PROLEGOMENA
ALLE FIGURAZIONI IDEALI
Socialiste? Il
deviendra socialiste, èvidemment: l'évolution des idées le veut, c'est fatal.
L'esprit de révolte fait du progrès et je m'étonne que les misérables ne
brûlent pas plus souvent la cervelle aux millionaires qu'ils rencontrent. Oui,
tout changera, la littérature, l'art, l'éducation, tout après le chambordement
que j'attends, cette année, l'année prochaine, dans cinq ans, mais qui viendra,
j'en suis sûr!
Octave Mirbeau.
Mai fine di secolo assunse caratteri più strani delli attuali,
produsse più svariate tendenze, suscitò maggiori sconforti e maggiori
entusiasmi. - Così avviene che l'epoca nostra brilla di una luce tutta sua
speciale. - presenta fenomeni non prima riscontrati, freme di febbri di ora in
ora gelide e ardenti. - La società si è scissa in due campi: i vessilli
spiegati garriscono al vento della notte misteriosa, poi che già da lontano
l'orizzonte si imbianca a l'aurora.
I.
Nelli animi, il presagio del sangue
imprime un invincibile terrore, un desiderio intenso di soffermar l'avvenire,
un bisogno irrefrenabile di ricorrere all'autorità della tradizione per
dimostrare erroneo e colpevole ogni tentativo di sociale riforma. - Donde
l'esumazione trionfale di San Tomaso d'Aquino, il ritorno alle modeste leggende
care a' primi cristiani, la riabilitazione affannosa di ogni ideologismo e di
ogni spiritualismo, - infine lo studio morboso ed imbelle di un passato che
distolga lo sguardo dalla urgente realità, sproni al bizantinismo e procuri il
trionfo della psiche contro la fusis.
Solo un ambiente siffatto può dar
ragione del feroce cattolicesimo di Paolo Bourget, del cristianesimo
fatalistico di Leone Tolstoi; meglio ancora di quel panteismo complesso e
faragginoso che si compiace dei simboli.
II.
Nei migliori ingegni imperversa una
ostinazione sintomatica: la decadenza. - È un vezzo della moda, questo; ma come
l'arte si fa più fine, più signorile, così viene quasi inconscientemente
manifestando quel carattere di superiorità che si contrappone allo ingenuo e
sano entusiasmo delle plebi.
Il libro delle Figurazioni ideali incarna, con forma originalissima,
il simbolismo. - Ma il simbolismo è proprio arte della decadenza? Io non lo
credo. - L'antichità ed il medio evo racchiusero nei simboli tutta la loro
produzione letteraria. - Solo con l'evo moderno si iniziò quel movimento
realistico che doveva con sempre maggior energia affermarsi attraverso i
secoli, onde già parve miracolo il poema di Milton. - Il simbolismo odierno può
forse peccare nella forma, come esagerazione di un sistema estetico, - nella
sostanza, qualora sia fine a sè medesimo.
Gian Pietro Lucini non cade in
nessuno di questi errori. La visione artistica per lui appare netta e serena,
ad onta ed oltre del metodo: afferra tutte le luci e tutti i colorì, passa,
senza fatica e senza affettazioni, dall'epica alla drammatica, dalla forma
espositiva alla forma narrativa, dall'idillio e dalla elegia al poema ed
all'epicinio.
La preoccupazione del simbolo non
lo disturba, - che anzi l'imagine riesce più limpida e scintillante e dal
complesso delle imagini promana il simbolo: non questo, come assai di frequente
altrove, da quello. - E veramente il suo simbolismo è panteistico. Il perchè
egli ha compreso che questo genere d'arte non è una innovazione dell'epoca
nostra, ma un puro e semplice ritorno all'antico. - Perciò appunto ricorse al
macchinario di poemi cavallereschi ed eroici ed usò la forma delle metriche
antiquate. - Ma sopra l'idealità estetica vive un'altra idealità sociale.
