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Luigi Gualdo
Le nostalgie

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  • LE NOSTALGIE
    • X.   UNA VOCE
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X.

 

UNA VOCE

 

*

 

Era deserto il vasto cimitero,

Nella pace suprema silenzioso;

Qua e pel verde prato, maestoso

S'alzava un monumento alto e severo.

 

E tra una fila di cipressi tristi

Stavan gli umili avelli al par sacrati;

Molti che qui passarono obliati

Alfin dormivan cheti e non visti.

 

Pendean dal tempo scolorite e storte

Le antiche croci in legno nero - rotte

E infracidile ognor dalle dirotte

Pioggie inondanti il campo della morte.

 

Qualcuna si vedea su cui d'affetto

Ultimo pegno stava ancor posata

Una ghirlanda misera e sfiorata

Che la mestizia ne risveglia in petto.

 

Coperte di mal erbe e insiem d'oblio

Altre vedeansi ove taceano i lai:

Stavano da niun compiante mai,

Con le due nere braccia aperte a Dio.

 

E nel vento spirante intesi voce

Lugùbre e fioca da una tomba uscita:

Era suon che venìa dall'altra vita:

Mi piegai per udir sovra la croce.

 

 -«O voi felici cui riscalda il sole!...

Dimmi, mortal, che fate ancor tra i vivi?

O voi che avete il cielo, il mare, i rivi,

La terra, i fior, le piante, e le parole,

 

«Sospirate? Piangete ancor? Sperate?

Che fate ? V'amate ognor? Gioite?

Ancor chiedete al tempo le infinite

Gioie fuggenti già in dolor mutate?

 

«Ai raggi incantatori della luna

Sentite ancor le bramosìe nascose?

Sonvi le selve ancor? Sonvi le rose

Ch'esalano l'amore ad una ad una?

 

«Ti parlo qui, mortal, dall'altra riva,

Dalla riva ove il vero è senza velo.

Mi appar chiara la terra e aperto il cielo,

Benchè giaccia quaggiù di luce priva.

 

«Son qui da sola, in questo avel, gelata

Ultima stanza ove s'attende Iddio,

 -Verrà l'anime a scioglier dall'oblìo

Dell'angelo divino la chiamata?

 

«Ma fino allora, oh! quanto è questa cella

Gelido albergo per il corpo stanco!

 -Rigida sta nel suo lenzuolo bianco

Colei che un giorno fu chiamata bella

 

* *

 

Gorgheggiavano intanto gli augelletti

Smentendo tutte le tristezze umane.

Splendeva il sol sulle iscrizioni vane,

Sui nomi già scordati - o benedetti.

 

Mormoravan le piante all'aura estiva,

E volsi il guardo al calmo firmamento,

Limpido come il ver, pien di contento,

Eterno sulla vita fuggitiva.

 

E dissi allor: Sognai. La tomba tace.

La tomba è vuota. In tutto il cimitero

Compie natura il suo vital mistero;

Sorgono fiori dal terren ferace.

 

È lieto il cimiter, natura è lieta,

Il dolore è nell'uomo e nella vita.

Il resto è pien della gioia infinita,

Della gioia immortale a noi segreta,

 

O voce ch'io credeva udir dal suolo

Sorger vêr me con un mesto susurro,

Piomba dall'alto invece e per l'azzurro

Fino quaggiù discendi ratta a volo!

 

Volsi lo sguardo al ciel - l'orecchio invano

Tesi aspettando l'implorata voce.

Scordavo il duol della vicina croce,

Ma il verbo non venìa dal ciel lontano.


 

 

 




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