Fisionomia della plebe di Milano.
Milano è il gran mondezzaio della Lombardia, la sua feccia che in
sostanza è eguale a quella d'ogni altra città, ha però note caratteristiche del
tutto speciali, le quali ci possono rendere più agevole il modo di definirla,
purchè, ottimo lettore, tu non cerchi nella definizione che ti verrà posta
innanzi nè il genere prossimo, nè l'ultima differenza. Dev'essere una bella
definizione davvero!
Vagabondi, giuntatori, paltonieri, guidoni, pitocchi, si mescolano
insieme a comporre la falange plebea.
Il plebeo non vive in famiglia; esso ne trova o ne improvvisa una
dovunque, sulla piazza come nell'ospitale, nel postribolo come nel carcere. Non
curante del domani, non ha una stabile ed onesta occupazione; dalla colpa trae
miseramente i mezzi di sussistenza; il caso gli fornisce il vestito, e perciò
quando la feccia sbuca in folla da' suoi covili la si vede vestita delle foggie
più svariate e bizzarre. Berretti e cappelli, abiti di panno logori e smunti,
fusciacche di frustagno, calzoni d'ogni taglio e d'ogni colore, scarpe e brodequins
si vedono appaiati in istrana mostra, offrendo anche al più superficiale
osservatore tutti gli elementi per tessere una storia delle foggie d'abiti in
uso da dieci anni in poi presso la cittadinanza, di cui quella moltitudine è
parte ed alla quale essa in modo onesto od inonesto li ebbe.
Piccole stelle o buccolette azzurrine agli orecchi, anelli in
dito, al collo foulards dai colori smaglianti, ecco gli ornamenti
ricercati dagli uomini del nostro volgo. Le donne vestono pur troppo con
apparente lusso; ma i lembi sfilacciati delle loro seriche gonnelle segnano la
distinzione tra queste miserabili e le vere signore.
Gli uomini sono magri e snelli, piuttosto sparuti; la loro pelle
ha un colorito terreo; hanno gli occhi lustri, mobilissimi ed investigatori,
ossa zigomatiche assai sporgenti, bocca atteggiata al sarcasmo ed all'insulto,
ritengono nel sembiante un non so che di provocante e insieme di spaurito, che
rivela la condizione loro di dover sempre camminare per quell'angusto e
pericoloso sentiero che separa il delitto dalla punizione. Dove abitano, come
vivono e come parlano questi miserabili vedremo in seguito. Osserviamo finalmente,
che se per il suo sudiciume la plebaglia è brutta a vedersi, per la sua
selvaggia rozzezza è altrettanto disgustosa a trattarsi. Costituisce una
società nella società, con alcune consuetudini dagli interessati riconosciute
per leggi, con lingua propria, con mestieri speciali, e con una certa
gerarchia, di cui quelli che occupano gradi superiori, sono almeno temuti se
non rispettati od amati.
Questi miserabili non hanno religione, sono schiavi di molte
superstizioni ed hanno di tali loro stolte credenze, non sacerdoti ma
sacerdotesse; essi hanno infine una importante caratteristica, già notata dal
Machiavelli, ed è che presi singolarmente fanno schifo e ribrezzo e veduti
raccolti in massa incutono spavento.
Chi si mostra sfegatato idolatra della feccia, non l'ha neppure
vista da lunge.
Gli aristo-democratici non l'hanno mai studiata dappresso e Cassio
la conosceva quanto Marat, e Robespierre ne sapeva quanto Marco Bruto. Le
illusioni loro, sì presto mandate in fumo dalla plebe ne sono una prova.
Sembrami di vedere quel bravo giovinotto di Cajo Gracco
attraversare il foro zeppo dei partigiani della legge agraria. L'elegante
figlio del patrizio Sempronio e dell'unica ma ambiziosissima Cornelia; è appena
uscito dal tepidario, e a stento può reggere al lezzo caprino, che esala
dalle vesti di grossa lana di quella moltitudine. Egli è costretto di portare
alle nari la bulla piena di preziosi aromi orientali, mentre ricambia
sorrisi ed occhiate a destra e a sinistra, la calca gli si pigia dattorno e col
suo puzzo l'ammorba, raccoglie a due mani la toga intento a schivare il
contatto dei più vicini, grida: «Popolo sovrano, ti farò rendere giustizia da
codesti aristocratici, te lo promette Cajo Gracco. Date il passo al tribuno
della plebe.»
«Evviva il tribuno!» esclama di rimando il buglione.
Non esitiamo ad affermare che oggidì avviene lo stesso. Ma che è
oggi più scaltra di quel che non si pensi, sa che quando un cittadino delle
classi superiori discende tra essa, è segno che è curioso di spiarne la vita
intima, oppure che è bisognoso dell'opera sua, perciò si mostra riottosa e
diffidente; di modo che, chi si cala ne' covili di essa può a ragione credersi
venuto tra un popolo barbaro e selvaggio, cento occhi gli sono tosto addosso
con una certa espressione di tenerezza, che pare gli dicano: Non essere
indiscreto o ti facciamo la festa.
Innanzi di proceder oltre, conviene che qui riveliamo il nome
generico che ha la plebe milanese. Le varietà di essa sono infinite e molti
però sono i nomi che nel gergo o linguaggio furbesco le si applicano, però il
nome generico, con cui l'intiera classe designa chi le appartiene è quello di lôcch.
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