La Ragione, identificata in
Gloriana, guida e corregge i sensi e può condurre alla felicità relativa. Ma
l'uomo mal si appaga del mediocre e tenta assurgere al sublime. - Indi la
Ragione si eleva, si spiritualizza e divien Religione o scienza delle Teogonie
e delle Teurgie. - Ed allora nasce l'assurdo, che mena al dispotismo ed alla
infelicità.
Accanto al concetto filosofico si
trova il concetto passionale. - La passione entra come elemento negativo nella
somma vitale umana: essa riguarda all'infinito, fuorvia carne e pensiero ed è
fonte di mali e di morte. - Così il simbolo di Oriana, di Acrasia, tale il
perchè dei Naviganti, dei Poeti, delli Astrologi, tale la critica spietata e
crudele e l'irrisione della Chimera; tale il vano galoppo e la vana domanda
della Fantasima. - Ora congiungere e conciliare la ragione colli atti
passionali - cosa astrusa e difficile - sarebbe attingere la mèta della
perfettibilità umana. - A questa mèta tende l'uomo - ma sempre, davanti alli
ostacoli ch'egli stesso, la materia e li altri frappongono - cade. Donde
sconforto e disperazione. - Non in tutti però:
Il
tempo alacre corre,
seguendo
i Precursori,
fermo
e senza timori.
.....................
Altre
Forme l'ardente
raggio
incita al morente
crepuscolo....
......................
altre
menti, altri cuori,
altri
canti, altri fiori
sacri
al rinnovamento!
III.
V'hanno ingegni nervosi che
ritraggono dal lungo studio una velenosa punta di sarcasmo; v'hanno individui
anormali, nevrastenici - che di tutto e di tutti hanno ira e disprezzo. - Chi
vegga per la prima volta Gian Pietro Lucini, ed attentamente ne osservi il
fondo occhio grigio e il sardonico sorriso, e ne ascolti il parlar breve, a
scatti, la parola incisiva e sdegnosa, - deve per certo ripensare a quegli
ingegni, a quegli individui ai quali pur ora accennai. - Ebbene: il Libro
delle Figurazioni ideali è una splendida smentita a sentimento siffatto, è
un trionfo della materia pensante su tutto un organismo, - è il canto dello
entusiasmo che soffoca ogni bassa passione. - E il verso procede luminoso e
squillante alla libertà, alla redenzione dell'uomo, della donna, dell'amore.
Tremezzo, il XVIIj
di Marzo del MDCCCLXXXXIIIj.
R. Q.
Monsieur le Lieutenant de Police: «Comment, je gouverne dispotiquement
quinze-cent filles et je ne contraindrais pas Neuf Muses qui pourront
rassembler pour tant à des filles, car elles se prostituent à tout le monde?
Mon
oncle Thomas.
Ce sont ici les pöetes, c'est-à-dire ces auteurs dont le métier
est de mettre des entraves au bon sens et d'accabler la raison sous les
agréments, comme on ensevelissait autrefois les femmes sous leurs ornements et
leurs parures.
Montesquieu. Lettres Persanes.
I.
