Atto
II. Scena III.
Secret. Berenice Reina. Choro.
Secr: Siate, Reina, eternamente salua.
Ber: à te sia pace, e ogni desir succeda.
Secr: Chi fa l'augurio, anchor puo dargli effetto.
Ber: Che dici? Secr: Io dico, che ciò sia in effetto.
Ber: Che annuncio adduce il Secretario nostro?
E che fa 'l mio signor? Secr: Quand'io riceua
Da uoi la fè, che in un silentio eterno
Terrete quanto ui dirò sepolto;
Io ui paleserò cose importanti.
Ber: Io te 'l prometto. Secr: E che sicuro pegno
Me ne uolete dar? Ber: Questa mia
destra.
Secr: ed io ti bacio, ò bella, e sacra mano,
Man, ch'ogni mia salute in te rinchiudi,
Non mi fallir de la credenza mia.
Ber: Non tardar, ch'io non son per mai mancarti.
Secr: Sacra Reina, quel cortese affetto,
Che di zelo di uoi l'alma mi accende,
Hoggi fa uscirmi da l'ufficio mio.
Ma gli elementi, il ciel chiamo, e li Dei
In testimonio, che 'l mio ufficio in
questo
Io non debbo osseruar molto, nè poco.
So ben, che quando ciò uenisse in luce,
S'espedirian per me supplicij graui.
Ma non posso temer, sendo coperto
Dal forte scudo de la uostra fede.
E quando questo anchor si risapesse,
Ma fia dolce 'l morir per amor uostro.
Besso', che tenti far? frena la lingua.
Meglio fia in uer, ch'io taccia, e me ne
uada.
Ber: Ò fa non hauer detto ciò, c'hai detto
Ò segui quel, che a dirmi incominiciasti,
Che di ritrarti ogni speranza è indarno.
Secr: Signora, io credo, che serbiate in mente,
Come Battro del uostro sposo padre,
E Re di questo Battriano Regno,
Giunto per trappassar ne l'altra uita,
Conoscendo Candaule suo figliuolo
Le puerili man non hauer atte
Al gran maneggio anchor d'un tanto
Impero;
Nè Moleonte hauere herede alcuno;
Giunto à donna, che chiuso il uentre
hauea;
À Moleonte suo fratello, e zio
Del fanciullo, commise il nobil carco.
Ch'ei lo reggesse. e poi quando Candaule
Fosse cresciuto a conueneuol tempo
D'amministrarlo, gli cedesse il seggio.
Ber: Perche à la moglie non lasciò il gouerno?
Secr: Perc'hauria offeso il popolo, e 'l fratello.
Promise 'l traditor di Moleonte.
E poi, che Battro più aggrauando il male
Dal carcere mortal partita fece,
Entrò in possesso stabile del Regno.
E adescato da l'esca de le regie
Grandezze; e hauendo hauto già una figlia
Da la sposa, che sterile era prima,
Quando 'l fanciullo fu arriuato à gli
anni,
Che poteano regnar meglio di lui;
Non pur non si pensaua Moleonte
Render l'honor già debito à Candaule,
Ma s'adopraua anchor, che 'l giouanetto
Non apprendesse alcuna nobil'arte.
E non tutor, ma Re facea chiamarsi,
A sè donando il Regno, e à sua figliuola.
Ber: Perche non fece uccidere il fanciullo,
O in forte guardia custodirlo almanco?
Secr: Il tumulto del popol li fu freno.
Ber: E come partorì la steril poi?
Secr: L'Influsso, ò buono, ò rio non dura sempre.
Ber: Ma, che fu de la madre di Candaule?
Secr: Da Moleonte fu posta in prigione,
Doue al fin de la guerra la trouammo
Consumata da doglia, e da disagio.
Ber: E 'l popol non prendea di ciò sospetto?
Secr: Finsero, che per doglia del marito,
Ella si stesse in tenebre rinchiusa.
Ber: Il mio signor non domandò la madre?
Secr: La domandò, ma non potè ottenere
Fuor, che di fuellarle. onde Candaule
Da questo sdegno, da l'ardente spirto,
E da i conforti de' maggiori amici
Eccitato, fuggendo in India uenne.
Ber: Perche tanta al fuggir dimora fece?
