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Il carcere.
La miseria, il delitto, il rimorso, il sospetto, il timore
continuo della punizione, non rendono così incresciosa la vita alla feccia
plebea quanto la perdita della libertà. È questa un bene tanto prezioso che, in
qualunque modo limitato, quanto ne resta è pur sempre un bene assai pregevole,
e la minaccia e il dubbio continuo di perderla sono cagione di farla reputare
carissima.
Fino a pochi anni or sono in Milano gli oziosi, i vagabondi, i
ladruncoli venivano ritirati in carceri grandiosi a sistema in comune o
di famiglia come erano appunto le carceri di San Vittore.
Quantunque la vita che vi si conduceva non fosse molto noiosa,
tuttavia, quando il lôcch vi entrava, aveva la faccia rabbuiata e
stravolta, gli occhi invetriti o mobilissimi secondo le passioni, da cui era
commosso. Sempre al momento d'essere rinchiuso in prigione, nell'animo del
captivo sovr'ogni altro sentimento domina non dirò il dolore, ma il dispetto
per la perduta libertà.
La Chiesa da' Cappuccini di San Vittore da gran tempo era stata
divisa in grandi celle, ciascuna delle quali poteva capire fin cento individui.
Queste prigioni quasi sempre rigurgitavano di detenuti, perchè quella disgraziata
parte del genere umano sempre si riproduce, nè altrove si afforza tanto, quanto
nelle carceri che la società costrusse per annientarla.
Le prigioni, tenute con questo sistema, non hanno mai raggiunto lo
scopo che per mezzo loro il legislatore si propone di ottenere. Infatti la
privazione della libertà è, secondo lo spirito della legge, una pena, non già
una vendetta, e come pena deve tendere a sviare l'animo dell'uomo dal delitto,
verso il quale l'uomo è spinto dalle sue prave passioni. La pena è in
conclusione la controspinta, e perciò deve essere logica e morale. Il
carcere a sistema di famiglia non è nè logico nè morale. Non è logico, perchè
per punire dei delinquenti di niun conto li accomuna con altri di peggior
conto, e questi servono di scuola a quelli, e quindi invece di reprimere il
male lo favorisce e quasi lo promuove; non è morale, perchè impedisce a colui
che fu arrestato di ridiventare galantuomo, giacchè quando viene rilasciato in
libertà esce dal carcere inviluppato da conoscenze infami, dalle quali non gli
è facile liberarsi.
Poichè (diceva l'illustre Carlo Cattaneo riassumendo alcune idee
del Romagnosi intorno a siffatta materia) se il progresso dei tempi e il
predominio della ragione introdussero nel carcere la disciplina, la salubrità,
la nettezza, la luce, il lavoro, non giunsero ancora a togliere la convivenza
depravatrice.
Il carcere riceve il novizio del delitto, reo forse d'una lieve
infedeltà, tutto ansante di vergogna, di spavento, di rimorso e lo dimette dopo
pochi mesi, indurato nel cuore, dotto nei misteri dell'iniquità, abbronzato
nell'impudenza, consumato e disperato al pari de' suoi insegnatori.
La promiscuità fra giudicati e giudicandi, fra colpevoli e
innocenti, fra i trasgressori di qualche frivola disciplina politica o civile e
gli esseri più abbominevoli od infami non giova certo ad impedire il male.
La pena del carcere è una tremenda necessità sociale, bisogna
quindi ch'essa venga inflitta con criterio indipendente da ogni passione e
scevro da ogni pregiudizio, affine di non aggravare l'infelice condizione di
tanti sventurati.
Non v'è anima bennata la quale, pensando alla serie indefinita di
dolori, che dalla istituzione di siffatta pena insino ad oggi si soffersero
nelle carceri senza la pausa d'un'ora sola, non senta quanto grave sia il
còmpito dell'uomo che s'accinge a calcolare con austerità scientifica la
quantità di miseria e d'angoscia che deve infliggere a moltissimi de' suoi
simili, come pena de' loro mancamenti, pena che non sarà e non potrà dirsi
legittima, se non quando la società abbia provvidamente procurato di volgere al
comun bene le umane passioni. E la nostra società non vi ha ancora provveduto.
Ora, scrisse il grande pensatore testè citato, egli è certo che
gli allettamenti e gli stimoli al mal fare sono maggiori, dove le plebe è
disperata per miseria, o cresce ineducata e brutale, o i magistrati non
vegliano a scoprire i delitti, o il braccio di una debole giustizia si abbassa
dinanzi ai protetti del potente. Nè ciò basta, perchè dove gli uomini sono
onesti solo entro il limite della paura, e nella società non circola uno
spirito largo e vigoroso di morale e di probità, il fragile edificio delle pene
non regge al peso morto della corruzione universale.
Perocchè bisogna coltivare negli uomini quell'impulso d'onore che
non solo rattiene dal delitto, ma ne rende insopportabile il minimo sospetto;
bisogna infliggere quanto più raramente si può l'ignominia, e far quasi
economia delle erubescenze del popolo; bisogna promuovere fra gli uomini i
vincoli dell'azienda civile, perchè sentano il bisogno della mano altrui e
della buona opinione....
Le leggi al presente puniscono ma non prevengono il delitto; e
correrà gran tempo ancora prima che la società pensi al miglioramento dei
membri che la compongono, e tuttavia seguiterà a colpire in egual modo
gl'infelici ed i colpevoli. Giacchè moltissimi operai sono dalla miseria tratti
al delitto, e molti fra essi ignari del valore assoluto e relativo di un'azione
criminosa.
La maggior parte dei delinquenti sono analfabeti; essi non hanno
altra guida delle opere loro che l'istinto, poichè nessuno s'è curato di
ridestare in essi il sentimento morale, epperò trovansi quasi alla condizione
di bruti. Per costoro le leggi sono lettera morta, sanno che esistono delle
leggi, perchè tratto tratto vengono dal rigore di esse colpiti, ma non sanno il
perchè queste leggi esistano, nè da chi siano state fatte, meno poi se ve n'ha
qualcuna che favorisca i miserabili. Tratto tratto questi vengono arrestati,
poscia rilasciati per essere indi a poco arrestati di nuovo, tanto che
trovandosi sempre in carcere sono costretti a dire tra loro che quelli che
vanno in carcere sono sempre gli stessi; quelli che vanno all'ospitale sono
sempre gli stessi; detti questi che non si riducono ad altro che a varianti
del vecchio adagio: Sono sempre gli stracci che vanno alla folla.
I pensatori assai di leggieri s'accorsero che la mescolanza dei
detenuti era dannosa alla morale e che la prigione invece di correggere i
tristi, pervertiva i buoni. Si pensò di imporre il silenzio a tutti i
carcerati, e questo sistema punitivo dalla città di Auburn, in America, che
prima l'applicò, trasse il proprio nome. Ma il sistema di Auburn non raggiunse
lo scopo, perchè, se soppresse la voce, non potè sopprimere le relazioni tra i
carcerati, i quali acuirono sempre più il loro ingegno, affine di communicare
tra loro, e studiarono e studiano tutti i mezzi per eludere la vigilanza dei
loro,custodi.
