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Dove dorme il lôcch.
Col nome di locanda si designa dai Milanesi un luogo dove
la feccia riparasi a dormire durante la notte. Nel quartiere di Porta Garibaldi
e in quello di Porta Ticinese vi sono le locande peggiori. Non può credere
quanto siano squallide chi non le abbia vedute; in loro confronto sbiadiscono
le descrizioni delle locande inglesi, porteci dal Simonin.
Rechiamoci a visitarne qualcuna famosa nella cronaca plebea, ma
ricordiamoci di andarvi accompagnato da qualche esperto brigadiere di pubblica
sicurezza e colla scorta di un paio di guardie, affinchè non c'incolga danno
per la nostra soverchia curiosità. Si dice che queste locande fossero più
tristi prima del 1859. Noi per vero dire non neghiamo fede a tale asserzione,
tuttavia possiamo affermare che sono pessime tuttora. Eppure c'è una Commissione
sanitaria presso il nostro Municipio, la quale potrebbe cooperare coll'autorità
di pubblica sicurezza affine di migliorarle; e il compito non sarebbe forse nè
infruttuoso, nè scevro di soddisfazioni per chi vi s'accingesse.
È notte fitta. Da un paio d'ore la folla che ingombrava il corso
di Porta Garibaldi s'è a poco a poco dileguata; non vanno in volta che gli
agenti dell'ordine e gli uomini del disordine. Dei miserabili quelli senza
danari hanno preso alloggio all'albergo del Cappell Verd, cioè sotto gli
alberi piantati lungo quella parte dell'Arena che guarda verso oriente; oppure
stanno in Piazza d'Armi a combinare qualche mala opera; quelli poi che sono
stanchi, ma che hanno quattrini in tasca si sono ricoverati nelle locande.
Entriamo per questa angusta porticina. Non giova che qui ripetiamo il numero
che la segna, perchè vogliamo narrare e descrivere, non già accusare o
denunciare alcuno. Per l'androne lungo, stretto, basso, fangoso e grave olente,
eccoci giunti a un piccolo e uggioso cortiletto. Sembra un fondo di torre. Anzi
guardando all'insù, ci pare d'esser chiusi nel telescopio di Ross, con questa
differenza che, invece di vedere un'immensa plaga, non iscorgiamo che alcune
poche stelle, ed un pezzetto di cielo, donde, quando si ricorda, il padre
eterno fa capolino e guarda giù per compiacersi della sua creazione. Sopra un
usciaccio mezzo scardinato e roso dal tarlo, benemerito della patria
indipendenza, per avere nel 1848 dall'alto d'una barricata in un fiero
combattimento difeso i Milanesi contro gli Austriaci, sta una vecchia ed
affumicata lanterna a riverbero, colla fronte ricoperta di carta untuosa, su
cui sta scritto Alogio pei forastieri. Nessun Russo, Tedesco o Francese
pose mai il piede là dentro, tuttavia dal padrone di quella locanda, tutti gli
avventori, che per lo più sono di Milano o dei dintorni, vengono qualificati
per forastieri. Entriamo. Siamo in una legnaia. Una catasta di legna grossa a
destra, un mucchio di fascine umide a sinistra, divise da un sentieruzzo; ce
n'è più che non bisogni per dar l'idea ad un galantuomo del come dovesse stare
il povero campione di frate Gerolamo Savonarola, nel momento che a tutto
proprio rischio e per mero capriccio di quello, si proponeva di subire la prova
del fuoco. Allo sbocco del sentiero v'è un piccolo spazio dove trovasi una
tavola che si regge appoggiata al muro, perchè una delle sue gambe è fasciata,
ed il coperchio ha un colore indefinito che è il risultato della polvere e
dell'untume che da anni vi si va sopra accumulando.
Al fianco della tavola sta una seggiola impagliata o dirò meglio
che va spagliandosi; sovr'essa sta seduta la divinità del luogo una donnona
corpulenta e grassa, con una faccia che sembra una meggiona, perdonatemi la
similitudine un po' sporca, ma la prendo di peso dal Giusti, quantunque la non
abbia di Veneranda nè la pulitezza, nè il placido sorriso. Anzi è arcigna e ad
ogni muoversi dei saliscendi ficca in fondo al sentieruzzo che mette alla porta
i suoi due occhi grigi, aguzza le ciglia, sporge in fuori, stringendole, le
tumide labbra, quasi che il riconoscere la bontà dell'ospite che arriva sia per
lei questione di palato. Un bicchierino di vetro sta sulla tavola, e dalla
molta acqua e dal pochissimo olio verdastro sporge il capo un modesto e
sventurato lucignolo che scoppietta quasi domandi l'aiuto di qualcuno che lo
tragga da quel sozzo bagno, in cui sentesi affogare.