Secr: Dietro à gli anni ne uien l'ardire, e 'l senno.
Là mè condusse, e pochi altri con lui
À quella uenerabile memoria
Del padre uostro a l'hor gran Re de gli
Indi.
E à racquistar l'heredità paterna
Supplicemente li richiese aiuto.
Il padre uostro, com'era cortese,
A lui, da la paterna hereditate,
E da la propria patria anchor bandito,
Misero, peregrin, supplice, e nudo,
Non pur gagliarde, ed aiutrici squadre.
Ma uoi sua figlia anchor per cara sposa
Promise, e le promesse hebbero effetto.
Al giouaneto sè sposarui prima.
Poi con hoste fortissimo mandollo
À cacciar Moleonte fuor del nido,
Che cosi indegnamente ei ritenea.
Ber: Che non fè Moleonte con mio padre,
Ch' ei negasse al nipote ogni soccorso?
Secr: La propria conscienza il reo spauenta.
Nè sappiam ritrouar colori, od ombre,
Da colorire, ò ombrar domande ingiuste.
Nè gratia ingiusta à giusto Re si chiede.
Ber: Merauigliomi assai, come mio padre
Si facil si rendesse à l'hora à farmi
D'un peregrin disheredato sposa.
Secr: Quest' opulento, e bellicoso Regno,
Le ragioni giustisssime, che sopra
Vi hauea Candaule, i Battriani fidi
Al giouanetto, i quai di giorno in giorno
Batteuano con lettere, che solo
Ei scoprisse le insegne, e poi lasciasse
La cura lor del rimanente; fero,
Che per genero il prese il padre uostro:
Ber: Merauigliomi anchor, che Moleonte
Non prendesse per genero il nipote.
Secr: Al parentado forse hebbe riguardo.
Ber: Già non mirano il Greci a questi gradi.
Secr: E noi da Greci siam diuersi in questo.
Ò desio di regnar forse il ritenne,
Temendo, che 'l nipote, e la figliuola
Giunti, non gli leuassero di mano
Lo scettro, ch'ei stringea si altero, e
lieto.
Ò d'accoppiarla à un altro Re sperando,
E cosi assicurarsi il suo possesso,
E à la figlia apprestar duo Regni
insieme.
Ber: Perche non fer tra lor le nozze i figli?
Secr: Perche fu loro il poter farle tolto.
Anzi sotto custodia si ristretta
Seruò la figlia Moleonte,
ch'ella
Nè la zia, nè 'l cugin uide giamai.
Ber: Al tuo primo soggetto hor ti ritorna.
Secr: Moleonte sentendo con quai forze
Se gli auuentaua il suo Nipote à dosso;
Altri che questa figlia non hauendo,
Non anchor giunta al sestodecim'anno
Perche à i nemici non cadesse in preda,
Ma del rio seme rimanesse germe,
Volse à lei proueder secretamente.
Ber: E che prouedimento fu cotesto?
Secr: Fra i boschi sacri à la gran Dea de boschi,
Dou'houm non entra mai, gregge non pasce,
Nè coltel, nè bipenne unqua s'adopra
Per la religione, e per la tema,
Si che dense le frondi, e spessi i
tronchi,
Vi son da monti eccelsi intorno cinti,
À quanti potè hauer saggi architetti,
Che dopo l'opra fur subito uccisi,
Fè por secretamente un gran palagio,
Assai profondo, molt'ampio, e poco alto,
Che de gli arbori il sommo non eccede.
Con ogni masceritia, ogni ornamento
Che a l'altrui uita è d'utile, e di
pompa.
E la figlia murar dentro ui fece
Dotandola di tutto 'l suo thesoro,
E di basteuol turba di Donzelle,
E le fornì di quanta uettouaglia
Bastar poteua loro à uiuer quiui,
Se ben uissute fossero molti anni.
E poi più consolato, e più gagliardo
À la ventura, e à sostener la guerra
Si diede, & a morir, sendo bisogno.
Ber: S'à quei Boschi interdetto era l'ingresso,
Come u'entraro il Re, la figlia, ed
altri?
Secr: À Diana sacrò la figlia prima,
Poi licenza impetrò da i Sacerdoti
Di torne piante, e di fondarui mura.
