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I poveri di Parigi ai tempi nostri.
Il Gaulois del giorno 4 maggio 1882 bruciava la prima
cartuccia a pro della causa degli indigenti di Parigi. Esso incominciò in quel
giorno per lo appunto a parlare dei luoghi, ove abita la ingente classe povera
di quella vasta metropoli.
Colla scorta di quel giornale cercheremo di far conoscere a'
nostri lettori le miserie di Parigi, quali si manifestano a' dì nostri.
Noi potremmo visitare, scriveva il Gaulois, molti
quartieri.
Cosa strana, anche nei quartieri ricchi, noi troveremo dei
miserabili; la stamberga del povero presso al palazzo del gran signore.
Colui che domanda a Dio un po' di sonno per isfuggire alle torture
della fame è perseguitato fino sul suo giaciglio dalla musica del ballo, che
suonasi nel palazzo vicino.
Il metro di terreno vi conquista dei prezzi favolosi. Andiamo
piuttosto verso le estremità; è là che noi troveremo delle viuzze larghe due
metri, dei vicoli ciechi che fanno le viste di condurre in qualche parte e che
si fermano tosto, dei cortiletti che s'aprono capricciosamente l'uno
sull'altro, delle vecchie fabbriche senza carattere, delle case crollanti,
sebbene tutte nuove; e tutto a un tratto come contrasto, degli edifici
innalzati in tutta fretta sopra lunghi spazii per ammortire il prezzo del metro
di terreno per mezzo dell'accumulazione dei piani, casolari, capanne, città
operaie immensa ricchezza, ansia profonda; la miseria delle città accosto alla
miseria campagnuola, officine sudanti il milione, magazzini ingozzati di
derrate e di mercanzie, circondati, oppressi, assediati, assaliti da una
foresta di alloggi insalubri, pestilenziali, senza spazio, né aria, nè fuoco,
nè sole, nè acqua; più stretti e cento volte più sucidi che una prigione; degli
strumenti di tortura piuttosto che ricoveri; dei sepolcri anzi che abitazioni.
Tutto ciò nondimeno a Parigi; nella capitale del lusso a due passi
da Bullier.
Si diceva, sotto l'Impero, che il bosco di Vincennes era deserto,
che le cocottes non vi andavano.
Esse non volevano attraversare il sobborgo. Esse vi avevano paura.
Paura degli abitanti? No, paura dì sè stesse. Paura dei proprii servi
gallonati, dei loro cavalli riccamente bardati, paura della loro seta, dei loro
pizzi, paura del loro rossetto e del loro belletto, di fronte a tante donne
mancanti di pane e di biancheria e che lavorano!
Noi abbiamo la scelta tra le rovine, che datano da ieri, e quelle
che risalgono a due secoli; tra il quartiere Giovanna d'Arco che conta
1200 case d'affitto e 2000 inquilini, dove le case dalla facciata larga tre
metri, soffocate, schiacciate dalle due case vicine e di cui il quinto, o il
sesto, o il settimo piano non sono accessibili che mediante una scala a piuoli.
Il quartiere Giovanna d'Arco, nel tredicesimo Circondario,
è celebre per la sua lunga lotta contro le esigenze della Commissione di
vigilanza sulle abitazioni insalubri; noi abbiamo pure il quartiere dorato,
che ha la sua celebrità particolare, la città del Progresso, il quartiere
Maupy, e una folla di altri quartieri.
Si potrebbero passare degli anni a visitarli; pochi minuti
basteranno ai nostri lettori per giudicarli. Molti dei fondatori ci assicurano
ch'essi si sono lasciati indurre a queste creazioni da spirito di fratellanza.
Noi non abbiamo nulla a dire dei loro sentimenti, nè delle loro
persone: non si tratta per noi che dei loro alloggi.
Tutte queste abitazioni sono governate da una formula, che li
condanna a rassomigliarsi o per meglio dire a identificarsi. Questa formula
eccola qui:
Vendere al maggior prezzo possibile la minor quantità possibile di
spazio e d'aria respirabile.
Entriamo: la chiave è sulla porta; non vi è nulla a rubare. La
maggior parte del tempo, l'inquilino non vi è. L'inquilino non ama di essere
visitato, come una bestia nel suo covile, sotto pretesto di carità o di
riforma. Ma noi non vi troveremo punto nè ammalati, nè donne.
Anzitutto un'abitazione è una stanza. Noi troviamo, quasi
dappertutto più inquilini in una sola stanza; giammai due stanze per un solo
inquilino.
Qualche volta i locatari della stanza formano una famiglia; assai
spesso essi sono sconosciuti gli uni agli altri; essi si incontrano nella loro
stamberga come si possono incontrare nella strada.
Quanti metri per ogni persona? Il regolamento pei prigionieri
dice: a Londra metri cubi 17,98, in Olanda 27, a Friburgo 30.