E costoro diranno:
«Di quest'arte noi sappiamo il
recipe, e di queste idee non ascendiamo pei raggi della luna alla luna, nella
notte, per raggiungerle colà; ma, come il villano della novella, noi le
peschiamo invece qui, nello stagno, collo staccio e colla luna riflessa. Che se
l'usare di nomi astratti e lo scriverli con tanto di majuscola, come la
divinità, vuol dire dar una forma concreta ad un sentimento o ad una virtù: che
se le virtù vogliono significare forze umane: che se anche queste forze e
questi attributi si materiano in personaggi d'altri tempi, in miti d'altri
paesi, in favole d'altre imaginazioni, la fatica è breve ed il profitto nullo:
e racimolando tra i classici e tra i romantici, e seguendo la lingua forbita e
luccicante dei secentisti, e scovando rancidumi poetici e fuor di moda, condendo
il tutto colla indecisione di un pazzo ispirato, rivolgendosi sempre a
quell'infinito che all'uomo non esiste per altro, che per la debolezza dei
mezzi pratici e per la piccolezza dell'ingegno, davanti alla maestà del mondo:
così credereste di poetare a stupor del pubblico, però che nè il pubblico, nè
la critica vorrà prendersi in pace tale beveraggio disgustoso ed indigesto e lo
porrà tra quelle anfore e tra quei caratelli quali ingombravano già le officine
dei nostri alchimisti nel buon tempo andato dell'ignoranza: anfore e caratelli
cui la chiara aqua fontis empiva, rancida forse dalli anni e pure ben
tappata, non altro; e che portavano insegne e leggende sopra ad atterrire,
come: Elixir di lunga vita: aqua tophana: aurum liquidum: sciroppo di Veronica
e di prosperità, ed altre simili straordinarie sciocchezze. Che se
pure l'idea vagola blandula e sfugge alla critica, nè sa dir ciò che voglia
esprimere, e si nasconde nelle anfrattuosità di un giro vizioso o nelle ambagi
di un eloquio che ripugna alla ragione e non ha nesso e non ha sostanza e
brilla e spare nel medesimo tempo, come una stella in una notte tempestosa,
sotto le nubi, allo spirar dei venti: e codesta idea è l'idea simbolica, essa è
la primordiale, essa è il cardine ed il polo dell'opera e la emanazione
dell'anima umana sorella allo spirito del mondo: così gabbano l'insufficienza
per preveggenza, l'oscurità per ispirazione, l'impotenza per lavoro astruso e
difficile di ragionamento, il nulla per intelligenza e dottrina. Nè il
pubblico, nè la critica vorranno prendersi tanta roba per quella che vien
mostrata, ma più tosto per quanto sia, e farà giustizia. E farà bene.» Or
dunque costoro diranno così e non avranno torto: ed in fronte ci bolleranno di
quel marchio che noi stessi ci siamo fabricati e vi stamperanno a lettere
arroventate: Decadenza.
II.
Ma il punto sta nel vedere dove in
verità esiste decadenza: o in noi o nelli altri o in nessuno? E però
sgraziatamente ci siamo detti decadenti e, non essendolo forse, resteremo.
Decadenti però non in quanto
all'opera, ma in quanto alla vita: decadenti, perchè ogni cosa che ne circonda,
scienza, religione, forma politica, economia, si tramutano, nè il tramutarsi è
senza una fine, nè la fine è senza una morte od una rovina: nè senza morte e putredine
havvi nuova vita. Se ciò è dunque vero, quale arte, quale rappresentazione
grafica o plastica è possibile che sia l'espressione dei tempi nostrì, di
questa lotta contro il già fatto per il fare nuovissimo, di questo abbattere il
finito e l'incatenato per la libertà?
Ogni passo avanti che calpesti un
pregiudizio, una forma sussistente non nella coscienza ma nell'aspetto, un
diritto che si fonda non sull'eguaglianza ma sulla disparità, una sanzione che
consacri non la universalità ma il singolare, un privilegio che difenda non una
sostanza ma un'apparenza: questo passo sarà sempre una conquista nel campo
morale e materiale della società: la comunità non rivolge mai le spalle alla
meta: fuorvia e vaga, e sarà allora davanti ad un ostacolo troppo prepotente,
per scansarlo, o per seguire più alacremente il pensiero, cui il desiderio
suscita coll'urgenza alla fine, ma che il potere non consacra nè concede. La
comunità si riposerà, ma come un naviglio che scenda per la corrente e non apra
vela o stenda remo per aiutare il cammino: la corrente, di natura, lo porterà
con sè alla foce. Questa è decadenza: nè io comprendo altra decadenza che,
passato l'impeto dell'azione muscolare e di un rivolgimento assodato di nazioni
e di società, la sosta del pensare sociale per l'attuazione di nuove utilità
migliori, quando già le prime ed antiche l'uso stesso abbia logorato, che,
decrepite, siano vicine ad essere insufficienti.