Ber: E donde hauer potean
queste Donzelle
Poi d'anno in anno uettouaglia noua,
Che si ricerca al nostro humano uitto?
Secr: Donne ui chiuse anchor dotte in ogni arte
Liberale, e mecanica, e u'aggiunse
Atti stormenti, e campi, e uiti, e oliui,
E alfin di quanto hauer potean bisogno.
Ber: E perche non mandò la figlia altroue?
Secr: Lo infido, infidi tutti gli altri stima.
Ber: Perche la moglie non ui chiuse anchora?
Secr: L'amica moglie à parte esser uuol sempre
D'ogni fortuna, ò prospera, od auuersa
Con colui, che consorte il ciel le diede.
Ber: Ma che speme restaua a Moleonte?
Secr: Quella, che fino al rogo n'accompagna.
Viuer, saluarsi, e trar la figlia fuori.
Ber: E quando il Regno pur li fosse tolto?
Secr: Che la figliuola in quelle selue mai
Vista non fosse. e al fin restando
spenta,
Il palagio, che'n uita le fu albergo,
Le fosse dopo morte poi sepolcro.
Ber: Come sai tu à capel cosi ogni cosa?
Secr: Il fine è quel, che manifesta il tutto.
Candaule non lasciando à dietro ufficio
Di prode caualier, di saggio Duca,
In Battra tosto s'introdusse, & hebbe
Moleonte, e la moglie ne le mani.
E fattone que' stratij, e quella morte
Data lor di sua man, di ch'eran degni,
Per uoi ne uenne, à Battra ui condusse
Col minor fratel uostro, (sendo l'altro
Successo al padre in sù quei giorno
estinto)
E prese il Regno, e la corona affatto:
Ber: Spacciati, e trammi fuor del labirinto.
Secr: Non credo, che uarcasser quattro mesi,
Che co i primi del Regno il Re Candaule,
Cui era giunto anch'io, n'andò à la
caccia.
E dopo lungo seguitar di
fiere,
Dietro à una presta, e leggiadretta cerua
Da me solo seguito egli si pose.
La cerua, ch'era forse à Delia sacra,
Entrò ne le sue selue, e noi appresso,
Che 'l furor giouanil, l'ardente uoglia
Por ne fece in oblio l'antica tema.
Cosi seguendo noi, fuggendo quella,
Giungemmo à uista di quel gran pelagio,
Ch'io u'ho già detto. Ber: Segui. par ch'
io oda
Non so, che tristo suon. Mouiti al fine:
Secr: Il Re fermossi attonito, e gran pezzo
Stette d'intorno à essaminar le mura.
Alfin li uenne uoglia entrar là dentro.
E dal cauallo, e da destrezza aitato,
(Poi che non eran troppo alte le mura)
Si mise dentro à punto in un giardino
Posto à canto al palagio, & io con
lui
E taciturni per frondoso calle
Cominciammo a portar sospesi i passi.
Ber: Ahime, che 'l cor di gran doglia presago
Dentro si scuote, e 'l sangue à se
richiama:
Hor segui. egli entrò dentro. che
successe?
Secr: La figliuola trouò di Moleonte
Attorniata de le sue donzelle
À piè d'un dritto, ombroso arbore assisa,
Che à un suo ricamo intenta, ne passaua
Del già cadente sol l'hore più tarde.
Che, come dal lauoro alzando il uiso
Ne uide, tinta del color del Bosso,
À la fuga rubar si accinse tosto.
Ma il Re con quattro salti se le oppose,
E ratto antecipandoglie la uia
À mezo corso in braccio la ritenne.
Ber: Ah misere noi donne, come siamo
In man di traditori, in man di cani.
Secr: E con parole acconcie, che condiua
Quanto ripose mai mele Aristeo
La rese mansueta. Deh, cor mia,
Dicea, che hauete uisto? un Basilisco?
Temete, che col guardo io non u'offenda?
Se'l temete, priuateme del lume.
E ciò succederà, quando lasciate,
Ch'io miri à uoglia mia quel uolto
illustre,
Che, non che me, ma il Sole anchor'
accieca.
Hauete, forse uoi quì uisto un ladro,
Che ui uenga a rapir le cose uostre?