Che più? I dolori stessi, la stessa severità della pena ritemprano
l'animo di que' disgraziati, i quali s'avvezzano a sopportare con altiera
indifferenza persino le sferzate, per non dare spettacolo a' compagni della
loro timidezza ed è naturale che talora pensino a reagire. Nel che bene spesso
sono eccitati da qualche anima ribelle e determinata a tutto osare, la quale fa
nascere all'impensata terribili ribellioni. E lo spettacolo della crudeltà
della pena e la smania di reazione distruggono e sviano il carcerato dal
meditare sulla propria colpa e lo allontanano dal pentimento: e il lavoro
impostogli quale aggravio di pena, gli riesce disamabile anzi odioso. Queste
cose ben videro le Autorità preposte alle carceri, e perciò studiarono il modo,
affinchè fosse tolta questa infame comunanza.
Si cominciò dal dividere i detenuti, oltrechè per sesso, per età,
per delitti, per disciplina, ma questa divisione non è sempre possibile, perchè
ad attuarla occorrerebbero carceri assai grandiosi, giacchè si verrebbero ad
avere in tal guisa circa quaranta classi di prigionieri, i quali difficilmente
poi potrebbero ancora essere invigilati. Inoltre perchè la divisione sia
ragionevole, bisogna particolareggiare sempre più nella scelta dei prigionieri
destinati a restare insieme, e a forza di suddividerle è facile capire che si è
obbligati di concludere che il sistema più logico è quello di tenere i detenuti
separati ad uno ad uno, che è appunto ciò che fa il sistema segregante o
di Filadelfia detto anche di Pensilvania, oppure di Cherry-Hill.
Questo regime è il più opportuno pei condannati, il più provvido o
il più giusto pe' giudicandi. Quelli possono riflettere alle loro colpe o
mettersi sulla via del bene, questi non soffrono l'avvilimento di trovarsi con
tristi, prima ancora che i tribunali abbiano pronunciata sopra di loro una
sentenza di reità o d'innocenza, nel quale ultimo caso essi ritornano alla
libertà incontaminati, come quando per soddisfare alle gelose ricerche della
giustizia furono gettati in carcere. Il condannato poi trova nel sistema
segregante il modo di ottenere il proprio miglioramento morale.
Abbandonato a sè nella solitaria cella (nota Carlo Cattaneo), a
prima giunta per lo più si abbandona al furore, agita pensieri di vendetta, e
sfoga la sua rabbia in maledizioni. Ma alla violenza succede l'esaurimento e la
stanchezza; il silenzio che segue ai vani suoi clamori, a poco a poco gli fa
intendere quanto siano infruttuosi e insensati; egli vede tutta la sua
impotenza e la sua nullità in faccia alla legge che senza percosse, senza
catene, senza insulti, con mano invisibile lo assedia e lo stringe. L'idea
della sua colpa, ch'egli fuggiva, ch'egli sommergeva nel tumulto della vita e
delle passioni gli s'affaccia da ogni parte, e a poco a poco si allarga nel suo
pensiero, e dilegua tutte le vanità che lo ingombravano.
Tra il rimorso e l'impazienza e il tedio, per sottrarsi agli
odiosi pensieri e dissiparsi pure in qualunque modo che gli è possibile, egli
afferra rabbiosamente la proposta d'un qualsiasi lavoro. Ben pochi hanno la
forza di resistere a quattro o tutt'al più ad otto giorni di forzata inazione.
Il lavoro non viene inflitto come un supplicio, nè imposto col bastone o colla
fame; ma vien concesso come un'indulgenza, come un ristoro, che solo può
rendere sopportabile quella noiosa vita. La disciplina non è sollecita di
comandarlo: essa aspetta tranquilla il prigioniero, ben certa che tosto o tardi
s'arrenderà. I signori De Tocqueville e De Beaumont dicono: Visitando il
Penitenziale di Filadelfia ci siamo trattenuti con tutti i singoli carcerati;
nessun d'essi che non parlasse del lavoro quasi con riconoscenza e non
palesasse la persuasione, che, senza il conforto di una continua occupazione,
non avrebbe potuto resistere al peso della vita. Che avverrebbe del prigioniero
nelle lunghe ore di solitudine, se, senza questo rifugio, fosse lasciato a'
suoi rimorsi, ed ai terrori della sua mente? Il lavoro dà interesse alla
solinga cella; affatica il corpo ma conforta la mente. È singolare che costoro,
giunti al delitto per la via della dissipazione e dell'ozio, siano ridotti ad
abbracciare come unica loro consolazione la fatica; e costretti a sentire tutto
il peso dell'ozio, imparino ad aborrire quella primiera causa d'ogni loro
calamità.
Il confronto tra il lavoro e l'inazione ha tanta forza, che molti
di quei meschini dissero, che la domenica era per loro insopportabilmente lunga
e che non avrebbero potuto vivere senza lavoro. Questo bisogno si palesa in tal
modo, che non avvenne mai di doverlo imporre colla forza.
Il condannato, intento al suo lavoro, respira dal tedio, dalla
oppressiva idea della passata vita, e con ardor quasi puerile non ha per
qualche tempo altro oggetto alla sua mente; e vi si dedica con solerzia e con
amore, perchè gli è una difesa dai pensieri che gli rodono l'anima.
L'imperturbato raccoglimento e la dura necessità gli aprono la mente ad
imparare; l'istruttore, che viene a interrompere la sua solitudine con modi
placidi e caritatevoli non può a lungo riuscirgli sospetto ed odioso. Le parole
che questi prudentemente lascia cadere tratto tratto, rammentate poi nel
silenzio, quando l'uniformità del lavoro lascia errar la mente, penetrano
l'anima più rozza e selvaggia. La profonda monotonia della cella dà peso e
consistenza ad ogni giusto pensiero che fortuitamente si svegli. E una volta
che il prigioniero ha potuto rivolgersi sopra di sè, il lavoro non arresta più
la sua riflessione. E spesso, una repentina visita lo sorprese immobile sul suo
lavoro, tutto chiuso nel profondo della sua memoria, pensando forse alla
carriera perduta, alla casa, ai congiunti, ai genitori afflitti e disonorati,
alla moglie, ai bambini lasciati nell'abbandono e nell'abbiezione.
I più sciagurati che non hanno affetti, che sono intrisi di
sangue, che nulla hanno in cuore che non sia tristo e perverso, nella mollezza
di quella vita reclusa, tra il lungo silenzio e le parole caritatevoli, e la
coscienza che ricalcitra e si spaventa, a poco a poco sentono venir meno
l'antica ferocia. E non v'è a lato del prigioniero alcun essere malvagio, che
ostenti una atroce indifferenza, o lo guardi con ironia, e con osceni e atroci
scherni rimescoli la feccia delle sue passioni.
Tutto ciò che lo circonda gli rammenta il suo delitto. Non v'è
intorno a lui nemmeno il fremito d'un'industria comune, nè l'affacendata
disciplina d'un carcere popoloso: il rumore stesso delle battiture e delle
catene gli risonerebbe gradito in quella vita di sepolcro. Il lavoro delle sue
mani gli allevia bensì il tedio e il rimorso e lo rattiene sull'orlo
dell'avvilimento, e della disperazione; ma non basta a dividerlo affatto dai
suoi pensieri e fermare la corsa fatale che lo trascina verso il pentimento.
Nel silenzio degli uomini e nel senno delle passioni, i consigli
tante volte derisi, le parole che sembravano non aver toccata la sua memoria, i
terrori religiosi, tutte le imagini e tutte le rimembranze del bene e del male,
risorgono innanzi alla colpevole coscienza, e si fanno ogni giorno più potenti
e irresistibili. Tutte le illusioni sono sparite; in faccia a una triste e
severa realtà, nel profondo d'un silenzio di morte, dove nessuno lo vede e lo
ascolta, una sola parola viva gli suona all'orecchio, ed è una parola di
verità, che va dritta e irresistibile al secreto della sua coscienza. Il
momento giunge alfine, in cui l'anima già nauseata dell'ozio, si nausea pure
della durezza e dell'importanza, e si sente in balia d'insolite emozioni.
