Fondacci
L'ignoto è uno stimolo potente per l'attività dell'uomo. Scoprire!
ecco il gran premio per molti generosi, i quali affrontano pericoli e disagi
d'ogni fatta pur di rinvenire ciò, che i più neglessero o quello che alcuni
inutilmente cercarono; e questo premio sembra ad essi tanto maggiore, quanto la
cosa scoperta riesce più dissimile dalle cose già note, o quanto più strani
furono i mezzi adoperati e le vie tenute per giungere a trovarla.
Poichè a tutto quello che è strano e disforme dal proprio modo di
vivere l'uomo presta il suo omaggio di ammirazione, il suo culto, e gli porge
largo tributo di «oh!» e di «ah!».
Le relazioni intorno ai Papuas della nuova Guinea dateci da
Odoardo Beccari, destarono meraviglia ed interesse vivissimo in chi ebbe la
fortuna di leggerle; eppure con quegli ottimi Papuas abbiamo si scarsi
rapporti, che se non fosse pel Beccari, quasi non ci daremmo per intesi della
loro esistenza. E quanta curiosità non attrassero i due Akka che dal Miani
furono destinati a rappresentanti dei loro simili presso gl'Italiani? E infine
per pochi mesi gli eroi della curiosità pubblica non sono stati forse gli
Esquimesi visitati da Giulio Payer e da Carlo Weiprecht? E questi non furono
forse eclissati dal prof. Nordenskjold e dal tenente Bove?
E non attrassero poi l'attenzione dell'universale i Tunisini
visitati dal marchese Antinori e dal barone Castelnuovo?
E l'ammirazione di costoro non venne distratta dalla narrazione
de' viaggi e delle drammatiche avventure del capitano Cecchi?
Alcuni però s'accontentano di cercare e di conoscere cose assai
più vicine e più ovvie, è però leggono con soddisfatta attenzione le Escursioni
nei quartieri poveri di Londra; di L. Simonin, Les Ordures de Paris
di Flévy d'Urville; Paris di Maxime du Camp; Les classes
dangereuses de la popolation dans les grandes villes dei Frégier; Les
populations dangereuses et les misères sociales di Paul Cère; Le sublime
di Denis Poulot; Intemperance et misère di J. Le Fort; La Société et
les mœurs allemands dal Tissot; La misère di J. Siegfried.
Riguardo ad ignoranza e ad abbiettezza la feccia plebea di
qualsiasi grande città può dare dei punti ai Papuas, agli Akka ed agli
Esquimesi. E la marmaglia pullula e brulica in ogni grande città, eppure gli
onesti cittadini non la curano, perchè non la vedono quasi mai, e appena ne
ricordano talvolta con disprezzo il nome. Di giorno essa appare di rado; sfogna
per lo più di notte, appare quando per insoliti avvenimenti, il principio
d'autorità viene fortemente scosso da una delle classi superiori della
popolazione, che insofferente dal giogo che porta, levasi contro la classe
avversaria, ne calpesta le istituzioni e ne crea di nuove, se la fortuna le dà
il trionfo nella terribile lotta.
La marmaglia vive alla luce del sole, quanto dura cotesta lotta e
talvolta vi prende parte, sempre però a favore della classe oppressa o ribelle.
Ma in tutte le città d'Italia e specialmente in Milano, quando la
lotta s'impegnò tra cittadini e stranieri, è dovere il dirlo, la marmaglia si
fece massacrare a nome del principio nazionale, ch'essa non poteva comprendere
e dal trionfo del quale non poteva sperare alcun vantaggio. Perocchè la smania
di far bottino non era ragion sufficiente per ispronare i plebei a esporre la
vita loro a gravissimo pericolo; tanto più che a cagion d'esempio, nella
Rivoluzione del 1848, mentre più ferveva la lotta, non si ebbero a lamentare
ruberie e la plebe fece meravigliare le classi più elevate colla sua severità
verso chi aveva formato disegno di violare il diritto di proprietà.
Forse la feccia era sostenuta in quegli istanti supremi da un
desiderio vago e indistinto di un migliore avvenire, o forse pensava che dalla
redenzione nazionale potesse derivare la redenzione individuale, e che
rompendola colle vecchie tradizioni ancor essa potesse mettersi per una via
conducente a non deplorevole meta. Fors'anche la lusingava la speranza d'un po'
di gratitudine da parte de' suoi connazionali, i quali avrebbero posto in oblio
le passate colpe per non ricordarsi se non dei servigi dalla povera plebe resi
alla patria. Ma comunque ciò sia avvenuto ed avvenga, è certo che la plebe non
partecipa alla politica, che durante gl'interregni e la sua esistenza pubblica
dura dalla caduta d'un governo alla proclamazione d'un altro. Ed in quel
frattempo e nobiltà, e borghesia e popolo comprendono il loro torto nell'aver
dimenticata questa massa abbastanza ingente, cui in quel punto temono
soverchiamente, perchè non conoscono e perciò ne esagerano la tristizie e la
potenza. Dissi che anche il popolo la teme, perchè nulla ha di comune con
questa turba; alla quale non potendo applicare il nome storico di plebe,
daremmo di preferenza quello di feccia, quantunque gli uomini delle classi
superiori con carità fraterna abbiano trovato moltissimi altri nomi per
indicarla, quali, per citare i più conosciuti: marmaglia, plebaglia, popolazzo,
popolaglia, gentaglia, bordaglia, bruzzaglia, canaglia, e via dicendo.
Essa però non è un triste privilegio dei tempi nostri, ma un
fenomeno di tutti i tempi, ed ebbe sempre le stesse tendenze le stesse
passioni, la stessa natura.
Tra la Suburra e la Villette e Ménilmontant tra White-Chapel e la
via Varese o la via Legnano, o lo stretta Calusca, o il vicolo della Corde,
nessuna differenza ci corre.
E questa turba fu pure in ogni tempo spregiata, giacchè Sallustio
ve la dirà cupida sempre di nuove cose, e Machiavelli per natura
pronta a rallegrarsi del male.
Milano ha del pari che tutte l'altre città la sua feccia, la
quale, come ripeto, ha nulla di comune coll'ottimo popolo operaio, che massime
in questi ultimi tempi, è diventato massaio e previdente ed ama l'istruzione ed
il lavoro. Nè si creda che questa genia sia composta di soli Milanesi; questi
anzi vi sono in minor numero di quel che non si creda, giacchè a formarla
concorrono tutte le città minori e i villaggi di Lombardia, che mandano a noi
tutti i loro rifiuti. Cosa questa non nuova, chè la plebe di Roma era
pur essa composta di gente venuta dal di fuori della città. E Tacito, nauseato
dalla corruzione della Roma de' suoi tempi, ne svela la cagione dicendo che in
Roma «omnia turpia atque scelesta confluunt celebranturque» il che può
ripetersi a buon diritto per la nostra Milano.
In Parigi eziandio, la plebe è formata non solo dei déclassés
della grande metropoli, ma per la maggior parte, dei provinciali, il qual fatto
era già stato accennato da Jacque Sanguin, prevosto dei mercanti nel 1592 sotto
Enrico IV.
«La bonne ville de Paris renferme deux
populations bien dissemblables et d'esprit et de cœur. Le vrai populaire, né et
élevé à Paris, est le plus laborieux du monde, voire le plus intelligent; mais
l'autre est le rebut de toute la France. Chaque ville des provinces a so égout,
qui amène ses impuretés a Paris».
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