Se 'l temete, giungetemi le mani
Col forte laccio de le uostre chiome.
Hauete forse uisto un'Orso, ò un Drago,
Che impetuoso contra uoi si stenda?
Se 'l temete, di quelle braccia uostre
Dolce catena mi annodate al collo.
Deh Dio, che uoi con quella uaga mano
Credete punger sol cotesta tela,
E co' uostri occhi Amor punge à me
l'alma;
Ber: Ve, che leggiadro amante, odi, che nouo
Oratore amoroso è il mio marito.
Quando à la moglie sua disse mai tanto?
Secr: Per porre al mio parlar l'ultima
mano,
Ella del padre, e de la madre chiese
Auidamente, e poi de l'esser nostro.
Il Re le espose con pietà la morte
E de l'uno, e de l'altro suo parente,
Senza farsi però di quella auttore.
La consolò, poi le soggiunse, ch'egli
Era un di quei, che fauorian suo padre,
Che à l'hor dolente al nouo Re seruiua.
Ma, che, piacendo à lei, le promettea
Di darle in man la scelerata testa
Del Re Candaule, che la madre, e 'l padre
Le hauea si à torto, e crudelmente
ucciso.
Cosi le prommeteua, e le giuraua,
Che la trarrebbe fuor de l'hermo albergo,
Che chiuder non douea tanta bellezza.
E ch'egli, à cui la face maritale
Non s'era accesa anchor, la sposerebbe.
Che già non era di ottenerla indegno.
E che sapea, che 'l popol Battriano,
Che del padre di lei tenea memoria
Fresca, e honorata, e desiderio ardente;
Tosto, che la uedesse, riporrebbe
La figlia sin' à l'hor bramata, e cerca,
Vnica herede nel paterno seggio.
Ella, dando à le gran promesse orecchie,
Carca di speme, la indurata uoglia
Ruppe, e piangendo il suo consenso diede.
Cho: Qual'arte, o qual ualore
Può difendere, ò donne, il nostro honore,
C'hora con mine ascose,
Hor con aperta pugna
l'huom fraudolente insidia, e forte
oppugna?
Secr: Cosi lontani da' compagni nostri,
Parte il Re preghi usando, e parte forza,
Quella notte alloggiammo in quel palagio,
Doue Candaule e Dalida (che questo
Nome ha la donna) hebber commune il
letto.
Ber: Ah traditore, ah perfido, ah profano,
Dunque io son si sprezzata, io son si
brutta,
Che cherchi per li boschi noue donne,
E d'hauer me per donna ti uergogni?
Secr: Da indi in quà con somma secretezza
Continuato ha poi questo uiaggio,
Per ogni mese almen tre, ò quattro notti.
Conducendo con lui sempre me solo,
Sotto color di caccia uscendo fuori.
Noi la sera alloggiam presso quei boschi
Di Diana con gli altri cacciatori
Dentro à una uilla. indi il Re solo,
& io,
Quando tutti risolue amato sonno,
Per l'amico silentio de la Luna
N'andiamo al sozzo, e scelerato albergo.
Doue per non uarcar sempre le mura
Fatto una porta habbiam, che fuor si
chiude.
Ber: À cotai caccie uai dunque si spesso?
Cotal dunque è il piacer, che tu ne
pigli?
Et io rimango tormentata, e mesta
Per la distanza tua, le notti intere
Senze cibo souente, e senza sonno
Trahendo in essercitio tra le serue,
Mentre che in care gioie, in bei diletti
Con la tua incesta amica, iniquo,
ingrato,
Di me poco calendoti, riposi.
Ben mi merauigliaua io, che le fiere
T' hauesser di se tanto innamorato.
Secr: Perseuerando adunque i cari amanti
Cosi tra questi abbracciamenti accolti;
Cominciò il uentre à Dalida à ingrossarsi.
Onde 'l Re, quando già maturo il frutto
Conobbe, per purgarlo da la machia
De l'adulterio; e habilitarlo al Regno;
Sposò la madre, e da lei hebbe tosto
Duo figliuoli, una femina, & un
maschio.
I quai con ogni industria, ogni
grandezza,
In isperanza di si alto stato
A la madre alleuar fin'hora face.
