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Lodovico Corio
Milano in ombra: abissi plebei

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  • Pericoloso confine
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Pericoloso confine3

 

In un libro di J. Dauby, intorno agli operai ed alla loro condizione, sono trattate maestrevolmente moltissime questioni risguardanti le classi popolari. È scritto da un operaio, il quale col suo bell'ingegno e col suo retto giudizio, potè giungere ad un grado sociale assai elevato. Si può dissentire da lui nella soluzione di certi problemi, ma, dove ei non afferma che fatti, non si può far a meno di ammirare la sua perspicacia e il suo spirito di osservazione.

Il Dauby tratta la causa degli operai con quella chiarezza di vedute, che solo può dare una lunga esperienza e una profonda conoscenza dell'argomento, dimostra tutte le difficoltà, che fanno impedimento a chi vuol risolvere in astratto la questione sugli operai, dei quali vi ha una grandissima parte, che toccano quasi dappresso la feccia plebea, e per certi rispetti con questa si confondono.

Ecco quant'egli dice su questo proposito:

«... Osservate la faccia sparuta di quel l'uomo cencioso e dietrogli la moglie e i figli non meno pallidi e laceri di lui. Vive stentatamente e a stento guadagna di che campare, sebbene egli dedichi al lavoro stesso e la famiglia, il calore e la forza dei loro corpi.

Quest'infelice vi fa orrore e vi stringe il cuore al vederlo un momento passare per la via o vi farebbe assai più raccapricciare, se lo vedeste con tutti i suoi dove si coricano tutti insieme alla rinfusa sopra il canile della loro

stamberga oscura, umida, sprovvista di tutto.

Or bene quest'uomo e questa famiglia v'offre uno degli aspetti della questione sugli operai.

«Eccovi una città grande, Bruxelles, Gand, Liegi, per esempio, ricca, bella, per i suoi monumenti, per vie magnifiche, ammirate dal viaggiatore che la visita. Fate che una persona o il caso vi conduca del pari in altri quartieri fuor di mano, i quali sembrano remoti dagli altri quasi vogliano nascondere la vergogna o il timore degli spettacoli che straziano l'animo. Quivi trovate vie strette, oscure, quasi del continuo umide e fangose, con case o piuttosto topaie, donde esalano vapori mefitici o molesti. Tetre e senza cortine le finestre di queste topaie; e ad esse pendono spesso da pertiche o corde i cenci, che non vedono il sole e per asciugarli ci vuoi tempo. In questi orridi covili è alloggiato d'alto in basso, dalla soffitta alla cantina, un formicaio di gente somigliante a quell'infelice e a quella famiglia, il cui aspetto vi ha fortemente commosso. Se penetrate fra quelle case, trovate da per tutto le stesse figure macilente, cadaverose, dagli occhi luccicanti dove sembra essere ridotta la vita, corpi stremati di forze e quasi trasparenti, donne spossate, fanciulli magri e appenati. Nell'interno dell'abitazione la stessa miseria poco o nulla degli utensili della casa. Nessun letto o in luogo di questo un canile che vi fa orrore a vederlo.

«Poca differenza nella condizione famigliare, la stessa insufficienza d'alimenti, comperi giorno per giorno a caro prezzo. Poi da queste bocche esce un parlar grossolano, intramezzato da motti osceni; quanto poi allo spirito ignoranza e credulità cieca e volubile, sdegno per tanti disagi e patimenti, e un avversare fieramente e minacciare coloro che sono più fortunati e un disperare che la propria sorte possa farsi migliore. Ciò posto come lasciar di meravigliarsi, allorchè un travaglio nella classe degli operai, una diminuzione di salario soppraggiungono ad aggravare questo deplorevole stato di cose, che per la naturale disposizione delle sommosse facilmente s'informa dei modi simili ai già detti?

«Non basta. Molti di codesti disgraziati sono così decaduti d'ogni speranza, ch'egli è anche troppo se vivono della vita del tempo loro.

«Si palesa una calamità pubblica? rimangono indifferenti. Avviene qualche festeggiamento intorno a loro? Essi non hanno di che festeggiare, mancano i mezzi; non sono quelle le loro feste.

«Che state a ragionar loro di economia politica, della legge che governa l'offerta e la domanda? Non ne sanno buccicata. Questo sanno solamente, che assottigliando il salario, scemando il lavoro, introducendo l'uso d'una nuova macchina motrice, scema la parte loro già scarsa; allora si mettono in isciopero e alla comparsa dei gendarmi, la cui vista è bastante ad inasprirli, scagliare loro delle pietre. Di qui il fatto di Chatelineau, lo sciopero del Borinage, la sommossa degli operai di Seraing o dei guantai. Così andranno a finire tutti i travagli dell'industria, fino a che l'istruzione e un certo grado di prosperità, non abbiano messo in sicuro la numerosa classe degli operai.

«Oltracciò, in quei solenni, nei quali lo spirito di amor patrio si diffonde per tutto il paese e lo commove non si vedono forse disgraziati operai rimanersi come sordi alle grida dell'universale, non badando all'accalcarsi della gente dinanzi a loro? A che serve rammemorare la patria? La miseria fa strazio della loro anima e la strema di forze. Che importa loro della patria? Il dolore non lascia luogo ad altre sensazioni. V'hanno pure operai che, tranne il meccanismo proprio della fabbrica dove stanno a lavorare, non conoscono nulla o quasi nulla di tutte le grandi scoperte che si attengono all'industria e fanno l'onore e la ricchezza del nostro secolo. Se inventaste cento volte a pochi passi da loro vie ferrate e telegrafi elettrici, vi darebbero sbadatamente un'occhiata e senza cupidigia, trattandosi di cosa che non fa per loro. Tutte queste opere meravigliose non riforniscono di carbone il loro focolare vuoto appunto nella stagione che più lo richiede, di pane la mensa che talvolta è deserta in quella appunto che più sentono lo stimolo della fame.

«Freddo similmente il loro sguardo all'apparire del giorno o al tramontare, e, se potessero, direbbero certamente col poeta:

 




3 Gli operai e le loro condizioni di J. Dauby, versione del prof. Manfroni.






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