Il regolamento non prescrive, in Francia, che 15 metri cubi.
Nella pratica se ne danno 20.
La cella modello esposta nel 1878 dal Ministero dell'Interno e che
era presa per tipo, ne aveva 30. Diciamo solamente che una cella nelle prigioni
cellulari francesi ha venti metri cubi.
È quasi una gabbia: poichè non fa tre metri in lunghezza e tre
metri in larghezza da percorrere.
Si provò la Commissione delle abitazioni insalubri a trovare
queste misure in tutti gli alloggi. Ecco una misura presa a caso nel rapporto
del signor Du Mesnil: 2,40 + 2,60 + 2,22 = 9,41. Sono dieci metri e sessanta
d'aria e di spazio al di sotto di quello che si dà al prigioniero, al condannato.
Il signor Du Mesnil che noi abbiamo interrogato, propone di
fornirci, a centinaia delle misure analoghe.
L'Amministrazione ha prescritto 14 metri cubi per persona, ma non
si tiene alcun conto de' suoi ordini.
Il signor Du Mesnil cita, dandone l'indirizzo, delle stanzette che
misurano otto metri cubi.
Noi ne troviamo una nel suo rapporto che ne ha 6,41. Essa è
abitata.
In una locanda della via Bisson, una stanza di metri cubi 20,92 è
affittata per cinque letti cioè 5 metri e 98 per ciascun letto. Nella via Santa
Margherita, sopra una corte chiamata la Fossa dei Leoni, perchè essa ha servito
altre volte di scuderia ad un serraglio, i signori Coudereau, Sinaud e
Grandpierre additano due camerette aventi metri cubi 4 e 80.
Noi diciamo: Aria e spazio. È un orrore. Spazio se voi volete.
Aria è un'altra cosa.
Tutte le stanze non sono di facciata e neppure tutte guardano in
qualche cortile. Molte si aprono sulla scala o sopra un corridoio, che pure non
comunica direttamente coll'esterno; le scale non sono qualche volta che delle
scale a piuoli. Tali stanze o gabbie rassomigliano a cloache, l'aria vi è
putrefatta dalle esalazioni delle sozzure accumulate sul suolo, è l'aria vi è
stagnante, pestifera. Ordinariamente non vi sono finestre che diano sulla
scala. La luce manca del pari che l'aria respirabile. Molte camere non prendono
luce che da un vano di trenta centimetri di larghezza sopra sessantadue di
altezza. Il signor du Mesnil cita una stanzuccia in rue Bisson, che non
ha se non un vano di quaranta per cinquanta centimetri; in altre stanze non v'è
neppure l'abbaino; alcune non hanno altra apertura che la porta. In queste si
rinnova un po' l'aria, e si immette un po' di luce, lasciandola semi-aperta. Il
rapporto del signor Du Mesnil descrive una camera situata sotto il piovente del
tetto. Essa ha una porta e una finestra; la porta ha cinquanta centimetri di
apertura, la finestra è un foro di 30 X 62 centimetri. Il lato più alto misura
un metro cinquantadue centimetri, il più basso misura un metro e sedici centimetri.
Una donna di statura ordinaria non può andare in fondo alla stanza se non
carponi, ed è costretta a starsi piegata sulle ginocchia. Questo canile ha la
capacità di dieci metri e cinquantasei centimetri cubici.
Immaginate ora uno stambugio non molto lungo, rischiarato da una
sola finestra e dove sono ammucchiati molti letti. Sicuramente, vi sono anche
di queste. L'ultimo letto non ha nè luce nè aria. L'inquilino o il paziente,
come voi volete, non può tenersi a sedere sul letto. Per coricarsi e per levarsi,
bisogna che egli vi si rimpiatti o ne scivoli.
Rendetevi conto dell'odore, se potete, quando pure non vi fossero
che la stagnazione dell'aria e le respirazioni ed espirazioni umane; ma vi è di
più il sucidume indescrivibile, orribile. L'acqua è sconosciuta nella casa: non
recipiente, nè provvisione. In caso di incendio la casa brucierebbe come uno
zolfanello.
In più d'una di queste stamberghe la soffitta è di panconcelli mal
congiunti, il suolo non è sempre coperto di tavole o di mattoni. Gli inquilini
del pianterreno camminano o giaciono, sulla terra nuda, cioè nel fango o
piuttosto nelle lordure. Non v'è caminetto e quindi nessuna ventilazione. Le
pareti sono fesse, i tramezzi screpolati. Le tappezzerie di carta ammuffite,
cadenti a brani, coperti da un brulicame di insetti parassiti d'ogni sorta.
Coloro che dimorano in questo putridume non possono sognare cure di pulitezza
personale, e infatti essi non vi pensano nemmeno. I medici vi diranno, in quale
stato è il loro corpo, quando si portano malati o moribondi agli ospitali.