Allora le alte verità della morale, insinuate con religioso affetto, possono
ritemprare e rifondere l'anima più ostinata; i sentimenti dei pentito sono come
un metallo squagliato, che scorre dovunque un'arte salutare lo guida. Chi passò
per una siffatta prova, potrà, ritornato alla vita libera, precipitarsi in
nuovi traviamenti; ma porta nel cuore una tale debolezza, che il solo nome del
carcer basta a fermarlo ed avvilirlo in mezzo all'ebbrezza del delitto. La
fiera domata non è più la fiera selvatica. E quella stessa potenza che arresta
le ricadute nel liberato, annunciata e divulgata da loro alla moltitudine dei
malvagi, potrà render terribile anche l'idea d'una prima colpa e formidabile la
minaccia della legge. La prigione non sarà più per essa un piccolo mondo, dove
se vi sono i dolori della reclusione e dei flagelli, vi sono anche i piaceri
della compagnevole fratellanza e le distrazioni d'una disciplina spettacolosa;
il carcere solitario è più disgustoso e amaro per essi, quanto più assidua e
profonda è la sua calma.
Pur troppo le incompiute riforme che introdusse nel carcere la
moderna umanità, avevano tolto a questo unico strumento di pena ogni terrore.
Il malvagio scioperato vi trovava ricovero e letto, e pane certo, e lavoro
mite, e compagnia quale egli poteva desiderarla: e a molti onesti operai
carichi di famiglia, a molti giornalieri scalzi e famelici in mezzo ad ubertose
campagne, il soggiorno del carcere era pur troppo una seduzione. Ma posto il
regime d'un severa segregazione quand'anche la cella sia spaziosa, netta,
chiara, ventilata, riscaldata, provvista di tutto ciò che un modesto vivere
richiede, il vero malfattore preferirà sempre il lezzo e il disagio d'un
sotterraneo, il pavimento nudo, la catena, il bastone, poichè tutte queste cose
non giungono a domargli l'animo, e gli lasciano il tranquillo possesso della
sua scelleratezza. Quando le antiche leggi inventavano con atroce poesia ogni
modo di strazii pel corpo umano, ommettevano, senza curarlo, un tormento più
squisito e potente, che piomba con tutto il peso sull'animo. La solitaria
riflessione, la quale allora si apprezzava così poco, che a richiesta d'un
tutore impaziente o d'un padre iracondo, si applicava a' giovinetti svogliati o
loquaci, si palesò una pena di tale intensità, che alcuni già la gridano
soverchia a qualsiasi più nero misfatto e sproporzionato alle forze dell'umana
ragione.
Gli antichi avevano insegnato che il silenzio è fomite di sapienza
e di virtù; ma non si sapeva che fosse un terribile punitore del delitto. Una
filosofia severa che trae tutto dalla riflessione, trovò anche nella
riflessione la forza penale, e con una vasta esperienza accertò la profonda sua
induzione. Sdegnando il corpo del malfattore lasciandogli pure tutti gli agi
della vita materiale, essa assale di fronte l'anima sua, la sua coscienza, il
principio della vita. Il patibolo con tutto il sanguinoso suo fasto si
spiritualizza nel silenzio della cella. Il mero dolore animale non è più la
suprema difesa di una società minacciata e vessata, ma un dolore, ch'è tutto
dell'uomo, anzi tutto dell'anima, una pena sociale per eccellenza, perchè
consiste nel negare le dolcezze del consorzio sociale a coloro che ne turbarono
la pace.
Eppure in mezzo ad una irresistibile efficacia, questa pena così
temuta dal malvagio non offende per nulla i diritti dell'umanità; essa non
accorre ad ogni istante col ferro e col fuoco, nè contrista di dolorose strida,
nè contamina di sangue la città. I custodi, sicuri di sè, non feroci, nè
sospettosi, possono mostrar sempre tutti la calma e la dolcezza; il cordoglio,
che abbatte il prigioniero, viene tutto dalla legge, non inasprito dalla loro
collera, nè aggravato dal loro arbitrio. Egli soggiace da sè all'onnipotenza
della legge, e riceve il trattamento che risponde a' tristi suoi meriti, perchè
lo riceve dalle opere della sua coscienza. Gli ufficiali non appaiono mai al
suo cospetto, se non per interrompere il cruccio della sua solitudine, e
provvedere ai suoi bisogni, e dirgli quelle parole che lo riconciliano col
misero suo stato, e lo preparano ad uscire da quel fatale recinto con
altr'animo ch'egli non vi entrava.
Il regime solitario si riduce a due fini: togliere il prigioniero
dal dannoso consorzio dei suoi pari, e costringerlo a rientrare in sé, perchè
l'esperienza dimostra, che senza questo ritorno, la pena s'infligge senza
frutto e senza esempio. Non s'intende però che il prigioniero debba restar
derelitto nella disperazione d'una tomba; poichè oltre alla caritatevole provvisione
de' suoi bisogni fisici in una comoda cella, egli ottiene il conforto del
lavoro, del consiglio, dell'istruzione e della lettura. Gli si interdice la
compagnia de' malvagi; ma gli si concede quella d'uomini onorati e pietosi. Ed
è un fatto che la disciplina isolante gravita tremendamente sul malfattore
inferocito, ma quando il tempo, il silenzio e le ammonizioni hanno vinto la sua
durezza e l'hanno, ridotto a sentire la stoltezza della passata sua vita, il
tormento del suo carcere s'allevia e i suoi custodi e governatori trovano in
lui una inattesa docilità e un assoluto abbandono.
Dopo un primo doloroso intervallo, l'abitudine a poco a poco
induce l'animo alla quiete ad alla pazienza; dimodochè, il malvivente,
condannato a breve pena, ne sente tutta la gravezza e ne porta fuori un
salutare spavento; ma il malfattore condannato a molti anni di solitudine, può
comporsi gradatamente a quella tranquillità, che riduce a riflessione anche le
anime più burrascose. Non vi è in quella disciplina alcun risalto, alcun
arbitrio, alcuna acerbità che accenda le sue male passioni: l'odio, la
vendetta. Quindi nessun pericolo che l'irritazione mentale sconvolga la
ragione.
Solo questi argomenti possono consigliare il regime segregante, il
quale è però sempre una gravissima pena. A Torino nei primi mesi
dell'attivazione del carcere cellulare, molti delinquenti volgari non ressero
alla solitudine e si uccisero Si notò però che da quella città i ladruncoli
emigrarono in massa, e sarebbe stato un bel vantaggio, se questo fatto si fosse
verificato anche in Milano.
Nella nostra città venne pure costrutto un grandioso carcere
cellulare, che torreggia severamente entro la cerchia dei bastioni fra Porta
Genova e Porta Magenta.
Questo edificio, il disegno del quale devesi al compianto
ingegnere Francesco Lucca, si eleva sopra un'area di metri quadrati 49,695,
della forma di un pentagono, perfettamente isolato e chiuso da una grossa
muraglia munita di cinque torri agli angoli, e del fabbricato di fronte della
lunghezza di metri 204,50.
Lo stile adottato fu quello del medio evo, che risponde assai
all'indole della fabbrica, di carattere grave e solenne.
