ABISSI PLEBEI
Parole non inutili.
….proverbio trito.... chi fonda in sul
popolo fonda in sul fango.
Machiavelli Il
Principe. Cap. IX.
Era il 1° agosto 1876, quando il periodico letterario la Vita
Nuova pubblicò un saggio degli studii da me fatti intorno alla plebe di
Milano.
Per ben due anni m'ero infognato dove poteva meglio vederla,
osservarla, senza destare alcun sospetto, che mi togliesse il modo di studiarla
nella sua piena libertà. Diciamolo tosto: la plebe è sospettosissima di quanti
vestono abiti di panno. Forse non ha tutti i torti.
Ma lasciamola lì.
Avevo visitate bettole, stamberghe, scuole di ballo, locande; e
tutti i vizii e tutti i peccati veniali e mortali m'erano passati innanzi in
tutta la loro sfacciata bruttezza.
È dovere però confessare che ho vedute ancora miserie tormentose,
dolori quasi insopportabili, abnegazioni deplorevoli, audacie formidabili,
sdegni spaventosi, rassegnazioni ammirande.
Perle nel fango.
La plebe è corrotta. Sicuramente: essa riflette la corruzione
delle classi così dette elevate, come nell'immobile specchio di un'acqua
stagnante si riflettono gli alberi che intorno ad essa stanno.
I popoli, cito l'autorità di Petruccelli della Gattina, non hanno
sentimenti bassi, se non quando si elevano alla borghesia. La plebe collettiva
ha sempre sentimenti nobili, perché partono dal cuore, perchè sono istinto. La
plebe, si potrebbe dire mercantilmente, è corrotta per conto terzi.
E allora che volete pretendere dalla plebe? Avete ragione di
chiamarla la pellagra sociale.
«Si, signori, vi dirà Cesare Correnti, avete detto bene: la plebe
è la pellagra sociale.
«Chi mangia male e irregolarmente, chi respira il tifo e la colpa
nelle locande si guasta il sangue e le idee. Effetti della segale cornuta sul
temperamento sanguigno e dei sofismi cornuti, commentati dalla pancia vuota su
una testa vuota.
«Et ne nos inducas in tentationem.
«Se preghiamo Dio di non metterci a male prove, con quanta
maggiore logica non diremo noi alla società: Non fabbricare colle tentazioni
gli oziosi, le prostitute, i malandrini
Parole sante, che è un peccato non averle pubblicate prima d'ora.
Del resto la plebe di quel tempo non è più la plebe de' giorni
nostri.
Gran parte è sparita dalla scena del mondo.
La media della vita de' disgraziati plebei è breve: gli stenti ne
affrettano la morte.
Inoltre dal 1876 in poi la plebe milanese è diventata una
tutt'altra cosa. I ladri sono stati soppiantati dai truffatori, l'astuzia ha
preso il posto del coraggio. Questo cambiamento d'industria ha imposto un
mutamento d'abitudini.
E poi molti di questi disgraziati hanno lasciato Milano; parecchi
hanno messo giudizio
qualcun s'è perfino ammogliato ed è diventato un discreto padre di
famiglia.
- G'hoo la donna, adess besogna che faga giudizi.
- Bravo, bravo: n'era tempo.
Per vero dire anche la società dal canto suo ha procurato di
trasformare i plebei, infatti ha eretto dalle fondamenta quel grande rifugio
che è il carcere cellulare, e con zelo di carità ha trovato quell'espediente
purgativo del domicilio coatto.
In Italia si spende poco per le scuole, ma non si bada a buttare
il denaro quando si tratta di costrurre un carcere cellulare... modello; ovvero
a stipendiare custodi, guardie carcerarie, agenti di pubblica sicurezza; infine
per la pura verità si pensa poco a prevenire, ma in quella vece si pensa molto
a reprimere. Eppure con un po' di carità si potrebbero disarmare tanti odii,
ammansare tante ire, cancellare tanti rancori tra classe e classe di cittadini,
risuscitare un poco di affetto, ravvivare de' buoni sentimenti nascosti giù de'
precordii tra la zavorra. Ma chi se ne occupa? Se ne occupano i preti e i
filantropi dottrinarii, Carità pretensiosa, arida, infeconda.
La plebe s'è trasformata di tendenze e di costumi: l'odio verso le
classi elevate è però rimasto lo stesso.
Ecco perchè gli studi da me fatti nel 1876 sulla plebe di Milano
possono oggi riveder la luce, e corretti, e compiuti, cattivarsi la curiosità e
forse il giudizio benevolo del cortese lettore.
La sostanza è la stessa, gli accidenti sono mutati, epperò ho
dovuto mutare la forma del mio lavoro. Ma siccome le durezze della miseria per
la povera plebe sono oggi ancora quello ch'erano allora, così possiamo dire
essere questi studii nuovi... nuovi per la società disattenta e negligente.
Altri ci ha seguiti in questa strada analitica e s'è dato due anni più tardi a
ripetere i nostri gridi d'allarme, collo stesso frutto che abbiamo
ottenuto, allorquando per la prima volta li abbiamo messi noi.
Voglia la sorte che quando la Società sarà disposta ad ascoltare i
lamenti della plebe e ad esaudirne i desiderii, la società non abbia a dover
riconoscere quanto sia vera la sentenza del Machiavelli, e cioè che «venendo
con i tempi avversi le necessità, tu non sei a tempo al male, ed il bene che tu
fai non ti giova, perchè è giudicato forzato, e non se ne è saputo grado
alcuno.»
Noi facciamo il dover nostro e ripetiamo il nostro grido; e se mai
troppo affiocata fosse la nostra voce, gioviamoci di quella potentissima di
Victor Hugo che per la Francia potrebbe essere stata profetica:
«Messieurs, songez-y, c'est l'anarchie qui
ouvre les abimes, mais c'est la misère qui les creuse.»
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