Atto
II. scena V.
Berenice sola.
Ber: Gioia di sommo, incomparabil pregio
È l'honor, mai il desio de la uendetta
Acceso in cor di donna è si possente,
Che à se trahe, che' n se muta ogni
pensero,
Qual fiamma, che 'l tutt'arde, e in se
trasforma.
Essempio ne lasciò la bella moglie
Del Re de' Lidi, che da lui mostrata
Nuda à l'amico suo, di tanto sdegno
Arse, che 'l Re leuar di uita fece,
E à l'amico del Re nuda s'offerse.
Questo desir magnanimo, e reale
Di uendetta costrinse Clitennestra
Far di se don cortese al sacro Egisto,
Poi che le fu portato auuiso certo,
Che 'l suo marito, lei posta in oblio,
In uece di combatter con gli Heroi,
Abbracciaua le uergini Troiane.
E (se pur uere son le historie fatte
Dipingere à i ministri di Plutone
Tanti secoli pria, ch'escano in atto,
Da Zoroastro Re di questo Regno
In questo suo mirabile palagio)
L'animosa, e terribil Rosimonda
Farà il medesmo, poi che haurà beuto,
Da forza astretta, nel paterno teschio.
Dentro al cui fondo lascierà del uino
La sete, e sete prenderà di sangue.
Tra queste anch'io d'annouerarmi bramo.
Vada l'honor, uada la uita, uada
L'alma. che questi mei famelici occhi
Di si grata Tragedia pascer uoglio.
Non se n'andrà cosi quest'odio nostro.
Ma lo sdegno più fresco, e più uiuace
Risorgerà nel cor secondo ogn'hora.
Dunque io comporterò, che gli altrui
figli
S'alleuino, e mi faciano matrigna?
Dunque io sopporterò, che uincitrice
Costei mi abbatta, e nel mio loco
ascenda?
Non fia mai, mai non fia, non sarà mai.
Candaule, non à dar la testa tua
A la sposa, ma à tor la sua t'affretta.
Furor, non allentar, discorri, cresci,
Multiplica, sfauilla, bolli, auampa.
Ecco, ch'io t'apro il petto, e t'offro il
core.
Tu, Berenice, ogni gran proua ardisci,
Nè scelerata impresa ti spauenti.
Mei occhi asciutti, man mie siate audaci,
Inuiperate, indragate, impetrate,
Non ui uolga, nè regga altro, che l'ira.
Hor dentro torno à far, che l'apparato
De le nozze, solenne s'apparecchi.
Choro
Lingve loquaci, & acri,
Che come 'l mar non tien cosa, ma l'onde
Gettano il tutto fuor de' suoi lauacri,
Cosi 'l mar uostro nulla non asconde;
Che mi darà sentenze si profonde,
Lingue tanto faconde,
E uoci si seconde,
Che con detti durissimi io ui essacri?
O`houm di lingua sciolta, e incontinente
Sia in ogni età mal nato, e in ogni
gente:
Se mai te credi al mare,
Di Ceice ti dia la tempestade.
Per te l'acque de' fonti siano amare.
Mai non impetri effetto, che ti aggrade.
Bandito sii da tutte le contrade.
Non ti produca biade,
In se non ti dia strade.
L'antica madre, anzi à scacciarti impare,
Ò s'apra, come al gran profeta Argiuo,
Sotto a' tuoi piedi, e ti diuori uiuo:
L'aer per te, nè spiri,
Nè si moua per te, nè ti dia fiato.
L'occhio tuo cieco il chiaro sol non
miri.
Nè ti mostrin le stelle il lume usato.
Da te riuolga Cinthia il uolto grato.
Il fier Chirone armato
D'arco, e di strali, à lato
Quel carchi, e questi nel tuo petto tiri.
E lo scorpion, che presso lui conosco,
Ti morda, e sparga di rabbioso tosco.
L'horribill Capricorno
Per correrti con impeto à ferire,
Aguzzi assottigliando il dritto corno,
E' seco meni il granchio, che pien d'ire,
Cotesta lingua tua uenga à punire
Con le sue branche dire
In eterno martire.
Nè la fiera Nemea faccia soggiorno,
Ma contra te ruggendo à piombo scenda
Col gozzo aperto, e uerso te lo stenda:
Vengantra questi à porse
À tuo supplicio dal polo eminente
Pregne di giusta rabbia le due Orse,
E seco tragan l'horrido serpente,
Che le disgiunge qual torto torrente.
E 'l morboso & ardente
Cane battendo il dente,
Da cui sian le loquaci lingue morse.
Nè la saette sue mai drizzi altroue,
Che contra l'huom loquace, irato Gioue.
Nè ben, ma pena dia,
Nè lo riscaldi, ma lo abbruci il foco.
Misero si, non miserabil sia,
Mendichi il pane in suon tremante e
fioco.
Li Dei del cielo de la terra inuoco,
Del Regno à i uenti roco,
E del più basso loco,
Che rata faccian la preghera mia.
Nè come s'io l'auttor di ciò, ma fosse
Ò Radamanto, od Eaco, ò Minosse:
Li feran gli occhi eguali
À quei di Edippo, ò di Fineo uolando
À torno i corbi, che le candid'ali
In nere trasformar troppo parlando,
E le infauste cornici, che auisando
Secreti ascosi, e in bando
Da la lor diua andando,
Uoci hebber sempre poi nuncie di mali.
Stia sempre negli orecchi del loquace
Il romor, che cadendo il Nilo face:
E le sue nari ingombri
Sempre col graue odor lo stagno auerno.
Ogni cibo dinanzi li disgombri,
Senza riposo con digiuno eterno
La turba de l'arpie, che da l'inferno
Si scagli al ciel superno.
Alfin con ogni scherno,
E con ogni martir la uita sgombri.
L'alma à i demonij, pasto à i peregrini
Augei sia il corpo, & à i pesci
marini.
E 'l primier dato à tal punitione
Sia Besso, il qual (se 'l mio pensier non
falle)
Hoggi d'alcun gran mal
sarà cagione:
Il fine del secondo atto.
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