Il muro di cinta porta alla sua sommità un ballatoio contenuto da
parapetti di pietra per il servizio di guardia, facendo servire da garretta per
le sentinelle le cinque torri.
Il carcere è diviso in tre distinti corpi di fabbrica.
Il corpo anteriore; la cui fronte è disposta sul lato del muro di
cinta, che prospetta il Macello, quantunque faccia parte dello stabilimento,
non è considerato come carcere essendo destinato agli uffici, alle abitazioni,
al corpo di guardia, al servizio di magazzino e ad altri scopi. Esso ha
l'aspetto di un castello severo, le cui parti centrale e laterali sono munite
di merlatura.
Il secondo corpo di fabbrica, parallelo a questo è distante venti
metri dal precedente e collegato col medesimo a mezzo di un andito a semplice
piano terreno in continuazione al vestibolo d'ingresso. È elevato a due piani
fuori terra, meno un breve tratto dove si praticò un ammezzato che soverchia il
tetto. Questo si suddivide in due parti, ciascuna fornita di uno spazioso
cortile; la destra costituisce il comparto riservato alle donne carcerate ed è
diviso in sessanta celle, più quattordici altri locali di maggior ambiente per
servizio d'infermeria.
Nella parte sinistra a terreno si trovano i locali per le guardie,
il parlatorio speciale pei detenuti di passaggio, per quelli appena entrati nel
carcere, i bagni, i locali destinati alla visita ed alla iscrizione dei
detenuti al loro entrare nel carcere, i locali per la disinfezione degli abiti
e pei guardiani.
Al primo piano nel lato verso oriente v'ha un portico di
disimpegno di vari locali che potrebbero essere destinati ai condannati ad una
pena di breve durata; al lato meridionale vi è un corridoio centrale con doppio
ordine di celle in numero di venti. Ad occidente il cortile, un altro portico
di disimpegno e dall'opposta parte altri locali di servizio.
Nel secondo piano sono notevoli due celle per quei reclusi che
danno o simulano segni di pazzia. Queste celle sono disposte in modo che per
appositi spiragli abilmente mascherati, praticati nella vôlta e nelle pareti,
un guardiano può, non veduto, vigilare il detenuto.
Il terzo corpo di fabbrica ha nel suo centro una grande rotonda,
da cui si diramano sei braccia equidistanti fra loro; ognuna di esse è
costituita di un grande corridoio centrale che si eleva senz'alcuna divisione
dal piano terreno sino al tetto; lateralmente sono disposti tre ordini di
celle, disimpegnati da ballatoi che corrono lungo i lati dei vasto corritoio.
La lunghezza di ciascun braccio di fabbrica è di metri 62,50 a
partire dalla periferia interna della rotonda. A ciascun lato di tali braccia e
per ogni piano sono disposte sedici celle, per cui si hanno novantasei celle
per ogni braccio e quindi i sei raggi daranno complessivamente il numero di 576
celle, senza contare ventiquattro celle di punizione, cioè quattro per ogni
braccio.
Le celle dell'altro corpo di fabbricato sono larghe metri 2,40,
lunghe metri 4, alte metri 3,40 circa; quelle del fabbricato a raggi misurano
la larghezza di metri 2,20 per 4,30 di lunghezza e 3 di altezza.
Si accede alle celle per una piccola porta munita di un apposito
spiatoio, affine di poter invigilare il detenuto, senza ch'egli se n'avveda. A
tale scopo lo spiatoio è mascherato da un vetro colorato e si apre e si
rinchiude a mezzo di un movimento a vite silenzioso.
Tutte le celle sono fornite di un richiamo ad un campanello elettrico,
come ve ne sono alcune provvedute di un apparecchio per l'illuminazione a gas.
Mediante il campanello ogni detenuto può, in caso di urgente
bisogno, chiamare un guardiano, e perciò mediante un semplicissimo congegno,
mentre suona il campanello discende davanti alla porta della cella una piccola
bandiera in ferro, che indica esservi in quella cella il prigioniero che ha
chiamato.
Il mobilio delle celle, secondo venne stabilito dal Ministero, è
costituito da un letto, il quale di notte è spiegato trasversalmente alla cella
e di giorno trovasi arrotolato; di due ripiani piani o sgabelli situati in uno
degli angoli della cella e di un ripostiglio. Serve di tavola il ripiano
infisso nel muro e da sedile lo sgabello mobile.
Affinchè i guardiani possano durante la notte, portarsi ad
ispezionare le inferriate, fu proposto dal Ministero di infliggere nel muro una
manetta, appoggiandosi alla quale può il guardiano far entrare una gamba nello
spazio che si lascia, dalla parte de' piedi, tra la estremità della branda
distesa ed il muro e passare all'altro lato della cella.
Ogni cella oltre all'avere un cesso inodoro è eziandio provvisto
d'acqua a sufficienza. Questa viene fornita da serbatoi collocati nei
sottotetti e che vengono giornalmente riempiuti col mezzo di semplici pompe a
mano. Da questi serbatoi si diramano dei tubi, che vanno a riempiere tanti
recipienti, della capacità ciascuno di litri sei, quante sono le celle. Tali
recipienti sono posti tra i rinfianchi del nascimento di ciascuna vôlta e
specialmente nelle praticate smussature degli angoli delle celle, e conformati
in modo che nel mentre si riempiono con un tubo comune, sono però gli uni dagli
altri indipendenti, sicchè quando un detenuto per inavvertenza o studiatamente
lasciasse aperto il suo rubinetto in modo da disperdere tutta l'acqua del
recipiente a lui destinato, ciò non vada a scapito di altri detenuti e perciò
si castiga esso stesso col privarsi per quel giorno del beneficio dell'acqua,
oltre a che mette in avvertenza il guardiano, coll'effettuato disperdimento
dell'acqua per la cella, in una quantità però che non può mai riuscire a danno
del fabbricato, essendo appunto limitata a sei litri, ma bastante per farlo
punire. Stannovi apposite bacinelle per ricevere l'acqua da ogni rubinetto, e che
ponno servire per far rinnovare da ogni detenuto l'acqua nel sifone della
latrina dopo essersene servito per la propria pulizia.
Le finestre che danno aria e luce alle celle sono fatte a strombo
e disposte in modo, che, mentre queste restano sufficientemente illuminate e
che il detenuto può godere della vista del cielo, egli non può vedere di fronte
in linea orizzontale, essendo il piano del parapetto all'esterno più alto di
quattro centimetri della parte inferiore del volto verso l'interno della cella.
Inoltre, affinchè i detenuti possano giornalmente respirare aria
più libera e passeggiare, pur mantenendosi la più severa segregazione, si
disposero otto passeggi. Essi sono formati da tanti piccoli scomparti raggiali
divisi da muricciuoli alti metri 2,40, disposti secondo la direzione del raggio
e fanno prendere allo scomparto stesso la forma trapezia.
La parte centrale si eleva su tutto il resto, ed è disposta a
terrazzo coperto, dal quale il guardiano può con facilità invigilare i detenuti
in tutti gli scomparti che sono interamente scoperti; meno per un breve tratto
in aderenza alla parte centrale, ricoperta da un piccolo tetto, affine di
difendere il detenuto dalla pioggia e dai cocenti raggi solari.
Infine, la disposizione poligonale e sporgente data alla estremità
di ogni tramezza, impedisce che i detenuti possano, allungando le braccia fra i
vani del cancello, comunicare fra loro, come pure l'essere tutti questi
passeggi coperti da una sottile rete di ferro, toglierà il pericolo che i
detenuti possano gettarsi l'un l'altro degli scritti.