Non manda luce, potrebbe dirsi piuttosto che misura le tenebre e
ne stabilisce i diversi gradi, giacchè a qualche spanna dal bicchierino il buio
è perfetto. A chi entra, quel lumicino visto in fondo alla stanzaccia sembra un
faro nel momento, in cui lontan lontano viene scorto sull'orizzonte dal
navigante, mentre questi pende incerto circa il punto verso il quale deve
rivolgere la prora del suo legno. Eppure quel lumicino rende parecchi servigi,
dà risalto alle rughe della vecchia, rischiara un Sant'Antonio
coll'inseparabile compagno impastato sulla negra parete, e infine impedisce a
noi di vedere la soffitta della legnaia risparmiando così al cortese lettore la
noia di leggerne la descrizione, cui altrimenti gli porgeremmo. La padrona ci
mostra il registro dove stanno i nomi dei suoi ospiti. Il brigadiere, che ci è
compagno, prende lo scartafaccio, lo scorre coll'occhio, in certi punti
arriccia il naso, in certi altri corruga la fronte, in altri infine alza ed
abbassa la testa con moto uniforme e sorride con compiacenza, come chi dicesse:
Pur t'ho colto finalmente.
- Abbiamo ordine di visitare la locanda - dice il brigadiere.
A questo frequente desiderio dell'autorità, la locandiera risponde
affermativamente con un cenno del capo, si reca dondolando a chiuder l'uscio
che dà sul cortiletto, va in un angolo della stamberga, verso una mensola di
legno, impugna una bottiglia di birra vuota, ma dal collo della quale esce un
moccolo di sego, l'accende con cautela, poi si mette alla testa della schiera
dei visitatori. Su, su, su per una scaletta di legno ripidissima; il buio e la
fretta con cui si sale non lasciano sentir altro che gli effetti degli scalini
contro gli stinchi delle nostre povere gambe, però ci dispensiamo dal
descriverla di che il lettore ci saprà grado.
Eccoci sopra un pianerottolo. La locandiera schiude un uscio,
avanza il braccio armato del lume e attraverso al riscontro veggonsi dei lettucci
disposti con un certo ordine, nulla scorgesi che meriti d'essere notato.
- Questi pagano venti centesimi per notte - dice la padrona e
richiude.
A un secondo piano vediamo la stessa cosa, e ad un terzo
altrettanto: finalmente eccoci al piede di una scala a piuoli. Arrampichiamoci
sopra quest'ordigno più atto a far rompere il collo, che ad agevolare la salita
a chicchessia. Ogni gradino scricchiola, e tale scricchiolio potrebbe essere
paragonato ad un gemito, che ci avverte che il tarlo ha scavato la sua dimora
in quei piuoli, i quali minacciano di cedere sotto la pressione che sovr'essi
facciamo coi nostri corpi. Su, su, su, finalmente eccoci in cima. La locandiera
schiude la porta..... Cielo, che puzzo orribile! Siamo in un abbaino, angusto,
basso, il soffitto del quale declina da due parti secondo i due pioventi del
tetto. Non vi è alcuna finestra. Luce e aria quest'abbaino dovrebbe ricevere
dall'uscio, ma di notte rimane chiuso a chiave che vien serrata per di fuori.
Coraggio, ed osserviamo. Dei pagliericci (prendi, o lettore, questa parola
nello stretto senso etimologico) stanno l'uno accanto all'altro, e sovra ognun
d'essi giaciono due individui a capo e piedi. Non tutti dormono.
Al nostro apparire v'è chi dorme davvero, chi invece finge di
dormire. I fisionomisti potrebbero quivi far studi di non lieve importanza; gli
entomologi vi troverebbero di che provvedere un museo; giacchè la famiglia
degli apteri è qui largamente rappresentata. Ci prese ribrezzo in veder
accucciati in quella guisa uomini sui volti dei quali avevano impressi solchi
indelebili, vizii, passioni, sventure; uomini che passano su questa terra senza
aspirazioni, senza scopo; incapaci talora di acquistarsi persino la triste
riputazione del male.
- Se non ci fossimo noi - mi diceva un giorno uno di questi
infelici - quanta gente rimarrebbe disoccupata! Giudici inquirenti, procuratori
del re, avvocati criminalisti, agenti di pubblica sicurezza, carcerieri...
È questo un sofisma degno d'un cinico matricolato, eppure per
molti di questi poveracci e la scusa della grama vita che essi conducono, o per
meglio dire è la ragione d'essere, il perchè della loro esistenza. Se non vi
fossero i topi, a che servirebbero i gatti?
In quest'angusta cella contai quindici ospiti. Gli abiti loro
spenzolavano da chiodi infissi nelle sgretolate pareti, notai certe bluse
forse un tempo vestite da onesti operai, che l'ubbriachezza e l'ozio ridussero
a mal partito. I lôcch indossano spesso di queste bluse corte di
rigatino bianco e azzurro, nella speranza di essere dagli agenti di pubblica
sicurezza scambiati per operai. - Questa locanda non è delle peggiori - mi
susurra all'orecchio la mia cortese guida. Uscii di là nauseato e col cuore
stretto da profonda tristezza; scesi la scaletta, che in quel punto non mi sembrò
tanto cattiva, e appena posto il piede sul pianerottolo, la locandiera ci
domandò se volevamo salire su per un'altra scala, in tutto simile a questa,
conducente ad un'altra soffitta che fa degno riscontro a quella testè visitata.
Saputo però che non vi avrei potuto trovare alcun che di maggior
rilievo, mostrai desiderio di andarmene, e, fatte le opportune scuse alla
locandiera pel disturbo arrecatole, questa ci accompagnò col lume fino alla
porticina che mette sulla via, e
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