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Luigi Groto
La Dalida

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  • Prologo.
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Prologo.

 

S'alcvno aspetta udir le argutie, e i motti

Di sal conditi da Sofia, ò da Siro,

Che asconder gli occhi, e increspar le ciglia

Li facciano col riso; e mirar brama

I giuochi, e i maritaggi de la plebbe;

Può ben partirsi, e ageuolar la stanza

A gli altri, i quai caper ui possan meglio.

Però, che l'Auttor nostro anchora tanto

Non ha impetrato da le sue uenture,

Che a cosi dolci, e dilettosi studi'

Habbia potuto l'animo disporre.

Se parimente alcun qui si condusse

Scorto da falsa, e in uan nata credenza

D'ascoltar qui gli amor semplici, e uaghi

De le uezzose, e leggiadrette Ninfe,

E le rime cantate da Pastori

(Benche à l'aprirsi de' caduti panni

Accorger de suo error costui si debbe.

Quando non uide le aspettate fronde

A l'aura tremolar, uide i poggi

D'herba minuta, e di fioretti sparsi)

Da parte de l'Auttor buona licenza

Li do di andarsi in pace. Però, ch'egli

gioiosa non ha la mente sua,

Che fra i Monti d'Arcadia, fra i diletti

Di quelle Ninfe, e di que' Semidei

La residenza sua collacar possa.

Viua fra i fior chi uuol, fra i suoni, e i canti,

Che l'Auttor nostro in tenebroso horrore

Con Heraclito ogn'hor uiurà piangendo

In meste strida, in tristo, & aspro stile,

Con le miserie altrui le proprie pene.

Dunque colui, che con proposto uenne

Di lamenti ascoltar, lacrime, e morti,

Sieda securo, e taccia, che adempito

Hoggi fia 'l suo uoler forse à bastanza.

E certo, ch'altro attender si potea

Da si misero Auttor? Deh Dio, che mentre

Ei sta piangendo una miseria sua,

Vn'altra sopr'arriua, e un'altra, e un'altra,

Si ch'ei s'arresta attonito, & incerto

Qual prima debba piangere, e qual poi:

Stassi il misero Author piangendo il greue,

E duro fren de l'aspra pouertade,

In cui e' uenne al mondo, e si querela,

Che tanti sian thesor perduti, e ascosi,

Che fra i Prencipi, e Regi de la terra

Tanto si spenda in un conuito solo

In pascer Scimie sol, cani, e speruieri,

Quanto basteria à punto per far ricca

(Lunga quantunque) la sua uita tutta:

Ecco mentre si duol di questo male

Vna più trista rimembranza il punge.

Quiui il pianto l'Auttor raddoppia à l'hora,

Che la sua cecità li torna a mente.

A l'hora ei si ramarica cercando

Per qual demerto suo, tosto che nacque,

Veduto à pena il , cieco diuenne,

Se innanzi al nascer suo non peccato.

Duolsi, che gli occhi suoi dal ciel dannati

In sera eterna contemplar non ponno

Questo Ciel, questo Sole, e questa Luna,

quest'aere, quest'acque, e questa terra.

Ma sopra tutto so, che à l'Auttor dole

Di non poter mirar l'opra più bella

Del ciel, dou'è di tutto 'l mondo un'orma,

Che sete uoi pregiate, e belle Donne:

Hor mentre gli occhi suoi piangon se stessi,

Noua disgratia d'altro lato il desta.

Souuiengli à l'hor, ch'ei restò senza padre,

Quando i primi alimenti anchor suggea

Da l'alme fonti del materno petto,

Dou'ei pupillo, e uedoua la madre

Restò spogliata d'ogni human soccorso.

Quiui si duol, che uiuon tanti padri,

La cui morte è aspettata da' figliuoli,

Più che da uoi questa tragedia noua;

E 'l suo, che stato li saria si caro,

Non potè pur conoscer, parlarli:

Mentre sospira il padre, ecco il maestro,

Che quel tentò, ch'altri tentar non seppe.

Tentò guidarlo à gli ocij de le Muse

Fin che non l'inuidiò la morte al mondo:

Mentre di si gran perdita si lagna,

La carissima Madre li souuiene.

Che (mentre in lei rifulse il uital raggio)

Thesor, uista li fu, padre, e maestro.

La qual quest'anni à dietro inuido fato

(Perche nulla di ben gli auanzi in terra)

Gli ha tolto, senza ch'egli habbia potuto

Dirle pur da lontan, Madre ite in pace:

Mentre cosi s'afflige in uan, da sezzo

De l'ultima sua doglia si ramenta.

Ramentasi, che Amor del cor l'ha priuo,

E dato in pasto à una seluaggia fiera,

Fiera di uoglie, & angelo di uolto,

Che tra uoi Donne siede, e ben mi ascolta.

E se licenza già l'Auttor negato

Non m'hauesse d'esprimer questo nome,

Lo esprimerei, perche ciascun sapesse

Da lei, come da fiera empia guardarsi.

Onde qual fia colui, qual fia colei,

Tratta quella crudel, che 'l trahe di senno,

Che per lui di pietà non uenga molle?

Però sendo l'Auttor misero tanto;

E alleggerendo le miserie nostre

Ne le miserie il ritrouar compagni;

A le suenture sue conformi casi

Va cercando, e con questi si consola.

Tra quai se li fe innanzi questa historia,

Che di rappresentarui hoggi disegna.

Posta ne 'libri, ch'arsero in Egitto,

E riuelata à lui non so in che guisa:

Uscirà dunque la Tragedia nostra

De l'Auttor proprio, e non d'altri figliuola,

Nouallamente dal capo del padre

Nata, come già Pallade da Gioue.

E perche questa anchor nouella sposa

Non ardisce mostrarsi à la presenza

Di tanti altri signori, e illustri Donne;

(Contra lo stil de le Tragedie antiche,

Le quai, perche attempate eran matrone

Auuezze nel cospetto de le genti,

Si lasciauan mirar senz'altra tema)

Per questo anch'io fuor de l'antica usanza

Con questa parte à uoi uenni (che parte

Non è però de la Tragedia) solo

À trattenerui mentre in lei si strugge

La uirginal uergogna, e uien l'ardire:

E perche intanto il mio star qui ui gioui.

Questa Città, che hauete innanzi gli occhi

È Battra. il Battro quinci, e quindi l'Osso

Corre. i Soddiani, e quà gli Scithi

Confinan. questa è la magion Reale.

Sedete dunque, e le fatiche nostre

D'un cortese silentio almen degnate.

Restauami a spiegarui l'Argomento.

Ma dapoi, che a spiegarlo esce già l'ombra,

Che sorta da l'inferno appar di fuori;

Non darò noia à uoi, a me fatica:

Il Fine Del prologo

 




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