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| Luigi Gualdo Le nostalgie IntraText CT - Lettura del testo |
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XXXVII
VENERE NERA
Era una notte chiara e tropicale. Nell'aria torrida Passava un soffio di languor letale, Afrodisiaco.
Sul mar brillava un luccichìo di fosforo, Misterïoso; Parca forier di cósmiche battaglie L'alto riposo,
Morivan lenti in su la calda riva I flutti languidi, L'onda lambendo la rena moriva Con lungo murmurare.
Tutto era bruno: e terra e cielo e oceano; Taceano i venti, Eppur movea lassù un arcano palpito Le stelle ardenti.
Stendeasi in là, vastissima pianura, Il suol dell'India; Il sacro suoi della gran fede oscura Pieno di tènebre.
Pareva il mar d'alto portento gravido. Irrequieto, Ma la natura già potea conoscere Il suo segreto.
Ecco, d'un tratto, l'onda si divide, E sorge argentea In mezzo al mar che intorno ad essa ride Una conchiglia,
Vasta conchiglia illuminata, rosea, Che par dischiuda Cosa di ciel, poichè vi sorge Venere Divina e nuda,
Ma paurosa ancor più della greca Bellezza candida, Chè bianca no, ma è d'un color che acceca, Di bronzo splendido.
S'allieta il ciel, la luna vibra un raggio... Ed ecco altera Incanta allora in sua beltà terribile Venere Nera.
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