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Luigi Gualdo
Le nostalgie

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  • LE NOSTALGIE
    • XIX.   LA VILLA
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XIX.

 

LA VILLA

 

*

 

Risplende il sole; il vasto cielo puro

Distende la sua pace sovra il mondo;

Dormono le colline, e lungi, in fondo

Mette una riga nera il bosco oscuro;

 

Ed il largo viale sontüoso

Conduce nella villa abbandonata,

Aperta, dove l'alta sala ornata

È piena di frescura e di riposo.

 

Errando nel tepor del mezzogiorno,

Due vaghi amanti innanzi a quella villa

S'arrestan contemplando la tranquilla

Vista pensosi e il muto parco intorno,

 

Il vecchio giardiniere ai vaghi amanti

Mostra la casa, e lor dice una storia

D'amor celati e di trascorsa gloria,

Di luminosi giorni e amari pianti -

 

E d'una principessa innamorata,

Da ognun respinta e fiera del suo fallo...

 -E la descrive - amazzone, a cavallo

Passare per la strada ombreggïata -

 

Amorosa sedere in sul terrazzo

All'ora del tramonto a Lui vicino,

 -Poi sollevare uscendo dal giardino

Con la piccola mano il greve arazzo.

 

* *

 

I vaghi amanti erraron fino a sera

Tra le aiuole e i sentieri, e nelle vaste

Gallerie, su e giù tra le rimaste

Gaie memorie d'una gioia vera.

 

Il sorridente amor loro appariva

Il sovvenir d'un sentimento fido,

La lunga festa del nascosto nido,

La passion che nel desir si avviva,

 

I rai del sol sulle sboccianti rose

E la profonda gioia contenuta

E il ridere argentino fra la muta

Complicità festosa delle cose.

 

 

Ridean le cose. Un'allegria infinita

Usciva dai cespugli, dai viali,

E tra i profumi e un vivo batter d'ali

Nell'ebbrezza la mente era smarrita.

 

E desiaron di restare. L'alma

Dovea goder più dolcemente e forte

In un tal sito l'indulgente sorte

Che permetteva lor sì dolce calma.

 

* * *

 

Ma l'ombra scese della sera, a poco

A poco invase il cielo ed ogni loco,

E stese un velo sui ricordi lieti.

S'adombraron le lucide pareti,

Smorti si fero i bei colori, spenti

Gli estremi bagliori aurei correnti

In su le stoffe sontuose e oscure,

Sulle quali vivevan le figure

Dipinte una esistenza tenebrosa

Mentre morìa la vita vera. Ascosa

Malinconia sorgeva nei recessi

Amati dove dagli Dei concessi

Divini istanti eran trascorsi.

E voci

Sorger pareano arcane - e dubbi atroci

Mormoravano allora e di segreti

Dolor non anco espressi dai poeti

Svelavano a metà l'atro mistero,

Senza parole definite, il vero

Nudo mostrando e la fuggente gioia.

E lo spettro s'alzava della Noia

Regina alfine, ed i sospetti muti

S'infiltravan siccome dardi acuti

Per l'alme scosse nella giovin fede.

E si sentia che l'uomo, triste erede

Di colpe antiche e di fralezze vili,

Sol può tener con vincoli sottili

Per un istante l'alta, passaggiera

Felicità, senza misura, intera.

 

Piangean le cose - una tristezza immensa

S'alzava ovunque; si facea più densa

La tenebra che ai cuori s'infiltrava. -

Nello sconforto che la mente aggrava

I rosei sogni già finiano in pianto -

Rotto pei due era il soave incanto -

La villa, prima gaia e ospitaliera

Nel sereno, or diventava nera,

Arcigna e chiusa in ostile rifiuto.

Sacrileghi sentiansi entro quel muto

Tempio dal Dio crudele abbandonato

Su cui librava il minacciar del Fato

Uguale sempre e che si fugge invano.

 

Il desire parea fatto lontano.

Ed un fantasma incontro a lor venìa

Che avea sul volto il Duolo e l'Ironia,

La sazietà e la gioia bugiarda,

L'ipocrita pietà per cui s'attarda

L'amor che menzognero ancor sorride.

 

Il vecchio giardiniere allora vide

Fuggire i due amanti impalliditi:

 -La bella villa dai cortesi inviti

Or sembrava un soggiorno di iattura,

  - Scansando il malaugurio, dalle mura

Usciron presto del giardin deserto,

E ripresero il lor cammino incerto.


 

 

 




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