Cui si scoperse poi d'esser Candaule,
E la promessa testa in sen le pose.
E ben le potè far creder, che sciolto
Da moglie fosse. poi che le sue nozze
Con uoi, non furon publicate mai,
Se non à l'hor, che uoi ueniste à Battra:
Ber: Ah suenturata Berenice, à questo
Giungon le tue precipitate nozze.
Dunque due mogli l'empio à un tempo
uuole?
Dunque, uiua, send'io, spera Candaule
Tenere un'altra sposa, e ch'io 'l
comporti?
Quest'è il bel premio, che al Re d'India
ei rende
Che di dar per moglier non hebbe à sdegno
Vna sua sola figlia à lui cacciato
Dal seggio, da la patria, e dal paese,
Abbandonato da ogni aperta aita,
E pouer d'ogni ben de la Fortuna?
Hor ua, fidati in huom, semplice donna.
Cho: Donna, che in hom si fida
Apparecchi le lacrime, e la grida.
Ber: Ben mi dorrei, ben chiamerei uendetta
Contra l'auttor del nostro maritaggio,
Quando tu, padre mio, stato non fossi:
Padre, il tuo poco antiueder conduce
La tua figlia à tai termini. che gli
occhi
Doueui aprir nel maritarla, meglio.
Ben poteui discorrer, che costui
Di parentado à traditor congiunto,
Non poteua da lor molto scostarsi.
E chi non sa, che damme escon di damme,
Di leone leon, tigre di tigre?
Cho: Misere donne, à cui
Conuien prender marito à senno altrui.
Ber: Non hai potuto, perfido, in sei anni
Mai produr di me figli. e chi non uede
Hor la ragion? perche l'amor non u'era,
E non u'era 'l desio. ma d' altra parte
Hai non d'un parto, ma di duo colei
Già fatta madre, e perche? perche u'era
E 'l desire, e l'amore. e i costei figli
Alleui per dar lor morendo il Regno
(Che acquistato con l'armi di mio padre,
Mio Regno si può dir quasi dotale)
Ò perche te ne spingano fuor uiuo,
Cresciuti à uendicar l'auo materno.
Non haurai più il Re d'India, che ti
aiuti.
Ouer, perch'io più giouane rimanga
Di si fatti figliastri in podestate.
Ò s'auuien, che l'obbriobrio Dio mi tolga
De la sterilitade, e sciolga il uentre;
Perche quei figli i mei tengan soggetti.
Io ben mi eleggerò prima la morte.
Secr: Mora pur tutto 'l mondo anzi, che uoi.
Ber: Doue sei padre? perche anchoe non uiuui,
Che à te pur richiamar me non potessi?
Secr: Per ch'io, mal ricordandomi, in presenza
Di Dalida, e del Re feci memoria
Di Reina una uolta, ella richiese
À l'hora chi uoi foste. à cui Candaule
À creder diè, che gli erauate madre.
Ber: Sdegno è ben questo, ch'ogni sdegno auanza.
Dunque io si laida, io si uecchia ti
paio,
Che mi posso chiamar la madre sua?
Secr: Deh signora, credete, c'hi' sia cieco?
Ual più una uostra man, più un uostro
labbro,
Un uostro aprir di bocca, un uolger
d'occhi,
Che tutt'ella non uale. e più felice
Io mi terrei d'un uostro sguardo solo,
Che del colei possesso intero, e lungo.
Imaginate pur, nobil Reina,
Che di pietra conuien, che sia colui,
Di ferro, di diaspro, e di diamante,
E non di carne, il qual non uuole amarui.
Vedend'io dunque un cosi espresso
oltraggio,
Che u'era fatto; e che 'l Re poco accorto
(Dirò con riuerenza, e con sua pace)
Indegno di goder si belle membra,
(Come son quelle della mia Reina)
Vi lasciaua negletta in fredde piume,
Per cercar con periglio si euidente
Le case ascoste d'una sua nemica;
E i figliuoli alleuar del sangue iniquo
Bastardi per signor nostri futuri;
Fui alterato, e non potei far'altro,
Che fauorir la uostra causa giusta.
Ber: E perche hai tu tardato poi tanti anni
À palesarmi un si eccessiuo torto,
Se tal di me pietade il cor ti punse?