Decadenza quindi rispetto a noi,
non rispetto alla filosofia della storia, decadenza nel rapporto, in quanto
ricerchiamo la sostanza nuova di tutte le cose, la quale non solo abbia
informato l'antico modo, ma ora per nuova virtù lo abbatta e ne costruisca uno
migliore; decadenza in quanto lottiamo ad impadronirci di questa sostanza,
forma e materia addoppiata, mentre l'idea brilla ed il mezzo di renderla
evidente e sicura manca, ma verrà trovato.
III.
E perchè allora cercando il nuovo
si torni all'antico? Esistono forme immemoriali indistruttibili, segni percepiti
e già svolti che identificano l'umanità nel simbolo. Il simbolo è come
l'esistenza: nè l'esistenza manca d'evoluzione, perchè continuo moto, nè come
esistenza è privo di meta per quanto sia. Le attitudini umane, le forze,
vale a dire i vizi e le virtù, esistono quindi colla vita; da questi la
rappresentazione, ossia la percettibilità di questi enti astratti al pensiero e
quindi il simbolo primordiale, che è il rapporto della sostanza morale
descritta, come la formola fisica e matematica è il rapporto del fatto che vuol
esprimere. Il progresso evolve pel tempo e per la educazione queste prime
attitudini, ma tramutandole non le sopprime, come le rivoluzioni riformano la
società ma non la annullano; ed allora il simbolo moderno. Civiltà fu sempre come
rapporto al già fatto: simbolo nostro è in quanto vogliamo fare. - Arte usò
sempre di queste imagini, le piegò alle esigenze del tempo e dell'uomo, ma
lasciò intatta ed invincibile la sostanza prima: arte fu eclettica, nè volgesi
a sè stessa solamente, che allora è artificio dannoso; ma per la sua maestà,
per la sua bellezza, per la sua grazia s'impose all'uomo e fu prima scienza di
sentimento, storia di sensi, armonia di parole avanti che sorgessero la musica,
le scienze e le religioni. - Che è altro arte se non una serie di
rappresentazioni; che le rappresentazioni se non una serie di imagini? Ora,
l'imagine è un rapporto dell'ente naturale diretto, o, nel semplice sforzo di
fermarlo, l'elemento umano non entra come massimo coefficiente? In tal caso questo
elemento toglierà od aggiungerà, sia per la debolezza, sia per l'esuberanza del
soggetto rappresentatore, sempre alcun che alla sostanza che si voleva
rappresentata, in modo da sformarne l'imagine. Così l'arte è allora espositrice
della natura all'umanità, quando l'umanità non solo vi riscontri l'aspetto
sintetico del mondo esterno, ma quando anche senta nel poema, nell'opera
plastica e sinfonica la propria personalità, il proprio «io» collettivo di quel
momento e di quello stato.
IV.
Tre sono le epoche simbolistiche
nella storia, come tre i rinnovamenti e le rivoluzioni.
Nell'ultimo secolo dell'impero
romano, allo schiudersi del rinascimento, la prima: s'innovano costumi,
risorgono lingue e popoli, si sfasciano religioni e s'instaurano nuove, si
diroccano castelli e templi ed altri ancora si estruggono di stili non saputi
prima, cui laborava un ingegno recente nelli uomini del nord. L'arte, dal caos
letterario, dal caos delle leggende e dei racconti indecisi che promanavano
dall'estremo oriente e dall'ultimo settentrione con opposte particolarità, pure
fondendosi nell'urto delle crociate, l'arte, del lavorìo secolare ed
indistinto, ma sempre fermo ed alacre di nuovi idiomi nazionali che
s'innalzavano dalle plebi e dai campi, tende all'idealità che il cristianesimo
le ha bandito, a quel misticismo intenso che riscaldava come una fiamma e che
purificava come un lavacro di neve. Questo fu il trionfo della vera arte
italica e fu simbolista. Diede Dante e Petrarca, e Boccaccio anche sentì,
novellatore com'era e prosatore, (certo combattente nell'idea Francesco
d'Aquino, il pontefice dell'amore mistico eretto alla stranezza del simbolo
religioso), questa recondita genialità e la pensò e furono l'Ameto e la Fiammetta,
non la storia di una passione, ma la storia della passione medioevale nei
liberi comuni, nelle chiese, dal pergamo delle quali si spiegava una religione
scolastica, una letteratura platonica ed una scienza aristotelica, e mentre
fervevano li studi delle umanità di recente scoperte nei palinsesti.