Il numero totale delle celle a carcere è di 762. Al quale
aggiungendo i locali destinati a infermerie, si ha una capacità totale di celle
per 800 detenuti.
Eccovi descritto il carcere cellulare che la città nostra con
grande dispendio ha innalzato. Se esso era davvero un bisogno universalmente
sentito, rimarrà come monumento delle deplorevoli condizioni morali di
Milano a' giorni nostri. Stringiamo i conti. Una pulitissima cella, fresca
d'estate, riscaldata d'inverno, con un letto discreto, sei litri d'acqua al
giorno, vitto, bucato, servizio, tutto ciò si dà a chi commette un delitto;
mentre il povero che voglia vivere da galantuomo è costretto ad abitare una
stamberga fredda d'inverno, calda e soffocante d'estate, mangiare peggio di
moltissimi cani, infine stentare la vita.
È proprio scabra ed ingombra di spine la via del Paradiso,.... fin
troppo.
Appio Claudio, irridendo alla miseria della plebe romana, disse
che il carcere è l'albergo della plebe. Or bene, per costrurre un tale albergo
che i lôcch già battezzarono per Grand Hôtel Roncoroni o anche
Pio Albergo Roncoroni (dal nome di un formidato Ispettore di Pubblica Sicurezza
poscia divenuto Questore), in Milano si sono spese due milioni e centoventitrè
mila lire.
Aggiungansi i denari che si pagano per gli stipendii del personale
direttivo e di custodia, per il mantenimento dei carcerati, e poi dicasi che la
società non si prende cura della plebe.
Chi però mi saprebbe dire quanto spende la società per migliorare
la plebe? per prevenire certe cadute morali, per le quali un uomo onesto od una
donna onesta trovansi precipitati in cotesto abisso senza uscita? Eppure questo
carcere segna un gran progresso in confronto di quello a sistema di famiglia.
In quest'ultimo la sopraeccitazione dello spettacolo impedisce la riflessione e
quindi la riabilitazione morale dell'individuo.
Eccovi un giovinetto operaio arrestato, mentre nell'impeto
dell'ira ha ferito un suo compagno. Vien tratto al carcere e consegnato al
custode ed ai guardiani. Lo sdegno ed il dispetto ancora lo agitano, risponde
con poca buona grazia alle interrogazioni del capo guardiano, il quale per
punirlo della sua sgarbatezza lo fa mettere dove stanno i ribaldi più
facinorosi. Appena il giovanetto pone il piede sulla soglia del carcere, tosto
l'uscio gli si richiude alle spalle, ed egli si sente soffocare sotto una
coperta e si trova gettato a terra.
E perchè? mi domanderà il lettore.
È una brutta consuetudine, che ebbe sempre vigore nelle nostre
prigioni, e che non si è potuto far scomparire, se non colla abolizione del
carcere a sistema di famiglia.
Quel giovanetto è stato atterrato dai corsari.
Sì, signori, vi erano i corsari nelle nostre carceri, e vi
sono ancora dove non fu ancora applicato il sistema cellulare. Sono questi due
prigionieri incaricati dal capo-stanza (che è il più anziano tra i
rinchiusi in una stessa camera, e bene spesso il più ribaldo e il più manesco)
a fare gli onori del ricevimento al nuovo venuto.
Al suo ingresso, tutti si radunano nell'angolo della stanza il più
lontano dall'entrata, tranne i due corsari, che sì mettono l'uno da una parte e
l'altro dall'altra della porta, tenendo distesa una coperta di lana, colla
quale imbaccuccano il poveretto che entra, e lo trascinano a terra. Allora tutti
gli corrono addosso e chi gli toglie il moccicchino, chi il cappello, infine,
quanto ha di meglio sopra di sè, tutto gli vien portato via.
La preda si consegna al capo della cella, il quale pensa a farne
spiccioli.
Immaginiamo alcune di queste scene nelle carceri soppresse di San
Vittore.
Il derubato si rialza infuriato se è coraggioso, avvilito se è
timido; in quest'ultimo caso va a rannicchiarsi in un angolo della cella in
mezzo alle più sconcie risate dei concaptivi, nell'altro invece s'avventa alla
cieca sul primo che incontra, e, mentre con costui sta per venire alle prese,
gli saltano addosso gli altri a trattenerlo, finchè interviene colla propria
autorità il capo-stanza a sedare il tumulto e a ristabilire l'ordine.
Intanto questi ha già pensato a fa foraggià la scelpa, ossia a far
scomparire la preda. Nel carcere di San Vittore il negozio si conchiudeva tra
le due celle attigue, separate dal muro, che le divideva imperfettamente,
giacchè non raggiungeva la volta. Il commercio si fa tra i due capi-stanza. Il
venditore prende un pezzetto di carta, vi scrive sopra la proposta di vendita,
poi mette in uno zoccolo il vigliettino che in gergo è detto lasagnin
(al plurale lasagnitt), si pianta nel mezzo della prigione e grida: Casci?
Si ode una voce che risponde dall'altra cella: Cascia. Allora il
venditore lancia lo zoccolo, che supera il muro e va a cadere nell'altra cella.
Ma come ha potuto colui scrivere il bigliettino? Un pezzettino di
carta e un piccolissimo pezzetto di matita posseggono tutti i frequentatori
delle carceri, nè v'ha occhio per quanto esperto che giunga a scoprire i mille
nascondigli, che sa trovare o creare intorno a sè il prigioniero.
Intanto l'altro capo-stanza ha radunato i carcerati, che hanno con
sè denaro o ne hanno depositato presso il guardiano per fondo di sussidio, e ha
esibita la merce. Se v'è alcuno, che si offre di comperarla, il capo-stanza
rimanda la risposta. La merce insieme colla domanda viene spedita sempre per la
stessa via. La si esamina si tira il prezzo, infine s'impiega una intiera
giornata per concludere un affare di due lire. È questa una gradita occupazione
per chi è condannato all'ozio. Se il compratore ha seco il denaro, questo viene
dato al capo della cella, il quale lo spedisce al venditore detraendone una parte
per tassa di mediazione. Se poi il compratore ha il denaro depositato per fondo
di sussidio, allora l'affare si fa diversamente. Allora è necessaria la girata
delle parti. Il compratore chiama un guardiano; questi apre el sfiandrin,
finestretta tagliata nella porta stessa della carcere; il compratore gli ordina
di porre a credito del capo dell'attigua cella la somma stabilita, sulla quale
il mediatore ha sempre diritto di prelevare a proprio vantaggio una parte
determinata. In altre carceri gli affari si fanno mediante la colomba,
pezzo di cordicella, della quale si servono i prigionieri di una cella per
comunicare con quelli d'un'altra. Nessuno dei concaptivi s'attenterebbe di
impedire o di porre ostacolo a siffatte comunicazioni, quando non avvengono per
conto proprio, anzi sono in ciò d'un mirabile accordo e con gran premura si
prestano talora a mettere fra loro in comunicazione due individui l'uno
dall'altro discostissimi.
Fa passà el bastiment, è la frase
tecnica che significa partecipare una notizia. E questo si fa, quando è
possibile, in gergo, oppure battendo colla nocca delle dita, contro la parete
del carcere vicino, un certo numero di colpi, che qualcuno s'incarica di
ripetere sul muro opposto e così via, finchè il rumore giunge all'orecchio di
chi capisce il segnale e che risponde. E così rifanno la stessa strada i
rintocchi di risposta con una scrupolosa esattezza e con una premurosa
prontezza. Nelle carceri di Cherry-Hill per evitare questo ultimo modo di
comunicazione, si è pensato a dividere le celle mediante due tramezzi, in modo
che il suono s'ammorza e si perde nel vano delle pareti.