Bisogna dir tutto; non si tratta di esser delicati in parole e
barbari in realtà. Ciò che vi è di più spaventevole in queste case d'orrore
sono i cessi. Si sentono prima di passare la soglia, si sentono dappertutto
nella casa, le loro esalazioni vi prendono alla gola; è come una malattia, come
una peste.
Il puzzo, che v'ammorba il naso, vi fa nel medesimo tempo
lagrimare.
Sembra che a ciò gl'inquilini di queste case si abituino, ma noi
pensiamo piuttosto che ne muoiono. I cessi danno sulle scale, spesso senza
copertura o senza copertura sufficiente; il dottor Du Mesnil ne ha veduti di
quelli che danno direttamente sopra una camerata. Nessun modo di chiusura
automatica, anzi nessun modo di chiusura d'alcuna sorta, ma dei buchi spalancati.
Non vi è neppure deflusso. Per suolo dei mattoni sconnessi, delle tavole
ammuffite o della fanghiglia; si formano tutto intorno dei pantani e dei
depositi immondi, i tubi di caduta traversano qualche volta le camerate allo
scoperto, fra questi tubi vi sono di quelli che hanno delle fessure o delle
rotture, dalle quali sfugge la materia fecale. In un caseggiato importante per
la sua estensione, certi depositi di immondezze sono così vecchi che l'erba vi
è cresciuta sopra. I cessi non sempre sono nemmeno in numero sufficiente. In
una casupola della rue Sainte-Marguerite non vi sono che due cessi per
centododici inquilini.
Compreso della gravezza di siffatta mostruosa condizione di cose,
un egregio pubblicista francese, con giusta indignazione, or non ha guari
esclamava: «Ecco ciò che esiste vicino a noi nella nostra città, nella nostra
grande Parigi, nella nostra pomposa Parigi.»
Noi, scriveva il Gaulois, vi abbiamo descritto gli alloggi
insalubri, secondo il rapporto della Commissione dipartimentale di igiene,
mescolandovi i ricordi di visite che vi avevamo fatte; ma noi temiamo di
nausearvi dicendovi tutto. Non parliamo della promiscuità dei sessi e delle
età... Ed ora sapete voi, che in questi covili non vivono soltanto dei
pregiudicati? Sapete voi che vi si trovano uomini buoni e donne oneste e
fanciulli in gran numero? Poveri fanciulli! Trovate voi giusto che noi facciamo
tante discussioni per la politica, che noi pensiamo a tante cose, che
potrebbero bene attendere, e non tentiamo un grande sforzo per mettere fine a
questa barbarie, a questo disonore? Sapete voi, cittadini, che l'umanità invoca
un vero provvedimento? e sapete voi che in questi abituri vi sono per voi
stessi dei germi di peste sociale e di peste fisica?
Bada a te, Gomorra! la tua noncuranza e la barbarie ti
uccideranno.
Ma non è qui tutto.
Alla descrizione di tante brutture alcuni possono gridare: Voi
esagerate.
È terribile questa parola, leggevasi nel Gaulois. Essa
dispensa le persone sensate, le persone a modo di riflettere, d'agire, di
compatire.
Gl'indifferenti aggiungono: Molti poveri sono la cagione della
loro miseria.
E così altri, per sottrarsi a qualunque sacrificio, grettamente ci
dicono. Il fare la carità è un incoraggiare la pigrizia.
Queste sentenze vengono proferite da uomini senza cuore, e di
questi ve ne sono dappertutto, a Parigi come a Milano.
Costoro non presentono il giorno, in cui questi disgraziati si
ricorderanno, esservi persone che nuotano nell'abbondanza e che si rifiutano di
pensare a loro.
E che cosa risponderete, o ricchi, alla turba di questa
poveraglia, il giorno in cui sfonderà le dure, illustri porte, invaderà le
vostre sale e pretenderà da voi tutto irritata dal rifiuto di una piccola
porzione del vostro superfluo, che, donata spontaneamente e a tempo, vi avrebbe
dato il diritto di risponderle: Il nostro dovere l'abbiamo fatto. Oggi voi
volete l'ingiustizia.
Qualcuno forse ci dirà: Voi suscitate dei risentimenti, mettendo
in mostra queste miserie.
Eh! no, risponderemo ancora coll'articolista del Gaulois.
Noi parliamo ai nostri lettori, e questi non abitano in locande
insalubri.
Del resto, come mai le nostre parole potrebbero provocare dei
risentimenti? Noi nulla possiamo insegnare sulle locande insalubri a coloro che
le abitano! Essi purtroppo ne conoscono tutte le miserie, nè hanno bisogno che
noi le additiamo loro.
Ma fortunatamente per Milano, città non molto vasta, la cosa è
senza troppe difficoltà rimediabile. Non così altrove, a Parigi, esempligrazia,
dove una parte della popolazione, che vive non si sa di che, nè perchè, è stata
dai Parigini battezzata con qualche spirito, ma con poca carità: Krumiri.
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