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Luigi Gualdo
Le nostalgie

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  • LE NOSTALGIE
    • XIII.   ATARAH
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XIII.

 

ATARAH

 

Ad Arrigo Boito

 

*

 

Atarah regna sopra un vasto impero;

Ha dolce l'occhio e lo sguardo severo,

E passa eretta fra le vinte genti.

Le sue pupille sono più fulgenti

D'ogni fuoco che brilla al diadema

Pel quale ognuno innanzi ad essa trema.

La strana gemma che il coturno allaccia

Dall'alto carro par che guardi in faccia

 -Mentre il corteggio maestoso incede -

Il popol schiavo che le giunge al piede,

(Al piè divin che sa sulla cervice

Dell'uom posare e renderlo felice).

Ella è possente, e se bella non fosse

Col terror frenerebbe le sommosse;

E come un uomo ella saprìa regnare

E ricever l'incenso dell'altare.

Ed anco è bella, e se non fosse forte

Padrona pur sarebbe della sorte,

E senza scettro ella potrìa guidare

La moltitudin cui dal monte al mare

Abbaglia il ritmo di sue forme e il truce

Occhio languente dall'arcana luce.

 

Ella non teme alcun rivale e sfida

Che il più grande l'offenda o la derida,

E non paventa alcun Iddio e china

Non si prostra ad alcun, poichè è divina.

Sapïente, l'immenso impero regge

E per non conosce alcuna legge

E frena il mondo e non subisce freno.

 -E quando passa, alta e scoperto il seno

Marmoreo e bruno e coronata in fronte,

Porta la gloria alteramente e l'onte.

 

Prostràti al suolo cristïani e mori

Miran tacendo i mostruosi amori

Cui potenza e talento ognor la spinge -

E i suoi desir stupiscono la sfinge

Che sogna sempre nella sabbia avvinta

Dall'immenso silenzio intorno cinta.

 

Ella tutto provò. Nei più segreti

Abissi del piacer con gl'inquieti

Sensi seguì la mente che galoppa,

La fantasia malsana; e nella coppa

Cercò l'ultima goccia. E tutto il campo

Del possibile scorse (come lampo

Che ovunque guizza) e lo trovò assai vasto,

Ma limitato. Nulla m'è rimasto?

Disse sognando, e con la sua possanza,

Con l'ingegno che annulla la distanza,

Con la muta scïenza della carne,

I toccati confin vuole allargarne.

Si risovvenne ed inventò. La storia

Le fu maestra, ma ad infame gloria

Peggiore ell'è d'ogni regina; strinse

Più stretti i nodi alla chimera e vinse

Semiramide stessa invidïosa

Nel superbo sepolcro.

A mente che osa

Aiutata dall'oro e dal potere

Natura cede.

E nelle calde sere

Perfino il puro ciel complice anch'esso

Parea s'inebbriasse, a lei sommesso

Con le infinite stelle. Ed ella in alto

Guardava meditando un qualche assalto

Per convertire coi desiri occulti

Il firmamento ad infernali culti.

 

Lo spirto suo è astuto, ardito e pazzo.

 -Talor sdraiata in sull'alto terrazzo,

Talor seguente in mare le sue flotte -

Ora voluttüosa in lunga notte

Lontan dal sole nel gioir si affoga,

Ora il nemico di sua man soggioga.

Brevi battaglie lampeggianti adora

Ed orgie senza termine in cui l'ora

Passa obliata - Poi con regal calma

Ozïosa sogna all'ombra d'una palma.

 

* *

 

Ella tornava un da una vittoria

Suprema, cinta d'abbagliante gloria.

E bella al par d'una immortai guerriera

Il suo serto splendeva nella sera

Siccome un sol notturno sulla terra,

E il popol suo e quello vinto in guerra

Tremavano davanti al suo passaggio.

Ed il cielo taceva sovra il maggio

Fiorito e caldo, e la città giuliva

Fiammeggiante brillava sulla riva,

Accesa tutta da un delirio immane,

Vivente mare fatto d'onde umane,

 

Sul re captivo ella teneva fise

Le sue pupille.

Ella l'amò e l'uccise.

 

Dei prigionieri poi fissò la sorte;

Prescrisse strane leggi; ogni coorte

Vide sfilare in una polve d'oro.

I serti vinti chiuse nel tesoro

E prodigò le gemme. Poi le sale

E i cortili s'aprirò a colossale

Festa.

Nel colmo del gioir furente,

Ella scomparve. Andò per la silente

Aperta scala al sommo del palazzo

D'onde scorgeva l'assordante e pazzo

Spettacolo dell'orgia impicciolito.

E allor pensò, pensò con infinito

Ardire. Ed un desìo sentì dolente

E acuto; e assorta sulla sala ardente,

Che avea per vôlta il cielo imperturbato,

Ora volgeva l'occhio ancor velato

Da torve ebbrezze, ora mirava invece

Le calme stelle scintillanti. Fece

Un gesto stanco, indi la mano stese

E lentamente una gran coppa prese,

E la vuotò con un gesto demente.

S'accese la pupilla stranamente,

Sparì dinanzi agli occhi suoi la festa,

Curvossi indietro la sua bella testa

Smorta e bramosa sotto il diadema,

E cadde morta in una ebbrezza estrema.


 

 

 




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