Poi seguitò il progresso e si
sparse nell'Europa, nè io qui mi fermo allo sbocciar del fiore nel secolo della
magnificenza. Ma che voglion dire Marsilio Figino e Pomponazzo e Villanuova,
mentre ancora il Poliziano, l'Ariosto ed il Tasso, classico per eccellenza e
rigido e superbo d'ottave, squillavano? Cui tendeva la riforma luterana, cui
attingevano Bacone e Shakespeare e Milton? La civiltà delle signorie imposte e
delle conquiste, la barbarie dei diritti universali franchi, l'impaccio delle
male assimilate leggi romane soffocavano; altri bisogni, altre libertà, altri
cieli sentivano i precursori, ed i feticci delle religioni, del classicismo,
delle categorie aristoteliche Giordano Bruno, Tomaso Moro, Spinoza, Galileo e
Newton abbattono per sempre; da che la cavalleria più nulla diceva ai sensi ed
il feudalismo avevano smantellato la colubrina, la stampa ed il nuovo mondo. E
fu laboriosa la maturanza; ragione economica spingeva il corpo, sentimento e
filosofia la mente; la critica sorse come un vento poderoso ad abbattere
colonne romane e miti greci e scalzava troni e tiare. L'amore stesso non
reggeva allo scoscendimento; male veniva detto ed arte di fattucchiere e, dopo
essersi sublimato nel terzo cielo, scendeva, pazzo, devastatore ed empio, ad
infangarsi col marchese di Sade, con Richelieu, o a scherzare in Piron, o a
ridere eccitato ed irritante con Chèrier e con Crébillon; Beaumarchais
trionfava; e l'arte francese, quella cui era destinato lo sforzo supremo contro
le bastiglie dei privilegi ed era già sorta con Ronsard, con Brantôme e
d'Aubignè, sfolgoreggiava in Voltaire; e qui, mentre il Cagliostro integra le
loggie massoniche e ciarlataneggia sulla prescenza e sulla pietra filosofale e
Mesmer applica la teorica delle attrazioni universali e crede di scoprire il
magnetismo umano, e s'imbeve e dispensa i misteri del fakirismo, e Cazotte
profetizzava la ghigliottina alle dame ed ai filosofi, qui il regno, che
sembrava immutabile, dei gigli d'oro si sfascia e sorge l'individualismo. Ora,
prima di tanta praticità, prima di tante forze disputanti e certe alla meta, di
tali argomenti e di tali azioni decisive quali Robespierre e Danton
impersonarono, tutto il movimento umano, e l'arte quindi, aspettando il
prodigio della redenzione, fu simbolista. Questo è il secondo periodo. - Ora
attendiamo all'ultimo: che quanto intravediamo esiste nella nostra coscienza e
pure ci è lontano ai sensi, e questo che ci affatica è il terzo periodo solo
alli inizii.
V.
Ma attualmente può dirsi adunque
italiana, nazionale questa ultima modalità artistica? S'ella riguarda all'uomo
in sè e non ne' suoi rapporti, è universale: se all'ambiente, regionale: se al
tipo distinto, personale. Nè per questo il genio speciale della razza che in
essa si fonde e si esplica perderà de' suoi attributi speciali, come
l'individuo stesso, posto in quelle circostanze generali a tutti, si dimostrerà
in quelli atti speciali, per raggiungere un identico fine, quali le peculiarità
del suo carattere gli obbligano e suggeriscono. Li eletti ingegni francesi, che
Moore primo, seguendo la corrente suscitata dai poemi finnici e celti che il
dottor Mac-Pherson aveva posto in luce, poi Swenbourne, poi Gabriele Dante
Rossetti, ora Morris e Tolstoi e Ibsen e Wagner incitano, sentono l'uomo
universale e la città di Parigi. Ed inchinandomi al colosso di Zola, fermo
nella sua realtà e pure veggente all'a venire ed impeccabile anche ne' suoi
errori, noto Baudelaire, il magico precursore, Verlaine, il principe, Moreàs,
Huysmans, Caze, Dumur, Dujardin, Madame Rachildè, Paul Adam, Mallarmè, Poitevin
e Tailhade, i quali, pure ritraendo le passioni universali come enti in sè e
quasi spoglie di attributi, le fermano nelle loro magistrali opere in modo
tutto affatto personale, suscitate in personalità opposte e diverse, abbracciando
il nevrosismo, genio della vita moderna che assurge all'opera magistrale dalle
turbolenze irresponsabili del delitto: e, francesi, ritraggono la società
parigina di questo ultimo anelito di secolo. Chi più personale del mago
Peladan?
