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Quindi uscimmo a riveder le stelle.
Nello stesso Corso di Porta Garibaldi, una diecina di case più in
là da quella testè descritta, vidi un'altra locanda, che segna un notevole
crescendo nel lezzume e nella schifezza. Ne è proprietaria una certa
vecchierella, la quale parve turbata dalla nostra visita, ma pure ci mostrò con
ossequiosa premura ogni più riposto angolo del suo meschino covile.
Ma una casa d'alloggio tristissima e schifosissima mi fu dato di
visitare in via Arena. Quivi è una casa di assai meschino aspetto, e che già
dal di fuori rivela la miseria che accoglie nel suo interno. Non griglie
difendono alcuni buchi, i quali nel concetto architettonico del costruttore
vogliono dire finestre; muri sgretolati, che non furono mai imbiancati e
chiazzati di macchie segnatevi dall'umidità, tale presentasi la facciata di
questa casa. Una portaccia nana permette di entrarvi, ma due tavole
antichissime, su cui Mosè scrisse la mala copia del Decalogo pare che ne
difendano, mentre per vero dire non fanno che ingombrare l'ingresso. Per un andito
si giunge ad un cortile abbastanza vasto, a sinistra del quale una scaletta di
pietra conduce ad un corridoio. Apresi un usciale mediante un saliscendi e si
entra in una stanzaccia, non iscialbata chi sa da quant'anni, anzi le pareti
sono gregge, nerastre ed umide; un'afa intollerabile vi si respira, perchè
quella stanza non può ricevere aria che dalla porta d'ingresso, quando è
aperta. Da una grossa trave, che sta nel mezzo della soffitta, pende una
lucerna fatta con una lamina di ferro ricurvata all'intorno, riempiuta d'olio,
con un lucignolo inzuppatovi, il quale spande in gran copia fumo e puzza
insieme con una fioca e fosca luce che si rifrange nelle goccie d'umidità che
scolano lungo le pareti e ben si potrebbero paragonare queste goccie a gemme
che cadono ad incoronare il popolo sovrano che s'ammucchia in questa locanda.
Appena entrati, il lucignolo mandò una luce più viva che ci lasciò
vedere dei corpi sdraiati qua e colà, ma il soffio dell'aria, che penetrò là
dentro all'improvviso, spense quella povera fiammella, per cui restammo immersi
nel buio.
Indarno si tentò di accendere dei fiammiferi soffregandoli contro
l'umido muro, e intanto si sentiva il russare dei dormienti, il muoversi di
coloro ch'erano desti, o che in quel punto si erano svegliati, il fruscio della
paglia, e un ronzio confuso di animaletti che attivamente si movevano nel buio
secondo la loro abitudine. Finalmente si potè accendere un fiammifero di cera,
col quale potemmo veder chiaramente quanto ci stava dintorno. E già accosto al
limitare dell'uscio un saccone ci sbarrava il passo, vi stavano distesi due
miserabili, un facchino e un taglialegna; scavalcammo quell'ostacolo, ed uno
dei miei compagni accese di nuovo il lumicino e potemmo così osservare con
maggior nostro agio. In un angolo una vecchierella era distesa sopra un altro
saccone. Essa poteva contare un settant'anni d'età. Facile era il dirla una
mendicante; nessuna traccia le si scorgeva sul volto di quello che poteva
essere stata un giorno; era il viso di lei crespo, gli occhi infossati, aveva
le ossa zigomatiche sporgenti, il naso adunco il mento aguzzo e prominente, il
colorito terreo, tutto insomma contribuiva a renderla orribile, mostruosa.
