, m'era piaciuta per altri motivi
spirituali; ma anche perchè da fanciulla era fragile e sottile.
Quest'attrattiva stava per vanire, nella donna?
Ricordando la signora Folengo, sua
madre, ebbi un sussulto: a trent'anni, Lidia sarebbe stata una bella matrona; a
quarantacinque, una signora grassa.... Frode nel contratto matrimoniale!... Una
signora grassa e bionda, vale a dire, facilissima a sciuparsi, come certe rose
tèa, di cui la floridezza eccezionale è, insieme, la decadenza e lo sfacelo.
Fui interrotto nelle mie
considerazioni da Ettore Caccianimico, il quale si congedava.
- Voi non partirete così presto? -
domandò egli a me.
- Quando vorrà Lidia, - risposi,
colla formola abituale.
- Decideremo, - dichiarò Lidia,
stringendo la mano di Ettore, che s'era inchinato a salutarla.
Accompagnai il Caccianimico
nell'anticamera, fin sulla soglia della porta.
- Ebbene? - egli chiese a voce
bassa. - Sei stato in casa Uglio?
- Giorni sono.
- Hai invitata Laura a far visita
alla tua signora?
- Non ne valeva la pena. È
ammalatissima povera donna.
- Pare anche a te?... Io la vedo
perduta, - concluse Ettore con indifferenza, mentre se ne andava.
Perduta! Non era dunque un'
esagerazione della mia fantasia? Ma allora, che valeva il rispetto umano?
S'ella desiderava di vedermi vicino a lei, potevo contentarla, senza riguardi
per il mondo; perchè rifiutare quel conforto a un'amica, la quale m'aveva
conosciuto libero, indipendente, e nel turbinìo della vita non s'era
dimenticata di me?
- Andrò da lei, stasera! - mi
dissi, rientrando nel salotto.
Il volto calmo di Lidia ebbe la
potenza di stornarmi il pensiero dietro altre idee non meno tristi. In quella
medesima notte, Lidia aveva pianto; adesso era serena, quasi allegra Perchè?
- C'è stato Gian Luigi a trovarti,
mentr'ero fuori? - domandai.
- No, - ella rispose un po'
maravigliata. - Verrà stasera, forse. -
M'augurai fortemente che Gian Luigi
non venisse quella sera: la sua presenza in casa mia mi avrebbe impedito di
recarmi da Laura. Per la prima volta, non osavo lasciar Lidia sola di fronte a
un uomo.
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