Atto
primo. Scena III.
Morte. Gelosia. Moleonte.
Mor: Cosi uuol
gastigar lui, e la figlia.
Gel: Ho inteso. ua tu innanzi, io uerrò dietro.
Mor: Perche? Gel: S'io innanzi andassi, il Re potrebbe
Non conoscer me prima. ò tu potresti
Lasciar la falce tua scendermi in capo.
Mor: Gli occhi tuoi pronti, lacrimosi, ardenti,
Le orecchie tue rizzate, il uiso smorto,
Le chiome inculte, e sparse, la ghirlanda
Di Giacinto, e di Pin messaui sopra.
Il piè dubbioso, e uario, il corpo macro,
Il tremor, che ti batte i denti, e 'l
petto,
Cotesti drappi azurri, in cui t'auuogli,
l'angue, che stringi ne la destra, e 'l
uaso,
Che la sinistra tien, faran, che tosto
L'accortissimo Re ti riconosca.
Quanto à me, Gelosia, son tal, che senza
Fraude ogni mio voler per forza adempio.
Perche uolti si spesso il uiso indietro?
Perche sospiri? Gel: Il pensier
forte à forza
Trahe seco gli occhi. io tento (anchor,
che' n uano)
Con questi penetrar fin nel mio albergo.
O' Dio, quando sarà, ch'io ui ritorni?
Mor: Tosto ti espedirem. ma, che importanza
Hai di tornarui? Gel: a riscaldarmi
prima.
Mor: In casa sentirai più crudo uerno
Tra le falde perpetue de la neue.
Gel: E poi, perche 'l cor mio dentro à un gran mare
Ondeggia di sospetti. Mor: E di che temi?
Gel: Di quel cosi infedel di mio marito,
Che non si sciolga, e se ne uada altroue,
Ò ne la propria stanza altri introduca.
Mor: E come si puo scuoter, se costretto
L'hai già con mille, e più ferrigni nodi
Sopra il letto di tribuli, di spine,
Ortiche, e chiodi, oue la notte giaci,
E la sua libertà te 'n porti appesa
A la cintura sotto mille chiaui?
Oltra, che quando anchor libero fosse,
Doue potrebbe andar sendo si uecchio?
Gel: Che ti parrebbe se l'inuida Aurora,
Ò l'amorosa madre de gli Amori
Me 'l uenisse a inuolar mentr'io uo
errando?
Ò di Gioue la uaga Aquila (come
Se' n portò dianzi il giouanetto d'Ida)
Se'n portasse cosi lo sposo mio?
Mor: Come può entrarti in casa Aquila, od altro,
Se prima ogni fissura, ogni spiraglio,
Se anchor le anguste, altissime finestre,
Rotte, perche uapori il fume fora
Hai chiuso, e posto sopra i cani tuoi,
Perche uigili stian, gli occhi del lupo?
Ma uedi Moleonte, che n'aspetta:
Ecco quella, che uuoi, dotta del tutto,
Prontissima à seruirti. Altro non resta,
Che spiegar breuemente il tuo desire.
Gel: Quanto dice costei, raffermo anch'io.
Mole: Ambe ringratio, e ad ambe la mercede
Prometto a nome del gran Duce nostro.
Hor quel, di ch'io ti prego, ò Gelosia,
È, che ti metta in questa real corte.
E perche 'l figlio de la Dea di Gnido
Ha già promesso di adoprarsi in modo
Hoggi col secretario di Candaule,
Rifrescandogli al cor le prime piaghe
Con raddoppiati colpi, che lo induca,
E constringa à fornire ogni mal'opra.
Onde costui le prime pietre ponga
Del fondamento nostro. io poi ti prego,
Che à la Reina (quando ne sia tempo)
Lo tuo furor, lo tuo isfrenato sdegno,
L'empio tuo spirto, il uelenoso fele
Spiri nel petto, e con cotesto serpe,
E con la greue tua gelata mano
Le tocchi sotto la mammella manca.
Fa, ò Gelosia, che non le basti il ferro,
Non le basti il uelen, nè basti il foco
Per satiar la sua gelosa mente
Contra l'iniquo, adultero consorte,
E la figliuola mia sua meretrice,
E quei d'incesto, e d'adulterio nati:
Ma, che costei per lo ceruel s'aggiri,
Di rara crudeltà maniere strane,
E cose tenti insolite, & horrende.
Tu, Morte, con lei entra, & empi
questa
Corte Real de' tuoi mortali effetti,
Horribilmente per tutto discorri.
Ciò, che l'una dispon, l'altra
essequisca.
So, che à chi intende un picciol cenno
basta.
Mor: Va, che ti loderai de l'opra nostra.
Mole: Io, poi che da Pluton licenza impetro
Di restar quà disopra almen per hoggi,
Andrò qui intorno consolato errando
Per isbramar la fera e lunga brama,
Di uendetta, che l'alma ogni hor mi rode.
Gel: E noi entriam ne la rea corte. Mor: Entriamo:
Choro
Cho: Da noi
riuolgi con pietosa mano,
Ò supremo Rettor de l'uniuerso,
Questi portenti, e questi augurij tristi:
Fa, che nel giardin nostro il mesto piano
Da riui nefandissimi cosperso,
Che al traspor de le piante hoggi habbiam
uisti
Sorger di sangue, e letal succo misti,
Non dimostri alcun mal, ma sia conuerso
In bene, ò (se ciò è troppo) almen sia
uano,
Ò non sia male, o sia quinci lontano:
Fa Re del Ciel, che i duo brutti serpenti
Sanguinati la gonfia antica spoglia
Vsciti da la terra iui uicina,
Che auuiticciati con nodi possenti,
Sibillando da noi presso la soglia
Del letto de la nostra alta Reina
Trouati, e uccisi fur questa matina,
Non diano annuncio di futura doglia.
Ma i signor nostri non sian prima spenti,
Che di uita, e d' honor satij, e
contenti:
Fa, che alcun danno à la Reina mia
Non habbia minacciato il corbo à l'hora,
Ch'egli l'ha presa col suo curuo rostro,
Mentre per lo giardin rindendo gia
Per lo munile, e trattoglielo anchora
Dal collo; e non minaccino alcun mostro
Quegli infernali augei, che 'l tetto
nostro
Con uoci dolorose anzi l'Aurora
Sta mane empiano. il tutto, ò stato sia
Prodigio uano, o si dilegui uia:
Ma il grande Automedon doue rimane
Del chiaro giorno? che quand'egli uenne
Sù 'l Regno nostro, fatto i raggi neri,
(Dou'eran tutti pria puri sta mane)
Arrestò il carro, e la sferza rattenne,
E in forse fu, se gli usati senteri
Douea seguire, o uolgere i destrieri.
Al fin lasciando qui notte, si tenne
Più sù col temòn torto, e per uie strane
Andò a scaldar le fredde tramontane:
Che abominoso, e scelerato eccesso
Quì uede 'l Sol, che di mirarne schiua,
Et al settentrion uolta la briglia?
Perche la Luna al Sol giunta d'appresso
Questa notte ecclissata, e à pena uiua,
Di sangue si mostrò tutta uermiglia?
E l'armato Orion, che si consiglia
Di far con quella spada, onde atterriua
Pria le notti del uerno, c'hor si è messo
Contro Battra à uibrarla così spesso?
Ò Gioue, alto, immortale,
O' leua in tutto, ò scema in parte il
male:
Il fine del Primo Atto.
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