Stava rannicchiata sotto i suoi abiti, che le servivano di coperta, ma che abiti!
una gonnella di cotone una volta a righe bianche e cineree, ora tutta a strappi
e rappezzata qua e là con cenci di altro colore; dormiva, emettendo certi
rantoli ferini, che accennavano un sonno irrequieto, forse rotto da sogni
paurosi, turbato da reminiscenze o da previsioni dolorose. Chi era? Lessi il
nome di lei sul registro della locanda; era una bergamasca, sensale di nutrici
(marosséra), non aveva nè casa, nè tetto; quei suoi cenci erano l'unico
suo avere; quale vita avesse fin qui condotta, quale quella che le era
riserbata tutto era oscuro intorno a lei; non s'era mai distinta nel male,
forse aveva fatto anche un po' di bene a questo mondo, ma siccome di quello non
si era accorta l'autorità, e di questo nessuno è incaricato di tener calcolo, così
quella donna uscì dall'ignoto passato, viveva ignoto il presente, per rientrare
nell'ignoto, come i miliardi d'atomi umani che sono dannati a pullulare e
sparire sulla crosta di questo povero globo.
Eppure quella femminuccia sarà stata un giorno un'innocente
bambina, avrà avuto un padre o almeno una madre che l'avranno amata; giovinetta
simpatica, se non avvenente, avrà vagato sui colli verdeggianti del bergamasco,
avrà destato qualche passione, qualche affetto, o forse per sua sventura
qualche capriccio; poi caduta, reietta, disprezzata, calò alla città per
nascondere la propria colpa e per trovare i mezzi di trascinare la sua
miserabile esistenza; eppure anch'essa ne' suoi sogni di vergine avrà
desiderato uno sposo, una casa, de' figliuoli, nei quali rivivere, avrà
precorso l'avvenire colla facile immaginazione giovanile e l'avrà fantasticato
assai diverso di quello ch'esser doveva per lei, avrà sognato una vita di
tranquillità, di pace, d'amore una vecchiezza onorata, rispettata, nè avrebbe
mai più pensato di dover passare le sue notti aggirandosi di locanda in
locanda, sola nel mondo, cenciosa, esosa agli altri ed a sè stessa, tale infine
da non destar altro sentimento che di compassione misto tuttavia a schifo e
ribrezzo.
Vedi in questa stanzaccia quattro altri sacconi ravvicinati e su
di essi cinque uomini, uno di questi affatto nudo; i suoi abiti penzolano dalla
parete e consistono in una camicia e in un paio di calzoni. Dalla prima alla
seconda stanza s'accede per un'apertura non munita di uscio; anche qui pareti
sgretolate e umide; trave che divide in due campi il soffitto; correnti,
correntini, una scala a piuoli, attaccata lungo la parete; dei cesti sulla
soffitta un'accetta, una falce, dei cenci distesi sopra una corda, ecco
l'aspetto della stanza. Una finestruola semi-aperta lascia penetrare un filo
d'aria che alita sulla fronte di due donne di mezza età che dormono, sopra un
lettuccio posto sotto la finestra; la padrona della locanda giace in un letto
vicino alla parete, che divide la seconda dalla prima stanza; essa s'è rizzata
a sedere sul letto, ha nelle mani un candelliere di legno contenente un moccolo
di sego acceso, augura la buona notte alle mie guide, che tosto riconosce ed
alle quali dice che nulla v'è di nuovo, cioè degno di essere notato.
Tuttavia diamo uno sguardo alle undici persone che là dentro
dormono: sola cosa che merita d'essere osservata è una famiglia di
saltimbanchi. Sopra una tavola giaciono un uomo e una donna, e al di sotto
della tavola, stesi sopra un po' di paglia, un ragazzino ed una ragazzina. I
due piccini sono vestiti di maglia incarnatina con nastri di lustrini; sono
belli, dormono tranquilli, hanno un non so che di angelico che fa uno strano
contrasto colla luridezza e col laidume circostanti. Notisi che l'uomo non è il
marito di quella donna, che questa non è la madre dei due fanciulli, e che
questi non sono fratelli e sorella, e che nessuno dei due, è figlio nè di
quell'uomo nè di quella donna, a cui si sono associati. Questi quattro esseri
si trovarono nel mondo, s'accomunarono e però la loro famiglia è più che altro
una società anonima, tendente ad impedire che uno di loro muoia digiuno.
