Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Luigi Groto
La Dalida

IntraText CT - Lettura del testo

  • Atto II. scena V.   Berenice sola.
Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

Atto II. scena V.

 

Berenice sola.

 

Ber: Gioia di sommo, incomparabil pregio

È l'honor, mai il desio de la uendetta

Acceso in cor di donna è si possente,

Che à se trahe, che' n se muta ogni pensero,

Qual fiamma, che 'l tutt'arde, e in se trasforma.

Essempio ne lasciò la bella moglie

Del Re de' Lidi, che da lui mostrata

Nuda à l'amico suo, di tanto sdegno

Arse, che 'l Re leuar di uita fece,

E à l'amico del Re nuda s'offerse.

Questo desir magnanimo, e reale

Di uendetta costrinse Clitennestra

Far di se don cortese al sacro Egisto,

Poi che le fu portato auuiso certo,

Che 'l suo marito, lei posta in oblio,

In uece di combatter con gli Heroi,

Abbracciaua le uergini Troiane.

E (se pur uere son le historie fatte

Dipingere à i ministri di Plutone

Tanti secoli pria, ch'escano in atto,

Da Zoroastro Re di questo Regno

In questo suo mirabile palagio)

L'animosa, e terribil Rosimonda

Farà il medesmo, poi che haurà beuto,

Da forza astretta, nel paterno teschio.

Dentro al cui fondo lascierà del uino

La sete, e sete prenderà di sangue.

Tra queste anch'io d'annouerarmi bramo.

Vada l'honor, uada la uita, uada

L'alma. che questi mei famelici occhi

Di si grata Tragedia pascer uoglio.

Non se n'andrà cosi quest'odio nostro.

Ma lo sdegno più fresco, e più uiuace

Risorgerà nel cor secondo ogn'hora.

Dunque io comporterò, che gli altrui figli

S'alleuino, e mi faciano matrigna?

Dunque io sopporterò, che uincitrice

Costei mi abbatta, e nel mio loco ascenda?

Non fia mai, mai non fia, non sarà mai.

Candaule, non à dar la testa tua

A la sposa, ma à tor la sua t'affretta.

Furor, non allentar, discorri, cresci,

Multiplica, sfauilla, bolli, auampa.

Ecco, ch'io t'apro il petto, e t'offro il core.

Tu, Berenice, ogni gran proua ardisci,

scelerata impresa ti spauenti.

Mei occhi asciutti, man mie siate audaci,

Inuiperate, indragate, impetrate,

Non ui uolga, regga altro, che l'ira.

Hor dentro torno à far, che l'apparato

De le nozze, solenne s'apparecchi.

 

Choro

 

Lingve loquaci, & acri,

Che come 'l mar non tien cosa, ma l'onde

Gettano il tutto fuor de' suoi lauacri,

Cosi 'l mar uostro nulla non asconde;

Che mi darà sentenze si profonde,

Lingue tanto faconde,

E uoci si seconde,

Che con detti durissimi io ui essacri?

O`houm di lingua sciolta, e incontinente

Sia in ogni età mal nato, e in ogni gente:

Se mai te credi al mare,

Di Ceice ti dia la tempestade.

Per te l'acque de' fonti siano amare.

Mai non impetri effetto, che ti aggrade.

Bandito sii da tutte le contrade.

Non ti produca biade,

In se non ti dia strade.

L'antica madre, anzi à scacciarti impare,

Ò s'apra, come al gran profeta Argiuo,

Sotto a' tuoi piedi, e ti diuori uiuo:

L'aer per te, spiri,

si moua per te, ti dia fiato.

L'occhio tuo cieco il chiaro sol non miri.

ti mostrin le stelle il lume usato.

Da te riuolga Cinthia il uolto grato.

Il fier Chirone armato

D'arco, e di strali, à lato

Quel carchi, e questi nel tuo petto tiri.

E lo scorpion, che presso lui conosco,

Ti morda, e sparga di rabbioso tosco.

L'horribill Capricorno

Per correrti con impeto à ferire,

Aguzzi assottigliando il dritto corno,

E' seco meni il granchio, che pien d'ire,

Cotesta lingua tua uenga à punire

Con le sue branche dire

In eterno martire.

la fiera Nemea faccia soggiorno,

Ma contra te ruggendo à piombo scenda

Col gozzo aperto, e uerso te lo stenda:

Vengantra questi à porse

À tuo supplicio dal polo eminente

Pregne di giusta rabbia le due Orse,

E seco tragan l'horrido serpente,

Che le disgiunge qual torto torrente.

E 'l morboso & ardente

Cane battendo il dente,

Da cui sian le loquaci lingue morse.

la saette sue mai drizzi altroue,

Che contra l'huom loquace, irato Gioue.

ben, ma pena dia,

lo riscaldi, ma lo abbruci il foco.

Misero si, non miserabil sia,

Mendichi il pane in suon tremante e fioco.

Li Dei del cielo de la terra inuoco,

Del Regno à i uenti roco,

E del più basso loco,

Che rata faccian la preghera mia.

come s'io l'auttor di ciò, ma fosse

Ò Radamanto, od Eaco, ò Minosse:

Li feran gli occhi eguali

À quei di Edippo, ò di Fineo uolando

À torno i corbi, che le candid'ali

In nere trasformar troppo parlando,

E le infauste cornici, che auisando

Secreti ascosi, e in bando

Da la lor diua andando,

Uoci hebber sempre poi nuncie di mali.

Stia sempre negli orecchi del loquace

Il romor, che cadendo il Nilo face:

E le sue nari ingombri

Sempre col graue odor lo stagno auerno.

Ogni cibo dinanzi li disgombri,

Senza riposo con digiuno eterno

La turba de l'arpie, che da l'inferno

Si scagli al ciel superno.

Alfin con ogni scherno,

E con ogni martir la uita sgombri.

L'alma à i demonij, pasto à i peregrini

Augei sia il corpo, & à i pesci marini.

E 'l primier dato à tal punitione

Sia Besso, il qual (se 'l mio pensier non falle)

Hoggi d'alcun gran mal sarà cagione:

Il fine del secondo atto.

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License