Secr: Signora, il grand'ufficio, ch'io sostengo,
D'esser l'arca fedel, dentro al cui seno
Depone il Re tutti i secreti suoi
Senza sospetto, mi serrò la bocca.
Oltra, che per ingiuria cosi leue,
(Rispetto à l'altre, c'hor giungon più
fresche)
Gran fallo giudicai uersar tant'acqua
Su'l foco marital, ch'ardea si uiuo.
Ma poi, ch'io ueggio il Re, dou'egli
prima
Col pomo de la spada ui feriua,
Volgere hor contra uoi la punta, e 'l
taglio;
Tento il uostro schifar col mio periglio.
Ber: Commenta hora il tuo dir si, ch'io l'intenda.
Secr: Dalida domandando il signor nostro,
Qual fine hauer douean le occulte nozze;
E quando haueua à uscir di quei diserti;
Vdio da lui. che per trouarsi in Battra
Il fratel di sua madre (ch'era il uostro)
La qual posta in prigion da Moleonte,
Era stata da lui tratta poi fuori;
E per questa à nessun patto s' haurebbe
Lasciato indurre (hauendo il frate
appresso,
E d'ira contra Moleonte ardendo)
À consentir, ch'ella uenisse in corte;
Ei non poteua ardir nouità alcuna:
Ma ben la Real fede le astringea.
Che come prima il riuerito zio
Fosse partito (il che speraua in breue)
Indrizzerebbe à buon camin le cose,
Cauando lei fuor del soligno albergo,
Et assidendo al Real trono in cima.
Che per Amore, e (bisognando) à forza
Costringeria la madre à humiliare
Il collo al giogo de le uoglie sue.
Hor, che 'l minor fratel, che qui con uoi
Staua, chiamato dal maggior, che 'l Regno
De l'India regge dopo il morto padre
À le squadre condur contra il Re Bocco,
Heri in fretta à partir quinci fu
astretto,
Si che al cognato non potè dir nulla,
Ch'era à la caccia, ou'ei uenir non
uolse;
Temo, che contra uoi sola rimasa
La tela ordita di più duro stame
Non cominci à tramarsi. e più s' accresce
Questo sospetto mio. però che quattro
Giorni, (come sapete) il Re à la caccia
È stato, e parte questa andata aurora
Da lei, & hor di nouo à lei mi manda
Con una noua lettera importante,
(Com'egli dice) à dar noue ambasciate.
Ber: E donde hauer potrò di quanto hai detto
Soda, & indubitabile certezza?
Secr: Da la lettera stessa, ch'io le porto.
Ber: Dunque (se m'ami) dammela. Secr: Prendete.
Ch' io u' amo, e non ho lingua, con cui
neghi
Cosa, che uostra altezza mi domandi.
Ber: La salute hor leggiam, con cui saluta
Il giovinetto la nouella sposa.
CANDAVLE RE DI BATTRA
ALLA REINA DALIDA
SUA SPOSA:
Io,
ò dolcissima sposa mia, non ui mando salute alcuna. perche essendo uoi sola la
mia salute, non posso, uoi stessa à uoi medesima mandare. Mandoui ben nouella,
desiderata, e dimandata da uoi, promessa, e procurata da me. C'hoggi tornato da
caccia à corte ho trouato, il fratello della Reina mia madre essersi di Battra
partito, e al suo paese auuiato leuata ogni speme di ritorno. Ecco dunque doppo
si lungo torbido, rifulgere certissima serenità. Ecco, ch'io farò mostra al
Mondo delle bellezze uostre, cauandoui della solitaria prigione, e riponendoui
in quell'honorata altezza, che meritano i meriti uostri, e, che deono le
promesse mie. E mia madre sarà costretta à farsi legge de le mie uoglie, e
risoluersi, ch'io la faccia, ò di uita, o di colera priua rimanere. studiate allo
alleuar de' communi figli, non più alla speranza, ma alla certezza del Regno:
conseruatemi sano, e lieto, il che potrete far conseruando uoi:
Secr: Volgeteui, signora: ecco una Donna,
Che di panni ugualmente,
e d'anni carca
Verso noi uiene. udiam ciò
che dir uuole:
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