L'emissione delle azioni è a zero, non hanno spese d'amministrazione,
riscuotono e spendono quotidianamente i loro dividendi ed esercitano ogni
industria. Per loro tutti i generi sono buoni, eccetto quello che lascia un
uomo morir di farne.
Torniamo nella prima stanza, ma prima di abbandonare questa
locanda ficchiamo lo sguardo nella stamberga a mano destra. Anche qui buio e
fetore. È un sottoscala e vi stanno tre uomini, due dormono sopra una coperta
di lana ed uno sulla nuda terra. Accendiamo un fiammifero e vediamo che uno
tiene appoggiata la testa sull'avambraccio, fa coll'altra mano visiera agli
occhi e sogguarda. Viene interrogato e risponde essere un facchino che viene
dalla Valtellina e va a Genova. Il vicino si desta anch'esso, viene
interrogato, è un suonatore d'organetto; è di Magadino e va a Corno. Non si
conoscono, nè conoscono il loro terzo camerata che è un fruttivendolo di
Monluè.
Torniamo a scavalcare il saccone, eccoci nel cortile illuminato
dal più bel chiarore di luna, che mai possa desiderare un poeta arcadico.
Ripassiamo l'andito, usciamo dallo sportello, eccoci in via Arena,
tranquilla, silente, illuminata direi quasi gaiamente dalla luna. Respiro tre o
quattro volte a pieni polmoni, mi pare di rivivere, la mia guida cortese mi
domanda:
- Che le pare?
- Non lo avrei creduto, se quanto vidi me lo avesse narrato
chiunque, fosse pure la persona più rispettabile del mondo. Che lezzo, che
schifo, che sudiciume!
- Ebbene, pensi che queste locande erano assai peggiori negli anni
andati.
- È impossibile imaginarsi di peggio. Anzi, ripensandoci, mi pare
d'aver detto una ridicolaggine marchiana, quando manifestai l'idea di passare
la notte in una di codeste locande, nel caso non avessi potuto trovare altro
mezzo per poterla visitare.
- Creda che questa poveraglia sta di gran lunga meglio in
prigione.
- Questo è appunto ciò che mi riserbo di vedere.
Hœc olim... otto anni or sono. Vediamo ora alcune
delle locande più famose oggi esistenti.
Siccome tutto muta in questo maledetto mondo sublunare dovevano
quindi mutare anche le locande di Milano.
Ed invero di qualche poco hanno mutato.
Le mie notizie sono recentissime. Eccone la data: 27 e 29 giugno
1882.
Nè le mie notizie potranno essere da alcuno smentite.
Quanto narro, io stesso ho potuto vedere, grazie alla cortesia
delle autorità di pubblica sicurezza.
I 96 locandieri del 1874 hanno disseminato degli allievi ed oggi
153 sono gli affittaletti con licenza debitamente iscritti sui registri della
questura.
La locanda mantiene abbondantemente molti insetti
parassiti, pulci, cimici, pidocchi, blatte, e.... i locandieri.
Questi sono miserabili che trovano modo di vivere della miseria altrui.
Non descriverò locanda per locanda, perchè mi vincerebbe lo
schifo; non citerò i nomi degli affittaletti e i numeri delle loro locande,
perchè mi parrebbe di commettere una mala azione, le mie accuse saranno
generiche, ma perchè vere, dovranno indurre l'autorità a prendere in proposito
qualche provvedimento.
In questi giorni, o per parlare più esattamente in queste notti,
ho rivisitate alcune locande da me già studiate nel 1874 e ne ho vedute
parecchie di nuove.
I campi delle mie esplorazioni furono il Corso Garibaldi, la Via
Anfiteatro, la Via Vetraschi, la Via Pioppette, la Via Fabbri, la Via Vittoria,
la Via Scaldasole, la Via Arena.