E dal fondo del carcere si commettono le più orribili ingiustizie,
le più nefande sevizie, coll'audacia e la brutalità che solo può ispirare la
sicurezza del silenzio della vittima. Non solo i più poveri sono condannati dal
capostanza a fare i servizi i più umilianti del carcere, ma i più giovani sono
talora trascelti a sfogo di sozze passioni. Nè giova che uno per sottrarsi
mantenga un contegno severo. Nei primi giorni vien lasciato a sè, e schernito
con semplici appellativi, poi qualcuno lo punzecchia con parole di famigliare
scherzo ma dette in tono benevolo, e quando l'altro annoiato della sua
volontaria solitudine sente il bisogno di parlare, attratto dal vortice
dell'allegria chiassosa, che regna in un carcere a sistema dì famiglia, allora
è costretto a prendere parte ai giuochi che vi si fanno, ed egli è quasi sempre
la vittima degli scherzi più umilianti e atrocemente vergognosi.
Il giuoco del sarto, del ladro, del soldato,
sono tali oscenità, che non mi è lecito neppure il descrivere.
La narrazione vicendevole delle proprie gesta serve a compiere
l'educazione del prigioniero, il quale se ha posto il piede nel carcere,
traviato da una malvagia tendenza, ne esce corrotto nel fondo dell'anima,
abbiettamente cinico e pressochè abbrutito dai vizii.
A petto delle gravissime colpe, di cui ode il racconto, il suo
piccolo fallo gli appare meschino e ridicolo, sente il bisogno di elevarsi fino
al livello de' suoi compagni, e, come un poeta cerca di emulare i grandi poeti,
ed un negoziante cerca di gareggiare co' suoi colleghi, nè questi pensa punto
di acquistare stima tra quelli, nè il poeta si sogna di agognare al credito di
negoziante, così anche il lôcch non aspira alla fama di galantuomo, ma
si sforza di guadagnarsi tra' suoi nomea di briccone matricolato. L'ambiente,
in cui vive, lo costringe a ciò, nè può sottrarsi alla dura necessità che lo
trascina.
Quando uno non è affatto furfante, simula di essere tale per
guadagnarsi il rispetto degli altri concaptivi, o almeno per evitare le loro
derisioni; e quando esce dal carcere, siccome non può aspirare a ritornare tra
galantuomini, così la compagnia ch'ebbe là dentro, diventa la sua necessaria
compagnia, alla quale lo avvince un tacito obbligo di solidarietà nel delitto.
Quand'ei volesse, uscito di carcere, abbandonare i suoi compagni, non
rispondere più al loro saluto, egli si buscherebbe il titolo di aristocratico e
peggio di tira, che in gergo significa spia, o peggio ancora gli toccherebbero
delle busse, perchè tutti i bricconi di questo mondo hanno per propria divisa,
che chi non è con loro è contro di loro.
Si consideri ora quale debba essere l'angoscia d'un poveretto,
che, accomunato per molto tempo con siffatta genia, venga liberato per sentenza
dei tribunali con dichiarazione d'innocenza. Nè questo caso avviene raramente,
perchè la giustizia umana è pur troppo spesse volte fallace.
Questo per quanto risguarda le carceri dove s'accolgono gli
uomini.
Nè minore corruzione riscontrasi nelle carceri delle donne, ove
gli amori e le gelosie tra esse fornirebbero il tema a migliaia di romanzi, del
genere di quello del Belot, Mademoiselle Giraud ma femme.
Il chiasso e il ciarlìo in un carcere a sistema di famiglia, è, come
ognuno può argomentare, grandissimo, ma su d'una sola cosa si serba da tutti il
più geloso silenzio. Nessuno parla della colpa, per cui venne l'ultima volta
arrestato. Se pende la procedura, un gran lavoro mentale pel prigioniero è
quello di prepararsi agli interrogatorii, e siccome è tradizionale nel carcere
il dubbio di poter aver a fianco dei tira, che rivelino ai giudici i discorsi,
così ciascun carcerato è su questo proposito d'una eccessiva, ma non
irragionevole diffidenza. Ad una domanda anche innocente, ma un cotal poco
indiscreta vien subito risposto secco secco: Ogni detenuu el tira el so d'on
carr. Tra i coimputati vi è un grande studio a non contraddirsi
vicendevolmente, a non ismentirsi, a non iscoprirsi e vi sono non iscarsi
esempi di uomini, che affrontarono la galera, piuttosto che pronunciare una
parola che poteva valere a propria discolpa, ma che sarebbe stata un'accusa pel
proprio compagno, la condizione del quale sarebbesi naturalmente peggiorata. Ma
se v'è in moltissimi questo generoso coraggio del silenzio, manca però in tutti
il coraggio di accusarsi, e nessuno si farebbe innanzi ad assumersi la
responsabilità di un delitto, di cui è realmente colpevole per salvare anche il
più caro amico. La perdita della libertà è per tutti troppo dolorosa e tutti
cercano di evitarla. Quando il compagno, punito invece d'un altro,
rimproverasse a quest'ultimo d'essersi sottratto alla meritata pena e d'aver
lasciato lui nei guai, il compagno risponderebbegli domandando: Te me
disarisset on stuped?
A cui l'altro dopo breve riflessione aggiungerebbe: Te ghe
reson. Incoeu a mì diman a tì. Paghen on mezz e che la sia fenida. Evviva nun e
porchi i sciori, che è il brindisi con cui i lôcch risugellano la
loro amicizia. Ma questa solidarietà va scomparendo a poco a poco tra'
detenuti. Una volta questi si soccorrevano l'un l'altro, si assistevano
fraternamente se malati, si scambiavano gli abiti affine di recarsi
decentemente vestiti dinanzi ai magistrati, per gl'interrogatorii o pel
dibattimento finale.
Oggi, tranne i vecchi frequentatori del carcere, che ancora
mutuamente si sostengono, i giovani sono egoisti, e l'uno verso l'altro
indifferenti; sono capaci di rubarsi tra loro il pane, il che avviene spesso, e
si diedero persino casi, in cui detenuti vecchi, avendo prestati a detenuti
giovani i pagn de libertaa, affinchè non si presentassero ai giudici coi
pagn del loeugh, essendo stati assolti o rimandati per, mancanza di
prove, non restituirono gli abiti avuti in prestito; nè li tennero neppure per
ritornare nel mondo, ma appena liberi li scambiarono con altri cenciosi e
logori per ricavarne tanto da bere qualche decilitro d'acquarzente. A tanto può
giungere la depravazione morale in siffatta gente, quantunque anche tra coloro,
che si chiamano comunemente galantuomini, lo sconfessare od il tradire un
benefattore non sia cosa tanto rara, che faccia inarcare le ciglia per
istupore.
Però alcuni frequentatori del carcere in mezzo al rumore dei
compagni pigliano sul serio il vivere in prigione e si danno a lavori, che pur
troppo non sono da essi continuati, quando vengono restituiti a libertà.
Abbiamo visto dei magnifici lavori a maglia fatti con cannuccie da granata in
luogo di ferri da calze, e quei lavori eseguiti secondo un disegno capriccioso
a trafori, ci parvero degni veramente di lode, anzi di ammirazione. Da un
carcerato ci venne mostrato un lavoro plastico fatto colla mollica di pane. Era
un gruppetto di tre individui, un uomo, una donna e un bambino negri posti su
uno scoglio all'ombra di una palma che intendevano gli sguardi nell'orizzonte,
per iscorgervi lontano lontano la patria perduta. V'era in quel gruppo tanto
sentimento artistico, tanta verità e tanta poesia, che profondamente ci
commosse.
