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Luigi Gualdo
Le nostalgie

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  • LE NOSTALGIE
    • I.
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LE NOSTALGIE

 

I.

 

*

 

Invitte stanno le superne cime

Ancor dal genio umano inesplorate;

Noi, nell'ore moderne scolorate,

Dimentichiamo i mali della vita

Cercando intorno le dorate rime.

 

Le cerchiamo nell'anima ferita

E nell'azzurra terra ove si sogna,

Le cerchiamo nel ver, nella menzogna,

Nella brama d'un'estasi incompita,

Nel rimpianto dell'uomo, in quel che agogna.

 

Facciamo scaturire una fontana

Dalla sabbia - e dal mal la Poesia,

Poichè l'evocatrice fantasia

Che non ha culla e che non ha confine,

Dovunque regna e da ogni cosa emàna.

 

E nel suo regno non vi son più spine,

Non v'è di luce un troppo caldo raggio...

Spira sempre una blanda aura di maggio,

Simile a un soffio di spiaggie divine

Che spande oblìo sovra il terren viaggio.

 

E là talor dell'immenso poema

Qualche verso ne dice il rio, lo stelo;

Sorge dal suolo una nota di cielo,

Un lampo guizza allo sguardo abbagliato

E intravediam la verità suprema.

 

Nell'oscuro desir del nostro fato,

Cui sol misterïoso Amore schiara,

Invan cerca lo spirito assetato

Il ver celato dalla sorte avara.

 -E forse il nostro sogno è il meno errato.

 

 

È il metro stesso che la mente ispira,

E quando in noi sentiam lo sconosciuto

Poter, che tutto intorno a noi fa muto,

Oh l'ascoltiam! Che forse s'ode il vero

Da una corda ancor muta della Lira.

 

Forse nel ritmo è chiuso ogni mistero

E nella Forma è la suprema legge,

Forse un concerto l'universo regge,

E nelle norme d'un divin pensiero

Ogni stella pel ritmo si sorregge.

 

Non sveliamo i dolor, l'ire, le piaghe,

Davanti al volgo indifferente, o lieto

Del duolo nostro, ignaro del segreto.

Oh nol cantiamo! Chè noi siam gli eletti,

I soli accolti alle lucenti plaghe.

 

Soli sediamo ai magici banchetti

E soli entriamo per le argentee porte;

Per noi le antiche dee sono risorte,

Tutto miriamo sotto arcani aspetti,

Cantiam la vita e scrutiamo la morte.

 

Intrecciamo le gemme alle ghirlande,

Voghiam sul mare verso l'orizzonte,

Fin lontano lasciam le nostre impronte,

Carichi di tesor, di spoglie opime,

L'arte seguiamo paurosa e grande!

 

Noi ritorniamo vêr le cose prime,

Tentiam svelare ciò che in noi si muove,

Le nostre gioie le troviamo dove

Brillano chiare le dorate rime,

Nella purezza delle forme nuove.

 

* *

 

Così, talvolta, quando il bianco foglio

S'annera, e i versi sgorgali dalla penna,

Vedo una fulgida

Mèta e la Musa che col gesto accenna,

E il cor mi batte per rinato orgoglio.

 

Tutto risplender parmi nella vita

D'onde la triste realtà scompare,

E senza lagrime,

Senza nulla svelar dell'ore amare,

Seguo il sentiero che la Musa addita.

 

E incontro forme immateriali e pure,

Ma somiglianti a note forme amate,

Figure pallide,

Pupille azzurre arcanamente oscure

E lunghe chiome al vento abbandonate.

 

Le incontro per la via mesta e serena

Dove il sognare sempre ne conduce,

E mi sorridono

Con uno sguardo strano da sirena,

In cui ritrovo pur l'antica luce.

 

E là tra i rivi rapidi d'argento,

Nel chiarore lunar che tutto avvolge,

Sull'erba morbida,

Sotto alle piante che non temon vento,

Involontario il canto mio si svolge.

 

Varia la scena, sorgon sontüose

Ville di marmo in mezzo alla verdura,

Dove ne olezzano

Sui vecchi muri le novelle rose,

E s'apre un atrio pieno di frescura.

 

Amo errare così per il paese

Vasto del sogno ove tutto s'oblìa...

Ma poi mi sveglio,

La vita torna a diventar palese,

E mi ritrovo sulla dura via.

 

E allora m'abbandona ogni fierezza,

Ardua fatica è ripigliare il canto;

Il verso languido

Somiglia a debil ala che si spezza,

E rido amaramente del mio vanto.

 

E parmi allor che la vita nemica

Noi sfuggire possiam sol per brev'ora;

Poichè implacabile

Torna e ne schiaccia con la sua fatica

E il coraggio ch'è in noi sperde e divora.

 

Pure i miei versi - altera illusïone -

Sembravano condurmi ad una mèta

Lontana e fulgida...

E sorge al guardo mio la visïone

Che ad ora ad ora evóca in me il poeta.

 

* * *

 

Il poeta dovria cantar l'eterna

Lotta dell'uom col male e col desire,

L'ardua battaglia

E dei sensi e del cor che ne governa,

La ribellione al duolo nostro sire.

 

Si dovria dire il Sogno e insiem la Vita,

Approfondendo il vero ed il reale

Ancor recondito,

Poi spazïare ancor nella infinita

Regïon che attira le instancabili ale.

 

E il volpossente che la musa ispira,

Dal seno della terra infino all'alto

Ignoto vertice

S'inalzerebbe in vorticosa spira,

A ogni ascoso desir dando l'assalto.

 

Dalle grotte celate al firmamento,

Dalle lagrime apparse all'imo core,

Contando i battiti,

Dal lamento dell'uomo a quel del vento,

Dall'amor della donna a quel del fiore.

 

Scrutar dovremmo arditi ogni problema,

Dall'eterno mister che su noi libra

Il cielo limpido,

Fino al basso sentire che ne scema

L'intelligenza e in noi la forza sfibra.

 

Se il robusto voler che l'alma eleva

Sentiamo sol per un fugace istante,

Se manca al povero

Turbato spirto una possente leva,

Al nostro core un palpito costante,

 

Troviamo almeno in tanto male istesso

Forme novelle all'arte imperitura,

Cantiam l'angoscia

Del morbo arcano ond'è lo spirto oppresso

E i dolor vani aggiunti alla natura.

 

Ma celar non dobbiam la brama intensa

Di purezza ch'è in noi - acre rimpianto -

Nè il sogno roseo

Che ognor davanti all'occhio d'uom che pensa

Sorge soave tormentoso incanto.

 

Tentiamo sviscerar dalla moderna

Vita febbrile un'arte ultima e nuova,

D'onde gli acrissimi

S'alzan profumi e dove chi s'interna

L'inconscïente suo mal or ritrova.

 

 

Ma ricordiam che batte eternamente

In petto all'uomo un immutabil core,

E che negli ultimi

Stanchi poeti d'una smorta gente

Della lira d'Orfeo l'eco non muore.


 

 

 




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