Locande orribili! Scene nauseanti
In una locanda di Via Anfiteatro non abbiamo potuto penetrare pel
contegno ostile del proprietario. Ma da esatte informazioni da noi raccolte,
possiamo dire che in quella notte, che noi volevamo visitare quella locanda,
essa era piena di prostitute e di pregiudicati, pei quali il proprietario ha
dei delicatissimi riguardi.
Il cancello che chiude l'imboccatura della scala, la quale conduce
ai piani superiori dà una curiosa caratteristica di prigione a quella locanda.
E il fetore delle latrine e del mondezzaio si fa sentire con tanta prepotenza
anche da chi si ferma soltanto nel cortile, che si può dire essere questa
locanda una succursale della ditta Colera-morbus e compagni.
Ed ora tiriamo di lungo.
Nelle locande ho dovuto notare un miglioramento. In nessuna di
quelle da me or ora visitate si dorme o sulla paglia o sopra un saccone posto
sul suolo.
I pagliericci sono tutti collocati sopra lettucci o sopra
cavalletti, il che non era ancora nel 1874.
Si è quindi progredito ma piuttosto nella apparenza che nella
realtà.
E per vero dire mancano di finestre moltissime stanze e in
ciascuna d'esse vi sono troppi letti e vi dorme un numero soverchio di persone,
cosicchè queste non hanno aria respirabile sufficiente.
Un fetore orribile è dovunque. Raramente si trovano letti forniti
di lenzuoli,e dove questi vi sono, sembrano cotti in broda di fagiuoli, come
quelli di cui parla il Berni nel Capitolo al Fracastoro. Dormono due o più
persone in un letto, e promiscuamente abbiamo veduto ancora dormire uomini e
donne; anzi in una locanda in Via Fabbri abbiamo trovato un uomo, che giaceva
in compagnia di due donne.
A cagione del caldo soffocante tutti dormono nudi, sicchè entrando
in uno di questi covili con un lume acceso, si vedono risvegliarsi e muoversi
lentamente e quasi inconsapevolmente e quella confusione di membra
contorcentisi ne dà l'imagine di un gigantesco lombricaio.
In Via Scaldasole abbiamo trovato cinque uomini coricati in un
piccolo andito dal soffitto inclinato e rivelante l'ossatura delle travi
reggenti il tetto. Un uomo non vi può stare in piedi ritto, e bisogna cammini
curvo per non dar di capo nelle travi.
V'era una finestretta sola ed era aperta, ma l'aria vi portava
dentro l'ammorbante puzzo di una latrina e di un magazzino di galline e di
capponi.
Quella casa appartiene ad un pollivendolo, il quale ha certo più
cura della salute de' suoi polli che non di quella de' suoi inquilini.
In una locanda in Via Pioppette da' miei compagni di escursione
furono riconosciuti tra gli alloggiati ben nove tra ammoniti e sorvegliati.
Ora se tre bastano a comporre ciò che in gergo legale si chiama un'Associazione
di malfattori, quivi c'era triplicata e coloro, che la miseria e il bisogno di
riposo involontariamente aveva associati, erano della specie più
pericolosa.
Ma dormivano, ed un vecchio proverbio dice: Chi dorme non pecca.
Tralasciamo di descrivere le scene poco edificanti, sulle quali
c'è caduto lo sguardo in queste nostre visite. Non scriviamo a provocare la
corruzione, ma ad eccitare in chi può e in chi deve il desiderio e la volontà
di porre rimedio a questi orrori.
I quali non sono del resto più deplorevoli di quelli che
riscontransi in tutte le grandi città e che anche noi abbiamo avuto occasione
di vedere in Parigi.
Ma siccome parlando della capitale della Francia, della capitale
del mondo, si potrebbe credere, che uno stolto chauvinisme ci inducesse
a sparlarne, così a dare valore al nostro dire ci gioveremo dell'autorità di
uomini, che hanno parlato per vero dire, non per odio d'altrui nè per
disprezzo.
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