Ultimamente in patria questa nuova
gagliardia spirituale commosse gli animi, nè per ciò l'ingegni si volsero
troppo proni e rispettosi oltremodo alle straniere importazioni. Le consacrate
tradizioni delle muse romane della decadenza, qui rivivevano ancora e, se
l'impeto primo venne d'altrove, si poetò italicamente. Già il Leopardi, ardito
e scettico nel suo nikilismo, aveva dato all'idea germanica di Hartmann forma
ed anima italica: già lo stesso Foscolo, classico per eccellenza, pure nuovi
modi trovava più squisiti e più spirituali, purissimo rifulgendo dai Sepolcri
e dalle Grazie che loro assunto era schiettamente un pensiero, un
simbolo: e piegò la prosa a quella mirabile concezione triste e soave, scettica
e generosa del Viaggio sentimentale di Sterne, aprendo il campo
al modo artistico dell'analisi che poi avrebbe trionfato nel romanzo
psicologico. Ed ora, fermandomi ai migliori, (nè mi sia bestemia il dire), ecco
l'Aleardi che superiore intende al romanticismo nella stagione dei risvegli
nazionali come l'Hugo in Francia, ecco il Praga, il lombardo Heine, troppo
obliato, troppo poco compreso, ecco Stecchetti che accoppia Petrarca
elegiacamente col sarcasmo feroce di Baudelaire, stanco del già conosciuto e
pure debole alla conquista del nuovissimo: ora mi fermo volentieri all'ultimo,
a Gabriele d'Annunzio che nella giovane e luminosa esistenza letteraria
dimostrò dalla Terra Vergine al Piacere la serie della sua
evoluzione e si affermò poderoso alla meta coll'Innocente.
VI.
Il simbolismo adunque fu jeratico,
fu classico ed è personale: distrutta la ferocia, ardirono l'amore e la carità:
dal Golgota discese alle bellezze reali dei sensi ed alle mirabili attività
umane, poetando il panteismo di Spinoza: ora e queste e quelle si studia di
spandere patrimonio a tutti in un mondo senza limiti ed in una felicità
organizzata da nessuno ed a nessuno in ostacolo. - Ma io so per esperienza che
esegesi di intenzioni non scifra intendimento, tanto più per questa operetta
che l'autore vede ingigantita sia pel lungo cercare, sia pel lungo lavoro: e so
pure che queste poche parole non bastano a riflettere l'attuale stato della
nostra forma poetica. - Altri studi e altre lene occorrono (come il Pica
ottimamente osò coi precursori francesi) alla sua esplicazione, nè il luogo qui
si presta, che versi porgo, non saggi critici, futuri forse da me su questo
argomento, ma non prossimi; e di più so ed intendo, che ad orecchie che non
vogliono udire nessun rumore giunge, fosse il rombo del tuono: onde faccio
silenzio. Però ringrazio cordialmente l'amico Quaglino quando argutamente
propone a sè e ad altrui il quesito: «Il simbolismo è arte di decadenza?» E
valgami la sua amicizia e il mio studio come una speranza a proseguire.
Il IIIj di Aprile del
MDCCCLXXXXIIIJ.
L'Autore.
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