Ma questi tentativi isolati vengono dai prigionieri fatti per
passare la noia. Un lavoro serio, utile, intelligente, era stato organizzato
nelle carceri giudiziarie di Milano dall'ex direttore delle carceri stesse
Pietro Fassa.
Egli invitò e poscia incoraggiò alcuni intraprenditori, perchè
volessero istituire degli opifici nelle carceri. Abbiamo visitate (era il 1873)
l'officina da fabbro ferraio e la rilegatoria di libri nelle carceri di San
Vittore, abbiamo veduta la calzoleria delle carceri di Sant'Antonio, ma
l'officina che ci maravigliò più di tutte le altre fu quella di stipettaio
esistente nelle carceri del Palazzo di Giustizia. Abbiamo osservati i lavori
d'intaglio per la fabbricazione di mobili di lusso e ci sorprese la precisione,
la finezza, il buon gusto, con cui quei lavori erano eseguiti. Non è un lavoro
rozzo e materiale cotesto e perciò diverte e nobilita lo sventurato che a tale
lavoro si dedica; e infatti in quelle carceri abbiamo notato fronti, sulle
quali il vizio e la colpa avevano impresse rughe profonde, spianarsi, e diremmo
quasi rasserenarsi a un raggio di speranza nell'udire le parche lodi, che loro
dava l'egregio signor Leonardo Virillio, allora vice direttore delle carceri di
Milano, promosso poscia a direttore di quelle di Messina, il quale ci fu
cortesissima guida in questa nostra escursione.
I lavori che si facevano in quelle carceri oltre al vantaggio
morale, che arrecano al prigioniero, gli porgono un utile materiale e arrecano
non picciola utilità e all'imprenditore, e al compratore, ed infine allo
stabilimento carcerario istesso.
Peccato che molti all'uscire di carcere non continuino le
abitudini acquistatesi; e si diano invece nuovamente al mal fare4. E
nelle carceri il Fassa aveva istituito pure una biblioteca educativa e morale,
ed oltreché eranvi maestri che pazientemente istruivano gli analfabeti, e i
cappellani che vi diffondevano massime di religiosa pietà, le commissioni per
la visita dei carcerati porgevano a costoro sussidi e conforti.
Però taluni membri di queste commissioni, per eccessivo amore del
bene e per eccessiva filantropia, prodigano siffattamente la loro protezione ai
carcerati da rendere difficile ed odioso l'ufficio di chi è deputato a
mantenere tra essi la disciplina ed il buon ordine, sicchè i detenuti bene
spesso abusano delle loro benefiche parole e giuocano l'uno contro l'altro,
l'autorità della Commissione e quella de'guardiani, ridendosi dell'indulgenza
soverchia dei signori che compongono quella, e ribellandosi alla legittima
vigilanza di questi. Abbiamo sentito da alcuni carcerati a deridere l'operato
della Commissione e a dire che i membri di essa prestano l'opera loro per pura
vanità, per far parte dell'autorità ed essere menzionati con parole di lode nei
diarii e negli annuarii. Ed uno conchiuse con queste parole: «Questi signori ci
schiverebbero domani, quando ci vedessero liberi per le strade, ci
scaccerebbero se ci presentassimo a domandar loro del lavoro, come un ricco
industriale scacciò me dalla sua fabbrica la prima volta che mi vi recai
ubbriaco. Sorreggere e non rialzare, questo è il dovere dei signori, tener
buoni i buoni operai, e di noi caduti lasciare la cura alla Provvidenza».
Queste parole d'amara censura contengono tanta parte di una dura,
ma pur troppo importantissima verità, che non abbiamo creduto doversi passare
sotto silenzio.
Non crediamo neppure inutile di dire che vi fu eziandio un editore
filantropo, che pensò alla pubblicazione di un giornale pe' carcerati, giornale
che morì nascendo, ma che trovò scrittori, scrittrici, lodatori e lodatrici.
E mentre si fa tutto questo pe' carcerati, non possiamo
tralasciare di ripetere che nulla si fa per coloro che appena si reggono
barcollando sul sentiero della virtù; per quelli gli agi, i sussidi, i
conforti, l'istruzione, per questi la miseria, il disprezzo, l'abbandono,
l'ignoranza. Quanti operai, non ci stancheremo di ripetere, desidererebbero
avere a un prezzo modesto una cella del carcere cellulare ben illuminata,
asciutta, ariosa nell'estate, riscaldata nell'inverno, mentre invece sono
costretti a rifugiarsi nelle locande tra il lezzo, i cenci e il sudiciume?
Quanti galantuomini desidererebbero in compenso del proprio lavoro aver
assicurato giornalmente per sè e per la propria famiglia la minestra e il pane
che quotidianamente si distribuisce ai prigionieri? Invece tutti questi agi non
si possono acquistare col lavoro onesto, bisogna guadagnarseli col delitto.
Eppure la libertà fa parere meno triste la paglia trita e infestata
dagl'insetti, su cui il miserabile riposa la notte, meno duro il tozzo di pane
di granoturco che gli serve di nutrimento, del pulito saccone e del cibo
igienico che si danno al carcerato.
Il lôcch suol definire con un tragico motto la vita del
carcere. La paia la mangia la carna, ci dice, volendo con ciò
significare che il carcere distrugge la vita. Così pure dice che la giura la
sgonfia, cioè che la minestra dei carcere gonfia; satolla cioè ma non
nutre. Egli distingue inoltre con diverso nome il pane della prigione dal pane
di libertà, e chiama quello marocch o con vocabolo del gergo ungherese chigna
e questo denomina boffettôs. Curiose e degne di nota sono certe
abitudini speciali al vecchio detenuto. Egli ha cura che la cella sia sempre
pulita, ma prima di scopare adacqua il suolo, affinchè la polvere non si
sollevi. La polvere, egli dice, smangia i polmoni, il qual detto fa
risovvenire la polvere rodente dell'ottimo Parini. Il vecchio detenuto fuma,
quando può, perchè a suo dire, il fumare leva l'umidità
Un'altra sua abitudine è quella di coricarsi presto e di alzarsi
prestissimo, e quantunque, procuri sempre di cenare un paio d'ore almeno prima
di coricarsi, pure egli va facilissimamente soggetto a sogni per il desiderio,
da cui è posseduto o di essere condannato a breve tempo, o di andarne in
libertà, od anche per la speranza che il processo prenda quell'indirizzo, che a
lui possa essere più favorevole, Epperò qualunque sogno ha pel prigioniero un
significato o riferentesi direttamente al sognatore o a qualcuno di coloro, che
gli sono compagni di sventura nell'istessa camera. Ecco l'interpretazione di
alcuni sogni, quale un detenuto ce l'ha fornita.
«Sognare orologi ha significato di movimento: il che
nel gergo dei detenuti significa essere chiamato ad esame, o a dibattimento,
oppure essere restituito a libertà, se il sogno vien fatto la notte precedente
all'udienza finale.
Sognare carta; se è scritta, significa citazione
ad esame o lettera in arrivo; se bianca, soccorso di biancheria.
Sognare maschere vuol dire subire confronti nel
processo.
Sognare penne, cioè uccelli o pollame, significa condanna.
