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Prologo.
S'alcvno
aspetta udir le argutie, e i motti
Di
sal conditi da Sofia, ò da Siro,
Che
asconder gli occhi, e increspar le ciglia
Li
facciano col riso; e mirar brama
I
giuochi, e i maritaggi de la plebbe;
Può
ben partirsi, e ageuolar la stanza
A
gli altri, i quai caper ui possan meglio.
Però,
che l'Auttor nostro anchora tanto
Non
ha impetrato da le sue uenture,
Che
a cosi dolci, e dilettosi studi'
Habbia
potuto l'animo disporre.
Se
parimente alcun qui si condusse
Scorto
da falsa, e in uan nata credenza
D'ascoltar
qui gli amor semplici, e uaghi
De
le uezzose, e leggiadrette Ninfe,
E
le rime cantate da Pastori
(Benche
à l'aprirsi de' caduti panni
Accorger
de suo error costui si debbe.
Quando
non uide le aspettate fronde
A
l'aura tremolar, nè uide i poggi
D'herba
minuta, e di fioretti sparsi)
Da
parte de l'Auttor buona licenza
Li
do di andarsi in pace. Però, ch'egli
Sì
gioiosa non ha la mente sua,
Che
fra i Monti d'Arcadia, fra i diletti
Di
quelle Ninfe, e di que' Semidei
La
residenza sua collacar possa.
Viua
fra i fior chi uuol, fra i suoni, e i canti,
Che
l'Auttor nostro in tenebroso horrore
Con
Heraclito ogn'hor uiurà piangendo
In
meste strida, in tristo, & aspro stile,
Con
le miserie altrui le proprie pene.
Dunque
colui, che con proposto uenne
Di
lamenti ascoltar, lacrime, e morti,
Sieda
securo, e taccia, che adempito
Hoggi
fia 'l suo uoler forse à bastanza.
E
certo, ch'altro attender si potea
Da
si misero Auttor? Deh Dio, che mentre
Ei
sta piangendo una miseria sua,
Vn'altra
sopr'arriua, e un'altra, e un'altra,
Si
ch'ei s'arresta attonito, & incerto
Qual
prima debba piangere, e qual poi:
Stassi
il misero Author piangendo il greue,
E
duro fren de l'aspra pouertade,
In
cui e' uenne al mondo, e si querela,
Che
tanti sian thesor perduti, e ascosi,
Che
fra i Prencipi, e Regi de la terra
Tanto
si spenda in un conuito solo
In
pascer Scimie sol, cani, e speruieri,
Quanto
basteria à punto per far ricca
(Lunga
quantunque) la sua uita tutta:
Ecco
mentre si duol di questo male
Vna
più trista rimembranza il punge.
Quiui
il pianto l'Auttor raddoppia à l'hora,
Che
la sua cecità li torna a mente.
A
l'hora ei si ramarica cercando
Per
qual demerto suo, tosto che nacque,
Veduto
à pena il dì, cieco diuenne,
Se
innanzi al nascer suo non fè peccato.
Duolsi,
che gli occhi suoi dal ciel dannati
In
sera eterna contemplar non ponno
Questo
Ciel, questo Sole, e questa Luna,
Nè
quest'aere, quest'acque, e questa terra.
Ma
sopra tutto so, che à l'Auttor dole
Di
non poter mirar l'opra più bella
Del
ciel, dou'è di tutto 'l mondo un'orma,
Che
sete uoi pregiate, e belle Donne:
Hor
mentre gli occhi suoi piangon se stessi,
Noua
disgratia d'altro lato il desta.
Souuiengli
à l'hor, ch'ei restò senza padre,
Quando
i primi alimenti anchor suggea
Da
l'alme fonti del materno petto,
Dou'ei
pupillo, e uedoua la madre
Restò
spogliata d'ogni human soccorso.
Quiui
si duol, che uiuon tanti padri,
La
cui morte è aspettata da' figliuoli,
Più
che da uoi questa tragedia noua;
E
'l suo, che stato li saria si caro,
Non
potè pur conoscer, nè parlarli:
Mentre
sospira il padre, ecco il maestro,
Che
quel tentò, ch'altri tentar non seppe.
Tentò
guidarlo à gli ocij de le Muse
Fin
che non l'inuidiò la morte al mondo:
Mentre
di si gran perdita si lagna,
La
carissima Madre li souuiene.
Che
(mentre in lei rifulse il uital raggio)
Thesor,
uista li fu, padre, e maestro.
La
qual quest'anni à dietro inuido fato
(Perche
nulla di ben gli auanzi in terra)
Gli
ha tolto, senza ch'egli habbia potuto
Dirle
pur da lontan, Madre ite in pace:
Mentre
cosi s'afflige in uan, da sezzo
De
l'ultima sua doglia si ramenta.
Ramentasi,
che Amor del cor l'ha priuo,
E
dato in pasto à una seluaggia fiera,
Fiera
di uoglie, & angelo di uolto,
Che
tra uoi Donne siede, e ben mi ascolta.
E
se licenza già l'Auttor negato
Non
m'hauesse d'esprimer questo nome,
Lo
esprimerei, perche ciascun sapesse
Da
lei, come da fiera empia guardarsi.
Onde
qual fia colui, qual fia colei,
Tratta
quella crudel, che 'l trahe di senno,
Che
per lui di pietà non uenga molle?
Però
sendo l'Auttor misero tanto;
E
alleggerendo le miserie nostre
Ne
le miserie il ritrouar compagni;
A
le suenture sue conformi casi
Va
cercando, e con questi si consola.
Tra
quai se li fe innanzi questa historia,
Che
di rappresentarui hoggi disegna.
Posta
ne 'libri, ch'arsero in Egitto,
E
riuelata à lui non so in che guisa:
Uscirà
dunque la Tragedia nostra
De
l'Auttor proprio, e non d'altri figliuola,
Nouallamente
dal capo del padre
Nata,
come già Pallade da Gioue.
E
perche questa anchor nouella sposa
Non
ardisce mostrarsi à la presenza
Di
tanti altri signori, e illustri Donne;
(Contra
lo stil de le Tragedie antiche,
Le
quai, perche attempate eran matrone
Auuezze
nel cospetto de le genti,
Si
lasciauan mirar senz'altra tema)
Per
questo anch'io fuor de l'antica usanza
Con
questa parte à uoi uenni (che parte
Non
è però de la Tragedia) solo
À
trattenerui mentre in lei si strugge
La
uirginal uergogna, e uien l'ardire:
E
perche intanto il mio star qui ui gioui.
Questa
Città, che hauete innanzi gli occhi
È
Battra. il Battro quinci, e quindi l'Osso
Corre.
là i Soddiani, e quà gli Scithi
Confinan.
questa è la magion Reale.
Sedete
dunque, e le fatiche nostre
D'un
cortese silentio almen degnate.
Restauami
a spiegarui l'Argomento.
Ma
dapoi, che a spiegarlo esce già l'ombra,
Che
sorta da l'inferno appar di fuori;
Non
darò noia à uoi, nè a me fatica:
Il Fine Del prologo
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