Notisi che in dialetto milanese penn plurale di penna, e penn
plurale di pena si pronuncia allo stesso modo.
Sognare uova indica essere condannati a tanti anni pari al
numero delle uova sognate.
Sognare denti significa disgrazia domestica.
Sognare di riversare olio o sale presagisce pure disgrazia.
Sognare d'un cavallo nero vale novità.
Sognare d'un cavallo bianco vale notizia triste.
Sognare d'un soldato che fa fuoco indica buona nuova.
Sognare di escrementi, d'uva nera, oppure di vino è
presagio di prossimo soccorso.
Sognare oro od uva bianca significa rabbia o tristezza.
Sognare argento dinota allegria.
Sognare pezze di lino significa soccorso in denari.
Sognare pane vale dover esercitare la pazienza.
Sognare scarpe predice vicino un viaggio».
E il detenuto che ci fornì tali dati aggiunse queste testuali
parole: «Ed è tanta la convinzione che il prigioniero ha della veridicità dei
sogni, che ci crede fermamente; e bisogna pur dirlo, che se il più delle volte
si avvera la profezia, è perchè questa è in correlazione coll'esito che,
malgrado gli sforzi che fa per illudersi, il detenuto stesso sa che devo avere
la procedura contro di lui incoata».
Un altro presagio i prigionieri traggono pure dalla minestra.
Quando vien loro presentato il piatto, che la contiene, tosto la rimescolano
per vedere se v'è qualche pezzettino di lardo. Dicono essi che ogni pezzetto di
lardo, che si trova nella minestra, significa un anno di cattività da subire.
Quale può essere la ragione di questa credenza?
Può essere ironia, può essere astuzia.
Ironia, se colui che prima divulgò siffatta opinione, voleva
accennare allo scarso condimento che si mette nella minestra del prigioniero; e
voleva significare che è sì difficile trovare un pezzetto di lardo in quella
minestra, che chi ve lo trovasse poteva di buon grado sottomettersi alla pena
d'un anno di carcere, tanto tale cosa gli pareva miracolosa e quasi
impossibile. Astuzia, se, chi fu l'autore di tale sentenza, approfittando della
superstizione, mirò collo spauracchio d'un triste presagio a porre un freno
alla ghiottornia del capo-stanza, il quale ripartisce la minestra fra i
detenuti della propria cella. Vogliasi o non vogliasi un pezzetto di lardo
nella minestra di un prigioniero è sempre qualcosa di ghiotto, e il capo-stanza
s'impadronirebbe senz'altro di tutti i pezzetti di lardo nuotanti nella broda,
senza l'incubo del triste augurio che il soddisfacimento della propria golosità
trarrebbe seco; tanto la prima che la seconda interpretazione, ci conducono a
ritenere un uomo di spirito chi imaginò e primo divulgò siffatta diceria.
Un ultimo pronostico. Se alcuno degli effetti di vestiario del
detenuto, appesi alle pareti, senza causa visibile cade a terra, si presagisce
da questo fatto la libertà per qualcuno, dei reclusi in quella camera e di ciò
si suole menare gran festa.
Ma vien finalmente il sospirato giorno della libertà. Colui che
deve andare in libertà ed ha denari sul fondo di sussidio, li fa dal guardiano
convertire in vino, che beve co' suoi camerata. È il bicchiere della staffa, nè
un detenuto di qualche conto vorrebbe privarsi del piacere di festeggiare la
propria uscita dal carcere. Un bel mattino si schiude l'uscio della segreta, si
chiama quel detenuto, che deve essere rilasciato, tutti gli si fanno attorno a
pregarlo di commissioni di ambasciate; egli esce, adempie ad alcune formalità,
poi se non deve ricevere ammonizioni dall'autorità di pubblica sicurezza, gli
si apre il cancello della guardinna ed eccolo libero.
Mi diceva un truffatore avvezzo ad uscire dal carcere per
rientrarvi poco appresso: «È però sempre una bella emozione. A me fa un certo
effetto... Quando sono in istrada mi pare di essere piccino piccino...». Un
altro dello stesso stampo mi diceva invece: «In generale nel primo giorno di
libertà non si conclude mai nulla. Si va a zonzo, si guarda in aria, si cercano
le piazze più larghe per respirare a pieni polmoni, poi si eseguiscono le
commissioni date dai camerata, perchè bisogna fare agli altri quello che
piacerebbe che gli altri facessero a noi... poi si va a trovare l'amante...».
«Ma perchè non correte prima a rivedere la vostra famiglia?»
l'interruppi io.
«Perchè alcuni di noi non ne hanno mai avuta, altri l'ebbero per
loro danno, perchè in famiglia trovarono i primi cattivi esempi, i primi
eccitamenti al male, altri perchè le loro famiglie, chiuderebbero loro l'uscio
in faccia».
«E l'amante?
«L'amante nostra, che in generale è una femmina da conio, ci ama
centuplicatamente quando siamo in carcere, e se anche fosse capace di farci
qualche torto, non ce lo farebbe per tutto l'oro del mondo durante la nostra
prigionia. Sono le amanti che si ricordano di noi, e mettono tutta la loro
compiacenza nel venirci a trovare, portandoci un abbondante soccorso. Andà a
fà visita col brasc tiraa, è la frase di cui si servono le nostre amanti
per significare «visitare l'amante prigioniero e portargli dei copiosi soccorsi
in vivande, biancherie e denari».
Dei resto mi si disse, e facilmente prestai fede, non esservi
gerarchia, determinata dalla maggiore o minore gravità del delitto, ed inoltre
potei constatare che detenuti vecchi rimproverarono dei giovinetti caduti in
colpa per la prima volta e perciò stati arrestati.
«È una vergogna, diceva un vecchio peccatore ad un ragazzotto
arrestato per vagabondaggio, tu sei giovane e puoi lavorare e l'ozio non ti ha
ancora affatto guasto. Se incomincerai a rubare, non potrai più correggerti; e
poi, notato per ladro una volta, sarai ladro per tutta la vita. S'io potessi
tornare della tua età!...».
Questi consigli vengono però dati una volta, sola, nè vengono
ripetuti mai più per lo stesso, individuo, quand'anche ritornasse cento volte
tra piedi a quel genio del buon consiglio incarnato in un veterano della colpa.
Un'ultima osservazione. La statistica c'insegna che le classi più
corrotte della nostra popolazione sono i manovali, i camerieri, i prestinai, i
gridatori di giornali, i facchini, i quali forniscono il maggior contingente
alle prigioni. La media delle colpe contemplate dalla legge che vengono
denunciate ogni giorno è di trenta per ciascun giorno.
I reati più in voga in Milano sono la truffa e l'appropriazione
indebita; vengono in seguito in ordine di frequenza il ferimento, il furto, il
borseggio, i reati contro il buon costume. I delitti, che vanno diminuendo
continuamente. sono le aggressioni e le rapine. Rarissimi sono tra noi i casi
di ricatto e di estorsione.
Ci siamo dilungati assai su questo tema, perchè ci parve che ne
valesse la pena. Infatti il carcere in Italia inghiotte annualmente una
grandissima quantità di gente, di cui la società s'impadronisce e che rinserra
fra quattro mura; ma essa non pensa in nessun modo a migliorarla o almeno a
prevenirne le cadute. Per non essere tacciati di esagerazione, diamo la
statistica del movimento delle carceri italiane nell'anno 1871:
In statistiche più recenti queste cifre sono aumentate
notevolmente.
Quante vittime dell'imprevidenza sociale!
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